Italo Calvino

Materie:Appunti
Categoria:Letteratura

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Testo

ITALO CALVINO

In un articolo su "Paragone" del 1955 Italo Calvino scrive: "Ritornare a una più calma considerazione del posto delle idee e della ragione nell'opera creativa vorrà dire la fine di una situazione per cui l'io dello scrittore è sentito come una specie di maledizione, di condanna. E questo avverrà forse il giorno in cui l'intellettuale si accetterà come tale, si sentirà integrato nella società, parte funzionale d'essa, senza più dovere sfuggirsi o sfuggirla, camuffarsi o castigarsi". Si potrebbero utilizzare queste parole per iniziare un commento intorno all'opera dello stesso Calvino. Senza troppe forzature ci si potrebbe vedere, infatti, una velata e forse inconscia confessione della propria condizione di intellettuale continuamente costretto a camuffarsi e a camuffare la realtà, presentandola sotto le spoglie ora comiche ora malinconiche, sempre ironiche, della trasfigurazione fiabesca.
Non si deve intendere per "camuffamento" l'operazione condotta dallo scrittore nel suo primo romanzo, "Il sentiero dei nidi di ragno", ossia il filtraggio delle avventure partigiane attraverso l'occhio di un bimbo dei bassifondi genovesi, il quale, per quanto già smaliziato dalla vita dura impostagli dai tempi e dalla sua condizione sociale, tuttavia rimane infantile e stupefatto di fronte all'incomprensibile mondo dei "grandi". Questo filtraggio, secondo la testimonianza dello stesso autore, risponde all'esigenza di attuare una "regressione" nell'ottica del racconto, cioè di evitare ogni possibile enfasi nella narrazione di imprese compiute personalmente e perciò ancora calde di vita e facili ad essere esaltate. E l'esaltazione è allora evitata proprio facendole passare attraverso il punto di vista di un ragazzino, pronto a smitizzarle, a vedere e a censurare tutti i loro risvolti negavi, patetici, squallidi e ridicoli.
Si potrebbe affermare che già questo è un modo quasi per non prendere parte agli avvenimenti, per trarsi in disparte, forse nell'impossibilità o nella non volontà di darne un giudizio sicuro e definitivo. Ma è comunque un modo che risponde, in questo caso, soprattutto ad un criterio "estetico". Invece il vero camuffamento, se vogliamo continuare a definirlo in questa maniera un po' impropria, consiste nel trasformare, come fa solitamente Calvino, ogni aspetto della realtà in gioco, in un arabesco grottesco, in una raffigurazione caricaturale.
Non è detto che ciò implichi di necessità un disimpegno da parte dello scrittore. Anzi, può essere facilmente più disimpegnata una rappresentazione pedissequa e quotidiana del reale che non la sua trasfigurazione e la sua proiezione in un mondo fantastico o mitico, qualora sotto alla fantasia e al mito scorra la fertile vena della denuncia, della chiarificazione di una problematica esistenziale o sociale. Però è indubbio che il camuffamento è di per sé indice di quella crisi di cui parla Calvino, di quella specie di maledizione che incombe sull'io dello scrittore e lo costringe a sfuggirlo, il che significa poi sfuggirsi, rifugiarsi in un luogo ideale, in cui le verità si dicono solo attraverso abili allusioni ed elaborate metafore.
È la crisi dell'intellettuale italiano contemporaneo, il quale non ha più fiducia nell'ideale socialista (e sintomatico è il distacco di Calvino nel 1956 dal partito comunista, nel quale aveva precedentemente militato) e tuttavia non sa togliersi la nostalgia di quella fiducia e ad essa non può sostituire i nuovi modelli avanzati dalla società del benessere, quantunque non riesca neppure di questi a sbarazzarsi completamente, attratto se non altro dal fascino del loro ritmo febbrile ed intenso.
Calvino stesso sa bene esprimere i contorni di tale crisi nei racconti scritti fra il 1945 e il 1958 e suddivisi in quattro sezioni, nei cui titoli ricorre significativamente, come un'ossessione l'aggettivo "difficile": "Gli idilli difficili", "Le memorie difficili", "Gli amori difficili", "La vita difficile". In alcuni di essi, specie nella "Speculazione edilizia", lo scrittore, senza bisogno di decolli verso il fiabesco o l'assurdo, definisce lucidamente il complesso delle insicurezze e delle frustrazioni in cui si dibatte il giovane protagonista, affascinato dall'attività pratica, dalla possibilità di un intervento attivo e fattivo nella società, ma da essa inesorabilmente escluso e deluso.
Lo stesso accade nella "Giornata di uno scrutatore", romanzo in cui Calvino descrive la giornata di un intellettuale di sinistra, chiamato ad esercitare le funzioni di scrutatore, durante le elezioni, in un seggio al "Cottolengo" di Torino. In esso lo scrittore cerca di rappresentare le persuasioni, le incertezze, le contraddizioni, gli impulsi dell'intellettuale contemporaneo, descrivendoci il labirinto in cui egli si muove, il groviglio dei problemi a cui non sa dare una risposta sicura, ma anche la sua volontà di non adagiarsi nel "labirinto", di continuare a pensare e a lottare per uscirne.
Tutto questo però non assume il tono del dramma, ma è percorso, come sempre in Calvino, da una sottile vena umoristica, che smorza quasi per pudore il timbro di pensieri e sentimenti, senza tuttavia fargli perdere di incisività.
(Umorismo e simbolismo del fiabesco) L'umorismo, invece, si sfoga a fondo nelle imprevedibili fantasie dei romanzi fiabeschi che compongono la trilogia "I nostri antenati", tutti percorsi da velate allusioni simboliche: "Il visconte dimezzato" è la storia di Medardo di Terralba, il quale, colpito in guerra da una cannonata, torna in patria dimezzato, e gli resta solo la metà malvagia, con allusione forse alla situazione dell'uomo contemporaneo, sempre alienato e perciò incapace di raggiungere un'integrità; "Il barone rampante" racconta il caso di chi è costretto a vivere sugli alberi per tentare di realizzare se stesso, guardando il mondo da un'altra prospettiva; "Il cavaliere inesistente" narra le vicende di Agilulfo, del quale esiste l'armatura e la volontà che la sostiene, ma non esiste la persona, forse ad indicare che l'uomo attuale non è più che un'astrazione, un vuoto involucro, poggiato su ideali assai precari.
Ci sarebbe infine da accennare alla parte "fantascientifica" della produzione calviniana, sul tipo delle "Cosmocomiche" e di "Ti con zero", anche questa sostenuta da uno straordinario gusto del racconto e tramata dei sottili arabeschi del favoloso e del ridicolo. Va però detto che il rischio corso dall'autore in questi ultimi casi è quello di chiudersi e di perdersi nell'elaborato artificio delle sue trovate, cadendo nella "maniera", una maniera abilissima, quasi mai stucchevole eppure spesso inadatta ad esprimere il reale nella sua viva concretezza.

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