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Categoria:Filosofia

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Testo

AGOSTINO
Biografia
Santo e dottore della Chiesa (Tagaste 354-Ippona 430). Figlio di un modesto possidente, Patrizio, di religione pagana, e di madre cristiana, Monica, studiò a Madaura e a Cartagine; non ancora ventenne ebbe un figlio, Adeodato, dalla relazione con una donna da lui abbandonata solo quindici anni dopo. Professore di eloquenza a Tagaste e a Cartagine, aderì alla setta dei manichei, che seguendo la teoria dei due principi opposti di Bene e di Male approfondivano la tematica della corruzione del mondo e del male morale e cosmico. Dal manicheismo A. si staccò ufficialmente soltanto dieci anni più tardi, allorché era professore a Milano, sotto l'influsso del vescovo Ambrogio. La notte di Pasqua del 387 fu battezzato dallo stesso Ambrogio assieme all'amico Alipio e al figlio Adeodato. Decise quindi di tornare in Africa. A Ostia gli morì la madre, che l'aveva costantemente seguito e che ebbe non piccola parte nella sua evoluzione verso il cristianesimo. Nel 391 fu ordinato sacerdote, nel 395 eletto vescovo d'Ippona, dove svolse un'intensissima attività pastorale e di studio fino alla morte. Secondo la tradizione le sue ossa riposano a Pavia nella basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro. È festeggiato il 28 agosto.
Il pensiero di S. Agostino
A. fu spinto da giovane a coltivare la filosofia dalla lettura di un'opera di Cicerone per noi perduta, l' Hortensius; e i suoi primi libri, composti nel 386 nel ritiro di Cassiciacum(forse Cassago, in Brianza), in attesa del battesimo, sono di natura schiettamente filosofica, attestante un forte influsso neoplatonico: i dialoghi Contra academicos, De vita beata , De ordine.Poco dopo il battesimo, a Milano, scrive invece una sorta di esame di coscienza in due libri, non portati a termine, dal titolo Soliloquia.Entrata ormai nell'ambito pieno del cristianesimo, la sua attività di scrittore si sviluppa in gran parte sul fronte della polemica contro le eresie pullulanti soprattutto nell'Africa settentrionale. L'importanza di A. nel rifiuto di certe teorie e nella formulazione diversa di certi dogmi o norme morali è per questo immensa. Prima venne la lotta contro i manichei ( De libero arbitrio, De magistro, De vera religione, De utilitate credendi e, più tardi, Contra Faustum) centrata sul tema della Verità. Essa risiede nell'animo dell'uomo, salda e immutabile contro la mutevolezza del mondo esteriore; il Bene è l'unica realtà davvero esistente e tutto quanto esiste è bene, mentre il Male è, all'opposto, l'assenza di essere, non è; nell'uomo è la mancanza di capacità a conformarsi pienamente al volere del Creatore. La novità di A. consiste nel riprendere questi temi di origine platonica e neoplatonica alla luce della concezione cristiana. Da questo punto di vista la vita interiore e intellettuale è resa possibile dalla luce divina che è dentro noi ed è la fonte della fede e al tempo stesso di una ricerca inesauribile diretta a enuclearla nella sua purezza: questa concezione (teoria dell'illuminazione) porterà A. alla formula del credo ut intelligam.A. andò sempre maggiormente prendendo coscienza di questa novità del suo pensiero, così come della "novità" del cristianesimo attraverso l'approfondimento della problematica religiosa che la partecipazione alla vita attiva della Chiesa gli impose. In Africa egli si trovò di fronte allo scisma dei donatisti, che legavano la validità dei sacramenti alla purezza della vita di colui che li amministrava e negavano ogni gerarchia ecclesiastica: li combatté con una serie di opere ( Psalmus contra partem Donati, De Baptismo , Contra epistulam Petiliani, De unitate Ecclesiae) e con interventi ai concili di Cartagine del 403 e 411, affermò la validità dei sacramenti indipendentemente dalla persona che li amministrava e ribadì i diritti della Chiesa di Roma. La terza polemica, contro i pelagiani, fu la più importante e quella che impegnò A. nel problema più arduo della morale cristiana: il rapporto fra grazia e libero arbitrio. Contro la negazione di Pelagio che il peccato originale avesse intaccato radicalmente la libertà originaria dell'uomo e quindi la sua capacità di fare il bene, A. sottolineò energicamente la necessità della grazia divina per la salvazione: la natura umana, di per sé corrotta, non merita che la dannazione e solo la misericordia divina in Cristo, che liberamente concede al di là di ogni calcolo umano la grazia santificante, può restaurarla. Le tesi dibattute nella polemica antipelagiana, in cui A. fu portato talora ad accentuare un aspetto del problema, daranno luogo a discussioni teologiche che ancor oggi non sono esaurite: "La concezione pessimistica della condizione umana, che già prima di A. aveva alimentato tutto un filone del pensiero cristiano d'Africa (Tertulliano, Arnobio) e che in A. era stata rinforzata dall'esperienza manichea, lo ha portato al di là delle posizioni paoline interpretate nel senso più rigido, fino a un punto in cui l'insegnamento della Chiesa non lo ha potuto più seguire " (M. Simonetti). Tra le opere in proposito del "dottore della grazia" ricordiamo De peccatorum meritis et remissione et de baptismo parvulorum, De spiritu et littera, De natura et gratia, Contra Iulianum.L'intervento più alto di A. nella dogmatica cattolica è costituito peraltro dal trattato De Trinitate, in 15 libri, degli anni 400-416. Dimostrata dapprima la unità e l'uguaglianza delle tre Persone sulla base della Scrittura e sostenuta l'identità della loro sostanza, A., dopo un approfondito discorso teologico, conclude nell'ultimo libro che quaggiù si può soltanto adombrare debolmente il mistero: la Trinità divina ci sarà veramente chiara dalla futura visione "faccia a faccia". Fra le opere esegetiche di A. primeggiano, anche per mole, le Enarrationes in Psalmos; degli scritti pastorali numerosi sono i Sermones.Da ultimo citiamo i suoi due scritti più famosi: Confessiones e De Civitate Dei.Il primo, scritto in 13 libri, dal 397 al 400, è un ripensamento della vita di A. dalla nascita alla conversione, sotto la luce del rapporto fra uomo e Dio, e risulta un libro di intima emozione, in cui si alternano in modo a volte sconcertante i fatti con le discussioni psicologiche, filosofiche, esegetiche (sul tempo, la memoria, l'interpretazione delle Scritture, ecc.); si mescolano stili raffinati e invenzioni letterarie a espressioni immediate del sentimento riuscendo così una delle opere più sconvolgenti e moderne dell'antichità, che non ha mai cessato di attrarre i lettori in ogni tempo. Nel De Civitate Dei si dibatte invece la storia di tutto il mondo. L'opera fu composta negli ultimi lustri della vita di A. per difendere il cristianesimo dall'accusa dei pagani di essere la causa della rovina dell'impero, accusa rinnovata con particolare vigore dopo il sacco di Roma a opera di Alarico (410). L'autore stesso ne riassume in questo modo i 22 libri nelle Retractationes: "I primi 5 libri tendono a confutare quei tali che sostengono necessarie alla prosperità del mondo la venerazione di molti dei..., e che le presenti calamità derivano dall'abbandono di questo culto. I 5 seguenti sono rivolti contro coloro che riconoscono come questi mali non mancarono mai..., ma che il culto di molti dei e il far loro sacrifici sono utili per la vita futura... I 4 libri seguenti contengono l'origine delle due città, delle quali l'una è il Regno di Dio, l'altra il regno di questo mondo; i 4 seguenti descrivono il progresso e lo sviluppo delle due città..., mentre gli ultimi 4 descrivono il loro destino finale ". L'opera è dunque una vera e propria teologia della storia. La storia umana è la storia della lotta tra la Terra e il Cielo: l' amor sui che portato sino al disprezzo di Dio genera la città terrena e l' amor Dei che portato sino al disprezzo di sé genera la città di Dio. Le due città coesistono sulla Terra mescolate insieme sin dall'inizio della storia umana e saranno divise solo dal giudizio finale.
Pedagogia agostiniana
La posizione pedagogica di A. si ricava essenzialmente dal De magistro, dal De catechizandis rudibus e, in tono minore, dalle Confessiones e dalle Epistole.Il principio della "verità interiore", tema fondamentale della sua speculazione filosofica, resta valido anche nell'educazione. Il compito dell'educatore è di portare alla luce la verità che esiste nell'animo umano ed è segno della presenza divina nell'uomo. Quindi il vero Maestro, il solo Maestro, è Cristo. L'opera dell'educatore, del maestro esteriore, ha solamente il compito di preparare l'ambiente all'azione del "Maestro interiore", del Verbo ( audiam quid loquatur in me Dominus Deus), e di disporre il campo per l'irrorazione della grazia. Se per A. la conoscenza delle discipline liberali (grammatica, dialettica, retorica, ecc.) è necessaria come processo purificatore e formativo per l'anima, la conoscenza delle verità religiose è invece indispensabile e deve essere attuata anche nelle menti più umili. A questo punto viene analizzata l'opera educativa che deve essere vitale e lontana dai formalismi delle istituzioni: il maestro deve accostarsi all'educando con amore e umiltà e così facendo realizza e perfeziona se stesso, vivificando anche gli aspetti più semplici e consueti del compito educativo.
Musica
Le esigenze della liturgia indussero il solerte vescovo d'Ippona a dedicare alla musica un trattato ( De musica, in 6 libri), compiuto nel 389 e riguardante la musica liturgica antica (specie da un punto di vista ritmico e metrico), con accenni alla pratica musicale del tempo.
S. Agostino nella storia della cultura
In un giudizio complessivo su A. e sulla sua opera dobbiamo dire che la vastità della cultura, l'altezza dell'ingegno, la vivacità del temperamento ne hanno fatto non solo uno dei geni più alti del cristianesimo, ma uno degli scrittori più grandi d'ogni tempo. Dal punto di vista, infine, teologico e storiografico, il suo apporto è fondamentale non solo per la comprensione di tutto il pensiero medievale ma anche di quello di buona parte della Riforma protestante.

