Cartesio:la morale e lo studio delle passioni

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Categoria:Filosofia
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Testo

-la morale e lo studio delle passioni-
Nella terza parte del Discorso sul metodo, prima di iniziare col dubbio l’analisi metafisica, Cartesio aveva stabilito alcune regole di morale provvisoria, destinate ad evitare che egli rimanesse irresoluto nelle sue azioni mentre la ragione li obbligava ad esserlo nei suoi giudizi. La prima regola provvisoria era di obbedire alle leggi e ai costumi del paese, conservando la religione tradizionale e regolandosi in tutto secondo le opinioni più moderate e più lontane dagli eccessi. Con questa regola egli rinunciava preliminarmente a ogni estensione della sua critica nel dominio della morale della religione e della politica. In realtà questa regola esprime un aspetto non provvisorio ma definitivo della personalità di Cartesio, caratterizzata dal rispetto verso la tradizione religiosa e politica.
«Ho la religione del rnio re», «Ho la religione della mia nutrice», egli rispose al ministro protestante Revius che l'interrogava in proposito. In realtà egli distingueva due domini diversi: l'uso della vita e la contemplazione della verità. Nel primo, la volontà ha l'obbligo dì decidersi senza attendere l'evidenza; nel secondo ha l'obbligo di non decidere finché l'evidenza non è stata raggiunta. Nel dominio della contemplazione l'uomo non può contentarsi che della verità evidente; nel dominio dell'azione l'uomo può contentarsi della probabilità. La prima regola della morale provvisoria ha dunque in certi limiti per Cartesio un valore permanente e definitivo.
La seconda regola era di essere il più fermo e risoluto possibile nell'azione e di seguire con costanza anche l'opinione più dubbiosa, una volta che fosse stata accettata. Anche questa regola è suggerita dalle necessità della vita che obbligano molte volte ad agire in mancanza di elementi sicuri e definitivi. Ma evidentemente la regola perde ogni carattere provvisorio se la ragione
è già entrata in possesso del suo metodo. In tal caso infatti essa implica che «vi sia una ferma e costante risoluzione di seguire tutto ciò che la ragione consiglia senza che ci si lasci deviare dalle passioni o dagli appetiti» (Lettera a Elisabetta, 4 agosto 1645).
La terza regola era di cercare di vincere piuttosto se stessi che la fortuna e di cambiare i propri pensieri più che l'ordine del mondo. Cartesio ritenne costantemente che nulla è interamen te in nostro potere tranne i nostri pensierì, che dipendono solo dal nostro libero arbitrio; e ripose il merito e la dignità dell'uomo nell'uso che sa fare delle sue facoltà, uso che lo rende simile a Dio. Questa regola rìmase il caposaldo fondamentale della morale di Cartesio. Essa esprime, nella formula tradizionale del precetto stoico, lo spirito del cartesianesimo, il quale esige che l'uomo sì lasci condurre unicamente dalla propria ragione, e delinea l'ideale stesso della morale cartesiana, quel
lo della saggezza. A questa morale "provvisoria" Cartesio, tutto preso dai prevalenti interessi metafisici e scientifíci, non farà mai seguire una morale "definitiva". Tuttavia, come sì è accennato, scriverà Le passioni dell'anima, che contengono anche spunti di etica. In questo scritto, Cartesio distingue nell'anima azioni e affezioni: le azìoni dipendono dalla volontà, le affezioni sono involontarie e sono costituite da percezioni, sentimenti o emozioni causate nell'anima dagli spiriti vitali, cioè dalle forze meccaniche che agiscono nel corpo. Evidentemente la forza dell'anima consiste nel vincere le emozioni e arrestare i movimenti del corpo che le accompagnano mentre la sua debolezza consiste nel lasciarsi dominare dalle emozioni, le quali, essendo spesso contrarie tra loro, sollecitano l’anima di qua e di là, portandola a combattere contro