L'Europa fra le due guerre: regimi totalitari e crollo delle ideologie

Materie:Tesina
Categoria:Multidisciplinare
Download:2684
Data:01.12.2004
Numero di pagine:39
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
europa-due-guerre-regimi-totalitari-crollo-ideologie_1.zip (Dimensione: 495 Kb)
trucheck.it_l-europa-fra-le-due-guerre:-regimi-totalitari-e-crollo-delle-ideologie.doc     612.5 Kb
readme.txt     59 Bytes


Testo

“L’Europa tra le due guerre:
regimi totalitari e crollo delle ideologie”
Tesina multidisciplinare

A cura di
Lorena S.
Indice Concettuale diviso per materie
Il Totalitarismo
Sentimenti e presagi
Due guerre mondiali in una generazione, separate da un’ininterrotta catena di guerre locali e rivoluzioni, e non seguite da un trattato di pace per i vinti e da una pausa di respiro per i vincitori, si sono risolte nella previsione di una terza guerra mondiale fra le due grandi potenze rimaste in lizza.
Questo momento di attesa è come la calma che interviene quando ogni speranza è svanita. Noi non speriamo più nel futuro ristabilimento del vecchio ordine mondiale con tutte le sue tradizioni, o nella reintegrazione delle masse di cinque continenti, che sono state gettate nel caos prodotto dalla violenza di guerre e rivoluzioni e dalla progressiva disintegrazione di quanto era stato risparmiato. Nelle condizioni e circostanze più disparate assistiamo allo svolgimento degli stessi fenomeni: mancanza di patria su una scala senza precedenti, sradicamento in una profondità inaudita.
Mai il nostro futuro è stato più imprevedibile, mai siamo stati tanto alla mercé di forze politiche di cui non si può confidare che seguano le norme del buon senso e del proprio interesse, forze che danno l’impressione di pura follia se giudicate coi criteri di altri secoli. E’ come se l’umanità si fosse divisa fra quelli che credono nell’onnipotenza umana (ritenendo che tutto sia possibile purché si sappia come organizzare a tale scopo le masse) e quelli per cui l’impotenza è diventata la maggiore esperienza della loro vita.
Sul piano dell’indagine storica e del pensiero politico prevale in genere il consenso, sia pure in modo mal definito, sul fatto che la struttura essenziale di ogni civiltà è sul punto di rottura. Benché possa sembrare meglio preservata in certe parti del mondo che in altre, essa non può fornire la guida allo sfruttamento delle possibilità del secolo, o un’adeguata risposta ai suoi orrori. Speranza ingiustificata e disperato timore sembrano spesso più vicini al centro di tali avvenimenti che il giudizio e la visione improntati ad equilibrio. Gli avvenimenti fondamentali del nostro tempo sono efficacemente dimenticati tanto da quelli che credono nell’inevitabile rovina quanto da quelli che si sono abbandonati a un cieco ottimismo.

Tanto è il pessimismo in quest’amaro sfogo della filosofa Hannah Arendt, che si può leggere nella prefazione alla prima edizione del 1951, terminata già nel 1949, del suo saggio "Le origini del Totalitarismo". Lo sfogo è amaro, ma non si abbandona cieco a se stesso; come già si può vedere dagli ultimi passi del tratto citato, la Arendt ha ancora un impeto verso l’attività; indegno è solo colui che non analizza ciò che è successo con criticità e su tutti i fronti, prescindendo da ogni pregiudizio ideologico.
Ciò si può chiaramente intuire dal passo successivo:
Questo libro è stato scritto su uno sfondo di ottimismo e disperazione sconsiderati. Esso ritiene che progresso e rovina siano due facce della stessa medaglia; che entrambi siano articoli di superstizione, non di fede. E’ stato scritto nella convinzione che sia possibile scoprire il segreto meccanismo in virtù del quale tutti gli elementi tradizionali del nostro mondo spirituale e politico si sono dissolti in un conglomerato, in cui ogni cosa sembra aver perso il suo valore specifico ed è diventata irriconoscibile per la comprensione umana, inutilizzabile per fini umani. Quella di cedere al mero processo di disintegrazione è diventata una tendenza irresistibile, non solo perché esso ha assunto l’equivoca grandezza di "necessità storica", ma anche perché ogni cosa ad esso estranea ha cominciato ad apparire inanimata, esangue, insignificante e irreale.
La convinzione che tutto quanto avviene sulla terra debba essere comprensibile all’uomo può condurre ad interpretare la storia con grandi luoghi comuni. Comprendere non significa negare l’atroce, dedurre il fatto inaudito da precedenti, o spiegare i fenomeni con analogie ed affermazioni generali in cui non si avverte più l’urto della realtà e dell’esperienza. Significa piuttosto esaminare e portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l’esistenza, non sottomettersi supinamente al suo peso. Comprendere significa insomma affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia. In questo senso deve esser possibile affrontare e comprendere il fatto straordinario che un fenomeno così piccolo (e nella politica mondiale così insignificante) come la questione ebraica e l’antisemitismo sia potuto diventare il catalizzatore, prima, del movimento nazista, poi di una guerra mondiale, e infine della creazione delle fabbriche della morte. O il grottesco divario fra causa ed effetto che inaugurò l’era dell’imperialismo, quando le difficoltà condussero in pochi decenni a una profonda trasformazione delle condizioni politiche in ogni parte del mondo. O il curioso contrasto fra il cinico "realismo" professato dai movimenti totalitari e il loro palese disprezzo per l’intero tessuto della realtà. O l’irritante incompatibilità fra l’effettivo potere dell’uomo moderno (così grande da permettergli di mettere in forse la stessa esistenza del suo universo) e la sua incapacità a vivere in un mondo creato dalla sua forza e a comprenderne il senso.
Il tentativo totalitario di conquista del globo e di dominio totale è stato un modo distruttivo per uscire dal vicolo cieco. La sia vittoria poteva, e può, coincidere con la distruzione dell’umanità; dovunque ha imperato, esso ha cominciato a distruggere l’essenza di uomo. Ma voltare le spalle alle forze distruttive del passato non serve a nulla.
Il nostro periodo ha così stranamente intrecciato il bene col male che senza "l’espansione per l’espansione" degli imperialisti il modo non sarebbe mai diventato tutt’uno; senza l’invenzione della borghesia, il "potere per il potere", non si sarebbe mai scoperta l’estensione della forza umana; senza il mondo fittizio dei movimenti totalitari, in cui sono venute in luce con ineguagliata chiarezza le incertezze essenziali del nostro tempo , noi saremmo forse stati spinti verso la rovina senza neppure renderci conto di quel che stava accadendo.
E se è vero che nelle fasi finali del totalitarismo appare un male assoluto (assoluto perché non lo si può più far derivare da motivi umanamente comprensibili), è altresì vero che senza di esso non avremmo forse mai conosciuto la natura veramente radicale del male.
L’antisemitismo (non il semplice odio contro gli ebrei), l’imperialismo (non la semplice dittatura), il totalitarismo (non la semplice dittatura) hanno dimostrato, uno dopo l’altro, uno più brutalmente dell’altro, che la dignità umana ha bisogno di una nuova garanzia che si può soltanto in un nuovo principio politico, in una nuova legge sulla terra, destinata a valere per l’intera umanità pur essendo il suo potere strettamente limitato e controllato da entità territoriali nuovamente definite.
Non possiamo più permetterci il lusso di prendere quel che andava bene in passato e chiamarlo semplicemente retaggio, di scartare il cattivo e considerarlo semplicemente un peso morto che il tempo provvederà a seppellire nell’oblio. La corrente sotterranea della storia occidentale è finalmente venuta alla superficie usurpando la dignità della nostra tradizione. Ecco perché tutti gli sforzi compiuti per evadere dall’atmosfera sinistra del presente nella nostalgia per un passato ancora intatto, o nell’oblio anticipato di un migliore futuro, sono vani.
Questa è la condizione comune a tanti intellettuali del nostro secolo. Questa, a mio parere, è la convinzione che contraddistingue gli intellettuali del nostro secolo che hanno sposato l’onestà come punto cardinale del loro pensiero; di quegli uomini che, pur rimanendo fedeli alle loro idee politiche, non hanno potuto chiedere gli occhi di fronte ai corpi straziati nei gulag siberiani, non hanno potuto impedire che le terrificanti urla provenienti dai lager raggiungessero le loro orecchie.
Ma prima di esaminare come si siano espressi questi uomini, non possiamo prescindere da una definizione più dettagliata del fenomeno totalitarismo.
