Storia del comunismo

Materie:Tesina
Categoria:Multidisciplinare

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Testo

STORIA DEL COMUNISMO
Tesina pluridisciplinare
a cura di Domenico Z.
(Liceo Scientifico)
1.Il Manifesto: un documento “immortale”
2.Karl Marx: il filosofo “rivoluzionario”
2.1.Vita e opere
2.2.Filosofia e rivoluzione
2.3.Il materialismo storico
2.4.Il ciclo economico-capitalistico
2.5.Il comunismo
3.Un mondo in trasformazione
3.1.Lo sviluppo industriale britannico del XIX secolo
3.2.La questione operaia
4.The Victorian Age in England
4.1.A new era
4.2.The “Victorian compromise”
4.3.The “painter of English life”: Charles Dickens
4.3.1.Life and works
4.3.2.Features and themes
5.Dal marxismo al comunismo
5.1.Dall’utopismo a Lenin
5.2.Il comunismo come totalitarismo
5.3.La Rivoluzione Russa
5.3.1.La Rivoluzione di Febbraio
5.3.2.Tesi di Lenin e Rivoluzione d’Ottobre
5.4.La nascita dell’U.R.S.S.
6.L’U.R.S.S. dopo la rivoluzione: Stalin
6.1.Dal socialismo alla dittatura
6.2.Guerra mondiale e guerra fredda
6.2.1.Dittature contro
6.2.2.Da Stalin alla “perestrojika”
6.2.3.La Corea, Cuba e il Vietnam
6.2.4.La caduta del muro di Berlino e la C.S.I.
1.Il Manifesto: un documento “immortale”

“Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi…”
Con queste parole, che con il passare del tempo diverranno il motto di tanti intellettuali non solo del periodo, Karl Marx e Friedrich Engels introducevano il loro “Manifesto del partito comunista”, quasi certamente il documento politico dell’età moderna che ha avuto la sorte storica più fortunata in ogni senso. In primo luogo dal punto di vista della sua “traduzione” pratica, giacché non vi sono altri testi politici che come questo sono riusciti a divenire il programma di grandi movimenti e addirittura di grandi Stati, di un tipo di civiltà. Da questo punto di vista l’unico confronto possibile sembra davvero quello con il Vangelo cristiano, che però ha influito solo indirettamente o in alcuni casi non ha influito affatto sui movimenti politici. In secondo luogo, assai fortunata è stata anche la vicenda editoriale del Manifesto che, nato come documento programmatico di un ristretto gruppo politico e stampato in sole mille copie, pare conti ormai più di mille edizioni in decine di lingue diverse(nel 1964 si contavano nella sola URSS 372 edizioni in 68 lingue). In terzo luogo il Manifesto è certamente, tra le opere di Marx ed Engels, quella che ha avuto più rapido e durevole successo e più vasta e continua diffusione. Vi contribuì, evidentemente, il suo carattere di “manifesto”politico e la sua concisione esemplare.
Se imponente è stata la diffusione del Manifesto, la diffusione del movimento che ad esso si ispira è stata addirittura impressionante sicché è lecito chiedersi quale sia il “nerbo o l’essenza” del Manifesto. Intellettuali come Labriola, Plechanov, Kautsky, Togliatti si sono riproposti questo quesito, arrivando ad affermare che “il Manifesto segna il primo e sicuro ingresso nella storia del movimento operaio organizzato su basi marxiste e con esso del comunismo critico che appunto nel Manifesto trova tanto una sua frusta letteraria contro le molteplici offerte teorico-politiche fatte al proletariato moderno dal pensiero ufficiale, quanto una registrazione a futura memoria di ciò cui non occorre più di pensare,data l’azione politica del proletariato, che già si svolge nel suo normale e graduale processo…”(Antonio Labriola, ”In memoria del Manifesto dei comunisti”, 1895).
Con il Manifesto, insomma, un’analisi scientifica del mondo moderno – su cui si incardina anche una concezione generale della storia – diviene programma di azione politica nell’interesse autonomo e specifico del proletariato moderno, ma in funzione dell’umanità intera sicché la sovversione dei rapporti sociali esistenti e la costruzione di una società diversa e radicalmente mutata cessa di “essere speranza, aspirazione, ricordo, congettura o ripiego” e per la prima volta trova la sua adeguata espressione nella coscienza della sua propria necessità, in una esigenza pratica riconosciuta.
2.Karl Marx: il filosofo “rivoluzionario”
2.1. Vita e opere
Nato a Treviri, in Renania, nel 1818, da una famiglia borghese di origine ebraica, Karl Marx studia diritto a Bonn, poi all’Università di Berlino, dove, però, si impegna sempre più negli studi di filosofia; dopo essersi laureato con una tesi sulla filosofia di Epicuro e sulla sua differenza dalla filosofia di Democrito, Marx dovette abbandonare ogni prospettiva di carriera accademica a causa della repressione del governo prussiano contro i giovani hegeliani, accusati di ateismo e Liberalismo e per questo cacciati dalle Università, dedicandosi allora al giornalismo politico. Nel 1842 assume la direzione di un quotidiano liberale, la Gazzetta Renana, promuovendo una campagna contro la censura e per la libertà di stampa e la democrazia; nel 1843-44, costretto a lasciare la Germania, si reca a Parigi, dove approfondisce gli studi di economia e storia e intensifica i contatti con gli esponenti dei maggiori movimenti democratici, socialisti e comunisti francesi ed europei.
Prima di essere espulso dalla Francia, Marx conosce Friedrich Engels(1820-1895), che lavora come impiegato in una fabbrica tessile di cui il padre è comproprietario, e stringe con questi un’amicizia che durerà tutta la vita; insieme, a Bruxelles, i due si impegnano a costituire una rete di comitati di corrispondenza con i gruppi comunisti clandestini tedeschi operanti all’estero.
Marx ed Engels scrivono nel 1848, per incarico della Lega dei Comunisti, il “Manifesto del partito comunista”, che dovrebbe costituire il programma ufficiale della Lega e che esce a Londra in lingua tedesca: l’appello finale del libro, la frase che chiude il quarto ed ultimo capitolo(“Proletarii di tutto il mondo, unitevi!”) diventa il motto ufficiale della Lega, sostituendo quello precedente(“Tutti gli uomini sono fratelli”) che Marx non condivideva, avendo dichiarato che c’era una quantità di uomini dei quali non teneva affatto ad essere fratello.
Espulso anche dal Belgio, Marx si reca prima a Parigi, poi a Colonia, dove fonda la Nuova Gazzetta Renana e svolge un’intensa attività politica e giornalistica, nella quale attacca duramente la politica dell’Assemblea nazionale tedesca e appoggia i moti nazionali italiani, ungheresi e polacchi. Dopo il fallimento della rivoluzione, si trasferisce prima a Parigi, poi a Londra, dove per anni vivrà di stenti, assediato dai creditori e costretto ad impegnare anche i propri abiti per sopravvivere; la famiglia Marx verrà, comunque, aiutata da Engels, soprattutto quando questi erediterà la comproprietà dell’azienda paterna.
Marx intensifica, in questi anni, i rapporti con i dirigenti dei movimenti democratici e socialisti fioriti in Europa, fino a contribuire, nel 1864, alla fondazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori (o Prima Internazionale), della quale scriverà gli Statuti provvisori e l’Indirizzo inaugurale. Marx vede nello sbocco della rivolta parigina del 1870-71, cioè nella Comune, la prima forma di “governo della classe operaia”, espressione della possibilità di una conquista rivoluzionaria del potere.
Muore a Londra nel 1883.
Fra le sue opere più importanti, ricordiamo la “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico” del 1844, le “Tesi su Feuerbach” degli anni 1843-45, la “Critica dell’economia politica” del 1859 e “Il Capitale”, oltre al “Manifesto del partito comunista” e ad altre due opere scritte in collaborazione con l’amico Engels: “La sacra famiglia”, del 1845, e “L’ideologia tedesca” (del 1845, ma pubblicata postuma).
2.2.Filosofia e rivoluzione
L’ideologia marxista si sviluppa principalmente in un senso, quello del rifiuto del pensiero a favore dell’azione, della prassi. La sua critica principale alla filosofia è che essa pensa la realtà, ma la lascia intatta, non affronta il problema della miseria reale della gran parte degli uomini. Il problema che Marx si pone è quindi quello di modificare il compito della filosofia, unendo teoria e prassi: ciò comporterebbe da un lato la soppressione, dall’altro la realizzazione della filosofia. Lo scopo di Marx, almeno apparentemente, è lo stesso dell’Idealismo, ovvero il superamento dell’alienazione umana, la liberazione dell’uomo. Ma l’alienazione è da intendere non nella forma speculativa di Hegel (come movimento dell’Idea che si fa “altro da sé”, nella natura) e neppure nella forma religiosa descritta da Feuerbach (come subordinazione ad una potenza divina che è proiezione ed espressione del soggetto stesso), ma come processo storico ed economico-sociale di asservimento dei produttori della ricchezza materiale a coloro che dispongono di tale ricchezza e dei mezzi che sono serviti a produrla. Occorre sostituire “le armi della critica” usate dalla sinistra hegeliana senza incidere sulla realtà, con “la critica delle armi”; occorre, cioè, una forza materiale in grado di cambiare le cose, di muovere le masse. Così come in passato – afferma Marx – la rivoluzione era nata nella testa di un monaco (Martin Lutero), ora può avere inizio con il concorso della filosofia: questa potrà trovare le sue “armi materiali” in una classe “oppressa da catene radicali”, il proletariato.
Marx non “demonizza” la borghesia e il capitalismo, anzi, il Manifesto contiene una descrizione del carattere “rivoluzionario” della società borghese e capitalistica. Il capitalismo viene descritto come un modello di società fondatosi sull’esigenza di un rivoluzionamento continuo dei processi materiali di produzione e su un incessante dinamismo. Gli accenti e i toni con cui il capitalismo viene rappresentato potrebbero quasi apparire come un’ apologia, se non si concludessero con una prospettiva rivoluzionaria per la quale la borghesia stessa avrà partorito i suoi “seppellitori”, ovvero gli operai moderni, i proletari. Alla fine, la lotta delle classi esploderà inevitabilmente diventando rivoluzione e “il proletariato stabilirà il suo dominio con la violenta rovina della borghesia”.
Per la rivoluzione, Marx individua dei presupposti sia oggettivi che soggettivi: quelli oggettivi sono costituiti dal conflitto tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali borghesi, centrati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione; quelli soggettivi sono costituiti dalla presa di coscienza del proletariato. La presa di coscienza è, infatti, un elemento importante nella lotta di classe, in quanto porta il proletariato a trasformarsi, nella lotta, da “classe in sé” a “classe per sé”, in quanto prende coscienza dei suoi interessi.
Con l’abbattimento della borghesia, il proletariato non si sostituirà ad essa come classe dominante. In una società senza classi, non ci sarà più chi domina e chi è dominato: ci sarà solo il comunismo.
2.3.Il materialismo storico
A partire dall’Ideologia tedesca Marx (insieme ad Engels) inizia ad elaborare una concezione materialistica della storia, la cui preoccupazione è unicamente quella di contrastare e negare l’idea di un primato della coscienza sull’essere; egli parla dei bisogni umani in termini sia materiali sia spirituali e, a proposito del Comunismo, afferma che esso sarà riappropriazione di tutta la ricchezza fisica e spirituale prodotta dagli uomini.
Marx individua nell’alienazione economica il fattore fondamentale di ogni tipo di alienazione, sia religiosa (Feuerbach), sia filosofica (Hegel); la scienza economica diviene la base per una comprensione reale della storia umana. L’essenza umana ha le sue radici nelle attività produttive che gli uomini svolgono per sopravvivere; “ciò che gli individui sono coincide immediatamente con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto con il modo in cui lo producono”, scrive Marx. La storia, dunque, ha inizio con la creazione, da parte degli uomini, dei mezzi necessari a soddisfare i loro bisogni, mezzi “artificiali” (in quanto prodotti dall’uomo) che producono, a loro volta, nuovi bisogni: la produzione di questi ultimi rappresenta “la prima azione storica”.
I pensieri stessi degli uomini, le loro idee, non possono essere che un riflesso delle loro “condizioni materiali di vita”: non basta la critica per cambiare il mondo, occorre la prassi (pràxis), l’azione concreta, la stessa con cui l’uomo opera per cambiare tali condizioni. La sua attività è, quindi, nello stesso tempo, condizionata e condizionante.
La premessa della concezione marxiana dell’ideologia consiste nella constatazione che non è la coscienza a determinare la vita, ma, viceversa, è la vita a determinare la coscienza. Ma accade che gli uomini siano dominati da una “falsa coscienza”, che nasce spontaneamente e produce l’illusione dell’indipendenza delle idee, contro cui si schiera fermamente il materialismo storico, affermando che “le immagini nebulose che si formano nel cervello” non sono altro che la sublimazione del processo materiale della vita degli uomini.
La morale, la religione e in generale qualsiasi forma ideologica non conservano che la parvenza dell’autonomia; dunque, dato che è la prassi materiale a spiegare le idee, si possono eliminare le false idee solo mediante il rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti.
2.4.Il ciclo economico-capitalistico
“Il Capitale” è descrizione delle strutture e del modo di funzionamento dell’economia capitalistica. Non è solo una “critica dell’economia politica”, ma è anche elaborazione di una nuova “scienza” economica.
Il sistema capitalistico viene definito come “un’immane raccolta di merci”, cioè come produzione e scambio crescenti di beni. La merce è un bene prodotto per essere immesso nel mercato: essa ha, nello stesso tempo, un valore d’uso e un valore di scambio. Il valore d’uso è presente in ogni tipo di società e senza esso, cioè senza un’effettiva utilità della merce, non c’è scambio, perché nessuno vorrebbe una merce non utile; esso ha un carattere qualitativo, si lega alle preferenze ed ai bisogni individuali e muta con il mutare delle persone e delle circostanze, quindi non può costituire una “misura” per le diverse merci che si scambiano nel mercato. “Misurabile” è invece il valore di scambio, grazie al quale due merci sono scambiabili secondo rapporti di equivalenza.
La misura comune di ogni merce, quella che allinea le stesse su una comune grandezza di valore è, secondo Marx, il tempo di lavoro necessario a produrle, tempo rapportato a ore e minuti di attività lavorativa. Non sono dunque le merci ad avere, in sé, valore, ma è il lavoro umano che dà ad esse tale valore.
Il profitto dei detentori di capitale nasce dal fatto che anche il lavoro stesso è una merce, che il suo proprietario, il lavoratore, vende in cambio di un salario.
La “merce” lavoro ha, dunque, valore di scambio, ma non è una merce come le altre, in quanto è l’unica che, usata, produce altre merci, altri valori, e l’operaio non vende come merce il proprio “lavoro”, ma vende la sua forza-lavoro; in altri termini, il valore d’uso della merce-lavoro è superiore al suo valore di scambio. Fino a un certo punto della giornata lavorativa il valore delle merci prodotto corrisponde a quello del salario pagato, ma da quel momento in poi e fino al termine della giornata tutto il lavoro erogato dal lavoratore è un dipiù. E’ un plus-lavoro che produce plus-valore che viene incamerato dal capitalista.
Questo “valore in più” si configura, con Marx, nel ciclo economico-capitalistico attraverso la formula D-M-D’, cioè Denaro-Merce-Denaro: il denaro D viene impiegato nell’acquisto di merci (M) necessarie alla produzione, ossia di forza-lavoro (capitale variabile) e macchinari, materie prime, strumenti vari (capitale costante). Le merci prodotte vengono quindi vendute, ottenendo, alla fine del processo, una quantità di denaro (D’) maggiore di quella investita nella produzione: lo scopo dell’intero ciclo è quindi l’incremento del capitale, che avrà la sua origine proprio nel plus-valore incamerato dal capitalista.
Il capitalista, poi, tende costantemente ad aumentare il saggio di plusvalore (P/V, il rapporto tra plusvalore e capitale variabile), aumentando al massimo la giornata lavorativa o riducendo la parte di essa destinata a compensare il salario pagato. Con il primo metodo si ottiene un plusvalore assoluto,tipico della fase di avvio del capitalismo, in presenza di una classe operaia non organizzata. Ma dal momento che essa, attraverso le lotte sindacali e politiche, riesce a ridurre l’orario di lavoro e a migliorare le proprie condizioni, il metodo più moderno adottato è quello del plusvalore relativo, di un’intensificazione, cioè, della produttività nel più ristretto orario di lavoro rimasto. Determinante, in questo contesto, è il ruolo del cosiddetto sviluppo tecnico, cioè l’adozione di macchinari e metodi di produzione più moderni.
In tale ambito, il capitalismo deve però fare i conti con il saggio di profitto, che Marx riassume nella formula P/(C+V), dove C indica il capitale costante. La concorrenza e la necessità di aumentare il saggio di plusvalore inducono ad aumentare il “capitale costante”, ad incrementare, cioè, gli investimenti in macchinari e in tecnologie più avanzati, fino ad aumentarlo più del capitale variabile: ciò determina una caduta tendenziale del saggio di profitto, che in vari modi i capitalisti cercano di contrastare. Mentre la concorrenza tra capitalisti porta ad una concentrazione di capitali in poche mani, cresce la massa dei proletari; in più, la sfasatura tra la massa di prodotti immessa nel mercato e la capacità d’acquisto dei consumatori determina periodiche crisi di sovrapproduzione, che racchiudono in sé un drammatico paradosso: mentre nel passato le crisi erano generate dalla penuria di beni, nella società capitalistica esse hanno origine da un eccesso di merci invendute.
2.5.Il comunismo
Se si eccettuano alcune pagine del periodo giovanile, non si trova in Marx una descrizione della società comunista: questo perché Marx non voleva incorrere in una visione utopistica, che egli stesso aveva criticato in altri. Il comunismo non è, per lui, un “ideale a cui la realtà debba conformarsi”, bensì è “il movimento reale che abolisce lo stato presente” e che sorge solo quando le strutture materiali della società capitalistica vedono nei rapporti proprietari che la costituiscono un ostacolo, un impedimento per l’ulteriore sviluppo.
Il comunismo appare a Marx come l’unica forma sociale nella quale sia possibile una restituzione dell’uomo a se stesso, grazie alla soppressione della proprietà privata; esso è visto come uno sbocco inevitabile dello sviluppo della società capitalistica, una trasformazione imposta dalle stesse contraddizioni che attraversano tale società, in particolare dall’antinomia fra il concentrarsi in poche mani della ricchezza e l’immiserirsi progressivo del proletariato. Il comunismo dovrà corrispondere ad una fase storica di sviluppo nel quale si abbia, anziché una “socializzazione della miseria”, una “socializzazione della ricchezza”, deve cioè portare ad un benessere generalizzato.
La principale questione su cui Marx prende posizione riguarda le trasformazioni che subirà lo Stato in una società comunista. Come già si era scritto nel Manifesto, vi sarà tra la società capitalistica e quella comunista una lunga fase di transizione rivoluzionaria, che sarà contraddistinta dalla dittatura rivoluzionaria del proletariato: si dovrà mutare lo Stato “da organo sovrapposto alla società in organo assolutamente subordinato ad essa”. Si limiteranno così le “libertà dello Stato”.
“Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell’evoluzione[…] il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra. Il proletariato[…], abolendo gli antichi rapporti di produzione, abolisce le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe[…], e, così, anche il suo proprio dominio in quanto classe”.
3.Un mondo in trasformazione
3.1.Lo sviluppo industriale britannico del XIX secolo
Negli anni successivi alle guerre napoleoniche e al Congresso di Vienna, l’Europa attraversò un periodo di sviluppo economico e industriale notevole; questo processo, la cui nascita fu in certi casi anche favorita dal blocco continentale degli anni precedenti, iniziò nella nazione in cui era maggiormente evidente la superiorità economica e commerciale: la Gran Bretagna. L’isolamento imposto dal blocco continentale aveva permesso infatti a molte industrie britanniche di evolversi tecnologicamente, creando un divario competitivo difficilmente colmabile in tempi brevi.
Non mancò, però, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, un periodo di crisi, che incise più sul piano interno che sulle capacità produttive e commerciali britanniche; si verificò una saturazione del mercato della manodopera, dovuto alla smobilitazione di gran parte degli uomini impiegati nell’esercito; fu necessario lo smantellamento di alcune imprese di guerra (le metallurgiche soprattutto), inoltre lo scarso potere di acquisto dei salari, mantenuti assai bassi, non favoriva una domanda interna, nonostante il calo dei prezzi e dei profitti. Tuttavia l’eliminazione del blocco continentale, la cessazione della concorrenza francese e il monopolio dei commerci con i paesi sottosviluppati permisero un continuo progresso delle esportazioni.
3.2.La questione operaia
L’espandersi della Rivoluzione industriale in Europa fu senza dubbio un fattore di progresso, perché liberava nuove energie e creava nuovi rapporti sociali che sgretolavano la società tradizionale. Nello stesso tempo, tuttavia, tale processo generò uno strato sociale di lavoratori sfruttati ed usati come macchine: molto tardi, solo nella seconda metà del secolo e in seguito a lunghe e dolorose lotte sociali, sarebbe iniziata una fase di lenta redistribuzione della ricchezza che avrebbe portato a miglioramenti delle condizioni di lavoro in fabbrica e di vita nelle città industriali.
Nel primo Ottocento l’espressione più tipica della povertà si identificò con il proletariato di fabbrica. La questione sociale diveniva così questione operaia.
Il lavoro di fabbrica era un nuovo tipo di lavoro, e lo sfruttamento di fabbrica era uno sfruttamento di nuovo genere: il lavoratore di fabbrica non possedeva i mezzi elementari di produzione, era espropriato di tutto, possedeva solo la forza fisica, che vendeva a chiunque avesse interesse ad acquisirla. Risiedeva in questo l’alienazione operaia che descrisse Marx, nell’offrire come merce la propria forza-lavoro. Le condizioni in cui avveniva questo sfruttamento erano in certi casi disumane (12/14 ore di lavoro, abitazioni di fortuna e senza servizi igienici e pubblici), inoltre fra i lavoratori altissimo era il tasso di analfabetismo e di malattie professionali. Talvolta la rottura dei nuclei familiari, la mancanza di istruzione e di tempo per le pratiche religiose ed associative faceva sì che l’unica “distrazione” fosse l’alcool. Il sistema di fabbrica aveva insomma causato un degrado morale e una disgregazione del sistema delle relazioni sociali tradizionali senza sostituire ciò che era andato perduto con una nuova rete di istituzioni, associazioni, difese sociali.
Le reazioni dei lavoratori furono dapprima spontanee e irrazionali: il nemico veniva identificato nella macchina che tratteneva l’uomo in stato di asservimento e comprimeva la manodopera; successivamente divennero sempre più organizzate e consapevoli. In Inghilterra, se anche vi furono sommosse nei maggiori periodi di crisi, gli interventi legislativi e l’adozione del libero scambio avevano creato le condizioni per una dialettica più proficua fra lavoratori e imprenditori. Il 1848 in Inghilterra rappresentò dunque l’inizio di una fase di sindacalizzazione operaia, proprio mentre negli altri Paesi europei segnava l’insorgere della rivoluzione sociale.
4.The Victorian Age in England
4.1.A new era
When King William IV died, he was succeeded by his niece Victoria, who was only eighteen. She was to reign for sixty-four years and become the symbol of a whole era, which came to be called the Victorian Age.
When Victoria ascended to the throne, she found a country in difficult position: there was much discontent among the working classes owing to a slump in industry and a period of bad crops, which led to about ten years of misery.
A direct consequence of this crisis was the birth of the Chartist Movement, in 1837, so called because it asked for a Charter of social reforms. In 1839 the Chartists presented Parliament with a petition embodied in the “Six Points” of a document called the “People’s Charter”, but this was rejected by Parliament. The Chartists, who disappeared after 1848, were politically immature and their projects were doomed to failure.
The Trade Union Movement, however, which had at first met with strong opposition from the Government and had finally been legalized in 1825-26, grew stronger and stronger. Through the ability of a few leaders, were formed strong Craft Unions; the first Trade Union Congress met in 1868, while in 1875 the Trade Union Act gave legality and status to the Unions.
The upper class and the industrial middle class firmly believed in a policy of free trade; this meant an uncontrolled flow of commercial transactions with foreign nations. This free exchange of goods brought graet wealth to England: in spite of its serious problems, in fact, Victorian England enjoyed great welfare and prosperity, which found their most striking expression in the Great International Exhibition(1851), promoted by Prince Albert, Victoria’s husband.
The age was also marked by a number of social achievements and reforms, such as The Factory Acts (which regulated and improved the conditions of workers in factories), The Ten Hours’ Act (which limited working hours to ten a day), The Mines Act (which prohibited the working of women and children in mines), The Public Health Act (which improved health conditions), The Education Acts (which re-organized elementary education) and The Parliamentary Reform (through the introduction of secret ballot).
The Victorian Age was above all the period in which the great British Colonial Empire took its final form. There was, at first, an enlargement of the Indian territories as a consequence of the Indian Mutiny of 1857; then, after 1875 England penetrated into Africa, and extended British Rule over Egypt, Uganda, Kenya, Rhodesia and the Niger territories. From 1899 to 1902 England was in war with the South African regions of Orange and Transvaal (The Boer War), which ended in 1902, giving England supremacy over the two Dutch Colonies.
Among other things, the Empire involved Canada, Australia, New Zealand, the Malay States, Ceylon, Singapore, Hong Kong, Gibraltar, Malta and Cyprus.
4.2.The “Victorian Compromise”
The Victorians were proud of their welfare, of their good manners and of their middle-class values, and tended to ignore the problems which still afflicted England. There was, in fact, a part of society, mainly the working class, where misery and distress were still widespread. The new urban conditions, made worse by the growth of slums, had created a lot of health problems.
The New Poor Law of 1834 had not been a solution for outstanding problems, and the creation of the much hated workhouses (so unforgettably portrayed and denounced by Dickens) had often made life a hell for the poor. Poverty was virtually regarded as a crime, and penalized as such: debtors, for example, were still kept in jail. Education, too, had its problems: teachers were often incompetent and corporal punishment was still regularly applied to maintain discipline.
This particular situation, which saw prosperity and progress on the one hand, and poverty, ugliness and injustice on the other, which opposed ethical conformism to corruption, moralism and philantropy to money and capitalistic greediness, and which separated private life from public behaviour, is usually referred to as the “Victorian Compromise”.
The inhuman conditions of workhouses, the deficiencies of legal system and of school system were harshly criticized and denounced by Charles Dickens.

