| Materie: | Appunti |
| Categoria: | Letteratura |
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| Data: | 27.04.2001 |
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Testo
Giacomo Leopardi
La vita:
Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati. La famiglia Leopardi era di nobili origini; ma in cattive condizioni economiche dovute al padre che aveva disperso l’intero patrimonio. Il padre era un uomo colto ma di una cultura attardata e accademica. La vita famigliare era dominata soprattutto dalla madre, donna dura e gretta, interamente dedita al patrimonio dissestato. Giacomo studiò inizialmente con dei precettori ecclesiastici, che insegnavano a leggere e scrivere. All’età di 10 anni continuò i suoi studi da solo “per sette anni di studio matto e disperatissimo” nella biblioteca del padre dove imparò in breve tempo il latino, il greco e l’ebraico. Nel 1813 all’età di 15 anni scrive “Storia dell’astronomia” cioè dei volumi di compilazione, che uniscono idee e pensieri di altre persone. Quello che appare nelle prime opere di Leopardi è la cultura settecentesca.
Tra il 1815–1816 c’è quel passaggio che lui chiama “dall’erudizione al bello”, cioè incomincia a studiare poeti contemporanei come Alfieri, Foscolo, Goethe… Questo passaggio è favorito dall’amicizia che Giacomo ha con Pietro Giordani, uno degli intellettuali più significativi di quegli anni. Nel 1819 Giacomo tenta di fuggire di casa, ma il tentativo viene fermato e sventato. Questo fallimento provoca in lui una crisi morale e fisica che si andò ad aggiungere ad un’infermità agli occhi che gli impediva anche la lettura. Questa crisi segna un altro passaggio “dal bello al vero”; cioè Giacomo abbandona la poesia fatta di stati d’animo per elaborare un pensiero filosofico.
Nel 1817 scrive il “Zibaldone”; una raccolta di pensieri e di considerazioni fatte da lui stesso.
Nel 1822 ha la possibilità di uscire da Recanati e si reca a Roma. Gli ambienti letterari della città gli appaiono vuoti e meschini, la stessa grandezza monumentale lo infastidisce.
Nel 1823 torna a Recanati dove scrive le “Operette morali”.
Nel 1825 gli si ripropone la possibilità di andar via di casa, più precisamente a Milano e Bologna dove trova un lavoro come editore.
Nel 1827–28 soggiorna a Pisa dove scrive i “Grandi Idilli”.
Nel 1828 a causa dell’aggravarsi della sua malattia ritorna a casa dalla sua famiglia.
Nel 1830 si sposta a Firenze, qui il Leopardi ha una vita sociale intensa e sempre a Firenze vive una passione amorosa con Fanny Targioni Tozzetti.
Nel 1823 si trasferisce a Napoli con un suo amico Antonio Raniero. Qui entra in polemica con l’ambiente culturale, dominato da tendenze idealistiche e spiritualistiche. A Napoli lo coglie la morte, attesa e invocata da anni, il 14 giugno 1837 a soli 39 anni.
Il Pensiero
L’opera Leopardiana si fonda su idee continuamente meditate e sviluppate, ciò si può seguire leggendo lo Zibaldone. Leopardi era un pessimista e un ateo, al centro delle sue meditazioni vi era l’infelicità dell’uomo. La felicità corrispondeva con il piacere (e non un piacere), siccome il piacere non è un qualcosa di infinito è infelice perché è continuamente alla ricerca del piacere che invece non lo appaga. La consolazione viene data agli uomini dalla natura benigna tramite “l’illusione e l’immaginazione”. Tanto più il progresso ha reso consapevole l’uomo della propria vita più l’uomo è reso infelice. Gli antichi erano più felici (come i fanciulli) perché più attaccati alla natura, avevano più illusioni, la loro forza morale era sostenuta dalla forza fisica e dalle azioni eroiche; tutto ciò faceva dimenticare il nulla e il vuoto dell’esistenza.
Leopardi ha un atteggiamento durissimo contro la civiltà a lui contemporanea, da qui nasce il titanismo: il poeta come unico ereditario della virtù antica sfida il fato maligno che ha condannato l’Italia a tanta abiezione (pessimismo storico: la condizione presente e frutto di un processo storico).
Presto l’idea di natura benigna si trasforma in natura maligna perché nota che la natura sacrifica il singolo per favorire la specie, il male fa parte della natura in quanto a dato all’uomo il desiderio di felicità senza dargli i mezzi per soddisfarlo. La natura non è più madre amorosa e previdente (concezione finalistica), ma meccanicistica e materialistica (conservazione della specie e del mondo); l’uomo è vittima quindi se la causa dell’infelicità non è più il fato anche gli antichi erano infelici. Così passa al pessimismo cosmico, la felicità non è più legata alle condizioni dell’uomo ma a una condizione assoluta, allora non vale più la pena scrivere per protestare ma per una contemplazione lucida.
La poetica del vago e indefinito
Nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l’uomo compensa a ciò con l’immaginazione dalla quale derivano speranza e le illusioni, ciò che stimola a costruisce questa realtà parallela dove trova appagamento è il vago, l’indefinito, lontano l’ignoto.. La realtà immaginaria costituisce la compensazione, l’alternativa a una realtà vissuta che non sia infelicità è la noia.