L’età dei Totalitarismi
L’età dei totalitarismi è, soprattutto, l’arco di storia compreso tra le due guerre mondiali. Per totalitarismo s’intende un sistema politico sociale (cioè l’organizzazione complessiva di una società) che tende a mettere in pratica un’ideologia totalitaria, traducendola nelle forme di governo, nelle leggi, e nei costumi, nella cultura diffusa, nell’insieme dei rapporti sociali. Ma il fenomeno dei totalitarismi si collega e in parte dipende da altri fenomeni storici più generali e di più lunga durata, ai quali è necessario dedicare qualche parola. Uno di questi è il profilarsi, nel primo dopoguerra, di movimenti sociali e civili di massa, cioè quei movimenti che mobilitano e coinvolgono estesi gruppi sociali, per il raggiungimento di comuni obbiettivi determinati da una comune ideologia. Alla base dei movimenti di massa stavano le trasformazioni provocate dalla società industriale, a base capitalistica, che produceva due effetti contrastanti. Da un lato tendeva a uniformare il corpo sociale, sia uniformando i prodotti che uscivano dal sistema industriale ed estendendone il consumo, sia uniformando, per quanto possibile, le abitudini, le aspettative, gli stili di vita di strati sociali sempre più estesi (grande influenza dei mass-media).Dall’altro lato, la società industriale, almeno ai suoi inizi, tendeva ad accrescere i conflitti, perché creava diversità e dislivelli tra gruppi e classi sociali, e nello stesso tempo forniva loro gli strumenti e le occasioni per prendere coscienza dei comuni problemi e per agire in modo organizzato. Così, per fare degli esempi, quegli stessi mezzi di comunicazione che potevano servire ad uniformare i modi di pensare e di vivere, potevano anche servire per diffondere messaggi alternativi o rivoluzionari; quella stessa fabbrica che rendeva uniforme la vita di migliaia di operai, poteva diventare il luogo in cui essi si organizzavano in modo solidale per far valere le proprie rivendicazioni. La guerra mondiale, che aveva imposto una disciplina autoritaria alle masse combattenti, aveva anche alimentato molteplici impulsi verso un nuovo ordine politico sociale.
Da quanto detto derivano due conseguenze importanti. La prima è che nelle società industriali venivano assumendo un’importanza crescente le organizzazioni, cioè le strutture stabili della vita collettiva, che davano forma alle masse, raccogliendole e indirizzandole. La seconda conseguenza è che i movimenti di massa mutarono alla radice i termini in cui si era svolta sino allora la lotta politica.
Nel dopoguerra fecero irruzione nella politica i ceti e le classi che ne erano rimaste ai margini: la piccola borghesia, gli operai, i contadini.
Cambiò i soggetti politici, perché la scena venne occupata stabilmente dai partiti di massa. Essi si differenziavano dalle forme politiche dell’età precedente per il fatto di avere una struttura organizzativa stabile e capillare, una diffusa militanza di base e un’ideologia di riferimento che ne costituiva il principale fattore d’identità. Cambiarono anche gli strumenti della politica.
Un primo effetto dell’esperienza bellica della I guerra mondiale, fu il trasferimento dell’uso della violenza organizzata dalla sfera militare a quella della lotta sociale e politica. Un secondo effetto fu l’uso della propaganda come strumento di mobilitazione delle masse a fini politici. Un terzo effetto fu l’emergere di capi politici che istituivano un rapporto diretto con le masse.
L’irruzione delle masse nella politica ne modificò i fini e gl’obbiettivi, infatti le nuove attese nel dopo guerra si traducevano in una diffusa aspirazione ad un nuovo ordine e la pressante richiesta di una democrazia politica.
Ma proprio in tema di democrazia le strade si divaricarono radicalmente. Da una parte si collocarono i movimenti che, ispirandosi ai principi della democrazia rappresentativa, puntavano innanzi tutto ad un allargamento della sua base sociale, ad un rinnovamento ed a un più incisivo intervento dello stato sul piano sociale.
Obiettivi completamente diversi si proposero i movimenti e i partiti per i quali la democrazia rappresentativa era un fattore di disgregazione dell’unità, della compattezza e della forza dello Stato nazionale (come affermava la destra nazionalistica).
Questa dilatazione raggiunse il suo culmine nelle ideologie totalitarie in cui la politica si proponeva fini che riguardavano non solo l’ordine sociale o l’organizzazione degli Stati, bensì l’ uomo nella sua interezza e tutto il sistema di valori che ne dovevano orientare la vita, anche privata. Esse proclamavano come fine della politica la creazione di un uomo nuovo. Le ideologie totalitarie erano diverse tra loro in quanto ai contenuti e ai valori proclamati, ma erano simili in questo assegnare alla politica un significato di assolutezza e di totalità.
La Germania Nazista
La struttura fondamentale dell’ideologia nazista si basa soprattutto sul riconoscimento di un nemico comune causa del disagio sociale che stava attraversando la Germania negl’anni ’20 e ’30, e venne individuato negli ebrei. L’ideologia nazista fu la prima di questo genere, cioè nel riconoscere il proprio nemico non più per le sue idee politiche e classe sociali non condivise ma per la razza. Hitler dava motivazioni di ogni genere a questo odio contro gli ebrei, egli, infatti, ne riconosceva a pieno titolo la colpa del collasso tedesco sia nell’ambito economico, in quanto, ad avviso dello stesso Fuhrer, non investivano i loro patrimoni in Germania, essendo capitalisti, e sia nell’ambito culturale cioè artefici del degrado culturale della Germania.
Questo ricerca necessaria e ossessiva di un nemico “genetico” del regime era dovuto soprattutto al fatto che bisognava trovare un punto in comune che unisse l’intera popolazione ed Hitler, abile statista, capì che bisognava fare leva sul sentimento nazionalista tedesco represso per la sconfitta del primo conflitto.
Il programma nazista inoltre prevedeva il dominio assoluto e la fondazione di un nuovo ordine sociale con a capo la razza ariana. Tale razza era pensata come l’unica razza pura “biologicamente” e degna di comandare; le altre razze erano ritenute “inferiori” o addirittura da eliminare come quella ebraica.
Le cause dell’avvento nazista in Germania
Le cause dell’avvento nazista in Germania sono essenzialmente tre. Le sanzioni causate dalla sconfitta della Ia Guerra Mondiale, la crisi del ’29 e la politica populista di Hitler. Prima fra tutte, quindi, la disfatta del primo conflitto causa delle sovvenzioni del Patto di Versailles. In questo trattato di pace stipulato subito dopo la fine del conflitto venne riconosciuta nella Germania l’unica provocatrice del conflitto per cui, vennero imposte multe pesantissime e confiscate l’Alsazia e la Lorena. Distrutto sia l’economica interna che, il commercio estero, la Germania si trovava isolata anche economicamente. Dopo la caduta del secondo Reich, si verificarono in tutta la Germania, e particolarmente a Berlino dei tumulti. Successivamente a queste lotte ci fu la creazione di un governo ufficiale che prese il nome, a causa del luogo dove avvenne la Costituente, Repubblica di Weimar.
Un governo formato da moderati e progressisti che ebbe il duro compito di risanare la situazione interna alla Germania. L’economia dopo periodi nerissimi, incominciò a dare segni di ripresa e i rapporti con gli Alleati vincitori diventarono più distesi grazie gli Accordi di Locarno (1925), in cui la Germania riconobbe ufficialmente i confini dettategli dal Patto di Versailles, e riuscì ad entrare nella Società delle Nazioni. Ma la situazione degenerò nuovamente nel ’29 per la “grande crisi” della Borsa di Wall Street: un cataclisma economico mondiale che colpì tutti i Paesi, e costrinse ad attuare ad ciascuno di essi una politica economica di tipo protezionistico riducendo drasticamente i commerci esteri. Questa crisi fu molto grave perché colpì i ceti più umili e quelli medi. Infatti, questa situazione di emergenza fece applicare al governo una politica economica volta verso il sacrificio e la fame, con ripercussioni sulla popolazione più povera. In questo contesto il nazismo trovò un ottimo luogo dove edificare il proprio potere. Infatti, mentre il popolo inneggiava al grande capo carismatico Hitler visto come unico salvatore della Patria in ginocchia, il presidente della Repubblica, il maresciallo Hidenburg, conferì l’incarico di formare il governo al nuovo Fuhrer (Gennaio 1933). Era l’inizio del regime nazista.