4.3.The “painter of English life”: Charles Dickens
4.3.1.Life and works
Born near Potsmouth in 1812, Charles Dickens was the son of a clerk in the Navy Pay Office. Shortly afterwards, his family moved to Chatham, where Charles lived for six years; he went to school there, and began reading novels by Fielding and Defoe. In 1823 his father was sent to work in London, where the family lived in a dingy suburb, as Mr.Dickens was always in debt. Charles was obliged to leave school and to work in a blacking factory.
After two years the family fortunes improved through a legacy; Charles was released from the factory, and sent to a school in Hampstead, where he learnt little and made no friends. It took moral and physical strenght to overcome the hardships and severity of an English school, particularly a school for boys of the lower middle class.
At fifteen he left school and began to work as a clerk in a lawyers’ office, then he learnt shorthand and became a parliamentary reporter and journalist. In 1836 he married Catherine Hogarth, but the marriage wasn’t happy, and he separated from her in 1856. At about the same time of his marriage, in 1836, he began his brillant literary career, which continued till his death.
He visited America in 1842, and made a second trip in 1867: he obtained enormous success from public readings of his works, although these occasions were a drain on his nervous energies, which were already overstrained by his constant writing. He died in June 1870.
Dickens’s output was enormous and consisted mainly of novels, that can be divided in four different kinds:
1)humurous novels, that are:
-Sketches by Boz (1836), journalistic sketches containing episodes of everyday London life;
-The Pickwick Papers (1836-37), a series of adventures of a club of amateur sportsmen, that was Dickens’s first real success;
-Martin Chuzzlewit (1843-44), including satire of American boastfulness and vulgarity;
2)historical novels, that are:
-Barnaby Rudge (1841), set during the anti-Catholics riots of 1780;
-A Tale of Two Cities (1859), set at the time of the French Revolution, the two cities being Paris and London;
3)sentimental novels, that are:
-A Christmas Carol (1843), a ghost story with a moral, set in the atmosphere of Christmas;
-David Copperfield (1849-50), his best-known, full of autobiographical memories;
4)social or humanitarian novels, that are:
-Oliver Twist (1837-38), in which Dickens attacks the workhouses system and denounces the degradation of poverty;
-Nicholas Nickleby (1839), an attack to the mismanagement of private schools;
-The Old Curiosity Shop (1841), a pathetic story about the ill-treatment of children in the industrial age;
-Dombey and Son (1847-48), attacking the greed for money and the hipocrisy of simulated affection;
-Bleak House (1852-53), against the abuses of the law;
-Hard Times (1854), denouncing the wrongs of society and the terrible conditions of industrial workers;
-Little Dorrit (1855-1857), denouncing the horrible conditions of prisons;
-Great Expectations (1860-61), about the dramatic experiences of a young boy as he grows up;
-Our Mutual Friend (1864-65), in which Dickens protests against the poor laws;
-The Mistery of Edwin Drood (1870), a novel of mistery and sensation, left unfinished at his death.

