Tito Livio:"Storia di Roma"

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Categoria:Latino

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Testo

Livio "Storia di Roma" I-II
LIBRO I
>1> Un primo punto che trova quasi tutti dello stesso avviso è questo: dopo la caduta di Troia, ai superstiti troiani fu riservato un trattamento molto duro; gli Achei si astennero dall'applicare rigorosamente il codice militare di guerra solo nei confronti di due di essi, Enea e Antenore, sia per l'antica legge dell'ospitalità, sia perché essi erano sempre stati sostenitori della pace e della restituzione di Elena. Successivamente, per circostanze di varia natura, Antenore e un nutrito gruppo di Eneti, i quali, costretti ad abbandonare la Paflagonia a séguito di una sommossa interna ed essendo alla ricerca di un luogo dove stabilirsi e di qualcuno che li guidasse dopo aver perso a Troia il loro capo Pilemene, arrivarono nel golfo più profondo del mare Adriatico, scacciarono gli Euganei che abitavano tra mare e Alpi e, Troiani ed Eneti, si impossessarono di quelle terre. Il primo punto in cui sbarcarono lo chiamarono Troia e di lì deriva il nome di Troiano per il villaggio: l'intero popolo assunse la denominazione di Veneti. Di Enea, invece, si sa che, esule dalla patria a séguito dello stesso disastro, ma destinato per volontà del fato a dare il via a eventi di ben altra portata, arrivò in un primo tempo in Macedonia, quindi fu spinto verso la Sicilia sempre alla ricerca di una sede definitiva e dalla Sicilia approdò con la flotta nel territorio di Laurento. Anche a questo luogo viene dato il nome di Troia. I Troiani sbarcarono in quel punto. Privi com'erano, dopo il loro interminabile peregrinare, di tutto tranne che di armi e di navi, si misero a fare razzie nelle campagne e per questo motivo il re Latino e gli Aborigeni che allora regnavano su quelle terre accorsero armati dalle città e dai campi per respingere l'attacco degli stranieri. Del fatto si tramandano due versioni. Alcuni sostengono che Latino, vinto in battaglia, fece pace con Enea e strinse con lui legami di parentela. Altri, invece, raccontano che, una volta schieratisi gli eserciti in ordine di battaglia, prima che fosse dato il segnale di inizio, Latino avanzò tra i soldati delle prime file e invitò a un colloquio il comandante degli stranieri. Quindi si informò sulla loro provenienza, chiese da dove o a séguito di quale evento fossero partiti dal loro paese e cosa stessero cercando nel territorio di Laurento. Venne così a sapere che tutti quegli uomini erano Troiani, con a capo Enea figlio di Anchise e di Venere, esuli da una città finita nelle fiamme, e alla ricerca di una sede stabile per fondarvi la loro città. Quindi, pieno di ammirazione per la nobiltà d'animo di quel popolo e dell'uomo di fronte a lui e per la loro disposizione tanto alla guerra che alla pace, gli tese la mano destra e si impegnò per un'amicizia futura tra i due popoli. I due comandanti stipularono allora un trattato di alleanza, mentre i due eserciti si scambiarono un saluto. Enea fu ospitato presso Latino. Lì questi aggiunse un patto privato a quello pubblico dando in moglie a Enea sua figlia. Questo accordo rinforzò la speranza dei Troiani di vedere finite una volta per tutte le loro infinite peregrinazioni grazie a una sede stabile e definitiva. Fondano una città. Enea la chiama Lavinio dal nome della moglie. Dopo poco tempo, dal nuovo matrimonio nacque anche un figlio maschio cui i genitori diedero il nome di Ascanio.
>2> In séguito, Aborigeni e Troiani dovettero affrontare insieme una guerra. Il re dei Rutuli Turno, cui era stata promessa in sposa Lavinia prima dell'arrivo di Enea, poiché non accettava di buon grado che lo straniero gli fosse stato preferito, entrò in guerra contemporaneamente con Enea e con Latino. Nessuna delle due parti poté rallegrarsi dell'esito di quello scontro: i Rutuli furono vinti, ma Troiani e Aborigeni, benché vincitori, persero Latino, il loro comandante. Allora Turno e i Rutuli, sfiduciati per lo stato presente delle cose, ricorsero alle floride risorse degli Etruschi e del loro re Mesenzio, signore dell'allora ricca città di Cere. Questi, poiché già sin dagli inizi non aveva gioito della fondazione della nuova città e in quel momento pensava che la crescita della potenza troiana fosse una minaccia eccessiva per la sicurezza dei popoli vicini, non esitò ad allearsi militarmente con i Rutuli. Enea, terrorizzato di fronte a una simile guerra, per accattivarsi il favore degli Aborigeni e perché tutti risultassero uniti non solo sotto la stessa autorità ma anche sotto lo stesso nome, chiamò Latini l'uno e l'altro popolo; né d'allora in poi gli Aborigeni si dimostrarono inferiori ai Troiani quanto a devozione e lealtà. Ed Enea, forte di questi sentimenti e dell'affiatamento che sempre di più cresceva tra i due popoli col passare dei giorni, nonostante l'Etruria avesse una tale disponibilità di mezzi da raggiungere con la sua fama non solo la terra ma anche il mare per tutta l'estensione dell'Italia - dalle Alpi allo stretto di Sicilia -, fece scendere ugualmente in campo le sue truppe pur potendo respingere l'attacco dalle mura. Lo scontro fu il secondo per i Latini. Per Enea, invece, rappresentò l'ultima impresa da mortale. Comunque lo si voglia considerare, uomo o dio, è sepolto sulle rive del fiume Numico e la gente lo chiama Giove Indigete.
>3> Ascanio, il figlio di Enea, non era ancora maturo per comandare; tuttavia il potere rimase intatto finché egli non ebbe raggiunto la pubertà. Nell'intervallo di tempo, lo Stato latino e il regno che il ragazzo aveva ereditato dal padre e dagli avi gli vennero conservati sotto la tutela della madre (tali erano in Lavinia le qualità caratteriali). Non mi metterò a discutere - e chi infatti potrebbe dare come certa una cosa così antica? - se sia stato proprio questo Ascanio o uno più vecchio di lui, nato dalla madre Creusa quando Ilio era ancora in piedi e compagno del padre nella fuga di là, quello stesso Julo dal quale la famiglia Giulia sostiene derivi il proprio nome. Questo Ascanio, quali che fossero la madre e la patria d'origine, in ogni caso era figlio di Enea. Dal momento che la popolazione di Lavinio era in eccesso, lasciò alla madre, o alla matrigna, la città ricca e fiorente, e per conto suo ne fondò sotto il monte Albano una nuova che, dalla sua posizione allungata nel senso della dorsale montana, fu chiamata Alba Longa. Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione della colonia di Alba Longa intercorsero press'a poco trent'anni. Ciò nonostante, specie dopo la sconfitta subita dagli Etruschi, la sua potenza era a tal punto in crescita che, neppure dopo la morte di Enea e in séguito sotto la reggenza di una donna e i primi passi del regno di un ragazzo, tanto Mesenzio e gli Etruschi quanto nessun'altra popolazione limitrofa osarono intraprendere iniziative militari. Il trattato di pace stabilì che per Etruschi e Latini il confine sarebbe stato rappresentato dal fiume Albula, il Tevere dei giorni nostri.
Quindi regna Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo Latino Silvio. Da quest'ultimo vennero fondate alcune colonie che furono chiamate dei Latini Prischi. In séguito il nome Silvio rimase a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa. Da Latino nacque Alba, da Alba Atys, da Atys Capys, da Capys Capeto e da Capeto Tiberino il quale, essendo annegato durante l'attraversamento del fiume Albula, diede a esso il celebre nome passato ai posteri. Quindi regnò il figlio di Tiberino, Agrippa, il quale trasmise il potere al figlio Romolo Silvio. Questi, colpito da un fulmine, tramandò di mano in mano il regno ad Aventino il quale fu sepolto sul colle che oggi è parte di Roma e che porta il suo nome. Quindi regna Proca. Egli genera Numitore e Amulio. A Numitore, che era il più grande, lascia in eredità l'antico regno della dinastia Silvia. Ma la violenza poté più che la volontà del padre o la deferenza nei confronti della primogenitura: dopo aver estromesso il fratello, sale al trono Amulio. Questi commise un crimine dietro l'altro: i figli maschi del fratello li fece uccidere, mentre a Rea Silvia, la femmina, avendola nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un'onorificenza), tolse la speranza di diventare madre condannandola a una verginità perpetua.
>4> Credo comunque che rientrassero in un disegno del destino tanto la nascita di una simile città quanto l'inizio della più grande potenza del mondo dopo quella degli dèi. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla luce due gemelli. Sia che fosse in buona fede, sia che intendesse rendere meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un dio, dichiarò Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dèi né gli uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla crudeltà del re: questi dà ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di buttare i due neonati nella corrente del fiume. Per una qualche fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d'acqua stagnante, non era praticabile in nessun punto del suo letto normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due neonati venissero ugualmente sommersi dall'acqua nonostante questa fosse poco impetuosa. Così, nella convinzione di aver eseguito l'ordine del re, espongono i bambini nel punto più vicino dello straripamento, là dove ora c'è il fico Ruminale (che, stando alla leggenda, un tempo si chiamava Romulare). Quei luoghi erano allora completamente deserti. Tutt'ora è viva la tradizione orale secondo la quale, quando l'acqua bassa lasciò in secco la cesta galleggiante nella quale erano stati abbandonati i bambini, una lupa assetata proveniente dai monti dei dintorni deviò la sua corsa in direzione del loro vagito e, accucciatasi, offrì loro il suo latte con una tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale - pare si chiamasse Faustolo - la trovò intenta a leccare i due neonati. Faustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia affinché li allevasse. C'è anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva: da ciò lo spunto di questo racconto prodigioso. Così nati e cresciuti, non appena divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per i boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge. Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, nonaffrontavano soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di bottino: dividevano tra i pastori il frutto delle rapine e condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani aumentava giorno dopo giorno.
>5> Si dice che già allora sul Palatino si celebrasse il nostro Lupercale e che il monte fosse chiamato Pallanzio (in séguito Palatino) da Pallanteo, città dell'Arcadia. Là Evandro, il quale, originario di quella stirpe di Arcadi, aveva occupato la zona molto tempo prima, pare avesse introdotto importandola dall'Arcadia l'usanza che dei giovani corressero nudi celebrando con giochi licenziosi Pan Liceo, che i Romani in séguito chiamarono Inuo. Mentre erano intenti a questo spettacolo - dato che la ricorrenza era ben nota -, si dice che i banditi, per la rabbia di aver perso il bottino, organizzarono un'imboscata. Romolo si difese energicamente. Remo, invece, lo catturarono e lo consegnarono al re Amulio, accusandolo per giunta del furto. Soprattutto gli imputavano di aver compiuto delle incursioni nelle terre di Numitore e di aver raccolto un gruppo di giovinastri per darsi alle razzie come in tempo di guerra. Per questi motivi Remo viene consegnato a Numitore perché lo punisca. Già sin dall'inizio Faustolo aveva supposto che i bambini allevati in casa sua fossero di sangue reale: infatti sapeva che dei neonati erano stati abbandonati per volere del re e anche che il periodo in cui li aveva presi con sé coincideva con quel fatto. Però non aveva voluto che la cosa si venisse a sapere quando ancora non era il momento giusto (a meno che non si fossero presentate l'occasione propizia o una necessità urgente). Fu quest'ultima ipotesi a verificarsi per prima: spinto dalla paura, rivelò la cosa a Romolo. Per caso anche Numitore, mentre teneva prigioniero Remo e aveva saputo che erano fratelli gemelli, considerando la loro età e il carattere per niente servile, era stato toccato nell'intimo dal ricordo dei nipoti; e a forza di fare domande, arrivò a un punto tale che poco ci mancò riconoscesse Remo. Così venne architettato un doppio complotto ai danni del re. Romolo lo assale, però non col suo gruppo di ragazzi - infatti non sarebbe stato all'altezza di un vero proprio colpo di forza -, ma con altri pastori cui era stato ordinato di arrivare alla reggia in un momento prestabilito e secondo un altro percorso. Dalla casa di Numitore, invece, Remo accorre in aiuto con un'altra schiera di uomini che era riuscito a procurarsi. Così trucidano il re.
>6> Numitore, durante le prime fasi della sommossa, spargendo la voce che i nemici avevano invaso la città e stavano assaltando la reggia, aveva così attirato la gioventù albana a presidiare la rocca e a tenerla con le armi. Quando vide venire verso di sé i giovani esultanti, reduci dalla strage appena compiuta, convocata sùbito l'assemblea, rivelò i delitti commessi dal fratello nei suoi confronti, la nobile origine dei nipoti, la loro nascita, il modo in cui erano stati allevati, il sistema con cui erano stati riconosciuti, e infine l'uccisione del tiranno, della quale dichiarò di assumersi la piena responsabilità. Dopo che i due giovani, entrati con le loro truppe nel mezzo dell'assemblea, ebbero acclamato re il nonno, l'intera folla, con un grido unanime, confermò al re il titolo legittimo e l'autorità.
Così, affidata Alba a Numitore, Romolo e Remo furono presi dal desiderio di fondare una città in quei luoghi in cui erano stati esposti e allevati. Inoltre la popolazione di Albani e Latini era in eccesso. A questo si erano anche aggiunti i pastori. Tutti insieme certamente nutrivano la speranza che Alba Longa e Lavinio sarebbero state piccole nei confronti della città che stava per essere fondata. Su questi progetti si innestò poi un tarlo ereditato dagli avi, cioè la sete di potere, e di lì nacque una contesa fatale dopo un inizio abbastanza tranquillo. Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dèi che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino.
>7> Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell'ira, l'avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo Romolo si impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.
In primo luogo fortifica il Palatino, sul quale lui stesso era stato allevato. Offre sacrifici in onore degli altri dèi secondo il rito albano, e secondo quello greco in onore di Ercole, così com'erano stati istituiti da Evandro. Stando alla leggenda, proprio in questi luoghi Ercole uccise Gerione e gli portò via gli splendidi buoi. Perché questi riprendessero fiato e pascolassero nella quiete del verde e per riposarsi anche lui stremato dal cammino, si coricò in un prato vicino al Tevere, nel punto in cui aveva attraversato a nuoto il fiume spingendo il bestiame davanti a sé. Lì, appesantito dal vino e dal cibo, si addormentò profondamente. Un pastore della zona, un certo Caco, contando sulle proprie forze e colpito dalla bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda. Ma, dato che spingendo l'armento nella sua grotta le orme vi avrebbero condotto il padrone quando si fosse messo a cercarle, prese i buoi più belli per la coda e li trascinò all'indietro nella sua grotta. Al sorgere del sole, Ercole, emerso dal sonno, dopo aver esaminato attentamente il gregge ed essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò verso la grotta più vicina, caso mai le orme portassero in quella direzione. Quando vide che erano tutte rivolte verso l'esterno ed escludevano ogni altra direzione, cominciò a spingere l'armento lontano da quel luogo ostile. Ma poiché alcune tra quelle messe in movimento si misero a muggire, come succede, per rimpianto di quelle rimaste indietro, il verso proveniente dalle altre rimaste chiuse dentro la grotta fece girare Ercole. Caco cercò di impedirgli con la forza l'ingresso nella grotta. Ma mentre tentava invano di far intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un colpo di clava. In quel tempo governava la zona, più per prestigio personale che per un potere conferitogli, Evandro, esule dal Peloponneso, uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa nuova e prodigiosa in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno di venerazione per la supposta natura divina della madre Carmenta, che prima dell'arrivo in Italia della Sibilla aveva sbalordito quelle genti con le sue doti di profetessa. Evandro dunque, attirato dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la corporatura dell'individuo, più maestose e imponenti del normale, gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: «Salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, interprete veritiera degli dèi, mi ha vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito.» Ercole, dopo aver teso la mano destra, disse che accettava l'augurio e che avrebbe portato a compimento la volontà del destino costruendo e consacrando l'altare. Lì, prendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole. A occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le famiglie più illustri della zona. Per caso successe che i Potizi giungessero all'ora stabilita e le viscere degli animali vennero poste di fronte a loro, mentre i Pinari, quando ormai le viscere erano stae mangiate, arrivarono a banchetto cominciato. Così, finché durò in vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che essi non potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici. I Potizi, istruiti da Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di questo rito sacro, fino al tempo in cui, affidato ai servi di Stato il solenne officio della famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si estinse. Questi furono gli unici, fra tutti i riti di importazione, a essere allora accolti da Romolo, già in quel periodo conscio dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo conduceva il suo destino.
>8> Sistemata la sfera del divino in maniera conforme alle usanze religiose e convocata in assemblea la massa, che nulla, salvo il vincolo giuridico, poteva unire nel complesso di un solo popolo, diede loro un sistema di leggi. Pensando che esso sarebbe stato inviolabile per quei rozzi villici solo a patto di rendere se stesso degno di venerazione per i segni distintivi dell'autorità, diventò più maestoso sia nel resto della persona sia soprattutto grazie ai dodici littori di cui si circondò. Alcuni ritengono che egli adottò il numero in base a quello degli uccelli che, col loro augurio, gli avevano pronosticato il regno. A me non dispiace la tesi di quelli che sostengono importati dalla confinante Etruria (donde furono introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questo tipo di subalterni quanto il loro stesso numero. Essi ritengono che la cosa fosse così presso gli Etruschi dal momento che, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore a testa.
Nel frattempo la città cresceva in fortificazioni che abbracciavano dentro la loro cerchia sempre nuovi spazi: si costruiva più nella speranza di un incremento demografico negli anni a venire che per le proporzioni presenti della popolazione. In séguito, perché l'ampliamento della città non fosse fine a se stesso, col pretesto di aumentare la popolazione secondo l'antica idea di quanti fondavano città (i quali, radunando intorno a sé genti senza un passato alle spalle, facevano credere loro di essere autoctoni), creò un punto di raccolta là dove oggi, per chi voglia salire a vedere, c'è un recinto tra due boschi. Lì, dalle popolazioni confinanti, andò a riparare una massa eterogenea di individui - nessuna distinzione tra liberi e schiavi - avida di cose nuove: e questo fu il primo energico passo in direzione del progetto di ampliamento. Ormai soddisfatto di tali forze, provvede a dotarli di un'assemblea. Elegge cento senatori, sia perché questo numero era sufficiente, sia perché erano soltanto cento quelli che potevano ambire a una carica del genere. In ogni caso, quest'onore gli valse il titolo di padri, mentre i loro discendenti furono chiamati patrizi.
>9> Roma era ormai così potente che poteva permettersi di competere militarmente con qualunque popolo dei dintorni. Ma per la penuria di donne questa grandezza era destinata a durare una sola generazione, perché essi non potevano sperare di avere figli in patria né di sposarsi con donne della zona. Allora, su consiglio dei senatori, Romolo inviò ambasciatori alle genti limitrofe per stipulare un trattato di alleanza col nuovo popolo e per favorire la celebrazione di matrimoni. Essi dissero che anche le città, come il resto delle cose, nascono dal nulla; in séguito, grazie al loro valore e all'assistenza degli dèi, acquistano grande potenza e grande fama. Era un fatto assodato che alla nascita di Roma erano stati propizi gli dèi e che il valore non le sarebbe venuto a mancare. Per questo, in un rapporto da uomo a uomo, non dovevano disdegnare di mescolare il sangue e la stirpe. All'ambasceria non dette ascolto nessuno: tanto da una parte provavano un aperto disprezzo, quanto dall'altra temevano per sé e per i propri successori la crescita in mezzo a loro di una simile potenza. Nell'atto di congedarli, la maggior parte dei popoli consultati chiedeva se non avessero aperto anche per le donne un qualche luogo di rifugio (quella infatti sarebbe stata una forma di matrimonio alla pari). La gioventù romana non la prese di buon grado e la cosa cominciò a scivolare inevitabilmente verso la soluzione di forza. Per conferire a essa tempi e luoghi appropriati, Romolo, dissimulando il proprio risentimento, allestisce apposta dei giochi solenni in onore di Nettuno Equestre e li chiama Consualia. Quindi ordina di invitare allo spettacolo i popoli vicini. Per caricarli di interesse e attese, i giochi vengono pubblicizzati con tutti i mezzi disponibili all'epoca. Arrivò moltissima gente, an che per il desiderio di vedere la nuova città, e soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la posizione della città, le mura fortificate e la grande quantità di abitazioni, si meravigliarono della rapidità con cui Roma era cresciuta. Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze. Molte finivano nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che spiccavano sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni, venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato quel compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da quell'episodio deriva il nostro grido nuziale.
Finito lo spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono affranti, accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando il dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi solenni, vittime di un'eccessiva fiducia nella legge divina. Le donne rapite, d'altra parte, non avevano maggiori speranze circa se stesse né minore indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra di loro e le informava che la cosa era successa per l'arroganza dei loro padri che avevano negato ai vicini la possibilità di contrarre matrimoni; le donne, comunque, sarebbero diventate loro spose, avrebbero condiviso tutti i loro beni, la loro patria e, cosa di cui niente è più caro agli esseri umani, i figli. Che ora dunque frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte aveva già dato il loro corpo. Spesso al risentimento di un affronto segue l'armonia dell'accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto migliori in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo il proprio dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della patria. A tutto questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti (i quali giustificavano la cosa con il trasporto della passione), attenzioni che sono l'arma più efficace nei confronti dell'indole femminile.
>10> Ormai l'ira delle ragazze rapite si era del tutto placata. Fu però proprio in quel momento che i loro genitori, vestiti a lutto, cercavano di sensibilizzare i concittadini piangendo e lamentandosi dell'accaduto. E non si limitavano a manifestare in patria il proprio sdegno, ma da ogni parte si presentarono in gruppi di delegazioni a Tito Tazio, re dei Sabini, perché il suo prestigio in quelle zone era enorme. Quell'affronto riguardava in parte Ceninensi, Crustumini e Antemnati. Sembrò loro che Tito Tazio e i Sabini agissero con eccessiva flemma: perciò questi tre popoli si prepararono a combattere da soli. Ma, a giudicare dall'animosità e dall'ira dei Ceninensi, neppure Crustumini e Antemnati si muovevano con sufficiente prontezza. Così i Ceninensi invadono da soli il territorio romano. Ma mentre stavano devastando disordinatamente la zona, gli va incontro Romolo con l'esercito e, dopo una ridicola scaramuccia, dimostra loro la vanità dell'ira non sorretta da forze adeguate. Sbaraglia la schiera nemica, la mette in fuga e ne insegue i resti sbandati; quindi si scontra in duello col re, lo uccide e ne spoglia il cadavere. Dopo aver eliminato il comandante dei nemici, si impossessa della loro città al primo assalto. Ricondotto indietro l'esercito vincitore, dimostrò che il suo eroismo nel compiere le imprese non era inferiore alla capacità di valorizzarle: portando le spoglie del comandante nemico ucciso su una barella costruita all'occorrenza, salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle deposte presso una quercia sacra ai pastori, insieme con l'offerta tracciò i confini del tempio di Giove e aggiunse un epiteto al nome del dio: «Io, Romolo, re vittorioso, offro a te, Giove Feretrio, queste armi di re, e consacro il tempio entro questi limiti che ho or ora tracciato secondo la mia volontà, in modo tale che diventi un luogo demandato alle spoglie opime che quanti verranno dopo di me, seguendo il mio esempio, porteranno qui dopo averle strappate a re e comandanti nemici uccisi in battaglia.» Questa è l'origine del primo tempio consacrato a Roma. Così, da quel giorno in poi, piacque agli dèi che fosse legge la parola del fondatore del tempio (e cioè che i posteri avrebbero dovuto portare lì le spoglie), e che la gloria di un tale dono non fosse svilita dal numero elevatissimo di chi la poteva ottenere. Da allora tanti anni sono passati e tante guerre sono state combattute. Ciò nonostante, altre due volte soltanto si presero spoglie opime: così rara fu la fortuna di quell'onore.
>11> Mentre i Romani si stavano occupando di queste cose, gli Antemnati, cogliendo al volo l'occasione offerta dalla loro assenza, compiono un'incursione armata nel nostro territorio. Ma le truppe romane, spinte a marce forzate anche in quella direzione, piombano loro addosso trovandoli sparpagliati nei campi. Fu così che bastò il primo urto accompagnato dall'urlo di guerra per sbaragliarli e conquistarne la città. Mentre Romolo era nel pieno dell'ovazione per il doppio trionfo, la moglie Ersilia, cedendo alle preghiere incessanti delle donne rapite, lo prega di perdonarne i genitori e di ammetterli all'interno della città (la cui potenza sarebbe così aumentata proprio grazie alla concordia interna). Egli acconsente facilmente. Quindi marcia contro i Crustumini che erano in procinto di attaccare. Ma la loro resistenza durò ancora meno di quella degli alleati: di fronte a disfatte del genere, non era rimasto troppo coraggio. In entrambi i paesi sottomessi furono inviati coloni. La maggior parte di essi, però, si iscrissero per Crustumino a causa della fertilità della terra. Dall'altra parte, invece, molte persone, soprattutto genitori e parenti delle donne rapite, vennero a stabilirsi a Roma.
L'ultimo attacco Roma lo subì dai Sabini, e questa fu di gran lunga la più importante tra le guerre combattute fino a quel punto. Essi, infatti, non agirono sotto l'impulso del risentimento e dell'ambizione, né si lasciarono andare a dimostrazioni militari prima di dare il via alla guerra. Unirono la fraudolenza al sangue freddo. Spurio Tarpeio comandava la cittadella romana. Sua figlia, vergine vestale, viene corrotta con dell'oro da Tazio e costretta a fare entrare un drappello di armati nella fortezza. In quel preciso momento la ragazza era andata oltre le mura ad attingere acqua per i culti rituali. Dopo averla catturata, la schiacciarono sotto il peso delle loro armi e la uccisero, sia per dare l'idea che la cittadella era stata conquistata più con la forza che con qualsiasi altro mezzo, sia per fornire un esempio in modo che più nessun delatore potesse contare sulla parola data. La leggenda riguardante questi fatti vuole che, siccome i Sabini di solito portavano al braccio sinistro braccialetti d'oro massiccio e giravano con anelli tempestati di gemme di rara bellezza, la ragazza avesse pattuito come prezzo del suo tradimento ciò che essi portavano al braccio sinistro; e che al posto dell'oro promesso fosse rimasta schiacciata dal peso dei loro scudi. Alcuni sostengono che, avendo lei chiesto di scegliere come ricompensa quello che essi portavano al braccio sinistro, optò espressamente per gli scudi e che i Sabini, credendo li volesse tradire, l'uccisero proprio col compenso che aveva richiesto.
>12> Comunque sia, i Sabini si impossessarono della cittadella. Il giorno dopo, quando l'esercito romano aveva gremito, col suo schieramento al completo, lo spazio compreso tra il Palatino e il Campidoglio, i Sabini non calarono subito in pianura ma rimasero ad aspettare che l'indignazione e il desiderio di recuperare la rocca spingessero i Romani a risalire la china e ad affrontarli su in alto. I capi di entrambi gli schieramenti incitavano alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Quest'ultimo, nonostante la posizione svantaggiosa, teneva alto il morale con dimostrazioni di coraggio e di audacia nelle prime file. Ma, caduto lui, subito i Romani registrarono un netto cedimento e andarono a rifugiarsi presso la vecchia porta del Palatino. Romolo stesso, trascinato dalla massa dei soldati in ritirata, sollevando le armi al cielo, gridò: «O Giove, è per obbedire al tuo volere che ho gettato le prime fondamenta di Roma proprio qui sul Palatino. Ormai la cittadella è in mano ai Sabini che l'hanno conquistata nella più turpe delle maniere. Di lì, attraverso la vallata, stanno avanzando armati verso di noi. Ma tu, padre degli dèi e degli uomini, tieni lontani almeno da qui i nemici, libera i Romani dal terrore e frena questa loro vergognosa ritirata! Prometto che qui, o Giove Statore, io innalzerò un tempio per ricordare ai posteri che è stato il tuo aiuto inesauribile a salvare la città». Al termine della preghiera, come se avesse avuto la sensazione di essere stato esaudito, disse: «Qui, o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di ricominciare a combattere». E i Romani si fermarono, proprio come se stessero obbedendo a un ordine piovuto dal cielo. Romolo in persona si lancia nelle prime file. Mezio Curzio, intanto, a capo dei Sabini, aveva guidato la carica dall'alto della cittadella e fatto il vuoto in mezzo alle fila romane, gettando lo scompiglio per tutto lo spazio occupato dal foro. E, ormai non lontano dalla porta del Palatino, gridava: «Li abbiamo battuti, ospiti malvagi e nemici codardi che non sono altro! Ora lo sanno che differenza passa tra rapire delle ragazze inermi e combattere contro degli uomini veri.» Mentre così si gloria, gli si avventa addosso, guidato da Romolo, un gruppo di giovani pronti a tutto. Per caso in quel momento Mezio stava combattendo a cavallo e fu così più facile respingerlo. Dopo averlo messo in fuga, i Romani proseguono sullo slancio e il resto dell'esercito, infiammato dall'audacia del re, riesce a sbaragliare i Sabini. Mezio fu trascinato in una palude dal suo cavallo, divenuto ingovernabile per lo strepito degli inseguitori e la cosa attirò l'attenzione anche dei Sabini che temevano di perdere una figura così carismatica: urlando e facendogli ampi gesti, gli dimostrarono il loro attaccamento ed egli riuscì a tirarsi fuori dalla melma. Romani e Sabini riprendono così a combattere nella valle che si estende tra le due colline. Ma i Romani continuavano ad avere la meglio.
>13> Fu in quel momento che le donne sabine, il cui rapimento aveva scatenato la guerra in corso, con le chiome al vento e i vestiti a brandelli, lasciarono che le disgrazie presenti avessero la meglio sulla loro timidezza di donne e non esitarono a buttarsi sotto una pioggia di proiettili e a irrompere dai lati tra le opposte fazioni per dividere i contendenti e placarne la collera. Da una parte supplicavano i mariti e dall'altra i padri. Li imploravano di non commettere un crimine orrendo macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di non lasciare il marchio del parricidio nelle creature che esse avrebbero messo al mondo, figli per gli uni e nipoti per gli altri. «Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non vi vanno a genio, rivolgete la vostra ira contro di noi: siamo noi la causa scatenante della guerra, noi le sole responsabili delle ferite e delle morti tanto dei mariti quanto dei genitori. Meglio morire che rimanere senza uno di voi due, o vedove od orfane.» L'episodio non tocca soltanto la massa dei soldati ma anche i comandanti, e su tutti cala improvvisa una quiete silenziosa. Poi vengono avanti i generali per stipulare un trattato e non si accordano esclusivamente sulla pace, ma varano anche l'unione dei due popoli. Associano i due regni, trasferendo però l'intero potere decisionale a Roma che vede così raddoppiata la sua popolazione. Tuttavia, per venire in qualche modo incontro ai Sabini, i cittadini romani presero il nome di Quiriti dalla città di Cures. E in memoria di quella battaglia chiamarono lago Curzio lo specchio d'acqua dove il cavallo di Curzio emerse dal profondo della melma e portò in salvo il suo cavaliere.
A una guerra così catastrofica seguì improvvisamente un felice periodo di pace che rese le donne sabine più gradite ai loro mariti e ai loro genitori, ma, sopra tutti, a Romolo stesso. Così, quando questi divise la popolazione in trenta curie, diede a esse il nome delle donne. Senza dubbio il loro numero era in qualche modo superiore: la tradizione non ci informa se fu l'età, la loro classe sociale o quella dei mariti, oppure un'estrazione a sorte il criterio utilizzato per stabilire quali dovessero dare il nome alle curie. Nello stesso periodo vennero formate tre centurie di cavalieri. Ramnensi e Tiziensi devono i loro nomi a Romolo e a Tito Tazio. Quanto invece ai Luceri, nome e origine sono poco chiari. Di lì in poi, i due sovrani regnarono non solo in comune, ma anche in perfetto accordo. |#[continua]#|
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>14> Alcuni anni dopo, certi parenti di Tito Tazio maltrattano gli ambasciatori dei Laurenti e, nonostante il loro appellarsi al diritto delle genti, Tito mostra di avere orecchie soltanto per le preghiere dei suoi. Così facendo, assume su di sé la responsabilità della loro mancanza. E infatti, un giorno che era andato a Lavinio per un sacrificio solenne, fu assassinato in un moto di piazza. Si narra che la cosa addolorò Romolo meno del dovuto, sia per la dubbia affidabilità di una simile divisione del potere, sia perché credeva che quella morte non fosse del tutto immeritata. Per questo evitò di far ricorso alla guerra. Tuttavia, per garantire l'espiazione della morte del re e dell'offesa ai danni degli ambasciatori, fece rinnovare il trattato tra Roma e Lavinio.
Questa pace, a dir la verità, fu un evento al di sopra di ogni aspettativa. Invece scoppiò un'altra guerra, molto più vicina, anzi quasi alle porte di Roma. Gli abitanti di Fidene, ritenendo troppo vicina a loro una potenza in continua crescita, senza aspettare che diventasse forte come c'era da prevedere, si affrettano a scatenare il conflitto. Armano squadroni di giovani e li spediscono a devastare le campagne tra Roma e Fidene. Di lì piegano verso sinistra (a destra niente da fare, c'è il Tevere che blocca la strada) e compiono atti di vandalismo terrorizzando i contadini. L'improvviso trambusto creatosi nelle campagne arrivò fino in città e fu come una prima avvisaglia della guerra. Romolo, visto che non c'era un minuto da perdere con una guerra così vicina, esce immediatamente alla testa dell'esercito e si accampa a un miglio da Fidene. Dopo avervi lasciato una modesta guarnigione, si mette in moto col grosso delle truppe. Una parte di queste ordinò che si piazzasse, pronta a lanciare un'imboscata, in una zona tutto intorno criparata da fitti cespuglic. Poi, con il blocco più consistente dell'esercito e con tutta la cavalleria, si mise in marcia e, proprio come si era prefissato, riuscì ad attirare fuori il nemico adottando un tipo di tattica spericolata e minacciosa, con i cavalieri che scorrazzavano fin quasi sotto le porte. D'altra parte, per la fuga che doveva esser simulata, questo assalto a cavallo forniva un pretesto più verisimile. E quando non solo la cavalleria sembrava incerta tra il combattere e il fuggire, ma anche la fanteria si ritirava, all'improvviso si spalancarono le porte e le linee romane furono travolte dallo straripare dei nemici che, nella foga di darsi all'inseguimento, furono trascinati nel punto dell'imboscata. Lì i Romani saltano fuori a sorpresa e attaccano sul fianco la schiera dei nemici. Allo stupore si aggiunge la paura: dall'accampamento si vedono avanzare gli stendardi del presidio lasciato di guarnigione. Così i Fidenati, in preda al panico più totale, fanno dietro-front quasi prima ancora che Romolo e i suoi uomini riuscissero a girare i loro cavalli. E visto che si trattava di una fuga vera, riguadagnavano la città in maniera di gran lunga più disordinata di quelli che, poco prima, essi avevano inseguito ingannati dalla loro simulazione di fuga. Però non riuscirono a sfuggire al nemico: i Romani li incalzavano da dietro e, prima che le porte della città venissero chiuse, irruppero all'interno, quando ormai i due eserciti sembravano uno solo.
>15> La guerra scatenata dai Fidenati fu come una febbre contagiosa che colpì gli animi dei Veienti (i quali, oltretutto, vantavano anche legami etnici, visto che condividevano coi Fidenati l'origine etrusca). E in più c'era il pericolo dei confini, nel caso in cui la potenza romana si fosse rivolta ostilmente contro tutte le popolazioni limitrofe. Così si riversarono in territorio romano senza però seguire i piani di una regolare campagna militare ma piuttosto per saccheggiare i dintorni alla rinfusa. Non si accamparono né attesero l'arrivo dell'esercito nemico, ma tornarono a Veio portandosi via ciò che avevano razziato nelle campagne. I Romani, da parte loro, non avendo trovato il nemico nei campi, attraversarono il Tevere pronti e determinati a sferrare un attacco decisivo. Quando i Veienti vennero a sapere che i nemici si erano accampati e stavano per marciare contro la loro città, andarono loro incontro per decidere la battaglia in campo aperto piuttosto che dover combattere ostacolati dalle case e dalle mura. Nello scontro, senza far ricorso a particolari stratagemmi di supporto alle sue truppe, il re romano ebbe la meglio solo grazie alla fermezza dei suoi veterani: sbaragliò i nemici e li inseguì fino alle mura, ma dovette desistere dall'attaccare la città in quanto risultava ben protetta dalle fortificazioni e dalla sua stessa posizione. Sulla via del ritorno saccheggia le campagne, più per desiderio di vendetta che per fare razzia. E i Veienti, piegati da questo disastroso strascico non meno che dalla sconfitta in battaglia, inviano a Roma dei delegati per chiedere la pace. Ottennero una tregua di cent'anni in cambio della cessione di parte del loro territorio.
Grosso modo furono questi i principali avvenimenti politici e militari durante il regno di Romolo. Nessuno di essi impedisce però di prestar fede alla sua origine divina e alla divinizzazione attribuitagli dopo la morte, né al coraggio dimostrato nel riconquistare il regno degli avi, né alla saggezza cui fece ricorso per fondare Roma e renderla forte grazie alle guerre e alla sua politica interna. Fu proprio in virtù di quanto egli le aveva fornito che Roma di lì in poi conobbe quarant'anni di stabilità nella pace. Tuttavia fu più amato dal popolo che dal senato e idolatrato dai suoi soldati come da nessun altro. Tenne per sé, e non solo in tempo di guerra, una scorta di trecento armati cui diede il nome di Celeri.
>16> Portati a termine questi atti destinati alla posterità, un giorno, mentre passava in rassegna l'esercito e parlava alle truppe vicino alla palude Capra, in Campo Marzio, scoppiò all'improvviso un temporale violentissimo con gran fragore di tuoni ed egli fu avvolto da una nuvola così compatta che scomparve alla vista dei suoi soldati. Da quel momento in poi, Romolo non riapparve più sulla terra. I giovani romani, appena rividero la luce di quel bel giorno di sole dopo l'imprevisto della tempesta, alla fine si ripresero dallo spavento. Ma quando si resero conto che la sedia del re era vuota, pur fidandosi dei senatori che, seduti accanto a lui, sostenevano di averlo visto trascinato verso l'alto dalla tempesta, ciò nonostante sprofondarono per qualche attimo in un silenzio di tomba, come invasi dal terrore di esser rimasti orfani. Poi, seguendo l'esempio di alcuni di essi, tutti in coro osannarono Romolo proclamandolo dio figlio di un dio, e re e padre di Roma. Con preghiere ne implorano la benevola assistenza e la continua protezione per i loro figli. Allora, credo, ci fu anche chi in segreto sosteneva la tesi che i senatori avessero fatto a pezzi il re con le loro stesse mani. La notizia si diffuse, anche se in termini non molto chiari. Ma fu resa nota l'altra versione, sia per l'ammirazione nei confronti di una simile figura, sia per la delicatezza della situazione. Si dice anche che ad aumentarne la credibilità contribuì l'astuta trovata di un singolo personaggio. Questi - un certo Giulio Proculo -, mentre la città era in lutto per la perdita del re e nutriva una certa ostilità nei confronti del senato, con tono grave, come se fosse stato testimone di un grande evento, si rivolse in questi termini all'assemblea: «Stamattina, o Quiriti, alle prime luci dell'alba, Romolo, padre di questa città, è improvvisamente sceso dal cielo ed è apparso alla mia vista. Io, in un misto di totale confusione e rispetto, l'ho pregato di accordarmi il permesso di guardarlo in faccia e lui mi ha risposto: "Va' e annuncia ai Romani che la volontà degli dèi celesti è che la mia Roma diventi la capitale del mondo. Quindi si impratichiscano nell'arte militare e sappiano e tramandino ai loro figli che nessuna umana potenza è in grado di resistere alle armi romane." Detto questo,» egli concluse, «è scomparso in cielo.» È incredibile quanto si prestò fede al racconto di quell'uomo e quanto giovò a placare lo sconforto della plebe e dell'esercito per la perdita di Romolo l'assicurazione della sua immortalità.
>17> Nel frattempo, tra i senatori, era in pieno svolgimento una lotta febbrile per la gestione del potere. Non si era però ancora giunti a candidature individuali perché nel nuovo popolo non c'era nessuna figura particolarmente di spicco: si trattava di uno scontro di diverse fazioni all'interno delle classi. I cittadini di origine sabina, dopo la morte di Tito Tazio, non avevano più avuto un loro re. Così, nel timore di dover rinunciare alla spartizione del potere pur continuando a godere degli stessi diritti politici, volevano che venisse eletto un re della loro etnia. Ma i Romani di vecchia data rifiutavano l'idea di avere un re forestiero. Pur nella pluralità di vedute, tutti volevano ugualmente essere sottoposti all'autorità di un monarca: infatti non avevano ancora assaporato il dolce piacere della libertà. Poi i senatori cominciarono a preoccuparsi seriamente, pensando che la città priva di un governo e l'esercito privo di un comandante in campo rischiassero un qualche attacco da fuori, visto che si trovavano in mezzo a una serie di vicini particolarmente maldisposti nei loro confronti. Erano quindi tutti d'accordo sulla necessità di avere qualcuno a capo, ma nessuno aveva in animo di rinunciare a favore dell'altro. Così i cento senatori decidono di governare collegialmente: creano dieci decurie e da ognuna di esse traggono un rappresentante destinato a gestire l'amministrazione dello stato. Governavano, quindi, in dieci, anche se uno solo aveva le insegne ed era scortato dai littori. Il potere di ciascuno di essi durava cinque giorni, poi passava a rotazione a tutti gli altri. Si trattò di un intervallo di un anno. Siccome intercorse tra due regni, fu chiamato interregno, termine ancor oggi in uso. Ma allora la plebe cominciò a lamentare l'aggravarsi del suo rapporto di sudditanza, visto che al posto di un padrone adesso gliene toccavano cento. Era chiaro che avrebbero al massimo sopportato un re e questo eletto secondo le loro preferenze. Quando i senatori si resero conto dell'andazzo, pensarono che sarebbe stato bene offrire spontaneamente ciò che era destino avrebbero perso. E così si guadagnarono il favore popolare concedendo il potere supremo, senza però elargire più prerogative di quante ne mantennero per sé. Infatti decretarono che il popolo avrebbe eletto il re, ma la nomina sarebbe stata valida solo dopo la loro ratifica. Ancor oggi, quando si votano le leggi e si eleggono i magistrati, viene esercitato questo diritto, anche se ormai privato della sua importanza: i senatori anno la loro ratifica prima che il popolo vada alle urne e quando non si conosce ancora l'esito del voto. In quell'occasione, il sovrano in carica convocò l'assemblea e disse: «La fortuna, la prosperità e la felicità possano assisterci! Quiriti, sceglietevi un re, questo è il volere dei senatori. E se chi eleggerete sarà degno di esser chiamato successore di Romolo, in quel caso vogliano confermare la vostra scelta.» La proposta fu talmente gradita al popolo che, per non sembrare da meno nella generosità, si limitò a decidere e a ordinare che fosse il senato a stabilire chi doveva regnare a Roma.