Il regime nazista nel suo manifestarsi reale
L’ideologia nazista venne applicata appieno anche nel contesto reale. Dopo due anni dell’ascesa al potere di Hitler, furono emanate le Leggi di Norimberga in base alle quali i cittadini ebrei tedeschi perdevano ogni diritto civili e furono oggetto di un boicottaggio sia civico che economico,
di fatto, iniziavano le percussioni ebraiche che sfociarono nell’Olocausto. Tuttavia le leggi persecutorie prevedevano anche altri tipi di provvedimenti come la soppressione degli infermi di mente, la sterilizzazione imposta ai portatori di malattie ereditarie e la persecuzione contro gli omosessuali.
Ebbe le sue ripercussioni anche su mondo culturale, Hitler, infatti, fece bruciare e distruggere tutti quei libri ritenuti contro il regime. Inoltre, fu instaurato un regime di terrore, che la Arendt chiama “la manifestazione completa dei regimi totalitari”, i campi di concentramento, caratteristiche contraddistinta dei regimi totalitari. In Germania furono i lager, dove furono rinchiusi ebrei,
oppositori politici o chi era ritenuto contro l’etica-morale del regime. Furono legalizzate organizzazioni di polizia terroristica come le SA e le SS. Per quanto riguarda l’economia fu promossa una politica protezionistica, per valorizzare i prodotti interni e sviluppare l’economia interna, inoltre lo Stato si faceva fautore di prestiti ed esenzioni fiscali per aiutare le attività imprenditoriali.Il tutto per raggiungere l’autosufficienza e quindi un’autarchia totale, ed effettivamente tale obiettivo venne raggiunto e superato, e fece vivere alla popolazione tedesca un periodo di prosperità dopo lunghi anni di fame e miseria.

Il regime stalinista nell’Unione Sovietica degli anni ’20 e ’30
A differenza degl’altri regimi quello stalinista si è dato come obiettivo quello sociale. Esso, infatti, voleva eliminare la vecchia struttura sociale che si era instaurata nella Russia degli Zar, per pianificarla e riformarla del tutto rendendola un ammasso di cemento unico, con cultura, idee politiche e culturali omogenee, e proprio questo fu l’obiettivo essenziale di Josef Stalin. Dopo la morte di Lenin nel 1924 all’interno del Partito Comunista si scatenò una lotta di successione tra due figure di grande spicco, Trockij e Stalin, conclusasi con l’affermazione di quest’ultimo. I due si scontrarono politicamente per le loro strategie diverse, Stalin voleva una politica basata sulla risoluzione dei problemi interni sociali ed economici del territorio russo, Trockji invece voleva continuare la Rivoluzione del Proletariato espandendola in tutta Europa (Rivoluzione permanente). Stalin, tuttavia, non trovò molti ostacoli per insediarsi al potere, per mezzo dell’oppressione, anche fisica, di tutti i suoi oppositori politici all’interno del Partito Lo stesso Trockji fu prima emarginato nella vita politica, poi ucciso da un sicario di Stalin in Messico nel 1940. La politica interna di Stalin s’incentrò soprattutto sull’economia e sulla pianificazione o statalizzazione della società. Il primo obiettivo fu la collettivizzazione forzata delle campagne; nella società russa, infatti, si erano affermati dei piccoli proprietari terrieri, i Kulaki, che vennero praticamente travolti dalla politica di Stalin. Tutti i beni dei Kulaki furono confiscati e divisi tra la popolazione contadina, si cercò di eliminarli anche come classe sociale.
Infatti, moltissimi furono trasferiti in Siberia dove per fame o per freddo morivano mentre lavoravano, in condizione di schiavitù, alla costruzione di opere pubbliche, molti altri invece i più diffidenti vennero uccisi direttamente con fucilazioni di massa sommarie. Il programma di collettivizzazione prevedeva che il contadino doveva dare allo Stato dei quantitativi minimi di raccolti, chi li avesse superati aveva diritto a premi; tuttavia si verificò un atteggiamento restio da parte dei contadini che furono oggetto di campagne di punizione da parte di funzionari statali. Secondo punto del programma di sviluppo economico interno di Stalin fu l’industrializzazione forzata dell’URSS che fu anche uno dei motivi per cui l’Unione Sovietica non venne coinvolta nella crisi del ’29. La scelta economica fu pianificata dal partito e divisa in “piani quinquennali” in base ai quali ogni 5 anni bisognava aver raggiunto un obiettivo prefissato di sviluppo industriale. Tuttavia si assistette ad un fallimento relativo di questa programmazione, anche se gli enormi sforzi avevano portato la Russia, tra le più grandi potenze mondiali, perché riuscì a tenersi fuori della crisi del ’29. Il regime stalinista alla pari degli altri regimi totalitari attuò una strategia di oppressione verso i dissidenti del regime e costruì una grande struttura propagandistica. I sovietici alla pari dei nazisti, possedevano dei campi di concentramento che prendevano il nome di Gulag i quali rappresentavano in sé un strumento di terrore per reprimere nel nascere ogni attività avversa al regime. Se l’essenza dei Gulag sovietici era la stessa dei Lager nazisti, tuttavia, avevano obiettivi diversi. La struttura dei Gulag era un mezzo utile al regime per pianificare del tutto la società trasformandola nella “società del proletariato”. Infatti, furono coinvolti tutti gli individui ritenuti non appartenenti al proletariato. Persone che non erano oppositori del regime, ma ritenute non adatte alla nuova realtà; inoltre furono trasferiti nei gulag anche minoranze etniche e religiose; mentre la persecuzione nazista si basava principalmente sulla razza, quelle russe ponevano le loro fondamenta su una persecuzione di tipo sociale. Entrambi, tuttavia, si ponevano l’obiettivo, per mezzo dei campi di concentramento, di arrivare ad una società, ritenuta a loro avviso, più giusta. Per quanto riguarda la propaganda era fondata sul culto della figura di Stalin, che venne di fatto divinizzata, l’unico capace di portare la rivoluzione proletaria in tutto il mondo. La cultura vene vista come uno strumento propagandistico e di regime. Nacque in questo modo il realismo socialista che si poneva l’obiettivo di decantare le virtù del socialismo e della rivoluzione, e di istruire in tal senso la popolazione, lodando gli obiettivi raggiunti dal regime. Tutto ciò naturalmente sotto stretta osservanza del partito.
L’Italia Fascista
Il Fascismo fu un movimento nato per rispondere all’esigenza di una borghesia, che non si riconosceva più negli ideali risorgimentali della prima età unitaria italiana. Il corpo ideologico costituito dal Manifesto dei Fasci esprime interamente un disagio nazionale che stava attraversando l’Italia post-bellica, era la conseguenza di una politica che aveva lasciato fuori il popolo e dato più potere alla burocrazia. Inizialmente il Partito Fascista non si poneva in nessuna corrente politica in seguito assunse uno stampo anarchico. I Fascisti erano antidemocratici, antiliberali e anticlericali, si proponevano di nazionalizzare i beni della Chiesa, di imporre imposte di carattere progressivo sul capitale, volevano il suffragio universale, dando il diritto di voto alle donne, volevano la partecipazione dei lavoratori alle assemblee di gestione delle aziende e la giornata lavorativa di otto ore. Oltre a questi principi puramente socialisti, i Fascisti possedevano anche principi di carattere nazionalista, infatti, volevano un ritorno alla valorizzazione del patriottismo; ed inoltre accettavano l’uso della violenza per l’affermazione dei propri ideali. Come il Nazismo e lo Stalinismo anche l’ideologia fascista aveva individuato come causa del male della società: i bolscevichi, che erano diventati nemici “naturali” del movimento e del degrado della società. Inoltre le forze democratiche-liberali, per cui l’unica soluzione per risollevare l’Italia era affidare il potere ad un capo carismatico e capace, optarono per l’ascesa politica di Benito Mussolini.