4.3.2.Features and themes
Charles Dickens is the foremost representative of the Victorian Novel: extremely popular in his age and after, he has been read and loved by millions of people all over the world.
His early novels are loosely structured, often consisting of apparently random episodes: together with the partly autobiographical, but otherwise more tightly plotted, David Copperfield and Great Expectations, they also nostalgically evoke a world of diligence and roaring inn fires from the early years of the 19th Century. But Dickens actually lived and wrote in the new age of rail travel, and Dombey and Son is the first novel to reflect the contemporary world – its villain is actually killed when he falls under a train.
Such later novels as Bleak House, Hard Times and Little Dorrit are also notable for their more sustained emphasis on the social ills of Victorian England. These late novels are remarkable for their ability to use a single image or symbol as a unifying element within the narrative. Little Dorrit seems to use the prison as a metaphor for Victorian society itself. Our Mutual Friend, the last complete novel, follows the fortunes of a rich dust-contractor, therefore equating wealth with dirt; “dust” was a euphemism for one particular kind of human waste.
One side of Dickens’s genius was his sense of humour, which has kept the characters of his novels alive until the present day. This humour can be found in characterization, in dialogue and in whole episodes. Very often Dickens’s humour is mingled with pathos, and he smiles “through his tears”: as long as he controls his sometimes excessive sentimentality, his humour is at the best.
Dickens is a subtle observer of London life, which he had come to know during his wanderings in the town; in his boyhood he had long observed streets and squares, particularly those parts of the town where the poor lived. He knew from his personal experience the life led in factories, the routine in the offices, the sordid life in prison. He gives us a minute account of British home life, of school systems, of the domestic life of lower class people, with every detail of manners, appearance and dress. For this, he was defined “the painter of English life”.
Dickens’s characters may be roughly divided into good and evil: each character is unlike the other, each one is an individual. The writer is not concerned with the inner side of his characters, he is an untiring observer of the external qualities of people, and in his colourful representation of simple characters, who make a strong call upon his sense of humour, he is unsurpassed.

5.Dal marxismo al comunismo
5.1.Dall’utopismo a Lenin

Se parliamo di ideologie vicine o similari al comunismo marxiano, non si può non ricordare il comunismo di Platone (anche se questi teorizza una comunanza di beni solo per una classe di cittadini, quella dei guerrieri, e lo fa per un motivo funzionale, non per risolvere il problema della giustizia), il pensiero utopico di Thomas More e Campanella o il cosiddetto “socialismo utopistico” di Saint-Simon, Fourier e Proudhon; se invece vogliamo parlare di comunismo vero e proprio, è inutile negare che questo sia nato proprio con Marx, e la sua prima vera applicazione in campo politico non è stata né la breve avventura della Comune parigina del 1871, né tanto meno altri esperimenti viziati da utopicità ed episodicità disseminati nel corso della storia precedente (come certi fenomeni ereticali tardomedioevali).
Dopotutto, è innegabilmente a Marx che il comunismo ha dovuto la sua fortuna. E’ Marx che ha fornito il quadro teorico che ha consentito una realizzazione storica dell'idea comunista, che altrimenti sarebbe rimasta pura teoria. Marxista fu il comunismo di Lenin, come quello di Mao Tze Tung.
Ma il comunismo storico è stato fedele a Marx? Per certi versi, sì: è vero che sia Lenin sia Mao hanno introdotto alcune varianti al marxismo, ma nulla di sostanziale è stato alterato. Se Lenin ha teorizzato (nelle sue Tesi di Aprile) l'immediato passaggio alla rivoluzione proletaria senza passare attraverso la rivoluzione borghese e la necessità in Russia di una alleanza tra operai e contadini, Mao ha addirittura affidato alla classe contadina il ruolo di classe rivoluzionaria e quindi il comunismo sovietico e quello cinese hanno complessivamente applicato le categorie essenziali del marxismo.
Il comunismo, conformemente alle idee di Marx, ribadite e accettate da Lenin, Stalin, Mao e da tutti gli altri suoi leader storici, non ha voluto essere una semplice "ricetta" per la soluzione di problemi economici. Non ha voluto riguardare insomma solo un livello, un settore (circoscritto), ma ha avuto la pretesa di riguardare tutto l'uomo e ogni suo ambito.
Il comunismo, coerentemente alle idee del suo ispiratore, Karl Marx, non è stato neutro riguardo alla visione del mondo, ma ha avuto una sua ben precisa visione del mondo, che ha cercato di imporre come alternativa e incompatibile a qualsiasi altra. In altri termini il comunismo è stato un tipo di sistema onnicomprensivo e onnipervadente: una forma di totalitarismo.

5.2.Il comunismo come totalitarismo

Il comunismo come totalitarismo pretendeva di regolare ogni aspetto della vita interessandosi, anzitutto, di economia, attribuendo allo Stato guidato dal Partito il ruolo di unico protagonista e controllore di tale ambito: tutti i mezzi di produzione erano statalizzati (collettivismo statalista) e l'economia veniva "pianificata" (Stalin inaugurò la politica dei "piani quinquennali), cioè non più regolata dal dinamismo della domanda e dell’offerta ma governata centralisticamente da uno Stato che stabiliva quanto ogni settore (agricolo e industriale) dovesse produrre.
Ma si interessava anche di ogni problema umano: dalla vita sociale (gestendo il problema della abitazione, del vestiario, della alimentazione, delle comunicazioni, del tempo libero e delle vacanze) alla informazione (sottoposta a una ferrea censura, come e più che in altri sistemi totalitari), dalla cultura (solo gli intellettuali e artisti allineati al regime avevano diritto di pubblica espressione, perseguitati invece i "dissidenti", come Andrej Sacharov o Alexandr Solzjenitsin) alla educazione (gli insegnanti potevano essere solo membri fedelissimi del Partito
e loro compito precipuo era promuovere non la capacità degli alunni, ma il loro inquadramento ideologico nei ranghi dell'ortodossia comunista).
Infatti ciò a cui il comunismo mirava era la creazione di un uomo nuovo, di una società nuova, da cui il male (la cui radice era identificata nello sfruttamento economico di una classe sull'altra) sarebbe stato alla fine totalmente sradicato. Quello che si agitava all'orizzonte era una promessa di infinito, di infinito, di paradiso sulla terra, nella storia. Il purgatorio della durezza statale instaurata dopo la rivoluzione non era altro che tappa e passaggio obbligato (dalle prevedibili resistenze dei reazionari capitalisti e feudali) verso il Paradiso della piena realizzazione dell'umano.

5.3.La Rivoluzione Russa
5.3.1.La Rivoluzione di febbraio
Il comunismo ha il suo vero e proprio atto di nascita in Russia, nel 1917, con la Rivoluzione Russa, che portò alla caduta dell’Impero zarista a favore del nuovo regime socialista. I primi segni di crollo dell’Impero si manifestarono nel corso della Prima Guerra Mondiale (nella quale la Russia era intervenuta al fianco di Gran Bretagna, Francia e Italia), in concomitanza con il peggioramento delle condizioni di vita; le difficoltà dei rifornimenti alimentari, il crollo dei salari e le dure condizioni di lavoro nelle fabbriche scatenarono (a partire dal 1915) manifestazioni popolari e massicci scioperi dei lavoratori.
La situazione precipitò nel febbraio 1917: alla situazione preinserruzionale, determinata dall’ondata di scioperi delle fabbriche di Pietrogrado, le truppe zariste risposero duramente. Ma la rivolta popolare, saldandosi alla ribellione della guarnigione militare della città, costrinse lo zar Nicola II ad abdicare. Il fratello dello zar, il granduca Michele, rinunciò inoltre alla reggenza, perché consapevole dell’impossibilità di riprendere le redini dell’ormai perduto potere monarchico, perciò il governo provvisorio fu affidato al principe Georgiy L’vov.
In questa fase emersero due centri di poteri: da una parte il Partito costituzionale democratico (KD), favorevole a una democrazia parlamentare; dall’altra si trovavano i soviet, cellula base della democrazia diretta, organismi controllati dai menscevichi, che costituivano a loro volta una delle due componenti del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR).
Lo scontro oppose inevitabilmente i soviet e il governo provvisorio, con i primi che reclamavano la pace e la distribuzione delle terre ai contadini, mentre il secondo premeva per una maggioranza borghese e liberale che impedisse lo sviluppo socialista della rivoluzione. Lo stesso POSDR era diviso tra menscevichi, che ritenevano che spettasse alla borghesia guidare la rivoluzione democratica (libertà sindacali e politiche) e accelerare il passaggio al capitalismo, e bolscevichi, guidati da Lenin, che, dal suo esilio in Svizzera, riteneva che solo l’alleanza operaio-contadina avrebbe potuto intraprendere le necessarie riforme, data l’assenza di una borghesia rivoluzionaria.

