S. Eustorgio

Materie:Appunti
Categoria:Arte

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Testo

Nel 315 S. Eustorgio diventò vescovo di Milano, portando in questa città le spoglie dei Re Magi, dono della madre dell’imperatore Costantino. Un capitello all’interno dell’odierna Basilica dedicata al vescovo Eustorgio narra la vicenda…
“due buoi trasportavano le spoglie dei re Magi fermandosi all’entrata della città e rifiutandosi di proseguire... Il neo-vescovo capì che quello era il punto dove tre secoli prima S. Bernaba aveva battezzato i primi milanesi convertiti al cristianesimo. Così fece erigere una chiesetta dove pose i sarcofagi dei Magi e dove alla sua morte venne seppellito…”
Purtroppo oggi il sarcofago non contiene le spoglie dei re Magi, che nel 1164 furono trasportate da Federico Barbarossa a Colonia, come bottino di guerra e mai più resituite nonostante le numerose richieste. Nel 1903 Cardinal Ferrari ottenne però una vertebra, una tibia e due fibule, oggi conservate in un’urna di bronzo sull’altare della Basilica.
La Basilica di Sant’Eustorgio era compresa un tempo, all’interno del prolungamento murario esterno alla seconda cerchia, costruita a sud della porta Ticinese per difendere i numerosi monasteri; il quartiere, delimitato dalla Vettabbia e dalla Darsena, prende il nome di Cittadella.
Questa è una chiesa antichissima, di origine paleocristiana, fondata probabilmente dallo stesso S. Eustorgio (315-331 ca.). Documentata già dal VII secolo, fu danneggiata nel corso del "sacco di Milano" di Federico Barbarossa, e ricostruita secondo canoni romanici dal 1190.
Fra il 1216 ed il 1220 i domenicani, qui insediati dal vescovo Settala, ne trasformarono ancora l’aspetto in forme gotiche. Fra il 1297 ed il 1309 la costruzione della facciata, a capanna ed in cotto, rifatta poi nel corso del 1800, e del campanile quadrangolare, conclude la fase gotica della costruzione.
In seguito, l’aggiunta di cappelle gentilizie costruite in forma privata da nobili famiglie milanesi, segna la fine delle trasformazioni sostanziali dell’apparato murario, ma non degli interventi a carattere decorativo e restaurativo. L’edificio nato da tali perizie architettoniche si presenta con un’identità e caratteri tanto fortemente marcati dalla propria avventurosa storia, da non essere neppure paragonabile a nessun’altra chiesa milanese. L’organismo romanico è scandito nella zona inferiore dal massiccio andamento dei pilastri. Il rifacimento gotico interviene sul corpo longitudinale trasformandolo in alzato a sala, ferma restando la suddivisione romanica precedente in tre navate. Per tornare alle zone pertinenti l’età gotica, bisogna spostarsi all’interno dove si possono ammirare autentici capolavori della scultura trecentesca: sarcofagi e dossali, come quello marmoreo dell’altare del presbiterio; opera di scultori che realizzarono in marmo i capolavori di un maestro gotico internazionale, Giovannino De’ Grassi.
Arconi a tutto sesto, profilati in mattoni, dividono le campate nella navata centrale e quest’ultima dalle laterali, affidando il proprio carico a semipilastri addossati ai sostegni romanici di base. Anche la spinta dei costoloni a toro, a chiusura delle volte, si distribuisce fino a terra attraverso le componenti strutturali dei pilastri a fascio.
Oltre alla copertura della nave mediana e della navatella, alla fase duecentesca, appartiene la costruzione dello pseudotransetto destro, innestato verso sud nello spazio delimitato dall’attacco dell’abside e dalla prima campatella della navata meridionale a partire da est. La parete destra si presenta più interessante, per l’alternarsi delle cappelle, che manifestano le varie fasi costruttive. La prima, dei Brivio quattrocentesca ma in stile rinascimentale, la seconda dei Torelli, anch’essa rinascimentale ma ancora gotica, e la terza, anch’essa quattrocentesca, ma rimaneggiata nel 1500.

Esattamente in corrispondenza lungo l’asse longitudinale, con l’abside, che mantiene le forme del tardo secolo XI, con fornici in alto, si trova la cappella Portinari composta da un corpo quadrato coronato da quattro edicole, angolari e da un grazioso triburio poligonale corso da eleganti lesene e ornato di tondi e di una celletta con coronamento poligonale; qui la perfezione ideale dell’Umanesimo fiorentino, si incontra con il sobrio realistico gusto lombardo.
La facciata neoromanica è stata apposta fra il 1852 e il 1865. Ulteriori restauri durarono fino al 1966.
La basilica è ricca di spunti di grande interesse al suo interno. Impreziosiscono le navate i monumenti sepolcrali, i trittici e gli affreschi, tutti per merito di grandi figure della storia dell'arte. Dietro all'altare maggiore si può accedere alla Cappella Portinari, uno tra gli esempi più alti d’arte rinascimentale in città. All'interno in uno degli affreschi (1468) della fascia superiore vengono considerati il capolavoro del Foppa, compare un Maternità dove sia la Madonna che il Bambino sono forniti di corna. Il fatto è correlato alla leggenda secondo la quale mentre San Pietro martire celebrava messa, il diavolo salito sull’altare aveva preso le sembianze della Vergine, ma non aveva potuto o saputo nascondere le corna, che manifestarono così l’inganno. Al centro è visibile l'arca di S. Pietro martire (1336-39) di Giovanni Balduccio, in cui riposa Pietro da Verona, assassinato per le sue persecuzioni ai danni dei Catari nel 1252.

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