se stessa e riducendola nello stato più deplorevole. Ciò d'altronde non vuol dire che le emozioni siano essenzialmente nocive. Esse si rapportano tutte al corpo e sono date all'anima in quanto è congiunta con esso; sicché hanno la funzione naturale di incitare l'anima ad acconsentire e a contribuire alle azioni che servono a conservare il corpo e a renderlo più perfetto. In questo senso la tristezza e la gioia sono le emozioni fondamentali. Dalla prima infatti l'anima è avvertita delle cose che nuocciono al corpo e così prova l'odio verso ciò che le causa tristezza e il desiderio di liberarsene. Dalla gioia invece l'anima è avvertita delle cose utili al corpo e così prova amore verso di esse e il desiderio di acquistarle o di conservarle. Alle emozioni va congiunto tuttavia uno io stato di servitù da cui l'uomo deve tendere a liberarsi. Esse fanno quasi sempre apparire il bene e il male, che rappresentano assai più grandi e importanti di ciò che sono, però ci inducono a fuggire l'uno e a cercare l'altro con più ardore di quanto convenga. L’uomo deve lasciarsi guidare, per quanto è possibile, non da esse, ma dall'esperienza e dalla ragione: solo così potrà distinguere nel loro giusto valore il bene e il male ed evitare gli eccessi. In questo dominio sulle emozioni consiste la saggezza; e la saggezza si ottiene estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto e separando, per quanto è possibile, questo dominio dai movimenti del sangue e degli spiriti vìtalí dai quali dipendono le emozìoni e con i quali abitualmente è congiunto. Proprio in questo progressivo dominio della ragione, che restituisce all'uomo l'uso intero del libero arbitrio e lo rende padrone della sua volontà, è il tratto saliente della morale cartesiana.
Razionalismo e cartesianesimo
La filosofia di Cartesio può essere considerata sotto due aspetti diversi. Sotto un primo aspetto, è una tecnica razionale che procede in modo autonomo e geometricamente, cioè utilizzando soltanto le idee chiare e distinte in un ordine rigoroso. Sotto questo aspetto, è in primo luogo l'impegno a realizzare l'autonomia della ragione adoperando spregiudicatamente la sua tecnica in tutti i campi nei quali la sua applicazione è possibile; e in secondo luogo, è l'impegno a rispettare le esigenze interne di questa tecnica, respingendo ciò che non può essere ridotto a idee chiare e distinte e all'ordine di tali idee. Sotto l'altro aspetto, invece, la filosofia di Cartesio è un insieme di dottrine metafisiche e fisiche che concernono principalmente la dualità delle sostanze (anima e corpo), le prove dell'esìstenza di Dio, la spiritualità e la libertà dell'anima, la meccanicità della sostanza estesa, quindi del mondo vegetale e animale. Cartesio stesso parve tenere più al successo di questo secondo aspetto della sua filosofia che a quello del primo; forse perché il successo del primo gli pareva scontato. Tuttavia fu proprio il primo aspetto della sua filosofia che assicurò l'efficacia storica di essa e ne fece la protagonista delle dispute filosofiche del XVII secolo. Per questo aspetto, infatti, il cartesianesimo appare come l'episodio maggiore di quella lotta per la ragione che si può dire l'insegna della cultura filosofica del XVII secolo. Questa lotta tende a far prevalere la ragione, e la sua autonomia di giudizio, nel dominio morale, politico e religìoso, oltre che in quello scientifico; e tende, parallelamente, a chiarire il concetto stesso della ragione. Sul primo punto, essa va molto al di là degli intenti di Cartesio che si era rifiutato di estendere l'indagine razionale oltre i confini della scienza e aveva inteso la sua filosofia come una sostanziale conferma della metafisica, della morale e della religione tradizionale. Sul secondo punto, il cartesianesimo costituisce soltanto una delle alternative cui la lotta per la ragione mette capo: e precisamente quella che vede