5.3.2.Tesi di Lenin e Rivoluzione d’ottobre
Rientrato in Russia dall’esilio svizzero, nell’aprile del 1917 Lenin avanzò 18 tesi che suscitarono notevole perplessità nello stesso Partito bolscevico, poiché proponevano il passaggio del potere dalla repubblica parlamentare, nata nel febbraio, ai soviet degli operai, dei contadini e dei soldati. Confermata l’opposizione alla guerra "imperialistica, di brigantaggio", il documento sosteneva che senza rovesciare il capitalismo sarebbe stato "impossibile pervenire ad una pace veramente democratica".
Le tesi 4 e 5 indicavano i soviet come "la sola forma possibile di governo rivoluzionario" e individuavano il compito dei bolscevichi nella conquista della maggioranza di tali organismi per superare la "repubblica parlamentare" e per realizzare la "repubblica dei soviet dei deputati operai, salariati agricoli e contadini, nell’intero paese dal basso in alto".
Compito del nuovo potere doveva essere (come lo era stato per i comunardi parigini del 1871) la "soppressione della polizia, dell’esercito e del corpo dei funzionari" e mediante la "eleggibilità e revocabilità in ogni momento di tutti i funzionari", le cui retribuzioni non dovevano essere in nessun caso superiori "al salario medio di un buon operaio".
Venivano infine suggerite alcune misure immediate che avrebbe potuto prendere lo stesso governo provvisorio, se non fosse stato ricattato dalla borghesia:
-la fusione immediata di tutte le banche del paese in una sola banca nazionale posta sotto il controllo dei soviet dei deputati operai;
-la confisca di tutti i beni dei proprietari fondiari (…) la nazionalizzazione di tutte le terre del paese da mettere a disposizione dei soviet locali dei deputati dei salariati agricoli e dei contadini poveri, da formare ovunque.
Scopo di tutto ciò, precisava Lenin, non era la "instaurazione del socialismo", bensì "soltanto l’immediato controllo della produzione e della ripartizione dei prodotti da parte dei soviet dei deputati operai".
Il programma leninista di passare tutto il potere ai soviet, sulla base di un programma corrispondente agli interessi sociali dei contadini e degli operai (Tesi d’aprile), provocò la rottura definitiva tra il governo provvisorio e i bolscevichi e quindi l'emarginazione della borghesia dalla direzione del paese a causa dei suoi compromessi con il passato regime. In tal modo si determinò un dualismo di potere tra i soviet, che avevano il consenso dei lavoratori, e il governo di L’vov, incapace di risolvere la questione della guerra e di effettuare la riforma agraria, mentre i contadini occupavano la terra ed i soldati disertavano al fronte.
La repressione governativa si abbatté sui bolscevichi, sottoposti ad una massiccia campagna di persecuzione, pur non essendo stati i responsabili diretti delle insurrezioni degli operai e dei soldati di Pietrogrado; Lenin venne accusato di essere un agente al servizio dei Tedeschi, le sedi del partito bolscevico furono devastate. Lenin fu costretto all’esilio in Finlandia.
A questo punto, Kerenskij formò (27 luglio 1917) un nuovo governo provvisorio. Per rafforzare la propria posizione verso i soviet proclamò la repubblica e convocò una Conferenza di Stato rappresentativa della Chiesa e dei partiti ad eccezione dei bolscevichi, messi fuori legge. Alla conferenza dei notabili si delineò lo scontro tra il premier, favorevole alla formazione di un governo composto da socialisti moderati e borghesia, per colpire politicamente i soviet, e il generale Kornilov, che era invece favorevole all’instaurazione di una dittatura militare. Questi, dopo la caduta di Riga in mano tedesca, tentò un colpo di Stato con reggimenti cosacchi a lui fedeli: Kerenskij reagì armando anche i “traditori” bolscevichi, e riuscì a reprimere il moto.
Una volta sventata la minaccia di una dittatura militare, i bolscevichi decisero l’insurrezione armata il 24 ottobre 1917: fu dato l’assalto al Palazzo d’Inverno sede del governo provvisorio, e la sera stessa il II Congresso panrusso annunciò il passaggio del potere ai soviet, mentre il partito bolscevico si diede il nome di Partito Comunista. Negli stessi giorni venne fissata la data delle elezioni per l’Assemblea Costituente, il cui esito fu deludente per i bolscevichi che ottennero il 25% dei consensi, contro il 63% ottenuto dai socialrivoluzionari. Dopo la prima riunione (gennaio 1918), l’Assemblea non fu mai più riconvocata, mentre si profilava il predominio politico del Partito Comunista di Lenin sui soviet.
Il nuovo governo, bisognoso di concentrare le energie sul piano interno, stipulò la pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) con i Tedeschi, a condizioni molto pesanti; Trockij, capo della delegazione sovietica alle trattative, rimase sconcertato. Ma Lenin, nonostante l’opposizione di socialrivoluzionari e bolscevichi, accettò amaramente le condizioni tedesche. L’Ucraina, formalmente indipendente, passò sotto il controllo tedesco, mentre gli Stati Baltici (Lettonia, Estonia, Lituania) nel 1920 proclamarono la loro indipendenza insieme a Georgia e Finlandia.
L’uscita della Russia dalla guerra coincise con una serie di difficoltà politico-sociali (1917-1921); innanzitutto il governo rivoluzionario dovette fronteggiare le forze dell’Intesa, che per costringere il governo russo a riprendere la guerra contro la Germania inviarono truppe a sostenere le armate filozariste del “Terrore bianco”. A scatenare la controrivoluzione furono nobili, borghesi e socialrivoluzionari di destra le cui brutalità si abbatterono sui soviet, sugli ebrei, sui prigionieri di guerra; nelle zone sotto “dittatura bianca” furono cancellate tutte le conquiste rivoluzionarie.
Al “Terrore bianco” corrispose il “Terrore rosso”, rinvigorito dall’attività della polizia politica (Ceka), che mise fuori legge menscevichi e socialrivoluzionari e che sfuggì, a sua volta, ad ogni forma di controllo politico in una dinamica arbitraria e repressiva, al di fuori della legalità sovietica.
Per fronteggiare le truppe dell’Intesa, Trockij costituì l’Armata Rossa, per istituire la quale seguì criteri di efficienza e professionalità (richiamando ufficiali zaristi), più che di fedeltà ideologica alla Rivoluzione. La guerra, civile e di classe, si concluse con la vittoria dell’Armata Rossa, sostenuta dalla maggioranza della popolazione; le grandi potenze non erano riuscite a piegare la rivoluzione, anche se ne avevano impedito la diffusione in Europa.

5.4.La nascita dell’U.R.S.S.
A seguito dell’alleanza con Armenia, Georgia e Bielorussia, nel 1922 nacque l’U.R.S.S. (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), inizialmente federazione di quattro Stati, ai quali si sarebbero poi aggiunte le altre repubbliche formatesi nei territori asiatici dell’ex Impero. I confini dell’URSS coincidevano con quelli dell’Impero zarista, amputato di Polonia, Finlandia e Paesi Baltici.
Durante la guerra civile e mentre si delineavano i caratteri del nuovo Stato, i bolscevichi dovettero fronteggiare a una serie di emergenze: la guerra aveva sottratto milioni di braccia all’agricoltura, determinando una grave crisi alimentare. Questa fu aggravata dall’atteggiamento dei contadini che, divenuti proprietari, preferirono l’auto consumo alla produzione per il mercato, e di coloro (i cosiddetti “kulaki”) che preferirono nascondere il grano per lucrare i prezzi.
Dinanzi al crollo della produzione e alle pesanti condizioni sociali lasciate dalla guerra, nel 1921 venne varata la Nuova Politica Economica (NEP), che si basava sulla rimozione delle misure straordinarie imposte precedentemente dallo Stato; grazie al NEP fu guadagnato il consenso del mondo rurale e si avviò una rapida ripresa dell’economia. La liberalizzazione commerciale rilanciò la produzione agricola e delle piccole imprese, mentre i contadini, una volta destinata la quota di produzione allo Stato, poterono vendere il prodotto restante; L’industria fornì prodotti utili ai contadini rinnestando quel ciclo di mercato bruscamente interrotto dalla rivoluzione. Il passaggio alla NEP privò inoltre la guerriglia e il banditismo rurale di base sociale e consentì una riflessione politica sugli sviluppi della rivoluzione e, più in generale, sulla situazione internazionale in cui si collocava lo Stato comunista. Si fece strada la convinzione che l’URSS sarebbe a lungo rimasto l’unico Paese socialista al mondo, per cui sarebbe stato necessaria la lotta contro i socialrivoluzionari e contro il frazionismo interno.