LE CONFESSIONI
opera di Sant'Agostino di carattere autobiografico: in 13 libri il santo descrive il suo itinerario spirituale verso Dio assieme al formarsi del suo pensiero e all'iniziazione alla vita mistica. Preponderante è fin dalla prima giovinezza il problema del male, che Agostino analizza con appassionata tenacia fino a determinarne la natura metafisica nella deviazione di un bene. È la prima inversione di rotta, che, attraverso nuovi errori, lo porterà verso Dio, unendo alla ricerca intellettuale lo slancio della via mistica, dove passato e presente si vanificano per lasciar emergere solo l'Eterno. L'opera, scritta attorno al 400, fonde l'esperienza umana e religiosa del santo con la sua esperienza speculativa.

LA CIVILTA’ DI DIO
( De civitate Dei). Opera di Sant'Agostino, in cui vengono messe a confronto le due città, celeste e terrena, l'una informata ai principi del cristianesimo, l'altra impregnata di paganesimo, per dimostrare la superiorità e sostenere il trionfo finale della prima sulla seconda. Esegesi, metafisica, psicologia e teologia confluiscono a dare all'opera solidità di struttura e di dottrina, così da costituire una filosofia dell'umanità e della sua storia nell'ambito individuale e sociale. L'opera si compone di 22 libri ed è stata scritta dal 412 al 416.

ANASSAGORA
(gr. Anaxagóras), filosofo e fisico greco (Clazomene 499-Lampsaco 428 a. C.). Dalla patria Clazomene si recò ad Atene dove fu amico di Pericle. Dovette però fuggire perché accusato di ateismo dai rivali del suo protettore, per aver sostenuto che il Sole è una massa incandescente. Morì poco dopo il suo arrivo a Lampsaco. Scrisseun'opera intitolata Della natura, citata da Platone. A., elaborando la sua dottrina, assume infiniti materiali originari, che dapprima dispersi si radunano poi secondo la loro affinità, costituendo il processo del divenire, la nascita delle cose, mentre la loro distinzione consiste nella separazione delle parti. Non vi sono così propriamente divenire e distruzione delle cose, ma solo unione e divisione delle parti (omeomerie). Questo termine indicò in un primo tempo le parti uniformi di un complesso, ma venne poi assunto per designare comunque le sue parti costitutive. Queste sono definite da A. anche "semi" di tutte le cose. Il nascere delle cose stesse non è spiegato da A. come un puro processo naturale, ma per l'azione di un principio razionale, la Mente ( Nous), puro, senza parti, la più sottile di tutte le cose e con potestà sulla materia. Tale Mente ha ordinato e messo in movimento la materia che originariamente riposava nella confusione delle parti, provocando un vortice in un punto singolo e dando origine a un movimento sempre più propagato. Dapprima si separarono l'aria e l'etere, poi dall'aria si separò l'acqua, e da questa la terra. Il processo continuò per divisione delle parti eterogenee e riunione di quelle omogenee, generando le cose. Queste sono definite da ciò che in esse è prevalente perché se tutti gli oggetti fossero uniformi e non avessero commistione con gli altri il divenire non sarebbe possibile. Così p. es. nel pane vi sono omeomerie di tutte le cose, pur prevalendo quelle del pane; ciò spiegherebbe come, attraverso l'assimilazione nutritiva, il pane diventi carne, entrando a far parte di un composto (il corpo animale) in cui prevalgono le omeomerie della carne.

DUNS SCOTO

filosofo e teologo scozzese (Maxton ca. 1266-Colonia 1308). Francescano, compì gli studi a Oxford e si addottorò nel 1305 a Parigi, nella cui università fu lettore delle Sentenze di Pier Lombardo. Ne continuò poi la spiegazione a Colonia, dove lo colse la morte. Per la sottigliezza della sua argomentazione fu soprannominato doctor subtilis e la sua dottrina divenne ufficiale per il suo Ordine. Venuto dopo San Tommaso e San Bonaventura, D. rappresenta l'ultimo sviluppo della scolastica: egli mantiene inalterato l'ossequio all'ortodossia cattolica, ma diventa critico e talora antagonista nei confronti di San Tommaso e di San Bonaventura. Nel suo sforzo di sintesi del pensiero platonico con quello aristotelico, il filosofo afferma la preminenza della volontà sull'intellettualismo aristotelico, ma solo nel campo che sfugge alla scienza. Questa, da parte sua, dipende da una dimostrazione razionale assolutamente rigorosa: sotto questo profilo è da escludere ogni valore scientifico della teologia, che ricade sotto il dominio della volontà. Ben distinta dalla teologia è invece la metafisica, scienza teoretica per eccellenza, che ha come suo oggetto l'essere colto nella sua assoluta indipendenza, fuori da ogni suddivisione di finito o infinito. Sulla linea del fideismo francescano, D. accentua pertanto la divisione tra filosofia e teologia, preludendo alla radicale separazione tra i due ambiti quale verrà teorizzata dagli occamisti. Passando poi al concetto di esseri reali, D. afferma che sono sempre individuali e che l'universalità del loro concetto è data dalla sostanza comune ai vari generi; si ha così una sostanza "uomo", comune sia al concetto sia agli individui uomini, una sostanza "animale" comune sia al concetto di animalità sia agli individui animali. Il principio che contrae la sostanza comune nell'essere individuale è dato dall' haecceitas, in cui i singoli elementi concorrono a formare un tutto (p. es., questi occhi, questo naso, questa bocca costituiscono questo viso). In questa posizione il pensiero di D. si differenzia essenzialmente da quello di San Tommaso, che spiegava l'individualità mediante la materia. E proprio per non aver compromesso il principio d'individuazione con la materia, D. si pone in netta antitesi con Averroè, dimostrando impossibile la tesi averroista sull'universalità dell'intelletto agente. Ma in questa esasperata affermazione dell'individualismo metafisico, carica di conseguenze per la filosofia, la teologia e l'etica, si può già intravedere la crisi del pensiero medievale, che esploderà nel sec. XIV. Le opere fondamentali di D., ritenute autentiche dalla critica moderna, sono: De primo principio, Quaestiones subtilissimae in Metaphysicam Aristotelis , e soprattutto l' Opus Oxoniense e l' Opus Parisiense (che raccolgono il commento alle Sentenze di P. Lombardo, tenuto rispettivamente a Oxford e a Parigi). È stato proclamato beato nel 1993.

EMPEDOCLE

(gr. Hempedokles), filosofo greco (Agrigento ca. 492-? ca. 432 a. C.). L'ultimo dei grandi filosofi naturalisti presocratici, ebbe fama di medico e di guaritore e la sua figura divenne leggendaria. Partecipò alla vita politica della sua città, dalla quale pare sia stato esiliato, perché appartenente al partito democratico. Condusse una vita randagia in Sicilia, Magna Grecia e, probabilmente, nel Peloponneso. La sua morte è misteriosa: si racconta che si sia gettato nell'Etna per farsi credere un dio. Nel poema Sulla Natura E. espone la sua concezione cosmologica, cercando la ragione del divenire e interpretandolo come mescolanza e dissoluzione delle quattro radici di tutte le cose, che egli identifica negli elementi ultimi della realtà: fuoco, acqua, terra e aria. Mediante tale teoria, E. cerca di fondere le due scuole, eraclitea (moto) ed eleatica (essere, stato). Il divenire è determinato dall'azione di due forze opposte, l'Amore che tende a unire gli elementi e l'Odio che tende a dividerli. L'azione di queste forze genera i cicli cosmici. Quando domina esclusivamente l'Amore si ha lo Sfero e cioè la perfetta unità e armonia di tutte le cose in cui non c'è distinzione alcuna. L'Odio separa questa unità e fa sorgere così le cose particolari, il mondo, che rappresenta la fase di equilibrio fra le forze opposte. L'Odio conduce poi alla dissoluzione delle cose e al caos finché l'Amore non interviene a invertire la tendenza per ripercorrere il ciclo. Nel poema le Purificazioni E. sostiene la teoria della metempsicosi con la quale si attua la legge di giustizia che esige l'espiazione delle colpe. Al valore speculativo del suo pensiero E. unisce una notevole forza poetica, come si rileva dai frammenti pervenuti.

ANASSIMANDRO
(Anaxímandros), filosofo ionico (611-547/546a. C.). Per primo tra i filosofi greci, scrisse un libro di filosofia naturale, denominato in tempi posteriori Della natura.S'interessò anche di astronomia e geografia e il suo mappamondo, rielaborato da Ecateo di Mileto, ebbe grande importanza: concepisce la Terra non più come una superficie piatta ma come un cilindro che si libra nel mezzo del mondo, privo di ogni moto per la sua equidistanza dagli estremi. Gli esseri viventi sono per A. originati dal mare e l'uomo stesso deriva da altri viventi più semplici. Principio della realtà non può essere qualcosa di definito qualitativamente, perché il divenire consiste nella separazione degli opposti, e alla sua origine deve esservi necessariamente come principio ( archè) un indeterminato ( ápeiron). È difficile definire cosa A. abbia inteso effettivamente per ápeiron: se una mescolanza di elementi materiali semplici (come crede il Ritter), oppure una materia semplice e indeterminata qualitativamente (come è parere dello Zeller). Anche appoggiandosi sulla testimonianza di Teofrasto, si può reputare più fondata quest'ultima interpretazione. La determinazione delle cose consiste nell'uscire da questo stato originario, ma questo atto costituisce un'ingiustizia cosmica perché il finito si oppone all'infinito ( ápeiron) tentando di affermarsi come assoluto. Ecco quindi la punizione nella ricorrente dissoluzione degli individui e il loro ritorno nell' ápeiron.