>18> In quel periodo Numa Pompilio godeva di grande rispetto per il suo senso di giustizia e di religiosità. Viveva a Cures, in terra sabina, ed era esperto, più di qualsiasi suo contemporaneo, di tutti gli aspetti del diritto divino e di quello umano. C'è chi sostiene, in assenza di altri nomi, ch'egli fosse debitore della propria cultura a Pitagora di Samo. La tesi è però un falso perché è noto a tutti che fu durante il regno di Servio Tullio (cioè più di cento anni dopo) e nell'estremo sud Italia - nei dintorni di Metaponto, Eraclea e Crotone - che Pitagora si circondò di gruppi di giovani ansiosi di conoscere a fondo le sue dottrine. E da quei lontani paesi, pur ammettendo che Pitagora fosse vissuto nello stesso periodo, la sua fama come avrebbe potuto raggiungere i Sabini? E in che lingua comune avrebbe potuto indurre qualcuno a farsi una cultura con lui? E sotto la scorta di chi un uomo avrebbe potuto compiere da solo quel viaggio attraverso così tanti popoli diversi per lingua e usanze? Per tutti questi motivi sono incline a credere che Numa fosse spiritualmente portato alla virtù per una sua naturale disposizione e che la sua cultura non avesse niente a che vedere con insegnamenti di stranieri, ma dipendesse dall'austera e severa educazione degli antichi Sabini, il popolo moralmente più puro dell'antichità. Non appena i senatori romani sentirono il nome di Numa, si resero conto che, con un re proveniente dalla loro etnia, l'ago della bilancia politica si sarebbe spostato verso i Sabini. Ciò nonostante, visto che nessuno avrebbe osato preferire a quell'uomo se stesso, uno della propria fazione o qualche altro senatore o privato cittadino, decidono all'unanimità di affidare il regno a Numa Pompilio. Convocato a Roma, egli ordinò che, così come Romolo solo dopo aver tratto gli auspici aveva fondato la sua città e ne aveva assunto il governo, allo stesso modo, anche nel suo caso, venissero consultati gli dèi. Quindi, preceduto da un augure (cui, da quella circostanza in poi, questa funzione onorifica rimase permanentemente una delle sue attribuzioni ufficiali), Numa fu condotto sulla cittadella e fatto sedere su una pietra con lo sguardo rivolto a meridione. L'augure, a capo coperto e reggendo con la destra un bastone ricurvo e privo di nodi il cui nome era #lituus#, prese posto alla sua sinistra. Quindi, dopo aver abbracciato con uno sguardo la città e le campagne intorno, invocò gli dèi e divise la volta del cielo, da oriente a occidente, con una linea ideale, specificando che le regioni a destra erano quelle meridionali e quelle di sinistra le settentrionali. Poi fissò mentalmente, nella parte di fronte a sé, un punto di riferimento il più lontano a cui potesse giungere con lo sguardo. Quindi, fatto passare il #lituus #nella mano sinistra e piazzata la destra sulla testa di Numa, rivolse questa preghiera: «O Giove padre, se è volontà del cielo che Numa Pompilio, qui presente e del quale io sto toccando la testa, sia re di Roma, dacci qualche segno manifesto entro i limiti che io ho or ora tracciato.» Poi specificò gli auspici che voleva venissero inviati. E quando questi apparvero, Numa fu dichiarato re e poté scendere dalla collina augurale.
>19> Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l'altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l'atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all'uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell'Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni. Dal regno di Numa in poi fu chiuso soltanto due volte: la prima al termine della prima guerra punica, durante il consolato di Tito Manlio, la seconda (e gli dèi hanno concesso alla nostra generazione di esserne testimoni oculari) dopo la battaglia di Azio, quando cioè l'imperatore Cesare Augusto ristabilì la pace per mare e per terra. Numa lo chiuse dopo essersi assicurato con trattati di alleanza la buona disposizione di tutte le popolazioni limitrofe ed eliminando le preoccupazioni di pericoli provenienti dall'esterno. Così facendo, però, si correva il rischio che animi resi vigili dalla disciplina militare e dalla continua paura del nemico si rammollissero in un ozio pericoloso. Per evitarlo, egli pensò che la prima cosa da fare fosse instillare in essi il timore reverenziale per gli dèi, espediente efficacissimo nei confronti di una massa ignorante e ancora rozza in quei primi anni. Dato che non poteva penetrare nelle loro menti senza far ricorso a qualche racconto prodigioso, si inventò di avere degli incontri notturni con la dea Egeria e riferì che quest'ultima lo aveva esortato a istituire dei rituali sacri particolarmente graditi agli dèi, nonché a preporre a ciascuno di essi certi officianti specifici. Prima di tutto, basandosi sul corso della luna, divide l'anno in dodici mesi. Ma dato che i singoli mesi lunari non si compongono di trenta giorni e che ce ne sono «undici» di differenza rispetto a un intero anno calcolato in base alla rivoluzione del sole, egli aggiunse dei mesi intercalari in maniera tale che il ventesimo anno si trovassero rispetto al sole nella stessa posizione dalla quale erano partiti e che così la durata di tutti gli anni tornasse perfettamente. Stabilì anche i giorni fasti e quelli nefasti, poiché sarebbe stato utile, di quando in quando, sospendere ogni attività pubblica.
>20> Quindi rivolse la sua attenzione ai sacerdoti: bisognava nominarli, nonostante egli stesso fosse preposto a parecchi riti sacri, soprattutto quelli che oggi sono di competenza del flamine Diale. Ma poiché riteneva che in un paese bellicoso i re del futuro sarebbero stati più simili a Romolo che non a Numa e sarebbero andati di persona a combattere, non voleva che passassero in secondo piano le attribuzioni sacerdotali del re. Quindi designò un flamine a sacerdote unico e perpetuo di Giove, dotandolo di una veste speciale e della sedia curule, simbolo dell'autorità regale. A lui aggiunse altri due flamini, uno per Marte e uno per Quirino. Inoltre sceglie delle vergini da porre al servizio di Vesta, sacerdozio questo di origine albana e in qualche modo connesso con la famiglia del fondatore. Per permettere loro di dedicarsi esclusivamente al servizio del tempio, fece assegnare a esse uno stipendio dallo stato e, a causa della verginità e di altre cerimonie rituali, le rese sacre e inviolabili. Scelse anche dodici Salii per Marte Gradivo e garantì loro la possibilità di distinguersi vestendo una tunica ricamata e provvista di una placca di bronzo sul petto. Inoltre ordinò loro di portare gli scudi caduti dal cielo (noti come ancilia) e di compiere processioni in città cantando inni accompagnati da solenni passi di danza in tre tempi. Poi nomina pontefice un senatore, Numa Marcio, figlio di Marcio, cui fornisce dettagliate istruzioni scritte per tutte le cerimonie sacre: i tipi di vittime, i giorni prescritti, i templi in cui celebrare i vari riti e le risorse cui fare capo per mantenerne le spese. Subordinò all'autorità del pontefice anche tutte le altre cerimonie di natura pubblica e privata, in modo tale che la gente comune avesse un qualche punto di riferimento e che nessun elemento della sfera religiosa dovesse subire alterazioni di sorta, dovute a negligenze dei riti nazionali o all'adozione di culti di importazione. Inoltre il pontefice doveva diventare un esperto e attento interprete non solo delle cerimonie legate alle divinità celesti, ma anche delle pratiche funerarie, di quelle di propiziazione dei mani e dell'interpretazione dei presagi legati ai fulmini o ad altre manifestazioni. Per desumere questi mistici segreti dallo spirito dei numi, innalzò sull'Aventino un altare in onore di Giove Eliio e fece consultare il dio attraverso degli auguri per vedere di quali prodigi si dovesse tener conto.
>21> L'attenzione per questi fenomeni celesti e la loro continua ricerca avevano distolto il popolo intero dalla violenza delle armi, fornendogli sempre qualcosa con cui tenere occupata la mente: il pensiero incessante della presenza divina e l'impressione che le potenze ultraterrene partecipassero dei casi umani avevano permeato di pietà religiosa gli animi così profondamente che la città era governata più dal rispetto per la solennità della fede che dalla paura suscitata dalle leggi e dalle pene. E come in città i sudditi uniformavano il proprio comportamento a quello del re, in qualità di unico esempio a loro disposizione, allo stesso modo anche i popoli vicini, che in passato avevano sempre visto Roma non come una città ma come un accampamento situato in mezzo a loro e destinato a destabilizzare la pace di tutti, cominciarono a nutrire per Roma una venerazione tale da considerare una violazione sacrilega attaccare un centro urbano così integralmente votato al culto degli dèi. C'era un bosco con al centro una grotta buia dalla quale sprigionava una fonte di acqua perenne. Poiché Numa vi si recava spessissimo senza testimoni e diceva di avere là i suoi appuntamenti con la dea, consacrò il bosco alle Camene sostenendo che queste ultime si vedevano in quella radura con la sua consorte Egeria. Istituì anche un culto solenne in onore della #Fides# e prescrisse che i Flamini si recassero a questo santuario con un carro coperto trainato da due cavalli e che celebrassero la cerimonia con le mani coperte fino alle dita, per indicare che la #Fides #non deve essere violata e che ha il suo santuario anche nella mano destra. Stabilì inoltre molti altri culti sacrificali e i luoghi a essi demandati, luoghi cui i pontefici diedero il nome di Argei. Tuttavia, tra tutti i servizi resi allo Stato, il più significativo fu questo: per l'intera durata del suo regno, consacrò ogni attenzione non meno a mantenere la pace che a tutelare il paese. Così, due re di séguito, anche se ciascuno per strade diverse, l'uno infatti con la pace, l'altro con la guerra, contribuirono ala grandezza di Roma. Romolo regnò trentasette anni, Numa quarantatré. E Roma, tanto in caso di guerra quanto nella normalità della pace, non aveva più problemi di organizzazione interna e di esperienza.
>22> Alla morte di Numa si tornò a un interregno. Poi il popolo elesse re - e il senato ratificò l'elezione - Tullo Ostilio, nipote di quell'Ostilio che si era distinto nella battaglia contro i Sabini ai piedi della cittadella. Il nuovo re non solo fu diversissimo rispetto al suo predecessore, ma fu anche più bellicoso di Romolo. La giovane età e la forza, unite all'aspirazione alla gloria ereditata dal nonno, erano un incentivo al suo ardore. Così, pensando che l'inattività prolungata avrebbe irreparabilmente sfiancato Roma, cercava dovunque pretesti per scatenare la guerra. Per puro caso successe che dei contadini romani andarono a fare razzia di bestiame in territorio albano e quelli della campagna di Alba gli restituirono subito il favore compiendo la stessa prodezza. In quell'epoca Alba era governata da Gaio Cluilio. Entrambe le parti in causa mandarono contemporaneamente degli inviati per riavere il maltolto. Tullo aveva ordinato ai suoi di compiere prima di tutto la loro missione. Era convinto che avrebbe ottenuto un rifiuto. In tal caso sarebbe stato suo diritto dichiarare guerra. I rappresentanti di Alba agirono invece con maggiore flemma. Ricevuti con amabile cortesia da Tullo, onorano con simpatia il banchetto offerto dal re. Nel frattempo quelli di parte romana li avevano presi sul tempo: la richiesta di risarcimento era già stata presentata. Di fronte a un secco rifiuto da parte albana avevano quindi avanzato una dichiarazione di guerra con decorrenza di lì a trenta giorni. Di ritorno a Roma ne riferiscono a Tullo. Questi allora invita i delegati albani a chiarire il motivo della loro missione. Ed essi, non essendo al corrente di nulla, cominciano perdendo tempo in formalità. Si scusarono di dover pronunciare parole probabilmente spiacevoli alle orecchie di Tullo, ma dissero che gli ordini erano ordini. Sostennero di esser venuti a rivendicare il maltolto e che gli era stato ingiunto di dichiarare guerra in caso di rifiuto. A queste parole Tullo replicò: «Andate dal vosro re e ditegli che il re di Roma chiama in causa gli dèi a testimoniare quale dei due popoli abbia per primo sdegnosamente congedato gli ambasciatori inviati a rivendicare quanto razziato, in modo tale che facciano ricadere su di lui tutti i disastri di questa guerra.»
>23> I rappresentanti di Alba se ne tornano indietro a riferire questa risposta. Entrambi i popoli si preparano con grandissimo ardore alla guerra, che si presentava come una vera e propria guerra civile, addirittura quasi uno scontro tra padri e figli: gli uni e gli altri erano di origine troiana in quanto Lavinio era stata fondata da Troia, Alba da Lavinio e i Romani discendevano dai re albani. Tuttavia l'esito della guerra rese lo scontro meno deplorevole: infatti non si combatterono battaglie e, quando le abitazioni di una sola delle due città furono distrutte, i due popoli si fusero in uno. Gli Albani scesero in campo per primi e invasero il territorio romano con un massiccio schieramento di forze. Pongono l'accampamento a non più di cinque miglia da Roma e lo circondano con un fossato (cui, per alcuni secoli, rimase il nome di fossa di Cluilio da quello del comandante, finché, col passare del tempo, scomparvero fossato e nome). In questo accampamento muore il re albano Cluilio e i suoi soldati eleggono dittatore Mezio Fufezio. Nel frattempo, il bellicoso Tullo, imbaldanzito dalla morte del re, sostenendo che l'onnipotenza divina si sarebbe vendicata del nome albano (e il re stesso era solo l'inizio) per la guerra criminale da lui scatenata, evitato nottetempo l'accampamento nemico, andò a riversarsi in territorio albano. Questa manovra costrinse Mezio a uscire dalle sue posizioni. Guidando l'esercito il più velocemente possibile in direzione del nemico, manda avanti un inviato a dire a Tullo che prima dello scontro egli ritiene necessario un colloquio tra i due comandanti in capo. Nel caso l'altro avesse accettato, era sicuro di poter avanzare delle proposte non meno interessanti per i Romani che per gli Albani. Tullo non rifiutò, anche se fece schierare le sue truppe in ordine di battaglia nel caso in cui le proposte si fossero dimostrate prive di interesse. Gli Albani vanno a disporsi dall'altra parte. Finite le manovre di schieramento dei due eserciti, i rispetivi comandanti, scortati da pochi maggiorenti, avanzano verso il centro del campo di battaglia. Il primo a parlare è l'albano: «Le razzie e il bottino non restituito nonostante le esplicite richieste in base al trattato mi sembra siano i pretesti che il nostro re Cluilio indicava come cause di questa guerra, né dubito Tullo che i tuoi siano tanto diversi. Ma se vogliamo dire la verità e non fare tanti giri di parole, è la sete di potere che spinge alle armi due popoli vicini e provenienti dalla stessa stirpe. Non sto a sbilanciarmi se con ragione o torto: la questione riguarda chi ha suscitato la guerra. Io sono soltanto un generale scelto dagli Albani per portare avanti le operazioni. Ma ecco, o Tullo, quello su cui vorrei attirare la tua attenzione: le proporzioni della potenza etrusca, che circonda noi ma soprattutto voi, le conosci meglio tu perché vivi più vicino a loro. Per terra dominano, ma per mare non hanno avversari. Quindi, nel momento in cui darai il segnale di battaglia, ricordati che gli Etruschi staranno a guardare i nostri due eserciti e, non appena saremo allo stremo delle forze, ne approfitteranno per assalire vincitori e vinti. Per questo, agli dèi piacendo, visto che non ci basta la sicurezza della libertà ma preferiamo abbandonarci all'incertezza tra il potere e la schiavitù, vediamo di stabilire quale dei due popoli governerà sull'altro senza grandi disastri e inutili spargimenti di sangue.» La proposta non dispiacque a Tullo, nonostante fosse più incline allo scontro sia per motivi di carattere che per la speranza di vittoria. Mentre entrambe le parti stavano cercando di risolvere la questione, la sorte stessa fornì loro una soluzione.
>24> Per puro caso in entrambi gli eserciti c'erano allora tre fratelli gemelli non troppo diversi né per età né per forza. Si trattava degli Orazi e dei Curiazi, ormai tutti lo sanno visto che è uno degli episodi più noti dei tempi antichi. Pur essendo però un fatto così celebre, permangono ancora dei seri dubbi sui popoli di rispettiva appartenenza di Orazi e Curiazi. Gli storici sono divisi, anche se vedo che la maggior parte di essi chiama romani gli Orazi e anch'io propendo per questa tesi. I re propongono ai tre gemelli un combattimento nel quale ciascuno si sarebbe battuto per la propria città: alla parte vittoriosa sarebbe toccata anche la supremazia. Nessuna obiezione. Si stabiliscono tempo e luogo. Prima però di dare il via allo scontro, Albani e Romani stipulano un trattato secondo il quale il popolo i cui campioni avessero avuto la meglio avrebbe esercitato un potere incondizionato sull'altro. Ogni trattato ha le sue clausole particolari, ma le procedure sono sempre le stesse. Nella circostanza presente sappiamo che fu strutturato in questi termini (ed è il più antico trattato di cui si abbia memoria): il feziale rivolse a Tullo questa domanda: «Mi ordini, o re, di stipulare un trattato col #pater patratus# del popolo albano?» Poiché il re rispose affermativamente, egli proseguì: «Io ti chiedo l'erba sacra.» Il re rispose: «Prendi dell'erba pura.» Allora il feziale andò a raccogliere l'erba pura sulla cittadella. Quindi rivolse al re questa domanda: «Re, mi nomini tu plenipotenziario reale del popolo romano dei Quiriti ed estendi questo carattere sacrale ai miei paramenti e ai miei assistenti?» Il re risponde: «Te lo concedo, purché non debba danneggiare né me né il popolo romano dei Quiriti.» Il feziale, Marco Valerio, nominò #pater patratus #Spurio Fusio toccandogli la testa e i capelli con un ramoscello sacro. Il compito del #pater patratus #è quello di pronunciare il giuramento, cioè di concludere solennemente il trattato. A questo fine egli pronuncia una specie di ampollosa formula liturgica che non vale la pena riportare. Quindi, dopo aver letto le clausole, il feziale dice: «Ascolta, o Giove; ascolta, o #pater patratus #del popolo albano e ascolta tu, popolo di Alba. Da queste clausole che, da queste tavolette e dalla cera, sono state pubblicamente lette dalla prima all'ultima parola e senza la malafede dell'inganno, e che sono state qui oggi perfettamente capite, da queste clausole il popolo romano non sarà il primo a recedere. E se lo farà, per una decisione ufficiale o con qualche subdolo scopo, allora tu, o Giove superno, colpsci il popolo romano come io ora vado a colpire questo maiale in questo giorno e in questo luogo. E tanto più forte possa essere il tuo colpo quanto più grande e forte è la tua potenza.» Detto questo, colpì il maiale con una selce. Allo stesso modo gli Albani, attraverso il loro comandante e alcuni loro sacerdoti, pronunciarono le formule rituali e il giuramento che li riguardavano.
>25> Concluso il trattato, i gemelli, come era stato convenuto, si armano di tutto punto. Da entrambe le parti i soldati incitavano i loro campioni. Gli ricordavano che gli dèi nazionali, la patria e i genitori, nonché tutti i concittadini rimasti a casa e quelli lì presenti tra le fila avevano gli occhi puntati sulle loro armi e sulle loro braccia. E i fratelli, pronti allo scontro non già solo per il tipo di carattere che avevano ma esaltati dalle urla di chi li incitava, avanzano nello spazio in mezzo alle due schiere. Gli uomini di entrambi gli eserciti si erano intanto seduti di fronte ai rispettivi accampamenti, tesissimi non tanto per qualche pericolo imminente, quanto perché era in ballo la supremazia legata solo al valore e alla buona sorte di pochi di loro. Così, sul chi vive e col fiato sospeso, si concentrano sullo spettacolo non certo rilassante. Viene dato il segnale e i sei giovani, come battaglioni opposti nello scontro, si buttano allo sbaraglio con lo spirito di due eserciti interi. Né gli uni né gli altri si preoccupano del proprio pericolo, ma pensano esclusivamente alla supremazia o alla subordinazione del proprio paese e alle sorti future della patria che loro soli possono condizionare. Al primo contatto l'urto delle armi e il bagliore delle lame fecero gelare il sangue nelle vene agli spettatori i quali, visto che nessuna delle due parti aveva avuto la meglio, trattenevano muti il respiro. Ma quando poi si giunse al corpo a corpo e gli occhi non vedevano solo più fisici in movimento e spade e scudi branditi nell'aria ma cominciò a grondare sangue dalle ferite, due dei Romani, colpiti a morte, caddero uno sull'altro, contro i tre Albani soltanto feriti. A tale vista, un urlo di gioia si levò tra le fila albane, mentre le legioni romane, persa ormai ogni speranza, seguivano terrorizzate il loro ultimo campione circondato dai tre Curiazi. Questi, che per puro caso era rimasto indenne, non poteva da solo affrontarli tutti insieme, ma era pronto a dare battaglia contro uno per volta. Quindi, er separarne l'attacco, si mise a correre pensando che lo avrebbero inseguito ciascuno con la velocità che le ferite gli avrebbero permesso. Si era già allontanato un po' dal punto in cui aveva avuto luogo lo scontro, quando, voltandosi, vide che lo stavano inseguendo piuttosto sgranati e che uno gli era quasi addosso. Si fermò aggredendolo con estrema violenza e, mentre i soldati albani urlavano ai Curiazi di correre in aiuto del fratello, Orazio aveva già ucciso l'avversario e si preparava al secondo duello. Allora, con un boato di voci - quello dei sostenitori per una vittoria insperata -, i Romani presero a incitare il loro campione che cercava di porre presto fine al combattimento. Prima che il terzo potesse sopraggiungere - e non era tanto lontano -, uccise il secondo. Ora lo scontro era numericamente alla pari, uno contro uno; ma lo squilibrio risultava nelle forze a disposizione e nelle speranze di vittoria. L'uno, illeso ed esaltato dal doppio successo, era pronto e fresco per un terzo scontro. L'altro, stremato dalle ferite e dalla corsa, si trascinava e, una volta davanti all'avversario eccitato dalle vittorie, era già un vinto, con negli occhi i fratelli appena caduti. Non fu un combattimento. Il Romano gridò esultando: «Ho già offerto due vittime ai mani dei miei fratelli: la terza la voglio offrire alla causa di questa guerra, che Roma possa regnare su Alba.» L'avversario riusciva a malapena a tenere in mano le armi. Orazio, con un colpo dall'alto verso il basso, gli infilò la spada nella gola e quindi ne spogliò il cadavere. I Romani lo accolsero con un'ovazione di gratitudine e la gioia era tanto più grande quanto più avevano sfiorato la disperazione. I due eserciti si accingono alla sepoltura dei rispettivi morti con sentimenti molto diversi, in quanto gli uni avevano adesso la supremazia, gli altri la sottomissione a un potere esterno. Le tombe esistono ancora, esattamente dove ciascuno è caduto: le due romane nello stesso punto, più vicino ad Alba, e le tre albane in direzione di Roma e con gli stessi intervalli che ci furono nello scontro.
>26> Prima di allontanarsi, Mezio, in base alle clausole del trattato, chiede quali siano gli ordini e Tullo gli ingiunge di tenere i giovani sotto le armi perché avrebbe avuto bisogno delle loro prestazioni in caso di guerra contro Veio. Quindi gli eserciti vengono ricondotti negli accampamenti. Alla testa dei Romani marciava Orazio col suo triplice bottino. Di fronte alla porta Capena gli andò incontro sua sorella, ancora nubile, che era stata promessa in sposa a uno dei Curiazi. Appena riconobbe sulle spalle del fratello la mantella militare del fidanzato che lei stessa aveva confezionato, si sciolse i capelli e in lacrime ripeté sommessamente il nome del caduto. Il suo pianto, proprio nel momento del tripudio pubblico per la vittoria, irrita l'animo del giovane impetuoso che, estratta la spada, trafigge la ragazza rivolgendole nel contempo queste parole di biasimo: «Vattene con la tua bambinesca infatuazione, vattene dal tuo fidanzato, tu che riesci a dimenticare i tuoi fratelli morti e quello vivo e addirittura la patria. Possa così morire ogni romana che piangerà il nemico.» L'atroce delitto sembrò orribile ai senatori e alla plebe, ma a ciò si contrapponeva la prodezza di poche ore prima. Fu comunque preso e portato di fronte al re per essere processato. Questi, non volendosi assumere l'intera responsabilità di una sentenza così penosa e impopolare nonché della condanna a morte che ne sarebbe seguita, convocò l'assemblea del popolo e disse: «Secondo quanto è prescritto dalla legge, nomino una commissione di duumviri e gli affido il compito di processare Orazio per lesa maestà.» Il testo della legge era spaventoso: «I delitti di lesa maestà siano giudicati dai duumviri. Se l'imputato ricorre in appello che l'appello dia luogo a una discussione. Nel caso prevalgano i duumviri, si proceda a coprirne il capo; quindi se ne leghi il corpo a un albero stecchito e lo si fustighi sia dentro sia fuori il pomerio.» In virtù di questa disposizione, vengono nominati i duumviri. Con una legge del genere sembrava loro impossibile assolvere anche un innocente. Così, dopo averlo giudicato colpevole, uno di essi disse: «Publio Orazio,ti condanno per lesa maestà. Vai littore, legagli le mani.» Il littore gli si era avvicinato e stava per mettergli il laccio, quando Orazio, su consiglio di Tullo, più clemente nell'interpretare la legge, disse: «Ricorro in appello.» Il dibattito si tenne così di fronte al popolo e la gente fu particolarmente influenzata dalla testimonianza del padre di Orazio il quale sostenne che la morte della figlia era stata giusta e aggiunse che in caso contrario egli avrebbe fatto ricorso alla sua autorità di padre e punito il figlio Orazio con le sue stesse mani. Poi implorò il popolo di non orbare anche dell'ultimo figlio un uomo che fino a poco tempo prima la gente aveva visto circondato da una notevole prole. Dicendo questo, il vecchio andò ad abbracciare il giovane e, indicando le spoglie dei Curiazi appese nel punto che ancor oggi si chiama Trofeo di Orazio, esclamò: «Quest'uomo che poco fa avete ammirato incedere nell'ovazione trionfale della vittoria, o Quiriti, ce la farete a vederlo legato e fustigato sotto una forca? Uno spettacolo così ingrato che a malapena gli Albani riuscirebbero a tollerarne la vista. Vai littore, incatena queste mani che poco fa hanno dato al popolo romano la supremazia. Vai, incappuccia la testa al liberatore di questa città e legalo a un albero stecchito. Fustigalo sia dentro il pomerio - e quindi tra i trofei e le spoglie nemiche -, sia fuori di esso - e quindi tra le tombe dei Curiazi. Dove potreste portarlo questo giovane senza che la sua gloria gridi vendetta per l'onta di un simile verdetto?» Il popolo, incapace di resistere alle lacrime del padre e alla fermezza incrollabile del figlio di fronte a ogni pericolo, assolse Orazio più per l'ammirazione suscitata dalla sua prodezza che per la bontà della sua causa. E così, per purificare malgrado tutto il delitto flagrante con una qualche espiazione, al padre venne ordinato di compiere l'espiazione per il figlio a pubbliche spese. Per questo motivo egli offrì dei sacrifici espiatori che da quel momento divennero una tradizione peculiare della famiglia Orazia. Quindi eresse nella pubblica via una struttura di travi e, come se si fosse trattato di un giogo vero e proprio, vi fece passare sotto il figlio a capo coperto. La cosa esiste ncora e di tanto in tanto viene rimessa in sesto a spese dello stato: si chiama trave sororia. Quanto all'Orazia, le fu innalzato un sepolcro di pietre squadrate nel punto in cui era caduta sotto i colpi del fratello.
>27> Ma la pace con Alba non durò a lungo. La gente era scontenta perché le sorti del paese erano state affidate a tre soli soldati. Questo influenzò l'indole volubile del dittatore. Così, visto che la saggezza non aveva avuto troppo successo, per riconquistare la popolarità perduta, egli adottò il metodo della malvagità. E come prima in tempo di guerra aveva cercato la pace, così adesso in tempo di pace si mise a cercare la guerra. Rendendosi però conto che la sua gente aveva sì coraggio ma ben poca forza, spinse altri popoli a dichiarare guerra apertamente e con tutti i crismi, e riservò ai suoi uomini la possibilità di tradire i Romani mostrando invece di voler essere al loro fianco. Gli abitanti di Fidene, colonia romana, e quelli di Veio (che erano stati messi a parte dei loro piani) vengono spinti a dare il via alle ostilità con la promessa di poter contare sull'appoggio di Alba durante il conflitto. Quando Fidene si ribellò senza mezzi termini, Tullo convocò Mezio e le sue truppe da Alba e mosse contro il nemico. Attraversato l'Aniene, si accampa alla confluenza dei due fiumi. Invece l'esercito dei Veienti aveva guadato il Tevere in un punto tra quella zona e Fidene. Lo schieramento per la battaglia era questo: all'ala destra, lungo il fiume, i Veienti, mentre alla sinistra, verso le montagne, i Fidenati. Tullo dirige i suoi contro quelli di Veio e piazza gli Albani a fronteggiare i Fidenati. Il coraggio e la lealtà non erano il punto forte del generale albano. Non osando quindi né tenere la posizione né disertare apertamente, prese ad avvicinarsi a poco a poco alla montagna. Quando ritenne di esservisi avvicinato a sufficienza, ancora incerto sul da farsi, fece spiegare le sue forze per guadagnare un po' di tempo. Il suo piano era questo: scendere in campo dalla parte di chi stava avendo la meglio. I Romani che si trovavano più vicini, quando si resero conto di avere i fianchi scoperti per la ritirata degli alleati, rimasero annichiliti. Allora un cavaliere partì al galoppo e andò a riferire al re dell ritirata albana in corso. Tullo, nel pieno della crisi, fa voto di creare dodici Salii e di innalzare dei santuari al Pallore e al Panico. Interpellando il cavaliere ad alta voce, in maniera da poter essere sentito dal nemico, gli ingiunge di tornare in prima linea. Non c'era motivo di panico. Lui stesso aveva ordinato alle truppe di Alba quella manovra di accerchiamento per prendere da dietro i fianchi scoperti dei Fidenati. Fa inoltre ordinare alla cavalleria di alzare le lance. Con questa mossa riuscì a nascondere a parte della fanteria romana la manovra di ripiegamento delle truppe albane. Chi se n'era reso conto si fidò di quel che aveva sentito dal re e si buttò con più foga nella mischia. Il terrore passò così dalla parte dei nemici, sia perché avevano sentito la frase pronunciata ad alta voce dal re, sia perché gran parte dei Fidenati, avendo avuto tra di loro dei Romani come coloni, sapevano il latino. Quindi, per evitare che un'improvvisa calata degli Albani dal fianco del monte chiudesse loro la strada in direzione della città, tornarono indietro. Tullo li insegue e, sbaragliata l'ala dei Fidenati, rinviene con più impeto su quella dei Veienti, demoralizzati dal panico degli alleati. Anch'essi evitarono lo scontro ma non riuscirono a fuggire alla spicciolata perché si trovarono l'ostacolo del fiume alle spalle. Quando arrivarono lì, alcuni, gettando ignominiosamente le armi, si buttavano in acqua alla cieca, altri, attardatisi sulla riva, nell'indecisione tra il fuggire e il combattere, si facevano uccidere. In nessuna battaglia precedente i Romani versarono così tanto sangue. |#[continua]#|
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>28> Fu allora che l'esercito albano, spettatore dello scontro, riguadagnò la piana. Mezio si congratula con Tullo della vittoria sui nemici e Tullo gli risponde cortesemente. Quindi ordina agli Albani (e possa la cosa avere buon fine!) di unire il loro accampamento a quello dei Romani e poi prepara un sacrificio di purificazione per il giorno successivo. Quando all'alba tutto era pronto, convoca in assemblea i due eserciti. Gli araldi, avendo iniziato dal fondo del campo, chiamarono per primi gli Albani che, colpiti dall'assoluta novità della cosa, si andarono a piazzare vicino al re per non perderne il discorso. La legione romana, armata secondo quanto convenuto, li circonda. I centurioni avevano l'ordine tassativo di portare a termine senza indugi quello che gli era stato comandato. Allora Tullo prese la parola e disse: «O Romani, se mai prima di questa volta, in tutte le guerre da voi combattute, avete avuto ragione di rendere grazie prima agli dèi immortali e poi al vostro stesso valore, questo è successo nella battaglia di ieri. Infatti non avete combattuto solo col nemico, ma - e in questo sta la maggiore pericolosità della cosa - avete anche dovuto affrontare il subdolo tradimento degli alleati. Sia dunque chiaro: non è su mio ordine che gli Albani si sono spostati verso la montagna. Quello che avete sentito da me non è stato un mio comando ma una calcolata simulazione: volevo evitare che, rendendovi conto di essere stati abbandonati, vi distraeste dalla battaglia e nel contempo volevo scatenare panico e fuga tra i nemici facendo credere loro di essere stati aggirati. E non tutti gli Albani sono responsabili del crimine in questione: hanno seguito il loro comandante, come avreste fatto anche voi se vi avessi ordinato una qualche manovra sul campo. È Mezio che ha guidato quella diversione. Lo stesso Mezio che ha architettato questa guerra, lo stesso Mezio che ha infranto il trattato tra Romani e Albani. Che qualcun altro possa di qui in poi ripetere una simile prodezza, se io di costui non farò un clamoroso esempio per l'intero genere umano.» Quindi i centurioni, armi alla mano, circondano Mezio, mentre il re, con lo stesso tono con cui aveva iniziato, riprese: «Che la prosperità e la buona sorte siano col popolo romano, con me e anche con voi, o Albani. È mia intenzione trasferire tutta la gente di Alba a Roma, concedere la cittadinanza alle classi subalterne, eleggere senatori i nobili e avere una sola città e un solo stato. Come un tempo la civiltà albana fu divisa in due popoli, possa oggi riacquistare la sua unità.» A queste parole, i giovani albani, disarmati e circondati da armati, benché divisi nelle reazioni individuali al discorso, erano tuttavia uniti nel silenzio dovuto alla paura unanime. Allora Tullo disse: «Mezio Fufezio, se tu fossi in grado di apprendere la lealtà e il rispeto dei trattati, ti lascerei in vita e potresti venire a lezione da me. Ma siccome la tua è una disposizione caratteriale immodificabile, col tuo supplizio insegna al genere umano a mantenere i sacri vincoli che hai violato. Pertanto, come poco fa la tua mente era divisa tra Fidene e Roma, ora tocca al tuo corpo essere diviso.» Quindi chiede due quadrighe e vi fa legare Mezio teso nel mezzo. Poi incita i cavalli in direzioni diverse: ciascun carro si trascinò via pezzi del corpo maciullato, rimasti attaccati ai lacci che lo vincolavano da ambo le parti. Tutti distolsero lo sguardo da uno spettacolo così orribile. Quella fu la prima e ultima volta che i Romani ricorsero a un tipo di pena contraria a ogni umana legge. Per il resto possiamo infatti vantarci di non essere secondi a nessun popolo nella clemenza delle pene inflitte.
>29> Frattanto, vennero mandati ad Alba dei cavalieri per trasferire a Roma la popolazione. A essi seguirono poi le legioni per distruggere la città. Quando ne superarono le porte, non ci fu, a dire il vero, quel fuggi fuggi terrorizzato che è classico delle città conquistate, quando il nemico fa breccia negli ingressi, abbatte le mura a colpi d'ariete, assalta la cittadella e poi dilaga per le strade mettendo ogni cosa a ferro e fuoco in un boato di urla e di armi. Niente di tutto questo: solo un lugubre silenzio e un dolore senza voce. Tutti erano così depressi che, in balia della paura, non avevano più la lucidità di decidere cosa abbandonare lì e cosa portarsi dietro e si interpellavano a vicenda ora immobili di fronte alle porte, ora in un abulico vagare dentro le case che avrebbero visto per l'ultima volta. Poi, quando ormai i cavalieri gli urlavano di sbrigarsi a uscire, quando già si iniziava a sentire il fragore delle prime case demolite nei sobborghi e il polverone dei crolli nei quartieri lontani aveva coperto ogni cosa come una nuvola bassa e diffusa, allora ciascuno cercava di afferrare ciò che poteva uscendo dalla casa in cui era nato e cresciuto e in cui doveva lasciare lari e penati. Subito le strade si riempirono di una fila interminabile di sfollati i quali, specchiandosi nello stato miserando dei propri consanguinei, ricominciarono a piangere e urla strazianti di dolore (erano soprattutto donne) si levarono quando passarono davanti ai templi piantonati dai soldati armati in quanto sembrò loro di lasciare le divinità in mano al nemico. I Romani fanno uscire gli Albani dalla città e poi radono al suolo tutti gli edifici, pubblici e privati, e in un'ora soltanto azzerano i quattrocento anni di storia che Alba aveva alle spalle. L'unica cosa risparmiata, secondo le disposizioni del re, furono i templi.
>30> Con la distruzione di Alba, Roma si espande, raddoppia la sua popolazione. Il colle Celio viene inserito nella città e, per spingere la gente a sceglierlo come residenza, Tullo lo elegge a sede permanente della reggia da quel momento in poi. La nobiltà albana (Giuli, Servili, Quinzi, Gegani, Curiazi e Cleli) ottenne nomine senatoriali, così che anche quella parte dello Stato potesse avere un incremento numerico. E come sede consacrata per questo strato sociale che egli stesso aveva aumentato di proporzioni creò la curia, che continuava ad avere il nome di Curia Ostilia ancora ai tempi dei nostri padri. E perché tutte le classi potessero crescere numericamente grazie al nuovo popolo, arruolò dieci plotoni di cavalieri, completò i ranghi delle vecchie legioni e ne creò di nuove, sempre attingendo esclusivamente alle forze alleate.
Confidando in queste forze, Tullo dichiara guerra ai Sabini che, in quel tempo, eran secondi soltanto agli Etruschi per disponibilità di uomini e di armi. Entrambe le parti avevano causato danni senza poi mai farvi seguire alcuna riparazione. Tullo lamentava la cattura di alcuni mercanti romani nel pieno di una fiera nei pressi del tempio di Feronia. I Sabini sostenevano invece che tempo prima alcuni dei loro concittadini erano andati a rifugiarsi nel bosco sacro del santuario ed erano stati trattenuti a Roma. Questi erano i pretesti addotti per la guerra. I Sabini, però, non trascuravano che parte delle loro forze era stata trasferita a Roma da Tazio e che la potenza romana era cresciuta grazie alla recente annessione del popolo albano. Per questi motivi, cominciarono anch'essi a cercare aiuti dall'estero. Gli Etruschi erano vicini, ma ancora più vicini erano i Veienti. Presso questi ultimi, essendo il rancore dovuto alle recenti guerre un incentivo fortissimo alla rivolta, riuscirono a mettere insieme dei volontari e ad assoldare degli avventurieri senza né arte né parte attratti soltanto dall'opportunità di fare due soldi. Non venne fornito alcun aiuto ufficiale: Veio (e a maggior ragione gli Etruschi) restava fedele al suo trattato concluso con Romolo. Mentre l'una e l'altra parte si preparavano scrupolosamente alla guerra e sembrava che avrebbe avuto la meglio chi avesse aggredito per primo, Tullo anticipa i nemici e invade il territorio dei Sabini. Ci fu uno scontro tremendo presso la selva Maliziosa. I Romani ebbero la meglio grazie sì alla forza d'urto della loro fanteria, ma soprattutto grazie alla recente immissione di effettivi nella cavalleria. Fu proprio una carica improvvisa di cavalieri a seminare il panico tra le fila sabine; da quel momento in poi non furono più in grado né di tenere la propria posizione in battaglia, né di districarsi con la fuga senza incappare in perdite massicce.
>31> Dopo la disfatta inflitta ai Sabini, e quando ormai il regno di Tullo e la potenza romana avevano raggiunto il vertice della gloria e della ricchezza, ecco che venne annunciato al re e ai senatori che sul monte Albano stavano piovendo pietre. Siccome la cosa non era molto verisimile, furono inviati dei messi a controllare il fenomeno. Essi riferirono di aver visto coi loro occhi una spessa pioggia di pietre che cadevano come chicchi di grandine ammucchiata dal vento sulla terra. Nel bosco che c'é in cima alla vetta era sembrato loro anche di sentire una voce possente la quale ordinava agli Albani di celebrare, secondo il rito tradizionale, i sacrifici che essi avevano lasciato cadere nell'oblio quando, con la città, avevano abbandonato anche i loro dèi e adottato culti romani o, come spesso succede, rinnegato i propri per un risentimento nei confronti del destino. Anche i Romani, a séguito di questo prodigio, proclamarono una novena ufficiale, sia per la voce celeste emessa dal monte Albano (così vuole la tradizione), sia su consiglio degli aruspici. In ogni modo, rimase un'usanza abituale: ogni qual volta si fosse ripetuto un fenomeno analogo, sarebbero seguiti nove giorni di festa.
Non molto tempo dopo Roma fu colpita da un'epidemia cui fece séguito una riluttanza alle prestazioni militari. Ciò nonostante, il bellicoso re Tullo non dava tregua ai suoi sudditi, persuaso com'era che le esercitazioni militari fossero più salutari ai fisici dei giovani che l'aria di casa. Finché lui stesso non fu colpito da una malattia dal lungo decorso. E allora l'infermità ne minò simultaneamente il corpo e l'indole bellicosa a tal punto che uno come lui, in passato convintissimo che nulla fosse più indegno per un re che occuparsi della sfera religiosa, improvvisamente divenne vittima di ogni forma di piccola e grande superstizione e prese a imbottire la sua gente di scrupoli religiosi. Tutti ormai reclamavano un ritorno allo stato delle cose ai tempi di Numa, pensando che l'unico rimedio alla deperibilità dei loro corpi consistesse nella benevolenza e nel perdono degli dèi. Il re stesso, così vuole la tradizione, poiché consultando le memorie di Numa aveva trovato menzione di certi sacrifici occulti praticati in onore di Giove Elicio, vi si dedicò in segreto. Il fatto è che commise qualche errore nel preparare o nel celebrare il rito e quindi, non solo non ebbe alcuna visione divina, ma suscitò anche l'ira di Giove il quale, irritato dalla profanazione del culto, incenerì con un fulmine il re e il suo palazzo. Comunque, il glorioso regno di questo re guerriero durò trentadue anni.