6.L’U.R.S.S. dopo la rivoluzione: Stalin
6.1.Dal socialismo alla dittatura
La morte di Lenin, giunta prematuramente dopo una breve malattia nel 1924, avviò un lacerante dibattito teorico politico nel partito, che assunse carattere personalistico e persecutorio. Lo scontro iniziale coinvolse Trockij, interprete del disagio delle classi urbane colpite dalla liberalizzazione economica, a Stalin. Trockij sosteneva la necessità di una rivoluzione mondiale necessaria alla sopravvivenza dell’URSS, mentre Stalin contrapponeva la linea del consolidamento dello Stato sovietico bisognoso del concorso solidale e subalterno del comunismo internazionale. Trockij fu duramente attaccato, fino ad essere emarginato e, dopo la pubblicazione delle Lezioni d’ottobre (nelle quali criticava la pretesa di Stalin, Kamenev e Zinoviev di essere gli autentici eredi di Lenin), addirittura cacciato dal partito ed espulso dall’URSS.
Diventato in questo modo la figura egemone del partito, Stalin si trovò a dover fare i conti con i gravi problemi dell’arretratezza russa nei confronti dei Paesi europei. Per cercare di risolvere questa crisi impresse alla Russia un carattere autoritario e centralizzato e formulò piani di sviluppo economico accelerato, il cui obiettivo era quello di trasformare, in breve tempo, l’URSS in un Paese altamente sviluppato sia dal punto di vista economico che da quello tecnologico. Sebbene il processo portò la Russia ad essere uno dei Paesi più industrializzati d’Europa, comportò anche degli enormi sacrifici umani. Il primo passo verso la crescita economica fu mosso con la collettivizzazione delle campagne.
La collettivizzazione forzata delle campagne si verificò in Russia dall’estate del 1929 al marzo 1930, e poi ancora dal 1931 in avanti. In questi anni vennero tolti ai contadini i rudimentali attrezzi agricoli che ancora utilizzavano per la lavorazione della terra e sostituiti con nuovi e più efficienti macchinari.
Contemporaneamente a ciò, si procedette alla eliminazione di chiunque si opponesse alla collettivizzazione: migliaia di agenti furono mandati nelle campagne a spingere tutti i contadini nelle fattorie collettive (kolchoz); molti di essi, in modo particolare i kulaki, cioè i contadini agiati, si ribellarono e iniziarono a distruggere i raccolti e gli utensili, ad uccidere il bestiame, a commettere atti terroristici e sabotaggi nei confronti dei kolchoz. La risposta a questa ribellione da parte del Governo fu durissima: i villaggi dove si insediavano i ribelli furono circondati da mitragliatrici e costretti alla resa, i kulaki deportati in Siberia, chiunque avesse reagito in modo violento alla collettivizzazione veniva processato penalmente e giustiziato o deportato.
La collettivizzazione delle campagne procedeva ad un ritmo molto rapido; ciò comportava che anche il processo di industrializzazione assumesse un ritmo simile: perché la collettivizzazione potesse avvenire era infatti necessario che l’industria producesse i materiali necessari, che i pozzi petroliferi fornissero quantità di carburante sufficienti a garantire il funzionamento dei trattori, che l’elettricità fosse portata nelle campagne, che venisse insegnato ai contadini come utilizzare le nuove macchine.
La Russia diventò così, in pochi anni, uno dei Paesi più industrializzati in Europa. Non bisogna dimenticare però che le perdite, umane e di materiali, provocate dalla collettivizzazione forzata, si ripercossero poi su tutta l’economia agricola russa, tanto che la grande arretratezza dell’agricoltura dell’URSS non riuscì ad essere completamente eliminata.
Stalin aveva progressivamente accentrato il potere nella sua persona, grazie al pieno controllo della potente nomenklatura, la burocrazia del Partito comunista.
Servendosi della potentissima polizia segreta, eliminò tutti gli oppositori, tra i quali molti protagonisti della rivoluzione d'ottobre del 1917. Nel 1934 Stalin prese a pretesto la misteriosa uccisione del suo collaboratore Kirov per scatenare le "grandi purghe", che èbbero il culmine tra il 1936 e il 1939: centinaia di migliaia di militanti comunisti e soldati dell' Armata Rossa furono messi sotto accusa come "nemici dello Stato", incarcerati, costretti a confessare colpe inesistenti e condannati a morte o al lavoro forzato. Bukharin, Kamenev, Rykov e Zinoviev, condannati alla fucilazione, furono le più celebri vittime delle epurazioni staliniane.
Trotskij, acerrimo oppositore di Stalin anche dall'esilio, fu rintracciato in Messico da agenti della polizia segreta sovietica e assassinato nel 1940. È difficile calcolare quanti morti provocò il terrore scatenato da Stalin negli anni Trenta in tutti i settori della società, ma si può parlare di alcune centinaia di migliaia di persone. Tra i 15 e i 20 milioni furono invece i deportati nell'arcipelago dei campi di lavoro, il Gulag. Questo sistema carcerario, controllato direttamente dalla polizia segreta, era formato da almeno 160 campi di prigionia dislocati prevalentemente nella Russia siberiana. Vi furono rinchiusi oppositori veri o presunti del regime, trotskisti, kulaki; alcuni milioni erano i deportati di nazionalità non russa, appartenenti a popoli che reclamavano maggiore autonomia da Mosca, come i Cosacchi del Don, i Tatari di Crimea e gli Ucraini. Con identica brutalità il regime staliniano eliminò ogni forma di libertà religiosa: fu imposto l'insegnamento dell'ateismo, le Chiese cristiane e le comunità ebraiche vennero perseguitate. Il Gulag fornì a Stalin una massa di manodopera forzata impiegata nella costruzione di grandi opere - canali, strade, ferrovie - e nelle industrie, impegnate a centrare gli obiettivi prefissati dai piani quinquennali.
Il clima di terrore che caratterizzò lo stalinismo contrasta con l'immagine pubblica che il dittatore volle dare di sé. Nei manifesti Stalin è al fianco di minatori e contadini sorridenti, felici di contribuire alla riuscita dei piani quinquennali. I bambini lo adorano e gli offrono fiori in segno di omaggio e riconoscenza per il bene che ha fatto alla nazione. Grandi ritratti di Stalin bonario e rassicurante si vedevano negli uffici pubblici e sulle piazze. La propaganda comunista alimentò un vero e proprio "culto della personalità" staliniana: la sua immagine fu esaltata ed egli fu celebrato come la guida salda e ferma del Paese, che aveva aperto la via dello sviluppo e avviato l'URSS a divenire una grande potenza mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale l'esaltazione di Stalin fu amplificata dalla vittoria militare sul nazismo e si allargò al di fuori dell'Unione Sovietica tramite i Partiti comunisti dei vari Paesi.

6.2.Guerra mondiale e guerra fredda
6.2.1.Dittature contro
Con il colpo di Stato di Francisco Franco e la guerra civile che portò in Spagna all’instaurazione di una dittatura nazifascista, Stalin, impegnato a consolidare la propria autorità ed a costruire il “socialismo in un solo paese”, necessitava di alleanze e di assicurazioni internazionali per fronteggiare un’eventuale aggressione della Germania nazista; il consolidamento del movimento comunista internazionale e la preminenza di Mosca su di esso richiedevano l’intervento in difesa della Repubblica Spagnola. Bisognava però stare attenti a non compromettere le relazioni con le potenze occidentali; in un primo momento Stalin soccorse la Repubblica soprattutto con la mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e con l’organizzazione di corpi di volontari. Seguì (ottobre 1936) uno sforzo considerevole nell’invio di aiuti militari, prima della loro diminuzione (estate 1938) e dell’abbandono della Repubblica.
Nel marzo 1939 ebbero inizio, da parte di Francia e Gran Bretagna (preoccupate dall’aggressività tedesca) trattative di alleanza con l’Unione Sovietica: ma la divergenza tra il modo di procedere della diplomazia francese e quella inglese costituì l’impedimento maggiore alla conclusione dell’alleanza tripartita.
Stalin allora, convinto dell’imminenza della guerra e constatata la scarsa determinazione delle potenze democratiche, accettò le offerte hitleriane: a Stalin premeva evitare l’isolamento dell’URSS, in un momento in cui era impegnato a sostenere militarmente la repubblica mongola contro l’invasione giapponese, e a tenere lontana dai confini la minaccia tedesca. La Germania, a sua volta, era interessata ad evitare un conflitto che la tenesse impegnata su due fronti. Fra lo stupore dell’opinione pubblica internazionale, i due ministri degli esteri Molotov e Ribbentrop firmarono a Mosca (23 agosto 1939) un patto decennale di non aggressione, con l’aggiunta di protocolli segreti (pubblicati in URSS solo nel 1990) nei quali nazisti e sovietici discutevano “la questione della delimitazione delle rispettiva sfere di influenza nell’Europa Orientale”. La decisione staliniana rispondeva ad esigenze tattiche: guadagnare tempo, accelerare la riorganizzazione dell’esercito, predisporre una barriera difensiva antitedesca in Polonia; ma Stalin era anche convinto che i Britannici avessero favorito la politica antisovietica dei nazisti. Il patto, frutto di una cruda e cinica realpolitik, lasciò disorientati quanti avevano combattuto in Spagna il nazifascismo: si lacerava il rapporto di identificazione tra la causa dei lavoratori, della democrazia e della libertà, e la difesa dell’URSS come baluardo antinazista.
Il 22 giugno 1941 scattò l’ “Operazione Barbarossa” tedesca contro l’URSS: Hitler inviò 5 milioni di uomini, appoggiati da 5 mila carri armati, da 3 mila aerei e da truppe ungheresi, romene e finlandesi. Giunti a soli 400 km da Mosca, gli invasori furono fermati dalla gloriosa Armata Rossa, che, guidata dal maresciallo Zukov, respinse l’offensiva tedesca su Mosca e passò alla controffensiva: fattore decisivo della riscossa fu la determinazione dei popoli sovietici che accolsero l’appello di Stalin alla guerra patriottica. Stalingrado divenne teatro e simbolo della più grande battaglia mai combattuta dall’umanità, da parte di un popolo e di un esercito molto motivati; il prestigio di Stalin e dell’Armata Rossa, che avevano incitato la popolazione a combattere casa per casa, erano giunti al vertice. A questo punto, con l’avanzata di Zukov verso Varsavia, Berlino era a portata di mano dei Sovietici.
Nella loro travolgente avanzata verso nordovest le truppe sovietiche occuparono Vienna (13 aprile 1945) per poi incontrare le truppe americane provenienti da ovest; nella battaglia di Berlino Hitler ordinò la resistenza ad oltranza, prima di suicidarsi nel bunker della cancelleria all’arrivo dell’Armata Rossa. L’8 maggio 1945, a Reinn, il generale Jodl firmò la resa incondizionata della Germania.
Dopo che, nelle Conferenze di Yalta e Potsdam, Stalin riuscì a sfruttare a proprio favore le dissonanze tra Roosevelt, presidente statunitense, e Churchill, premier britannico, si acuirono i contrasti tra URSS e USA, contrasti che portarono all’inizio della cosiddetta “guerra fredda”.