ANASSIMENE
filosofo greco (560-528 a. C.). Terzo dei filosofi ionici, dopo Anassagora e Anassimandro, A. considera principio del reale l'aria. Dalla contrazione e dall'ispessimento di essa si genera il freddo; dalla rarefazione e dall'assottigliamento invece nasce il calore. Pertanto dall'aria deriva nel secondo caso il fuoco, nel primo il vento, quindi le nubi, l'acqua, la terra. L'assunzione di un principio materiale può sembrare un regresso rispetto all' ápeiron di Anassimandro, ma in realtà A. è il primo a tentare, attraverso il duplice processo di ispessimento ( púknosis) e rarefazione ( araíosis), una descrizione analitica del modo in cui dalla materia originaria si giunge agli enti determinati. Inoltre è di grande importanza il parallelo, reso possibile proprio dall'assunzione dell'aria come primo principio, tra l'origine del cosmo e l'anima umana, essa stessa soffio vivificante ( pnéon, soffio): in esso si può vedere in nuce la futura dottrina dell'uomo che, quale microcosmo, riproduce in sé la struttura del mondo o macrocosmo. A. concepisce la Terra come una superficie piatta, fluttuante nell'aria; il Sole e le stelle sono nati dalla Terra, perché i vapori umidi che da essa si staccano rarefacendosi divengono fuoco dal quale nascono gli astri. Questi non proseguono il loro viaggio circolarmente sotto la Terra,durante il periodo del giorno in cui non compaiono, ma, giunti all'orizzonte, contornano il disco terrestre sino al luogo donde risorgono; le montagne del settentrione impediscono la loro osservazione durante questo periodo.

ARCHIMEDE
Biografia
(gr. Archimedes). Matematico e fisico siracusano (Siracusa 287 a. C.-212 a. C.). Figlio di un astronomo di nome Fidia, compì i suoi studi o almeno parte di essi ad Alessandria con i continuatori di Euclide; tornato a Siracusa, mantenne sempre contatti e scambi di informazioni scientifiche con i matematici alessandrini, in particolare Eratostene, Conone di Samo e Dositeo, i cui nomi figurano nelle dediche di alcune sue opere. Legato da amicizia e forse parentela a Gerone, tiranno di Siracusa, svolse la sua attività di matematico e inventore sotto la sua protezione e al servizio della città, come testimoniano le numerose macchine per impiego bellico, di cui ci parla lo storico Plutarco, ideate per resistere all'assedio dei Romani (leggende più tarde giunsero ad attribuirgli i famosi specchi ustori). Nonostante una difesa protrattasi per oltre tre anni, Siracusa dovette soccombere e si racconta che, proprio durante il saccheggio, un soldato romano, non rispettando gli ordini impartiti dal console Marcello, uccise il grande scienziato mentre era intento nei suoi calcoli.
Il pensiero e le opere
Gli studi di A. abbracciano vasti campi della scienza, tuttavia la sua fama resta essenzialmente legata alle scoperte di geometria e alle non meno celebri scoperte di idrostatica. Tra le molte sue opere, a noi pervenute nel testo originale greco o attraverso traduzioni latine e arabe, citiamo le principali. Dell'equilibrio dei piani, trattato di statica di cui restano solo due libri, nel quale, riprendendo il metodo assiomatico utilizzato da Euclide per la geometria, determina i centri di gravità o baricentri di molte figure e stabilisce la legge di equilibrio delle leve. Nel trattato Sui corpi galleggianti, pone le basi dell'idrostatica dimostrando il famoso principio ancor oggi legato al suo nome (v. oltre). L'opera contiene inoltre molte proposizioni relative al peso specifico e una serie di teoremi sulle condizioni di equilibrio di corpi immersi nell'acqua. Gli studi dedicati alla geometria piana sono esposti soprattutto nelle opere Sulla misura del cerchio e Delle spirali.Nella prima, partendo da considerazioni sui poligoni regolari inscritti e circoscritti a un cerchio, ottenuti raddoppiando il numero dei lati di un esagono fino a novantasei, dimostra che il valore del rapporto tra circonferenza e diametro (il numero p, detto anche numero di A.) è compreso tra < vedi formula > . Nella seconda, de- scrive numerose proprietà della curva detta appunto spirale di Archimede.Tuttavia i risultati di maggior interesse sono raggiunti nell'opera Della sfera e del cilindro, la più nota durante tutta l'antichità. Usando con rigore il metodo di esaustione, A. riesce a determinare l'area della superficie sferica e a dimostrare in particolare il teorema sul rap porto di < vedi formula > tra il volume della sfera e quello del cilindro a essa circoscritto. Nel breve trattato di aritmetica L'arenario, delinea un metodo per esprimere numeri comunque grandi, quale quello dei granelli di sabbia necessari per riempire l'intero globo celeste, riuscendo a evitare la difficoltà imposta al problema dal sistema di numerazione posseduto dai Greci; ciò facendo espone, in antitesi al pensiero di Aristarco, varie considerazioni sulle dimensioni dell'universo e calcola il diametro del Sole. Tra gli altri scritti di A., grande importanza riveste Il metodo, frammento di una sua opera dedicata a Eratostene, rinvenuto nel 1906 in un palinsesto conservato a Costantinopoli. Esso ci rivela, con grande chiarezza, come A., pur valendosi del metodo di esaustione per procurare alle proprie scoperte una base logicamente sicura, preferisse ricorrere a considerazioni intuitive, di carattere misto matematico e meccanico, nella fase di ricerca. Tale procedimento, analogo nell'aspetto matematico a quello che, molti secoli più tardi, verrà adottato dagli analisti del Seicento, consiste nel considerare superfici e volumi come somme di un numero infinito di elementi infinitamente sottili e nell'immaginare le figure pesanti col peso concentrabile nel loro baricentro: quest'ultimo costituisce l'aspetto meccanico del metodo archimedeo. Le invenzioni meccaniche di ordine pratico hanno avuto, nell'insieme dell'attività di A., un ruolo episodico, come prova il fatto che nessuna delle sue opere riguarda tali invenzioni. Fra le molte a lui attribuite, per le quali è difficile separare la realtà dalla leggenda, si citano: la coclea (o vite d'A.) usata per il sollevamento dell'acqua destinata all'irrigazione, un complesso sistema di leve, argani, verricelli per il varo di una nave di eccezionale grandezza e il celebre planetario nel quale un complicato gioco di ingranaggi permetteva la raffigurazione del moto degli astri. Gli studi di A. ebbero un'influenza notevole nella storia della scienza sia nell'antichità quando si prese a modello soprattutto il rigore delle sue dimostrazioni, sia nel Rinascimento quando le sue opere, pubblicate in versioni o nel testo originale, furono oggetto di grande interesse per coloro che fondarono la moderna scienza sperimentale. Postulato di Archimede
Date due grandezze geometriche esiste sempre una grandezza multipla di una che è maggiore dell'altra.
Principio di Archimede
Caso particolare dell'equazione generale dell'idrostatica: afferma che un corpo immerso in un fluido riceve una spinta verso il piano a pressione relativa nulla (piano dei carichi idrostatici=p.c.i.) quindi, nel caso più comune, verso l'alto, pari al peso di fluido spostato. Questo principio trova la sua applicazione più importante nello studio dell'equilibrio dei galleggianti; su esso si basa anche il principio di funzionamento della cosiddetta bilancia di A., detta più comunemente bilancia idrostatica, usata per la misura della densità di un corpo (v. bilancia). Per la spirale di A.

