il grafitismo

Materie:Appunti
Categoria:Arte

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IL GRAFITISMO
L’Europa, che con estrema riluttanza tenta di arrivare almeno all’unità economica, al fine di non essere schiacciata, in prospettiva, dall’economia statunitense e giapponese, deve per parte sua far fronte anche ai massicci flussi migratori sia degli ex Paesi orientali sia dal Nordafrica, con i comprensibili problemi d’ordine economico, sociale, religioso e razziale che necessariamente ne conseguono.
All’interno di questa complessa situazione, nella quale le ragioni della politica e dell’economia si compenetrano in modo quasi inestricabile, l’arte vive in periodo di drammatiche, ma salutari contraddizioni. Ogni artista, oggi più che mai, si sente assolutamente libero dall’appartenere a scuole o correnti e dal professore ideologie.
Il grafitismo nasce negli anni ’70, come moto di rivolta del sottoproletariato nero delle grandi metropoli americane e si afferma in breve come vera e propria arte di frontiera. Nella terra di nessuno, esistente fra i finti valori della opulenta società dei consumi e le frange più arrabbiate dell’emarginazione sociale e razziale maturano infatti esperienze artistiche di grande espressività.
I graffiti metropolitani, realizzati preferibilmente con colori spray dalle tonalità shockanti, hanno per supporto le parti più anonime e degradate della città (vecchi muri, edifici abbandonati, squallidi sottopassaggi)quando non addirittura mezzi pubblici. I messaggi che tali moderni graffiti esprimono sono crudi ed essenziali quanto i colori in bomboletta. Può trattarsi di parole (spesso volgari o comunque gergali) scritte a vivacissimi caratteri cubitali o di elementi geometrici stilizzati.
Uno degli esponenti più singolari del grafitismo è Keith Haring, la cui vita, prematuramente stroncata dall’AIDS, è lo specchio drammatico del disagio e delle contraddizioni di quella generazione americana cresciuta in piena era nucleare e nutritasi quasi esclusivamente di televisione e di fumetti. Keith Haring esprime un universo grafico ironico e personalissimo, sempre in ambigua tensione tra l’ottimismo borghese espresso dalla spensieratezza disneyana e l’angoscia di un’esistenza dura e disperata, condotta nei luoghi del degrado morale e dell’emarginazione sociale.
I coloratissimi graffiti di Haring sono popolati da ambigui personaggi infantilmente stilizzati, sorta di elementari omuncoli che egli definisce “radiant boys”, in quanto circondati sempre da una fumettistica aureola di raggi luminosi. La metafora, però, non è mai scherzosa. In quegli esseri metamorfici, infatti, coesistono sia la primitiva immediatezza dei graffiti preistorici, sia le complesse paranoie deel1’uomo contemporaneo, le stesse che Munch seppe esprimere per primo nel suo disperato Grido.

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