l'AIDS

Materie:Tesina
Categoria:Biologia

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Testo

AIDS
AIDS o Sindrome da immunodeficienza acquisita Sindrome secondaria all’infezione dal retrovirus HIV; è caratterizzata dalla progressiva compromissione delle difese immunitarie e dall’insorgenza di gravi patologie, come cancro (frequente è il sarcoma di Kaposi) o encefaliti, oppure dalla comparsa di infezioni opportuniste che si sviluppano nei pazienti debilitati dalla malattia. L’individuo infettato dal virus diventa portatore asintomatico ed è detto sieropositivo perché nel suo sangue è possibile riscontrare la presenza di anticorpi anti-HIV; può sviluppare in seguito la sindrome vera e propria (AIDS conclamata). Quando questa compare, provoca un rapido deperimento fisico.
TRASMISSIONE
Contagio per via sessuale
Nel caso del contagio per via sessuale, l’HIV presente nello sperma e nelle secrezioni vaginali si immette nella circolazione sanguigna del partner non infetto attraverso piccole abrasioni delle mucose (genitali o orali), già presenti o formatesi durante i rapporti sessuali. Il contagio si verifica allo stesso modo negli individui omosessuali ed eterosessuali
Contagio tra tossicodipendenti
La trasmissione del virus tra tossicodipendenti riguarda coloro che fanno uso di droghe iniettabili, come l’eroina, e che impiegano siringhe già usate; in tal caso, anche piccole quantità di sangue depositatesi sull’ago o aspirate al momento dell’estrazione della siringa, possono essere sufficienti a infettare il successivo utilizzatore di questa.
Altre vie di trasmissione
Particolari vie di contagio sono quelle che si stabiliscono tra pazienti portatori di HIV e operatori sanitari, e viceversa, e nel corso di trasfusioni sanguigne. La probabilità di contrarre l’infezione per queste vie in realtà è piuttosto bassa, per le misure di prevenzione e le condizioni di sterilità adottate in ambito sanitario e grazie ai test di routine per l’individuazione dell’HIV effettuati nelle emoteche. La donazione del sangue non comporta per il donatore alcun rischio.
Non vi è prova che l'HIV possa essere trasmesso attraverso l'aria, le punture di insetti, il sudore, la saliva, oppure tramite il contatto con persone infette, purché non vi sia scambio di sangue o di secrezioni genitali: dunque, il virus non si diffonde con una stretta di mano, o impiegando gli stessi attrezzi da lavoro di un sieropositivo, o indossandone un abito. Ciò è dovuto al fatto che l'HIV non sopravvive a lungo quando viene esposto all'ambiente. Invece, la condivisione di oggetti come rasoi, spazzolini da denti, bende, non è immune dal rischio di contagio.
DECORSO DELLA MALATTIA
Entro 1-3 settimane dall'infezione, compaiono sintomi aspecifici, che perdurano per circa 2-3 mesi e sono simili a quelli di un'influenza o di una mononucleosi (febbre, cefalea, eruzioni cutanee, sudorazione notturna, dolore ai linfonodi posti ai lati del collo e malessere) e pertanto difficilmente ascrivibili ad HIV. In questa fase, denominata "sindrome retrovirale acuta", l'HIV si riproduce in grande quantità, circola nel sangue e si infiltra negli organi del sistema linfatico, in particolare linfonodi, tonsille, milza, e nel tessuto linfoide localizzato a livello dell’apparato digerente. In queste regioni, infatti, è presente la quasi totalità dei linfociti bersaglio del virus, che solo in piccola parte circolano liberamente nel sangue.
Nella fase acuta la viremia aumenta drasticamente, passando da 0 a circa 1 milione di copie di RNA/ml di sangue; si assiste invece a una notevole diminuzione del numero di linfociti T-CD4+, che da 1000-1100/µl di sangue scendono a 450-500.
Fase asintomatica
Dopo circa 4-6 mesi dall’infezione, la risposta immunitaria dell’organismo contro l’agente patogeno determina il raggiungimento di un equilibrio (set point) tra i virus di nuova formazione e quelli che vengono distrutti. I sintomi scompaiono e l’individuo infetto, detto sieropositivo, entra in una "fase asintomatica", che in media si protrae per 6-7 anni.
La fase asintomatica rappresenta lo stadio della malattia più pericoloso da un punto di vista epidemiologico, perché per un tempo piuttosto lungo permette il mantenimento di condizioni di salute generalmente buone e, quindi, non induce nel sieropositivo la consapevolezza della sua condizione e l’attuazione di comportamenti volti a evitare il contagio di altri individui (ad esempio, l’uso del preservativo durante il rapporto sessuale). Per questo motivo, è consigliabile che tutti gli individui che hanno comportamenti “a rischio”, ad esempio frequenti rapporti con partner diversi, o che abbiano comunque il sospetto di avere avuto uno scambio di sangue con un sieropositivo, si sottopongano a test diagnostici, come il test ELISA,
per accertare se vi è stata trasmissione del virus.
DIAGNOSI
Test ELISA e Western-blot
Il più rapido test per verificare se un individuo è venuto a contatto con il virus HIV e il suo organismo ha sviluppato contro questo una risposta specifica, è il cosiddetto test anti-HIV, o test ELISA (Enzyme-Linked Immunosorbant Assay). Con il semplice prelievo ed esame di un campione di sangue, è possibile attraverso questa prova verificare se nel corpo del soggetto esaminato si sono sviluppati anticorpi anti-HIV: se ciò viene riscontrato, il test risulta positivo, e l’individuo viene definito sieropositivo. In realtà, la precisione del test ELISA non è del 100%; pertanto, per convalidare una diagnosi di sieropositività viene effettuata una seconda indagine, detta test Western blot, basata sullo stesso principio del test ELISA ma più precisa. Il risultato del test Western blot risulta decisivo per la diagnosi. Poiché comunque il test ELISA è meno costoso, esso viene eseguito di routine come primo screening.
Il test ELISA e il Western blot non possono essere eseguiti immediatamente dopo che l’individuo è venuto a contatto con il virus; infatti, occorre solitamente un periodo di circa tre mesi affinché il sistema immunitario produca una risposta anticorpale contro il virus. Prima di tale periodo, dunque, il soggetto risulta comunque negativo ai test sierologici. In questa fase, per la determinazione della presenza dell'HIV possono essere utilizzati altri metodi, che rilevano direttamente la presenza di alcune componenti del virus. Se il paziente risulta negativo ai test dopo sei mesi dal momento del possibile contatto con l’HIV, esso può con sicurezza ritenersi non contagiato.