ARISTOTELE
Biografia
(gr. Aristotéles; lat. Aristoteles). Filosofo greco (Stagira 384-Calcide 322 a. C.). A diciotto anni giunse ad Atene, alla scuola di Platone, e vi rimase fino alla morte del maestro (347 a. C.). Andò poi ad Asso, nella Troade, alla corte del tiranno Ermia, dove esisteva una comunità filosofico-politica di tipo platonico, e a Mitilene. Nel 343 fu chiamato da Filippo re di Macedonia alla corte di Pella come precettore del figlio Alessandro (quarant'anni prima era stato a quella corte, come medico del re Aminta, il padre di A., Nicomaco): ad Alessandro egli seppe inculcare l'ideale della superiorità della cultura ellenica e della sua universale capacità di espansione e dominio. Nel 335 tornò ad Atene, dove ormai era prevalso il partito filomacedone, e vi fondò una scuola, il Liceo, così chiamata perché aveva la sua sede fra i viali intorno al tempio di Apollo Liceo; poiché gli insegnamenti più ristretti venivano tenuti passeggiando per questi viali i filosofi aristotelici vennero anche chiamati peripatetici. Qui insegnò per tredici anni, fino alla morte di Alessandro (323). Accusato d'empietà dal partito antimacedone, fuggì a Calcide, dove morì l'anno dopo.
Le opere
A proposito della produzione di A. si suole distinguere gli scritti esoterici o acroamatici (destinati a una ristretta cerchia di discepoli) da quelli essoterici destinati al pubblico. Gli scritti esoterici, che hanno forma dialogica, sono andati tutti perduti: abbiamo solo frammenti di alcune opere giovanili, dell' Eudemo (sul problema dell'immortalità), del Protreptico(esortazione alla filosofia) e dello scritto Sulla filosofia o sul bene.Questi scritti, anche letterariamente ammiratissimi, furono quelli che il gran pubblico conobbe fino al sec. I a. C., quando furono eclissati dagli scritti di scuola, dei quali Andronico di Rodi diede un'edizione sistematica. Si dividono in: A) scritti di Logica, indicati tradizionalmente col nome di Organon(strumento della ricerca): Categorie, Dell'interpretazione , Analitici primi e Analitici secondi, Topici ed Elenchi sofistici; B) scritti di fisica, storia naturale e psicologia: Fisica, Sul cielo, Le Meteore , Sulla generazione e corruzione , Sulla generazione degli animali , Sulle parti degli animali , Sulla trasmigrazione degli animali , Sul movimento degli animali , Sull'anima , Parva Naturalia; C) la Metafisica, in 14 libri, concernenti le questioni di quella che A. chiamava "filosofia prima" e che, appunto perché nell'ordinamento di Andronico si trovava dopo i libri di fisica, fu chiamata metafisica; D) opere di etica e politica: Etica Eudemia, Etica a Nicomaco , Grande Etica , Economica , Politica , Costituzione di Atene; E) Retorica e Poetica.
Il pensiero: il periodo iniziale
Molti hanno in mente la Scuola d'Atene di Raffaello nelle Stanze Vaticane: Platone indica il cielo, A. addita la Terra. La presentazione dei due grandi filosofi è giusta: gioverà chiarire in che senso. Per venti anni A. rimase al fianco di Platone che, fondata l'Accademia, vi insegnava coadiuvato da assistenti, il più celebre dei quali fu appunto lo stesso Aristotele. Non c'è argomento trattato dal maestro che A. non abbia ripreso e approfondito. Di Platone è nota soprattutto la concezione che la vera realtà non sia questo mondo sensibile nel quale ora si vive, ma un altro mondo, un mondo ideale a cui si deve tendere, staccandosi dagli interessi terreni. E A., negli ammiratissimi ma ora perduti Dialoghi giovanili, tra cui l' Eudemo o dell'immortalità e il Protreptico o Esortazione alla filosofia, arrivò a tale repulsione per il corpo fisico da paragonare l'unione dell'anima col corpo all'atroce supplizio a cui i pirati etruschi costringevano sulle navi i prigionieri quando li legavano, vivi, ai cadaveri putrescenti di altri prigionieri già morti. Più tardi, nel dialogo Sulla filosofia o sul bene, e poi nelle opere di scuola, A. giunse a una nuova concezione, per cui ritenne l'anima "forma" immanente del corpo, e non suo semplice "ospite" eterogeneo. Meno nota è la ragione per la quale Platone giunse a pensare le "idee". Come Socrate, Platone aveva lo sguardo fisso a quel che si dovrebbe essere: giusti, onesti, ecc. Vedeva il contrasto fra quello che si è effettivamente e quello che si dovrebbe essere. Della torbida vita degli uomini e della precaria vita della natura Platone fece analisi così acute e così vaste, che quelle celeberrime di A. ne furono piuttosto grandiose prosecuzioni: donde l'impressione che, almeno per questo rispetto, Platone e A. abbiano offerto all'umanità un insegnamento in larga parte concorde. Prevale nel pubblico (non però nell'ambito della critica storiografica più scaltrita) l'immagine di un A. che, a un certo momento di maturazione del suo pensiero, dovette criticare e contraddire il maestro: " amicus Plato, sed magis amica veritas". Invero, A. spesso dice: "noi della scuola di Platone". Ma la polemica di A. è risoluta e non conosce mezzi termini, sebbene sia sempre un platonico che, criticato l'aspetto più noto del platonismo, resta ancorato ai presupposti di quel pensiero: l'universalità dei concetti e la loro funzione di "principi" della realtà umana e naturale. Platone e il suo maestro Socrate s'erano trovati a vivere in un'epoca di crisi durante la quale si era affermato una sorta di relativismo (sofistica). Gli stessi concetti base della vita politica ne furono travolti. Si giunse a sostenere che fosse "giusto" che il più forte di corpo e di mente asservisse i più deboli contro chi, al contrario, riteneva che tutti debbono agire onestamente, siano o no veduti da altri uomini. Socrate e Platone esigevano un concetto unico di "giustizia", valido per tutti gli uomini e in tutte le circostanze e occasioni. Platone chiamò "idea della giustizia" questo concetto unico, che tutti debbono ammettere e riconoscere, e lo concepì come un modello ideale, a cui ci si deve ispirare per essere giusti il più possibile. A. accentuò, piuttosto che la giustizia ideale, la pratica che si fa di tale virtù: in alcune pagine dell' Etica a Nicomaco distinse i vari compiti della giustizia, "commutativa" quando regola lo scambio delle merci, "distributiva" quando assegna gli onori a chi li merita, "correttiva" quando punisce ed emenda. Ma, pur distinguendo i diversi compiti della giustizia, A. mantenne il concetto di giustizia in universale, a volte presentandola come una delle virtù della vita sociale, e altre volte come la virtù che gli uomini devono praticare nella vita civile (i Greci dicevano: nella vita politica, perché pólis era per loro la città). Da tali virtù etiche A. distingueva poi le virtù della vita di puro pensiero: la sapienza, l'intelligenza, la scienza. Attribuiva loro maggior pregio che alle virtù etiche e riteneva che levandosi a esse l'uomo gusti, pur in modo parziale e discontinuo, quella beatitudine che propriamente è di Dio.
Il pensiero: la logica e la metafisica
Platone non aveva riconosciuto solo idee che sono ideali, come la perfetta giustizia, la perfetta eguaglianza, ecc., ma aveva pensato come idee anche le specie, dicendo che, p. es., la specie cane è presente nei vari individui di tale specie, individui che imitano l'idea della specie e sono copie imperfette di quel modello perfetto. A. non solo ammetteva la presenza della specie negli individui, ma nella Fisica e nella Metafisica stabiliva che ogni cosa è un composto ("sinolo") di materia e di forma, e forma è appunto l' eîdos, la specie. Riteneva però che la forma operi dentro la materia e le sia quindi immanente: quando un albero si sviluppa da un seme, che era già quell'albero ma solo in potenza, l'attuazione di tale potenza è il compimento finale di un processo di sviluppo dall'interno del seme. Certo, quando lo scultore traduce in una materia come il bronzo l'idea che ha in mente, tale idea è nella mente dell'artista prima di realizzarsi nella statua; ma ciò significa che quella forma era nella mente dello scultore prima d'esser attuata nella statua: cioè l'idea è sempre immanente al processo che essa stessa mette in moto, col concorso o della natura, come nel caso dell'albero, o dello sforzo muscolare dell'artista, come nel caso della statua. Così l'idea, per A., non è mai trascendente, e averla immaginata come un modello ("paradigma") che le cose reali imitino imperfettamente, è stato un parlare poetico, che A. non perdona al suo maestro. Anzi, se Platone aveva poetato miticamente di un Operaio divino ( Demiurgo) che avesse fabbricato il nostro mondo sensibile guardando alle idee e copiandole nella materia, altrimenti indeterminata, del nostro mondo, A. rifiutava questo celebre mito del Timeo platonico. E non ne aveva bisogno perché, nella sua concezione, il mondo non ha avuto principio nel tempo, bensì è una catena di processi che perennemente sviluppano atti da potenze. La ragione principale per cui A. arrivò alla conclusione che "le idee non esistono" è meno nota di quanto dovrebbe essere. Tra i Dialoghi platonici, che erano già opere classiche agli occhi dei contemporanei, se il Fedone predicava ai filosofi il "morire al corpo", cioè il volontario staccarsi dagli interessi sensibili, il Fedro, nella prima parte, concludeva la più acuta fisiologia, psicologia e filosofia dell'amore che si sia mai scritta con la teoria dell'amore che, dalla contemplazione delle bellezze sensibili e singole delle persone di cui ci si innamora, si leva a contemplare e amare la Bellezza-idea, pura e perfetta, di cui le persone e le cose belle sono imperfettissime imitazioni. La Bellezza-idea, insieme con la Giustizia-idea e con tutte le idee, è in un luogo, in un "mondo" che è al di sopra di questo nostro mondo sensibile che i Greci chiamavano "cielo". L'inno di Platone a tale regione sovra-celeste, mondo non sensibile ma puramente intelligibile, toccava tali vertici di poetica suggestione da indurre a credere che ci fossero due mondi tra loro simmetrici: il mondo delle idee, modelli perfetti ed eterni, e il mondo delle cose sensibili, imitanti imperfettamente e temporaneamente i modelli da cui prendono nome (Socrate prende nome di uomo dalla "specie umana" a cui appartiene, e