Le cause dell’avvento fascista in Italia
Ci sono fattori comuni tra le cause dell’avvento fascista in Italia e quello nazista in Germania. C’era infatti un malcontento dell’intera società dovuto alla situazione economica disagiata che l’Italia attraversava, inoltre, la rivoluzione russa aveva portato una ventata di forza ai movimenti socialisti e comunisti che promovevano ideali di tipo rivoluzionario. Infatti, tra 1919 e 1920 si verificò in Italia un periodo denominato “Biennio Rosso” caratterizzato, da continui scioperi e scontri. Questa situazione difficile e pericolosa fu ulteriormente complicata dall’economia post-bellica e dalla disoccupazione alimentata anche dal ritorno dei reduci in patria. Questi continui scioperi e scontri degli operai e contadini vennero affiancati e contrapposti allo squadrismo nero che iniziò a svilupparsi in tutto il Paese. Lo squadrismo era un fenomeno nato con il Partito Fascista ed era il braccio armato dello stesso, era finanziato dai proprietari terrieri e dagli industriali, che vedevano nell’affermazione dello squadrismo un arma migliore dello Stato. Per cui la figura di Mussolini venne interpretata dall’alta borghesia, come l’arma migliore per combattere l’ondata comunista. Quindi, il Fascismo assunse l’essenza dell’anticomunismo e della protezione della monarchia. Infatti, l’atteggiamento anarchico di Mussolini cambiò radicalmente riconoscendo nel Re l’importanza dell’unità dello Stato italiano e nel Papa l’insieme delle dottrine morali “giuste”. Con questa scelta diplomatica Mussolini oltre al favore della borghesia e degli imprenditori, si accaparrò anche quelle dei monarchici e dei cattolici, che gli spianarono la strada nell’ascesa al potere. Il 28 ottobre 1921 le “camicie nere” marciarono su Roma, sotto lo sguardo impassibile dell’esercito. Anche se l’esercito poteva fermare i fascisti prima ancora che entrassero a Roma, Vittorio Emanuele II scelse la via più opportuna, in quanto vedeva in Mussolini un “protettore” della monarchia e peggior “nemico” del comunismo antimonarchico, per lo stesso motivo la Chiesa, nonostante le continue violenze dei Fasci da Combattimento appoggiò la nascita di un regime totalitario.
La manifestazione reale del regime fascista

Dopo il delitto Matteotti e la Secessione dell’Aventino, l’Italia entrò del tutto in una dittatura. Al potere andò un’elite di dirigenti alti borghesi che, gestirono il Paese a favore della propria classe e a discapito delle classi più povere. I grandi proprietari terrieri come anche gli imprenditori erano protetti da eventuali scioperi che venivamo immediatamente repressi, la nobiltà si ritrovò valorizzata ancora di più per la politica patriottica e nazionalista; mentre la classe operaia, venne completamente emarginata dalla vita pubblica, i sindacati, le manifestazioni e le istituzioni del lavoratore-operaio vennero aboliti e ne fu istituito uno solo basato sui principi di corporativismo. Vennero messi al bando tutti i partiti tranne quello Fascista, ogni tipo di pluralismo politico venne stroncato sul nascere. Fu istituito una milizia nazionale formata dagli squadristi, che avevano la possibilità di fare uso della violenza se necessaria, e presero il nome di Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, esso divenne l’organo principale di repressione politica, culturale e sociale.
La cultura venne controllata, e alcuni intellettuali come il filosofo neo-idealista Gentile ne fecero parte anche nella vita politica. Il Fascismo cercò di integrarsi nella società italiana, attraverso la scuola con riforme e “abituando” la gioventù al culto del Duce. Mussolini cercò di consolidare i rapporti con i cattolici, firmando i “Patti lateranensi” costituiti da un Trattato e un Concordato, in base ai quali lo Stato fascista riconosceva lo Stato del Vaticano e istituiva l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Per far fronte alla disoccupazione lo Stato promosse la costruzione di opere pubbliche, inoltre, bonificò alcune zone paludose nei pressi Roma e fondò la città di Latina. Aiutò con finanziamenti l’economia del settore primario (agricolo) e la cosiddetta “battaglia del grano” per la quale si doveva raggiungere una soglia determinata di produzione per costituire una Stato perfettamente autarchico, che non dipendesse da altre nazioni. Come gli altri regimi totalitari anche quello fascista attuò una politica economica di nazionalizzazione per quanto riguarda le industrie militari e ampliò l’apparato bellico non solo strumentale ma anche degli uomini. La propaganda si rivolse verso il controllo delle strutture informative come la radio e i giornali. La manifestazione dell’oppressione verso i dissidenti si verificò nell’istituzione del “confino”, in cui l’oppositore veniva esiliato, nell’incarcerazione e in punizioni corporali.
Confronto tra i tre totalitarismi
I Totalitarismi del ‘900 hanno caratteristiche comuni, per il modo in cui sono nati e si sono sviluppati anche le loro caratteristiche sono simili come per esempio il controllo centralizzato e la guida dell’intera economia attraverso il coordinamento di tutte le attività imprenditoriali, grazie a questa nuova politica economica nel giro di pochi anni riuscirono ad ottenere un ampio progresso industriale che migliorò di molto la situazione dei tre stati. Inoltre i tre totalitarismi possedevano un’ideologia elaborata, consistente in un corpo ufficiale di dottrine che abbraccia tutti gli aspetti vitali dell’esistenza umana ma non nuova, al quale si suppone aderisca, almeno passivamente, ogni individuo. Ogni ideologia punta ad una realtà ideale e ad una nuova società, e puntavano sull’accentramento del potere nelle mani di un solo uomo e sulla nascita di un vero e proprio culto. Tutti e tre attuarono una grande propaganda per riuscire ad avere successo, il loro scopo era quello di nazionalizzare e controllare le masse oltre ad ottenere un più vasto consenso. Uno dei mezzi più usato per questo scopo fu lo sport. Oltre alla nazionalizzazione delle masse i tre regimi arrivarono anche alla censura di ogni altro tipo di cultura alternativa, anche perché avevano il monopolio di tutti i mezzi di effettiva comunicazione di massa come la stampa, la radio e il cinema, basta ricordare la mostra d’arte degenerata. Inoltre istaurarono un sistema di terrore, sia fisico che psichico, realizzato attraverso il controllo esercitato dal partito e dalla polizia segreta cha portò anche alla persecuzione: le camicie nere in Italia già nel Biennio Rosso erano preposte all’eliminazione fisica degli oppositori, in Russia invece il potere mirava ad una persecuzione sociale non contro oppositori del regime ma contro persone ritenute non adatte alla nuova realtà socialista non appartenenti al proletariato (Kulaki), e per ultima l’ideologia nazista che aveva come punto centrale della propria ideologia la persecuzione e la distruzione della razza ebrea.
La diversità fondamentale tra i tre totalitarismi fu il modo in cui riuscirono a conquistare il comando: il nazismo salì al potere perché l’ideologia politica era abbracciata dalla stragrande maggioranza della popolazione e il dittatore ottenne il potere grazie all’oclocrazia; per quanto riguarda lo stalinismo il regime aveva trovato opposizione solamente all’interno del partito; invece per il Fascismo la situazione era differente, Mussolini aveva raggiunto il potere non per il favore della maggioranza della massa ma per l’appoggio della grande imprenditoria, l’aristocrazia e le alte cariche ecclesiastiche; per cui una politica di repressione politica totale non avrebbe favorito la radicazione del regime, ma lo avrebbe sfaldato. Per questo motivo il controllo e la nazionalizzazione della cultura non fu uguale per tutti, in Italia, infatti, la cultura “alternativa” e l’opposizione, pur clandestinamente, riuscirono ad organizzarsi in qualche modo mentre in Germania e Russia ci fu una dura e violenta repressione.
L’uomo: individuo liberamente critico
Mentre la gran parte delle masse popolari era catturata dalle ideologie, dai grandi capi partitici e dai presunti profeti portatori di verità assolute e inconfutabili, il mondo intellettuale si trovava in un momento di profonda difficoltà. Molti erano gli scrittori e gli uomini di cultura che sposavano le ideologie totalitarie; non mi sento di esprimere un giudizio su coloro che davvero credevano in ciò che queste ideologie professavano, tutto il fenomeno è troppo complesso e troppo propizio a affermazioni pregiudiziali, mentre tristissima era la situazione di tutti coloro che accettavano passivamente il Verbo dei vari regimi.
Fortunatamente molte sono le voci che in questo periodo, pur non rinnegando la loro eventuale fede politica, si scagliano contro il totalitarismo, si scagliano contro tutte le filosofie, utilizzate per distruggere una delle caratteristiche più importanti per rendere l’uomo tale: la libertà critica, la libertà di dire no, la libertà di criticare anche soggettivamente una corrente di pensiero che magari aveva sposato fino al giorno prima. Tra questi grandi uomini che sono tantissimi mi sento di fare una scelta che credo corretta, nel descrivere i campioni di questa linea di pensiero per l’Italia, trattando l’opera e la persona di Ignazio Silone, e per la cultura Inglese, trattando di George Orwell.
IGNAZIO SILONE: la vita
Ignazio Silone (pseudonimo di Secondo Tranquilli), nasce a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il 1° Maggio del 1900. Figlio di un piccolo proprietario terriero e di una tessitrice, frequento il ginnasio nel seminario della diocesi dell’Aquila e si trasferì successivamente a Roma per frequentarvi i corsi liceali. Rimasto orfano a quindici anni in seguito al terremoto della Marsica, dovette interrompere gli studi per guadagnarsi da vivere.