6.2.2.Da Stalin alla “perestrojika”
L’ inizio della guerra fredda viene fatto risalire al 1945 anno della fine della II guerra mondiale e più precisamente alla conferenza di Yalta, dove “I tre grandi“ Churchill, Roosevelt e Stalin, decisero le sorti del mondo che usciva dalla guerra. In termini brutali, ci fu una vera e propria spartizione del mondo tra USA e URSS.
L’URSS uscì dalla II guerra mondiale notevolmente provata, riuscì comunque ad affermarsi a livello mondiale grazie alla forza del suo grande esercito, grazie alla ferrea disciplina imposta da Stalin e grazie allo sfruttamento dei territori occupati. Vennero quindi imposte pesantissime riparazioni agli ex alleati della Germania (Ungheria, Romania e Bulgaria). Il suo potere derivò inoltre dal grande appoggio di tutti i partiti comunisti del mondo e dalle speranze di indipendenza che essa alimentava in tutti i paesi ancora soggetti al regime coloniale. Nel 1947 così si insediarono governi filo-sovietici in Polonia, Bulgaria, Ungheria e Romania, uniti tutti alla “madre Russia“ mediante organizzazioni politiche (Cominform), economiche (Comecon) e militari (Patto di Varsavia).
Il Cominform fu fondato nel 1947 con lo scopo di coordinare l’ azione di tutti i partiti comunisti europei. Divenne lo strumento tipico della contrapposizione tra blocco comunista e blocco occidentale. Venne però sciolto nel 1956.
Grazie al Comecon invece, l’URSS si assicurò il controllo delle economie dei paesi da lei occupati. L‘URSS poté scegliere i processi di produzione dei paesi satelliti in modo tale che questi risultassero complementari a quelli russi. La quantità ed i prezzi dei beni scambiati furono quindi rigidamente controllati dal potere sovietico. La Russia, nei primi anni del dopoguerra, conobbe così un rapido sviluppo.
Il Patto di Varsavia si configurò come organizzazione militare dei paesi comunisti dell’Europa orientale e conferì alla Russia il comando di tutte le forze militari dei paesi contraenti il trattato. Il patto di Varsavia si sciolse soltanto nel 1991 in seguito al crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale.

Gli USA uscirono dalla II guerra mondiale per niente indeboliti; essi non avevano, infatti, conosciuto né occupazione straniera né bombardamenti. Alla fine della guerra gli USA si ritrovarono con la più potente marina e aviazione militare del mondo e la sua supremazia militare era garantita dal possesso della bomba atomica. Anche nel campo economico la supremazia degli USA era indiscutibile, però occorreva un sistema monetario internazionale efficiente e stabile per la ripresa della crescita degli scambi internazionali, e così il dollaro divenne la moneta chiave del sistema. Gli scambi e i pagamenti internazionali sarebbero stati effettuati unicamente in dollari e la valuta americana sarebbe divenuta moneta di riserva in sostituzione dell’oro.
Per gli USA solo l’affermazione della libertà di commercio su scala mondiale e lo sviluppo della cooperazione internazionale avrebbero potuto assicurare la pace e la democrazia. Gli USA si proclamarono allora promotori di quest‘ ideale e lo dimostrarono attuando il cosiddetto “Piano Marshall“.
Il Piano Marshall (1948-1957) consisteva nella concessione agli stati europei di prestiti a basso interesse o a fondo perduto, nella fornitura di massicci aiuti in beni alimentari e materie prime e soprattutto nel rinnovamento tecnico delle imprese europee attraverso l’introduzione di macchinari, tecnologie e tecniche di produzione più moderne. Esso d’altra parte permise agli USA di influenzare la condotta economico-finanziaria dei paesi assistiti e di favorire gli investimenti esteri americani. IL piano Marshall inoltre, creando un forte legame tra USA e Europa Occidentale, si poneva come forte baluardo contro le mire espansionistiche sovietiche in Europa. Fu per questo dunque che quando gli americani offrirono i loro aiuti anche a Cecoslovacchia e Polonia, fu lo stesso Stalin ad intervenire e ad imporre ai governi di Varsavia e di Praga di rifiutare l’offerta americana.
La solidarietà politica tra Usa ed Europa si riaffermò poi nel 1949 con l’alleanza politico-militare del Patto Atlantico che ebbe il suo strumento bellico nella NATO (North Atlantic treaty Organization) cui aderirono 12 paesi.
La NATO era una alleanza con dichiarato carattere difensivo , ma il suo sorgere confermò comunque una netta divisione dell’Europa occidentale da quella orientale. Questa divisione fu confermata nel 1955 quando i paesi del blocco comunista opposero alla NATO una loro alleanza militare, IL Patto di Varsavia. Era dunque calata quella “ cortina di ferro “ di cui Churchill aveva parlato già nel 1946.
ONU, di matrice soprattutto americana, fu anche l’ispirazione di base dell’organizzazione delle nazioni unite –ONU-, creata con l’obbiettivo di salvare le generazioni future dal “flagello della guerra” e di impiegare “strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli”. Con l’evolversi del processo di contrapposizione dei due blocchi, l’ONU restò schiacciata dallo scontro tra USA e URSS ed il suo potere venne notevolmente ridimensionato. In molte delle più spinose questioni internazionali, l’ONU venne sistematicamente scavalcata dalle decisioni delle grandi potenze.
Nel 1945 il primato atomico americano finì. Fu proprio questo infatti, l’anno in cui l’URSS riuscì a costruire la sua prima bomba atomica. La fine del monopolio atomico americano colse di sorpresa i governi occidentali e mutò radicalmente le prospettive delle relazioni internazionali. Improvvisamente lo scontro ideologico e politico sembrò potersi trasformare in un aperto conflitto nucleare. Le tecnologie cui si era arrivati da ambo le parti, infatti, erano tali da potersi annientare istantaneamente a vicenda. Paradossalmente però, la consapevolezza dell’enormità del potenziale distruttivo delle armi accumulate da ambo le parti, impedì di fatto lo scoppio di un conflitto nucleare aperto. Tale fenomeno prese il nome di politica della “ deterrenza “.
La corsa agli armamenti era ormai cominciata. Sia USA che URSS cominciarono a investire gran parte dei loro capitali nella ricerca e nella costruzione di armi sempre più nuove e più potenti. Gli USA, comunque, mantennero sempre una certa superiorità tecnologica. Nel 1957 i sovietici misero in orbita attorno alla terra il primo satellite artificiale (sputnik). In risposta gli USA lanciarono nel 1958 il loro primo satellite orbitale (Explorer). Nel 1961 seguirono i primi missili intercontinentali americani (Atlas), cui si aggiunsero poi i primi sottomarini a propulsione nucleare. Un esempio significativo della distorsione economica e sociale prodotta dalla corsa agli armamenti è stata la creazione in Russia di intere città chiuse al mondo esterno e dedicate alla produzione di materiale fissile e di altri prodotti per le armi nucleari.
Negli Stati Uniti con la pressione delle correnti politiche più conservatrici, prese corpo così una campagna intimidatoria nei confronti degli esponenti di sinistra (una vera “caccia alle streghe“).
In Germania occidentale inoltre, gli alleati abbandonarono ben presto i loro programmi di denazificazione e adottarono una silenziosa politica di reintegrazione degli ex collaboratori del regime nazista in modo tale da poterne sfruttare le conoscenze contro il nuovo pericolo comunista.
Nel caso in cui inoltre, partiti comunisti o comunque filo sovietici fossero saliti al potere nei paesi del blocco occidentale, gli americani avrebbero provveduto al sabotaggio di tale governo (mediante organizzazioni di spionaggio come la Cia) avvalendosi anche, se necessario, dell’uso delle armi. In Germania il partito comunista venne posto fuorilegge, mentre in Gran Bretagna, Francia e Italia i partiti comunisti presero il sopravvento.
Nel blocco orientale, i partiti comunisti, persino laddove erano in maggioranza, mortificarono la loro egemonia imprigionandola in forme di governo autoritarie, povere di dialettica politica, Nel 1968 inoltre ci fu la famosa “primavera di Praga”: tutto cominciò nel gennaio del ’68 quando il nuovo segretario del Partito Comunista Dubcek cercò di rinnovare il sistema economico e politico del suo Paese. Egli si proponeva di affermare un socialismo più aperto rispetto agli altri socialismi dell’epoca. Grazie a questo nuovo socialismo dal volto più umano la Cecoslovacchia conobbe un periodo di grande fermento intellettuale, anche se le proposte governative non vollero mari mettere in discussione la posizione del Paese all’interno del Sistema Sovietico. L’URSS però preoccupata degli effetti contagiosi che questa nuova situazione avrebbe potuto portare negli altri Paesi del blocco, decise di inviare in Cecoslovacchia le proprie truppe. Il 21 agosto del ’68 truppe sovietiche entrarono a Praga, arrestarono prima e isolarono politicamente poi dirigenti del Governo e gran parte degli intellettuali che lo avevano appoggiato. Reinstallarono poi un Governo comunista di stampo tradizionale.