Nello zibaldone esamina quegli aspetti che per il loro carattere indefinito possiedono una forza suggestiva:
Teoria della visione: è bello avere una vista impedita da un ostacolo (una siepe) perché l’immaginazione sostituisce la vista
Teoria del suono: elenca una serie di suoni suggestivi perché vaghi come un canto che va via via allontanandosi, lo stormire del vento tra le fronde.
Il bello poetico consiste cioè nel vago, per lo più perché evocano sensazioni che ci hanno affascinato da fanciulli.
La rimembranza diviene essenziale per il sentimento poetico, la poesia non è altro che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza tramite la memoria.
Per leopardi i maestri di questa poesia vaga e indefinita erano gli antichi, i moderni hanno perso questa capacità immaginosa e non gli resta che una poesia sentimentale nutrita da idee di infelicità dovute dalla ragione.
Leopardi pur essendo un moderno predominato da una poesia sulla consapevolezza dell’infelicità non rinuncerà alle illusioni e continuerà a nutrire di esse la sua poesia.
Leopardi e il romanticismo
La teoria del vago e dell’indefinito è indispensabile per capire la posizione di Leopardi nei confronti della nuova poetica romantica, aveva avuto una formazione rigorosamente classica; perciò nella polemica tra classicisti e romantici doveva prendere posizione contro le tesi romantiche e lo fece con due scritti mai pubblicati(Lettera ai compilatori della “biblioteca Italiana” e discorso di un italiano intorno alla poesia romantica).Le sue idee sono originali, la poesia è espressione di una spontaneità originaria dei primitivi e dei fanciulli. E’ d’accordo con i romantici sulle critiche al classicismo accademico e pedante e sul principio di imitazione; però li critica per la loro ricerca dello strano, dell’orrido e del loro predominio della logica sulla fantasia dovuta a un’artificiosietà retorica simmetrica e contraria di quella classicistica(scrittura fresca e spontanea).
Si inizia a parlare di classicismo romantico perché Leopardi è più vicino ai romantici europei in quanto propone i classici come modelli ma con uno spirito completamente opposto dal classicismo accademico, puramente romantico.
Si discosta dai romantici per il suo illuminismo filosofico e materialistico, i quali avevano una visione del mondo idealistica e spiritualistica. Leopardi privilegia la lirica come espressione immediata dell’io, dei sentimenti, come canto; è in contrasto con i romantici lombardi i quali privilegiavano le opere narrative e drammatiche intesi all’utilità sociale.
Gli idilli
Scritti tra il 1819 e 1821 con linguaggio semplice con tematiche intime ed autobiografiche. L’infinito, La sera del giorno di festa, La ricordanza, Il sogno, La vita solitaria. Negli anni precedenti aveva tradotto gli idilli pastorali del poeta greco Mosco che trattavano di una campagna stilizzata e di figure ideali di pastori; ma i suoi idilli non avevano nulla a che fare con quelli della cultura classica, neppure con quelli del 700 che rappresentavano scene di vita quotidiana di personaggi di mediocre condizione (es.:Promessi Sposi) bensì erano espressione di sentimenti, affezioni e avventure storiche del suo animo.
Le Operette morali
Chiusa la stagione degli idilli cade in un silenzio poetico sino la primavera del 1828 a causa di un’ aridità d’animo. Sono prose filosofiche composte in ritorno da Roma e trattano del sistema da lui elaborato e lo espone sotto forma di invenzioni fantastiche con molti dialoghi, allegorismi e paradossi. Tutte le invenzioni si basano sul pessimismo e l’infelicità, ma non si ha un’impressione di tetraggine grazie allo sguardo lucido e al distacco ironico con cui Leopardi descrive il vero.
I grandi idilli
Il 2 maggio 1828 scrive alla sorella Paolina da Pisa dicendogli e che si era concluso il suo periodo di aridità interiore con la stesura di alcuni versi, pochi giorni dopo scrisse “A Silvia” ed era solo l’inizio di una serie di opere che continuò a scrivere anche tornando a Recanati a fine anno.
Riprese i temi dei piccoli idilli con le illusioni e le speranze della gioventù, qui si inquadrano i canti Pisano-Recanatesi, ma i grandi idilli hanno acquistato consapevolezza del vero basato sul sistema filosofico elaborato da Leopardi. Questi nuovo componimenti non si possono definire solo idilli perché basati su un equilibrio tra immaginazione (memorie) e vero. Altra diversità dai piccoli idilli è il linguaggio non più apro e tragico, ma orientato verso la tenerezza e la dolcezza. (cambia anche la metrica in un gioco di versi che danno la sensazione di vago e indefinito).
L’ultimo Leopardo
Leopardi si basò sempre sul pessimismo, in seguito ebbe il contatto col proprio tempo che lo portarono ad un’apertura. Inizio a Firenze con l’amicizia con Antonio Ranieri e un’esperienza amorosa che lo portò alla passione e alla delusione (ciclo di Aspasia). Nacque così un periodi di contestazione contro tutte le ideologie ottimistiche.
Parole chiavi della vita di Leopardi:
Recanati
pessimismo storico
ricordanza
poesia del vago e indefinito
pessimismo cosmico
ciclo di aspasia
operette morali
romanticismo
antichi
natura
noia
piccoli idilli
grandi idilli
erudizione
secolo XIX
zibaldone