Fu allora che nacque quel legame di solidarietà con la povera gente della terra d’Abruzzo che fin da quegli anni spinse Silone verso il movimento socialista, da lui
sempre inteso come fedeltà all’uomo, come liberazione della persona da ogni alienante asservimento. Fu un precoce ribelle e la sua rivolta contro la vecchia società e i “poteri costituiti” assunse presto la forma di una contestazione globale.
Prese parte attiva alla propaganda contro la guerra, fu il redattore dell’“Avanguardia” divenne amico personale e collaboratore di Antonio Gramsci, accanto al quale si trovò a Livorno nel 1921, quando venne fondato il Partito Comunista Italiano. Dopo l’avvento del fascismo e le leggi eccezionali del 1925, divenne attivista clandestino del medesimo partito ridotto all’illegalità. Denunciato e ricercato fu costretto a fuggire all’estero, pur continuando a ricoprire cariche di grande responsabilità politica per cui, ad esempio si trovò a Mosca nel Maggio del 1927, al fianco di Palmiro Togliatti, nella riunione del Comintern che preparò l’espulsione e anche l’eliminazione fisica di Trotskij a di Zinoviev. Un momento particolarmente drammatico nella storia del movimento operaio internazionale, il momento della reale presa del potere da parte di Stalin. Per Silone fu il momento della rottura con il partito comunista: una rottura che si compì a distanza di tre anni, ma che si consumò in quei giorni moscoviti. Nel 1930, dimessosi dal partito e stabilitosi a Davos, un centro montano della Svizzera Silone scrisse il suo primo romanzo, Fontamara pubblicato in tedesco nel 1933 e conosciuto in Italia solo nel dopoguerra, che narra la storia dell’arrivo del fascismo in uno sperduto villaggio della Marsica. Dopo Fontamara pubblicò, sempre all’estero, Pane e vino (1937), Il seme sotto la neve (1941). In entrambe le opere è forte la componente autobiografica: lo scrittore esule medita sui motivi della profonda delusione ideologica. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale accettò l’incarico di costituire in Svizzera, con la collaborazione di Modigliani, il Centro Estero Socialista, tornando così all’attività politica organizzativa. Questa ebbe un prolungamento in Italia, con il rientro dall’esilio avvenuto nell’Ottobre del 1944, Silone fu direzionato nel partito socialista e venne nominato direttore dell’“Avanti!”, che vantò in quel periodo la più alta tiratura tra i quotidiani italiani. Fu anche eletto deputato alla Costituente. Nel ’48 rifiutò di presentarsi candidato alle elezioni e decise di dedicarsi interamente al suo lavoro di scrittore, dopo essere stato tra i fondatori del PSU (Partito Socialista Unitario). Nel 1955 pubblica un romanzo dall’impegno civile tra il genere poliziesco e romantico: Il segreto di Luca. Nel 1968 esce il suo ultimo lavoro, l’Avventura di un povero cristiano. Morì in una clinica di Ginevra nel 1978, dopo una lunga malattia, fulminato da un attacco celebrale. È stato sepolto a Pescina dei Marsi, “ai piedi del vecchio campanile San Bernardo”, senza epigrafe sulla tomba, come aveva voluto.
Il pensiero politico
Il pensiero d’Ignazio Silone si polarizza intorno al suo socialismo. Il socialismo di Silone può definirsi come sensibilità sociale vibrante ed inquieta, che si manifesta dapprima, durante gli anni dell’adolescenza, nella forma emozionale della simpatia per il povero, poi si esprime nell’adesione al marxismo e nella lotta al fascismo; poi, dal ’27 al ’31 passa attraverso il ripensamento del comunismo, sboccando nel ripudio radicale di ogni totalitarismo e di ogni ideologia,
l’ideologia, che uccide l’idea, anzi, la "passione"
(Vino e Pane)
In seguito, negli anni della guerra e del dopoguerra, pare collimare con il socialismo riformista, ma proposto in forma autonoma, e secondo una visione che si adegui con concretezza ai problemi italiani; infatti si definisce in una posizione dei strenua difesa della libertà o, meglio ancora, della dignità della persona umana, contro qualsiasi tipo di oppressione e di mortificazione, sia essa politica, economica, sociale, in un atteggiamento di ininterrotto allarme teso a scorgere e pronto a denunciare le insidie. Quest’ultima fase è stata vista da qualcuno come una sorta di sincretismo personale, in cui entrano l’educazione cristiana e l’esperienza marxista, nei due momenti più importanti dall’entusiastica partecipazione e della dolorosa rottura. I successivi atteggiamenti assunti dall’autore non sono segno di incertezza politica ma di un processo spirituale, di approfondimenti, di chiarificazione di un ideale dapprima confusa e che progressivamente si libera. Si tratta di un vero itinerario documentato nei romanzi e nei drammi, da Fontamara a L’avventura di un povero cristiano attraverso una penetrante esplorazione della propria storia.
Il socialismo di Silone è sorretto da una salda coscienza morale e da una forte religiosità cristiana. Il suo ideale socialista, infatti, s’identifica con l’esigenza di estendere alla sfera pubblica tali principi. Di conseguenza l’attività politica è sentita e vissuta dallo scrittore come doverosa partecipazione alla realtà sociale al fine di migliorarla, di combattere i soprusi, di rendere operante in essa il principio cristiano della fraternità. La politica dunque intesa come "servizio sociale".
Silone abbandona due volte la politica per la contraddizione che egli è andato scoprendo tra politica e morale:
La politica è l’arte del possibile. La rottura è inevitabile, se diventa trasformismo o lotta senza scrupoli per il potere; ma una certa tensione, un certo contrasto sussiste sempre quando della politica si nutre un concetto fondato sopra un senso etico o religioso della vita.
e due volte passa alla letteratura, vista non come fuga, ma come "la forma più libera e coerente e durevole" in cui possano essere soddisfatte "quelle esigenze che avevano finito per concentrarsi nella lotta politica".
FONTAMARA
Nella premessa, il narratore è lo stesso autore Silone. Le vicende, invece, sono raccontate all’autore da tre fontamaresi (Giuvà, Matalè e il loro figlio), fortunatamente scampati al massacro.
Contenuto
La vicenda è ambientata in un paese della Marsica, nell’Appennino abruzzese, a cui l’autore dà il nome di Fontamara.
Il fascismo è giunto al potere, ma i fontamaresi non ne sono informati finché, un giorno, arriva al villaggio il cav. Pelino, un graduato della Milizia che con un raggiro convince i cafoni a firmare un foglio bianco. Quel foglio diventerà in seguito un documento che permetterà al podestà di appropriarsi del ruscello di Fontamara, privando i contadini dell’acqua necessaria alla coltivazione. Troppo tardi i cafoni comprenderanno il tranello e potranno solo rassegnarsi al proprio misero destino. Di fronte agl’inganni i cafoni non sano come reagire: vorrebbero ribellarsi, ma ne temono le conseguenze e soprattutto non si uniscono in un’azione comune, perché ciascuno pensa ai propri interessi e non vuole compromettersi. Solo Berardo Viola, il cafone più forte, lotta contro le istituzioni per il bene di tutti, ma i fontamaresi non lo seguono. Una sera giungono a Fontamara i fascisti e compiono ogni sorta di violenze, senza che nessuno si ribelli. Un giorno i cafoni vengono convocati ad Avezzano, insieme ai cittadini dei paesi vicini, solo per osannare le autorità al loro passaggio, invece che, come promesso, per discutere dei problemi riguardanti la spartizione delle terre del Fucino. In questo modo sono nuovamente truffati dal podestà che si appropria delle terre. Dopo questa ed altre beffe, l’atteggiamento dei Fontamaresi nei confronti degli inganni, che avevano sempre accettato passivamente, sembra cambiare. Tuttavia, mentre Scarpone, il cafone che caratterialmente si avvicina di più a Berardo, incita alla rivolta i compaesani, viene meno proprio l’adesione di Berardo, il quale, nonostante le suppliche di Scarpone, decide di partire per Roma insieme al figlio di Giuvà, (il cafone che racconta le vicende a Silone). Berardo adesso ha i propri interessi da difendere: si è innamorato di Elvira, desidera sposarla, ma per farlo deve prima trovare un lavoro. A Roma però, nonostante la sua buona volontà, parecchi ostacoli burocratici gli impediscono di trovare un’occupazione. Berardo viene arrestato insieme all’Avezzanese, un oppositore del regime. Giunta la notizia della morte di Elvira, proprio quando la vita di Berardo pare un fallimento, egli imprime una svolta al corso degli eventi: si sacrifica perché le vicende dei cafoni siano rese note a tutti dai giornali clandestini, diretti appunto dall’Avezzanese. Berardo si presenta come il Solito Sconosciuto, un misterioso partigiano che va in giro per l’Italia ad incitare cittadini e cafoni alla rivolta contro il Governo, proprio per far scarcerare il Solito Sconosciuto.
