Struttura degli Inferi virgiliani

Materie:Tema
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Testo

Raineri Chiara VF 08/05/2006

Struttura degli Inferi di Virgilio

Enea, dopo aver lasciato Didone a Cartagine, sbarca in Sicilia e qui in sogno gli appare l’ombra del padre Anchise che gli presagisce che prima di arrivare alla foce del Tevere dovrà scendere negli Inferi; per fare ciò però l’eroe troiano si reca dalla Sibilla a Cuma per chiederle di fargli da guida durante la sua discensum ad inferos.
Gli Inferi virgiliani hanno una geografia ben precisa e non sono accessibili a tutti, infatti per entrare nel regno di Dite bisogna avere dei prerequisiti fondamentali: si deve essere amati da Giove, si deve avere un valore eccezionale e si deve appartenere ad una stirpe divina, inoltre Enea dovrà trovare in un bosco l’albero su cui cresce il ramo d’oro da portare in dono a Proserpina che, di nuovo, si staccherà solo se si è predestinati dal fato, e dovrà poi sacrificare agli Dei Inferi degli animali dal pelo scuro.
Per quanto riguarda invece la geografia, essa è curata nei minimi particolari: dapprima Enea e la Sibilla si addentrano nel vestibolo dove si trovano i mostri più spaventosi, i simulacri di tutte le paure e di tutte le malattie e un albero su cui nascono i sogni fallaci. Proseguendo il percorso i due giungono sulla riva dell’Acheronte, “il fiume del dolore”, dove incontrano Caronte, il mostruoso traghettatore delle anime, figlio dell’Erebo e della Notte, rappresentato come una figura misera, sporca e povera per cui sembra che lo stesso autore provi compassione, che si rifiuta di accompagnare i due vivi sull’altra riva del fiume finchè Enea non gli mostra il ramo d’oro colto per la regina dell’Ade, così, superate tutte le anime degli insepolti che si ammassano sulla riva, vengono portati al di là del fiume, nell’Antinferno. Qui regna Minosse, che svolge la funzione di giudice che assegna la sede nell’Antinferno a coloro che hanno subito pene durante la loro vita; il guardiano di questa zona è Cerbero, il cane di Plutone, mostro con tre teste e tre gole. Non lontano da qui ci sono i Campi del Pianto, dove vagano infelici le ombre di coloro che sono morti per amore: è qui che Enea incontra Didone che, a conclusione di un breve discorso, gli dice che ora lei starà con Sicheo, l’antico marito che “le corrisponde l’affanno e ne eguaglia l’amore”. Possiamo però notare una contraddizione: Sicheo non dovrebbe trovarsi nei Campi del Pianto con la moglie perché non è morto per amore, bensì assassinato dal fratello di lei, Pigmalione. Tale incongruenza potrebbe essere ancora una volta legata alla mancata revisione a lavoro completato del poeta, che morì. Tornando al viaggio dell’eroe, passati i Campi del Pianto, Enea scorge i Campi degli Eroi, dove incontra Deifobo, uno dei cinquanta fratelli di Ettore, che aveva preso in moglie Elena dopo la morte di Paride Alessandro: in questi frangenti però Enea lo vede tutto mutilato, ferito e ricoperto di sangue che parla di Elena come la donna fredda, calcolatrice e falsa che ha causato la rovina di Troia. Sarebbe stata lei, infatti, secondo questa versione del mito, a fare un cenno ai Danai nel cavallo quando tutti nella città erano immersi nel sonno per far si che uscissero nel momento più opportuno. La Sibilla però è costretta ad interrompere il colloquio tra i due perché sta per calare la notte e non c’è tempo da perdere. Proseguendo il loro viaggio la Sibilla indica e descrive il Tartaro ad Enea, che non può entrarvi perché è il luogo destinato agli empi: è una voragine che affonda nel terreno due volte tanto quanto si eleva il cielo. È circondato dal Piriflegetonte, “il fiume di fuoco”, e da un’imponente cerchia di mura; la guardiana di questo luogo è la furia Tisifone, mentre