>32> Alla morte di Tullo, il potere, in conformità alla regola stabilita sin dall'inizio, era tornato ai senatori i quali nominarono un interré. Questi convocò l'assemblea e il popolo elesse re Anco Marzio, con la ratifica del senato. Anco Marzio era nipote per parte di madre del re Numa Pompilio. Quando salì al trono, ricordandosi della gloria dell'avo, aveva la ferma convinzione che il regno precedente, tra le tante cose positive, avesse mostrato un'unica debolezza: i riti religiosi erano stati trascurati o praticati male. Perciò ritenne che la prima cosa da farsi fosse ristabilire le pubbliche cerimonie secondo il rituale fissato da Numa e a questo proposito ordinò al pontefice massimo di copiare tutte le prescrizioni cultuali dai taccuini del re su una tavoletta bianca da esporre poi in pubblico. Questo primo passo fece sperare ai Romani avidi di pace e ai popoli confinanti che il re avrebbe seguito le orme dell'avo tanto nel carattere quanto nel tipo di politica. Così i Latini, coi quali era stato firmato un trattato durante il regno di Tullo, ripresero coraggio e fecero un'incursione nel territorio romano. Quando i Romani gliene chiesero riparazione, essi risposero in maniera sprezzante, convinti che un re del genere avrebbe trascorso l'intera durata del suo regno dietro altari e santuari. Ma il carattere di Anco era perfettamente equilibrato, una via di mezzo tra Numa e Romolo. Inoltre pensava che durante il regno dell'avo ci fosse maggiore bisogno di pace perché il popolo era nuovo e indisciplinato, ma anche che gli sarebbe stato difficile ottenere quella tranquillità che l'avo era riuscito a ottenere senza eccessivi travagli. Adesso che mettevano alla prova la sua pazienza e poi la disprezzavano, per i tempi in corso, sul trono era meglio un Tullo che un Numa. Ma come Numa in tempo di pace aveva fornito un regolamento per le pratiche religiose, allo stesso modo egli adesso voleva istituire un cerimoniale di guerra, così che non ci si limitasse soltanto a fare le guerre ma le si dichiarasse anche secondo un qualche formulario fisso. E per approntarlo ricorse a una regola dell'antica tribù degli Equicoli, cui ancor oggi i feziali si attengono per presentare un reclamo. Quando l'inviato arriva alle frontiere del paese cui viene rivolto il reclamo, con il capo coperto da un berretto (dotato di un velo di lana), dice: «Ascolta, Giove; ascoltate, o frontiere,» e qui specifica del tale e del talaltro paese, «e mi ascolti anche il sacro diritto. Io sono il rappresentante ufficiale del popolo romano. Vengo per una missione giusta e santa: abbiate per questo fiducia nelle mie parole.» Quindi elenca i reclami e chiama a testimone Giove: «Se io non mi attengo a ciò che è santo e giusto nel reclamare che mi vengano consegnati questi uomini e queste cose, possa non ritrovare pù la mia terra.» Ripete questa formula quando attraversa il confine; la ripete al primo uomo che incontra, la ripete quando entra in città, la ripete facendo ingresso nel foro, con solo qualche piccola modifica nella forma e nell'invocazione del giuramento. Se l'oggetto del suo reclamo non viene restituito entro il trentatreesimo giorno (si tratta del termine convenzionale), dichiara guerra con questa formula: «Ascolta, Giove, e ascolta tu, o Giano Quirino, e voi tutte divinità del cielo, della terra e degli inferi, ascoltatemi. Io vi chiamo a testimoni che questo popolo,» e ne fa il nome, «è ingiusto e non ripara quanto deve. A questo proposito, chiederemo consiglio in patria, ai più anziani tra i nostri concittadini, su come ottenere quanto ci spetta di diritto.» Poi il messaggero torna a Roma per la decisione definitiva. E subito il re si consulta coi senatori grosso modo in questi termini: «A proposito degli oggetti, delle controversie e delle cause di cui il #pater patratus #del popolo romano ha discusso con il #pater patratus #dei Latini Prischi e con alcuni dei Latini Prischi, a proposito di ciò che non è stato consegnato, restituito e fatto di quello che doveva essere consegnato, restituito e fatto, dimmi,» rivolgendosi al primo che lo aveva consultato, «che cosa ne pensi?» E l'altro replica: «Penso sia giusto e sacrosanto riottenere il dovuto con la guerra: questi sono il mio pensiero e il mio voto.» Poi a turno vengono consultati gli altri. E una volta ottenuto il consenso della maggioranza, tutti si trovano d'accordo sulla guerra. Di solito il feziale porta ai confini con l'altra nazione una lancia dal puntale di ferro o temprato sul fuoco e, di fronte ad almeno tre adulti, dice: «Poiché i popoli dei Latini Prischi e alcuni dei Latini Prischi si sono resi responsabili di atti e offese contro il popolo romano dei Quiriti; poiché il popolo romano dei Quiriti ha dichiarato guerra ai Latini Prischi e il senato del popolo romano dei Quiriti ha votato, approvato e dato il suo consenso a questa guerra coi Latini Prischi, per i suddetti motivi, io - e quindi il popolo romano dei Quiriti - dichiaro guerra ai popoli dei Latini Prischi e ai cittadini dei Latini Prschi e la metto in pratica.» Detto ciò, scaglia la lancia nel loro territorio. Ecco dunque in che termini fu esposto il reclamo ai Latini e come fu loro dichiarata guerra: l'usanza è passata ai posteri.
>33> Anco, dopo aver lasciato ai Flamini e ad altri sacerdoti l'incarico di provvedere ai sacrifici, si mise in marcia con un esercito di recente formazione e conquistò di forza Politorio, città dei Latini. Quindi, seguendo l'usanza dei suoi predecessori sul trono, i quali avevano ingrandito Roma integrandovi i nemici fatti prigionieri, vi trasferì l'intera popolazione. E visto che i primi Romani avevano occupato il Palatino, i Sabini il Campidoglio e la cittadella, e gli Albani il monte Celio, al nuovo nucleo di stranieri fu assegnato l'Aventino, sul quale, non molto tempo dopo, vennero trasferiti gli abitanti anche di altre due città conquistate, Tellene e Ficana. In séguito Politorio fu attaccata una seconda volta perché i Latini Prischi l'avevano rioccupata dopo l'evacuazione. Ciò fornì ai Romani il pretesto per raderla al suolo: non avrebbe così più offerto rifugio ai nemici. Alla fine la guerra coi Latini si concentrò integralmente su Medullia, dove, per un po' di tempo, si combatté con un certo equilibrio e non era facile prevedere chi avrebbe avuto la meglio. Infatti la città era dotata di solide fortificazioni e difesa da una guarnigione piuttosto tenace. Inoltre, l'armata latina, accampata in aperta pianura, non perdeva occasione di venirsi a scontrare coi Romani. Alla fine, impegnando tutti gli uomini a disposizione, Anco ottenne la sua prima vittoria in battaglia e rientrò a Roma con un immenso bottino. Migliaia di Latini li integrò in città e, per unire Aventino e Palatino, diede loro come sede la zona intorno al tempio di Murcia. Integrò nella cerchia urbana anche il Gianicolo, non tanto per bisogno di spazio, quanto piuttosto per evitare che quella roccaforte potesse un giorno cadere in mano al nemico. Si decise non solo di munirlo di fortificazioni, ma anche di metterlo in comunicazione con il resto della città mediante un ponte di legno che ne avrebbe facilitato l'accesso e che fu il primo costruito sul Tevere. Anche la fossa dei Quiriti, difesa no trascurabile sul versante più esposto a incursioni dalle pianure, è opera di Anco. Con questi possenti incrementi umani, all'interno di una popolazione così numerosa era divenuto difficile distinguere il bene dal male e di conseguenza il crimine proliferava nell'ombra. Quindi, per scoraggiare la crescente illegalità, venne costruito un carcere in pieno centro, a due passi dal foro. Il regno di Anco non significò espansione soltanto per la città, ma anche per la campagna e i dintorni. Il bosco di Mesia, tolto ai Veienti, estese il dominio di Roma fino al mare, e alle foci del Tevere venne fondata Ostia, intorno alla quale furono create delle saline. Per celebrare invece i successi militari fece ingrandire il tempio di Giove Feretrio.
>34> Durante il regno di Anco, venne ad abitare a Roma Lucumone, personaggio intraprendente ed economicamente molto solido, attirato soprattutto dall'ambizione e dalla speranza di raggiungere posizioni di grande rilievo che non era riuscito a ottenere a Tarquinia (in quanto anche in quella città era uno straniero). Era figlio di Demarato di Corinto, il quale, fuggito dalla patria a séguito di disordini, si era stabilito per puro caso a Tarquinia e lì aveva preso moglie e messo al mondo due figli, i cui nomi erano Arrunte e Lucumone. Lucumone sopravvisse al padre e ne ereditò tutte le sostanze. Arrunte morì invece prima del genitore, lasciando la moglie incinta. Demarato non visse molto più a lungo del figlio e, ignorando che la nuora era incinta, morì senza ricordarsi del nipotino nel testamento. Il bambino nacque dopo la scomparsa del nonno e, non essendo destinato a ereditare, fu chiamato Egerio in ragione della sua miseranda condizione. In Lucumone, invece, nominato erede universale, la boriosa presupponenza dovuta alle sostanze ricevute aumentò ancora di più quando sposò un'esponente della più altolocata aristocrazia locale, Tanaquil, la quale non poteva ammettere che il suo matrimonio la declassasse dal rango in cui era nata. Gli Etruschi emarginavano Lucumone perché era straniero e figlio di un profugo. La moglie, non potendo tollerare quest'onta, mise da parte l'attaccamento innato per la patria e, pur di vedere onorato il marito, prese la decisione di emigrare da Tarquinia. Roma faceva in tutto al caso suo: in mezzo a gente nuova, dove si diventava nobili in fretta e in base ai meriti, ci sarebbe stato spazio per un uomo coraggioso e intraprendente. A Roma aveva regnato Tazio, un sabino; Numa, per farlo re, lo erano andati a cercare a Cures; Anco era figlio di madre sabina, e tra i ritratti degli antenati poteva vantare soltanto Numa. Non le è quindi difficile convincere un uomo ambizioso e per il quale Tarquinia era solo il luogo di nascita. Così, raccolte tutte le loro cose, partono alla volta di Roma. Quando arrivarono nei pressi del Gianicolo (un puro caso che successe lì), mentre erano seduti nel loro carro, un'aquila planò su di loro con una dolce cabrata e portò via il cappello a Lucumone. Poi, volteggiando sopra il carro ed emettendo versi acutissimi, come se stesse compiendo una qualche missione divina, si abbassò di nuovo e glielo rimise perfettamente in testa. Quindi sparì nell'alto del cielo. Si racconta che Tanaquil, essendo da buona etrusca una vera esperta di prodigi celesti, accolse con entusiasmo il presagio. Abbracciando il marito lo invita a sperare grandi cose, spiegandogli che quello era il senso dell'uccello, della parte del cielo da cui era arrivato e del dio da cui era stato inviato: segno che era stato tolto un ornamento posto sulla testa di un uomo, perché venisse ricollocato su ordine di un dio. Con in mente queste ottimistiche previsioni, entrarono a Roma. Lì trovarono casa e concordarono il nome da spacciare alla gente: Lucio Tarquinio Prisco. Agli occhi dei Romani faceva colpo per la sua provenienza e per la condizione economica. Lui, da par suo, aiutava la buona sorte rendendosi gradito a chiunque potesse grazie ai suoi modi affabili, alla generosa ospitalità e alla munificenza. A tal punto che la stima di cui era fatto oggetto arrivò fino alla reggia. E il re non lo apprezzò per quel che era finché la generosità e l'efficienza dimostrate nei servigi prestati non gli garantirono un posto tra gli amici più intimi, tanto da essere consultato per questioni di carattere pubblico e privato sia in pace che in guerra. E il re, dopo averlo messo alla prova in tutti i modi possibili, nel testamento lo nominò tutore dei propri figli.
>35> Anco regnò ventiquattro anni e non fu secondo a nessuno dei suoi predecessori per capacità specifiche e gloria acquisita in campo militare e civile. I suoi figli erano ormai quasi degli uomini fatti e per questo Tarquinio non perdeva l'occasione di sollecitare l'anticipo dell'assemblea popolare per l'elezione del re. Quando ne fu indetta la convocazione, egli mandò i ragazzi a una battuta di caccia. Pare che Tarquinio fu il primo a impegnarsi in una campagna per il trono e che pronunciò un discorso puntato a conquistare il favore popolare. Disse che il suo caso non era privo di precedenti e, per evitare che qualcuno potesse stupirsi e indignarsi, che lui non sarebbe stato il primo bensì il terzo straniero a puntare al trono di Roma. Tazio, addirittura, non solo era un re forestiero, ma proveniva da un paese nemico e Numa, pur non conoscendo affatto Roma e non avendo avanzato alcuna candidatura, era stato invitato ad assumere l'incarico. Quanto a se stesso, dal giorno in cui era diventato padrone della propria persona, era venuto a stabilirsi a Roma con la moglie e tutto quello che possedeva. E la parte di vita che di solito si dedica all'adempimento dei propri doveri di cittadini, lui l'aveva trascorsa a Roma e non nella sua città natale; quanto alla sfera civile e a quella militare, aveva appreso il diritto e i culti religiosi romani da un maestro assolutamente fuori del comune, cioè il re Anco in persona. Il suo ossequio e il suo rispetto per la persona del re non erano inferiori a quelli di nessuno; quanto poi a generosità verso il prossimo, solo il re stesso lo era stato più di lui. Il popolo romano, sentendo che non mentiva elencando questi aspetti, lo nominò re con un consenso unanime. Ed egli, una volta sul trono, non tradì tutti i sani principi morali che aveva pubblicizzato quando si era autocandidato. Impegnandosi non meno a rinforzare il proprio regno che a consolidare la potenza dello Stato, nomina cento nuovi senatori, noti di lì in poi come di secondo ordine, i quali divennero incrollabili sostenitori del re al cui favore dovevano la loro nomina in senato.
La sua prima guerra fu contro i Latini: prese d'assalto la loro città di Apiole e, avendone riportato un bottino superiore a quanto ci si aspettava dalle prime voci, organizzò dei giochi più ricchi ed elaborati di quelli dei predecessori. Fu in questa occasione che venne scelto e delimitato lo spazio per il circo che oggi si chiama Circo Massimo. Divise tra senatori e cavalieri dei lotti di terra perché si costruissero dei palchi da utilizzare durante gli spettacoli. Detti palchi ebbero il nome di fori e poggiavano su sostegni sollevati di dodici piedi dal livello del terreno. La manifestazione ruotò intorno a gare di equitazione e a incontri di pugilato con atleti per la maggior parte etruschi. Da quell'occasione i giochi rimasero uno spettacolo regolarmente allestito ogni anno e a seconda dei casi vennero chiamati Giochi Romani o Grandi Giochi. Fu sempre Tarquinio a dividere tra i privati cittadini appezzamenti di terreno edificabile intorno al foro, i quali vennero utilizzati per la costruzione di portici e negozi.
>36> Stava anche preparandosi a dotare Roma di una cerchia muraria in pietra, quando una guerra coi Sabini si sovrappose ai suoi progetti. La cosa fu così improvvisa che i nemici attraversarono l'Aniene prima che l'esercito romano potesse mettersi in marcia e andargli a chiudere il passaggio. A Roma fu subito il panico. Sulle prime l'esito dello scontro fu incerto ed entrambe le parti ebbero parecchie perdite. Poi il nemico rientrò nell'accampamento, dando così ai Romani la possibilità di riorganizzarsi da capo per la guerra. Tarquinio pensava che le sue truppe avessero particolari carenze nei reparti di cavalleria e per questo, alle centurie dei Ramnensi, dei Tiziensi e dei Luceri che erano state arruolate da Romolo, egli stabilì di aggiungerne altre cui sarebbe rimasto legato il suo nome. Romolo però aveva agito soltanto dopo un'opportuna consultazione augurale e Atto Navio, famoso augure di quegli anni, disse che non si potevano apportare modifiche o introdurre innovazioni nella struttura dell'esercito senza l'approvazione degli uccelli. Il re reagì stizzito e, per ridicolizzarne la presunta scienza, disse: «Avanti, visto che sei un veggente, chiedi un po' ai tuoi uccelli se si può mettere in pratica quello a cui sto pensando in questo momento!» E quando Atto, dopo aver consultato il volo degli uccelli, disse che la cosa si sarebbe avverata di sicuro, il re ribatté: «Ben fatto! Il problema è che io stavo pensando che tu riuscissi a tagliare in due una pietra con un rasoio. Prendi i due oggetti e vedi di fare quello che secondo i tuoi uccelli è possibile.» Pare che a quel punto l'augure, senza un attimo di esitazione, tagliò in due la pietra. C'era una statua di Atto in piedi a capo velato nel luogo del miracolo, in pieno comizio e proprio sulle scale che portano alla parte sinistra della curia. Dicono che anche la pietra fu collocata nello stesso punto per ricordare il prodigio ai posteri. Sta di fatto che gli auguri e la loro professione acquistarono in séguito un tale prestigio, che tanto in pace quanto in guerra non si prese più nessuna iniziativa senza prima aver tratto gli auspici: assemblee popolari, chiamate alle armi, pratiche di estrema importanza, tutto veniva rimandato se non si aveva l'approvazione degli uccelli. Così nemmeno Tarquinio apportò delle modifiche alla procedura nel caso presente delle centurie di cavalleria: raddoppiò il loro numero di effettivi in maniera tale da avere milleottocento cavalieri distribuiti in tre centurie. Mantennero lo stesso nome delle centurie dove erano stati arruolati, salvo assumere la denominazione di Posteriori. Oggi, visto che ne sono state aggiunte altre tre, si chiamano le sei centurie.
>37> Una volta rinforzata questa parte dell'esercito, ci fu un secondo scontro con i Sabini. Ma, oltre che dall'incremento di effettivi, l'esercito romano fu aiutato anche da un astuto espediente: alcuni uomini vennero inviati a raccogliere una gran massa di fascine lungo la riva dell'Aniene e a gettarle nel fiume dopo avervi dato fuoco. La legna incendiata, spinta dal vento a favore, andò a finire per lo più sulle barche e sui supporti in legno del ponte che prese fuoco. Lo stesso espediente seminò il panico tra i Sabini nel pieno della battaglia e impedì loro la ritirata quando poi cominciò il fuggi fuggi. Molti riuscirono a evitare il nemico ma morirono nel fiume. Parte delle loro armi, galleggiando sull'acqua, furono riconosciute nel Tevere e diedero a Roma la notizia della grande vittoria ancora prima che arrivassero i messaggeri ad annunciarla. I protagonisti assoluti di questa battaglia furono i cavalieri: collocati ai due fianchi dei reparti, quando ormai il centro, composto di fanti, si stava ritirando, essi attaccarono da entrambi i lati con una tale energia che non solo riuscirono a frenare le legioni sabine che al momento stavano pressando gli altri Romani in ritirata, ma le misero anche in fuga. I Sabini si sparpagliarono disordinatamente verso le montagne, ma solo pochi di essi le raggiunsero. La maggior parte, come già detto prima, fu spinta nel fiume dai cavalieri. Tarquinio, pensando fosse opportuno insistere mentre gli avversari erano in preda al panico, inviò a Roma bottino e prigionieri; quindi, per realizzare un voto fatto a Vulcano, diede ordine di accatastare la grande quantità di armi sottratte al nemico e di darvi fuoco. Poi, alla testa dell'esercito, invase il territorio sabino. Nonostante la brutta batosta e le poche speranze di ribaltare le sorti ormai compromesse della battaglia, i Sabini, non avendo tempo a sufficienza per ponderare una decisione, scesero in campo con i resti raccogliticci delle loro truppe. Sconfitti però una seconda volta e allo stremo delle forze, chiesero la pace.
>38> Ai Sabini furono tolti Collazia e il territorio oltre Collazia. A governarla con una guarnigione rimase Egerio, nipote di Tarquinio. A quanto ne so, ecco in che termini e come avvenne la resa dei Collatini. Il re chiese: «Siete voi i legati e i portavoce mandati dai Collatini con l'incarico di consegnare voi stessi e il popolo collatino?» «Sì.» «Il popolo collatino è padrone di se stesso?» «Sì.» «Consegnate dunque voi stessi e il popolo collatino, la città, le campagne, l'acqua, i confini, i templi, la mobilia, e tutti gli oggetti sacri e profani all'autorità mia e del popolo romano?» «Sì.» «E io accetto.»
Conclusa così la guerra coi Sabini, Tarquinio rientra a Roma in trionfo. In séguito combatté coi Latini Prischi. Ma durante questa guerra non si arrivò mai a uno scontro veramente decisivo: accerchiando, invece, di volta in volta le singole città, sottomise tutti i Latini. Furono conquistate: Cornicolo, Ficulea Vecchia, Cameria, Crustumeria, Ameriola, Medullia, Nomento, tutte città dei Latini Prischi o passate dalla loro parte durante la guerra. Poi fu conclusa la pace. In séguito il re si dedicò a massicce opere di pace con maggiore impegno di quanto ne avesse profuso nell'organizzare le guerre. Lo scopo era quello di evitare che la sua gente fosse meno impegnata adesso che ai tempi delle campagne militari. Così si ricomincia la fortificazione in pietra - abortita sul nascere per lo scoppio della guerra coi Sabini - di quella parte di Roma che ne era ancora priva. Poi, con un sistema di condotti in discesa verso il Tevere, fa bonificare le parti basse della città, le zone intorno al foro e le valli tra i colli, perché non era possibile far defluire le acque per la natura eccessivamente pianeggiante del terreno. Infine, già anticipando l'importanza che un giorno il luogo avrebbe assunto, fa gettare sul Campidoglio le ampie fondamenta di un tempio che, durante la guerra coi Sabini, aveva promesso di innalzare in onore di Giove.
>39> In quel periodo il palazzo reale assisté a un prodigio notevole per come si manifestò e per le conseguenze che ebbe. Mentre un bambino di nome Servio Tullio stava dormendo, furono in molti a vedergli la testa avvolta da fiamme. Le urla concitate che gridarono al miracolo attirarono la famiglia reale. Un servitore portò dell'acqua per spegnere le fiamme, ma la regina glielo impedì e fece cessare il chiasso intimando di non toccare il bambino finché non si fosse svegliato da solo. Appena questi aprì gli occhi, contemporaneamente le fiamme si estinsero. E allora Tanaquil, prendendo da parte il marito, gli disse: «Vedi questo bambino che stiamo tirando su in maniera così spartana? Sappi che un giorno sarà la nostra luce nei momenti più bui e il sostegno del trono durante i tempi di crisi. Quindi vediamo di allevare con cura chi sarà motivo di lustro per lo Stato tutto e per noi stessi.» Da quel momento in poi essi presero a trattarlo come un figlio e lo educarono secondo quei nobili principi che in genere portano a concepire grandi ideali. La cosa non fu difficile perché la volontà divina era dalla sua parte. Il giovane sviluppò qualità veramente regali. Quando poi Tarquinio dovette scegliere un genero, non essendoci a Roma altri giovani che potessero reggere al confronto con lui, il re gli diede in moglie la figlia. Questo grandissimo onore, per qualsivoglia natura conferitogli, impedisce di credere che egli fosse figlio di una schiava e schiavo lui stesso nella prima infanzia. Io sono più dalla parte di chi sostiene questa tesi: caduta Cornicolo, la moglie incinta di Servio Tullio, ucciso durante l'assedio e massima autorità cittadina, finì a Roma con le altre prigioniere. Qui la regina ne riconobbe i segni inconfondibili della nobiltà e non solo impedì che andasse a fare la schiava, ma le permise anche di mettere al mondo il suo bambino nel palazzo di Tarquinio Prisco. In séguito un simile gesto fece germogliare l'amicizia tra le due donne, e il bambino, come se fosse nato e cresciuto nella reggia, fu trattato con stima e affetto. È probabile che la tesi della sua origine servile fu costruita sulla sorte della madre, fatta prigioniera dal nemico dopo la rotta della città d'origine.
>40> Dopo quasi trentotto anni dall'inizio del regno di Tarquinio, Servio Tullio aveva conquistato la stima totale non solo del re ma anche dei senatori e del popolo. I due figli di Anco avevano sempre considerato il colmo dell'infamia il tiro mancino con cui il loro tutore li aveva privati del regno paterno e il fatto che a Roma regnasse uno straniero le cui origini non erano nemmeno italiche. In quel tempo erano più indignati ancora dalla prospettiva che nemmeno dopo Tarquinio il regno sarebbe toccato a loro, ma, subendo un ulteriore degrado, sarebbe finito in mano a un ex-servo. E in quella stessa Roma, dove quasi cent'anni prima Romolo, figlio di un dio e dio lui stesso, aveva regnato durante la sua permanenza in terra, ora sarebbe salito al trono un servo figlio di una serva. Sarebbe stata un'onta tremenda per tutti i Romani in generale e per il loro casato in particolare se, nonostante l'esistenza di discendenti maschi del re Anco, non solo degli stranieri, ma addirittura degli schiavi potessero arrivare a regnare su Roma. Decidono pertanto di evitare con le armi un simile affronto. Il risentimento per i torti subiti li spingeva più contro Tarquinio che contro Servio: in primo luogo perché se avessero risparmiato il re la sua vendetta sarebbe stata più implacabile di quella di un suo subalterno, e in secondo luogo, uccidendo Servio, Tarquinio era probabile lo avrebbe rimpiazzato con un genero qualunque destinato a ereditare il trono al suo posto. Per tutti questi motivi il complotto viene ordito ai danni del re. Come esecutori diretti vennero scelti due pastori senza scrupoli che, armati degli attrezzi di lavoro di tutti i giorni, organizzarono una finta rissa nel vestibolo della reggia e, facendo il maggior rumore possibile, cercarono di attirare i domestici del re. Poi, dato che entrambi volevano appellarsi al sovrano e il frastuono del loro litigio era arrivato fin dentro la reggia, Tarquinio li fece convocare. Sulle prime si misero a urlare cercando di prevaricare l'uno la voce dell'altro e la smetterono soltanto dopo l'intervento di un littore che ordinò loro di esporre a turno le rispettive ragioni. Allora uno di essi comincia a mettere insieme quanto precedentemente convenuto. Mentre il re lo stava ascoltando con grande attenzione, l'altro solleva la scure e lo colpisce alla testa. Quindi, lasciata l'arma nella ferita, i due si precipitano di corsa fuori dalle porte.
>41> Mentre quelli del séguito sorreggevano Tarquinio in fin di vita, i littori catturarono i due pastori che stavano cercando di darsela a gambe. Poi fu subito un gran trambusto di gente che accorreva per vedere cos'era successo. Tanaquil, nel pieno della calca, ordina di chiudere la reggia e fa uscire i testimoni oculari del delitto. Poi si procura il necessario per suturare la ferita, come se ci fosse ancora qualche speranza residua; contemporaneamente però, nel caso la speranza fosse venuta meno, prende altre precauzioni. Fa subito chiamare Servio, gli mostra il corpo quasi esanime del marito e quindi, prendendogli la mano, lo implora di non lasciare impunita la morte del suocero né di permettere che la suocera diventi lo zimbello dei nemici. «Se sei un uomo, Servio,» gli dice, «è a te che tocca il regno e non ai mandanti di questo atroce delitto. Animo, quindi, e affidati agli dèi che con quel fuoco intorno alla tua testa hanno già voluto preannunciare la fama che ti arriderà. Adesso è l'ora di trarre forza da quella fiamma! Adesso è ora di svegliarsi sul serio. Eravamo degli stranieri anche noi, eppure siamo arrivati a regnare: pensa a quello che sei, non a dove sei nato. Se per gli avvenimenti improvvisi non sai che decisione prendere, allora dai retta ai miei consigli.» Quando il frastuono e la ressa della gente toccarono il limite estremo della tollerabilità, Tanaquil, affacciandosi da una finestra del piano di sopra che dava sulla via Nuova (la residenza reale era infatti nei pressi del tempio di Giove Statore), arringò il popolo. Invitò i sudditi a stare tranquilli rassicurandoli che il re, stordito da un colpo a tradimento, era già tornato in sé perché il ferro non era penetrato molto in profondità. Inoltre la ferita era stata esaminata, l'emorragia bloccata e tutto il resto sembrava a posto. Presto, ne era sicura, lo avrebbero potuto rivedere. Nel frattempo, le sue disposizioni erano che obbedissero a Servio Tullio, il quale avrebbe amministrato la giustizia e svolto tutte le mansioni del re. Servio avanza con tanto di trabea e di littori, occupa la sedia del re ed emana verdetti a proposito di alcuni casi, fingendo invece di dover consultare il sovrano per altri. In questo modo, per alcuni giorni, pur essendo già Tarquinio passato a miglior vita, egli ne nascose la morte facendosi passare per un mero sostituto, quando invece stava consolidando il suo potere. Dopo un po' di giorni la gente fu finalmente informata del luttuoso evento dai pianti che si alzavano dalla reggia. Servio, protetto da una robusta scorta, fu il primo a regnare senza il consenso popolare ma solo con l'autorizzazione del senato. I figli di Anco, quando dopo l'arresto dei sicari da loro prezzolati vennero a sapere che il re era ancora vivo e che Servio godeva di così tanto favore, si erano già ritirati in volontario esilio a Suessa Pomezia.
>42> Servio, per consolidare la posizione di autorità ottenuta, ricorse tanto a misure politiche quanto alla sua abilità nel muoversi all'interno della sfera privata. Così, onde evitare che l'odio nutrito dai figli di Anco nei confronti di Tarquinio divenisse lo stesso sentimento nei suoi rapporti con la prole di Tarquinio stesso, diede in moglie le figlie ai due giovani rampolli reali Lucio e Arrunte Tarquinio. Ciò nonostante, con la sua dimostrazione di assennatezza, non riuscì a infrangere l'ineluttabilità del destino: l'invidia per il suo potere creò un clima di ostilità e perfidia tra i membri della casa reale.
Particolarmente opportuna per mantenere lo stato di momentanea tranquillità fu una guerra intrapresa coi Veienti (la tregua era ormai scaduta) e con altre popolazioni etrusche. In questa guerra, Tullio brillò per coraggio e buona sorte. Una volta sbaragliate le ingenti forze nemiche, il re ritorna a Roma, conscio di essere ora in una posizione che non si prestava più a critiche né da parte dei senatori né da parte del popolo. Quindi si occupa di ciò che aveva la precedenza assoluta in campo civile: come Numa aveva codificato i regolamenti in materia di religione, così Servio è passato ai posteri per aver stabilito a Roma il sistema delle divisioni in classi con il quale si differenziavano nettamente i diversi gradi di dignità sociale e di possibilità economiche. Stabilì, cioè, il censo, cosa utilissima per un regno destinato a enormi ampliamenti, col quale i carichi fiscali in materia civile e militare non sarebbero più stati ripartiti #pro capite#, come in passato, ma a seconda del reddito. Quindi divise la popolazione in classi e centurie secondo questa distribuzione basata sul censo e valida tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra.
>43> Coloro i quali possedevano dai centomila assi in su formavano ottanta centurie, quaranta di anziani e quaranta di giovani, e andarono sotto il nome di prima classe. Gli anziani avevano il compito di proteggere militarmente la città, i giovani di combattere nelle guerre esterne. Il loro armamento di difesa doveva consistere in elmo, scudo rotondo, gambali, corazza, il tutto in bronzo; quello di offesa in lancia e spada. A questa classe ne vennero aggiunte due di genieri, esclusi dal servizio armato ma destinati al trasporto di macchine da guerra. La seconda classe era composta da quanti possedevano dai centomila ai settantacinquemila assi e contava, tra giovani e anziani, venti centurie. Il loro armamento di base consisteva in uno scudo oblungo al posto di quello rotondo e, salvo la corazza, era uguale in tutto il resto. La terza classe fu stabilito che avesse un censo di cinquantamila assi. Come la seconda, venne organizzata in venti centurie ed ebbe la stessa suddivisione per età. Quanto invece alle armi, la sola differenza era l'assenza dei gambali. Per appartenere alla quarta classe bisognava avere un censo di venticinquemila assi. Stesso numero di centurie ma armi diverse: nient'altro che asta e giavellotto. La quinta classe era quantitativamente più numerosa: formava infatti trenta centurie e prevedeva come armi fionde con proiettili di pietra. A essa facevano capo anche due centurie di suonatori di corno e di trombettieri. Il censo di questa classe doveva ammontare a undicimila assi. Chi era al di sotto di questa cifra - cioè il resto del popolo - venne organizzato in una sola centuria dispensata dall'assolvere agli obblighi militari. Dopo aver così organizzato e armato la fanteria, Servio Tullio reclutò dodici centurie di cavalieri dal fiore dell'aristocrazia cittadina. Ne formò altre sei al posto delle tre organizzate da Romolo, mantenendo però a esse gli stessi nomi assegnati al tempo delle consultazioni augurali. Per l'acquisto di cavalli l'erario di Stato stanziò diecimila assi annui per ogni centuria, mentre al mantenimento degli stessi designò le donne non sposate le quali dovevano provvedere con duemila assi annui ciascuna. Così tutti gli oneri fiscali venivano spostati dai poveri ai ricchi. In séguito però venne inserita una forma di compensazione: il suffragio universale, basato non più sull'uguaglianza di poteri e diritti, non fu ulteriormente concesso - secondo l'uso sancito da Romolo e poi mantenuto dai suoi successori - in maniera indistinta a tutti, ma vennero stabilite delle priorità che, pur non privando nessuno del diritto di voto, ciò nonostante mettevano la totalità del potere nelle mani dei cittadini più abbienti. Per primi votavano i cavalieri, seguiti dalle ottanta centurie della rima classe. Se c'era qualche disaccordo tra i due gruppi (cosa assai rara), fu stabilito che in quel caso avrebbe votato la seconda classe. Non si arrivò mai così in basso da coinvolgere le classi subalterne. Né ci si deve stupire se il nostro attuale sistema, strutturato dopo l'aumento del numero delle tribù a trentacinque e dopo il raddoppio delle centurie di giovani e anziani, non corrisponde più quantitativamente a quello varato da Servio Tullio. Egli infatti divise Roma in quattro parti, con i quartieri e i colli allora abitati, e le chiamò tribù facendo - secondo me - risalire il nome a tributo. Non a caso la contribuzione proporzionale al reddito è uno dei suoi provvedimenti ancora in vigore. E queste tribù non avevano niente a che vedere con la divisione in centurie e col loro numero.
>44> Dopo aver completato le pratiche del censo, facilitate da una legge che minacciava l'incarcerazione e la pena capitale per chi si fosse mostrato recalcitrante all'iscrizione, Servio convocò un'adunata per centurie di tutti i cittadini romani, da tenersi all'alba in Campo Marzio. Lì, di fronte all'intero esercito schierato, offrì in sacrificio di purificazione un maiale, una pecora e un toro, e la cerimonia prese il nome di lustro della chiusura perché era l'ultimo atto del censimento. Si dice che in quel lustro i cittadini censiti ammontassero a ottantamila. Fabio Pittore, uno degli storici più antichi, aggiunge che questo era il numero degli uomini potenzialmente mobilitabili. Con una popolazione simile, un ampliamento di Roma era inevitabile. Così Servio aggiunge altri due colli, il Quirinale e il Viminale, amplia l'Esquilino e, per dargli lustro, vi si trasferisce lui stesso. Dota Roma di un terrapieno, un fossato e una cerchia muraria, estendendo così i limiti del pomerio. Quanto poi a questa parola, chi non va più in là dell'etimologia, la interpreta come "il tratto oltre le mura". Il senso è invece un altro: significa "il tratto intorno alle mura", cioè quello spazio che anticamente gli Etruschi, all'atto di fondare una città, delimitavano in modo rigoroso per poi costruirvi le mura e quindi consacravano con cerimonie augurali. E questo perché all'interno di esso non ci fossero contatti tra edifici e mura (cosa che oggi è invece d'uso comune), e all'esterno rimanesse una striscia di terra non utilizzabile dall'uomo. Questo spazio, caratterizzato dal divieto assoluto di costruire e di coltivare, fu chiamato pomerio dai Romani sia perché si trova al di là del muro sia perché il muro si trova al di là di esso. E ogni qual volta Roma conosceva degli ampliamenti urbanistici, questi limiti consacrati subivano sempre le stesse modifiche delle mura.
>45> Dopo aver incrementato il prestigio di Roma aumentandone la superficie, dopo aver dotato i suoi sudditi di un'organizzazione ugualmente funzionale nella sfera civile e in quella militare, Servio, non volendo sempre ricorrere alle armi per accrescere la propria potenza, decise di farlo seguendo la strada della diplomazia, in maniera tale da conferire ancora più lustro alla città. Il tempio di Diana a Efeso era già allora parecchio rinomato e la tradizione voleva fosse stato costruito con la cooperazione delle città dell'Asia. Servio, parlando di fronte ai nobili latini, coi quali aveva in progetto di stringere relazioni di amicizia e ospitalità tanto sul piano ufficioso che su quello ufficiale, disse mirabilia di una simile intesa e di una simile condivisione di culto. Tornò così spesso sull'argomento che, alla fine, Romani e Latini edificarono insieme a Roma un tempio in onore di Diana. La questione se Roma fosse o meno la capitale dei dintorni - problema questo che così tante volte era stato motivo di scontri armati - ebbe quindi una soluzione di tacito consenso. Anche se i Latini avevano ormai smesso di occuparsi del contenzioso per i ripetuti scacchi subiti in guerra, tuttavia a uno dei Sabini sembrò offrirsi un'opportunità fortuita per riottenere, grazie a un'iniziativa individuale, la supremazia perduta. Pare che in una fattoria in terra sabina fosse nata una giovenca di bellezza e dimensioni assolutamente fuori del comune. Un tale spettacolo della natura che le corna furono appese nell'atrio del tempio di Diana dove sono rimaste per intere generazioni a testimonianza dell'evento. Si gridò al miracolo (in quanto era un miracolo!). Gli indovini vaticinarono che chi l'avesse immolata a Diana avrebbe automaticamente garantito la supremazia alla sua città di appartenenza e la profezia arrivò alle orecchie del sacerdote preposto al tempio di Diana. Il primo giorno che parve propizio per il sacrificio, il sabino portò a Roma l'animale e lo piazzò davanti all'altare. Lì, il sacerdote romano, colpito dalle dimensioni di quella vittima che tanto aveva fatto parlare, ricordandosi della profezia, disse al sabino: «Straniero, cosa credi di fare? Vorrai mica tu, impuro come sei, fare un sacrificio a Diana? Perché non cominci con un bagno di purificazione nell'acqua corrente? Qui in fondo alla valle scorre il Tevere.» Lo straniero, preso dallo scrupolo e volendo seguire il rituale canonico per mandare a effetto il prodigio, scese di corsa al Tevere. Nel frattempo il romano immola a Diana la giovenca, conquistandosi la gratitudine del re e del popolo tutto. |#[continua]#|
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|#[LIBRO I, 4]#|
>46> Servio, col tempo e con l'uso, era ormai incontestabilmente padrone del potere. Ciò nonostante, sentendo che il giovane Tarquinio continuava a mettere in circolazione la voce che il suo regno non aveva avuto il beneplacito del popolo, si conciliò prima il favore della plebe distribuendo a ciascun cittadino parte delle terre tolte ai nemici e poi ebbe il coraggio di chiamare il popolo a esprimere un voto di fiducia nei suoi confronti. Fu un grande successo: mai nessun re prima di lui era stato eletto con una simile unanimità di consensi. Nemmeno questo episodio ridusse in Tarquinio la speranza di impadronirsi del regno. Al contrario, essendosi reso conto che la distribuzione di terre alla plebe aveva incontrato l'opposizione dei senatori, capì di avere la possibilità di diffamare Servio presso di loro e di acquistare credito in senato (lui era un giovane impetuoso e di carattere inquieto e per di più, in casa, era incitato dalla moglie Tullia). Così anche il palazzo reale di Roma fu teatro di un tragico fatto di sangue che accelerò, più della noia per la monarchia, l'avvento della libertà e fece sì che l'ultimo regno fosse il prodotto di un delitto. Questo Lucio Tarquinio - è poco chiaro se fosse il figlio o il nipote di Tarquinio Prisco, anche se la maggior parte degli storici propende per la prima tesi - aveva un fratello, Arrunte Tarquinio, giovane dal carattere piuttosto mite. Essi avevano sposato, come ho già detto, le due Tullie, figlie del re, ugualmente diversissime per temperamento. Caso volle che i due caratteri violenti non fossero finiti insieme (immagino perché la buona stella del popolo romano volle prolungare il regno di Servio e permettere che si consolidassero i fondamenti morali della società). La più arrogante delle figlie di Tullio non poteva darsi pace che il marito non avesse un briciolo di ambizione e intraprendenza. Di qui il suo essere tutta occhi e parole di ammirazione per l'altro Tarquinio, da lei definito un vero uomo e un autentico rampollo di re. Di qui pure il suo disprezzo per la sorella, a sua detta responsabile di appiattire il marito con una totale assenza di iniziativa femminile. Presto, come sempre succede, l'affinità reciproca li avvicinò, dato che il male può solo attirare il male, anche se però fu la donna la responsabile prima di tutto l'intrigo. Quest'ultima cominciò a vedersi in segreto col cognato e, durante questi incontri, non si esimeva dall'insultare il proprio marito (con il fratello di lui) e la propria sorella (con il marito di lei). Il punto su cui batteva di più era questo: per lei sarebbe stato meglio essere senza marito e per il cognato sarebbe stato meglio essere celibe piuttosto che stare con persone di livello inferiore e vedersi costretti a languire per loro ignavia. Se gli dèi le avessero fatto sposare l'uomo che meritava, non ci avrebbe messo molto a vedere nella sua casa il potere reale che ora vedeva in quella del padre. Si affretta così a instillare nel cuore del giovane l'audacia del suo progetto. Grazie a due decessi a catena ebbero via libera in casa per celebrare un nuovo matrimonio. Servio non si oppose alle nozze, ma non diede neppure il suo consenso.
>47> Da quel momento in poi la vecchiaia e il regno di Tullio furono di giorno in giorno sempre più in pericolo. Infatti, quella donna, dopo il primo delitto, non vedeva l'ora di commetterne un secondo e toglieva il fiato al marito giorno e notte perché non voleva che i suoi precedenti crimini rimanessero fini a se stessi. Non le era certo mancato l'uomo di cui si potesse dire che lei era la moglie e la rassegnata compagna di sottomissione. Le era mancato un uomo che si ritenesse degno del trono, che si ricordasse di esser figlio di Tarquinio Prisco e che preferisse avere il potere piuttosto che sperare di averlo. «Se sei tu l'uomo che io credo di aver sposato, allora ti chiamo marito e re. Se non lo sei, allora vuol dire che mi è andata di male in peggio perché in te oltre all'ignavia c'è anche la delinquenza. Perché non ti muovi? Non vieni mica da Tarquinia o da Corinto, come tuo padre, né devi andarti a conquistare un trono in terra straniera. Gli dèi di casa e della patria, il ritratto di tuo padre, il palazzo reale e il trono che vi si trova all'interno, il nome Tarquinio, ogni cosa ti vuole e ti chiama re. E se poi non hai abbastanza fegato, perché mai inganni la gente? Perché lasci che guardino a te come a un erede al trono? Tornatene a Tarquinia o a Corinto, risali i rami del tuo albero genealogico, visto che sei più della pasta di tuo fratello che non di quella di tuo padre.» Questo più o meno il sarcasmo con cui istigava il giovane. Una cosa invece non le dava pace: com'era possibile che Tanaquil, pur essendo una straniera, fosse riuscita a brigare tanto da far salire al trono, uno dopo l'altro, prima il marito e poi il genero, e invece lei che era figlia di un re contava meno di zero negli stessi giochi di potere ? Tarquinio, istigato dai furori della moglie, cominciò ad andare in giro in cerca di appoggio, specialmente presso i senatori del secondo ordine, ai quali, ricordando il gesto generoso del padre, faceva presente che era venuto il momento di ricambiarlo. Riempiva di regali i giovani. Così, sia grazie alle grandi promesse, sia grazie alla pessima pubblicità che faceva al re, la sua posizione acquistava credibilità a tutti i livelli. Alla fine, quando gli sembrò fosse tempo di agire, fece irruzione nel foro scortato da un drappello di armati. Quindi, nello sbalordimento generale, prese posto sul trono di fronte alla curia e, tramite un araldo, fece comunicare ai senatori che si presentassero in senato al cospetto del re Tarquini. Essi arrivarono subito: alcuni già preparati alla cosa, altri temendo di incappare in spiacevoli conseguenze mancando all'appuntamento, tutti però sconcertati dalla novità senza precedenti e convinti che Servio fosse finito. Tarquinio allora, andando molto indietro nel tempo, accusò Servio di essere uno schiavo figlio di una schiava il quale, dopo la morte indegna di suo padre, era salito al trono grazie al regalo di una donna e non aveva rispettato la tradizione (e cioè l'interregno, la convocazione dei comizi, il voto del popolo e la ratifica dei senatori). Con un simile albero genealogico e con una simile carriera politica alle spalle, aveva favorito le classi più abiette della società - cioè quelle dalle quali proveniva -, e per l'odio nei confronti di una classe alla quale non apparteneva, aveva tolto le proprietà terriere ai notabili per darle alla plebaglia. Gli oneri fiscali prima equamente distribuiti li aveva addossati nella loro totalità sulle spalle dei più abbienti. Aveva istituito il censo per convogliare l'invidia sulle fortune dei ricchi e per averle a portata di mano quando decideva di fare generose elargizioni ai nullatenenti.