All’Avezzanese Berardo illustra il genere di soprusi di cui erano state vittime i fontamaresi, e che erano stati pubblicati su di un giornale clandestino. Nel frattempo Berardo, torturato perché riveli i nomi dei suoi complici, muore atrocemente in carcere diventando il simbolo dei fontamaresi. La notizia del suo presunto suicidio arriva a Fontamara. I cafoni prendono un impegno politico denunciando le prepotenze del regime fascista, sotto forma di un giornale, intitolato da Scarpone “Che Fare?”. La protesta si risolve nell’intervento armato dei fascisti che uccidono gli abitanti di Fontamara e ne provocano la dispersione, questi però sono ora più consapevoli della loro condizione e della necessità di cambiare le cose. Tutta una famiglia si salva e, dopo un lungo pellegrinaggio, raggiunge Silone per raccontargli la triste avventura dei cafoni di Fontamara.
Spiegazioni
La trama del romanzo è data dai fatti che si svolgono a Fontamara, piccolo borgo montano d’Abruzzo, nel corso del decennio Venti-Trenta, quando ai mali antichi della miseria e della fame se ne aggiungono dei nuovi legati all’oppressione fascista. La storia dei Fontamaresi vuol essere la denuncia dolorosa e forte di una miseria e di un sopruso sofferti dai poveri cafoni marsicani, sotto il fascismo. Ma il suo significato politico e sociale può essere più vasto: vi si può vedere, l’urto fra le comunità contadine più povere e remote e la politica che le raggiunge, ma solo per devastarle.
Né meno importatene il significato moraleche l’autore ci vuole dare l’autore: l’immagine di un’umanità primitiva e rozza, ma capace di virtù eroiche. E qui è anche l’aspetto etico-religioso della vicenda: nel saper aprirsi alla realtà degli altri, in questo "perdersi per salvarsi", in questo abbandonare i propri pregiudizi ideologici. Il messaggio del libro è calato in un preciso contesto storico e ambientale, il ventennio fascista e la realtà italiana. Del fascismo è evidenziato l’aspetto sopraffattore, violento e beffardo, che sfrutta la gente intellettualmente pigra; sono descritte alcune tipiche manifestazioni, ora di imbonimento, intese a stordire i perplessi, ora di intimidazione, volte a far tacere i nemici; ed è messa in luce la tendenza a esercitare un controllo sempre più capillare sul cittadino.
Non vediamo le grosse autorità, se non una volta di sfuggita. Davanti a noi sta concretamente solo la figura dell’Impresario, che è il simbolo stesso dell’autorità. Incontriamo invece spesso i piccoli zelanti esecutori degli ordini impartiti da questo: ipocriti come Innocenzo la Legge, o come il cav. Pelino.
L’ambiente, la Marsica, è presente anche se descritta attraverso frammenti, con i suoi villaggi abbarbicati sui cocuzzoli dei colli, l’anfiteatro dei monti aspri e solenni, la piana rigogliosa, strappata alla palude, di cui a godere i frutti migliori sono gli altri, quelli venuti da fuori, i Torlonia, non gli abitanti. Silone, comunque, ci da una visione del paesaggio con un volto non idilliaco o pittoresco, come viene descritto spesso il Mezzogiorno, ma scabro e amaro, ritratto a linee dure e a colori cupi e in formi adeguate alla psicologia dei contadini.
L’azione è corale: vi partecipa come soggetto o come oggetto una popolazione intera. Tutta Fontamara è protagonista della vicenda. L’unico vero personaggio maschile però è Berardo Viola, come l’unico tra quelli femminili è Elvira. La figura della madre Maria Rosa ha un ruolo subordinato alle altre due: illumina l’ostinazione e il coraggio del figlio con il suo tormento e insieme orgoglio di madre, e fa risaltare anche più il difficile amore di Elvira, mettendolo alla prova con la sua indifferenza. Berardo è l’eroe dei Fontamarsi, l’anima della ribellione. Il destino tragico di famiglia e l’indole selvatica e violenta lo predispongono a una vita irta di difficoltà, che egli affronta con la tempra del lottatore. Alla vigoria fisica, motivo di profonda ammirazione in paese e alla resistenza indomita alla fatica, corrispondono ad una forza d’animo, una risolutezza ed una tenacia innegabili di fronte alla malignità della fortuna e alla malvagità degli uomini, come notiamo alla fine della storia, le torture e le percosse delle squadracce fasciste non riescono a farlo deflettere da una linea di condotta, che segue in un primo momento solo per suggestione del compagno di cella, ma che si impone poi per libera scelta, quando gli mostrano una stampa recante il suo nome e l’annuncio della morte dell’amata.
Questa volontà di lotta Berardo la trae, più che da una coscienza sociale, da due forze; l’attaccamento alla terra e l’amore per Elvira. Berardo ritiene che il cafone senza terra non sia un uomo: la proprietà è vista come il segno della dignità dell’uomo, della sua capacità di lavorare, di costruire qualcosa di suo. Berardo, però non riesce a mantenere ciò che il padre gli ha lasciato perché deciso ad emigrare, lo ha venduto per pagarsi il viaggio in America. Bloccata l’emigrazione, non riesce ad rientrarne in possesso, perché chi l’ha comperato, non intende rivenderlo. Ma Berardo non si rassegna a fare il bracciante. Da questa situazione nasce in lui il risentimento verso il ricco che specula sul povero, l’insofferenza dell’oppresso, il dramma dell’innamorato che senza avere del proprio non ritiene decoroso chiedere la mano della fanciulla più bella e virtuosa del paese.
L’amore in Berardo è un sentimento ardente e chiuso, violento nella gelosia verso chi osa mettere gli occhi su Elvira, ma pieno di rispetto e delicato, nei confronti della donna prescelta, che ama con tenerezza e devozione, al punto di abbandonare prima la lotta rivoluzionaria dei Fontamaresi per trovare un lavoro più remunerato in città, ma anche, in seguito, ad andare al martirio, quando Elvira non c’è più. La fedeltà all’ideale e l’amore per Elvira che ad un certo punto andranno a confrontarsi. Ma il contrasto, darà la vinta all’ideale. Grazie , anche ad Elvira quando dichiara a Berardo che lo ama proprio per il suo coraggioso anticonformismo e le fa dispiacere che per lei abbandoni i compagni nel momento cruciale:
Se è per me che ti comporti in quel modo, ricordati che io cominciai a volerti bene, quando mi raccontarono che tu ragionavi nel modo contrario
Berardo al momento non ascolta le parole di Elvira, che commuovono tuttavia il suo animo, poiché è risoluto a trasferirsi in città per mettere insieme la somma che gli consenta di formarsi una famiglia. Ma sotto il calore di quella rivelazione di Elvira tornerà fra gli ostacoli a rifiorire in lui il germe della ribellione. Per Elvira la fedeltà é un sentimento che va al di sopra dell’interesse personale di salvezza. Tanto che offrirà la sua stessa vita alla Madonna purché il fidanzato ritrovi la sua coerenza nei principi. Berardo, arrestato per caso nel suo girovagare per la capitale alla ricerca disperata di un’occupazione negata, gradualmente si esalta alle parole del compagno di cella, un attivista di Avezzano, e dichiara al commissario di essere lui il pericoloso individuo, ricercato dalla polizia, autore di atti di sabotaggio e di propaganda sovversiva, che si fa chiamare il Solito Sconosciuto. Il fontamarese si lascia quindi torturare e uccidere fingendosi il Solito Sconosciuto, e porta in questa sua determinazione del farla finita, come sbocco disperato alla persecuzione e alla sfortuna per il povero. Così Berardo che potrebbe salvare la vita nel dichiarare semplicemente la sua identità, la perde per l’ostinazione a negarla. Ma nella stesso tempo si salva, cioè salva se stesso come uomo, proprio perché muore per gli altri: salvare la vita sarebbe tradire gli altri e se stessi.