così un'azione giusta prende nome dalla "giustizia" pura a cui si ispira). Ma nella seconda parte del Fedro Platone teorizzava l'operazione logica con cui si divide un genere nelle sue specie, poi suddivide ogni specie nelle sue sottospecie, e così via. Ora, se l'idea della "specie uomo" rientra sotto l'idea del genere "essere vivente", e a sua volta l'idea di "essere vivente" rientra nel più ampio genere di "essere" in generale, quale sarà l'idea che, secondo Platone, è presente in Socrate, uomo singolo? Sarà l'idea della "specie uomo"? O ci sarà anche l'idea del genere "essere vivente" e quella del genere sopraordinato di "essere" in generale? Platone aveva poi svolto, in altri Dialoghi, lunghissime divisioni di concetti per arrivare a definire che cos'è un sofista e che cosa deve essere un uomo politico. A. era stato vicino a Platone proprio negli anni in cui il maestro insegnava nell'Accademia il procedimento della divisione dei concetti: procedimento su cui Platone fondava la "dialettica", scienza suprema che studia e fissa i rapporti di coordinazione e di subordinazione delle idee. Ora, osservava A., se l'idea fosse, come diceva Platone, l'analogo intelligibile dell'uomo singolo sensibilmente vivente, a quale idea sarebbe analogo l'individuo Socrate? All'idea di uomo, forse; ma se l'idea di uomo è compresa nell'idea di vivente, poiché tali idee costituiscono un nesso inscindibile, nessuna di esse sarà un essere ideale in un mondo intelligibile di cui il nostro mondo sensibile sia copia, ma tutte le idee sono soltanto concetti, che si riferiscono l'uno all'altro: quando di Socrate si predica che è un uomo, del concetto di "uomo" si dice che rientra nel genere "essere vivente", e del concetto di "essere vivente" si dice che sta sotto il concetto di "essere in generale". Così A. riduce le platoniche idee, essenze sovracelesti, a umani concetti, che si usano per definire ogni specie dal genere a cui appartiene, indicando la differenza che la distingue dalle altre specie del medesimo genere. §In luogo della platonica dialettica delle idee, A. svolse un'analisi logica dei concetti, che indicano o sostanze, o "accidenti" delle sostanze, cioè proprietà a esse inerenti; e sono queste le famose "categorie": sostanza, qualità, quantità, luogo, tempo, azione, passione, relazione, sito, abito. All'analisi dei concetti A. fece seguire quella dei giudizi e delle proposizioni in cui tali giudizi linguisticamente si esprimono (e sono giudizi, per quantità, universali o particolari; per qualità, affermativi o negativi; per modalità, indicanti o la necessità di quel che esprimono, e allora si dicono "giudizi apodittici", o una semplice possibilità, e in tal caso si dicono "giudizi ipotetici"). Si ragiona quando si scopre il legame che unisce logicamente una proposizione ad altre proposizioni. Nel ragionare, se ci si fonda su semplici probabilità, i nostri ragionamenti dovranno misurarsi con quelli di altri che anche muovano da semplici probabilità: e A. chiama tali ragionamenti (che studia nei Topici) "dialettici", per il dialogo che non si può mai chiudere tra ragionamenti soltanto probabili. Ma se si parte da principi inconfutabili, il ragionamento approderà a conclusioni certe, "apodittiche", a cui non si può nulla obiettare: e ciò è proprio della scienza, da A. studiata negli Analitici secondi, mentre gli Analitici primi studiano il funzionamento del ragionamento in generale, sia che muova da premesse certe, sia che poggi su semplici probabilità.
Il pensiero: fisica, psicologia e teologia
Analista insuperabile, A. studiò ogni aspetto della vita naturale e umana. Nella Fisica studiò il movimento in generale e quello dei cieli in particolare (l'astronomia tolemaica deriva da Aristotele). Grazie alle osservazioni di tutto un corpo di ricercatori, disse cose acute sulla generazione e il moto degli animali. Studiò il sonno e la memoria degli uomini e nei celebri libri Sull'anima propose il concetto dell'anima come "forma" del corpo di cui rende attuale la vita: donde un legame intrinseco di anima e corpo, che rende incerta l'affermazione che sia immortale l'anima individuale, mentre è certamente eterno l'Intelletto universale che rende attuale la potenza d'intendere propria di ogni anima umana. Questo Intelletto universale umano regge il nostro mondo sublunare, mentre altre Intelligenze presiedono alle sfere celesti superiori alla nostra sfera terrestre costituita al di sotto della Luna. Intelletto supremo è quello con cui si identifica Dio: privo di corpo e tutto attuale (atto puro), non è un agente fisico che imprima il moto – moto circolare eterno – alle sfere celesti: sfere visibili ma eterne, dove niente nasce, niente perisce e niente muta, mentre la nostra sfera terrestre è caratterizzata dal perenne mutamento qualitativo; movimento di traslazione delle sue parti da un luogo all'altro, accrescimento e diminuzione, nascita e morte. Sono le sfere inferiori che si muovono per amore dell'Intelletto supremo, né mosso né movente; ma l'Intelletto supremo non ama ciò che lo ama, né lo conosce: la sua vita è bensì pensiero, ma pensiero di sé che è puro pensiero, e beatitudine in quanto pura attività di pensiero, né conscia né sollecita delle cose dell'universo. Così A. può dire che hanno per qualche verso ragione quelli che, come i platonici, ammettono qualche cosa di separato dal mondo fisico, ma separato da ciò che è fisico è il puro Intelletto supremo che è Dio, non le idee, che non esistono.
Il pensiero: etica, pedagogia e politica
L'uomo partecipa d'intelligenza quando l'Intelletto muove la sua potenza di intendere rendendola attuale, ma il suo comprendere è legato agli organi di senso corporei, da cui riceve le informazioni sensibili onde si leva ai concetti universali. Essere terreno qual è, l'uomo riesce tuttavia a insignire la sua esistenza di pregi ( aretaí, virtù), di cui A. fa la celebre analisi che occupa tanta parte dell' Etica . Nelle virtù che regolano i rapporti sociali, spetta alla ragione trovare, volta per volta, il giusto mezzo fra la temerità e la paura (la forza d'animo), tra la dissipazione e l'astinenza (la temperanza), tra la prodigalità e l'avarizia (la liberalità). Si colloca a questo punto anche il problema educativo, che non ebbe in A. una trattazione specifica, ma che si può sufficientemente delineare dalle sue opere, specie dall' Etica a Nicomaco e dalla Politica: il fine della formazione dell'uomo è sociale nel senso più stretto e avviene mediante la cura della mente e del corpo, la pratica delle virtù etiche e dianoetiche, e una seria educazione estetica che tonifichi i sentimenti. Se l'idea pedagogica nulla deve ad A. in originalità, a lui molto deve la storia della pratica educativa. Egli realizzò, nel suo Liceo, la prima vera Università: i giovani approfondivano i più vari argomenti mediante ricerche di gruppo e dal confronto delle idee maturava il metodo scientifico e democratico, aperto e pubblico. Fine naturale di tutti gli uomini è la felicità. Ogni attività genera piacere, e quella del piacere e dei piaceri è un'altra celebre analisi aristotelica, come parimenti quella dell'amicizia, di cui la forma più nobile si fonda sulla virtù. Le distinzioni introdotte da A. in ogni campo da lui studiato sono rimaste acquisite a tutta la cultura occidentale. Studiate le costituzioni di molte città greche, distinse tre forme di ordinamento statale: il governo di pochi, o di molti, o di uno solo. Stato perfetto sarebbe quello in cui tutti i cittadini sapessero virtuosamente comandare da vecchi dopo aver obbedito virtuosamente da giovani. L'uomo è per natura portato a vivere socialmente(è "animale politico" ): e alla vita politica è legata una delle forme dell'oratoria, la deliberativa, mentre sono altre forme di eloquenza la dimostrativa e la giudiziaria (queste forme furono studiate da A. nella Retorica).
Il pensiero: poetica
Egualmente famosa è, nella Poetica, la distinzione della poesia in tragica, comica ed epica. Preso a modello di tragedia perfetta l' Edipo Re di Sofocle, A. studiò il potere che hanno le tragedie di suscitare spavento negli spettatori e poi rasserenarli con la purificazione delle passioni o "catarsi". Come imitazione non del reale ma del possibile, la poesia è più valida della storiografia, vincolata ai fatti avvenuti.
Importanza di Aristotele nella storia del pensiero
Nella storia del pensiero greco A. eccelle come uno degli intelletti più alti, capace di dissertare non solo nell'ambito filosofico, ma in tutti i rami dello scibile del suo tempo e di organizzarli in una solida struttura unitaria, che resisterà ai secoli, informando la cultura dell'Occidente. Fra l'ansia dell'ideale presente nella religiosità di Platone e la passione per l'osservazione particolareggiata delle cose degli Asclepiadi, A. si colloca nel giusto mezzo, tentando di armonizzare i due estremi con la sua penetrante capacità di logico incomparabile, che indaga e scopre gli elementi di fusione. A. studia le cose della Terra, ma nel contempo afferma che il poco che è dato conoscere delle realtà divine è molto più piacevole di tutte le cose terrene. Ed è pure suo insegnamento che la natura trae il principio del suo vivere da Dio e che la scoperta, che di essa si va facendo, richiama l'esigenza di quell'Essere trascendente, che nel pensiero del filosofo diventa complemento necessario della sua fisica e della sua metafisica: un Essere che A. non disperde nelle nebbie di un principio astratto, ma oggettiva in un principio che dà e chiede conoscenza.
Iconografia
Il ritratto di A. è noto da una quindicina di copie (la migliore è a Vienna, al Kunsthistorisches Museum) che vengono fatte risalire all'originale ordinato da Alessandro Magno quasi sicuramente a Lisippo.
illusione di Aristotele
Effetto illusivo tattile che consiste nell'impressione che un oggetto (p. es., la punta del naso) sia doppio, una volta che venga toccato con i polpastrelli di due dita incrociate. Questa illusione ha suscitato la curiosità di diversi pensatori; sono famose le pagine che le dedicò Cartesio nel De homine.Attualmente viene interpretata nel quadro della teoria della riafferenza.