>48> Servio, svegliato di soprassalto da un messaggero, arrivò nel bel mezzo di questa tirata e, dall'ingresso della curia, gridò fortissimo: «Che razza di storia è questa, Tarquinio? Avere il coraggio, con me vivo, di convocare i senatori e di sederti sul mio trono?» La risposta di Tarquinio fu estremamente insolente. Disse che stava occupando il trono di suo padre, trono che era di gran lunga preferibile finisse in mano all'erede legittimo (cioè lui in persona) piuttosto che a uno schiavo e che Servio aveva già insultato e preso in giro abbastanza i suoi padroni. Seguirono urla di consenso e di approvazione. Intanto la gente stava affluendo in massa sul posto ed era chiaro che il potere sarebbe andato al vincitore di quel giorno. Allora Tarquinio, costretto dalla situazione a giocarsi il tutto per tutto, favorito dall'età e dalla maggiore vigoria fisica, afferrò Servio all'altezza della vita, lo sollevò da terra e, trascinandolo fuori, lo scaraventò giù dalle scale. Quindi rientrò nella curia per evitare che i senatori si sparpagliassero. La scorta e il séguito del re se la diedero a gambe. Quanto poi al re stesso, mentre quasi in fin di vita stava rientrando a palazzo senza il suo séguito abituale, fu raggiunto e assassinato dai sicari di Tarquinio, i quali lo avevano pedinato. Sembra (e non stride poi troppo coi suoi precedenti delinquenziali) che la cosa porti la firma di Tullia. Su questo, invece, non ci sono dubbi: ella, arrivata in senato col suo cocchio, per niente intimorita dalla gran massa di persone, chiamò fuori dalla curia il marito e fu la prima a conferirgli il titolo di re. Tarquinio la pregò di allontanarsi da quel trambusto pericoloso. Allora Tullia, quando sulla via di casa arrivò in cima alla via Cipria (dove non molto tempo fa c'era il santuario di Diana), ordinò di piegare verso il Clivo Urbio e di portarla all'Esquilino. In quel momento il cocchiere bloccò la vettura con un colpo secco di redini e, pallido come uno straccio, indicò alla padrona il cadavere di Servio abbandonato per terra. Tradizione vuole che in quel luogo fu consumato un atto orrendo e disumano di cui la strada serba memoria nel nome (si chiama infatti via del Crimine): pare che Tullia, invasata dalle Furie vendicatrici della sorella e del marito, calpestò col cocchio il corpo del padre. Quindi, piena di schizzi lei stessa, ripartì sulla vettura che grondava sangue dopo quell'orrore commesso sul cadavere del padre, e si diresse a casa dove i penati suoi e del marito, adirati per il tragico esordio del regno, fecero sì che esso avesse una conclusione analoga.
Servio Tullio regnò quarantaquattro anni e anche per un successore buono e moderato sarebbe stato arduo emularne la rettitudine. E poi, ad accrescere ulteriormente i suoi meriti, c'era anche questo motivo: con lui tramontava la figura del monarca giusto e legittimo. Inoltre, per quanto moderato e mite il suo regno potesse essere stato, era pur sempre il governo di un singolo. Per questo alcuni autori affermano che egli avrebbe avuto intenzione di rinunciarvi, se la delinquenza di un parente non si fosse sovrapposta al progetto di concedere la libertà al suo popolo.
>49> Da allora ebbe inizio il regno di Tarquinio, soprannominato il Superbo a causa della sua condotta. E a buon diritto, visto che, pur essendone il genero, non concesse a Servio la sepoltura sostenendo che anche Romolo non l'aveva avuta, e fece eliminare i senatori più importanti in quanto sospettati di aver parteggiato per Servio. Poi, rendendosi conto che l'indebita ascesa al trono avrebbe potuto diventare un precedente sfruttabile da altri nei suoi stessi confronti, si circondò di guardie del corpo. In effetti, l'unico diritto al trono che aveva era la forza, dato che stava regnando non solo senza il consenso del popolo ma anche senza ratifica del senato. In più si aggiungeva che, non potendo contare in alcun modo sull'aiuto dei cittadini, era costretto a salvaguardare il proprio potere col terrore. E per renderlo un sentimento diffuso, cominciò a istruire da solo, senza l'aiuto di consiglieri legali, le cause per delitti capitali: ne approfittava così per condannare a morte, per mandare in esilio, e per confiscare i beni non solo di chi era sospettato o malvisto, ma anche di chi poteva rappresentare una qualche opportunità di bottino. Soprattutto per questo, dopo aver decimato il numero dei senatori, stabilì che non se ne eleggessero altri, in modo tale da screditare l'ordine per l'inconsistenza degli effettivi e ridurne al massimo le eventuali rimostranze per la totale esclusione dalla gestione del potere. Tutti i suoi predecessori si erano sempre attenuti alla regola tradizionale di consultare il senato in ogni occasione: Tarquinio il Superbo fu il primo a rompere con questa consuetudine e resse lo Stato fondandosi solo sui consigli di famiglia: guerra, pace, trattati, alleanze, lui solo faceva e disfaceva a suo piacimento e con i consiglieri che voleva, senza mai consultare il popolo e i senatori. Cercava soprattutto di procurarsi l'amicizia dei Latini, perché l'appoggio straniero gli desse maggiore sicurezza in patria. Con la loro aristocrazia non stabiliva soltanto rapporti di ospitalità, ma organizzava anche matrimoni. Al tuscolano Ottavio Mamilio - di gran lunga il più rappresentativo tra i Latini e, se si presta fede alla leggenda, discendente di Ulisse e della dea Circe - diede in moglie la figlia e, grazie a questo matrimonio, si legò con molti amici e parenti di lui.
>50> Tarquinio vantava già una posizione di grande influenza presso i nobili latini, quando decise di convocarli un giorno preciso presso il bosco di Ferentina, sostenendo di voler discutere alcuni problemi di comune interesse. Alle prime luci dell'alba i Latini affluiscono in massa. Da parte sua Tarquinio, pur rispettando la data, si presentò solo poco prima del tramonto. Per tutta la durata del giorno, i partecipanti all'assemblea avevano parlato a lungo di vari argomenti. Turno Erdonio di Aricia aveva inveito violentemente contro Tarquinio, dicendo che non era poi tanto strano che a Roma lo avessero soprannominato il Superbo (nome questo ormai sulla bocca di tutti, anche se ancora circoscritto alla sfera clandestina del sussurro). Oppure c'era qualcosa di più superbo che prendere in giro il popolo latino in quella maniera ? Farne venire i capi così lontano dai loro paesi e poi disertare la riunione da lui stesso convocata? Era chiaro che voleva mettere alla prova la loro pazienza e poi, una volta constatato che si lasciavano mettere facilmente i piedi in testa, avrebbe abusato della loro sottomissione. A chi poteva infatti sfuggire che il piano di Tarquinio era ridurre i Latini in suo potere? Se i suoi sudditi avevan fatto bene ad affidarglielo, o se gli era stato affidato e non era il prodotto di un orrendo delitto, stessa cosa avrebbero dovuto fare i Latini, e neppure in questo caso si sarebbe trattato di uno straniero. Ma se i Romani non ne potevano più di lui, delle esecuzioni a catena, degli esili, delle confische di beni, i Latini potevano forse sperare in qualcosa di meglio una volta nella stessa situazione? Se volevano dare retta a lui, Turno, ciascuno avrebbe dovuto tornarsene a casa rispettando la data della riunione con la stessa precisione di chi l'aveva organizzata. Mentre il turbolento e facinoroso Turno, che doveva proprio a tali caratteristiche la posizione di grande rilievo occupata tra le genti latine, dissertava su questi argomenti, ecco che arrivò Tarquinio. Tutti si voltarono a salutarlo. Venne fatto silenzio e il re, invitato dai più vicini a fornire spiegazioni circa il ritardo con cui si era presentato, disse di esser stato scelto come arbitro in una disputa tra padre e figlio e di aver fatto trdi per il desiderio di riconciliare i due litiganti. Quindi, dato che il giorno se ne era andato in quella bega, rimandò la riunione al mattino successivo. Pare che Turno non accettò nemmeno questo senza replicare e sentenziò che non c'era niente di più facile da sistemare che un litigio tra padre e figlio; bastavano infatti due parole: o il figlio obbedisce al padre, o peggio per lui.
>51> Con questo sarcasmo diretto al re di Roma, il cittadino di Aricia abbandona l'assemblea. Tarquinio, incassando l'affronto peggio di quanto desse a vedere, inizia subito a cercare il modo per togliere di mezzo Turno, in maniera tale da ispirare nei Latini lo stesso terrore col quale in patria aveva oppresso gli animi dei suoi sudditi. E poiché non era nella posizione di eliminare il suo uomo di fronte agli occhi di tutti, lo schiacciò escogitando una falsa accusa che in realtà non aveva nulla a che vedere con lui. Grazie ad alcuni rappresentanti del partito all'opposizione di Aricia, riuscì a corrompere uno schiavo di Turno affinché lasciasse introdurre di nascosto una grande quantità di armi nella casa del padrone. Dato che bastò una notte per sistemare la cosa, Tarquinio, poco prima dell'alba, convocò in sua presenza i capi latini e, fingendo di aver ricevuto qualche notizia allarmante, disse loro che il ritardo del giorno prima era stato provvidenziale e aveva salvato loro e lui stesso. Infatti c'era stata una denuncia: Turno voleva eliminare lui e i capi più in vista del popolo latino per impadronirsi del potere assoluto. L'attentato avrebbe dovuto essere messo in pratica il giorno precedente durante l'assemblea, ma poi era stato rimandato per l'assenza del bersaglio principale, cioè l'ideatore del raduno. Di lì la violenta invettiva di Turno contro l'assente, il cui ritardo ne aveva deluso le speranze. Tarquinio aggiunse di esser sicuro che, se l'informazione ricevuta corrispondeva a verità, Turno, quando alle prime luci dell'alba essi si fossero radunati per l'assemblea, si sarebbe presentato con una banda di cospiratori armati fino ai denti. Gli avevano anche riferito, aggiunse, che a casa di Turno era stata trasportata una grande quantità di spade. E la fondatezza di quell'informazione si poteva verificare subito: bastava andassero con lui a casa di Turno. L'accusa sembrava veramente plausibile: vuoi l'aggressività di Turno nell'invettiva del giorno prima, vuoi il ritardo di Tarquinio che dava veramente l'impressione di aver fatto saltare l'attentato. Sta di fatto che si avviano disposti a credere alla storia, ma nel contempo pronti a considerarla tutta una montatura nel caso non ci fosse stata traccia delle spade. Arrivati a destinazione, svegliano di soprassalto Turno e lo fanno guardare a vista. Quando poi, immobilizzati gli schiavi che si preparavano a fare resistenza per attaccamento al padrone, cominciarono a tirar fuori spade su spade da ogni angolo della casa, non ci fu più nessun dubbio: Turno fu incatenato e nel gran trambusto venne subito convocata un'assemblea di tutti i Latini. Lì, le spade piazzate nel bel mezzo suscitarono un tale risentimento che Turno, senza nemmeno poter perorare la propria causa, fu sottoposto a un supplizio senza precedenti: lo fecero annegare immergendolo nella sorgente Ferentina con sopra la testa un graticcio coperto di sassi.
>52> Tarquinio quindi riconvocò i Latini in assemblea e si complimentò con loro per la fermezza con cui avevano inflitto a Turno, autore di un progettato colpo di stato, la giusta pena per il suo evidente reato. Poi affermò di potersi basare su un diritto molto antico per sostenere che tutti i Latini, essendo originari di Alba, rientravano nelle clausole di quel trattato dei tempi di Tullo col quale l'intera nazione albana e le sue colonie erano state annesse a Roma. Rinnovare quel trattato sarebbe stato un grosso vantaggio: più che altro - questo il suo pensiero - i Latini avrebbero partecipato dei successi del popolo romano, senza dover sempre rischiare o subire distruzioni e devastazioni di campagne com'era successo durante il regno di Anco e durante quello di suo padre Tarquinio Prisco. Non fu difficile persuadere i Latini anche se il trattato favoriva nettamente Roma. Inoltre, non solo i capi latini erano dalla parte del re e ne condividevano i punti di vista, ma proprio poco prima Turno aveva fornito loro una dimostrazione di cosa poteva toccare a chiunque avesse avuto in mente di opporsi. Il trattato venne così rinnovato e una delle clausole prevedeva che i giovani latini si presentassero il tal giorno armati di tutto punto nel bosco di Ferentina. Seguendo le disposizioni del re di Roma, essi si concentrarono dai diversi paesi di provenienza. Tarquinio, allora, per evitare che ogni gruppo avesse un proprio capo, un comando separato e insegne diverse dagli altri, creò manipoli misti di Latini e Romani con questo criterio: ne organizzò uno sommandone due e due dividendone uno. A capo dei manipoli così sdoppiati nominò dei centurioni.
>53> Tarquinio fu un re ingiusto coi suoi sudditi, ma abbastanza un buon generale quando si trattò di combattere. Anzi, in campo militare avrebbe raggiunto il livello di quanti lo avevano preceduto sul trono, se la sua degenerazione in tutto il resto non avesse offuscato anche questo merito. Fu lui a iniziare coi Volsci una guerra destinata a durare due secoli, e tolse loro con la forza Suessa Pomezia. Ne vendette il bottino e coi quaranta talenti d'argento ricavati concepì la costruzione di un tempio di Giove le cui dimensioni sarebbero state degne del re degli dèi e degli uomini, nonché della potenza romana e della sua stessa posizione maestosa. Il denaro proveniente dalla presa di Suessa fu messo da parte per la costruzione del tempio.
In séguito si impegnò in una guerra più lunga del previsto con la vicina città di Gabi. Infatti tentò prima una fallimentare soluzione di forza; poi, respinto anche da sotto le mura dopo averne cercato l'assedio, alla fine ricorse a un espediente poco in sintonia con lo spirito romano, cioè l'astuzia dolosa e fraudolenta. Mentre dava a vedere di aver perso interesse nella guerra per concentrarsi sulla fondazione del tempio e su altre opere di natura urbanistica, Sesto, il più giovane dei suoi tre figli, con un preciso piano, riparò a Gabi lamentandosi del trattamento eccessivamente crudele riservatogli dal padre. Lì raccontò che quest'ultimo, dopo i sudditi, aveva adesso iniziato a tormentare i figli, che a sua detta erano fastidiosamente numerosi, e a cercare di riprodurre in casa il deserto che aveva fatto in senato, in modo tale da non lasciare né discendenti né un qualche erede al trono. Quanto a lui, sfuggito alle spade e ai pugnali del padre, era convinto che in nessun posto sarebbe stato così al sicuro come presso i nemici di Lucio Tarquinio. Circa la guerra che sembrava esser stata abbandonata, avevano poco da illudersi: era tutta una finta e, da un momento all'altro, lui li avrebbe attaccati quando meno se lo aspettavano. Se poi presso di loro non c'era posto per un supplice, allora avrebbe attraversato tutto il Lazio e quindi si sarebbe rivolto ai Volsci, agli Equi e agli Ernici, finché non avesse trovato gente disposta a proteggere un figlio dalle torture e dalle crudeltà inflittegli dal padre. Può darsi anche che avrebbe trovato gli stimoli per andare a combattere il più tirannico dei re e il più insolente dei popoli. Poiché era chiaro che, se avessero titubato, il giovane, infuriato com'era, se ne sarebbe andato, i Gabini gli diedero il benvenuto. Gli dissero di non meravigliarsi se il padre si era comportato coi figli nello stesso modo che coi sudditi e con gli alleati: avrebbe finito col rivolgere la propria crudeltà contro se stesso, una volta esaurito ogni bersaglio. Da parte loro, erano comunque contenti della sua venuta e confidavano, anche col suo aiuto, di spostare in breve tempo il teatro delle operazioni di guerra dalle porte di Gabi alle mura di Roma.
>54> In séguito Sesto fu ammesso alle riunioni di governo, durante le quali, sul resto delle questioni, si professava dello stesso avviso degli anziani di Gabi per la loro maggiore esperienza. Da parte sua, invece, non faceva che parlare di guerra e sosteneva di esserne un grande esperto in quanto conosceva le forze dei due popoli e sapeva che Tarquinio aveva raggiunto un punto tale di arroganza che non solo i cittadini ma i figli stessi non riuscivano più a tollerarlo. Così, con questa tecnica, riuscì piano piano a convincere i capi di Gabi a riaprire le ostilità. Avrebbe guidato lui in persona delle azioni di guerriglia con un gruppo di giovani particolarmente coraggiosi. Calcolando perfettamente ogni cosa che faceva e diceva, riuscì a incrementare a tal punto la malriposta fiducia nella sua persona, che alla fine gli affidarono il comando in capo delle operazioni. Siccome il popolo ignorava quel che stava realmente succedendo e le prime scaramucce tra Romani e Gabini vedevano quasi sempre prevalere questi ultimi, allora tutti, senza distinzioni di classe, cominciarono a credere che Sesto Tarquinio fosse l'uomo mandato dal cielo per guidare le loro truppe. E i soldati, vedendo che egli era sempre disposto a condividere rischi e fatiche ed era oltremodo generoso nella spartizione del bottino, gli si affezionarono a tal punto che non era meno potente lui a Gabi di quanto suo padre Tarquinio lo fosse a Roma. E così, quando Sesto capì di essere abbastanza forte per affrontare qualsiasi impresa, mandò a Roma un suo uomo per chiedere al padre cosa dovesse fare, visto che a Gabi gli dèi gli avevano concesso di esser padrone incontrastato della situazione politica. Al messaggero - suppongo per la scarsa fiducia che ispirava - non venne affidata una risposta a voce. Il re, dando a vedere di essere perplesso, si spostò nel giardino del suo palazzo e l'inviato del figlio gli andò dietro. Lì, passeggiando avanti e indietro in silenzio, pare che il re si mise a decapitare i papaveri a colpi di bacchetta. Il messaggero, stanco di fare domande senza ottenere risposte, ritornò a Gabi convinto di non aver compiuto la missione. Lì riferì ciò che aveva detto e ciò che aveva visto: il re, fosse per ira, per insolenza o per naturale disposizione all'arroganza, non aveva aperto bocca. Sesto, appena gli fu chiaro a cosa il padre volesse alludere con quei silenzi sibillini, eliminò i capi della città, accusandone alcuni davanti al popolo, e con altri facendo leva sull'impopolarità che si erano acquistati da soli. Per molti ci fu l'esecuzione sotto gli occhi di tutti. Certi invece, più difficili da mettere sotto accusa, vennero assassinati di nascosto. Altri ebbero il permesso di lasciare il paese o vennero esiliati. Le proprietà di tutti, morti o esiliati, subirono la stessa sorte: vennero confiscate e quindi distribuite in una corsa sfrenata all'accaparramento. Badando quindi solo all'interesse particolare, la gente perse il senso del disastro in cui la città era franata. Finché un bel giorno, rimasta priva di una direzione e di risorse, Gabi si onsegnò nelle mani del re di Roma senza opporre resistenza.
>55> Dopo essersi impadronito di Gabi, Tarquinio fece pace con gli Equi e rinnovò il trattato con gli Etruschi. Quindi si rivolse a progetti di edilizia urbana. Il primo era il tempio di Giove sul monte Tarpeio: sarebbe stato un monumento immortale al suo regno e al suo nome, e avrebbe ricordato che dei due Tarquini - entrambi re -, prima il padre aveva fatto il voto di costruirlo e poi il figlio lo aveva portato a compimento. E perché la zona venisse liberata da ogni precedente traccia di culto e dedicata esclusivamente a Giove e al suo tempio, ordinò di sconsacrare quelle cappelle e quei santuari che erano stati in un primo tempo dedicati agli dèi da Tazio nei momenti decisivi della battaglia contro Romolo e che in séguito erano stati consacrati e inaugurati. Proprio all'inizio dei lavori, tradizione vuole che gli dèi inviassero un segno per indicare la grandezza di quel potente regno. Infatti, mentre gli uccelli diedero il via libera alla sconsacrazione di tutti gli altri santuari, la stessa cosa non successe per quello di Termine. Il presagio augurale fu interpretato in questo modo: visto che il tempio di Termine rimaneva al suo posto ed era l'unica tra tutte le divinità a non essere allontanata dallo spazio a essa consacrato, ciò significava stabilità e solidità per lo Stato. Una volta ricevuto questo presagio di durata, ne seguì un altro che annunciava la grandezza dell'impero. Pare che durante gli scavi delle fondamenta del tempio venisse portata alla luce una testa di uomo con i lineamenti della faccia intatti. Il ritrovamento parlava chiaro: quel punto sarebbe diventato la cittadella dell'impero e la capitale del mondo. Questa fu l'interpretazione degli indovini, sia dei locali, sia di quelli fatti arrivare dall'Etruria per pronunciarsi sulla cosa.
Nella mente del re c'era ormai spazio solo per le spese pubbliche: così, il ricavato del bottino di Pomezia, destinato a coprire la costruzione dell'intero edificio, bastò appena a pagare le fondamenta. Questo perché la mia fonte è nel caso presente Fabio, che è più antico, e secondo il quale il bottino fu soltanto di quaranta talenti, e non Pisone che invece parla di quarantamila libbre di pesante argento stanziate per l'opera. Una simile somma non è pensabile la si potesse all'epoca ricavare dal bottino di una sola città e non esiste edificio, neppure oggi come oggi, le cui fondamenta arrivino a costare così care. >56> Nel desiderio di portare a termine la costruzione del tempio, Tarquinio, dopo aver fatto venire operai da tutta l'Etruria, attinse non solo ai fondi di Stato stanziati per questo progetto, ma ricorse anche alla mano d'opera della plebe. Non era certo un lavoro da poco e in più c'era il servizio militare. Tuttavia, ai plebei pesava meno dover costruire i templi degli dèi con le proprie mani che essere impiegati, come poi in séguito successe, in lavori meno spettacolari ma molto più sfibranti (come la costruzione dei sedili del Circo o quella, da realizzarsi sotto terra, della Cloaca Massima, ricettacolo di tutto il liquame della città, opere queste al cui confronto la grandiosità dei giorni nostri ha ben poco da contrapporre). Dopo aver impegnato la plebe in queste grandi costruzioni, Tarquinio, pensando che una popolazione numerosa se disoccupata sarebbe stata per Roma un peso morto, e volendo nel contempo ampliare i confini del suo regno con la deduzione di colonie, inviò coloni a Signa e Circei per farne un giorno dei bastioni di Roma sulla terra e sul mare.
Nel bel mezzo di queste iniziative, si assistette a un prodigio tremendo: da una colonna di legno sbucò fuori un serpente che gettò nel panico il palazzo reale. Quanto al re, la sua reazione non fu di improvviso terrore ma di ansia e preoccupazione. Per i prodigi di carattere pubblico Tarquinio consultava soltanto gli indovini etruschi. Ma in questo caso, spaventatissimo da un fenomeno che sembrava interessare la sua casa, stabilì che fosse interrogato l'oracolo di Delfi, il più famoso del mondo. Non osando però affidarne a nessun altro il responso, mandò due dei suoi figli in Grecia attraverso terre a quel tempo ignote e attraverso mari ancora più ignoti. Tito e Arrunte partirono. Al loro séguito si imbarcò anche Lucio Giunio Bruto, figlio di Tarquinia, sorella del re, giovane dal carattere completamente diverso da quello che dava a vedere. Quando era venuto a sapere che i personaggi più in vista della città, e tra questi suo fratello, erano stati eliminati dallo zio, aveva deciso di rinunciare a ogni atteggiamento e a ogni successo economico che avrebbero potuto innervosire il re o suscitarne l'invidia, e si era risolto a cercare la sicurezza nel disprezzo, visto che la giustizia offriva ormai ben poca protezione. Così, facendo apposta l'imbecille e lasciando che il re disponesse liberamente della sua persona e delle sue sostanze, non aveva rifiutato nemmeno il soprannome di Bruto, per mascherare il grande coraggio che, una volta scoccata l'ora fatale, lo avrebbe spinto a liberare il popolo romano. Era lui che i Tarquini si portavano a Delfi, più come una spassosa macchietta che come un compagno di viaggio: pare che il suo dono ad Apollo consistesse in un bastone d'oro racchiuso in un altro di corno che era stato scavato proprio con quell'intento, a rappresentazione simbolica del suo carattere. Una volta arrivati a Delfi e compiuta la missione per conto del padre, i giovani furono presi dal desiderio insopprimibile di sapere a chi di loro sarebbe toccato il regno di Roma. Pare che dal profondo dell'antro si sentì una voce pronunciare le seguenti parole: «A Roma regnerà, o giovani, il primo di voi che darà un bacio a sua madre.» I Tarquini, per far sì che Sesto, rimasto a Roma, non venisse a sapere del responso e restasse così tagliato fuori dal potere, impongono il segreto più assoluto sull'episodio. Di comune accordo lasciano che la sorte decida chi, una volta a Roma, bacerà per primo la madre. Bruto pensò invece che il responso della Pizia avesse un altro significato: per questo, facendo finta di scivolare, cadde a terra e vi appoggiò le labbra, considerando la terra madre comune di tutti i mortali. Quindi rientrarono a Roma, dove fervevano i preparativi per una guerra contro i Rutuli.
>57> Ardea apparteneva ai Rutuli, popolo che in quella regione e in quell'epoca spiccava per le sue ricchezze. La vera causa della guerra fu questa: il re di Roma, dopo essersi svenato con la sontuosità dei suoi progetti urbanistici, contava di riassestare il proprio bilancio e, nel contempo, facendo del bottino sperava di placare gli animi della gente, esacerbati non soltanto dalla sua ferocia, ma incapaci di perdonargli di essere stati così a lungo impegnati in lavori faticosi e servili. Si tentò di prendere Ardea al primo assalto. Visto il fallimento del tentativo, i Romani scelsero la via dell'assedio e scavarono una trincea intorno alla città nemica. In questa guerra di posizione, come sempre accade quando si tratta di una guerra più lunga che aspra, le licenze erano all'ordine del giorno, anche se ne beneficiavano più i capi che la truppa. I figli del re, tanto per fare un esempio, ammazzavano il tempo spassandosela in festini e bevute. Un giorno, mentre stavano gozzovigliando nella tenda di Sesto Tarquinio e c'era anche Tarquinio Collatino, figlio di Egerio, il discorso cadde per caso sulle mogli e ciascuno prese a dire mirabilia della propria. La discussione si animò e Collatino affermò che era inutile starne a parlare perché di lì a poche ore si sarebbero resi conto che nessuna poteva tener testa alla sua Lucrezia. «Giovani e forti come siamo, perché non saltiamo a cavallo e andiamo a verificare di persona la condotta delle nostre spose? La prova più sicura sarà ciò che ciascuno di noi vedrà all'arrivo inaspettato del marito». Infiammati dal vino, urlarono tutti: «D'accordo, andiamo!» Un colpo di speroni al cavallo e volano a Roma. Arrivarono alle prime luci della sera e di lì proseguirono alla volta di Collazia, dove trovarono Lucrezia in uno stato completamente diverso da quello delle nuore del re (sorprese a ingannare l'attesa nel pieno di un festino e in compagnia di coetanei): nonostante fosse notte fonda, Lucrezia invece era seduta nel centro dell'atrio e stava trafficando intorno alle sue lane insieme alle serve anche loro indaffarate. Si aggiudicò così la gara delle mogli. All'arrivo di Collatino e dei Tarquini, li accoglie con estrema gentilezza e il marito vincitore invita a cena i giovani principi. Fu allora che Sesto Tarquinio, provocato non solo dalla bellezza ma dalla provata castità di Lucrezia, fu preso dalla insana smania di averla a tutti i costi. Poi, dopouna notte passata a godersi le gioie della giovinezza, rientrarono alla base.
>58> Qualche giorno dopo, Sesto Tarquinio, all'insaputa di Collatino, andò a Collazia con un solo compare. Lì fu accolto ospitalmente perché nessuno era al corrente dei suoi progetti. Finita la cena, si andò a coricare nella camera degli ospiti. Invasato dalla passione, quando capì che c'era via libera e tutti erano nel primo sonno, sguainata la spada andò nella stanza di Lucrezia che stava dormendo: la immobilizzò con la mano puntata sul petto e disse: «Lucrezia, chiudi la bocca! Sono Sesto Tarquinio e sono armato. Una sola parola e sei morta!» La povera donna, svegliata dallo spavento, capì di essere a un passo dalla morte. Tarquinio cominciò allora a dichiarare il suo amore, ad alternare suppliche a minacce e a tentarle tutte per far cedere il suo animo di donna. Ma vedendo che Lucrezia era irremovibile e non cedeva nemmeno di fronte all'ipotesi della morte, allora aggiunse il disonore all'intimidazione e le disse che, una volta morta, avrebbe sgozzato un servo e glielo avrebbe messo nudo accanto, in modo che si dicesse che era stata uccisa nel degrado più basso dell'adulterio. Con questa spaventosa minaccia, la libidine di Tarquinio ebbe, per così dire, la meglio sull'ostinata castità di Lucrezia. Quindi, fiero di aver violato l'onore di una donna, ripartì. Lucrezia, affranta dalla grossa disavventura capitatale, manda un messaggero al padre a Roma e uno al marito ad Ardea pregandoli di venire da lei, ciascuno con un amico fidato, e di non perdere tempo perché era successa una cosa spaventosa. Arrivarono così Spurio Lucrezio con Publio Valerio, figlio di Voleso, e Collatino con Lucio Giunio Bruto (questi ultimi stavano per caso rientrando a Roma quando si erano imbattuti nel messaggero inviato da Lucrezia). La trovano seduta nella sua stanza e immersa in una profonda tristezza. Alla vista dei congiunti, scoppia a piangere. Il marito allora le chiede: «Tutto bene?» Lei gli risponde: «Come fa ad andare tutto bene a una donna che ha perduto l'onore? Nel tuo letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che l'adutero non rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui.» Uno dopo l'altro giurano tutti. Cercano quindi di consolarla con questi argomenti: in primo luogo la colpa ricadeva solo sull'autore di quell'azione abominevole e non su di lei che ne era stata la vittima; poi non è il corpo che pecca ma la mente e quindi, se manca l'intenzione, non si può parlare di colpa. Ma lei replica: «Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l'esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!» Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre.
>59> Bruto, mentre gli altri erano in preda allo sconforto, estrasse il coltello dalla ferita e, brandendolo ancora stillante di sangue, disse: «Su questo sangue, purissimo prima che un principe lo contaminasse, io giuro e chiamo voi a testimoni, o dèi, che di qui in poi perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo e la sua scellerata moglie e tutta la sua stirpe col ferro e col fuoco e con qualunque mezzo mi sarà possibile e non permetterò che né loro né nessun altro regni più a Roma.» Quindi passa il coltello a Collatino e poi a Lucrezio e a Valerio, tutti sbalorditi dall'incredibile evento e incapaci di stabilire da dove Bruto prendesse tutta quella veemenza. Giurano com'era stato loro ordinato e, passati dal dolore alla rabbia, appena Bruto li invita a scagliarsi immediatamente contro il potere reale, non esitano a seguirlo come loro capo.
Quindi trascinano fuori di casa il cadavere di Lucrezia e lo adagiano in pieno foro dove piano piano si accalca la gente, attratta, come di consueto, dalla stranezza della cosa e in più dalla sua nefandezza. Tutti si scagliano indignati contro la violenza criminale del principe. La loro commozione nasceva dalla tristezza del padre ma anche da Bruto che li invitava a smetterla con tutti quei pianti e li esortava a esser degni del proprio nome di uomini e di Romani e a prendere le armi contro chi aveva osato trattarli come nemici. I giovani più coraggiosi si armano e si offrono volontari, seguiti subito da tutto il resto della gioventù. Quindi, lasciato il padre di Lucrezia a guardia di Collazia e piazzate delle sentinelle per evitare che qualcuno andasse a riferire dell'insurrezione alla famiglia reale, il resto delle truppe fa rotta su Roma agli ordini di Bruto. Una volta lì, questa moltitudine armata semina dovunque il panico e lo sconcerto al suo passaggio. Ancora una volta, però, vedendo che alla testa c'erano i personaggi più in vista della città, l'opinione generale fu che, qualunque cosa stessero facendo, non poteva trattarsi di un'iniziativa sconsiderata. L'atroce episodio suscita a Roma non meno commozione di quanta ne avesse suscitata a Collazia e da ogni parte della città la gente si riversa nel foro. Una volta lì, un messo convocò il popolo di fronte al tribuno dei Celeri, magistratura tenuta casualmente in quel periodo proprio da Bruto. Egli allora pronunciò un discorso assolutamente non in sintonia con il carattere e gli atteggiamenti che fino a quel giorno aveva simulato di avere. Parlò della brutale libidine di Sesto Tarquinio, dello stupro infamante subito da Lucrezia, del suo commovente suicidio e del lutto solitario di Tricipitino che era più affranto e indignato per la causa che non per la morte stessa della figlia. Ricordò loro anche l'arroganza tirannica del re e lo stato miserando della plebe, costretta a schiantare di fatica a forza di scavi e di fogne da ripulire. A questo proposito aggiunse che i Romani, capaci di sottomettere ogni altro popolo dei dintorni, erano stati trasformati in manovali e tagliapietre da guerrieri che erano. Dopo aver citato l'indegna fine di Servio Tullio e l'episodio orrendo della figlia che ne calpestava il cadavere col cocchio, invocò gli dèi vendicatori dei crimini contro i genitori. Con questi argomenti e, credo, con altri ancora più atroci dettati dall'immediatezza dello sdegno, ma quasi mai facilmente ricostruibili da parte degli storici,infiammò il popolo e lo trascinò ad abbattere l'autorità del re e a esiliare Lucio Tarquinio con tanto di moglie e figli. Poi Bruto in persona arruolò i giovani che si offrivano volontari e, dopo averli dotati di armi, partì alla volta di Ardea per sollevare contro il re l'esercito là accampato. Lasciò il comando di Roma a Lucrezio, che poco tempo prima era già stato nominato prefetto della città dal re. Nel pieno di questo trambusto, Tullia scappò dal palazzo e, dovunque passava, la gente la subissò di maledizioni e di invocazioni alle furie vendicatrici dei crimini contro i genitori.
>60> Quando la notizia di questi avvenimenti arrivò all'accampamento, il re, allarmato dal pericolo inatteso, partì alla volta di Roma per reprimere l'insurrezione. Bruto, informato che il re si stava avvicinando, per evitare l'incontro fece una manovra di diversione. Anche se per strade diverse, Bruto e Tarquinio arrivarono quasi nello stesso momento ad Ardea e a Roma. A Tarquinio vennero chiuse in faccia le porte e comunicata la notizia dell'esilio. Il liberatore di Roma fu invece accolto con entusiasmo dagli uomini nell'accampamento, i quali poi ne espulsero i figli del re. Due di essi seguirono il padre nell'esilio a Cere, in terra etrusca. Sesto Tarquinio partì alla volta di Gabi, come se fosse stato un suo dominio, ma lì fu assassinato da quanti ne vendicarono le stragi e le razzie di un tempo.
Lucio Tarquinio Superbo regnò venticinque anni. Il regime monarchico a Roma, dalla fondazione alla liberazione, durò duecentoquarantaquattro anni. In séguito, attenendosi a quanto scritto nei diari di Servio Tullio, i comizi centuriati, convocati dal prefetto della città, elessero due consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.
§%@LIBRO II
>1> La nuova libertà del popolo romano, le sue conquiste in campo militare e civile, le magistrature annuali e il rafforzamento della norma legale in relazione all'arbitrio dell'individuo: questi saranno di qui in poi i miei temi. Dopo l'autoritarismo tirannico dell'ultimo re, questa libertà fu salutata con ancora più entusiasmo. Infatti i suoi predecessori avevano esercitato il potere in maniera tale da poter essere a buon diritto considerati, uno dopo l'altro, i fondatori di almeno parti di Roma, cioè di quei quartieri nuovi aggiunti per far fronte alla crescita demografica che essi stessi avevano voluto. E non c'è dubbio che addirittura Bruto, copertosi di gloria per l'espulsione del tirannico Tarquinio, avrebbe agito in modo dannosissimo per lo Stato, se il desiderio prematuro di libertà lo avesse trascinato a detronizzare qualcuno dei re precedenti. Infatti cosa ne sarebbe stato di quel branco di pastori e di avventurieri se, fuggiti dai loro paesi per cercare libertà o impunità nel recinto inviolabile di un tempio, si fossero liberati della paura di un re e avessero cominciato a lasciarsi scombussolare dalla virulenza dei demagoghi e a scontrarsi verbalmente coi senatori di una città che non era la loro, prima che l'amore coniugale, l'amore paterno e l'attaccamento alla terra stessa (sentimento questo legato alla lunga consuetudine) non avessero unito le loro aspirazioni? Lo Stato, minato dalla discordia, non sarebbe riuscito a muovere nemmeno i primi passi. Invece l'atmosfera di serenità e moderazione che accompagnò la gestione del potere ne influenzò a tal punto la crescita che, una volta raggiunta la piena maturità delle sue forze, poté esprimere i frutti migliori della libertà.
E poi l'inizio della libertà risale a questa data non tanto perché il potere monarchico subì un qualche ridimensionamento, ma piuttosto perché fu stabilito che i consoli durassero in carica soltanto un anno. I primi a occupare questa magistratura mantennero tutte le attribuzioni e le insegne dei re, salvo che non ebbero contemporaneamente i fasci per non dare alla gente l'impressione di un terrore raddoppiato. Bruto, che col consenso del collega fu il primo ad averli, dimostrò di non essere meno attento nel preservare la libertà di quanto fosse stato determinato nel rivendicarla. In questa direzione ecco quale fu il suo primo provvedimento: per evitare che il popolo, tutto preso dalla novità di essere libero, potesse in séguito lasciarsi convincere dalle suppliche allettanti della casa reale, lo costrinse a giurare che non avrebbe permesso più a nessuno di diventare re a Roma. Poi, per rinforzare il senato ridotto ai minimi termini dalle esecuzioni a catena pretese dall'ultimo re, ne portò il totale degli effettivi a trecento nominando senatori i personaggi più in vista dell'ordine equestre. Di lì pare che entrò nell'uso di convocare per le sedute del senato #padri #e #coscritti# (dove è chiaro che con questo termine si alludeva agli ultimi eletti). Il provvedimento giovò straordinariamente all'armonia cittadina e al riavvicinamento della plebe alla classe senatoriale.
>2> Poi venne presa in esame la sfera religiosa. E poiché certe cerimonie di natura pubblica erano officiate dal re in persona, per evitare che se ne potesse in qualche modo rimpiangere la presenza, nominarono un re dei sacrifici. Questo sacerdozio fu però subordinato al pontefice, in modo tale che la carica unita al titolo non rappresentasse un'insidia per la libertà, che in quel momento era la cosa in assoluto più importante. Può anche darsi che in questo senso (la salvaguardia maniacale della libertà) si esagerò un po'. Infatti il solo torto dell'altro console fu quello di portare un nome odiato da tutti: i Tarquini erano troppo abituati a essere re. Il primo fu Tarquinio Prisco, poi lo scettro toccò a Servio Tullio e nemmeno questo intervallo fece dimenticare il trono a Tarquinio il Superbo; infatti se lo riprese con la violenza degna di un criminale, considerandolo un'eredità di famiglia e non la prerogativa di un altro. Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, il potere era adesso nelle mani di Collatino. I Tarquini non erano in grado di vivere da privati cittadini. Alla gente non andava a genio il nome: era un pericolo per la libertà. Si cominciò così, mettendo in giro questi argomenti per tastare lo stato d'animo del popolo. Quando poi il sospetto inizia a creare inquietudine in più parti, Bruto convoca un'assemblea generale. Lì, prima di tutto, legge ad alta voce ciò che il popolo aveva giurato, e cioè di impedire che in futuro qualcuno potesse diventare re di Roma o rappresentare una minaccia alla libertà. Era quindi un dovere morale attenersi rigorosamente a quel giuramento e non trascurare nessun dettaglio che lo potesse in qualche modo riguardare. Gli dispiaceva alludere a qualcuno di preciso e avrebbe evitato di parlare se non fosse stato per il suo attaccamento alla patria. Non era convinto che il popolo romano avesse riconquistato in pieno la libertà: la famiglia reale e il suo nome non erano soltanto in città ma addirittura al governo, e ciò rappresentava un ostacolo insormontabile per la libertà. «Sta a te,» disse, «o Lucio Tarquinio, prendere l'iniziativa e dissipare questa paura. Certo, non bisogna dimenticarselo che hai cacciato i re. Vai fino in fondo col tuo nobile gesto e porta via da Roma il loro nome. Sulle tue proprietà non metterà le mani nessuno, ti do la mia parola. Anzi, se non sono adeguate, subiranno dei ritocchi munifici. Vattene da amico. Libera la gente da questa paura, può darsi del tutto infondata, ma nell'animo di tutti vi è questo convincimento: soltanto quando il nome dei Tarquini scomparirà da Roma, la monarchia sarà solo più un ricordo.» Sulle prime il console rimase senza parole di fronte a una cosa così sbalorditiva e imprevedibile. Poi, quando stava per replicare, viene circondato dai personaggi più influenti della città i quali gli rivolgono la stessa richiesta, anche se con scarso successo emotivo. Spurio Lucrezio, invece, univa il prestigio dell'anzianità allasua posizione di suocero: perciò, quando cominciò, passando dalla supplica alla persuasione, a convincerlo di piegarsi alla volontà unanime del popolo, Collatino, temendo che allo scadere del mandato consolare si sarebbe ritirato a vita privata senza più nulla in mano e con magari l'aggiunta di qualche altra ignominiosa aggravante, rinunciò alla sua carica e abbandonò Roma dopo aver trasferito a Lavinio tutti i suoi beni. Su delibera del senato, Bruto propose al popolo un decreto che sancisse l'esilio per tutti i membri della famiglia dei Tarquini. Con l'approvazione dei comizi centuriati nominò suo collega Publio Valerio, che era stato un valido aiuto nella cacciata dei re.
>3> Pur non essendoci dubbi che fosse imminente una guerra coi Tarquini, l'attacco fu sferrato più tardi di quanto si potesse prevedere. Invece, e questo nessuno poteva prevederlo, gli intrighi e i tradimenti per poco non privarono Roma della sua libertà. Tra i giovani romani ve n'erano alcuni, di condizioni non modeste, che in epoca monarchica avevano avuto meno difficoltà a vivere in maniera sregolata e che essendo coetanei e compagni dei giovani Tarquini erano cresciuti con abitudini principesche. Quindi, ora che tutti godevano di uguali diritti, rimpiangevano la licenziosità di un tempo e si lamentavano reciprocamente che la libertà degli altri fosse diventata la loro schiavitù. Il re era un uomo dal quale si poteva ottenere un favore, lecito o illecito che fosse; c'era spazio per l'appoggio e per il beneficio; poteva passare dalla collera al perdono, ma sapeva distinguere tra amici e nemici. La legge era invece un qualcosa di sordo e inesorabile, migliore e più vantaggiosa per l'indigente che per il benestante, ma priva di flessibilità e di indulgenza quando si passava la misura. Troppo pericoloso vivere di sola innocenza, visto che l'esistenza di un uomo è tutta una debolezza. Erano già quindi di per se stessi maldisposti intimamente quando arrivarono degli inviati da Tarquinio i quali non fecero accenno al rientro ma si limitarono a reclamarne le proprietà. Il senato diede loro ascolto e poi discusse la questione per alcuni giorni: un rifiuto avrebbe costituito un buon pretesto per la guerra, mentre una risposta affermativa una forma di sussidio e di assistenza per permettergli di portare avanti la guerra stessa. Nel frattempo gli inviati si mossero in un'altra direzione: col pretesto ufficiale di reclamare le proprietà della famiglia reale, sotto sotto tramavano per restaurare la monarchia e, pur dando a vedere di compiere la loro missione, saggiavano la disposizione psicologica dei giovani nobili. A tutti quelli che sembravano interessati alla cosa consegnarono una lettera dei Tarquini e organizzarono un complotto per farli rientrare segretamente in città durante la notte.