Giudizio
Il romanzo, essendo una verità storica, esprime una denuncia contro ogni torto subito ingiustamente. Inoltre Silone, confinato in Svizzera, esprime il suo disprezzo personale nei confronti della dittatura fascista. Silone invita tutti gli oppressi (in primo luogo, ovviamente, i suoi contemporanei) a ribellarsi contro ogni ingiustizia, o almeno a provarci, visto che ciò è riuscito anche ai poveri cafoni di Fontamara, da secoli abituati a patire passivamente i torti altrui. Lo stile della narrazione è molto coinvolgente e realistico e colpisce l’ironia dell’autore nel raccontare le tristi vicende dei cafoni di Fontamara.
Le cose che ho apprezzato di più, sono il modo di scrivere di Silone chiaro e lineare e il fatto che l’autore ha avuto il coraggio di comporre un’opera contro l’atroce e ingiusta dittatura fascista.
Osservazioni
Nel libro si possono individuare caratteristiche simili a quelle dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Nel nostro testo i personaggi sono i cafoni, nei Promessi Sposi gli umili.
Come Manzoni, Silone entra nella narrazione, la sua presenza è chiara. La storia dei cafoni è la sua storia, non perché è figlio di cafoni, ma perché quella è la parte sociale alla quale idealmente si riallaccia, e quelle terre sono le sue terre, quelle dalle quali é dovuto emigrare per ragioni politiche. Però i suoi cafoni non somigliano agli umili di Manzoni. La cultura, in entrambi i testi, viene usata come sopruso, i cafoni subiscono raggiri dai galantuomini , gli umili dagl'acculturati come Azzecca –Garbugli..
Molti personaggi di Fontamara hanno caratteristiche simili a quelle dei protagonisti dei Promessi Sposi.
Uno di questi è Berardo che in alcuni tratti assomiglia a Fra Cristoforo, perché non sopporta i soprusi da parte dei ricchi e si ribella. Queste ingiustizie sono compiute dall’Impresario che, quindi, svolge il ruolo di Don Rodrigo.
Berardo, inoltre ha alcune caratteristiche simili a quelle di Renzo, infatti quando conosce Elvira vuole a tutti i costi sposarla e cerca di superare tutti gli ostacoli che gli impediscono di farlo. La sua fidanzata, Elvira, ha lo stesso carattere di Lucia, infatti, tutte e due arrossiscono spesso e hanno una gran fede, il personaggio di Fontamara però in molti casi appare più deciso di quello dei Promessi Sposi, infatti, anche lei come tutte le donne del paese cerca di ribellarsi ai soprusi.
Lo Stato Fascista assomiglia molto al villaggio di Don Rodrigo, per esempio due caratteristiche simili sono le ingiustizie che avvengono all’interno di entrambi e il mantenimento del potere attraverso la violenza; di conseguenza le squadre fasciste che attaccano Fontamara hanno lo stesso ruolo dei bravi al servizio di Don Rodrigo.
Don Abbacchio, come Don Abbondio, è interessato ad avere un buon rapporto con i nobili a costo di venir meno al suo dovere di aiutare i poveri.
Infine, ho trovato una certa somiglianza tra Don Circostanza e Azzecca-Garbugli: entrambi sono avvocati e hanno la capacità di sfruttare qualsiasi circostanza a proprio vantaggio.
George Orwell
Gorge Orwell was born in Bengal, India, in 1903 and he died in London, on 21st January 1950. He attended school in England were he began to dislike the snobbish atmosphere that reigned there and expressed this hate in his autobiographical book Such, such were the Joys.
From 1922 to 1927 he stayed in India were he increased his hatred of class privilege and authority and English, Imperialism. In 1934 he published Burmese Days, a novel in which period, he returned to Europe and spent sometime in Paris and than in London were he lived in absolute poverty.
In 1933 he wrote Down and out in Paris and London, an account of his vagabondage later he married Eileen O’Shanghnessy in 1936. During the Spanish civil war he went to Barcelona with his wife to work as journalists and wrote this experience in Homage to Catalonia (1938).
During the war Orwell worked for the BBC. In 1945 Animal Farm appeared and made him internationally famous. This book contains a pessimistic vision of the society of that time and it’s a critic to every totalitarian form of government.
Animal Farm
The story takes place on a farm somewhere in England. An all-knowing narrator in the third person the story is told by. The action of this novel starts when the oldest pig, Old Major on the farm calls all animals to a secret meeting. He tells all the other animals about his dream of a revolution against the cruel Mr. Jones, because their lives in the farm were miserable and short. The pigs, who were considered the most intelligent animals, instructed the other ones. The rebellion starts some months later, as one night Mr Jones comes home drunk, and forgets to feed the animals. They break out of the barns and run to the house, where the food is stored. As Mr Jones recognises this he takes out his shotgun, but it is to late for him, all the animals fall over him and drive him off the farm. The animals destroy all whips nose rings, reins, and all other instruments that were used to suppress them. The same day the animals celebrate their victory with an extra ration of food. The pigs have made up the seven commandments, and they have written then above the door of the big barn.
They run thus:
1.: Whatever goes upon two legs is an enemy.
2.: Whatever goes upon four legs, or has wings is a friend.
3.: No animal shall wear clothes.
4.: No animal shall sleep in a bed.
5.: No animal shall drink alcohol.
6.: No animal shall kill another animal.
7.: All animals are equal.
These commandments are summarised in the simple phrase: "Four legs good, two legs bad".
This novel is a metaphor was the man is the totalitaristic state and the animals are the oppressed.
EDUCAZIONE FISICA:
Le olimpiadi di Berlino nel ‘36
Hitler, suffragato da Goebbels e dal consenso ottenuto da Mussolini attraverso i Mondiali di calcio del '34, non tardò a comprendere il significato politico dei Giochi e respinse in ogni modo tutti i tentativi di cambiare la sede olimpica e anzi profuse grandi energie fisiche ed economiche nell'organizzazione: le Olimpiadi divennero un efficace mezzo di propaganda nazista. Il resto del mondo non accettò senza riserve che il nazionalsocialismo potesse contare su una tale vetrina, gli USA pensarono seriamente di boicottare i Giochi, i paesi socialisti avevano addirittura organizzato una manifestazione parallela, detta le Olimpiadi del popolo, da tenersi a Barcellona, ma che non ebbe mai luogo a causa dello scoppio della guerra civile spagnola, e numerose altre proteste giunsero all'indirizzo del CIO che però dette sempre ascolto alle autorità Tedesche che minimizzavano ciò che accadeva all'interno del loro paese.
Alla fine Hitler accettò che alle Olimpiadi partecipassero atleti neri ed anche Ebrei e i Giochi si fecero, anche se era chiaro che sarebbero stati una lotta per dimostrare la superiorità di una nazione o di un popolo sugli altri. Alla fine le Olimpiadi di Berlino furono una manifestazione eccezionale dal punto di vista organizzativo e sportivo, per quindici giorni l'attenzione del mondo si spostò sulla capitale tedesca e per il nazismo si rivelò una vittoria quasi su tutta la linea: la Germania vinse la Olimpiadi scalzando per la prima volta gli Stati Uniti, gli Italiani arrivarono terzi davanti ai Francesi e i Giapponesi quarti davanti agli Inglesi, inventori dello sport; in pratica i regimi dittatoriali sconfissero i paesi democratici, ma un episodio scalfì questa grande affermazione del Führer.
Un atleta americano, per di più di colore, Jesse Owens, vinse quattro medaglie d'oro nello stesso giorno davanti agli occhi di tutto lo stato maggiore tedesco; le gare dei 100m, 200m, salto in lungo e staffetta 4X400 erano, infatti, state programmate tutte
nello stesso giorno per evitare questo rischio, ma Owens si rivelò superiore anche a questo tipo di ostacolo e la giornata terminò coi 100.000 Tedeschi presenti nello stadio che inneggiavano il nome di quest'Americano che aveva compiuto forse la più grande impresa sportiva della storia.
Le Olimpiadi di Berlino, anche per la loro collocazione storica, possono essere considerate la fine di una maniera di intendere lo sport e l'inizio di una nuova epoca.
Ormai ogni paese aveva le sue grandi manifestazioni sportive, i suoi campionati di calcio, di baseball o di qualcos'altro e lo sport era parte integrante di ogni società evoluta con un seguito popolare enorme e per questo motivo la Guerra non mise fine a nessuna delle sue manifestazioni più importanti. Hitler e Mussolini avevano dimostrato come i successi sportivi portassero un ritorno di immagine non indifferente e questo insegnamento fu raccolto dalla nuova potenza che si affacciò sulla faccia dello sport mondiale nel secondo dopoguerra: l'URSS. A livello politico la forza della Russia non era certo una novità, ma nello sport aveva sempre avuto una posizione molto defilata, come peraltro molti altri dei paesi appartenenti al blocco sovietico.