TERAPIA
Vi sono attualmente diversi approcci per la terapia dell’AIDS, nessuno dei quali risulta essere in grado di debellare definitivamente l’infezione virale, ma può comunque rallentare la progressione dell’AIDS e rendere più bassa la carica vitale del sieropositivo.
Inibitori della trascrittasi inversa
Il processo di sintesi del DNA virale viene catalizzato dall’enzima trascrittasi inversa. Pertanto, una delle due grandi famiglie di farmaci diretti contro l'HIV è quella degli inibitori di questo enzima. Tra questi vi sono la zidovudina o AZT, la ddI, la ddC e la 3TC. Questi composti vengono inseriti dalla trascrittasi inversa nella catena in formazione del DNA, che diventa così totalmente inutilizzabile per la sintesi delle proteine e per le possibilità di riproduzione del virus.
Nonostante la loro azione sia specifica per l'enzima virale, questi composti non sono privi di effetti collaterali: rischiano di interferire con il processo di duplicazione del DNA che avviene al momento della mitosi, provocando effetti di intossicazione, specialmente nelle cellule in rapida divisione come quelle del midollo osseo. Un altro problema legato all'uso di tali farmaci è la comparsa di ceppi virali resistenti nell'organismo dei pazienti. Generalmente, l'impiego di questi diversi composti in modo alternato o combinato può ritardare la comparsa dei ceppi resistenti, ridurre la tossicità e migliorare la sopravvivenza dei pazienti.
Inibitori delle proteasi
L’enzima virale proteasi agisce tagliando le proteine virali inattive e convertendole nelle forme attive. I farmaci appartenenti alla classe degli inibitori delle proteasi impediscono a questo enzima di svolgere la propria funzione. I principali composti che agiscono in tal senso sono il saquinavir, il ritonavir e l'indavir. Il loro impiego può causare effetti collaterali (diarrea, nausea, dolori addominali, calcoli renali e alterazione delle percezioni sensoriali) e disturbi come aritmie cardiache.
Altre possibili terapie
Altri trattamenti cercano di bloccare i processi cellulari dell'ospite, indispensabili all'HIV per la propria duplicazione. Uno dei principali vantaggi di questo approccio è la riduzione del rischio della comparsa di ceppi resistenti, dal momento che esso esercita una bassa pressione selettiva nei confronti del virus; il problema della tossicità rimane invece, anche in questo caso, irrisolto. Dai risultati di alcuni studi pubblicati negli Stati Uniti nel 1999, alcune proteine enzimatiche contenute nella saliva sembrerebbero capaci di neutralizzare l’HIV: in particolare, il lisozima e la ribonucleasi sarebbero molto efficaci nell’inibire il virus, e aprono nuove strade alla sperimentazione farmaceutica.
Terapia genica e vaccini
La terapia genica potrebbe essere applicata introducendo nei linfociti un gene estraneo che interferisca con le proteine regolatrici virali (proteine fabbricate dall'HIV per regolare il funzionamento del proprio patrimonio genetico). Se fosse possibile inserire questo gene nelle cellule staminali del midollo osseo (le cellule che si dividono continuamente, dando origine, tra le altre, a tutte le cellule mature del sistema immunitario), tutti i linfociti originatisi da queste risulterebbero resistenti nei confronti del virus. Alcune sperimentazioni cliniche mirate a determinare l’efficacia della terapia genica applicata all’AIDS sono già in corso.
Inoltre, sono stati avviati studi per la messa a punto di un vaccino che possa esercitare un'azione sia preventiva (in grado di proteggere le persone immunizzate in caso di contatto con il virus), sia curativa (prolungando la vita o diminuendo la distruzione del sistema immunitario delle persone già infette). Numerosi vaccini sono attualmente in fase di sperimentazione clinica.

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