>4> I primi a essere messi al corrente del progetto furono i fratelli Vitelli e i fratelli Aquili. La sorella dei Vitelli aveva sposato il console Bruto e da quel matrimonio eran nati due figli, Tito e Tiberio, già piuttosto grandi. Gli zii coinvolsero anche loro nel complotto, oltre ad alcuni altri giovani nobili i cui nomi si son però persi col tempo. Dato che in senato avevano nel frattempo avuto la meglio quanti sostenevano la tesi della restituzione dei beni, gli inviati ebbero un pretesto in più per trattenersi a Roma in quanto i consoli gli concessero il tempo necessario per procurarsi i carri con cui portar via ciò che apparteneva alla famiglia reale. Trascorrono tutto questo tempo in conciliaboli con i congiurati e, a forza di insistere, ne ottengono una lettera da consegnare ai Tarquini (i quali altrimenti come avrebbero potuto fidarsi ciecamente dei loro inviati visto che si trattava di una questione così delicata?). Queste lettere, destinate a essere una garanzia di affidabilità, costituirono la prova concreta del complotto criminoso. Infatti, il giorno prima che gli inviati tornassero dai Tarquini, ci fu una cena, guarda caso, proprio dai Vitelli. Lì i congiurati, dopo aver congedato gli altri invitati (potenziali testimoni), chiacchierarono a lungo ovviamente sul recente progetto. I loro discorsi furono però intercettati da uno schiavo che aveva già prima subodorato quel che stava per succedere ma aspettava il momento della consegna delle lettere agli inviati per provare la fondatezza della sua accusa con l'intercettazione delle stesse. Quando vide che la consegna era avvenuta, andò a denunciarli ai consoli. Questi si precipitarono a casa dei Vitelli dove colsero in flagrante legati e congiurati e liquidarono la cosa senza troppo rumore, facendo attenzione soprattutto che non sparissero le lettere. I traditori furono arrestati immediatamente. Quanto invece ai legati, ci fu un attimo di esitazione: poi, pur ritenendo che meritassero un trattamento da nemici, prevalse il diritto delle genti.
>5> La restituzione delle proprietà reali, già approvata in precedenza, fu di nuovo messa in discussione di fronte al senato. Questa volta l'indignazione ebbe la meglio. Si votò contro la restituzione, ma anche contro la confisca da parte dello Stato: la plebe avrebbe avuto carta bianca sulle proprietà reali, in maniera tale da rinunciare per sempre, devastandole, all'idea di far pace coi discendenti dei Tarquini. Le loro terre, situate tra Roma e il Tevere, furono consacrate a Marte e in séguito divennero il Campo Marzio. Pare che al momento ci fosse solo grano e per giunta pronto per il raccolto. Siccome mangiare il grano del Campo Marzio sarebbe stato un sacrilegio, le spighe furono tagliate con tutto lo stelo da una gran massa di persone contemporaneamente e gettate in ceste di vimini nel Tevere che scorreva a basso regime d'acqua, come sempre succede in piena estate. Così le fascine di spighe, andandosi a impigliare dove l'acqua era meno profonda, si sarebbero depositate sul fango del fondale e di lì, a poco a poco e anche grazie ai detriti di altra natura che il fiume trascina accidentalmente a valle, si sarebbe formata un'isola. In séguito, suppongo, vennero aggiunti dei terrapieni e si lavorò manualmente per innalzare il livello del terreno e metterlo in condizione di ospitare templi e portici.
Finita la devastazione delle proprietà reali, i traditori furono condannati e la loro esecuzione risultò ancora più notevole in quanto la carica di console costrinse il padre al compito ingrato di infliggere la condanna ai propri figli; infatti, mentre proprio Bruto avrebbe dovuto essere la persona esentata dall'assistere al loro supplizio, la fatalità della sorte lo designò invece come esecutore ultimo della pena. Legati al palo c'erano dei giovani tra i più nobili di Roma; ma gli altri, come se fossero stati delle persone qualunque, non attiravano minimamente l'attenzione: tutti avevano occhi soltanto per i figli del console e ne compativano la pena non meno del reato per cui l'avevano meritata. Proprio quello stesso anno che la patria aveva riconquistato la libertà e per merito del loro padre, lo stesso anno che il consolato era stato inaugurato dalla famiglia Giunia, quei giovani avevano avuto il coraggio di tradire senatori, plebe e tutto ciò che era romano in cielo e in terra, nonché di consegnare ogni cosa in mano a colui che prima era stato un re tirannico e che adesso rimaneva un nemico in esilio. I consoli presero posto sui loro seggi e diedero ordine ai littori di eseguire la sentenza. I colpevoli, completamente nudi, vennero flagellati con verghe e poi decapitati. Per l'intero corso dell'esecuzione gli occhi di tutti rimasero puntati sull'espressione del padre, sul cui volto di occasione per l'ufficialità della carica era segnato nettissimo il dolore paterno. A fine esecuzione, perché l'esempio potesse essere un deterrente doppiamente efficace nello scoraggiare il crimine, allo schiavo autore della denuncia venne assegnato un premio in denaro a spese dello Stato nonché concesse l'affrancatura e la cittadinanza. Si dice che egli fu il primo a essere liberato con la #vindicta# e addirittura c'è chi sostiene che l'etimologia di questo termine sia da ricondurre al nome di quello schiavo (che affermano si chiamasse Vindicio). Sta di fatto che, dopo di lui, divenne una prassi costante considerare cittadini a tutti gli effetti quanti venivano liberati con quel tipo di affrancatura.
>6> Quando Tarquinio venne a sapere com'erano andate le cose, non riuscì a contenere lo sconforto sia per il crollo di tutte le sue speranze sia per l'odio e la bile. Vedendo che la strada del piano doloso era completamente sbarrata, allora decise di ricorrere alla guerra aperta e cominciò ad andare in giro a supplicare le città etrusche dei dintorni, in particolar modo Tarquinia e Veio. Ricordava loro che era un etrusco anche lui con lo stesso sangue nelle vene, e li implorava che non lasciassero morire di fronte ai loro occhi i suoi figli e lui stesso, ora povero ma un tempo arrivato al massimo della potenza. Altri erano stati chiamati a regnare a Roma: lui, invece, quando era già sul trono e aveva ingrandito l'impero con le sue conquiste, era stato cacciato a séguito di un infame complotto ordito dai suoi parenti. Questi ultimi poi, vedendo che in città non c'era uno solo degno di diventare re, avevano messo le mani sul potere spartendoselo tra di loro e, perché nessuno rimanesse estraneo alla razzia, avevano consegnato i suoi beni in mano alla plebe che ne facesse scempio. Il suo unico desiderio era riprendersi terra e scettro e punire l'ingratitudine dei suoi sudditi. Quindi che lo aiutassero e lo assistessero. A loro volta si sarebbero vendicati degli affronti di un tempo, delle tante disfatte patite in battaglia e di tutta la terra perduta. Questi argomenti toccarono i Veienti e ciascuno per parte sua gridava in tono minaccioso che almeno agli ordini di un romano bisognava vendicare le umiliazioni subite e riprendersi quel che si era perso in guerra. A Tarquinia, invece, fanno presa il nome e la parentela: li attirava l'idea che a Roma regnasse uno dei loro.
Così due città e due eserciti seguirono Tarquinio con l'intento di riconquistargli il regno e di vendicarsi militarmente dei Romani. Quando entrarono in territorio romano, i consoli avanzarono contro il nemico: Valerio guidava la fanteria disposta in ordine compatto mentre Bruto lo precedeva in esplorazione con la cavalleria. Anche nell'armata nemica il primo corpo era la fanteria, agli ordini di Arrunte Tarquinio figlio del re. Questi era dietro col resto delle truppe. Arrunte, individuando da lontano prima i littori, capì che il console era lì nei pressi. Poi, quando avvicinandosi riconobbe senza orma di dubbio i lineamenti di Bruto, infiammato dalla rabbia, urlò: «Ecco laggiù l'uomo che ci ha cacciati dalla terra in cui siamo nati. È proprio lui. Guardatelo come avanza tronfio delle nostre insegne! O dèi che vendicate i re, assisteteci!» Sprona il cavallo e si butta a testa bassa dritto contro il console. Bruto allora si sentì minacciato. Dato però che in quel tempo era motivo d'orgoglio per i comandanti buttarsi nella mischia in prima persona, Bruto per questo accetta la sfida senza pensarci un attimo. I due si scontrarono con un accanimento incredibile, preoccupandosi soltanto di colpire l'avversario e non di schivarne i colpi. Così, trafitti l'uno e l'altro dall'asta dell'avversario passata attraverso lo scudo, furono sbalzati da cavallo e franarono a terra in fin di vita. Nello stesso istante ebbe inizio anche lo scontro tra il resto delle due cavallerie e poco dopo toccò alle fanterie scendere in campo. Si combatté con alterno successo e l'esito della battaglia rimase legato a un filo. L'ala destra di entrambi gli schieramenti aveva la meglio, mentre la sinistra cedeva. I Veienti, abituati alla sconfitta con le truppe romane, furono sbaragliati e dispersi, I Tarquini, invece, avversario nuovo e sconosciuto, non si limitarono a reggere bene l'urto ma riuscirono anche a respingere quella parte dell'esercito romano che si trovava nel loro settore.
>7> Nonostante l'andamento incerto della battaglia, Tarquinio e gli Etruschi furono presi da un panico tale che abbandonarono l'impresa senza portarla a compimento e quella stessa notte entrambi gli eserciti, il veiente e il tarquiniense, se ne tornarono nei loro paesi. Il racconto di questa battaglia contiene anche del prodigioso: nel silenzio della notte successiva pare si sia sentita una voce proveniente dalla selva Arsia e identificata con quella del dio Silvano, la quale avrebbe detto: «Gli Etruschi hanno perso un uomo in più in battaglia, quindi la vittoria della guerra va ai Romani.» A ogni modo i Romani se ne andarono da vincitori, gli Etruschi da vinti. Infatti, quando alle prime luci del giorno non ci fu più l'ombra di un nemico in vista, il console Publio Valerio raccolse le spoglie e fece rientro a Roma in trionfo. Celebrò il funerale del collega nella maniera più sontuosa possibile per l'epoca. Quel che però fu ben più clamoroso per la sua memoria fu il lutto civile e, all'interno di esso, il fatto che le donne di Roma lo piansero per un anno, come se fosse stato un padre, per l'accanimento che aveva mostrato nel vendicare l'oltraggio alla castità femminile.
In séguito, il console sopravvissuto alla battaglia, vittima della volubilità del volgo, vide crollare la propria popolarità nell'avversione e fu oggetto di sospetti e accuse abominevoli. Si vociferava che aspirasse a diventare re perché non aveva sostituito Bruto con un un nuovo collega e perché si stava facendo costruire una casa in cima alla Velia, una collina naturalmente fortificata che, così si diceva, sarebbe diventata per lui una rocca inespugnabile. Queste calunnie del popolino, cui si dava credito nonostante fossero infondate, esacerbarono il console che, convocata un'assemblea generale, salì sulla tribuna dopo aver fatto abbassare i fasci. Per la gente fu uno spettacolo graditissimo vedere abbassati davanti a lei i simboli del potere, a indicare esplicitamente che la maestà e l'autorità del popolo erano superiori a quelle del console. Quindi, dopo aver richiesto l'attenzione dell'uditorio, il console lodò la buona sorte del collega che, dopo aver liberato la patria ed esserne assurto ai sommi onori, era morto in battaglia per la repubblica, nel pieno della gloria e prima che questa potesse degenerare in impopolarità. Lui, sopravvivendo alla sua stessa gloria, adesso passava da una calunnia all'altra e da liberatore della patria era stato declassato al rango degli Aquili e dei Vitelli. «Sarà dunque mai possibile che con voi la virtù non finisca nel fango dell'oltraggio? Dovrei temere di essere accusato di aspirare al trono io, il nemico più acerrimo della monarchia? Anche se andassi ad abitare addirittura sulla rocca del Campidoglio, dovrei credere di incutere timore nei miei concittadini? Possibile che una banalità del genere riesca a rovinare la mia reputazione presso di voi? La vostra fiducia poggia su fondamenti così fragili che la collocazione della mia casa conta di più della mia persona? E sia: la casa di Publio Valerio non sarà una minaccia alla vostra libertà, o Quiriti: non abbiate paura per la Velia. Mi sposterò in pianura, anzi no, ai piedi di un colle in modo di abitare sotto di voi visto che sono un cittadino sospetto. Sulla Velia ci costruisca chi può dare maggiore affidamento per la libertà di quanto non ne offra Publio Valerio.» Fece subio spostare tutti i materiali tra la Velia e il punto dove oggi sorge il tempio di Vica Pota e lì, ai piedi del pendio, venne costruita la casa.
>8> In séguito furono presentate delle leggi che non solo affrancarono il console dal sospetto di voler restaurare la monarchia, ma che al contrario ebbero anche un effetto tale da renderlo addirittura popolare e da meritargli il soprannome di Publicola. Tra tutte le proposte, quella che permetteva di appellarsi contro un magistrato in presenza del popolo e quella che autorizzava l'anatema contro la persona e i beni di chiunque avesse nutrito aspirazioni monarchiche ebbero un'accoglienza particolarmente calorosa da parte del volgo. Dopo aver fatto passare queste leggi da solo (per non spartirne il merito con nessun altro), allora finalmente bandì delle elezioni per rimpiazzare il collega morto. Venne eletto console Spurio Lucrezio, il quale, troppo avanti negli anni per tenere testa ai molti compiti dell'ufficio, morì pochi giorni dopo. Lo si sostituì quindi con Marco Orazio Pulvillo. Vedo però che alcuni storici antichi non menzionano il consolato di Lucrezio e indicano in Orazio l'immediato successore di Bruto. Ho l'impressione che del mandato di Lucrezio se ne perse memoria perché durante quel periodo non successe nulla di importante.
Il tempio di Giove sul Campidoglio non era ancora stato dedicato. I consoli Valerio e Orazio tirarono a sorte chi avrebbe dovuto assumersi quell'incarico. Uscì il nome di Orazio e Publicola partì per una campagna contro i Veienti. Che la consacrazione di un tempio così famoso fosse toccata a Orazio irritò oltremisura i parenti di Valerio che cercarono in tutti i modi di ostacolarla. Esaurita ogni risorsa, quando ormai il console aveva già la mano sul montante della porta ed era nel pieno della sua invocazione alle divinità, essi interruppero la cerimonia gridando l'agghiacciante notizia che Orazio aveva perso un figlio e che il padre di un morto non era nelle condizioni di consacrare un tempio. Se egli abbia reagito non dando credito alla cosa o dimostrando grande forza d'animo, non lo sappiamo con certezza né è facile fare delle congetture al riguardo. Sta di fatto che, senza lasciarsi distogliere dalla notizia se non per dare ordine di seppellire il cadavere, tenendo la mano sul montante, completò l'invocazione e consacrò il tempio.
Furono questi gli avvenimenti politici e militari del primo anno di regime repubblicano.
>9> I consoli di quello successivo furono Publio Valerio (per la seconda volta) e Tito Lucrezio. In quel tempo i Tarquini si erano rifugiati presso Larte Porsenna, re di Chiusi. Là, in un misto di consigli e suppliche, lo pregavano di non lasciar stentare nell'indigenza dell'esilio gente ch'era di origine etrusca e aveva nelle vene il sangue della sua stessa razza, oppure, a seconda dei giorni, lo invitavano anche a sopprimere sul nascere la recente moda di detronizzare i re. La libertà era già abbastanza allettante di per se stessa. Se i re non difendevano i loro regni con la stessa forza con cui i sudditi cercavano di ottenere la libertà, non ci sarebbe più stata differenza tra l'alto e il basso, e gli Stati non avrebbero più avuto quel qualcosa di superiore capace di svettare al di sopra di tutto il resto. Sarebbe stata la fine della monarchia, l'istituzione più bella mai vista da uomini e dèi. Porsenna, pensando che sarebbe stato meglio per gli Etruschi se a Roma ci fosse non solo un re, ma un re di sangue etrusco, marciò su Roma con le sue truppe. Mai prima il senato aveva provato un panico simile, tante erano allora la potenza di Chiusi e la fama di Porsenna. E non temeva soltanto i nemici, ma gli stessi concittadini, perché la plebe romana, in preda al terrore, avrebbe potuto riammettere in città i re e accettarne il giogo, pur di avere la pace. Proprio in quell'occasione il senato fece di tutto per dimostrarsi attento alle esigenze della plebe: prima di ogni altra cosa si ebbe particolare cura dell'annona e vennero spediti degli emissari tanto ai Volsci quanto a Cuma con l'obiettivo di procurare frumento. E ancora, il commercio del sale, il cui prezzo era salito alle stelle, fu tolto ai privati e divenne monopolio di stato. La plebe godette dell'esonero dai dazi e dai tributi e le classi abbienti dovettero provvedere a quest'onere fiscale nella misura in cui erano in grado di farlo: i poveri bastava pagassero allevando i figli. Questa liberalità dei senatori, quando poi arrvarono i tempi duri dell'assedio e della fame, riuscì a creare un'unione tale tra le classi che il nome del re suscitò la stessa paura nei cittadini di bassa e di alta estrazione, e in séguito nessuno divenne tanto popolare grazie agli espedienti della demagogia, quanto lo fu l'intero senato per l'accorta moderazione del suo operato.
>10> Quando apparvero i nemici ci fu un fuggi fuggi generale dalle campagne a Roma e Roma stessa fu munita di presidi armati. Certe zone davan l'impressione di esser sicure per via delle fortificazioni, altre per l'ostacolo costituito dal Tevere. Il ponte Sublicio però avrebbe quasi offerto una breccia al nemico, se non fosse stato per un uomo solo, Orazio Coclite, il quale in quel giorno fece da sostegno alle sorti di Roma. Destinato per caso alla guardia del ponte, vide che i nemici si erano impossessati del Gianicolo con un attacco a sorpresa e da quel punto stavano correndo giù a rotta di collo, mentre i suoi compagni, in preda al panico più totale, rompevano le righe e buttavano le armi. Allora, trattenendoli uno per uno, bloccando loro la strada e chiamando a testimoni gli uomini e gli dèi, urlava che era inutile che fuggissero dopo aver abbandonato i loro posti: in un attimo sul Palatino e sul Campidoglio ci sarebbero stati più nemici che sul Gianicolo, se si fossero lasciati alle spalle il ponte incustodito. Così li esorta e li spinge a distruggerlo col ferro, col fuoco o con qualsiasi altro mezzo a loro disposizione: avrebbe retto lui l'urto dei nemici, nei limiti del possibile per un corpo solo. Quindi avanza a grandi passi verso l'ingresso del ponte, facendosi notare in mezzo alle schiere dei compagni che rinunciavano a scontrarsi e sbalordendo gli Etruschi con l'incredibile coraggio che dimostrava nell'affrontarli armi alla mano. Trattenuti dal senso dell'onore due restarono con lui: si trattava di Spurio Larcio e Tito Erminio, entrambi nobili per la nascita e per le imprese compiute. Fu con loro che egli sostenne per qualche tempo la prima pericolosissima ondata di Etruschi e le fasi più accese dello scontro. Poi, quando rimase in piedi solo un pezzo di ponte e quelli che lo stavano demolendo gli urlavano di ripiegare, costrinse anche loro a mettersi in salvo. Quindi, lanciando occhiate di fuoco ai capi etruschi, passava dallo sfidarli singolarmente a duello ad accusarli tutti insieme di essere schiavi dell'arroganza monarchica e di esser venuti a minacciare la libertà altrui senza pensare alla propria. Essi allora ebbero un attimo di incertezza, e si guardarono l'uno l'altro prima di attaccare. Poi, spinti dalla vergogna, si buttarono tutti insieme all'assalto e gridando a gran voce concentrarono i loro tiri contro quell'unico nemico. Ma Orazio riuscì a ripararsi con lo scudo da tutti i colpi e non si mosse di un centimetro dalla sua posizione di difesa a oltranza del ponte e quando gli Etruschi erano ormai sul punto di travolgerlo per farsi strada, il fragore del ponte che andava in pezzi e insieme l'esplosione di gioia dei Romani per aver portato rapidamente a termine l'operazione li spaventarono e ne contennero l'urto. In quel preciso momento Coclite gridò: «O padre Tiberino, io ti prego solennemente, accogli benigno nella tua corrente questo soldato con le sue armi!» Detto questo, si tuffò nel Tevere armato di tutto punto e sotto una pioggia fittissima di frecce arrivò indenne a nuoto fino dai suoi compagni, protagonista di una impresa destinata ad avere presso i posteri più fama che credito. Lo Stato ricompensò il suo eroismo con una statua in pieno comizio e con la concessione di tutta la terra che fosse riuscito ad arare nello spazio di un giorno. Accanto agli onori ufficiali ci furono anche manifestazioni di gratitudine da parte dei privati: infatti, nonostante il periodo di grande carestia, ogni cittadino, in proporzione alle proprie disponibilità, si privò di parte della sua razione di viveri per fargliene dono.
>11> Porsenna, respinto al primo attacco, modificò la sua strategia, passando dall'idea dell'assalto a quella dell'assedio. Piazzò una guarnigione armata sul Gianicolo e si accampò in pianura lungo le rive del Tevere. Quindi, mettendo insieme una flottiglia con le imbarcazioni reperibili nei dintorni, la impiegò per un blocco alle importazioni di grano a Roma e per permettere ai suoi uomini di compiere di tanto in tanto delle razzie, in questo o quel punto, dall'altra parte del fiume. In un breve lasso di tempo rese ogni zona della campagna romana così insicura che i contadini dovettero ricoverare all'interno delle mura non solo tutto ciò che avevano nei campi, ma anche il bestiame che nessuno più osava portare al pascolo fuori città. Tutta questa libertà concessa agli Etruschi non era tanto il risultato della paura quanto di un preciso disegno. Infatti il console Valerio, in attesa dell'occasione propizia per assalire di sorpresa un numero consistente di nemici quando questi fossero stati sparpagliati, lasciava correre le aggressioni di poco conto e si riservava una vendetta in grande per circostanze ben più significative. Così, per attirare i razziatori, con un bando fece ordinare ai suoi di uscire in massa con le greggi, il giorno successivo, dalla porta Esquilina (la più distante dalle posizioni nemiche), persuaso che gli Etruschi l'avrebbero sùbito saputo perché l'assedio e la carestia spingevano gli schiavi infedeli alla diserzione. E infatti fu da un disertore che lo vennero a sapere e così guadarono il Tevere in molti più del solito, sperando in un ricco bottino. Publio Valerio ordina allora a Tito Erminio di appostarsi con un modesto contingente sulla via Gabinia a due miglia da Roma; a Spurio Larcio, invece, di andare alla porta Collina con un corpo di giovani fanti armati alla leggera e di attendere il passaggio dei nemici per poi tagliare loro la via della ritirata facendo da diaframma tra essi e il fiume. Dei due consoli, Tito Lucrezio uscì dalla porta Nevia con alcuni manipoli, mentre Valerio guidò personalmente sul monte Celio delle truppe scelte che per prime sarebbero state viste dal nemico. Appena Erminio capì che lo scontro era iniziato, uscì dal suo nascondiglio e piombò sulle retrovie degli Etruschi che invece erano rivolti nella direzione di Lucrezio. A sinistra, dalla porta Collina, e a destra, da quella Nevia, gli rispose un coro di voci: i predatori furono circondati e fatti a pezzi, inferiori com'erano di numero ai Romani e oltretutto tagliati fuori da ogni possibile ritirata. Questo episodiosegnò la fine delle scorribande etrusche.
>12> L'assedio non era certo meno pressante, il frumento caro e scarso e Porsenna, insistendo con la sua tattica, nutriva speranze di espugnare Roma. Intanto, Caio Muzio, giovane di nobile famiglia, non poteva sopportare che il suo popolo, mai assediato da potenze straniere durante il periodo di schiavitù monarchica, una volta libero dovesse ora essere schiacciato dentro le mura dagli Etruschi che, in campo militare, con Roma avevano conosciuto solo sconfitte. Determinato a vendicare l'indegna situazione in atto con un qualche gesto audace, sulle prime decise, senza consultare nessuno, di penetrare nell'accampamento nemico. Ma in séguito, temendo che una missione priva dell'autorizzazione consolare e ignorata da tutti avrebbe potuto costargli l'arresto per diserzione se le sentinelle romane lo avessero sorpreso (accusa peraltro molto verisimile dati i tempi e il luogo), comparì di fronte al senato e disse: «Senatori, vorrei attraversare il Tevere e penetrare, se possibile, nell'accampamento nemico, ma non per fare razzia e ripagare il vandalismo con la stessa moneta. No, con l'aiuto degli dèi ho in mente qualcosa di più grande.» I senatori approvano e Muzio parte con una spada nascosta sotto la veste. Arrivato all'accampamento etrusco, si mescola nel fitto della folla di fronte al palco del re. Casualmente era giorno di paga per i soldati e c'era uno scrivano, seduto accanto al re e vestito press'a poco come lui, al quale si rivolgevano quasi tutti i soldati e che era estremamente affaccendato. Siccome Muzio non voleva chiedere quale dei due fosse Porsenna (perché ignorando una cosa del genere si sarebbe smascherato), si affidò alla sorte e sgozzò lo scrivano al posto del re. Poi si dileguò, facendosi largo con la spada insanguinata in mezzo alla folla in preda al panico. Appena però la gente cominciò a gridare all'impazzata, arrivarono da ogni parte le guardie reali e, dopo averlo catturato, lo portarono di fronte al palco del re. E lì, pur trattandosi di un situazione rischiosissima e continuando più a incutere paura che ad averne, disse: «Sono romano e il mio nome è Caio Muzio. Volevo uccidere un nemico da nemico, e morire non mi fa più paura di uccidere. Il coraggio nellagire e nel soffrire è cosa da Romani. E io non sono il solo ad avere questi sentimenti nei tuoi confronti: dopo di me è lunga la lista dei nomi di quelli che vorrebbero avere questo onore. Perciò, da oggi in poi, se ci tieni alla vita, prepàrati a difenderla a ogni ora del giorno e abìtuati all'idea di un nemico armato fin nel vestibolo della reggia. Questa è la guerra che la gioventù romana ti dichiara: niente scontri, niente battaglie, non temere. Sarà soltanto una cosa tra te e uno di noi.» Poiché il re, insieme furibondo e terrorizzato dal pericolo corso, minacciava di ordinare che lo mandassero al rogo se non si sbrigava a chiarire tutta quella serie di oscure minacce nei suoi confronti, Muzio esclamò: «Attento! Questo è il valore che dà al corpo chi aspira a una grande gloria!» E così dicendo infila la mano destra in un braciere acceso per un sacrificio e la lascia bruciare come se fosse stato privo di sensazioni. Il re allora, sbalordito dall'episodio senza precedenti, dopo essersi alzato di scatto dal suo scanno e aver fatto allontanare il giovane dall'altare, disse: «Vattene, sei libero: sei riuscito a infierire contro la tua persona più di quanto tu non abbia fatto con la mia. Onorerei il tuo coraggio se fosse al servizio del mio paese. Dato che le cose non stanno così, ti risparmio la corte marziale e ti lascio libero senza che ti si torca un capello.» Allora Muzio, quasi per ricambiarne la generosità, disse: «Visto che stimi il coraggio, ti dirò quel che non mi hai strappato con la minaccia: abbiamo giurato in trecento, il meglio della gioventù romana, di attentare alla tua vita in questo modo. Io sono stato sorteggiato per primo. Gli altri, qualunque sia la sorte di quelli che li hanno preceduti, faranno lo stesso, ciascuno quando sarà il suo turno, fino al giorno in cui il destino non ti esporrà ai nostri colpi.»
>13> Il rilascio di Muzio, poi soprannominato Scevola per la perdita della mano destra, fu seguito dall'invio di ambasciatori a Roma da parte di Porsenna. Il primo pericolo corso, ed evitato solo per un errore del sicario, e l'idea di dover affrontare la stessa situazione un numero di volte pari a quello dei futuri aggressori, lo avevano scosso al punto da arrivare a offrire spontaneamente la pace ai Romani. Tra le clausole della proposta c'era quella concernente la restaurazione dei Tarquini sul trono: pur sapendo che sarebbe stata un buco nell'acqua, Porsenna la avanzò, più perché non se la sentiva di dire di no ai Tarquini piuttosto che per ignoranza del sicuro rifiuto da parte romana. Ottenne invece la restituzione ai Veienti del loro territorio. Quanto ai Romani, dovevano consegnare degli ostaggi, se volevano che venisse ritirata la guarnigione armata dal Gianicolo. Conclusa la pace a queste condizioni, Porsenna ritirò le sue truppe dal Gianicolo e abbandonò il territorio romano. Per ricompensare il coraggio dimostrato, i senatori fecero dono a Caio Muzio di un terreno al di là del Tevere che in séguito prese il nome di Prati Muzi. Questi onori resi alle virtù virili spinsero anche le donne ad atti di patriottismo. Così, una ragazza di nome Clelia, cui era toccato di trovarsi nel numero degli ostaggi, siccome l'accampamento etrusco era situato casualmente vicino alla riva del Tevere, riuscì a sfuggire alle sentinelle, e, con al séguito un gruppo di coetanee, attraversò a nuoto il fiume sotto una pioggia di frecce, e le ricondusse sane e salve ai parenti in città. Appena il re lo venne a sapere, montò su tutte le furie e in un primo tempo mandò degli ambasciatori a Roma per chiedere la restituzione dell'ostaggio Clelia, senza preoccuparsi troppo di tutte le altre ragazze. Poi però, passato dalla collera all'ammirazione, disse che un'impresa del genere superava quelle dei Cocliti e dei Muzi e che il rifiuto di restituire l'ostaggio sarebbe stato considerato una violazione del trattato. Se invece gliel'avessero consegnata lui l'avrebbe restituita ai suoi senza farle alcun male. Entrambe le parti mantennero la parola: i Romani riconsegnarono il pegno di pace, come previsto dal trattato, e il re etrusco non solo protesse la ragazza, ma ne onorò il coraggio con questa forma di riconoscimento: le avrebbe donato parte degli ostaggi e lei stessa poteva scegliere quali portarsi con sé. Quando li ebbe tutti davanti, pare che abbia preferito gli adolescenti, sia perché la scelta era più in sintoni con la sua età, sia perché avrebbe probabilmente avuto l'approvazione degli ostaggi stessi, in quanto la cosa migliore era togliere al nemico chi si trovava nell'età maggiormente esposta a possibili rischi. Una volta ristabilita la pace, i Romani immortalarono quell'atto di coraggio nuovo in una donna con un onore anch'esso nuovo: in cima alla Via Sacra le fu dedicata una statua equestre che rappresentava una ragazza in groppa a un cavallo.
>14> Questa ritirata così pacifica degli Etruschi da Roma stride con l'usanza, giunta insieme ad altre fino ai giorni nostri dai tempi antichi, di «mettere in vendita i beni di Porsenna». È giocoforza che una pratica simile sia nata durante la guerra e poi sia stata mantenuta in tempo di pace, oppure abbia avuto origine a séguito di qualche episodio meno cruento dell'aggiudicazione dei beni tolti in guerra al nemico, cui la formula fa esplicito riferimento. La versione più verisimile tra quelle tramandate è questa: quando Porsenna evacuò il Gianicolo, abbandonò il suo accampamento ricco di vettovaglie provenienti dalla vicina e fertile campagna etrusca, e ne fece dono ai Romani, ridotti alla fame dal lungo assedio. Tutto quanto c'era fu venduto per evitare che il popolo lo razziasse come si razzia una terra nemica. Il nome che toccò a quegli oggetti -«beni di Porsenna» - fu più dovuto alla riconoscenza per il dono che a un'asta delle proprietà reali (le quali, per altro, non appartenevano neppure al popolo romano).
Abbandonata la guerra con Roma, Porsenna, per non dare l'idea di aver portato le sue truppe invano in quella zona, invia il figlio Arrunte ad assediare Aricia con parte dell'esercito. Sulle prime l'attacco senza preavviso paralizzò gli abitanti di Aricia. Poi però, ricevuti rinforzi dalle tribù latine e da Cuma, acquisirono una tale fiducia nei propri mezzi che osavano affrontare il nemico in campo aperto. Lo scontro era soltanto agli inizi quando gli Etruschi sferrarono un attacco talmente poderoso da sbaragliare gli Aricini al primo vero urto. Le coorti venute da Cuma, opponendo la tattica alla forza bruta, operarono un lieve scarto laterale e si lasciarono superare dai nemici che avanzavano disordinatamente; quindi, tornando sui propri passi, li assalirono alle spalle. Così gli Etruschi, rimasti presi tra due fuochi, furono fatti a pezzi nonostante ormai avessero quasi in mano la vittoria. I pochissimi superstiti, privi del loro comandante e di un qualsiasi rifugio più vicino, si trascinarono fino a Roma, disarmati e nelle condizioni e nell'aspetto tipici dei supplici. Furono accolti benignamente e ospitati qua e là presso privati. Una volta rimessisi in sesto, alcuni tornarono a casa e riferirono l'accoglienza fraterna ricevuta. Molti invece rimasero a Roma, per l'affetto che li legava alla città e ai loro ospiti. Il quartiere, che venne loro assegnato perché vi abitassero, in séguito prese il nome di Vico Etrusco.
>15> Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola furono quindi eletti consoli. Quell'anno Porsenna fece l'ultimo tentativo diplomatico per restaurare i Tarquini sul trono. Poiché il senato rispose ai legati che avrebbe mandato un'ambasceria al re, furono subito inviati i senatori più eminenti. Non perché fosse difficile dare una risposta concisa («Niente re a Roma»), ma piuttosto perché era meglio che una delegazione del senato la desse a lui personalmente piuttosto che ai suoi legati a Roma. Con una mossa del genere l'annosa questione non si sarebbe più presentata, né si sarebbe corso il rischio di rovinare i buoni rapporti tra i due popoli con un'irritazione reciproca. Irritazione per altro giustificatissima in quanto Porsenna chiedeva qualcosa di lesivo della libertà romana, mentre i Romani, a meno di fare dell'aperto autolesionismo, dovevano dire di no alla richiesta di un uomo cui non avrebbero voluto negare nulla. A Roma il tempo dei re era finito: ora c'era la libertà repubblicana. Perciò si era deciso di aprire le porte ai propri nemici piuttosto che ai re. Questo era il voto unanime di tutti: la fine della libertà sarebbe stata anche la fine di Roma. Se quindi gli stava a cuore il bene di Roma, lo pregavano di non calpestare la loro libertà. Vinto dal senso del rispetto, il re rispose: «Siccome vi vedo assolutamente irremovibili, non vi importunerò più su una questione senza vie d'uscita né illuderò più i Tarquini con la speranza di un aiuto che non è in mio potere garantirgli. Qualunque siano le loro intenzioni, risolvere il problema con la guerra o con la diplomazia, dovranno cercarsi un'altra sede per il loro esilio, in modo che nulla possa incrinare i nostri rapporti.» Le sue parole furono seguite da ulteriori dimostrazioni di amicizia: restituì gli ultimi ostaggi e il territorio di Veio avuto a séguito del trattato stipulato sul Gianicolo. Tarquinio, invece, persa ogni speranza di poter rientrare, si ritirò in esilio a Tuscolo, presso il genero Ottavio Mamilio. Così, tra i Romani e Porsenna la pace non ebbe più ostacoli.
>16> Consoli Marco Valerio e Publio Postumio. Quell'anno si combatté con successo contro i Sabini e i due consoli ottennero il trionfo. Poi i Sabini si prepararono a una guerra di ben altre proporzioni. Per fronteggiare questo pericolo e per evitare altre imprevedibili minacce da parte degli abitanti di Tuscolo, i quali, pur senza aver dichiarato guerra sembrava avessero tutte le intenzioni di farlo, furono eletti consoli Publio Valerio, per la quarta volta, e Tito Lucrezio, alla sua seconda esperienza. In campo sabino, tra gli interventisti e i fautori della pace, esplose un contrasto e una buona parte di loro passò ai Romani. Infatti, Azio Clauso, in séguito conosciuto a Roma come Appio Claudio, capo del partito della pace, piegato dalle turbolenze degli interventisti e incapace di opporvi una qualche resistenza, abbandonò Inregillo e con un gruppo consistente di clienti si venne a stabilire a Roma. A loro fu concessa la cittadinanza e un appezzamento di terreno al di là dell'Aniene. In questa sede formarono quella che in séguito, grazie all'immissione di nuovi membri, venne chiamata la «vecchia tribù claudia». Appio, accolto in senato, in breve tempo ne divenne uno dei membri più autorevoli. I consoli guidarono una campagna militare in territorio sabino, e tanto le devastazioni prima, quanto poi le disfatte inflitte in campo aperto al nemico furono così clamorose da rassicurare del tutto circa possibili future ribellioni in quella zona. A fine campagna i consoli tornarono a Roma in trionfo.
L'anno successivo, durante il consolato di Menenio Agrippa e Publio Postumio, morì Publio Valerio, universalmente considerato il migliore degli strateghi e degli statisti. Pur avendo raggiunto il massimo degli onori, era così povero da non potersi pagare nemmeno il funerale che fu celebrato a spese dello Stato. Le donne lo piansero come avevano pianto Bruto. Quello stesso anno, due colonie latine, Pomezia e Cora, defezionano passando dalla parte degli Aurunci. Fu subito guerra. Dopo la disfatta di un ingente esercito aurunco andato ad affrontare con determinazione le truppe consolari che ne avevano invaso il territorio, l'intero conflitto si concentrò su Pomezia. Non ci fu un attimo di requie né prima né durante la battaglia. Il numero dei caduti superò di gran lunga quello dei prigionieri. E questi ultimi vennero passati per le armi senza troppe sottigliezze. Nessuna pietà nemmeno per i trecento ostaggi che erano stati consegnati. Anche quell'anno Roma vide un trionfo.
>17> I consoli dell'anno successivo, Opitro Virginio e Spurio Cassio, tentarono di conquistare Pomezia prima con la forza e poi con delle vigne e con altri mezzi d'assalto. Durante l'assedio subirono un attacco degli Aurunci, i quali, spinti più dall'implacabilità dell'odio che da una qualche speranza di sfruttare favorevolmente l'occasione, li assalirono armati quasi tutti di tizzoni ardenti al posto delle spade e seminarono morte e incendi dappertutto. Diedero fuoco alle vigne, ferirono e uccisero molti nemici, e addirittura uno dei consoli - anche se nelle fonti non si specifica quale dei due - fu disarcionato, ferito gravemente e per poco non perse la vita. Dopo quella disfatta si fece ritorno a Roma. Moltissimi i feriti rimpatriati e con loro anche il console, sospeso tra la vita e la morte. Non molto tempo dopo - quanto ci volle per curare le ferite e rimettere in sesto i ranghi dell'esercito -, si tornò all'attacco di Pomezia, con più rabbia e determinazione e con un'armata più consistente. Avevano già riattato le vigne e le altre apparecchiature e gli uomini stavano per fare breccia nelle mura, quando la città si arrese. Per gli Aurunci non ci fu nessuna pietà: nonostante la resa, subirono la stessa sorte che sarebbe toccata loro se la città fosse caduta a séguito di un assalto. I personaggi più in vista furono decapitati, mentre il resto dei coloni vennero venduti come schiavi. La città fu rasa al suolo e la terra messa all'incanto. I consoli ebbero il trionfo più per aver vendicato implacabilmente gli affronti subiti che per l'importanza del successo ottenuto in guerra. |#[continua]#|
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|#[LIBRO II, 2]#|
>18> L'anno successivo ebbe come consoli Postumio Cominio e Tito Largio. Durante la celebrazione dei giochi a Roma, dato che un gruppo di giovani sabini infoiati cercò di portarsi via delle prostitute, ci fu subito un assembramento di uomini e scoppiò una rissa così simile a una battaglia vera e propria da dar l'impressione di non essere un episodio insignificante bensì una minaccia di riapertura delle ostilità. Ma il pericolo di una nuova guerra coi Latini non era il solo allarme: infatti si sapeva ormai per certo che trenta città latine, istigate da Ottavio Mamilio, avevano formato una coalizione. La tensione generale dovuta a queste cupe notizie portò a suggerire per la prima volta la nomina di un dittatore. Circa l'anno e il nome dei consoli sospettati di essere «filotarquiniani» (si parla anche di questo) non c'è accordo tra le fonti, né si sa con certezza chi sia stato il primo dittatore. Tuttavia vedo che gli storici più antichi parlano di Tito Larcio come primo dittatore e di Spurio Cassio come maestro di cavalleria. Si propendeva per gli ex consoli: così prevedeva la legge presentata sull'elezione del dittatore. Proprio per questo motivo tendo personalmente a credere che come moderatore e mentore dei consoli venne scelto Larcio che era un ex console e non tanto Manio Valerio, figlio di Marco e nipote di Voleso, il quale console non lo era ancora stato. Se poi avessero voluto scegliere il dittatore proprio da quella famiglia, avrebbero dovuto nominare suo padre, Marco Valerio, uomo di specchiata virtù ed ex console.
Dopo l'elezione del primo dittatore della storia di Roma, quando la gente lo vide preceduto dalle scuri, provò una paura tale da obbedire con più zelo alla sua parola. Infatti non era più possibile, come nel caso dei consoli, i quali dividevano equamente il potere, ricorrere o appellarsi al collega, né esisteva altra forma di comportamento che l'obbedienza scrupolosa. Anche i Sabini furono presi dal panico quando seppero che a Roma era stato nominato un dittatore, tanto più perché credevano fosse stato nominato per causa loro. Quindi inviarono ambasciatori con proposte di pace. Quando questi chiesero al dittatore e al senato di perdonare l'errore commesso da dei giovani, fu loro risposto che ai giovani si poteva perdonare, ma non a degli adulti che continuavano a fomentare una guerra dopo l'altra. Tuttavia, si intavolarono trattative: la pace sarebbe stata garantita se i Sabini avessero acconsentito a indennizzare Roma per le spese di preparazione della guerra; questa fu la richiesta. Fu dichiarata guerra, ma un tacito accordo mantenne la pace per un anno.
>19> Consoli Servio Sulpicio e M. Tullio. Niente di notevole da segnalare. Quindi fu la volta di Tito Ebuzio e di Caio Vetusio. Durante il loro consolato Fidene fu assediata e Crustumeria conquistata; Preneste passò dai Latini ai Romani e non fu più possibile rimandare una guerra coi Latini dopo anni di tentennamenti. Aulo Postumio, dittatore, e Tito Ebuzio, maestro di cavalleria, si misero in marcia con un massiccio schieramento di fanti e cavalieri e incontrarono il nemico presso il lago Regillo, nel territorio di Tuscolo. La notizia della presenza dei Tarquini tra le fila latine suscitò un'indignazione tale nei Romani da non poter rimandare ulteriormente lo scontro. Per questo la battaglia non ebbe precedenti quanto a ferocia e accanimento. Infatti i comandanti non si limitarono a dirigere le operazioni, ma si buttarono di persona nella mischia e quasi nessun membro dei due stati maggiori, salvo il dittatore romano, uscì indenne dallo scontro. Postumio era in prima linea a dirigere e incoraggiare i suoi uomini, quando Tarquinio il Superbo, nonostante l'età e il fisico indebolito, si lanciò al galoppo contro di lui, ma rimediò una ferita al fianco e riuscì a scamparla solo grazie all'intervento tempestivo dei suoi uomini. All'ala opposta dello schieramento, Ebuzio, il maestro di cavalleria, aveva attaccato Ottavio Mamilio. La manovra non era però sfuggita al comandante di Tuscolo il quale a sua volta gli si era lanciato contro al galoppo. L'urto delle loro lance fu così violento che Ebuzio rimase con un braccio trapassato e Mamilio fu colpito al petto. I Latini lo coprirono portandolo in seconda linea, mentre Ebuzio, che col braccio in quello stato non era più in grado di maneggiare un'arma, abbandonò il campo di battaglia. Il comandante latino, assolutamente noncurante della ferita, cercava di riaccendere lo scontro e, notando un cedimento dei suoi, fece intervenire il battaglione degli esuli romani guidati da un figlio di Lucio Tarquinio. Il loro accanimento, raddoppiato dall'indignazione per la perdita della patria e dei beni, riuscì per un attimo a ristabilire la situazione.