ORGANON
nome dato agli scritti di logica di Aristotele comprendente: le Categorie, Sull'interpretazione, gli Analitici primi, gli Analitici secondi, i Topici e gli Elenchi sofistici.

POLITICA
(gr. tà Politiká). Opera filosofica di Aristotele, suddivisa in otto libri e giunta a noi incompleta e poco ordinata: principio fondamentale della vita politica – afferma Aristotele – è la ferma convinzione che l'uomo è un essere sociale e per attuare la sua personalità deve necessariamente essere inserito in una forma sociale (famiglia, tribù, città, Stato). Famiglia, tribù e città (in quanto estensione territoriale, raggruppamento di un dato numero di persone di razza uguale o diversa) sono però forme imperfette e insufficienti, perché a dare vera organizzazione politica e autentica forma di associazione civile è solo la città-Stato, che si è data una propria "costituzione", cioè un'organizzazione razionale. Aristotele non propende per questa o quella forma di governo: le giudica tutte buone, ma tutte ugualmente passibili di degenerazione; tutt'al più si può stabilire fra loro una specie di graduatoria solo nella proporzione in cui l'una riesce meglio delle altre ad assicurare l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. È un modo di guardare la realtà politica con una mentalità eminentemente empirica, di fermarsi al "come è" e non al "come dovrebbe essere". Non fa quindi meraviglia che accetti come fatti naturali la proprietà privata e la schiavitù: così le ha trovate e così le accetta, considerando immodificabili le strutture politiche in cui vive. Di conseguenza anche l'educazione del futuro cittadino dovrà corrispondere alla forma e qualità di costituzione che lo Stato a cui appartiene si è dato.

POETICA
(gr. Perì poietikes). Opera di Aristotele, scritta fra il 334 e il 330 a. C. ca.; era suddivisa in due libri, ma il secondo (sulla poesia giambica e sulla commedia) non ci è pervenuto. Nel primo libro il filosofo espone le sue teorie sull'essenza della poesia in generale e sui diversi generi letterari. Natura della poesia – dice Aristotele – è l'imitazione del reale, che si può esplicare in vari modi, di cui ognuno costituisce un genere letterario. La tragedia è il genere che imita i casi più importanti della realtà con personaggi che non si limitano a narrare i fatti, ma li riproducono con l'azione scenica, provocando nello spettatore il proposito di purificarsi dalle passioni (catarsi) di cui sulla scena ha visto i terrificanti effetti. Per raggiungere questo scopo l'opera tragica deve possedere "unità d'azione", presentarsi come "verosimile", non come "vera", perché il vero attiene solo al particolare e rientra nella storia; il verosimile invece attinge l'universale, vero oggetto della poesia, che è vicina alla filosofia, la scienza dell'universale. Uguale funzione Aristotele riconosce alla musica. Molto accesa è stata fra i commentatori di Aristotele la discussione se il filosofo intendesse la "catarsi" prodotta dalla tragedia come purificazione "dalle" passioni o "delle" passioni, volendo intendere nel primo caso la liberazione dalle passioni e nel secondo una loro sublimazione; su questa ultima interpretazione il consenso è molto più vasto. Altra discussione è sorta sulle "tre unità" (di tempo, di luogo, di azione), ma in realtà il filosofo parla solo di "unità d'azione". La P. di Aristotele ha influenzato lungamente l'indirizzo estetico dell'Occidente, tanto che la sua autorità rimaneva ancora indiscussa nella seconda metà del sec. XVI.

AVERROE’

Biografia
(arabo Ibn Rushd). Filosofo arabo (Cordova 1126-Marrakech 1198). Appartenente a una famiglia di giudici, seguì egli stesso questa carriera e fu giudice a Siviglia. Dal 1182 fu medico dei califfi Abu Ya!qub Yusuf ibn al-Mu'min e Abu Yusuf Ya!qub al Mansur. Nel 1195 cadde in disgrazia a causa delle accuse degli ortodossi; la protezione del califfo Abu Yusuf Ya!qub al Mansur gli salvò la vita, ma dovette andare in esilio in Marocco.
Il commentatore
A. fu per l'Occidente latino il commentatore di Aristotele; la sua attività intendeva restaurare il significato autentico dell'opera di Aristotele, al di là delle interpretazioni neoplatonizzanti di al-Farabi e Avicenna. Tre sono i tipi di commentario usati da A.: il Grande Commentario, in cui viene seguito il metodo ancora greco della spiegazione frase per frase del testo aristotelico, cui si aggiungono spesso note di A., indicate come Commentaria; il Commentario medio, consistente in un riassunto di testi aristotelici; le Parafrasi, in cui è riportato solo il senso dei libri aristotelici, ridotti a un'esposizione che non segue l'ordine originale, con sviluppi personali di Averroè. Inoltre A. difese la filosofia contro al-Ghazzali in un libro intitolato Distruzione della distruzione dei filosofi.A. intese mantenersi fedele ad Aristotele, che per lui rappresentava il più alto esempio di ciò che la natura sa produrre; ma questa sua è una fedeltà critica, retta da una continua indagine sulla filosofia e la tradizione religiosa.
Il pensiero religioso
Nei confronti della religione, A. si mostra attento a distinguere i vari livelli della fede. Vi sono infatti uomini che possono essere volti a Dio solo mediante argomenti tratti dalla realtà sensibile, altri cui meglio si adattano le esortazioni: per questi l'insegnamento coranico, che fa leva soprattutto sulla facoltà immaginativa, è particolarmente adatto. Per coloro invece che sono in grado di accedere al pensiero puro, all'ordine razionale, il Corano non contiene che esortazioni e spunti a proseguire la ricerca di Dio. Come è critico nei confronti della tradizione religiosa e dei commenti teologici al Corano, altrettanto A. si mostra verso la tradizione di pensiero araba. Alla dottrina di al-Farabi e di Avicenna – per i quali il molteplice nasce da Dio nel seno della Prima Intelligenza, dove si verifica la distinzione tra la semplice possibilità, che a questa è propria in quanto non coincide con Dio, essere necessario, e la causalità divina che la rende necessaria – A. contrappone la dottrina del necessario fluire della realtà molteplice da un'unica sorgente.
Il pensiero filosofico
Avicenna concepiva, neoplatonicamente, la realtà come un seguirsi di emanazioni, secondo il principio che una cosa deriva da una cosa sola; A. ritiene invece che l'ordine cosmico derivi dal comprendersi reciproco e dal convergere finalistico delle intelligenze. Il risultato è quello di una concezione del mondo come accordo di attività finalizzato al Dio supremo come scopo ultimo. La negazione della visione del mondo di Avicenna, come serie di realtà emananti l'una dall'altra, è pure visibile nella concezione che A. ha della generazione nel mondo sublunare: egli ritiene che non già, come per Avicenna, sia un'intelligenza separata a imprimere le forme alle cose materiali, bensì materia e forma sussistano all'interno di ciascun essere e sia il loro composto a generarsi, passando dalla potenza all'atto. Dalla dottrina della materia e forma si svolge anche la più celebre delle dottrine averroiste, quella dell'intelletto. La conoscenza inizia con l'impressione prodotta sui nostri sensi dalle forme materiali a noi esterne. Dalla contemplazione di tali impronte, come oggetto di conoscenza, si generano delle forme sensibili in atto, sulle quali l'immaginazione a sua volta interviene. Così elaborate le forme sono pronte, attraverso un ulteriore processo, a divenire degli intelligibili. Ma il passaggio da tali immagini a forme intelligibili non può essere immediato, perché esse sono in effetti solo potenzialmente intelligibili: è quindi necessario ammettere un intelletto attivo che le faccia passare dalla potenza all'atto. L'intelletto attivo, facendo passare in atto le forme intelligibili, fa passare in atto anche l'intelletto potenziale in cui esse vengono accolte, divenendo quindi per noi intelligibili. Le forme intelligibili hanno così una duplice relazione, con l'intelletto da un lato, con le immagini sensibili da cui derivano dall'altro. In tal modo esse sono eterne e nello stesso tempo corruttibili e generate. L'intelletto speculativo o acquisito, che nasce dall'attualizzazione dell'intelletto potenziale o materiale, è così almeno per un verso corruttibile: A. conclude che conseguentemente non v'è immortalità individuale per l'uomo, perché, sebbene l'intelletto attivo e quello materiale siano per sé eterni, la nostra partecipazione a essi è condizionata dalle immagini sensibili attraverso le quali avviene per noi l'attualizzazione dell'intelletto. L'intelletto attivo è l'oggetto di conoscenza più alto da noi raggiungibile. Alcuni uomini possono superare il limite della natura, degli oggetti materiali a noi esterni e cogliere l'intelletto agente stesso. Poiché questo è l'ultima delle Intelligenze celesti e a sua volta conosce l'Intelligenza a lui superiore, in una catena che di Intelligenza in Intelligenza risale sino a Dio, l'ultimo termine della scienza è la semplice conoscenza intuitiva di Dio stesso.