6.2.3.La Corea, Cuba e il Vietnam

Uno dei conflitti che più fece restare il mondo col fiato sospeso fu la guerra in Corea: la Corea era divisa tra un nord legato geograficamente, economicamente e politicamente all' URSS e alla Cina e un sud proiettato verso il non lontano Giappone e area fondamentale per la strategia militare americana.
Nel giugno del 1950, le forze nord coreane armate dai sovietici invasero il sud del paese. Di fronte a quella che appariva una clamorosa conferma delle mire espansionistiche sovietiche, gli USA reagirono inviando in Corea un forte contingente militare mascherato sotto la bandiera dell’ ONU. Gli americani riuscirono a respingere i nord coreani e a oltrepassare addirittura il confine. A questo punto però, sentendosi minacciata, intervenne nel conflitto anche la Cina di Mao in difesa dei comunisti, inviando un massiccio corpo di “volontari”. Le forze comuniste riuscirono così a rientrare nuovamente nei territori del sud. Nell’aprile del ’51 Truman accettò di aprire le trattative con la Corea del Nord. I negoziati si trascinarono a lungo concludendosi solo nel ’53 con il ritorno alla situazione precedente alla guerra.
A Cuba all’inizio del 1959, un movimento rivoluzionario guidato da Fidel Castro ed Ernesto “Che” Guevara, poneva fine alla dittatura di Fulgenico Batista, sostenuta dagli americani. Il progetto di Castro si proponeva una politica di riforme di stampo popolare ma le ostilità dimostrate dagli USA nei confronti della rivoluzione, spinsero Cuba a stringere rapporti sempre più stretti con la lontana Russia. Il I dicembre ’61 Cuba si dichiarò repubblica democratica socialista.
All’inizio del suo incarico, il presidente americano Kennedy tentò di soffocare il regime socialista cubano sia boicottandolo economicamente (l’embargo contro Cuba è ancora in vigore) sia appoggiando i gruppi di esuli anti-castristi che tentarono nel 1961 di sbarcare nella “baia dei porci” per raggiungere l’Avana e rovesciare il regime castrista; l’azione però fallì miseramente. Nella tensione così creatasi, si inserì l’Urss che non solo offrì ai cubani assistenza economica e militare, ma iniziò l’installazione sull’isola di basi per il lancio di missili nucleari. Gli USA scoprirono ciò solo nel ’62 e Kennedy ordinò subito un blocco navale attorno a Cuba per impedire che navi russe raggiungessero l’isola. Per sei terribili giorni ( 16-21 ottobre ) il mondo fu nuovamente vicino ad un conflitto atomico ma alla fine il primo ministro russo Krusciov cedette e si accordò con Kennedy per il ritiro dei missili in cambio dell’impegno americano a non invadere l’isola.
Una delle conseguenze della II guerra mondiale fu l’emancipazione dei popoli colonizzati. Gli anni fra il 1947 e il 1962, videro compiersi, spesso con violenti contrasti, la dissoluzione degli imperi coloniali di Gran Bretagna, Francia, Belgio e Olanda.
In particolare l’Indocina si oppose al ritorno della Francia dopo la fine della guerra, la lotta fu dura e sanguinosa. Il conflitto che ne seguì si protrasse per otto anni ( ‘46-‘54 ) e alla fine la Francia dovette abbandonare le sue colonie in Asia.
L’Indocina venne smembrata tra gli stati di Laos, Cambogia e Vietnam. Quest’ultimo venne ulteriormente diviso tra Vietnam del nord, retto da un regime comunista, e Vietnam del sud, governato da un regime dittatoriale sostenuto dagli USA. Dopo il 1954 la situazione tra i due Vietnam si fece molto tesa. Nel sud tra il ’57 e il ’59, si organizzò un movimento di guerriglia - i “Vietcong” - contro la dittatura, guerriglia che venne appoggiata dal governo comunista del nord (e quindi anche da URSS e Cina). Ne nacque una sanguinosa guerra civile in breve tempo complicata dall’intervento militare degli USA nel sud del paese. Nonostante l’impiego di ingenti forze terrestri e aeree, gli americani non riuscirono a risolvere il conflitto con la forza e la lotta si trascinò per anni, fino al 1974 quando, in seguito ad una grande offensiva lanciata dai nord vietnamiti, l’intero paese cadde nelle mani dei comunisti.
Il conflitto, che alla fine si risolse dunque con la sconfitta degli americani, aveva conosciuto, durante tutto il periodo del suo svolgimento, una fortissima opposizione da parte dell’opinione pubblica sia di sinistra che di destra.

6.2.4.La caduta del muro di Berlino e la C.S.I.

Quando la II guerra mondiale finì, la Germania era ridotta ad un enorme campo di macerie. La volontà delle potenze vincitrici era di impedire alla Germania, una volta per sempre, di diventare nuovamente una forza politica ed economica che potesse trascinare il mondo in un'altra guerra mondiale. L’URSS cominciò immediatamente a ricostruire la Germania secondo i suoi piani di “riparazione”.
Gli americani invece, cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania secondo il piano Marshall, affinché questa potesse diventare l’avamposto USA contro l’Unione Sovietica; anche la Germania diventò quindi oggetto della guerra fredda. Per rafforzare economicamente i territori tedeschi da loro controllati, americani, inglesi e francesi decisero di sorpresa di introdurvi una nuova moneta: il nuovo "Marco". Le potenze occidentali però non si erano accordate con l’amministrazione russa riguardo alla nuova valuta tedesca. In risposta a ciò, i russi bloccarono ogni accesso alla parte occidentale di Berlino controllata dagli ex alleati. Per dieci mesi gli occidentali organizzarono allora un ponte aereo per rifornire Berlino ovest di viveri e beni di prima necessità; alla fine i sovietici si arresero.
Il blocco di Berlino fu il colpo di grazia per chi sperava ancora nell’unità della Germania. Pochi mesi dopo la fine del blocco, furono creati due stati tedeschi: la Repubblica Federale (RFT) ad ovest e la Repubblica Democratica (DDR) ad est.
. La costruzione del muro, che diventò ben presto il simbolo della guerra fredda, destò grande scalpore ovunque ma le reazioni del mondo politico tedesco ed internazionale furono molto strane. La costruzione del muro dopotutto era vista come una soluzione brutta ma tutto sommato accettabile, vista la situazione creatasi a Berlino, che negli anni precedenti era diventata sempre più instabile e pericolosa.
Nella DDR il tempo sembrava essersi fermato; visto che il tentativo di lasciarla in direzione ovest equivaleva ancora ad un suicidio, la gente si inventò un’altra strada. All’improvviso Praga, Varsavia e Budapest diventarono le città più amate da molta gente della DDR
L’ Ungheria, che era forse il paese più avanzato per quanto riguarda le riforme democratiche fece un passo che doveva portare in soli due mesi alla caduta del muro di Berlino. Il 10 settembre aprì i suoi confini con l’Austria.
Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma molto ampia della legge sui viaggi all’estero, la gente di Berlino est la interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Migliaia di persone stavano all’est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano aspettando anche dall’altra parte, ad ovest, con ansia e preoccupazione. Nell’incredibile confusione di quella notte, qualcuno,e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, aveva dato l’ordine ai soldati di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall’est e dall’ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo quarant’anni.
Dopo pochi mesi la riunificazione non era più una possibilità, ma una necessità, era diventata l’unico modo per fermare il degrado dell’est. Ma riunire due stati non è così facile e nel caso della Germania si doveva considerare anche il fatto che la DDR faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare e di un’alleanza con l’Unione Sovietica e che anche la Germania Federale a questo riguardo non poteva agire senza il consenso degli ex-alleati della Seconda Guerra Mondiale. Questo rendeva la riunificazione un problema non solo nazionale ma internazionale e solo dopo trattative non facili tra USA, URSS, Francia e Gran Bretagna e dopo il “sì” definitivo di Gorbaciov, la strada per la riunificazione era libera. Il 3 ottobre del 1990 la DDR si auto scioglieva e le sue regioni furono annesse in blocco alla Repubblica Federale.
La crisi dell'URSS ed il suo indebolimento sulla scena internazionale erano così evidenti che, il 12 marzo 1985, Mikhail Gorbaciov fu nominato Segretario Generale del PCUS con il compito preciso di portare una ventata di rinnovamento al sistema. Bisognava cambiare il regime di accumulo ed il metodo di controllo economico, si doveva raccogliere la sfida estera, liberare l'economia e la società dagli strascichi dello stalinismo, e del peso del sistema amministrativo istituito negli anni '30. La rivoluzione di Gorbaciov cominciò con l' acquisizione della libertà di espressione. La censura centralizzata iniziò ad indebolirsi nel 1986. Questa trasparenza non aveva però portato a miglioramenti concreti delle condizioni di vita. Dal punto di vista economico gli anni della gestione Gorbaciov sono stati disastrosi, infatti il livello di vita dei sovietici è andato sempre peggiorando. Nonostante la rottura con i meccanismi dell'economia pianificata degli anni '30, la "ristrutturazione" non seppe fornire nuove regole del gioco, né proporre ai lavoratori nuove motivazioni. Per quanto riguarda la politica estera Gorbaciov cercò di ridurre la corsa agli armamenti, i cui costi erano diventati insostenibili per l'URSS, oltre che ottenere crediti da parte dell'Occidente finalizzati alla modernizzazione del paese.
La guerra fredda, che oltre ad essersi protratta in campo politico aveva esteso la sua area in campo sportivo (gli USA sabotarono le Olimpiadi di Mosca 1980, l’URSS fece lo stesso quattro anni dopo a Los Angeles), stava per concludersi.
Dopo Gorbaciov, alla guida dell’Unione Sovietica salì il suo rivale Boris Eltsin, fautore della liberalizzazione economica accelerata e della sospensione momentanea del processo di democratizzazione della società e capo della coalizione nazionalista Russia democratica. Eltsin vinse le elezioni nel 1990.
Gorbaciov, nel luglio 1991, presentò un nuovo trattato dell’Unione che dai conservatori fu considerato la premessa per la liquidazione dell’URSS. Si formò allora un “Comitato per lo stato d’emergenza”, composto dai ministri, dal capo del KGB e dal vicepresidente dell’URSS, che avviarono un tentativo di colpo di Stato.
Immediata fu la risposta popolare, che si strinse attorno a Eltsin e ai sindaci di Mosca E Leningrado; il golpe si risolse due giorni dopo, e Gorbaciov poté rientrare a Mosca, privo di ogni potere. Il 22 agosto la seduta storica del Soviet supremo decretò l’obbligo di Gorbaciov a controfirmare il decreto di scioglimento e divieto di riformazione del PCUS. Eltsin, Kravciuk (presidente dell’Ucraina) e Suskevic (presidente della Bielorussia) stesero l’atto ufficiale di morte dell’URSS, sostituita dalla Comunità degli Stati indipendenti (C.S.I.). Successivamente alla caduta del regime comunista in Russia, in breve tempo passeranno alla democrazia anche i Paesi facenti parte l’area di influenza sovietica, come Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Cecoslovacchia.

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