LA GLOBALISATION
La globalisation ou la mondialisation est un procédé qui vois une disparition progressive des frontière et la construction d’un marché planétaire unique.
Cet phénomène existé déjà pendante la révolution industrielle mais c’est dans ces dernières décennies que beaucoup des facteurs ont permis sa consolidation, par exemple, le changement de la productivité favorite par la diffusion de moyens des communication et l’entrée des USA dans l’économie mondial.
Mais aussi la disparition du socialisme qui a permis le développement de l’économie des libres marché.
La globalisation a apporté une diminution de la pauvreté, l’augmentation des productions et l’amélioration des niveaux de vie. Mais cette augmentation économique, à cause de une distribution pas égal a agrandi les différence entre les pays riches et les pays pauvres.
Parce que les pays pauvres ne peut pas être compétitif avec la production des pays industrielle, à cause :
• des facteur intérieur (mauvaise politique des gouvernements, pas des capitaux, des structures et de connaissance technique) ;
• des facteur extérieur (des grand dettes avec les pays riche).
La mondialisation de l’économie a apporté un nouveau phénomène la délocalisation des entreprises dans le tiers monde ou la main-d’œuvre coûte beaucoup moins chère.
Mais dans les pays du Tiers-Monde les droit des enfants ne sont pas respectés, il sont obligés de travailler a plein temps et tout la semaine pour des salaires dérisoires, profitent de leur misère.
La législation internationale est impuissante à vaincre l’esclavage des enfantes.
Mais même en Europe et en France, les enfantes de moins de 15 ans sont obligés à travailler, malgré que leur employeur cour envers les lois avec des forts amandes et même la prison.
Dans cet période nous avons la diffusion du capitalisme, qui se alimente avec le profit.
Le capitaliste plus il fait du profit plus il peut perfectionner ses installations et donc être plus productive et faire plus bénéfices.
Avec ces bénéfices, plus des facilité banqueras, peut racheter des entreprise concurrentes en faillite. Les petites production disparaissent marches à l’échelle mondial, que on appelle monopoles.
Les monopoles sont des géants du marché mondial qui font leur aux frais des petites producteurs.
Ils imposent des prix « de monopole » plus élevé pour avoir des gains supérieure. Les banques et les organisations financeur ont un rôle toujours plus grands pour fournir leur capitaux pour investire dans les fusions entre grandes entreprise.
Déjà au début du 1900 Lénine avait décrit la fusion des entreprises et l’augmentation des exportations des capitaux et la lutte pour partager le monde entre les groupes économique avec le mot : impérialisme.
L’impérialisme a était remplacent par le mot globalisation, l’économie s’est gouverné par le monde du capitaux et le libres marché entre les petites entreprise a disparut.
Il n’y a plus aucune zone du monde qu’échappe à cette politique du monopole ou les grandes puissances capitalistes luttent pour se partagé les marchés.
La globalizzazione
La globalizzazione è un processo per il quale si tende ad abbattere le frontiere e a costituire un unico mercato planetario, che interessi appunto il globo.
La prima spinta verso la globalizzazione si può far risalire al superamento del feudalesimo medioevale con la conseguente ricerca di nuovi mercati. Ciò portò alla scoperta di nuove terre, che furono drasticamente adattate al sistema economico e culturale europeo. Anche, la rivoluzione industriale rafforzò questo processo: da una parte c’erano i paesi industrializzati, dall’altra la periferia, che forniva materie prime a basso costo ed era indipendente. Nel ‘900 diversi fattori posero le basi al consolidamento della globalizzazione, per esempio i cambiamenti avvenuti a livello produttivo favoriti dalla diffusione dei mezzi di comunicazione, l’ingresso a livello economico mondiale degli USA.
Con la scomparsa del socialismo, l’economia di libero mercato ha ripreso ad alimentare il processo di globalizzazione a livello planetario. Infine il sorgere di molte associazioni economiche (es: UE) è utile per meglio affrontare la competizione globale.
Fattori della mondializzazione
L’attuale livello di globalizzazione è dovuto allo sviluppo di trasporti e telecomunicazioni e alla liberalizzazione dei commerci e degli investimenti finanziari.
Il trasporto merci è stato rivoluzionato dai container, che permettono di trasferire da un vettore all’altro la merce risparmiando così tempo e costi.
Il trasporto delle persone è stato invece rivoluzionato dall’aereo, con cui si può raggiungere qualsiasi località in non più di un giorno.
Le telecomunicazioni consentono di trasferire immagini, news, ecc. in tempi sempre più rapidi grazie ai satelliti, alla telefonia mobile. Una rivoluzione è anche lo sviluppo dell’elettronica e dell’informatica. La telematica (sistema che combina le potenzialità delle telecomunicazioni con quelle dell’informatica) ha portato alla riduzione degli spostamenti delle persone e al telelavoro e ha favorito il decentramento degli impianti di produzione.
La diffusione di questi sistemi di comunicazione ha portato alla diffusione delle multinazionali che hanno la casa madre in un paese sviluppato e filiali in tutto il mondo. La loro azione è stata accompagnata dalla liberalizzazione dei commerci e dei flussi finanziari. La riduzione dei vincoli legislativi e delle barriere doganali e fiscali permettono di spostare in tempo reale enormi volumi di denaro con rapidi ordini impartiti con mezzi telematici.
Ricchi e poveri nella globalizzazione
La globalizzazione sta portando alla diminuzione della povertà, all’aumento delle produzioni e all’innalzamento del livello di vita. Tale crescita economica però contribuirà, a causa della distribuzione non equa, ad aumentare il divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Questo principio è chiamato TINA (There is not alternative), è considerato un fatto immutabile.
I paesi poveri non possono competere con le produzioni di quelli industrializzati per:
• cause interne (scarso aiuto delle politiche governative, carenza di capitali, infrastrutture e conoscenze tecniche);
• cause esterne (indebitamento estero).
La globalizzazione, volendo imporre un unico modello di vita, produce un impoverimento culturale. Infatti gradualmente si annulleranno le differenze tra i vari popoli e si verrà condizionati sempre più dai gusti e dalle mode diffuse dai paesi dominanti attraverso i mass media.
Il ruolo delle organizzazioni internazionali
Per assicurare democrazia, pace e rispetto dei diritti umani in tutte le zone della Terra, sono state istituiti degli organismi internazionali come l’ONU o altre associazioni regionali (NATO, UE, OCSE) o ONG (Organizzazioni Non Governative).
ONU: L’Organizzazione delle Nazioni Unite è stata costituita alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, a New York. Dai 51 membri iniziali è passata a quasi tutta la comunità internazionale.
I suoi scopi sono:
cooperazione tra stati in campo economico, culturale, sociale;
sviluppo di relazioni amichevoli tra essi;
pace e sicurezza.
Si fonda su:
ripudio della guerra;
divieto dell’uso della violenza nelle controversie internazionali;
rispetto dei diritti umani e della vita.
Gli organi ONU sono:
• Assemblea Generale: riunisce tutti gli stati membri. Le decisioni sono prese a maggioranza semplice e gli atti non sono vincolanti.
• Consiglio di Sicurezza: composto da 10 membri eletti a rotazione ogni 2 anni dall’Assemblea e da 5 permanenti (Cina, Usa, Russia, G. Bretagna, Francia). Questi hanno diritto di veto (il principio di uguaglianza dell’ONU ha dunque un vizio di fondo). Le decisioni sono vincolanti e prese a maggioranza qualificata.
• Segretario Generale: eletto dall’Assemblea ogni 5 anni e rieleggibile. Partecipa alla realizzazione degli obiettivi statutari delle Nazioni Unite, interviene nelle missioni diplomatiche.
• Consiglio Economico-sociale: si occupa del rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti dell’uomo.
• Corte Internazionale di Giustizia: risolve le controversie tra stati e emette sentenze.
Altre agenzie specializzate formano il sistema delle Nazioni Unite:
OMS: Organizzazione Mondiale Sanità;
OIL: O. Internazionale Lavoro;
BM: Banca Mondiale;
FMI: Fondo Monetario Internazionale;
FAO: O. per l’Alimentazione e l’Agricoltura;
UNESCO: O. per l’Educazione, la Scienza, la Cultura;
UNIDO: O. Sviluppo Industriale.

Esempio



  


  1. Lukas Vuka

    mi servirebbe una mano per effetuare un saggio breve su i tre regimi totalitari, inserendo anche dei argomenti della storia!!