AVICENNA

La vita e le opere
Nome latinizzato del filosofo, medico e letterato persiano Abu Ali al-Husain Ibn Sina (Afshana, presso Buhara, 980-Hamadan 1037). Figlio di un funzionario della dinastia persiana dei Samanidi, manifestò fin da fanciullo una spiccata attitudine per gli studi filosofici e scientifici e in particolar modo per la medicina. Attivo sostenitore del patriottismo iraniano, fu ministro ( wazir) sotto i Buwaihidi a Hamadan, ma dopo la conquista della città da parte del sultano turco gasnavide Mahmud, si trasferì a Esfahan, dove divenne consigliere del principe kakuyide !Ala' ad-Dawlah. Morì durante una campagna per la riconquista di Hamadan. §Le opere specificamente filosofiche di A. sono il Libro della Guarigione e il Libro della Liberazione, scritte in arabo, che era la lingua dotta dell'epoca, e il Libro della Sapienza, in persiano, un'esposizione semplificata del suo sistema filosofico, dedicata al principe !Ala' ad-Dawlah.
Il filosofo
In filosofia A. non intese costruire un sistema originale ma, negando all'aristotelismo (che pur egli professa nel Libro della Liberazione) la qualifica di verità completa, volle limitarsi a esporre il pensiero di Aristotele come uno dei gradi della verità. Principio di questa filosofia è Dio, come essere necessario, da cui emanano in ordine gerarchico le Intelligenze e quindi gli esseri materiali. Dio, come essere necessario, è identità di soggetto e oggetto, di intelletto intelligente e oggetto dell'intellezione. Egli non agisce che necessariamente e i suoi prodotti, essendo inferiori alla causa da cui emanano, si dispongono in una scala discendente. Conseguentemente non v'è un inizio temporale del mondo, perché Dio agisce dall'eternità e i suoi effetti gli sono contemporanei. La necessità così affermata del mondo come di Dio è tuttavia in essi differente: Dio è necessario in sé, gli enti creati in sé sono solo possibili, mentre divengono necessari solo a causa di Dio. V'è inoltre un'altra distinzione tra gli enti creati: le Intelligenze motrici e le loro sfere hanno un'esistenza eterna e un'azione costante, non dipendendo da alcuna materia e non provenendo il loro moto da una decisione nel tempo come per l'intelligenza umana. Per esse si può parlare di creazione in modo del tutto diverso che per le cose materiali; in queste la forma intelligibile è accolta da una materia determinata da particolari condizioni di spazio e tempo, da una certa miscela di elementi. Ora, la materia è ciò che è unico in tutti gli enti materiali, mentre diverse sono le forme che essa può accogliere. Causa della materia sarà quindi ciò che v'è di uguale e uniforme nei cieli, il movimento circolare, che si trasmette mediante il cielo della Luna. Causa delle forme, quindi della diversità, sarà l'influsso dei diversi astri che giunge alle cose materiali parimenti attraverso il cielo della Luna. L'uomo ha un posto determinato in questa struttura universale: la sua anima non può conoscere che gli oggetti dei sensi, eppure attraverso questi ha accesso agli intelligibili. La conoscenza pura di questi le potrà convenire solo quando sarà separata dal corpo. Due sono le vie della conoscenza umana. Mediante la prima l'uomo giunge alla conoscenza dei principi comuni del pensiero, che si ritrovano sin da principio in tutti gli uomini: ciò avviene per una diretta emanazione divina. Mediante la seconda invece l'uomo astrae dai dati sensibili le forme delle cose, dapprima ottenendone i principi universali, poi agendo liberamente e cogliendo agevolmente le forme di tutti gli oggetti. Ciò avviene perché l'intelletto potenziale, che è presente in ogni uomo, viene fatto passare all'atto e diviene così identico alle forme degli oggetti che pensa. L'intelletto potenziale si muta in intelletto in atto non per sé solo, ma per effetto di un intelletto attivo non commisto alla potenzialità. Separata dal corpo, l'anima può meglio unirsi all'intelletto attivo e proseguire senza intralci nella conoscenza. Nei sogni e nelle visioni profetiche questa più intima unione è già in atto durante la vita.
Il letterato
L'opera poetica persiana attribuita ad A. comprende dodici quartine (v. ruba!i), un ghazal, un frammento (ma c'è chi pensa che sia l'autore di una parte del corpus di!Umar Hayyam); quella prosastica è composta da alcuni affascinanti racconti allegorici. Nella quartina la riflessione lirica fa da supporto ad aforismi scettici, amari, lucidamente materialistici, più ammonitori nei riguardi delle illusioni umane che non moraleggianti nel senso usuale del termine.Il medico
Nella medicina A. è considerato uno dei massimi esponenti del periodo migliore della scuola medica araba; in arabo scrisse i suoi studi di anatomia, fisiologia, patologia e farmacologia, raccolti nel testo Il canone che, tradotto in latino nel sec. XII da Gherardo da Cremona col titolo di Liber canonis medicinae e ritradotto da Andrea Alpago nel sec. XV, influenzò per lungo tempo la medicina europea. La medicina di A., in buona parte di derivazione galenica, appare come una costruzione unitaria paragonabile, per il rigore scientifico svincolato da influenze filosofiche, a una disciplina matematica. A. ci ha lasciato anche numerosi scritti riguardanti l'astronomia, la matematica e le scienze naturali, contenuti specialmente nel Libro della Guarigione.