governa su queste terre desolate Radamanto, fratello di Minosse, che ascolta i malvagi che confessano le loro colpe e poi assegna loro la giusta punizione: a Tizio, gigante figlio della Terra che aveva tentato di fare violenza su Latona, pone vicino un avvoltoio che ogni giorno si pasce del suo fegato che ricresce continuamente; su Issione e Piritoo, rispettivamente padre e figlio che tentarono l’uno di insidiare Giunone e l’altro Proserpina, fa pendere un enorme macigno sempre in bilico, mentre di fronte a loro sono imbanditi lussuosi letti e sontuose mense, ma ogni volta che provano ad avvicinarvisi Tisifone li allontana con un urlo; a Flegias, figlio di Marte e Crise, padre di Issione, che incendiò il tempio di Apollo a Delfi perché il dio aveva tentato di violentare la figlia, attribuisce una pena morale: per l’eternità dovrà ammonire gli empi affinché non oltraggino gli dei e si propone come esempio di malvagità punita. Terminato il racconto della Sibilla, Enea si avvicina alla Reggia di Dite. Qui l’eroe si purifica con acqua corrente e poi fissa sulla soglia il ramo d’oro per la Giunone Infera. Fatta l’offerta, i due proseguono il loro cammino verso i Campi Elisi, una sorta di locus amoenus, dove l’aria è luminosa, i campi sono rivestiti di una luce purpurea e sono illuminati da un sole proprio di giorno e da stelle proprie di notte. Le figure che popolano questa landa felice sono i puri sacerdoti, i pii veggenti, coloro che sono morti combattendo per la patria e coloro che nobilitarono la propria vita con la scoperta delle arti. Sempre nei Campi dei Beati, Enea vede la fonte dell’Eridano su una collina, ai piedi della quale si trova la Valle Fiorita in mezzo cui scorre il Lete, “il fiume dell’oblio”: è in questo splendido paesaggio che Enea rincontra il padre, che porta avanti il tema encomiastico nel sesto libro: dopo aver anticipato il futuro ad Enea, inizia l’elogio della stirpe romana, in particolare poi di Augusto.
Finisce qui il viaggio negli Inferi del pius Enea che, dopo essere uscito dalla porta d’Avorio, ritorna in superficie. La catabasi dell’eroe però non è solo un percorso geografico, ma è anche e soprattutto una discesa in sé stesso: durante il viaggio rivive e riconsidera non solo le tappe più salienti della sua vita, ma anche le cose per lui davvero importanti, come per esempio Didone -l’amore-, Deifobo -la patria-, Anchise -la famiglia-.
Il precedente epico più immediato alla catabasi dell’eroe virgiliano, è la necyia di Odisseo, l’eroe omerico, ma a questo topos letterario Virgilio assegna valenze più complesse: profondamente diverso è il senso stesso attribuito al viaggio nel regno dei morti, in quanto per Enea esso è la circostanza attraverso la quale l’eroe prende pienamente coscienza di sé e della sua missione, mentre per Odisseo è solo la curiosità di provare un’esperienza-limite per l’uomo. Inoltre dell’Oltretomba virgiliano troviamo la netta distinzione tra bene e male, tra colpa e merito, tra premio e punizione. In Omero tale differenziazione fondamentalmente manca, la diversificazione infatti riguarda solo la stirpe divina: qualunque discendente, o diretto parente di un discendente, degli dei era direttamente ammesso ai Campi Elisi, come è successo per Menelao, essendo sposato con Elena, figlia di Zeus.
In conclusione dunque gli Inferi di Virgilio sono frutto di una complessa elaborazione, basata su teorie filosofiche, religiose e morali. Tale descrizione è stata particolarmente apprezzata dal mondo cristiano medievale, tanto che Dante Alighieri, non solo si ispira alla narrazione di Virgilio per la sua opera, ma lo prende anche come guida nel suo viaggio ultraterreno per l’inferno e il purgatorio e ne fa il simbolo della ragione umana.

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