>20> Mentre i Romani da quella parte erano già in piena ritirata, Marco Valerio, fratello di Publicola, vide che il giovane Tarquinio si stava esponendo nelle prime file degli esuli; infiammato dalla gloria della sua famiglia, e volendo che dopo l'onore di aver cacciato i re le toccasse ora anche quello di averli uccisi, spronò il cavallo e con la lancia in resta piombò su Tarquinio. Questi, per evitare la carica forsennata dell'avversario, si ritirò in mezzo ai compagni. Mentre Valerio stava piombando a testa bassa contro il battaglione degli esuli, uno di essi lo centrò lateralmente passandolo da parte a parte. La ferita del cavaliere non rallentò l'impeto del cavallo e il giovane romano franò a terra in fin di vita coperto dalle armi. Quando il dittatore Postumio si rese conto di una simile perdita e vide che gli esuli stavano caricando con una foga inaudita mentre i suoi iniziavano a perdere terreno, ordinò alla sua coorte (un nucleo speciale di uomini che gli faceva da guardia del corpo) di trattare alla stregua di nemici chiunque avesse visto fuggire. La doppia paura distolse così i Romani dalla fuga e li respinse contro il nemico, risollevando le sorti della battaglia. La coorte del dittatore entrò solo allora nel vivo della mischia: fresca com'era di forze e col morale intatto, piombò sugli esuli ormai sfiancati e li fece a pezzi. In quel momento ci fu un altro scontro fra i capi. Il comandante latino, vedendo che il battaglione degli esuli stava per essere circondato dal dittatore romano, prese con sé alcuni manipoli della riserva e si lanciò in prima linea. Tito Erminio, il comandante in seconda, li vide arrivare e riconobbe in mezzo a loro Mamilio, inconfondibile per la tenuta e per le armi che portava. Attaccò così il generale avversario con molta più forza di quanto non avesse fatto prima il maestro di cavalleria e lo uccise con un colpo solo trapassandolo da parte a parte. Nell'attimo in cui stava spogliandone il cadavere, fu però anche lui colpito da un'asta nemica. Trasportato al campo da vincitore, morì mentre gli venivano somministrate le prime cure. Allora il dittatore, vedendo che i fanti erano sfiniti, vola in direzione dei cavalieri e li invita a smontare da cavallo e a gettarsi nella mischia. Obbediscono alla consegna: saltano a terra, si precipitano in prima linea e riparano gli antesignani coi loro scudi. Il morale dei fanti, vedendo che il meglio dei giovani nobili combatteva alla loro stregua e ne condivideva i rischi, riprende sùbito coraggio. Soltanto allora l'urto dei Latini fu contenuto e la loro linea di battaglia si disunì perdendo terreno. I cavalieri rimontarono in sella per lanciarsi all'inseguimento del nemico. La fanteria dietro. In quel momento, si narra che il dittatore, per non trascurare alcun aiuto divino o umano, dedicò un tempio a Castore e promise dei premi ai primi due soldati che fossero entrati nell'accampamento nemico. I Romani si lanciarono con una foga tale che con un unico assalto sbaragliarono il nemico e ne conquistarono il campo. Così andarono le cose al lago Regillo. Il dittatore e il maestro di cavalleria tornarono a Roma in trionfo.
>21> I tre anni successivi non furono caratterizzati né dalla stabilità della pace né dalla guerra. Prima furono consoli Quinto Clelio e Tito Larcio, poi Aulo Sempronio e Marco Minucio. Durante il consolato di questi ultimi venne consacrato il tempio di Saturno e istituita la festività dei Saturnali. I consoli successivi furono Aulo Postumio e Tito Verginio. Vedo che alcuni autori collocano la battaglia del lago Regillo solo in questa data e sostengono che Aulo Postumio, diffidando apertamente del proprio collega, avrebbe rinunciato alla carica e sarebbe quindi stato eletto dittatore. Visto che ogni storico adotta un criterio arbitrario in materia di cronologie e di liste di magistrati, ne consegue che è quasi impossibile riferire con esattezza la successione dei consoli e le date degli eventi, quando non solo i fatti ma anche gli autori stessi sono avvolti nelle nebbie del passato.
I consoli successivi furono Appio Claudio e Publio Servilio. Fu un anno memorabile per l'annuncio della morte di Tarquinio. Questi si spense a Cuma, alla corte del tiranno Aristodemo che lo aveva accolto dopo la disfatta delle forze latine. La notizia entusiasmò tanto il senato quanto la plebe. I senatori, però, esagerarono nelle loro manifestazioni di giubilo e la plebe, fino a quel giorno fatta oggetto di ogni premurosa attenzione, cominciò a subire il potere soffocante del patriziato. Quello stesso anno, la colonia di Signa, voluta da Tarquinio, venne rifondata con l'invio di un nuovo contingente di coloni. A Roma il numero delle tribù fu portato a ventuno e il quindici di maggio fu consacrato il tempio di Mercurio.
>22> Con i Volsci non c'era stata, durante la guerra latina, né pace né aperta ostilità. Infatti sia i Volsci avevano messo insieme dei rinforzi armati che avrebbero inviato ai Latini se il dittatore romano non avesse accelerato le operazioni, sia quest'ultimo le accelerò per non doversi trovare a combattere contemporaneamente con Volsci e Latini. Indignati per questo comportamento, i consoli spinsero le legioni nel territorio dei Volsci. E i Volsci, non potendo prevedere una spedizione punitiva così immediata, furono presi alla sprovvista. Senza nemmeno abbozzare una reazione, consegnano come ostaggi trecento rampolli dell'aristocrazia di Cora e Pomezia. Così le legioni lasciarono il paese senza combattimenti. Ma non molto tempo dopo, i Volsci, una volta ripresisi dalla paura, tornano al loro comportamento abituale: si alleano militarmente con gli Ernici e fanno di nuovo preparativi segreti per la guerra. Mandano anche degli emissari qua e là per il Lazio a istigarne le popolazioni alla ribellione. Ma i Latini, dopo la disfatta del lago Regillo, avevano un solo sentimento nei confronti di chi avanzava proposte di guerra: l'odio più esasperato. Quindi non ebbero rispetto nemmeno per gli ambasciatori dei Volsci: li arrestarono e li portarono a Roma. Lì, dopo averli consegnati ai consoli, denunciarono i preparativi di guerra che Volsci ed Ernici stavano effettuando col progetto di aggredire Roma. All'annuncio della notizia i senatori ebbero una reazione così entusiastica da arrivare a rilasciare seduta stante seimila prigionieri latini e a rinviare ai nuovi magistrati il progetto di un trattato che in precedenza era stato negato per sempre. È ovvio che per i Latini fu una grande soddisfazione: i protagonisti di quella missione diplomatica ebbero riconoscimenti fuori del comune. Mandarono una corona d'oro in dono a Giove Capitolino. Insieme agli inviati che la portavano arrivò anche la massa debordante dei prigionieri restituiti ai loro cari. Dirigendosi verso le case dove ciascuno aveva prestato servizio, ringraziano della benigna accoglienza ricevuta durante il tempo della loro disgrazia e quindi instaurano rapporti di ospitalità con gli ex-padroni. Prima di quell'episodio, non c'era mai stata un'unione così profonda, sia in campo politico che in quello privato, tra la gente latina e lo Stato romano.
>23> Mentre la guerra coi Volsci era alle porte, a Roma infuriava lo scontro intestino tra le classi: patrizi e plebei si trovavano ai ferri corti e la causa prima era rappresentata dagli schiavi per debiti. Questi i termini della loro protesta: mentre prestavano servizio militare attivo per lo Stato, in patria erano oppressi e fatti schiavi; i plebei si sentivano più sicuri in guerra che in pace, più liberi tra i nemici che tra i concittadini. Il malcontento si stava già spontaneamente diffondendo, quando un episodio sconcertante fece traboccare il vaso. Un uomo già piuttosto attempato e segnato dalle molte sofferenze irruppe nel foro. Era vestito di stracci lerci. Fisicamente stava ancora peggio: pallido e smunto come un cadavere e con barba e capelli incolti che gli davano un'aria selvaggia. Benché sfigurato, la gente lo riconosceva: correva voce che fosse stato un ufficiale superiore e quelli che lo commiseravano gli attribuivano anche altri onori militari; lui stesso, a riprova della sua onesta militanza in varie battaglie, mostrava le ferite riportate in pieno petto. Quando gli chiesero come mai fosse così mal ridotto e sfigurato - nel frattempo l'assembramento di gente aveva assunto le proporzioni di un'assemblea - egli rispose che, durante la sua militanza nella guerra sabina, i nemici non si eran limitati a razziargli il raccolto, ma gli avevano anche incendiato la fattoria e portato via il bestiame; poi, nel pieno del suo rovescio, erano arrivate le tasse e si era così coperto di debiti. Il resto lo avevan fatto gli interessi da pagare sui debiti contratti: aveva prima perso il podere appartenuto a suo padre e a suo nonno, quindi il resto dei beni e infine, espandendosi al corpo come un'infezione, il suo creditore lo aveva costretto non alla schiavitù, ma alla prigione e alla camera di tortura. Dicendo questo, mostrò agli astanti la schiena orrendamente segnata da ferite recenti. Tale vista, unita a quanto appena sentito, fu salutata da un coro di voci sgomente e da un'agitazione collettiva che non si limitò soltanto al foro ma si espanse a macchia d'olio in tutti i quartieri della città. I debitori, sia quelli già fatti schiavi sia quelli ancora liberi, sciamano da ogni parte per le strade, implorano la protezione dei Quiriti e in ogni angolo trovano volontari pronti a unirsi a loro. Da ogni parte, urlando, si corre a gruppi verso il foro. Fu un bel rischio per quei senatori che, trovandosi casualmente in zona, finirono nel pieno della mischia. E la situazione non sarebbe tornata sotto controllo, se i consoli Publio Servilio e Appio Claudio non fossero intervenuti a sedare la sommossa. I dimostranti si girarono allora verso di loro e cominciarono a mostrare catene e altre orrende mutilazioni, gridando che quella era la ricompensa alle campagne cui ciascuno di essi aveva preso parte nel tale e nel talaltro paese. Reclamarono, con un tono che aveva più della minaccia che della supplica, la convocazione del senato e circondarono la curia per controllare e regolare dipersona le deliberazioni ufficiali. I consoli misero insieme giusto quei pochi senatori che casualmente erano lì intorno. Gli altri erano terrorizzati all'idea non solo di entrare nella curia, ma anche nel foro, e il senato non poteva fare nulla per l'insufficienza numerica dei presenti. Allora i dimostranti cominciarono a credere che li stessero prendendo in giro e cercassero di guadagnare tempo: pensavano che l'assenza dei senatori non fosse dovuta al puro caso o al panico, ma a una precisa volontà ostruzionistica, ed erano certi, vedendo che i senatori menavano il can per l'aia, che ci si stesse prendendo gioco della loro miseranda condizione. Quando ormai sembrava che anche l'autorità consolare non avesse più alcun potere coercitivo su quella massa di gente imbestialita, ecco che finalmente arrivarono quei senatori rosi dal dubbio se si rischiasse di più standosene al coperto o comparendo in senato. Raggiunto così il numero legale dei presenti, né i senatori né tantomeno i consoli riuscivano a mettersi d'accordo su una soluzione possibile. Appio, che aveva un carattere impulsivo, era dell'opinione di risolvere la cosa con l'impiego dell'autorità consolare: con un paio di arresti, gli altri si sarebbero calmati. Servilio, invece, più incline ad adottare misure di compromesso, era dell'opinione che fosse più sicuro, oltre che più semplice, assecondare la rabbia dei dimostranti piuttosto che ricorrere alla repressione.
>24> Nel frattempo ecco una notizia ancor più minacciosa: dei cavalieri latini arrivarono al galoppo e seminarono il panico annunciando che l'esercito dei Volsci era in marcia su Roma. La frattura intestina tra le classi era così profonda che plebe e senato ebbero una reazione completamente antitetica all'annuncio di quella notizia. I plebei esultarono, sostenendo che gli dèi si stavano vendicando dell'arroganza dei senatori. Si esortavano reciprocamente a non arruolarsi: sarebbe stato meglio morire tutti insieme che da soli. In prima linea ci andassero i senatori, prendessero loro le armi e i pericoli toccassero a chi ne traeva vantaggio. I membri della curia, invece, scoraggiati e in preda a un doppio terrore, provocato dai concittadini e dai nemici, supplicarono il console Servilio, più popolare del collega presso le classi subalterne, di tirar fuori lo Stato dal vicolo cieco in cui si era venuto a trovare. Allora il console, dopo aver aggiornato la seduta, si presenta di fronte al popolo. Gli dimostrò che il senato era preoccupato degli interessi della plebe; tuttavia la deliberazione che riguardava la maggior parte dei cittadini, ma pur sempre soltanto una parte di essi, doveva lasciare la precedenza al pericolo che interessava l'intera cittadinanza. Col nemico pressoché alle porte, tutto passa in secondo piano rispetto alla guerra. Se poi si fosse fatta qualche concessione, non sarebbe stato onesto per la plebe pretendere una ricompensa prima di aver combattuto per la patria, né troppo decoroso per i senatori farsi trascinare dalla paura a prendere delle misure concernenti il miglioramento delle condizioni di vita dei loro concittadini, piuttosto che adottare in séguito gli stessi provvedimenti però di loro spontanea volontà. Suggellò il suo discorso con un editto: più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o imprigionato, e dunque non gli poteva essere tolta la facoltà di iscrivere il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli; nessuno poteva impossessarsi dei beni di un soldato, impegnato in guerra, né venderli, né trattenere i suoi figli e i suoi nipoti. Appena l'editto venne pubblicato, diedero subito il proprio nome per arruolarsi i debitori che erano lì sul posto; gli altri, da ogni quartiere della città, abbandonarono le case dei privati che non avevano più diritto di trattenerli e si ammassarono nel foro per prestare giuramento. Formarono un contingente massiccio e nella guerra contro i Volsci non ebbero rivali per coraggio e determinazione.
>25> Il console guida le truppe contro il nemico e si accampa a poca distanza da esso. La notte successiva, i Volsci, sperando che la discordia venutasi a creare a Roma favorisse diserzioni e tradimenti nelle tenebre, attaccano l'accampamento nemico. La cosa non sfuggì alle sentinelle che diedero subito l'allarme e, al primo segnale, tutti si precipitarono alle armi, vanificando così la sortita dei Volsci. Il resto della notte fu dedicato al sonno da entrambe le parti. Il giorno dopo, alle prime luci dell'alba, i Volsci riempiono i fossati e invadono le trincee. Quando stavano già per abbattere l'intera palizzata, il console, benché tutti gli uomini - e i debitori più di ogni altro - lo supplicassero di dare il segnale, indugiò qualche momento per metterne alla prova il coraggio. Quando non c'era più alcun dubbio sull'incrollabilità del loro ardore, diede finalmente il segnale d'attacco e fece uscire le sue truppe, impazienti di buttarsi nella mischia. Bastò il primo assalto per respingere il nemico. I fanti si lanciarono all'inseguimento dei fuggitivi, incalzandoli da dietro finché fu loro possibile. Il resto lo fecero i cavalieri, costringendoli a retrocedere, terrorizzati, fino all'accampamento. L'accampamento stesso, circondato dalle legioni e abbandonato dai Volsci in preda al panico, fu preso e devastato. L'indomani le truppe furono condotte contro Suessa Pomezia, dove i nemici si erano rifugiati: nello spazio di pochi giorni la città fu conquistata e si diede via libera alla razzia. Ciò permise ai soldati più indigenti di migliorare un po' la loro condizione. Il console, carico di gloria, ricondusse a Roma l'esercito vincitore. Sulla strada una delegazione di Volsci di Ecetra, preoccupati per la propria sorte dopo la rotta di Pomezia, incontrò il console che si stava allontanando in direzione di Roma. Su decreto del senato venne loro concessa la pace, ma tolto il territorio.
>26> Subito anche i Sabini misero in allarme i Romani: ma in effetti si trattò più di una scorreria che di una guerra vera e propria. Nel pieno della notte arrivò la notizia che un contingente di razziatori sabini si trovava nei pressi dell'Aniene e stava saccheggiando e incendiando a casaccio le fattorie dei dintorni. Immediatamente venne inviato sul posto con tutta la cavalleria Aulo Postumio, il dittatore della guerra latina. Il console Servilio gli tenne dietro con dei corpi scelti di fanteria. La maggior parte dei nemici, sbandati com'erano, fu circondata dalla cavalleria e, quando sopraggiunse la colonna dei fanti, le truppe sabine non opposero resistenza. Stremati non solo dalla marcia ma dalla nottata di razzie, buona parte dei nemici, pieni di vino e cibo rastrellati nelle fattorie, riuscirono giusto a scappare con le poche energie che erano loro rimaste.
Dopo che nell'arco di una sola notte erano venuti a sapere della guerra coi Sabini e l'avevano portata a termine, il giorno dopo, quando ormai si poteva contare su una pace generale, il senato ricevette una legazione degli Aurunci; costoro dissero che avrebbero dichiarato guerra a Roma se non fosse stato evacuato il territorio dei Volsci. L'esercito si era messo in movimento con loro e la notizia che era già stato avvistato non lontano da Aricia gettò i Romani in un tale stato di confusione che, non potendo portare, come di consuetudine, la questione di fronte al senato né rispondere con calma a un popolo che era già sul piede di guerra, si armarono anche loro. Marciarono su Aricia a ranghi compatti: la battaglia avvenne nei pressi della città e la guerra durò un solo scontro.
>27> Dopo aver sbaragliato gli Aurunci, i Romani, reduci da un gran numero di successi militari in così pochi giorni, contavano sulle promesse dei consoli e sulla parola del senato, quando Appio, parte per la naturale arroganza del suo carattere e parte per screditare il collega, intervenne in maniera quanto mai dura in materia di debiti. La conseguenza fu che gli ex-debitori insolventi furono riconsegnati ai creditori e dei nuovi furono messi ai ferri. Ogni qualvolta si trattava di un soldato, questi interpellava il collega. Intorno a Servilio c'era sempre un assembramento di gente: tutti gli ricordavano le promesse fatte e gli mostravano gli attestati militari nonché le ferite riportate in battaglia. Gli chiedevano, o di portare la questione di fronte al senato, o di rendersi utile dando una mano come console ai concittadini e come generale ai militari. Pur essendo toccato da quella supplica, la situazione lo costringeva a temporeggiare, perché l'opposizione era fortissima, avendo dalla sua parte non soltanto il collega ma l'intera nobiltà. Tenendo così una posizione di sostanziale neutralità, non riuscì né a evitare l'odio dei plebei né a conciliarsi il favore dei senatori. Infatti, per questi ultimi era un console senza polso e un agitatore, mentre per i primi uno che faceva il furbo. Presto apparve chiaro che era odiato al pari di Appio. I consoli si contendevano l'onore di consacrare il tempio di Mercurio e il senato girò la questione al popolo: a chi dei due fosse toccato, per volontà del popolo stesso, l'onore della consacrazione, sarebbe andata anche l'amministrazione dell'annona e il compito di formare una corporazione di commercianti, nonché di celebrare i riti solenni di fronte al pontefice massimo. Il popolo assegnò la consacrazione del tempio a Marco Letorio, centurione primipilo, con un intento chiarissimo: non si trattava cioè tanto di onorare quest'uomo - troppo grande la sproporzione tra l'incarico e la sua posizione nella vita di tutti i giorni -, quanto di un'offesa alle persone dei consoli. Inevitabile conseguenza fu un ulteriore inasprimento da parte di uno dei due consoli e dei senatori. Ma i plebei si erano fatti forza e stavano seguendo una tattica ben diversa da quella adottata prima. Infatti, perduta ogni speranza nell'intervento dei consoli e del senato, appena vedevano un debitore trascinato in giudizio, intervenivano da ogni parte. La sentenza del console, sopraffatta dal trambusto delle voci, non arrivò agli astanti e poi, anche quando fu pronunciata, nessuno obbedì. La sola legge era la violenza: la paura in tutte le sue forme e il rischio di essere catturati passarono dai debitori ai creditori, mentre questi, sotto gli occhi del console, venivano presi da parte e aggrediti da interi gruppi. Nel pieno di questo marasma venne a inserirsi una guerra contro i Sabini. Fu bandita una leva, ma nessuno si iscrisse. Appio era fuori di sé. Imprecava contro l'ambizione del collega, reo di aver tradito lo Stato per rendersi popolare con la sua politica dell'inerzia e, non soddisfatto di aver sospeso il giudizio sui verdetti concernenti i debiti, non era in grado nemmeno di mettere in pratica la leva stabilita dal decreto del senato. Ciò nonostante, lo Stato non era proprio del tutto alla deriva né l'autorità consolare era completamente decaduta: ci avrebbe pensato lui, da solo, a salvaguardare la credibilità sua e del senato. Mentre era circondato dalla solita folla di ceffi esaltati, ordinò di arrestarne uno che era un ben noto trascinatore. Mentre i littori lo stvano portando via, questi si appellò. E il console non glielo avrebbe concesso (cosa poteva infatti scegliere il popolo?) se la sua ostinazione non si fosse piegata più davanti all'esperienza e all'autorità dei maggiorenti che alle urla del popolo, tanta era la forza che aveva ancora in corpo per sfidare l'impopolarità. Da quel momento in poi i dissapori peggiorarono giorno dopo giorno, non solo con manifestazioni pubbliche ma, sintomo ben più grave, con riunioni appartate e colloqui segreti. Alla fine, i consoli, così odiati dalla plebe, completarono il loro mandato: Servilio non incontrò i favori di nessuna delle due parti, Appio invece fu osannato dai senatori.
>28> Entrarono allora in carica Aulo Verginio e Tito Vetusio. La plebe, quindi, non sapendo che tipo di consoli sarebbero stati, tenne delle riunioni notturne - parte sull'Esquilino e parte sull'Aventino - per evitare di prendere nel foro delle decisioni precipitose e lasciare che tutto avvenisse all'insegna della più avventata casualità. I consoli, pensando che si trattasse, come in effetti era, di una situazione veramente pericolosa, ne misero al corrente il senato, ma la denuncia non poté essere esaminata come il regolamento imponeva: infatti la notizia fu accolta da un coro di urla scomposte dei senatori, indignati che scaricassero sul senato l'impopolarità di un provvedimento che invece rientrava nella sfera delle loro competenze. Era chiaro che se Roma avesse avuto dei magistrati come si deve, le sole assemblee sarebbero state quelle ufficiali. Al momento presente, invece, il governo dello Stato era frammentato in una dispersione di migliaia di assemblee e di contro-senati. Un uomo solo - e santo dio si trattava di qualcosa di più di un console! - della statura di Appio Claudio avrebbe spazzato via in un attimo tutte quelle conventicole di gente. I consoli incassarono le critiche e chiesero lumi sul da farsi, dichiarandosi disponibili ad agire con tutta la determinazione e il polso che il senato avrebbe considerato necessari. Fu ordinato loro di mettere in pratica la leva militare con la maggiore energia possibile, perché proprio nell'inattività la plebe diventava insolente. Dopo l'aggiornamento della seduta, i consoli salgono sulla tribuna e fanno l'appello dei giovani. Visto che nessuno rispondeva al proprio nome, la folla, accalcata intorno ai due magistrati come durante un comizio pubblico, dichiarò che non ci si sarebbe più fatti gioco della plebe e che Roma non avrebbe avuto più un solo soldato se non si fossero mantenute le promesse ufficiali: bisognava restituire a ciascuno la libertà prima di mettergli in mano le armi, in modo che combattesse per la patria e i propri concittadini e non per dei padroni. I consoli avevano capito benissimo quello che era stato ordinato loro dai senatori; solo che tra quanti li avevano aggrediti verbalmente all'interno della curia, lì fuori non ce n'era uno a condividere con loro quel momento di impopolarità, ed era chiaro che lo scontro con la plebe sarebbe stato durissimo. Così, prima di giocarsi il tutto per tutto, pensarono bene di interpellare di nuovo il senato. Allora i senatori più giovani, avventandosi minacciosamente verso gli scranni dei consoli, intimarono loro di rassegnare le dimissioni e di rinunciare a quel potere che, per mancanza di temperamento, non riuscivano a far rispettare.
>29> Avendo battuto a sufficienza entrambe le strade percorribili, alla fine i consoli dichiararono: «Perché non dobbiate, o senatori, sostenere di non esser stati avvertiti, sappiate che ora siamo sull'orlo di una grande sommossa. A chi ci ha aggredito dandoci brutalmente dei codardi noi chiediamo di venire ad assisterci nelle pratiche della leva. Visto che questo è il vostro desiderio, agiremo uniformandoci alla volontà dei più inflessibili tra voi.» Quindi tornano in tribunale e ordinano apposta di chiamare per nome uno degli astanti. Siccome questi non rispondeva e se ne stava in mezzo a un crocchio che lo aveva circondato per proteggerlo da eventuali violenze, i consoli mandarono un littore a prelevarlo. Ma dato che la folla lo respinse, i senatori venuti ad assistere i consoli, gridando che si trattava di una violazione indegna, si precipitarono giù dai banchi del tribunale per dare man forte al littore. La folla allora, lasciando da parte il pubblico ufficiale, cui era stato semplicemente proibito l'arresto di quell'uomo, rivolse la sua carica aggressiva contro i senatori e soltanto l'intervento dei consoli riuscì a sedare la rissa, fatta non tanto di sassi e armi vere e proprie, quanto di un chiassoso scambio di idee più che di violenze. La seduta del senato avvenne in un clima di grande confusione, che raggiunse il suo apice al momento di adottare una delibera: le vittime dell'aggressione esigevano un'inchiesta e i membri più violenti la approvavano non tanto con regolari interventi quanto con un boato di urla. Una volta placatisi gli animi, i consoli deplorarono che in piena curia ci fossero minori manifestazioni di assennatezza di quante essi ne avessero viste in mezzo alla folla del foro. Detto questo, si poté procedere a un regolare dibattito. Ci furono tre interventi. Publio Verginio era contrario a ogni forma di generalizzazione: la sua proposta era di prendere in esame soltanto coloro i quali, fidandosi della parola del console Publio Servilio, avevano militato nelle campagne contro Volsci, Aurunci e Sabini. Tito Larcio, invece, sosteneva che in un momento come quello era impensabile ricompensare soltanto i reduci di guerra: la plebe tutta era immersa nei debiti fino al collo e l'unico rimedio credibile sarebbe stato un provvedimento a carattere generale. Eventuali sperequazioni, poi, all'interno della stessa classe, avrebbero acuito la tensione invece di ridurla. Appio Claudio, il cui carattere aggressivo trovava un valido incentivo ora nell'odio della plebe ora negli applausi dei senatori, disse che la causa di quelle sommosse popolari non era tanto la miseria quanto la permissività e inoltre che la plebe era più insolente che feroce. Tutto il male veniva soltanto dal diritto d'appello: i consoli, infatti, potevano minacciare ma non avere una reale autorità, visto che ai colpevoli era lecito comparire di fronte ai loro stessi complici. «Diamoci da fare,» disse, «eleggiamo un dittatore il quale non è sottoposto al diritto d'appello; cesserà così, una buona volta, questo furore che ha infiammato ogni cosa. E voglio un po' vedere se qualcuno oserà ancora mettere le mani su un littore, sapendo di avere schiena e vita in completa balia di colui di cui ha violato la maestà.»
>30> La maggior parte dei senatori trovarono eccessivamente spietata, come infatti era, la proposta di Appio. Al contrario, quelle di Verginio e di Larcio non sembrarono molto praticabili: la prima perché avrebbe creato un precedente, la seconda perché avrebbe tolto ogni fiducia. La miglior soluzione di compromesso per entrambi i contendenti sembrava comunque quella di Verginio. Ma lo spirito di parte e la priorità degli interessi particolari, che hanno sempre danneggiato e sempre danneggeranno le deliberazioni pubbliche, fecero prevalere Appio: poco mancò che venisse addirittura eletto dittatore, cosa che avrebbe del tutto alienato la plebe in quei momenti di grandissimo rischio (il caso voleva, infatti, che Volsci, Equi e Sabini fossero contemporaneamente in armi). Ma i consoli e i senatori più anziani, preoccupandosi che quella carica, di per sé vicina all'onnipotenza, finisse in mano a una persona dal carattere mite, eleggono dittatore M. Valerio, figlio di Voleso. La plebe, pur rendendosi conto che la nomina di un dittatore avveniva a suo discapito, tuttavia da quella famiglia non temeva tristi sorprese o repressioni visto che era stato proprio un fratello del neoeletto a far varare la legge sul diritto d'appello. In séguito un editto del dittatore confermò queste buone disposizioni perché riproduceva a grandi linee quello del console Servilio. Ma pensando che la miglior cosa fosse aver fiducia sia nell'uomo che nella sua carica, abbandonarono l'ostruzionismo e si arruolarono. Mai prima di allora ci fu un numero così alto di effettivi: vennero formate dieci legioni. Ogni console ne ebbe tre ai suoi ordini, mentre quattro andarono al dittatore.
La guerra non si poteva più rimandare. Gli Equi avevano invaso il territorio latino. Ambasciatori latini chiedevano al senato o un invio di rinforzi o l'autorizzazione a prendere le armi per proteggere il proprio paese. Difendere i Latini inermi sembrò più sicuro che permettere loro di riprendere le armi. Venne inviato il console Vetusio, il quale pose fine alle razzie. Gli Equi evacuarono la campagna e, fidando maggiormente nella posizione che nelle armi, se ne stavano in attesa sulle cime dei rilievi. L'altro console marcia contro i Volsci e, anche lui per non perdere tempo, comincia a devastare metodicamente le campagne per spingere il nemico ad accamparsi più vicino e costringerlo allo scontro. I due eserciti si schierarono ciascuno di fronte alla propria trincea, in una piana compresa tra i due accampamenti. I Volsci erano numericamente di gran lunga superiori: per questo si buttarono sprezzanti allo sbaraglio. Il console romano non si mosse né permise di rispondere all'urlo di guerra, ma ordinò ai suoi di stare fermi e con le aste piantate a terra: soltanto quando il nemico fosse arrivato a distanza ravvicinata, avrebbero dovuto assalirlo con tutte le loro forze e risolvere la cosa con le spade. Quando i Volsci, affaticati dalla corsa e dal gran gridare, arrivarono sui Romani, apparentemente atterriti alla loro vista, e si resero conto del contrattacco in atto vedendo il bagliore delle spade, come se fossero finiti in un'imboscata, fecero dietro-front spaventati. Ma non avevano più la forza nemmeno di fuggire, perché si erano gettati in battaglia correndo. I Romani, invece, rimasti fermi nelle fasi iniziali, erano freschissimi: non fu quindi difficile per loro piombare sui nemici sfiniti e catturarne l'accampamento. Di lì inseguirono i Volsci rifugiatisi a Velitra, dove vincitori e vinti irruppero come se fossero stati un esercito solo. Là, in un massacro generale e senza distinzioni, versarono più sangue che nella battaglia vera e propria. Vennero risparmiati soltanto quei pochi che si arresero inermi.
>31> Durante questa campagna contro i Volsci, il dittatore, mette in rotta i Sabini - di gran lunga il nemico numero uno per Roma - conquistandone l'accampamento. Lanciatosi all'attacco con la cavalleria, aveva fatto il vuoto nel centro dell'esercito nemico, rimasto troppo scoperto per l'eccessiva apertura a ventaglio delle due ali. Nel bel mezzo di questo disordine subentrarono i fanti all'assalto. Con un solo e unico attacco presero l'accampamento e misero fine alla campagna. Dopo quella del lago Regillo, nessun'altra battaglia, in quegli anni, fu più famosa. Il dittatore tornò a Roma in trionfo. Oltre agli onori di rito, fu riservato un posto a lui e ai suoi discendenti per assistere ai ludi nel circo, e lì fu sistemata una sedia curule. A séguito di questa sconfitta i Volsci persero il territorio di Velitra; la città, popolata da coloni inviati da Roma, divenne colonia. Poco tempo dopo si combatté con gli Equi, anche se il console era contrario perché si trattava di abbordare il nemico da posizione sfavorevole. Ma i suoi uomini lo accusavano di tirare per le lunghe la cosa per lasciare che scadesse il mandato del dittatore prima del loro rientro a Roma e far così cadere nel nulla le sue promesse, come era già prima successo con quelle del console. Quindi lo forzarono a una mossa sconsiderata e del tutto affidata al caso: spingere le truppe sul versante della montagna di fronte a loro. Fu solo grazie alla codardia dei nemici che questa manovra, di per sé malcongegnata, ebbe un esito favorevole: i Romani non erano ancora arrivati a distanza di tiro che essi, scoraggiati da una simile dimostrazione di audacia, abbandonarono il loro accampamento piazzato in una posizione quasi inespugnabile e si dileguarono nei valloni dell'altro versante. Si trattò di un bottino non trascurabile e di una vittoria senza perdite.
Malgrado questo triplice successo militare, plebe e senato non avevano smesso di preoccuparsi della soluzione dei problemi interni. E gli usurai, con un assiduo lavorio da veri esperti, si erano dotati degli strumenti per frustrare le iniziative non solo della plebe ma anche del dittatore stesso. Infatti Valerio, dopo il rientro del console Vetusio, diede precedenza assoluta alla causa del popolo vincitore, portandola all'attenzione del senato e chiedendo un pronunciamento definitivo sugli insolventi per debiti. Visto che la richiesta non fu approvata, disse: «Io non vi vado a genio perché cerco di ricomporre la frattura. Tra pochi giorni, ve lo garantisco, desidererete che la plebe abbia dei difensori come me. Per quel che mi riguarda, non ho intenzione di prendere ulteriormente in giro i miei concittadini né di continuare a fare il dittatore solo in teoria. Questa magistratura era l'unica soluzione per uno Stato diviso tra urti interni e una guerra da combattere all'esterno: fuori è tornata la pace, mentre in città si fa di tutto per ostacolarla. Interverrò nei disordini da privato cittadino piuttosto che da dittatore.» Uscì quindi dalla curia e rassegnò le dimissioni. La plebe capì benissimo che un gesto simile era stato dettato dal risentimento per i torti che essa subiva. E così, come se egli avesse mantenuto la parola - non era colpa sua se l'impegno non era stato onorato -, lo seguirono mentre rientrava a casa e gli manifestarono la loro gratitudine con un lungo applauso.
>32> Allora i senatori cominciarono a temere che, congedando l'esercito, si sarebbe tornati alle riunioni segrete e alle cospirazioni. Così, pur essendo stati arruolati per ordine del dittatore, tuttavia, siccome avevano giurato nelle mani dei consoli, si pensava che i soldati fossero ancora legati a quel giuramento. Quindi, col pretesto di una ripresa di ostilità da parte degli Equi, ordinarono che le legioni venissero condotte fuori città. Ma questo provvedimento accelerò la rivolta. Sulle prime pare si fosse parlato di assassinare i consoli per svincolarsi dagli obblighi del giuramento. Quando però fu spiegato loro che non c'era delitto che potesse liberare da un vincolo sacro, allora le truppe, su proposta di un certo Sicinio, si ammutinarono all'autorità dei consoli e si ritirarono sul monte Sacro, sulla riva destra dell'Aniene, a tre miglia da Roma. Questa è la versione più accreditata. Stando invece a quella adottata da Pisone, la secessione sarebbe avvenuta sull'Aventino. Lì, senza nessuno che li guidasse, fortificarono in tutta calma il campo con fossati e palizzate limitandosi ad andare in cerca di cibo e, per alcuni giorni, non subirono attacchi né attaccarono a loro volta. Roma era nel panico più totale e il clima di mutua apprensione teneva tutto in sospeso. La plebe, abbandonata al suo destino, temeva un'azione di forza organizzata dal senato; i senatori temevano la parte di plebe rimasta in città, ed erano incerti se fosse preferibile che essa rimanesse o se ne andasse. E poi, quanto sarebbe durata la calma dei secessionisti? Che cosa sarebbe successo se nel frattempo fosse scoppiata una guerra con qualche paese straniero? La sola speranza era rappresentata dalla concordia interna: per il bene dello Stato andava restaurata e a qualunque costo.
Si decise allora di mandare alla plebe come portavoce Menenio Agrippa, uomo dotato di straordinaria dialettica e ben visto per le sue origini popolari. Una volta introdotto nel campo, pare che raccontò questo apologo con lo stile un po' rozzo tipico degli antichi: «quando le membra del corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma ciascuna di esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare autonomi, tutte le altre parti erano indignate di dover sgobbare a destra e a sinistra per provvedere a ogni necessità dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto zitto lì nel mezzo a godersi il bendidio che gli veniva dato. Allora, decisero di accordarsi così: le mani non avrebbero più portato il cibo alla bocca, la bocca non si sarebbe più aperta per prenderlo, né i denti lo avrebbero più masticato. Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di fame lo stomaco, le membra stesse e il corpo tutto eran ridotti pelle e ossa. In quel momento capirono che anche lo stomaco aveva una sua funzione e non se ne stava inoperoso: nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le parti del corpo restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito dal cibo digerito, il sangue che ci dà vita e forza». Mettendo in parallelo la ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della plebe nei confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.
>33> Venne allora affrontato il tema della riconciliazione e si giunse al seguente compromesso: la plebe avrebbe avuto dei magistrati sacri e inviolabili il cui compito sarebbe stato quello di prendere le sue difese contro i consoli, e nessun patrizio avrebbe potuto avere quest'incarico. Quindi furono eletti due tribuni della plebe, Caio Licinio e Lucio Albino. A loro volta essi si scelsero tre colleghi, uno dei quali era Sicinio, il promotore della rivolta. Sui nomi degli altri due ci sono parecchie incertezze. Alcuni autori sostengono che sul monte Sacro vennero eletti soltanto due tribuni e che lì fu proposta la legge sull'inviolabilità.
Durante la secessione della plebe, Spurio Cassio e Postumio Cominio erano diventati consoli. Nel corso del loro mandato fu stipulato un trattato di alleanza con le popolazioni latine. Per concluderlo, uno dei consoli rimase a Roma. Il suo collega, invece, incaricato di una campagna contro i Volsci, sbaragliò e disperse i Volsci di Anzio; quindi, costringendoli a rifugiarsi a Longula, li inseguì ed espugnò la città. Subito dopo conquistò Polusca, altra città dei Volsci. Poi attaccò con estrema decisione Corioli. Tra i giovani nobili c'era allora arruolato Gneo Marzio, tipo sveglio e risoluto, che in séguito fu soprannominato Coriolano. Mentre l'esercito romano era intento all'assedio di Corioli e teneva gli occhi puntati sugli abitanti compressi all'interno delle mura, senza alcuna preoccupazione di un eventuale attacco dall'esterno, fu all'improvviso assalito da un contingente di Volsci partiti da Anzio e contemporaneamente sorpreso da una sortita degli assediati. Per caso Marzio era di guardia. Con un pugno di soldati scelti non solo tamponò la sortita, ma ebbe anche il coraggio di buttarsi oltre la porta dove compì un massacro nei quartieri più vicini e, trovandosi del fuoco per le mani, incendiò gli edifici che sovrastavano il muro. Il panico dei cittadini che, come sempre succede, seguì, misto ai pianti delle donne e dei bambini, la prima reazione degli assediati, tonificò i Romani e demoralizzò i Volsci, ovviamente sconsolati dalla resa della città cui eran venuti in soccorso. Così furono sbaragliati i Volsci di Anzio e conquistata la città di Corioli. L'impresa di Marzio eclissò la gloria del console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria su una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio combatté contro i Volsci.
Quello stesso anno morì Menenio Agrippa, l'uomo che in vita era stato ugualmente caro alla plebe e ai senatori e che dopo la secessione sul monte Sacro fu più caro alla plebe. L'uomo che aveva fatto da mediatore e da interprete della riconciliazione tra i cittadini, che era stato l'ambasciatore del senato presso la plebe e colui che l'aveva ricondotta a Roma, non lasciò il denaro sufficiente per pagarsi il funerale: ci pensò così la plebe, con una sottoscrizione di un sesto di asse a testa. |#[continua]#|
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>34> I consoli successivi furono Tito Geganio e Publio Minucio. Quell'anno, non essendoci più nessuna preoccupazione militare ed essendo stato composto ogni motivo di urto all'interno, una calamità di ben altra portata si abbatté su Roma: la mancanza di generi alimentari, dovuta al fatto che i campi erano rimasti incolti durante la secessione della plebe, poi la fame, come succede alle città in stato d'assedio. Per gli schiavi e soprattutto per la plebe avrebbe voluto dire morte se i consoli non avessero provveduto mandando degli emissari a racimolare frumento dovunque, non solo lungo la costa etrusca a nord di Ostia e a sud superando via mare le terre dei Volsci fino giù a Cuma, ma addirittura in Sicilia, tanto lontano li aveva costretti a cercare aiuto l'odio dei popoli confinanti. A Cuma, una volta acquistato il grano, le navi furono trattenute dal tiranno Aristodemo come indennizzo delle proprietà dei Tarquini di cui egli era l'erede. Presso i Volsci e nel Pontino non si riuscì nemmeno ad acquistarne: i compratori di grano rischiarono addirittura di esser assaliti dai locali. Dall'Etruria ne arrivò invece via fiume, lungo il Tevere, e bastò per sfamare la plebe. In quel disastro generale si sarebbe venuta ad aggiungere una quanto mai intempestiva guerra, se sui Volsci, già pronti a scendere in campo, non si fosse abbattuta una tremenda pestilenza. Vedendo il terrore che una simile decimazione aveva seminato, i Romani, per far sì che il nemico non riuscisse a liberarsi completamente della paura anche una volta uscito dall'epidemia, potenziarono con nuovi invii la colonia di Velitra e ne fondarono una nuova a Norba, sulle montagne, per avere una roccaforte nel Pontino.
Sotto il consolato di Marco Minucio e di Aulo Sempronio ci fu una massiccia importazione di grano dalla Sicilia e il senato discusse il prezzo a cui avrebbe dovuto esser venduto alla plebe. Molti pensavano fosse arrivato il tempo di dare un giro di vite alla plebe e di recuperare i diritti che essa aveva estorto ai senatori con le violenze della secessione. Uno dei più accesi, Marzio Coriolano, nemico della potestà tribunizia, disse: «Se vogliono il grano al prezzo di una volta, restituiscano ai senatori i loro antichi diritti. È mai possibile che io debba vedere dei plebei magistrati e un Sicinio dotato di poteri, io che son passato sotto il giogo e sono stato riscattato da questa specie di delinquenti? Dovrò sopportare più a lungo del necessario delle infamie del genere? Io che non avrei tollerato Tarquinio come re, dovrei sopportare un Sicinio? Ci vada lui ora in secessione e si porti la plebe con sé. La strada che porta al monte Sacro e agli altri colli è libera. Rubino pure il frumento dai nostri campi come due anni fa. Si godano la carestia frutto della loro follia. Non ho paura di affermare che, domati da questa piaga, preferiranno andare a lavorare i campi piuttosto che, come fecero durante la secessione, impedire con la violenza che gli altri lavorino.» Io credo che i patrizi avrebbero potuto, mettendo delle condizioni all'abbassamento dei prezzi, liberarsi del potere dei tribuni e di tutti quei diritti concessi loro malgrado. Solo che non è altrettanto facile dire se avrebbero dovuto farlo.