CICERONE

Biografia
(lat. Marcus Tullius Cicero). Oratore, scrittore e uomo politico latino (Arpino 106 a. C.-Formia 43 a. C.). Nato da una facoltosa famiglia equestre, ebbe grandi maestri. A Roma frequentò, in vista della carriera politica, i maggiori oratori del tempo: Marco Antonio e Licinio Crasso, i giureconsulti Marco Muzio Scevola l'Augure e Quinto Muzio Scevola il Pontefice, e successivamente il retore Molone, caposcuola di Rodi. Ma cercò anche di acquistare una più vasta cultura, letteraria e filosofica, seguendo le lezioni dei maggiori interpreti delle varie scuole di pensiero greco presenti a Roma tra il 90 e l'80: l'epicureo Fedro, lo stoico Diodoto, l'accademico Filone di Larissa. Questi studi proseguirono in Grecia e in Oriente dal 79 al 77, soprattutto nei contatti che ebbe ad Atene con Antioco di Ascalona, capo dell'Accademia dopo Filone, e con lo stoico Posidonio a Rodi. Qui maturò da un lato la sua adesione al genere oratorio detto appunto rodio (mediano tra atticismo e asianesimo), dall'altro l'ideale di una cultura enciclopedica, quale s'incarnava nello stesso Posidonio. L'eclettismo, in retorica come in filosofia, sarà del resto una delle costanti di Cicerone. Se mai, nella filosofia, dimostrò simpatie più spiccate per l'accademica, allora in una fase piuttosto critica ed eclettica; mentre avversò più aspramente l'epicureismo per il suo scetticismo metafisico e soprattutto per la sua morale individualistica ed edonistica, in netto contrasto con le virtù e il senso della collettività, tipicamente romani. Tornò a Roma nel 77 e sposò Terenzia, donna ricca e autoritaria. Nell'80, sotto Silla, difese con successo Roscio di Ameria (orazione Pro Sexto Roscio Amerino), accusato di parricidio da un protetto del dittatore. Nel 75 ottenne la questura di Lilibeo, in Sicilia, dove si distinse per la sua integrità. Cinque anni dopo i Siciliani gli affidarono l'accusa di malgoverno contro un loro ex governatore, Gaio Verre, difeso dal grande Ortensio Ortalo. Delle sette orazioni ( Verrine) scritte in quell'occasione, solo due vennero pronunciate ( Divinatio in Q. Caecilium e Actio prima in Verrem); le altre cinque ( Actio secunda) furono prevenute dalla partenza dell'accusato, ormai senza speranza, per un esilio volontario. Nel 69 divenne edile, nel 66 pretore. Si pronunciò in quell'anno, con l'orazione Pro lege Manilia, in favore del trasferimento del comando della guerra contro Mitridate da Lucullo a Pompeo. Nel 64 ottenne il favore dei nobili per l'elezione a console, contro Catilina. Venne la nomina, e l'anno del consolato, il 63, si svolse in un'attività intensissima, sia politica sia giudiziaria. Difese Gaio Rabirio ( Pro Rabirio perduellionis reo), attaccato per aver ucciso Saturnino nel 100, quando questi era stato dichiarato nemico dello Stato; ma, soprattutto, nel novembre smascherò la congiura di Catilina, capo del partito popolare, con quattro orazioni ( Catilinarie), due pronunciate davanti al Senato e due davanti al popolo. Catilina veniva bandito da Roma, poi sconfitto con le sue truppe e ucciso in battaglia; alcuni congiurati venivano fatti condannare e giustiziare da Cicerone. Queste orazioni rappresentano forse il vertice dell'oratoria ciceroniana. Alla formazione del primo triumvirato (60) tra Cesare, Pompeo e Crasso, C. non prese subito una posizione netta. Ne approfittò un tribuno, Publio Clodio, per proporre nel 58 una legge per cui veniva condannato all'esilio chiunque avesse fatto uccidere un cittadino romano senza la regolare sanzione del popolo. C., implicato nell'esecuzione sommaria dei catilinari, su consiglio di Catone e abbandonato da tutti lasciò Roma per Tessalonica, e di lì per Durazzo. Per decreto dei comizi poté tornare a Roma nell'agosto del 57 e per riottenere i suoi beni distrutti dai clodiani pronunciò i quattro discorsi Post reditum; successivamente, le orazioni Pro Sextio, In Vatinium testem, Pro Caelio, accusato di veneficio da Clodia, sorella di Clodio, la famosa Lesbia di Catullo; e altre in difesa poi dello stesso Vatinio, di Aulo Gabino e di Gaio Rabirio. Nel 52, infine, assunse la difesa del tribuno Annio Milone, che in una rissa sulla via Appia aveva ucciso Clodio: l'orazione, Pro Milone, è una delle più celebrate di C., anche se non ottenne fortuna nel processo. All'insorgere della rivalità tra Cesare e Pompeo, cercò di mantenersi in buoni rapporti con entrambi; già con l'orazione De provinciis consularibus, nel 56, aveva proposto e ottenuto in Senato la conferma a Cesare del governo della Gallia. Alla fine del 52 lasciò riluttante l'Italia per andare a governare la provincia di Cilicia, nell'Asia Minore, vasta e minacciata d'invasione dai Parti. All'inizio del 50 era nuovamente nel Lazio, e allo scoppio delle ostilità fra Cesare e Pompeo seguì quest'ultimo in Grecia. Una malattia gli impedì di prender parte alla battaglia di Farsalo (48); dopo la sconfitta tornò in Italia, ben accolto dal vincitore (47) al quale tributò elogi nel Brutus.Durante la dittatura di Cesare si astenne dalla vita politica, immergendosi invece negli studi; difese però davanti al dittatore alcuni personaggi che gli si erano dimostrati ostili (orazioni Pro Marcello, Pro Ligario nel 46, e Pro rege Deiotaro nel 45). La sua vita privata era nel frattempo sconvolta dal divorzio da Terenzia (seguito dal matrimonio con la giovane e ricca Publilia, da cui pure ben presto divorziò) e dalla morte dell'amatissima figlia Tulliola. L'uccisione di Cesare in Senato, il 15 marzo del 44, lo trasse da quest'ozio operoso, durante il quale scrisse la maggior parte dei suoi trattati retorici e filosofici ( De consolatione, Hortensius, Academica, De finibus bonorum et malorum). Dopo un breve viaggio in Sicilia, a Roma lanciò una serie di violenti attacchi ( Filippiche) contro Marco Antonio, erede del dispotismo cesariano: il 2 settembre pronunciò in Senato la prima Filippica, che riprendeva il titolo e il tono delle orazioni di Demostene contro Filippo re di Macedonia; quindi scrisse la seconda e recitò via via in Senato le altre (sono in totale 14), capeggiando il partito repubblicano. Ma quando Ottaviano si accordò con Antonio e Lepido per formare il secondo triumvirato, fu incluso nelle liste di proscrizione e colpito a morte da sicari di Antonio presso la sua villa di Formia. §C., attaccato negli anni successivi alla sua morte anche per la prolissità e l'eccessiva regolarità dello stile, esaltato però da Quintiliano, da Plinio il Giovane e quindi da scrittori cristiani quali Lattanzio, Girolamo e Agostino, fu per tutto il Rinascimento additato come modello insuperabile di prosa latina; estese così una visione e un'influenza non sempre benefiche sugli studi classici nei primi secoli della loro rinascita e poi ancora nell'Ottocento (v. ciceronianismo).
Opere
Il giudizio su un personaggio estremamente complesso come C. è difficile e controverso. Debolezza di carattere, vanità, incomprensione del momento politico, cultura ampia ma scarse capacità speculative: queste e altre sono le valutazioni negative che spesso vengono formulate. Non si può però misconoscere la grande importanza della sua figura politica e della sua attività nell'ambito della letteratura latina, come stilista, come studioso di retorica e di filosofia, come divulgatore della cultura greca a Roma. Per coglierne gli aspetti, talora assai intimi, molto serve l'ampio epistolario, pubblicato dal suo segretario Tirone: 16 libri Ad Familiares(le due mogli, i due figli, gli amici), dal 62 al 43 a. C.; 16 libri Ad Atticum(Tito Pomponio Attico, l'amico e confidente più importante), dal 68 al 44; 3 libri Ad Quintum fratrem, dal 60 al 54; 2 libri Ad Brutum(il capo della congiura anticesariana, caduto a Filippi), del 43. Nell'antichità si conoscevano però più di 30 altri libri di lettere di C., anche a personaggi importanti come Cesare, Pompeo e Ottaviano. Certo questo epistolario, scoperto in buona parte da Petrarca nel 1345, risulta soprattutto un grande documento storico e umano, cui giovano la freschezza e l'immediatezza della scrittura. Ben più elaborate sono le orazioni. In esse, più che agli argomenti giuridici, l'oratore si affida alle sue capacità emotive, alle invettive, ai tratti spiritosi, all'armonia e all'eleganza del periodare: un'oratoria forbita e insieme concreta, di grande efficacia. Della tecnica oratoria C. si occupò anche in una serie di trattati: convinto che la sostanza morale dell'individuo trovi lo specchio più proprio nella parola, messa a servizio della comunità civica, rappresentata elettivamente nell'attività forense, egli concepì l'educazione integrale come tirocinio di raffinatezza oratoria. In gioventù concepì una trattazione completa della retorica, di cui scrisse solo 2 libri De inventione.Nel 55 compose in forma dialogica (un dialogo immaginario tra gli oratori Lucio Licinio Crasso, Marco Antonio e altri) i 3 libri De oratore, il suo capolavoro in materia: nel primo libro si tratta degli studi necessari a un oratore, nel secondo del modo di trattare gli argomenti delle orazioni, nel terzo della forma e della recitazione del discorso. Nel 46 compose il Brutus, una storia dell'eloquenza romana; l' Orator, dedicato ancora a Marco Bruto, che offre un'ampia trattazione del ritmo della prosa latina e delinea il ritratto ideale dell'oratore; e infine il De optimo genere oratorum, in polemica contro gli atticisti, i quali si proponevano a modello Lisia con esclusione di Demostene edEschilo (le simpatie di C., pure legato alla posizione dell'oratoria rodiense, andavano invece se mai allo stile più ampio ed emotivo degli asiani). Una varietà di spunti, secondo il probabilismo della Nuova Accademia, sullo sfondo di interessi politici ed etici, propri dei Romani, caratterizza anche le opere politiche e filosofiche di C., per lo più scritte esse pure in forma di dialogo. Le prime, composte quasi contemporaneamente a quelle di retorica, sono: De Republica, in 6 libri di cui possediamo solo ampi frammenti, dialogo che s'immagina tenuto nel circolo di Publio Scipione Emiliano, sulla migliore forma di costituzione d'uno Stato che viene riconosciuta in quella della Repubblica romana e che si chiude col racconto, fatto da Scipione stesso, di un sogno, Somnium Scipionis, in cui il suo avo, Scipione Africano, gli mostra come il servizio reso allo Stato fosse la via sicura per ascendere dopo morti al cielo dei beati; e De legibus, di cui abbiamo 3 libri (pervenutici incompleti) sulle origini e le varie forme del diritto, che vuole integrare il De Republica.Tra le opere filosofiche, scritte negli ultimi anni di vita, le più celebri sono: Academica, sul problema della conoscenza secondo la Nuova Accademia; De finibus bonorum et malorum, in 5 libri, sul problema del massimo bene e del massimo male secondo le principali scuole filosofiche; Tusculanae disputationes, in 5 libri, in cui sono raccolte immaginarie discussioni tenute nella villa ciceroniana di Tuscolo, sul disprezzo della morte, sulla sopportazione del dolore, sull'addolcimento degli affanni, sui turbamenti dello spirito e sul valore della virtù per la felicità dell'uomo; De natura deorum in 3 libri, con le opinioni degli epicurei, degli stoici e degli accademici sulle divinità; De officiis, in 3 libri dedicati al figlio Marco e riguardanti problemi morali (i doveri nel loro rapporto con l'utilità e l'onestà); e i due brevi dialoghi Cato Maior de senectute e Laelius de amicitia.Per queste opere spetta a C. il merito di aver divulgato la filosofia nella cultura romana, della quale individua le componenti principali nella sua congenialità con i problemi morali (di qui l'entusiastico consenso alle dottrine stoiche) e nella dottrina dell'innatezza del senso comune, che diventa consensus gentium, valido come prova delle proprie dimostrazioni. La validità di C. filosofo è in questa sua capacità di enucleare in un armonico eclettismo le caratteristiche fondamentali del popolo romano. A questo umanesimo eclettico e sincretistico C. dovrà pure la sua profonda influenza sulla cultura umanistica e rinascimentale (come è manifesto, p. es., in Petrarca e in Erasmo).
Iconografia
I ritratti di C. a noi noti sono classificabili in tre tipi: il primo, più idealizzato, risale a un originale del 60 a. C. (copia nella Apsley House di Londra), il secondo deriva da un archetipo bronzeo del 50 a. C. (Musei Vaticani), il terzo infine, più realistico (Firenze, Uffizi; Roma, Museo Capitolino; Torino, Museo di Antichità), rappresenta l'oratore nella sua tarda maturità, intorno al 43 a. C.

DIOGENE

filosofo cinico greco, vissuto ad Atene nel sec. IV a. C. La sua figura è divenuta ben presto leggendaria e fiorirono gli aneddoti su di lui per la sua vita stravagante, la sua opposizione alle convenzioni e la sua ricerca di libertà dai legami della vita sociale e dai bisogni materiali; tra l'altro si narrava di un suo incontro con Platone, che lo avrebbe chiamato "Socrate impazzito", e con Alessandro Magno. Non è citato da autori contemporanei, né lasciò scritti; i discepoli probabilmente ne conservarono i detti, ma quelli tramandati fino a noi sono in gran parte assai più tardi. L'atteggiamento di D. è anarchico e cosmopolitico, anticulturale e contrario a ogni forma di organizzazione civile e politica, volto all'esasperata affermazione dell'autodominio e della virtù come astinenza. §Le fonti letterarie ricordano varie statue elevate a D. a Corinto, ma a noi è nota solo la statuetta di Villa Albani a Roma, copia di un originale del sec. II a. C., che raffigura il filosofo appoggiato al bastone e con accanto un cane. Il ritratto di D. compare anche tra i personaggi greci del mosaico del Museo di Colonia.

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