nella ragione una forza unica, infallibile e onnipotente che come tale non ha bisogno di nulla, al di fuori di sé, per organizzarsi ed esercitare il suo potere di guida. Di fronte a questa alternativa si delinea, a partire da Gassendi e da Hobbes, l'altra, per cui la ragione è una forza finita o condizionata, la cui sfera d'azione è circoscritta dai vari campi della sua attività e che in ciascuno di questi campi soggiace a limiti o a condizioni diverse. Sia l'una che l'altra di queste due alternative condividono l'ideale geometrico della ragione e vedono negli elementi di Euclide il maggior monumento antico di essa e nella scienza galileiana la sua più recente espressione. L’una e l'altra alternativa, inoltre, riconoscono nella ragione la sola guida autonoma dell'uomo e cercano perciò di farne valere gli insegnamenti nello stesso dominio della fede religiosa. Su molti punti, tuttavia, il loro contrasto è radicale. Al cartesianesimo si ispirò prevalentemente, oltre che Spinoza e Leibniz (il primo dei quali tuttavia risentì fortemente l'influsso di Hobbes nelle sue dottrine politiche), una schiera di pensatori e scienziati che spesso polemizzarono contro Cartesio sul campo delle dottrine particolari e specialmente sulla meccanicità dei corpi viventi, sul rapporto tra anima e corpo, sul rapporto tra Dio e il mondo e cosi via.Talora questi pensatori e scienziati si proclamavano "anticartesiani come anticartesiani furono per m apetti Spinoza e Leibniz;ma l'eredità maggiore di Cartesìo non era andata per essi perduta. La vera reazione anticartesiana fu invece quella che vide nel cartesianesimo la punta avanzata del razionalismo invadente e che pertanto oppose a esso la tradizionale scolastica che rimase domite ancora per molto tempo nell uiversità europee e nei collegi dei relgiosi. Difatti, con l'eccezione delle università olandesi, nelle quali Cartesio trovò frequentemente espositori e seguaci (a Utrecht insegnò uno dei suoi primi scolari, Henri Le Roy o Regius [1598-1679]), le università europee poco o nulla subirono l'influsso del cartesianesimo.
In Francia la Sorbona rimase chiusa a esso perché l'insegnamento di nuove dottrine era stato proibito dal Parlamento di Parigi nel 1625. Talvolta, tuttavia, il cartesianesimo penetrava nelle roccaforti della vecchia scolastica come oggetto di confutazione; talvolta, anche, la confutazione fu ristretta a questa o a quella dottrina mentre altre venivano accolte. La minuta letteratura anticartesiana della seconda metà del XVII secolo è ricca di confutazioni, di critiche, di rettifiche, e di accoglimenti parziali che, nel loro insieme, dimostrano l'importanza crescente che il cartesianesimo assumva nella cultura del tempo. Esso inoltre entrava a costituire un altro fenomeno caratteristico di questo secolo, la scolastica occasìonalistica: e veniva utilizzato dal giansenismo per una difesa della spiritualità religiosa, situata al di là della ragione cartesiana, in un dominio inaccessibile a essa. Dll'altro lato, il razionalismo non cartesiano dava luogo all'altro fenomeno caratteristico del secolo, il libertinismo erudito, che utilizzava, per la critica delle credenze religiose tradizionali, motivi desunti dal Rinascimento italiano e trovava nell'opera di Gassendi la sua maggiore espressione filosofica. Lopera di Hobbes può essere considerata, nel suo insieme, come la prima formulazione rigorosa del concetto della ragione finita: concetto che, ripreso da Locke, doveva costituire il fondamento dell'empirismo e dell'illuminismo settecentesco.
Relativamente indipendente da queste due alternative (contro le quali tuttavia occasionalmente polemizzò) fu il neoplatonismo inglese, che s'inserisce nella lotta per la ragione con la sua difesa del razionalismo religioso: difesa di cui trova gli strumenti nel platonismo del Rinascimento italiano.

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