>35> Il discorso sembrò eccessivamente duro anche al senato. Nei plebei suscitò una reazione così violenta da farli quasi ricorrere alle armi. Sostenevano che li si stava prendendo per fame come fossero nemici, e che li si stava privando dei generi di prima necessità per la sopravvivenza: avrebbero tolto loro di bocca anche quel frumento di importazione, il solo alimento che un inatteso colpo di fortuna aveva regalato, se i tribuni non si fossero consegnati in catene a Gneo Marzio e se non gli si fosse data la possibilità di rifarsi sulla pelle della plebe. Ai loro occhi era lui il nuovo boia saltato fuori a costringerli a una scelta obbligata tra la morte e la schiavitù. E gli sarebbero saltati addosso fuori dell'ingresso della curia, se i tribuni, quanto mai tempestivamente, non lo avessero citato in giudizio. Il provvedimento sedò la rabbia: ciascuno si vedeva già giudice del nemico e padrone di scegliere per lui tra la vita e la morte. All'inizio Marzio stette ad ascoltare con aria sprezzante le minacce dei tribuni, sostenendo che essi erano dei magistrati di supporto e non avevano alcuna autorità penale, cioè appunto si trattava di tribuni della plebe e non di senatori. Ma la plebe aveva il dente così avvelenato che i senatori dovettero sacrificare un loro membro per placarne l'ira. Ciò nonostante tennero testa all'odio degli avversari facendo ricorso alle capacità dei singoli e alle risorse dell'intero ordine. La prima mossa fu questa: mandarono in giro dei loro clienti col compito di prendere da parte i singoli e di dissuaderli dal partecipare alle riunioni e agli assembramenti, nella speranza che potessero mandarne all'aria i piani. Poi l'intero ordine senatoriale si presentò in pubblico (tutti senza eccezioni, come se avessero dovuto rispondere di qualche reato) supplicando la plebe di restituirgli un solo cittadino, un senatore: se poi non lo volevano assolvere, almeno gli facessero la grazia di rimandarlo indietro come colpevole. Visto che però alla data stabilita Marzio non ricomparve, la rabbia divenne incontenibile. Condannato in contumacia, andò in esilio presso i Volsci lanciando minacce al suo paese, verso il quale già da allora era ostile.
I Volsci lo accolsero amichevolmente e la loro buona disposizione nei suoi confronti cresceva di giorno in giorno in proporzione al progressivo aumento della rabbia di Marzio verso la sua terra d'origine, alla quale riservava ora nostalgici lamenti ora minacce. Era ospite di Azio Tullio, all'epoca una delle personalità eminenti del popolo volsco e un anti-romano di antica data. Così, spinti uno dall'odio di sempre e l'altro dal recente risentimento, studiano insieme una guerra contro Roma. Sapevano che sarebbe stato difficile convincere la loro gente a riprendere le armi per combattere un avversario che già le aveva procurato tanti dispiaceri. Prima la serie di guerre e poi la pestilenza ne avevano fiaccato gli entusiasmi portandosi via il meglio della gioventù. L'odio risaliva ormai al passato: bisognava ingegnarsi per trovare qualche nuovo motivo di risentimento che ravvivasse gli antichi furori.
>36> Casualmente a Roma si stavano facendo i preparativi per ricominciare da capo i #Ludi Magni.# E li si ricominciava per questa ragione: la mattina dei giochi, prima dell'inizio dello spettacolo, un padrone non meglio identificato aveva fatto passare nel mezzo del circo uno schiavo con forca al collo e lo aveva frustato. I giochi erano poi cominciati, come se quell'episodio non avesse nulla a che vedere con l'aspetto cerimoniale della manifestazione. Non molto tempo dopo, un plebeo di nome Tito Latinio fece un sogno: vide Giove che gli diceva di non aver gradito il primo ballerino ai giochi e che la città sarebbe stata in pericolo se i giochi stessi non fossero stati ricominciati da capo in modo grandioso. Quindi gli disse di andare a riferire la cosa ai consoli. Benché il suo animo non fosse esente da scrupoli religiosi, il timore reverenziale nei confronti dell'autorità consolare ebbe in lui la meglio sulla paura di diventare lo zimbello di tutti. Questa esitazione gli costò cara: nel giro di pochi giorni gli morì un figlio. E perché non ci fosse nessun dubbio sulla natura della disgrazia, nel pieno del lutto gli apparve di nuovo in sogno quella stessa figura che gli domandò se il suo disprezzo per la divinità era stato adeguatamente ricompensato e gli disse che era previsto un rincaro della dose se non si fosse sbrigato a riferire ai consoli. La cosa incalzava ormai pericolosamente. Tuttavia insistette nell'indugiare, finché lo colpì una malattia implacabile accompagnata da un'improvvisa debolezza. Solo allora l'ira degli dèi lo fece ragionare. Quindi, prostrato dalle disgrazie passate e presenti, convocò una riunione di famiglia durante la quale espose ai congiunti ciò che aveva visto e sentito, e cioè le diverse apparizioni di Giove in sogno e le sue disgrazie personali seguite all'ira e alle minacce della divinità. Quindi, con l'approvazione di tutti i parenti convenuti, si fece trasportare su una lettiga in foro davanti ai consoli, i quali gli concessero di entrare nella curia. Lì, mentre tra lo stupore dei senatori ripeteva lo stesso racconto, ci fu un nuovo prodigio: si racconta che l'uomo, completamente paralizzato e trasportato a braccia in senato, una volta compiuta la propria missione, se ne tornò a casa con le proprie gambe.
>37> Il senato decretò che venissero celebrati dei giochi con la maggior sontuosità possibile. Su suggerimento di Azio Tullio, vi prese parte una nutrita delegazione di Volsci. Prima dell'inizio della manifestazione, Tullio, seguendo il piano concertato con Marcio a casa sua, si presentò ai consoli e disse di voler discutere segretamente di una questione di pubblico interesse. Una volta allontanati gli estranei, disse: «Mi rincresce dover dire dei miei concittadini cose che non li mettono in buona luce. Tuttavia non sono venuto a denunciarli per aver commesso qualche reato, ma per evitare che lo commettano. Il carattere volubile del nostro popolo è superiore anche ai miei desideri. Prova ne sia il numero delle nostre disfatte militari: se esistiamo ancora non è merito nostro ma della vostra tolleranza. Attualmente ci sono parecchi Volsci a Roma; ci sono i giochi; i cittadini saranno concentratissimi sullo spettacolo. Ricordo benissimo la bravata dei giovani sabini, sempre qui a Roma e in concomitanza di un'analoga occasione. Ciò che mi spaventa è la possibilità di qualche gesto imprevedibile e sconsiderato. Per questo, nel nostro comune interesse, ho ritenuto opportuno, o consoli, mettervi sul chi vive riguardo a questa eventualità. Quanto a me, ho intenzione di tornarmene subito a casa: non voglio, restando qui, farmi complice di quel che si fa o si dice.» Detto questo, se ne andò. I consoli riferirono al senato l'incerta informazione (proveniente però da fonte certissima) e, come sempre succede in casi del genere, fu più l'autorità della fonte che la notizia stessa a spingerli a prendere misure precauzionali superiori alle reali necessità. Un decreto del senato ingiunse ai Volsci di abbandonare Roma. Tramite degli araldi venne loro ordinato di partire prima del calare della notte. La reazione immediata fu il panico: si misero a correre all'impazzata per andarsi a riprendere la loro roba nelle pensioni dov'erano alloggiati. Poi, mentre erano già per strada, subentrò l'indignazione: li avevano trattati alla stregua di criminali e scellerati, cacciandoli dai giochi in quei giorni di festa e, in qualche modo, anche dal consesso degli dèi e degli uomini.
>38> Mentre procedevano in una fila quasi ininterrotta, Tullio, il quale li aveva preceduti alla fonte Ferentina e lì li stava aspettando, andò incontro ai concittadini più in vista man mano che arrivavano e, rivolgendo loro parole di sdegno e indignazione (ma adattissime alla loro grande rabbia per l'accaduto), grazie all'influenza che essi esercitavano sugli altri, riuscì a condurli tutti in un terreno che si trovava sotto la strada. Lì, parlando come se fosse stato in un'assemblea, disse: «Dimentichiamoci pure tutto il resto, gli affronti del passato e le disastrose disfatte militari inflitte ai Volsci dal popolo romano: ma com'è possibile lasciar correre lo sfregio di oggi e permettere che il nostro disonore sia sfruttato come cerimonia di apertura dei giochi? Oppure non vi siete accorti che per loro oggi è stato un trionfo su di voi? E che la vostra espulsione ha dato spettacolo a tutti, cittadini e stranieri e a molti dei popoli con cui confiniamo? Che le vostre mogli e i vostri figli sono sulla bocca di tutti? E quelli che han sentito le parole degli araldi, quelli che hanno assistito alla nostra partenza, quelli che per strada si sono imbattuti in questa colonna della vergogna, cosa credete che abbiano pensato se non che dovevamo aver di certo commesso una grave colpa, per la quale, con la nostra presenza allo spettacolo, avremmo profanato i giochi e che eravamo stati espulsi onde evitare che sedessimo accanto alla gente pia e partecipassimo alla loro riunione? E poi, non vi rendete conto che siamo vivi perché non ci abbiamo pensato due volte a partire? Ammettendo che non si tratti di fuga. E non vi sembra di dover considerare questa città una tana di nemici, dato che un solo giorno di permanenza sarebbe costato a tutti la vita? Vi è stata dichiarata guerra: tanto peggio per chi l'ha dichiarata, se voi siete degli uomini.» Così, già di per sé indignati ed eccitati da quelle parole, rientrarono nelle rispettive città e ciascuno infiammò a tal punto la propria gente da causare la rivolta dell'intera razza volsca.
>39> All'unanimità tutti i popoli scelsero quali comandanti in capo per quella guerra Azio Tullio e Gneo Marzio, l'esule romano, nel quale riponevano ancora maggiori speranze. Ed egli non le deluse, dimostrando chiaramente che il punto di forza di Roma non erano tanto le sue truppe quanto i suoi generali. Il primo bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni romani e restituì la città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città. Facendo base in questo punto, devastò l'agro romano nei dintorni, preoccupandosi di inviare coi guastatori anche degli uomini incaricati di salvaguardare le proprietà terriere dei patrizi. Due le ragioni di questa mossa: dimostrare che la sua rabbia era maggiormente diretta contro la plebe, e fare in modo di creare un nuovo urto tra le due classi. E così sarebbe stato: infatti i tribuni, con le loro invettive, stavano facendo di tutto per istigare la plebe, già di per sé infuriata, contro i patrizi. Solo la paura del nemico, massimo vincolo di concordia nonostante la diffidenza reciproca, riusciva a tenere uniti gli animi di tutti. Su una questione non erano d'accordo: il senato e i consoli non vedevano altre speranze che nelle armi, mentre la plebe avrebbe scelto qualsiasi altra cosa piuttosto che la guerra. I consoli in carica erano Spurio Nauzio e Sesto Furio. Mentre stavano passando in rassegna le legioni e piazzando delle guarnigioni sulle mura e nei punti in cui avevano stabilito di collocare dei posti di guardia e delle sentinelle, una folla di dimostranti favorevoli alla pace, in un primo tempo li spaventò con grida di rivolta e quindi li costrinse a convocare il senato perché inviasse degli ambasciatori a Gneo Marzio. I senatori accolsero la proposta quando si accorsero che il morale della plebe stava precipitando e mandarono a Marzio degli inviati per trattare la pace. La risposta che riportarono fu terribile: se il territorio dei Volsci veniva restituito, in quel caso si poteva parlare di pace; ma se volevano la pace solo per godersi il bottino di guerra, allora lui, Marzio, memore dell'ingiustizia subita in patria e del'ospitalità offertagli in terra straniera, avrebbe dimostrato che l'esilio aveva raddoppiato, e non infiacchito, le sue energie. Gli inviati fecero un secondo tentativo ma non furono nemmeno ammessi all'interno dell'accampamento. Pare che addirittura i sacerdoti, con tutti i loro paramenti, si presentarono supplici all'accampamento nemico ma che, come già gli ambasciatori, non riuscirono a far cambiare idea a Marzio.
>40> Allora le donne sposate andarono in massa a trovare Veturia e Volumnia, rispettivamente madre e moglie di Coriolano. Non mi è stato possibile ricostruire se ci fu un preciso ordine ufficiale o semplicemente la paura delle donne. In ogni modo convinsero l'anziana Veturia e Volumnia, con al suo séguito i due bambini avuti da Marzio, ad accompagnarle nell'accampamento nemico: se Roma non la si poteva difendere con le armi degli uomini, allora l'avrebbero difesa le donne con le loro lacrime e le loro suppliche. Quando arrivarono all'accampamento e venne annunciata a Coriolano la presenza di una massiccia schiera di donne, egli, irremovibile di fronte alla maestà dei rappresentanti dello Stato nonché di fronte all'aspetto venerando dei sacerdoti - che tanto può sugli occhi e sullo spirito -, in un primo tempo si mostrò ancora più ostinato nei confronti delle lacrime di quelle donne. Poi, uno dei suoi amici più intimi, riconosciuta Veturia che spiccava tra le altre per mestizia ed era in piedi tra la nuora e i nipotini, gli disse: «Se la vista non m'inganna, quelli là sono tua madre, tua moglie e i tuoi bambini.» Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre. Ecco fino a che punto mi hanno trascinato questa mia lunga vita e questa infelice vecchiaia: son costretta a vederti in esilio e addirittura nostro nemico. Come hai potuto devastare questa terra che ti ha generato e nutrito? Anche se eri partito con animo ostile e minaccioso, possibile non ti si sia sbollita la rabbia una volta superati i confini? Possibile che con Roma davanti agli occhi non ti sia venuto in mente di pensare "Dentro quelle mura c'è tutto quello che mi appartiene, casa, penati, madre, moglie, figli"? Allora, se io non ti avessi messo al mondo, Roma adesso non sarebbe assediata. Se non avessi avuto figli, sarei morta libera in una libera patria. D'altra parte, oramai non mi attende più nulla che possa peggiorare la mia miseria e il tuo disonore: se ho toccato il fondo della disgrazia non ho più molto tempo per rimanerci. È a loro che devi pensare: se ti ostini in questa direzione, gli toccherà o una morte immatura o una lunga servitù.» Allora la moglie e i figli lo abbracciarono e il pianto levatosi da tutte le donne e i loro lamenti per la patria e se stesse alla fine piegarono l'irremovibilità di Marzio. Abbracciò la sua famiglia rimandandola a casa; quanto a lui, tolse l'accampamento da sotto le mura, evacuò l'agro romano delle sue truppe e pare rimase ucciso proprio in quella zona, vittima dell'odio che si era procurato. Non c'è accordo sulle cause della morte: presso Fabio, di gran lunga la fonte più antica, ho trovato che morì di vecchiaia. In ogni modo, egli riferisce che quando ormai era un vecchio, Coriolano ripeteva spessissimo che l'esilio è ancora più duro se si è avanti con gli anni. Gli uomini romani non invidiarono le donne per il loro nobile gesto (tanto lontani si era allora dal vivere nell'invidia della gloria altrui). Anzi, a ricordo dell'episodio, fu costruito e consacrato un tempio alla Fortuna delle donne.
In séguito i Volsci, alleatisi con gli Equi, invasero di nuovo l'agro romano, ma gli Equi non accettarono più Tullo Azio come comandante in capo. La questione - a chi cioè affidare il comando dei due eserciti uniti - creò prima un aperto contrasto per poi finire in un bagno di sangue. In quel caso la buona stella del popolo romano annientò due eserciti nemici in una battaglia non meno rovinosa che accanita.
Consoli Tito Sicinio e Caio Aquilio. A Sicinio toccarono i Volsci, ad Aquilio gli Ernici, scesi anche loro in campo. Quell'anno gli Ernici furono sconfitti. La guerra coi Volsci, dopo alterne fortune, si risolse in un nulla di fatto.
>41> I consoli successivi furono Spurio Cassio e Proculo Verginio. Fu stipulato un trattato con gli Ernici in base al quale Roma si annetteva i due terzi del loro territorio. Il console Cassio era dell'avviso di darne metà ai Latini e metà ai plebei. E a questa donazione voleva aggiungere parte della terra che teoricamente risultava essere di demanio pubblico e che invece, secondo la sua accusa, era detenuta abusivamente da privati. Questa proposta terrorizzava molti senatori che, essendo essi stessi i proprietari, si vedevano minacciati nelle proprie sostanze. Ma i senatori, visto il ruolo da essi ricoperto in ambito pubblico, temevano che con quella donazione il console potesse acquistare un'influenza pericolosa per la libertà. Allora, per la prima volta, fu promulgata una legge agraria: da quella data fino ai giorni nostri non c'è stata volta che il ritorno sulla stessa questione non abbia causato gravi disordini politici. L'altro console si opponeva alla donazione e aveva dalla sua parte i senatori senza nel contempo trovarsi di fronte l'ostilità di tutta la plebe, la quale aveva sùbito mostrato di non gradire che la donazione fosse stata estesa dai cittadini ai semplici alleati. E in più sentiva spesso che il console Verginio denunciava pubblicamente la perniciosità della elargizione proposta dal collega, sostenendo che quella terra avrebbe ridotto in schiavitù chiunque ne avesse beneficiato e avrebbe rappresentato una strada diretta verso la monarchia. Che ragioni c'erano di includere nella spartizione gli alleati e il popolo latino? A che pro rendere agli Ernici, fino a ieri nemici, un terzo della terra conquistata, se non perché quelle genti al posto di Coriolano avessero Cassio? Da quel momento, lui che era stato l'oppositore della legge agraria, cominciò a diventare popolare. In séguito, tra i due consoli, si assistette quasi a una gara di attenzioni verso la plebe: Verginio si diceva pronto ad accettare la donazione a patto che interessasse soltanto i cittadini romani; Cassio, poiché con la promessa di donazione agraria si era reso popolare presso gli alleati, conquistandosi però lantipatia dei suoi concittadini, per riconciliarsene i favori con un altro dono, ordinò di rimborsare al popolo il denaro pagato per il frumento siciliano. Ma la plebe respinse sdegnosamente l'offerta giudicandola un tentativo di comprarsi in contanti il potere monarchico. E per questo sospetto istintivo voltavano sprezzanti le spalle ai suoi doni, come se avessero tutto in eccesso. A fine mandato - è un fatto su cui non ci sono dubbi -, fu condannato a morte e ucciso. Alcuni sostengono che l'esecutore materiale della sentenza fu suo padre: istituita la causa a domicilio, lo avrebbe fatto frustare a morte e ne avrebbe consacrato i beni a Cerere. Poi avrebbe fatto scolpire una statua con questa iscrizione: «Dono della famiglia Cassia.» Presso alcuni autori ho trovato una versione diversa ma più aderente alla realtà: i questori Cesone Fabio e Lucio Valerio lo avrebbero accusato di alto tradimento, il popolo lo avrebbe riconosciuto colpevole e lo Stato avrebbe fatto radere al suolo la casa. È la zona antistante al tempio della Terra. Sta di fatto che la condanna, frutto di un processo pubblico o privato, fu pronunciata durante il consolato di Servio Cornelio e Quinto Fabio.
>42> Il risentimento popolare nei confronti di Cassio non durò a lungo. La legge agraria, già allettante di per se stessa, ora che era scomparso il suo promulgatore, affascinava tutti e il desiderio che se ne provava fu accresciuto dalla meschinità dei senatori, i quali, quell'anno, dopo una vittoria sui Volsci e sugli Ernici, privarono i soldati del bottino. Tutto ciò che fu tolto al nemico il console Fabio lo mise all'incanto e ne trasferì i proventi nelle casse dello Stato.
Il nome dei Fabi era impopolarissimo proprio a causa di quest'ultimo console. Ciò nonostante, i consoli riuscirono a ottenere che insieme a Lucio Emilio venisse eletto console Cesone Fabio. Questo incrementò il rancore dei plebei che, a séguito dei disordini causati in patria, fecero scoppiare un conflitto all'estero. E con la guerra le discordie civili conobbero una tregua: patrizi e plebei uniti, agli ordini di Emilio con una brillante vittoria sedarono una ribellione dei Volsci e degli Equi. I nemici, tuttavia, ebbero più perdite durante la ritirata che durante lo scontro, tanta fu l'ostinazione con la quale i cavalieri li inseguirono mentre fuggivano sparpagliati. Il quindici luglio di quello stesso anno venne consacrato a Castore il tempio promesso dal dittatore Postumio durante la guerra latina: lo dedicò suo figlio, eletto duumviro espressamente per questo ufficio.
Anche quell'anno la plebe cedette al richiamo allettante della legge agraria. I tribuni della plebe cercavano di rinforzare la loro autorità popolare con una legge popolare: i senatori, trovando che era già sufficiente la violenza spontanea della plebe, vedevano le donazioni come un rischioso stimolo alla temerarietà. I fautori più accesi dell'opposizione senatoriale furono i consoli. Così la spuntarono proprio questi ultimi, e non solo nella circostanza presente: infatti, l'anno successivo, riuscirono anche a portare al consolato Marco Fabio, fratello di Cesone, e un personaggio ancora più impopolare, Lucio Valerio, l'uomo cioè che aveva accusato Spurio Cassio.
Anche in quell'anno ci fu una grande battaglia coi tribuni. La legge subì uno scacco totale, così come lo subirono quanti l'avevano proposta promettendo cose immantenibili. La famiglia dei Fabi si conquistò una grande stima con quei tre consolati consecutivi, tutti caratterizzati da continui conflitti coi tribuni. Così, visto che era considerato in mani sicure, l'incarico rimase abbastanza a lungo presso quella famiglia. In séguito scoppiò una guerra con Veio e i Volsci si ribellarono. Ma visto che per i conflitti esterni c'era un eccesso di forze, le si impiegò malamente in quelli interni. Al malessere generale vennero anche ad aggiungersi dei prodigi divini che, quasi ogni giorno, si manifestavano a Roma e nelle campagne minacciando sventure. Secondo le interpretazioni pubbliche e private, basate sulle viscere degli animali e sul volo degli uccelli, l'ira degli dèi aveva una sola spiegazione possibile: nelle cerimonie religiose non ci si era attenuti alle prescrizioni rituali. Tutte queste paure non portarono ad altro che alla condanna della vestale Oppia, accusata di aver violato il voto di castità.
>43> Quinto Fabio e Caio Giulio furono in séguito eletti consoli. Quell'anno la lotta di classe che dilaniava la città non fu meno accanita e accesa della guerra combattuta al l'estero. Gli Equi presero le armi; le scorribande dei Veienti arrivarono fino all'agro romano. La crescente inquietudine dovuta a queste campagne è l'atmosfera in cui vengono eletti consoli Cesone Fabio e Spurio Furio. Gli Equi stavano assediando Ortona, una città latina. I Veienti, già carichi di bottino, minacciavano di attaccare Roma stessa. Tutti questi campanelli d'allarme, invece di sedare l'animosità dei plebei, la incrementarono ulteriormente. E ricominciarono con la politica del boicottaggio del servizio militare, anche se non spontaneamente: infatti il tribuno della plebe Spurio Licinio, vedendo nella crisi del momento un'occasione propizia per imporre ai patrizi la promulgazione di una legge agraria, si era messo in testa di ostacolare i preparativi di guerra. Da quel momento in poi il tradizionale odio nei confronti del tribunato si concentrò esclusivamente sulla sua persona: i consoli non lo attaccarono meno animosamente dei suoi stessi colleghi e fu proprio grazie al loro sostegno che riuscirono a organizzare la leva militare.
Si reclutarono truppe per due campagne contemporanee: Fabio sarebbe stato il comandante della spedizione contro gli Equi, Furio di quella contro i Veienti. Quest'ultima non fece registrare niente che meriti di essere ricordato. Nella campagna contro gli Equi, Fabio ebbe in qualche modo più problemi con i suoi effettivi che con i nemici. Fu soltanto quella grande figura, il console stesso, che resse le sorti dello Stato, tradito in tutti i modi possibili dai soldati i quali lo detestavano. Un solo esempio: dopo aver dimostrato in molte altre occasioni grande abilità nella strategia e nella condotta delle operazioni, quando il console operò una mossa che gli permise di sbaragliare le linee nemiche con un assalto della sola cavalleria, la fanteria si rifiutò di lanciarsi all'inseguimento dei fuggiaschi; e né l'incitamento dell'odiato generale, né il disonore loro e la vergogna che in quel momento ricadeva su tutti, né il rischio che il nemico potesse riprendere coraggio e tornare sui propri passi, nessuno di questi fattori li spinse ad accelerare l'andatura o, se non altro, a mantenersi allineati. Così, nonostante gli ordini, ritornarono indietro e, con facce che avresti detto di vinti, rientrano alla base maledicendo a turno il generale e l'efficienza della cavalleria. Il comandante non riuscì a rimediare in nessun modo a questo episodio, per quanto rovinoso fosse stato, e ciò dimostra che le menti superiori hanno spesso maggiori problemi a imporre la propria volontà politica ai cittadini che la propria legge militare ai nemici. Il console ritorna quindi a Roma, non tanto carico di gloria conquistata sul campo, quanto dell'odio esacerbato e dell'esasperazione dei soldati nei suoi confronti. Ciò nonostante, i senatori ottennero che il consolato rimanesse presso la famiglia dei Fabi; nominano console Marco Fabio cui viene affiancato come collega Gneo Manlio.
>44> Quell'anno vide un tribuno, Tiberio Pontificio, proporre la legge agraria: seguendo pari passo le orme di Spurio Licinio - come se a lui fosse andata bene -, per un certo periodo riuscì a ostacolare la leva. Di fronte al rinnovarsi delle preoccupazioni senatoriali, Appio Claudio disse che l'anno prima si era avuta la meglio sul potere dei tribuni e che la vittoria in quella precisa occasione potenzialmente valeva anche per i giorni a venire, in quanto allora si era scoperto che esso poteva essere annientato proprio con le sue stesse forze. Infatti ci sarebbe sempre stato un tribuno desideroso di ottenere un successo personale ai danni del collega e disposto a conquistarsi il favore del patriziato rendendo un servizio allo Stato. E, all'occorrenza, un numero più consistente di tribuni non avrebbe esitato a spalleggiare il console; d'altra parte sarebbe bastato uno contro tutti. La sola cosa che i consoli e i senatori più in vista dovevano fare era questa: cercare di portare, se non tutti, almeno qualcuno dei tribuni dalla parte dello Stato e del senato. L'intero ordine senatoriale, seguendo le istruzioni di Appio, cominciò a dimostrare ai tribuni gentilezza e disponibilità; e gli ex consoli, contando sull'influenza che ciascuno di essi vantava sui singoli, in parte con favori personali, in parte con l'autorità di cui disponevano, fecero in modo che i tribuni mettessero i loro poteri al servizio dello Stato. Così, quattro di essi, contro un solo e ostinato avversario dell'interesse generale, collaborarono coi consoli nella realizzazione della leva.
Fatto questo, partì la spedizione armata contro Veio, dove si erano concentrati dei contingenti provenienti da tutta l'Etruria, non tanto per sostenere la causa dei Veienti, quanto piuttosto perché c'era la speranza che le discordie interne potessero accelerare il crollo della potenza romana. I capi di tutte le genti etrusche si scalmanavano nelle assemblee sostenendo che l'egemonia di Roma sarebbe durata in eterno, se essi non avessero smesso di sbranarsi tra di loro in tutte quelle lotte fratricide. Quello era l'unico veleno, la sola rovina delle società fiorenti, nata per far conoscere ai grandi potentati il senso della caducità. A lungo contenuto, vuoi per l'accorta gestione dei senatori, vuoi per la rassegnazione della plebe, il male stava ormai dilagando in maniera incontrollabile. Di uno stato se n'erano fatti due, con tanto di leggi e magistrati autonomi in ciascuno di essi. Nei primi tempi c'era un'opposizione accesa e sistematica alla leva e poi, quando si trattava di combattere, erano pronti a obbedire ai comandanti. Qualunque fosse la situazione interna, bastava reggesse la disciplina militare per tenere in piedi tutto. Ma adesso disobbedire ai magistrati era diventata una moda che aveva coinvolto anche il mondo militare romano. Che considerassero l'ultima guerra da loro combattuta: quando lo schieramento allineato era già nel pieno dello scontro, ecco che tutti i soldati avevano deciso di comune accordo di rimettere la vittoria nelle mani degli ormai vinti Equi, di liberarsi delle insegne, di abbandonare il comandante sul campo e di rientrare alla base contro ogni ordine ricevuto. Nessun dubbio che se gli Equi avessero fatto ancora uno sforzo Roma sarebbe crollata sotto i colpi dei suoi stessi soldati. Non ci voleva molto: una semplice dichiarazione di guerra e una dimostrazione di efficienza militare. Al resto avrebbero pensato il destino e il volere degli dèi. Queste speranze spinsero gli Etruschi a scendere in guerra, nonostante la lunga sequenza di alterne vittorie e sconfitte.
>45> I consoli romani, a loro volta, non temevano nulla quanto le proprie forze e le proprie truppe. Memori del deplorevole incidente occorso nell'ultima guerra, eran terrorizzati all'idea di scendere in campo per affrontare contemporaneamente la minaccia di due eserciti. Così stazionavano all'interno dell'accampamento, paralizzati dall'imminenza di quel doppio pericolo. Non era escluso che il tempo e i casi della vita avrebbero ridotto la tensione degli uomini e riportato il buon senso. Ma proprio per questo i loro nemici, Etruschi e Veienti, stavano accelerando al massimo le operazioni: sulle prime li provocarono a scendere in campo cavalcando nei pressi dell'accampamento e sfidandoli a uscire; poi, visto il nulla di fatto, presero a insultare a turno i consoli e la truppa. Dicevano che la storia della lotta di classe era un pretesto per coprire la paura e che il dubbio più grande dei consoli non era rappresentato tanto dalla lealtà quanto dal valore dei loro uomini. Che razza di ammutinamento poteva essere una rivolta di soldati di leva tutti buoni e silenziosi? A queste frecciate ne aggiungevano altre, più o meno fondate, circa le recenti origini della loro razza. I consoli non reagivano a questi insulti provenienti proprio da sotto il fossato e le porte. La moltitudine, invece, meno portata a simulare, passava dall'indignazione all'umiliazione più profonda e si dimenticava degli attriti sociali: voleva farla pagare ai nemici e nel contempo non voleva che i consoli e il patriziato potessero vantare una vittoria. Il conflitto psicologico era tra l'odio per la classe avversaria e quello per il nemico. Alla fin fine ebbe la meglio il secondo, tanto insolente e arrogante era diventato lo scherno dei nemici. Si accalcano davanti al pretorio, reclamano la battaglia, chiedono che si dia il segnale. I consoli confabulano, come se fossero in piena riunione di consiglio. La discussione dura a lungo. Il loro desiderio era combattere; nel contempo, però, frenavano e dissimulavano il desiderio stesso in odo tale che crescesse l'impeto dei soldati ostacolati e trattenuti. Gli uomini si sentirono rispondere che attaccare sarebbe stato prematuro perché gli sviluppi della situazione non erano ancora arrivati al punto giusto. Quindi che rimanessero nell'accampamento. Seguì l'ordine di astenersi dal combattere: se qualcuno, violando la consegna, avesse combattuto sarebbe stato trattato come un nemico. Con queste parole li congedarono: ma il loro apparente rifiuto fece crescere negli uomini l'impazienza di buttarsi all'assalto. Quando i nemici vennero a sapere che il console aveva interdetto ai suoi di scendere in campo, si accanirono ulteriormente nella provocazione, infiammando così ancora di più i soldati romani. Era evidente che li potevano schernire senza correre rischi: godevano di così poca fiducia che venivano negate loro persino le armi. La conclusione sarebbe stato un ammutinamento generale con il conseguente crollo della potenza romana. Forti di queste convinzioni, vanno a lanciare grida di scherno davanti alle porte dell'accampamento e si trattengono a stento dall'assalirlo. A quel punto i Romani non poterono sopportare oltre gli insulti e da tutti i punti del campo si riversarono di corsa davanti ai consoli: le loro non erano più come prima richieste disciplinate e presentate per bocca dei primi centurioni, ma un coro di voci scomposte. La cosa era matura: tuttavia i consoli tergiversavano. Alla fine, Fabio, vedendo che il collega, di fronte a quel crescente tumulto, era sul punto di cedere per paura di una sommossa, chiamò un trombettiere per imporre il silenzio e poi disse: «Questi uomini, Gneo Manlio, possono vincere, te lo assicuro; che lo vogliano, ho qualche dubbio, e per colpa loro. Quindi sono deciso a non dare il segnale di battaglia se prima non giurano di ritornare vincitori. Le truppe, durante le fasi di uno scontro, han tradito una volta il console romano: gli dèi non li tradiranno mai». A quel punto, un centurione di nome Marco Flavoleio, tra i più accaniti nel reclamare la battaglia, disse: «Tornerò vincitore, o Marco Fabio!» Augurò che l'ira del padre Giove, di Marte Gradivo e degli altri dèi potesse abbattersi su di lui in caso di fallimento. A seguire giurarono tuti gli altri uomini, ripetendo ciascuno lo stesso augurio nei propri confronti. Finito il giuramento si sente il segnale e tutti corrono ad armarsi, pronti a scendere in campo con una carica di rabbioso ottimismo. Ora sfidano gli Etruschi a fare i gradassi, ora ognuno sfida quelle male lingue a farsi sotto, ad affrontare il nemico adesso che è armato di tutto punto! Quel giorno, patrizi e plebei senza differenze, brillarono tutti per il grande coraggio dimostrato. Al di sopra di ogni altro, però, il nome dei Fabi: con quella battaglia essi riguadagnarono il favore popolare perso nel corso della lunga sequenza di lotte politiche a Roma. |#[continua]#|
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|#[LIBRO II, 4]#|
>46> L'esercito viene schierato e né i Veienti né le legioni etrusche si tirano indietro. La loro certezza quasi assoluta era questa: i Romani non li avrebbero affrontati con maggiore determinazione di quanta ne avevano dimostrata con gli Equi; oltretutto, vista l'esasperazione degli animi e la totale incertezza dello scontro, non era escluso che commettessero qualche nuovo e imprevedibile errore. Ma le cose andarono in tutt'altra maniera: in nessuna delle guerre del passato i Romani si erano prodotti in un attacco così violento, tanto li avevano esasperati sia gli insulti del nemico sia gli indugi dei consoli. Gli Etruschi avevano appena avuto il tempo di spiegare il proprio schieramento che i Romani, nel pieno della concitazione iniziale, prima avevano lanciato a caso le aste più che prendendo la mira, e poi erano arrivati al corpo a corpo con la spada, cioè proprio il tipo più pericoloso di duello. Nelle prime file le prodezze straordinarie dei Fabi erano un esempio per i concittadini. Uno di essi, quel Quinto Fabio che era stato console due anni prima, stava guidando l'attacco contro un gruppo compatto di Veienti, quando un etrusco fortissimo e particolarmente esperto nel maneggiare le armi lo sorprese mentre incautamente si spingeva tra un nugolo di nemici e lo passò da parte a parte in pieno petto. E una volta estratta la spada, Fabio crollò a terra riverso sulla ferita. Anche se si trattava di un uomo solo, la notizia della sua morte fece scalpore in entrambi gli schieramenti e i Romani stavano già per cedere, quando il console Marco Fabio, scavalcandone il cadavere e proteggendosi con lo scudo, gridò: «È questo che avete giurato, soldati? Fuggire e ritornare al campo? Allora vuol dire che temete quei gran codardi dei nemici più di Giove o Marte, in nome dei quali avete giurato? Benissimo: io non ho giurato, eppure o tornerò indietro vincitore o cadrò battendomi qui accanto a te, Quinto Fabio!» Alle parole del console replicò allora Cesone Fabio, console l'anno precedente: «Credi, fratello, che diano retta alle tue parole e tornino a combattere? Daranno retta agli dèi, è su di loro che han giurato. Quanto a noi, per il rango sociale che occupiamo e per il nome che portiamo (siamo o non siamo dei Fabi?), è nostro dovere infiammare l'animo dei soldati più con l'esempio concreto che con tanti discorsi». Detto questo, i due Fabi volarono in prima linea con le lance in resta e si trascinarono dietro tutto l'esercito.
>47> Così furono risollevate le sorti della battaglia da quella parte. Dall'altra ala dello schieramento il console Gneo Manlio stava impegnandosi con non meno ardore a sostenere il combattimento, quando accadde un episodio quasi del tutto analogo. Infatti, come prima Quinto Fabio all'ala opposta, così adesso da questa parte Manlio, mentre stava guidando l'attacco impetuoso dei suoi soldati contro il nemico già quasi allo sbaraglio, fu ferito gravemente e dovette abbandonare la battaglia. La truppa, credendolo morto, cominciò a vacillare e avrebbe ceduto la posizione se l'altro console, arrivato al galoppo da quella parte con alcuni squadroni di cavalieri, gridando che il suo collega era vivo e che egli stesso aveva piegato e messo in fuga i nemici dall'altro versante dello schieramento, non avesse raddrizzato la situazione. Anche Manlio, facendosi vedere in mezzo a loro, contribuisce a rimettere in sesto la linea di battaglia. E il morale degli uomini riprende sùbito quota appena riconoscono i lineamenti dei due consoli. Nello stesso istante si riduce anche la pressione del nemico perché essi, contando sulla superiorità numerica, avevano ritirato le riserve e le avevano mandate ad attaccare l'accampamento romano. Lì la resistenza è di breve durata, nonostante la violenza relativamente modesta dell'urto. Mentre però i nemici si davano da fare col bottino più che preoccuparsi degli sviluppi della battaglia, i triarii romani, che non erano stati capaci di sostenere l'impeto iniziale, mandarono dei messaggeri per riferire ai consoli come andavano le cose; quindi, riunitisi di nuovo nei pressi del pretorio, lanciarono un contrattacco senza aspettare i rinforzi e di loro spontanea volontà. Nel frattempo il console Manlio era rientrato nell'accampamento e, piazzando degli uomini in corrispondenza di tutte le porte, aveva tagliato al nemico ogni via d'uscita. Gli Etruschi allora, in quella situazione disperata, invece di dare una dimostrazione di coraggio, persero la testa. Infatti, dopo aver più volte tentato invano di sfondare dove speravano che fosse possibile una sortita, un gruppo compatto di giovani si lanciò dritto sul console, dopo averlo individuato per il tipo di armamento che aveva addosso. I primi colpi furono parati dai soldati del suo séguito, ma l'urto era troppo violento per poterlo reggere più a lungo; e il console cadde, ferito a morte, mentre gli uomini del suo presidio personale fuggirono. Gli Etruschi ripresero allora coraggio e il panico si impadronì dei Romani che correvano all'impazzata per l'accampamento: la situazione sarebbe veramente precipitata, se alcuni ufficiali superiori, dopo essersi impadroniti del corpo del console, non avessero dato via libera ai nemici da una delle porte. Fu di lì che si lanciarono fuori, andando però a cozzare senza più nessun ordine nel console vincitore che li massacrò di nuovo e quindi li disperse.
Fu una grande vittoria, anche se funestata dalla morte di due uomini di quella statura. Così il console, quando il senato autorizzò il trionfo, disse in risposta che se le truppe lo potevano celebrare senza il loro generale, egli avrebbe dato volentieri il proprio consenso per l'eccellente prestazione da esse offerta in quella guerra. Quanto a se stesso, con la famiglia in pieno lutto per la morte del fratello Quinto Fabio e lo Stato mutilato in una delle sue parti per la perdita dell'altro console, non avrebbe potuto accettare la corona d'alloro in quel momento di grande cordoglio pubblico e privato. Il rifiuto del trionfo fu un titolo di merito superiore a qualsiasi altro trionfo mai celebrato, com'è vero che rifiutare la gloria al momento giusto significa raddoppiarla col tempo. Poi celebrò uno dopo l'altro i funerali del collega e del fratello, e in entrambi i casi pronunciò l'orazione funebre: pur non togliendo ai due uomini alcun merito, riuscì a concentrare su se stesso buona parte delle lodi. E senza perdere di vista quella politica di riconciliazione con la plebe che era stata uno dei suoi obiettivi principali all'inizio del consolato, affidò ai patrizi il compito di curare i soldati feriti. La maggior parte toccò ai Fabi e le attenzioni che essi ricevettero in questa casa non ebbero uguali nel resto della città. Da quel momento i Fabi cominciarono a essere popolari presso la plebe e fu soltanto servendo lo Stato che essi raggiunsero un simile obiettivo.
>48> Poi entrambe le parti, patrizi e plebei, mostrano un'uguale propensione nel voler nominare console Cesone Fabio accanto a Tito Verginio. Il primo, all'inizio del suo mandato, lasciando da parte guerra, leva militare e ogni altro problema governativo, si concentrò esclusivamente sulla realizzazione del suo progetto, fino a quel momento solo abbozzato, della riconciliazione tra plebe e patriziato. Così, nei primi mesi di quell'anno, per evitare che un qualche tribuno saltasse fuori con proposte di legge agraria, suggerì ai senatori di giocare d'anticipo e di agire autonomamente distribuendo alla plebe la terra conquistata e facendolo nella massima imparzialità possibile. Era giusto diventasse proprietà di quanti avevano dato sangue e sudore per conquistarla. I senatori bocciarono la proposta e, anzi, alcuni di loro arrivarono a dire che l'eccesso di gloria aveva insuperbito e offuscato la mente di Cesone una volta molto lucida.
In séguito il conflitto tra le classi urbane conobbe un periodo di stallo. I Latini erano tormentati dalle incursioni degli Equi. Cesone si recò allora con un esercito nel territorio degli Equi per compiervi delle razzie. Gli Equi si arroccarono nella loro città, al riparo delle fortificazioni, e fu per questo che non ci fu nessuno scontro particolarmente memorabile. Coi Veienti, invece, si registrò una disfatta solo a causa della temerarietà dell'altro console: l'esercito sarebbe stato distrutto, se Cesone Fabio non fosse arrivato per tempo in aiuto. Dopo questo episodio, i rapporti coi Veienti non furono né pacifici né bellicosi, ma si limitarono a una sorta di reciproca scorrettezza. Di fronte alle legioni romane, si arroccavano nelle loro città; quando vedevano che le legioni si erano ritirate, allora uscivano e facevano delle scorrerie nelle campagne, eludendo alternativamente la guerra con una sorta di pace e la pace con la guerra. In modo tale che la cosa non poteva né essere abbandonata né esser portata a compimento. Quanto ai rapporti con gli altri popoli, si era di fronte o a guerre imminenti (per esempio con Equi e Volsci, la cui inattività non poteva durare più del tempo necessario per digerire il dolore, ancora bruciante, per l'ultima disfatta) o a guerre destinate a scoppiare di lì a poco (con i Sabini sempre ostili e con l'intera Etruria). Ma i Veienti, tipo di nemici più ostinati che insidiosi e portati maggiormente a provocare che a creare pericoli, faceva tenere il fiato in sospeso perché non lo si poteva mai perdere di vista e impediva di rivolgere altrove l'attenzione. Allora la gente Fabia si presentò di fronte al senato e il console parlò a nome della propria famiglia: «Nella guerra contro Veio, come voi sapete, o padri coscritti, la costanza dello sforzo militare conta più della quantità di uomini impiegati. Voi occupatevi delle altre guerre e lasciate che i Fabi se la vedano coi Veienti. Per quel che ci concerne, vi garantiamo di tutelare l'onore del popolo romano: è nostra ferma intenzione trattare questa guerra alla stregua di una questione di famiglia e di accollarcene tutte le spese: lo Stato non deve preoccuparsi né dei soldati né del denaro.» Seguì un coro unanime di ringraziamenti. Il console uscì dalla curia e se ne tornò a casa scortato da un nutrito drappello di Fabi, i quali avevano aspettato il verdetto del senato nel vestibolo della curia. Quindi, ricevuto l'ordin di trovarsi il giorno dopo, armati di tutto punto, di fronte alla porta del console, rientrarono tutti nelle proprie case.
>49> La notizia fece il giro della città e i Fabi vennero portati alle stelle: una famiglia si era assunta da sola l'onere di sostenere lo Stato e la guerra contro i Veienti si era trasformata in una faccenda privata e combattuta con armi private. Se in città ci fossero state altre due famiglie così forti, una si sarebbe occupata dei Volsci e l'altra degli Equi e il popolo romano si sarebbe goduto beatamente la pace una volta sottomessi tutti i vicini. Il giorno successivo i Fabi si presentano all'appuntamento armati di tutto punto. Il console, uscito nel vestibolo in uniforme da guerra, vede schierati tutti i membri della sua famiglia e, postovisi a capo, dà ordine di mettersi in marcia. Per le vie di Roma non sfilò mai in passato nessun altro esercito meno numeroso ma nel contempo così acclamato e ammirato dalla gente. Trecentosei soldati, tutti patrizi, tutti della stessa famiglia, ciascuno dei quali più che degno di esserne al comando, e capaci insieme di formare, in qualsiasi momento, un'eccellente assemblea, avanzarono a passo di marcia minacciando l'esistenza del popolo di Veio con le forze di una sola famiglia. Li seguiva una folla in parte costituita da parenti e amici - gente straordinaria che volgeva l'animo non alla speranza o alla preoccupazione, ma solo a sentimenti sublimi - e in parte da gente qualunque spinta dall'ansia di partecipare e piena di entusiasmo e ammirazione. Tutti auguravano loro di essere sostenuti dal coraggio e dalla fortuna e di riportare un successo degno dell'impresa. E una volta di nuovo in patria, avrebbero potuto contare su consolati e trionfi, e su ogni forma di premio e riconoscimento. Quando passarono davanti al Campidoglio, alla cittadella e agli altri templi, supplicarono tutte le divinità che sfilavano davanti ai loro occhi, e quelle che venivano loro in mente, di accordare a quella schiera favore e fortuna e di restituirla intatta e in breve tempo alla patria e ai parenti. Ma vane furono le preghiere. Partiti lungo la Via Infelice e passati dall'arcata destra della porta Carmentale, arrivarono alla riva del torrnte Cremera, posizione che sembrò indicata per la costruzione di un campo fortificato.
Dopo questi episodi furono eletti consoli Lucio Emilio e Caio Servilio. Finché si trattò soltanto di razzie, i Fabi non solo garantirono una sicura protezione al loro campo fortificato, ma in tutta l'area di confine tra la campagna romana e quella etrusca resero sicura la propria zona e, con continui sconfinamenti, crearono un clima di pericolo costante nel territorio nemico. Quindi le razzie cessarono per un breve tempo, finché i Veienti, reclutato un esercito in Etruria, attaccarono il presidio di Cremera e le legioni romane agli ordini del console Lucio Emilio li affrontarono in uno scontro all'arma bianca. A dir la verità, i Veienti ebbero così poco tempo per schierarsi in ordine di battaglia che, quando nel disordine delle manovre iniziali era in corso l'allineamento dietro le insegne e la collocazione dei riservisti al loro posto, la cavalleria romana li caricò all'improvviso sul fianco, togliendo loro la possibilità non solo di attaccare per primi, ma anche di mantenere la posizione. Respinti in fuga fino al loro accampamento a Saxa Rubra, implorarono la pace. Ma per la debolezza tipica del loro carattere, si pentirono di averla ottenuta prima che la guarnigione romana avesse evacuato il campo di Cremera.
>50> Il popolo di Veio si trovò di nuovo nella necessità di vedersela coi Fabi, senza però essere meglio preparato alla guerra. E non si trattava più soltanto di razzie nelle campagne e di repentine rappresaglie contro i razziatori, ma si combatté non poche volte in campo aperto e a ranghi serrati, e una famiglia romana, pur misurandosi da sola, ebbe più volte la meglio su quella città etrusca allora potentissima. Sulle prime ai Veienti ciò parve umiliante e penoso. Poi però, studiando la situazione, decisero di giocare d'astuzia contro quel nemico irriducibile, anche perché vedevano con piacere che i reiterati successi avevano raddoppiato l'audacia dei Fabi. Così, parecchie volte, quando questi ultimi si avventuravano in razzie, facevano trovare loro, come per pura coincidenza, del bestiame sulla strada; vaste estensioni di terra venivano abbandonate dai proprietari e i distaccamenti inviati ad arginare le razzie fuggivano con un terrore più spesso simulato che reale. E ormai i Fabi si erano fatti un'idea tale del nemico da non ritenerlo in grado di sostenere le loro armi vittoriose, qualunque fossero stati l'occasione e il luogo dello scontro. Quest'illusione li portò ad uscire allo scoperto, nonostante la presenza in zona del nemico, per catturare una mandria avvistata a notevole distanza dal campo di Cremera. Dopo aver superato, senza però rendersene conto vista la velocità con cui procedevano, un'imboscata proprio sulla loro strada, si dispersero nel tentativo di catturare il bestiame che, come sempre succede quando reagisce spaventato, correva all'impazzata in tutte le direzioni. Proprio in quel momento, si trovarono all'improvviso di fronte i nemici saltati fuori dovunque dai loro nascondigli. Prima fu il terrore per l'urlo di guerra levatosi intorno a loro, poi cominciarono a volare proiettili da ogni parte. E mentre gli Etruschi con una manovra centripeta li chiusero in una fila ininterrotta di uomini, in modo che a ogni loro passo avanti corrispondeva una riduzione dello spazio concentrico in cui i Romani si potevano muovere, questa mossa ne mise in chiara luce l'inconsistenza numerica esaltando invece la massa compatta degli Etruschi che sembravano il doppio in quella stretta fascia di terra. Allora, rinunciando alla resistenza che avevano sostenuto in tutti i settori, si concentrarono in un unico punto dove, grazie alla forza d'urto e alla loro perizia militare, riuscirono a fare breccia con una formazione a cuneo. In quella direzione arrivarono a un'altura appena accennata, dove in un primo tempo riuscirono a resistere. Poi, dato che la posizione sopraelevata permise loro di tirare il fiato e di riprendersi dal grande spavento, respinsero anche i nemici che pressavano da sotto. Quel pugno di uomini stava avendo la meglio grazie alla posizione vantaggiosa, quando i Veienti spediti ad aggirare l'altura emersero da dietro sulla cima e permisero ai compagni di riprendere in mano la situazione. I Fabi vennero massacrati dal primo all'ultimo e il loro campo venne espugnato. Nessun dubbio: morirono in trecentosei; se ne salvò soltanto uno, pco più di un ragazzo, destinato a mantenere in vita la stirpe dei Fabi e a diventare per Roma, nei momenti più cupi in pace e in guerra, un sostegno fondamentale.
>51> Al momento di questo disastro, Gaio Orazio e Tito Menenio erano già consoli. Menenio fu subito inviato a fronteggiare gli Etruschi esaltati dalla vittoria. Ancora una volta la spedizione ebbe un esito sfavorevole e i nemici occuparono il Gianicolo. E avrebbero addirittura assediato Roma, messa alle strette non solo dalla guerra ma da una carestia in atto (infatti gli Etruschi avevano attraversato il Tevere), se il console Orazio non fosse stato richiamato dal paese dei Volsci. La guerra stava minacciando le mura così da vicino che avevano già avuto luogo una prima battaglia dall'esito incerto presso il tempio della Speranza e una seconda davanti alla porta Collina. Lì, i Romani ebbero la meglio, anche se di poco; tuttavia questa battaglia restituì ai soldati il coraggio dei giorni migliori in vista degli scontri a venire.
Aulo Verginio e Spurio Servilio diventano consoli. Dopo la sconfitta subita di recente, i Veienti evitarono il confronto in campo aperto e optarono per la tecnica della scorribanda: utilizzando il Gianicolo come campo base, facevano incursioni qua e là nella campagna romana e tutti, bestiame e contadini, erano in pericolo. Ma dopo un po' di tempo furono vittime della stessa trappola nella quale erano caduti i Fabi: mentre stavano inseguendo i capi di bestiame utilizzati intenzionalmente come esca, caddero in un'imboscata; siccome però eran più numerosi dei Fabi, le proporzioni del massacro furono maggiori. Questo disastro, suscitando la loro rabbiosa reazione, rappresentò l'inizio e la causa di una ben più grave disfatta. Infatti, attraversato il Tevere in piena notte, si buttarono all'assalto del campo del console Servilio. Respinti però con ingenti perdite, riuscirono a riparare faticosamente sul Gianicolo. Senza indugiare un attimo, il console passò a sua volta il Tevere e piazzò un campo fortificato sotto il Gianicolo. All'alba del giorno successivo, esaltato in parte dal successo del giorno prima, ma soprattutto costretto dalla carestia a optare per soluzioni spericolate purché di rapido effetto, arrivò a una tale temerarietà da spingere le sue truppe su per le pendici del Gianicolo fino al campo nemico: la sconfitta fu peggiore di quella subita dai Veienti il giorno precedente e, soltanto grazie all'intervento del collega, lui e le sue truppe ne uscirono incolumi. Gli Etruschi, presi tra due eserciti, dovendo dare le spalle ora all'uno ora all'altro, subirono un vero massacro. Così, grazie a un'imprudenza dalle conseguenze fortunate, la guerra contro Veio venne soffocata.
>52> A Roma, col ritorno della pace, anche i prezzi degli alimentari tornarono a un livello ragionevole, sia per l'importazione di frumento dalla Campania sia perché, una volta cessato in tutti il terrore di una nuova carestia, vennero rimesse in circolazione le derrate nascoste durante i tempi bui. Però, con l'abbondanza e l'inattività tornò di nuovo negli animi un'atmosfera di malessere e, visto che all'estero non c'era più nulla che potesse impensierire, si presero a rispolverare in patria gli attriti di un tempo. I tribuni sobillavano i plebei con il veleno di sempre, cioè la legge agraria; li incitavano contro la resistenza del patriziato, e non solo contro l'intera classe, ma anche contro i singoli individui. Quinto Considio e Tito Genucio, promotori della legge agraria, citarono in giudizio Tito Menenio. Lo si accusava di aver abbandonato la roccaforte di Cremera, quando lui, in qualità di console, aveva un accampamento fisso non lontano da quel punto. Questo episodio gli costò carissimo, pur essendosi i senatori fatti in quattro per lui non meno che per Coriolano e pur essendo ancora solidissima la popolarità di suo padre Agrippa. Nella richiesta della pena i tribuni non vollero esagerare: nonostante avessero chiesto la pena di morte, si limitarono tuttavia a condannarlo a un'ammenda di duemila assi. Questo gli costò comunque la vita: si dice che non riuscendo a sopportare un disonore così doloroso, si ammalò e ne morì.
Durante il consolato di Caio Nauzio e Publio Valerio, proprio all'inizio dell'anno, ci fu un altro processo, questa volta ai danni di Spurio Servilio, appena uscito di carica. Citato in giudizio dai tribuni Lucio Cedicio e Tito Stazio, contrariamente a Menenio che aveva adottato come linea di difesa le suppliche sue e dei senatori, Servilio parò le accuse dei tribuni con la grande fiducia nella propria innocenza e nel favore che vantava presso il popolo. Anche lui era accusato per la battaglia con gli Etruschi lungo le pendici del Gianicolo. Ma, dimostrandosi uomo di grande temperamento non meno nel perorare la propria causa che nella difesa della patria, con un discorso coraggiosissimo confutò non solo le accuse dei tribuni ma anche la plebe; a essa rinfacciò di aver preteso la condanna a morte di Tito Menenio quando era proprio grazie a suo padre che i plebei tempo addietro erano stati ricondotti a Roma e avevano ottenuto quei magistrati e quelle stesse leggi di cui ora abusavano. E fu proprio la sua audacia a salvarlo. Un grande aiuto lo ebbe anche dal collega Verginio che, prodotto in qualità di teste, divise con lui i propri meriti. Ma l'orientamento dell'opinione pubblica era così cambiato che l'elemento decisivo a suo discapito fu la condanna di Menenio.
>53> Niente più lotte di classe a Roma e di nuovo guerra contro i Veienti, questa volta coalizzati coi Sabini. Il console Publio Valerio fu inviato a Veio a fronteggiarli con le sue truppe e con reparti ausiliari forniti da Ernici e Latini. Avendo sùbito assalito l'accampamento sabino situato di fronte alle mura nemiche, vi gettò un tale scompiglio che, mentre le compagnie uscivano alla rinfusa per respingere l'attacco nemico, egli si impadronì di quella stessa porta che era stata il primo obiettivo della sua azione di forza. Quel che seguì all'interno del campo non fu una battaglia quanto un vero massacro. Il grande trambusto arrivò di lì fino alla città e gli abitanti, in preda al panico come se Veio fosse stata catturata, corsero alle armi. Parte di essi andò in soccorso ai Sabini, parte si buttò a corpo morto sui Romani che, concentrati esclusivamente su quanto avveniva all'interno del campo, ebbero un momentaneo disorientamento. Poi, dopo che essi si furono stabilizzati in una posizione di doppio contenimento, sopraggiunse la cavalleria agli ordini del console e disperse gli Etruschi costringendoli alla ritirata. Nello stesso momento gli eserciti dei due vicini più potenti erano stati sconfitti. Mentre erano in corso queste operazioni contro Veio, i Volsci e gli Equi si erano accampati nel territorio latino e avevano razziato i dintorni. I Latini, soltanto con i propri mezzi e il sostegno degli Ernici, senza ricevere da Roma né un comandante né truppe di rinforzo, li scacciarono dall'accampamento e, oltre a recuperare quello che apparteneva loro, si impossessarono di un grande bottino. Da Roma, tuttavia, fu inviato contro i Volsci il console Gaio Nauzio. Non era gradito, credo, che gli alleati decidessero e conducessero le guerre da soli, senza un esercito e un generale romani. Nei confronti dei Volsci non si andò per il sottile con le distruzioni e le provocazioni: ciò nonostante, risultò impossibile costringerli a uno scontro aperto.
>54> I consoli successivi furono Lucio Furio e Gaio Manilio. A quest'ultimo toccarono i Veienti. Tuttavia non si arrivò a combattere in quanto, su loro espressa richiesta, venne concessa una tregua di quarant'anni in cambio di denaro e frumento. Alla pace con l'estero successe immediatamente una ripresa dei disordini interni. I tribuni aizzavano la plebe con l'arma della legge agraria. I consoli, per nulla spaventati al ricordo della condanna di Menenio e del pericolo corso da Servilio, resistevano con grande forza. Al termine però del loro mandato, il tribuno della plebe Gneo Genucio li trascinò in giudizio.
Lucio Emilio e Opitro Verginio entrano quindi in carica come consoli. In alcuni annali ho trovato Vopisco Giulio al posto di Verginio. In quell'anno - chiunque fossero i consoli - Furio e Manilio, accusati di fronte al popolo, andarono in giro vestiti a lutto visitando non meno i plebei che i giovani senatori. Li mettevano in guardia e li dissuadevano dall'assumere cariche onorifiche e dal lasciarsi invischiare nella gestione dello Stato; cercavano di far capire loro che le fasce consolari, la toga pretesta e la sella curule non erano nient'altro che accessori da pompe funebri: quegli splendidi ornamenti valevano le bende sulla fronte delle vittime, e portarli significava avviarsi alla morte. Se il consolato li affascinava tanto, almeno si rendessero conto che ormai esso era ostaggio e schiavo dello strapotere tribunizio e che il console, ridotto al rango di subalterno dei tribuni, era costretto a subordinare ogni suo movimento al cenno e agli ordini dei tribuni stessi; qualunque suo movimento, qualunque segno di reverenza nei confronti dei senatori, qualunque concezione che non contemplasse la plebe come unica presenza all'interno dello Stato, avrebbe dovuto fare i conti con l'esilio di Gneo Marzio e con la condanna a morte di Menenio. Infiammati da queste parole, i senatori cominciarono a tenere riunioni che non avevano carattere pubblico ma si svolgevano in privato e all'insaputa della maggior parte dei cittadini. Durante questi incontri una sola era la parola d'ordine: gli imputati andavano sottratti al giudizio ricorrendo a procedure lecite o meno; di conseguenza, più una proposta era turbolenta, più incontrava il favore dei convenuti e non mancavano anche i fautori di gesti assolutamente temerari. Così, il giorno del giudizio, con la plebe in piedi nel foro (nessuno osava fiatare nell'attesa), sulle prime ci fu un'ondata di stupore per la mancata comparsa del tribuno e poi, quando la sorpresa si trasformò in sospetto, tutti cominciarono a pensare che il magistrato si fosse venduto ai patrizi e avesse proditoriamente abbandonato la causa dello Stato. Alla fine, quelli che erano andati ad aspettare il tribuno davanti alla porta tornarono dicendo che lo avevano trovato morto in casa. Appena la notizia si diffuse in tutta l'assemblea, come un esercito che si squaglia quando il comandante cade sul campo, così la folla si disperse in tutte le direzioni. I più terrorizzati erano però i tribuni, perché la morte del collega aveva chiaramente dimostrato la scarsa protezione che veniva loro garantita dalla legge sull'inviolabilità. Né i senatori riuscirono a mascherare la propria soddisfazione: il crimine commesso suscitò così pochi sensi di colpa che addirittura gli innocenti volevano far vedere di avervi preso parte e tutti ormai parlavano della violenza come unico antidoto al potere dei trbuni.
>55> Subito dopo questa vittoria, che costituiva un pericoloso avvertimento, viene bandita una leva militare che i consoli riescono a portare a termine senza la minima opposizione da parte degli spaventatissimi tribuni. In quell'occasione la plebe andò su tutte le furie più per il silenzio dei tribuni che per l'autorità dei consoli e cominciò a sostenere che la sua non era più libertà, che si era tornati ai soprusi di una volta e che con Genucio il potere tribunizio era morto e sepolto in un colpo solo. Per resistere ai patrizi bisognava adottare e impiegare una tecnica diversa. La sola via praticabile sembrava però questa: difendersi da soli visto che mancava ogni altra forma di aiuto. La scorta dei consoli consisteva di ventiquattro littori e anch'essi erano uomini del popolo. Niente più disprezzabile e più instabile di costoro, se solo ci fosse stato qualcuno capace di disprezzarli. Era l'idea che ciascuno si era fatta di loro a renderli imponenti e inquietanti. Quando ormai gli uni e gli altri si erano reciprocamente infiammati con questi discorsi, i consoli mandarono un littore ad arrestare Volerone Publilio, un plebeo che non voleva essere arruolato come soldato semplice in quanto sosteneva di essere stato centurione. Volerone si appella ai tribuni. Ma dato che nessuno di essi si presentò a sostenere la sua causa, i consoli ordinarono di spogliarlo e di farlo frustare. Allora Volerone disse: «Mi appello al popolo, perché i tribuni preferiscono assistere alla fustigazione di un cittadino romano piuttosto che lasciarsi trucidare da voi nel loro stesso letto». E più si agitava e dava in escandescenze, più il littore si accaniva a spogliarlo e a strappargli le vesti. Allora Volerone, già di per sé possente e in più coadiuvato da quanti aveva fatto intervenire in suo soccorso, si scrollò di dosso il littore e, andandosi a rifugiare nel mezzo della mischia tra quelli che urlavano con più accanimento, disse: «Mi appello al popolo e invoco la sua protezione! Aiuto, concittadini! Aiuto, commilitoni! Non contate sui tribuni: sono loro che han bisogno del vostro aiuto!» La gente, quanto mai eccitata, si prepara come per andare in battaglia: era chiaro ce la situazione poteva avere qualsiasi tipo di sviluppo e che nessun diritto pubblico o privato sarebbe stato rispettato. I consoli, dopo aver tenuto testa a quella bufera, si resero conto di quanto sia insicura l'autorità senza l'impiego della forza. I littori furono malmenati e i loro fasci fatti a pezzi; quanto poi ai consoli stessi, vennero spinti dal foro nella curia, senza sapere fino a che punto Volerone avrebbe voluto sfruttare quella vittoria. Quando poi, a disordini finiti, essi convocarono il senato, si lamentarono dell'affronto subito, della violenza popolare e della sfrontatezza di Volerone. Nonostante molti interventi veementi, ebbe la meglio la volontà dei più anziani, ai quali non andava affatto a genio uno scontro tra la rabbia dei senatori e l'irrazionalità della plebe.
>56> Alle elezioni successive, Volerone, divenuto un beniamino della plebe, fu nominato suo tribuno per quell'anno che ebbe come consoli Lucio Pinario e Publio Furio. Contrariamente a quanto tutti si aspettavano, e cioè che egli avrebbe usufruito della carica per dare addosso ai consoli uscenti, Volerone diede invece la precedenza all'interesse popolare rispetto al risentimento privato e, senza il benché minimo attacco verbale ai consoli, presentò al popolo un progetto di legge secondo il quale i magistrati della plebe avrebbero dovuto essere eletti dai comizi tributi. Benché a prima vista sembrasse un provvedimento del tutto innocuo, si trattava di cosa serissima perché avrebbe tolto al patriziato la possibilità di far eleggere i tribuni di suo gradimento attraverso il voto dei clienti. Questa proposta, salutata con entusiasmo dalla plebe, si scontrò con l'opposizione incrollabile dei senatori; dato però che né l'influenza dei consoli né quella dei cittadini più in vista riuscì a ottenere il veto di uno dei membri del collegio (ed era questo l'unico tipo di ostruzionismo praticabile), la questione, a causa della sua intrinseca delicatezza, fu il principale argomento di discussione per l'intera durata dell'anno. La plebe rielegge Volerone tribuno: i senatori, pensando che si sarebbe arrivati ai ferri corti, eleggono console Appio Claudio, figlio di Appio e già subito detestato e malvisto dalla plebe per le battaglie antidemocratiche sostenute dal padre. Come collega gli assegnano Tito Quinzio.
All'inizio dell'anno non si parlava d'altro che di quella legge. E come Volerone ne era stato il promotore, così il suo collega Letorio la sosteneva con ancora più entusiasmo e pertinacia. Era fierissimo del suo prestigioso servizio militare perché come soldato dava dei punti a tutti i coetanei. Mentre Volerone non aveva altro argomento che la legge ma si asteneva da ogni forma di attacco contro le persone dei consoli, Letorio, invece, lanciatosi in una filippica contro Appio e le crudeltà antipopolari della sua arrogantissima famiglia, arrivò ad accusare i patrizi di aver eletto non un console ma un carnefice chiamato a torturare e a fare a pezzi la plebe; solo che la rozzezza del suo linguaggio da caserma non era in grado di sostenere la franchezza del suo sentire. Così, mancandogli le parole, disse: «Visto che i gran discorsi non sono il mio forte, o Quiriti, vediamo di mettere in pratica quel che ho detto e troviamoci qui domani. Quanto a me, o vi morirò davanti agli occhi, o farò passare la legge.» Il giorno successivo i tribuni occupano i rostri, mentre i consoli e i patrizi rimangono in piedi in mezzo alla gente, col preciso intento di impedire l'approvazione della legge. Letorio ordina di allontanare tutti i non aventi diritto di voto. I giovani nobili rimanevano al loro posto senza dar retta agli uscieri. Allora Letorio ordina di arrestarne qualcuno. Il console Appio replicò che l'autorità dei tribuni era ristretta alla plebe in quanto non si trattava di una magistratura del popolo ma della plebe; se anche poi si fosse trattato di una magistratura del popolo, stando alla tradizione, non aveva alcun diritto di ordinare l'allontanamento di nessuno in quanto la formula era questa: «Se non vi dispiace, Quiriti, allontanatevi.» Spostando la discussione sulla sfera del diritto e facendolo in maniera sprezzante, Appio poteva facilmente provocare Letorio. Così, livido dalla rabbia, il tribuno inviò il suo messo al console, mentre quest'ultimo gli mandò un littore gridando che Letorio era soltanto un privato cittadino senza alcun potere o magistratura. E il tribuno avrebbe pero la propria inviolabilità, se l'intera assemblea non avesse preso le sue parti dando minacciosamente addosso al console, e una folla coi nervi a fior di pelle non si fosse riversata nel foro da tutti i quartieri della città. Ciò nonostante, Appio si ostinava a tener testa a un tumulto di quelle proporzioni e la cosa sarebbe finita in un bagno di sangue se Quinzio, l'altro console, non avesse incaricato gli ex-consoli di afferrare il collega e di trascinarlo fuori dal foro con la forza (nel caso fosse stato necessario), e se egli stesso non avesse ora supplicato la folla di calmarsi ora richiesto ai tribuni di aggiornare la seduta, in modo da far sbollire i furori. Il tempo non li avrebbe privati della forza: anzi, ad essa avrebbe aggiunto la capacità di riflettere e i senatori avrebbero fatto la volontà del popolo come il console quella del senato.
>57> Fu difficile per Quinzio placare la folla, ma ancora più difficile fu per i senatori placare l'altro console. Aggiornata finalmente l'assemblea popolare, i consoli convocarono il senato. Durante la seduta, ci furono interventi di senso opposto, a seconda del prevalere ora della rabbia ora della prudenza. Col passare del tempo, però, l'animosità si trasformò in riflessione e tutti rinunciarono alla spigolosità dell'inizio: a tal punto che arrivarono a ringraziare Quinzio per aver placato con il suo intervento i furori della folla. Ad Appio si richiese di accettare che l'autorità dei consoli non superasse il limite di tollerabilità all'interno di un paese caratterizzato dall'armonia: finché i tribuni e i consoli accentravano ogni cosa nelle proprie persone, c'era un vuoto di forze nel mezzo e lo Stato si riduceva a contrasti e a divisioni interne, visto che il problema centrale non era come garantire la sicurezza ma in quali mani stesse il potere. Da parte sua Appio, invocando la testimonianza degli dèi e degli uomini, dichiarò che era colpa della codardia se lo Stato stava andando alla deriva abbandonato a se stesso; che non era il console a mancare al senato ma il senato a mancare al console e infine che si stavano accettando condizioni più dure di quelle accettate sul monte Sacro. Tuttavia, piegato alla fine dall'unanimità dei senatori, si placò e la legge passò senza particolari opposizioni.
>58> Allora, per la prima volta, i tribuni vennero eletti dai comizi tributi. Stando a quanto si trova in Pisone, il loro numero fu aumentato di tre, come se in passato fossero stati due. Ci riferisce anche i nomi dei neoeletti: Gneo Siccio, Lucio Numitorio, Marco Duilio, Spurio Icilio, Lucio Mecilio.
Mentre Roma era in piena sedizione, scoppiò una guerra coi Volsci e con gli Equi. Essi avevano devastato le campagne in maniera da poter offrire asilo alla plebe nel caso di qualche secessione. Una volta però compostasi la controversia, ritirarono le loro truppe. Appio Claudio fu mandato contro i Volsci, mentre a Quinzio toccarono gli Equi. Appio dimostrò di avere in campo militare lo stesso rigore che aveva a Roma in quello politico, e qui godeva anche di maggiore libertà perché non era frenato dalle interferenze dei tribuni. Odiava la plebe ancor più di quanto non l'avesse odiata suo padre: ne era stato sconfitto; durante il suo mandato di console eletto appositamente per fronteggiare la plebe era stata approvata una legge che i consoli precedenti, sui quali il senato non faceva troppo affidamento, erano riusciti a non far passare senza affannarsi eccessivamente. L'ira repressa e l'indignazione istigavano il suo carattere aggressivo a imporsi alle truppe con un'autorità soffocante. La violenza non fu sufficiente a domarle, in quell'ubriacatura di odio reciproco. Mettevano in pratica ogni disposizione con pigrizia, lentezza, negligenza e ostinazione: non c'erano amor proprio e paura capaci di metterli in riga. Se lui dava ordine di accelerare il passo, i soldati rallentavano apposta; se andava di persona a esortarli sul lavoro, smettevano subito tutti ciò che avevano spontaneamente intrapreso. In sua presenza abbassavano gli occhi, al suo passaggio lo maledivano sotto voce, così che l'animo di quell'uomo, irremovibile nel suo odio verso la plebe, ne era a volte scosso. Dopo aver sperimentato senza risultati tutte le sfumature del suo rigore, non voleva più avere nulla a che fare con la truppa: diceva che era colpa dei centurioni se l'esercito era corrotto e ogni tanto, per deriderli, li chiamava «tribuni della plebe» e «Voleroni».
>59> I Volsci, al corrente di tutti questi aspetti, aumentarono così la pressione sperando che l'esercito romano manifestasse nei confronti di Appio la stessa disposizione all'ammutinamento mostrata nei confronti del console Fabio. Ma gli uomini furono molto più duri con Appio che con Fabio. Infatti non si limitarono, come nel caso di quest'ultimo, a non volere la vittoria, bensì desiderarono la sconfitta. Una volta schierati in ordine di battaglia, riguadagnarono l'accampamento con una vergognosa fuga e si fermarono soltanto quando videro i Volsci lanciarsi all'attacco delle loro fortificazioni e seminare la morte nella retroguardia. Fu allora che i soldati romani, respingendo a viva forza dalla trincea il nemico già vincitore, dimostrarono che la sola cosa che stesse loro veramente a cuore era salvare l'accampamento, ma per il resto salutarono con entusiasmo la disfatta subita e la vergogna. Queste cose non scoraggiarono minimamente l'aggressività di Appio. Quando però decise di ricorrere a mezzi ancora più rigidi sul piano disciplinare e di convocare l'adunata, i suoi diretti subalterni e i tribuni accorsero a frotte da lui e gli consigliarono di non fare ricorso a un'autorità il cui fondamento risiedeva nel consenso di quelli che dovevano obbedire. Pare che i soldati non volessero comparire in adunata e qua e là si sentissero voci di chi reclamava l'evacuazione del territorio dei Volsci. Il nemico vincitore era poco tempo prima arrivato a due passi dagli ingressi e dalla trincea e un disastro di enormi proporzioni non era più soltanto un'ipotesi probabile ma una realtà concreta di fronte ai loro occhi. Alla fine cedette, ma la punizione dei colpevoli era soltanto rimandata; quindi, dopo aver sospeso l'adunata, diede ordine di mettersi in marcia il giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, il trombettiere diede il segnale di partenza. Proprio quando la colonna stava uscendo dal campo, i Volsci, come svegliati di soprassalto da quello stesso segnale, piombarono sulle retrovie. Di qui il disordine si diffuse tra le prime linee; drappelli e compagnie erano in preda a un terrore tale che non era più possibile né sentire gli ordini né allinearsi. Il pensiero di tutti fu la fuga. ra mucchi di corpi e di armi abbandonate il fuggi-fuggi generale fu così disordinato che l'inseguimento dei nemici cessò prima della ritirata dei Romani. Quando al termine di quella rotta scomposta i soldati ritrovarono un assetto, il console, che li aveva seguiti tentando invano di richiamarli al proprio dovere, li fece accampare in una zona sicura. Poi, convocata l'adunata, se la prese - e non a torto - con la truppa per l'insubordinazione alla disciplina militare e per l'abbandono delle insegne. Rivolgendosi ai singoli uomini, domandava che fine avessero fatto le insegne e le armi. I soldati privi di armi, i signiferi che avevano perso l'insegna e inoltre i centurioni e i duplicari colpevoli di aver abbandonato la propria posizione furono fustigati e quindi decapitati. Quanto alla massa dei soldati semplici, uno su dieci fu estratto a sorte e giustiziato.
>60> Nella campagna contro gli Equi, al contrario, si assistette a una gara di gentilezze e di buoni propositi tra console e truppa. Quinzio aveva un carattere più mite, e, visti i pessimi risultati dell'autoritarismo del collega, era ancora più soddisfatto della propria indole. Gli Equi, di fronte a una simile sintonia tra comandante e truppa, non osarono scendere in campo e lasciarono che il nemico devastasse e razziasse in lungo e in largo le loro campagne. Infatti, in nessun'altra guerra del passato si era messo insieme un bottino così ricco. Tutto fu dato alla truppa; si aggiunsero anche gli elogi, che - si sa - toccano l'anima del soldato non meno delle ricompense. Al rientro dell'esercito, non solo il comandante, ma grazie al comandante addirittura i senatori erano visti in una luce diversa, in quanto gli uomini sostenevano di aver avuto dal senato un padre e non un tiranno come l'altra parte dell'armata.
In questa altalena di incerti episodi militari e di disordini a Roma e all'estero, l'anno appena concluso si segnalò soprattutto per la creazione dei comizi tributi, evento ben più importante per l'esito favorevole della lotta che per i suoi risultati pratici. Infatti la riduzione di prestigio dei comizi, dovuta all'allontanamento dei patrizi, fu più significativa che il reale aumento di forze da parte della plebe o la sottrazione di esse al patriziato.
>61> L'anno successivo, sotto i consoli Lucio Valerio e Tito Emilio, ci furono disordini più gravi, dovuti tanto allo scontro tra le classi in materia di legge agraria, quanto al processo a carico di Appio Claudio. Acerrimo avversario della legge e sostenitore della causa di coloro che avevano il possesso dell'agro pubblico, come se fosse stato un terzo console, fu citato in giudizio da Marco Duilio e da Gneo Siccio. Di fronte al popolo, in passato, non era mai stato processato nessun imputato così inviso alla plebe e carico come lui era del risentimento procuratosi di persona e di quello suscitato dal padre. I patrizi, da parte loro, non si erano mai dati tanto da fare per nessun altro. E non a caso, visto che in lui vedevano il difensore del senato, il guardiano della loro autorità e l'uomo che si era opposto a tutte le agitazioni dei tribuni e dei plebei, lo stesso personaggio che in quel momento era esposto alle ire della plebe, soltanto per avere oltrepassato la misura nel mezzo dello scontro. Uno solo tra i senatori, lo stesso Appio Claudio, aveva un atteggiamento di completa indifferenza nei confronti dei tribuni, della plebe e del suo processo. Né le minacce della plebe né le suppliche del senato ebbero su di lui alcun effetto: infatti non soltanto rimase vestito com'era e rifiutò di andare a implorare la pietà della gente, ma, all'atto di presentare la propria difesa di fronte all'assemblea, non si peritò neppure di smorzare o almeno di contenere la sua notissima virulenza verbale. Stessa espressione disegnata sul viso, stessa smorfia arrogante sulle labbra e stessa veemenza infiammata nella parola: il tutto così esasperato che gran parte della plebe temeva Appio da imputato non meno di quanto lo avesse temuto da console. Perorò la propria causa in una sola circostanza, ma con quello stesso tono accusatorio che era la sua caratteristica peculiare in ogni circostanza. E la fermezza dimostrata impressionò a tal punto plebe e tribuni da portarli ad aggiornare la seduta di propria spontanea volontà e a permettere che la pratica si trascinasse per le lunghe. Non passò tuttavia molto tempo:prima però della data stabilita, Appio si ammalò gravemente e morì. Dato che un tribuno cercò di impedire che se ne pronunciasse l'orazione funebre, la plebe non volle che una personalità simile fosse privata dell'onore solenne proprio l'ultimo giorno e non solo ne ascoltò il suo elogio funebre con la stessa attenzione con cui aveva ascoltato l'accusa contro di lui quando era vivo, ma partecipò in massa al suo funerale.
>62> Quello stesso anno il console Valerio guidò una spedizione contro gli Equi. Visto però che non riusciva a portare il nemico a uno scontro aperto, si dispose ad attaccarne l'accampamento, ma fu bloccato da una tremenda tempesta con grandine e tuoni rovesciati giù dal cielo. Le sorprese non erano però finite: infatti, non appena venne dato il segnale della ritirata, il tempo ritornò così calmo e sereno che, come se una divinità avesse voluto proteggere l'accampamento, la superstizione li dissuase dal rinnovare l'attacco. Tutta la furia della guerra si volse a devastare le campagne. L'altro console, Emilio, guidò una campagna contro i Sabini. Anche lì, siccome il nemico se ne stava rintanato all'interno delle mura, il territorio fu razziato. Solo quando venne dato fuoco non solo ad alcune fattorie ma anche a villaggi popolosi, i Sabini, usciti all'aperto, si imbatterono nei predatori e, dopo uno scontro dall'esito incerto, il giorno successivo spostarono l'accampamento in una zona più sicura. Il console, considerata questa mossa un pretesto sufficiente per ritenere il nemico battuto e abbandonarlo sul posto, si ritirò senza essere arrivato a un punto decisivo della campagna.
>63> Durante queste guerre e con gli scontri di classe ancora in atto a Roma, vennero eletti consoli Tito Numicio Prisco e Aulo Verginio. Era chiaro che la plebe non avrebbe tollerato ulteriori dilazioni alla legge agraria e si sarebbe decisa a un'azione di forza definitiva, quando le colonne di fumo che si alzavano dalle fattorie in fiamme e il fuggi-fuggi dei contadini preannunciarono l'avvicinarsi dei Volsci. Questa notizia soffocò sul nascere i fermenti di rivolta ormai prossimi a un'imminente esplosione. I consoli, chiamati d'urgenza dal senato a occuparsi della spedizione difensiva, guidando fuori Roma la gioventù, contribuirono a portare una certa tranquillità nel resto della plebe. Quanto ai nemici, dopo essersi limitati a mettere i Romani sul chi vive con un falso allarme, si ritirarono a marce forzate. Numicio fece rotta su Anzio contro i Volsci, Verginio guidò le truppe contro gli Equi. In questa campagna si sfiorò il massacro a séguito di un'imboscata, ma il coraggio dei soldati riuscì a rimettere in piedi la situazione compromessa dalla negligenza del console. Le operazioni contro i Volsci furono condotte con maggiore scrupolo: i nemici, sbaragliati al primo scontro, furono messi in fuga e costretti a riparare ad Anzio, all'epoca uno dei centri più ricchi dei dintorni. Non osando per questo attaccarla, il console tolse agli Anziati un'altra città, Cenone, però molto meno prospera. Mentre Equi e Volsci tenevano occupate le truppe romane, i Sabini arrivarono fino alle porte di Roma con le loro scorribande. Pochi giorni dopo, però, quando entrambi i consoli invasero infuriati il loro territorio, subirono dai due eserciti più perdite di quelle che avevano causato.
>64> L'anno si chiuse con uno spiraglio di pace, ma, come in tutte le precedenti occasioni, si trattò di una situazione appesa a un filo per la rivalità tra patrizi e plebei. La plebe, indignata, non volle prendere parte ai comizi consolari; grazie ai voti dei senatori e dei loro clienti vennero nominati consoli Tito Quinzio e Quinto Servilio. L'anno del loro mandato assomigliò a quello appena trascorso: disordini all'inizio, e alla fine una guerra esterna a mettere a posto ogni cosa. I Sabini, attraversando a marce forzate i campi Crustumini, seminarono morte e devastazione intorno al fiume Aniene; furono respinti soltanto a due passi dalla porta Collina e dalle mura, non prima però di aver messo insieme un consistente bottino di prigionieri e di bestiame. Il console Servilio, buttatosi all'inseguimento con un contingente armato, non riuscendo a raggiungere le loro schiere in un punto pianeggiante, si diede a devastare la zona con una tale meticolosità che nulla venne risparmiato e egli ritornò con un bottino nemmeno lontanamente paragonabile a quello fatto dai Sabini.
Nella campagna contro i Volsci brillarono per efficienza tanto il comandante quanto i soldati. Sulle prime ci fu uno scontro in aperta pianura ed entrambe le formazioni lamentarono moltissime perdite e un gran numero di feriti. E i Romani, colpiti più a fondo da quelle perdite a causa dell'inferiorità numerica, avrebbero cominciato a ritirarsi, se il console, ricorrendo a una coraggiosa menzogna, non avesse ridato forza e convinzione urlando che il nemico stava fuggendo dall'altra parte dello schieramento. Si buttarono così al contrattacco e, credendosi vincitori, ottennero la vittoria. Il console, ritenendo che un inseguimento troppo insistito avrebbe riacceso la battaglia, fece dare il segnale della ritirata. Per qualche giorno, in una specie di tacito accordo, entrambe le parti non si mossero. Nel frattempo, un ingente schieramento di rinforzi reclutato tra tutte le tribù dei Volsci e degli Equi raggiunse il loro accampamento, con la certezza che i Romani sarebbero partiti nel cuore della notte se lo fossero venuti a sapere. Così, intorno a mezzanotte, mossero all'attacco dell'accampamento. Quinzio, dopo aver placato il trambusto seguito all'improvviso spavento, diede ordine ai soldati di rimanere tranquillamente nelle proprie tende; quindi guidò sugli avamposti una coorte di Ernici e, dopo aver fatto montare a cavallo i suonatori di corno e i trombettieri, ordinò di suonare i loro strumenti di fronte alla trincea e di tenere il nemico sul chi vive fino all'alba. Per il resto della notte, nell'accampamento la calma fu così totale che anche i Romani riuscirono a dormire. Quanto ai Volsci, intravedendo quelle figure di fanti armati (che essi ritenevano molto più numerosi e romani) e sentendo il nitrito e lo scalpitare dei cavalli imbizzarriti per la novità della cavalcatura e per quel suono assordante nelle orecchie, rimasero in stato di allerta come di fronte all'imminenza di un attacco nemico.
>65> Alle prime luci del giorno, i Romani, freschissimi e riposati dopo il sonno, vennero disposti in ordine di battaglia per fronteggiare i Volsci, i quali invece erano stremati per la notte passata in piedi e a occhi aperti: vennero così sbaragliati al primo urto, anche se a dir la verità non si trattò di una vera e propria disfatta ma di una sorta di ritirata in quanto si trovarono alle spalle delle alture dove, con la copertura delle prime linee, si andarono a mettere al sicuro i resti intatti del loro esercito. Il console, dato che era arrivato in un luogo sfavorevole, ordinò di fermarsi. Gli uomini, trattenuti a stento, reclamavano a gran voce l'autorizzazione di incalzare il nemico già in ginocchio. E i cavalieri erano ancora più accaniti: accalcandosi intorno al comandante, gridavano di volersi spingere oltre le insegne. Mentre il console tentennava, sicuro del valore dei propri uomini ma poco convinto della posizione, essi gridarono che sarebbero andati e le urla furono subito seguite dall'azione. Piantate le lance a terra, in modo da essere più leggeri in salita, vanno su di corsa. I Volsci, avendo utilizzato le loro armi a lunga gittata durante il primo scontro, lanciarono addosso ai nemici i sassi che si trovavano tra i piedi e riuscirono a disunirli con una pioggia di colpi dalla loro posizione sopraelevata. E l'ala sinistra della cavalleria romana sarebbe stata schiacciata, se il console, chiamando quelli che stavano indietreggiando ora codardi ora scriteriati, non avesse ridato loro coraggio facendo leva sul senso dell'onore. Si fermarono immediatamente, decisi a resistere a ogni costo. Quindi, vedendo che col mantenere quella posizione riprendevano forza, osarono anche spingersi avanti e, alzando di nuovo il grido di guerra, si misero in movimento tutti insieme. Quindi, con un ulteriore slancio, si buttarono all'assalto ed ebbero ragione della posizione sfavorevole. Ormai erano a un passo dalla vetta, quando i nemici volsero le spalle: lanciatisi in una corsa disordinata, fuggiaschi e inseguitori arrivarono mescolati all'accampamento dei Volsci e lo catturarono nel pieno del panico. I Volsci che riuscirono a fuggire si rifugiarono ad Anzio. Anche i Romani marciarono su Anzio. Dopo qualche giorno d'assedio, la città si arrese, non per qualche nuova azione di forza da parte degli assedianti, ma per la demoralizzazione seguita all'infelice battagla e alla perdita dell'accampamento.

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