Feuerbach e Marx

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Testo

FEUERBACH E MARX
Alla morte di Hegel, i suoi discepoli si divisero in due correnti chiamate destra e sinistra Hegeliana. La destra hegeliana cercò di adattare l’idealismo in modo da giustificare la realtà esistente con una politica conservatrice, mentre la sinistra, movendo una critica all’hegelismo, si propone di mettere in discussione l’ordine presente dandosi un carattere rivoluzionario.
Feuerbach
Secondo F. l’idealismo fornisce una versione rovesciata delle cose rendendo il concreto (l’uomo, il finito) un attributo dell’astratto (Dio, l’infinito, l’idea), per questo lo scopo della sua filosofia è di riportare le cose al loro posto, poiché l’idealismo offre una versione rovesciata della realtà. La sua filosofia parte con la critica della religione affermando che non è Dio ad aver creato l’uomo ma il contrario. Infatti, secondo F., Dio non è che l’oggettivazione fantastica di qualità umane e in particolare di quelle “perfezioni” che sono la ragione, la volontà e il cuore. Il divino non è altro che l’umano proiettato in un mitico aldilà e adorato come tale, e la religione non è che l’insieme dei rapporti dell’uomo con se stesso, guardato però come se fosse un altro essere. Una volta chiarito che Dio non è che una proiezione astratta di qualità umane, F. spiega in particolare come nasca tale idea di divinità:
1. Perché l’uomo ha coscienza di se non solo come individuo, ma anche come specie.
2. L’idea di Dio ha origine nell’opposizione umana tra volere e potere, che porta l’individuo a costruirsi una divinità nella quale tutti i suoi desideri sono realizzati.
3. L’idea di Dio ha origine dal sentimento di dipendenza che l’uomo prova di fronte alla natura, che lo ha spinto ad adorare delle cose senza la quale non potrebbe esistere.
Secondo F. la religione costituisce una forma di alienazione, intendendo quello stato patologico per cui l’uomo, scindendosi, proietta fuori di sé una potenza superiore alla quale si sottomette. L’ateismo diventa, allora, non solo un atto d’onestà filosofica, ma un dovere morale poiché è giunta l’ora per l’uomo di riappropriarsi dei predicati positivi che ha proiettato fuori di sé. L’ateismo feuerbachiano non ha un carattere negativo, propone una nuova divinità che è l’uomo (cioè non è più ad es. “Dio è volontà e amore” ma “la volontà e l’amore umano sono divini”) e il passaggio della religione da soggetto a predicato. La nuova filosofia di F. è considerata una sorta di umanismo naturalistico (umanismo perché l’uomo è oggetto del discorso filosofico e naturalistico perché fa della natura la realtà primaria da cui tutto dipende). Il punto di partenza di questa filosofia è il rifiuto di considerare l’individuo come spiritualità astratta o razionalità e la concezione dell’uomo come essere che vive e che avverte dei bisogni dai quali si sente dipendente, un essere materiale condizionato dal corpo e dalla sensibilità. La sensibilità per F. non rappresenta un atteggiamento puramente conoscitivo, ma ha una valenza pratica nel suo legame con l’amore, sentimento che ha il potere di aprirci verso il mondo e di ammettere la necessità degli altri. E’ proprio da questa necessità che si fonda la dottrina dell’essenza sociale, secondo la quale la comunione dell’uomo con l’uomo è il primo principio della verità universale. Messi in evidenza i condizionamenti naturali, la teoria degli alimenti (secondo la quale l’uomo è ciò che mangia) fa sì che l’uomo acquisti dignità etica e politica. Questa teoria mette in luce una consapevolezza dell’unità psico-fisica dell’uomo e del fatto che le condizioni spirituali di un popolo dipendono dalle sue condizioni materiali. La sua filosofia finisce col risolversi in una forma di filantropia (dall’amore per Dio all’amore per l’uomo, dalla fede in Dio alla fede nell’uomo, dalla trascendenza all’immanenza…).
Marx
La caratteristica fondamentale della filosofia marxiana è quella di non limitarsi alla singola dimensione filosofica, sociologica o economica ma quella di porsi come analisi globale della società, della storia e del capitalismo nelle sue strutture ed espressioni. Un’altra caratteristica importante è il suo legame con la prassi, ovvero la tendenza a fornire un’ interpretazione dell’uomo e del suo mondo che sia anche un impegno di trasformazione rivoluzionaria, che rappresenta il punto-chiave del marxismo alla base della scelta rivoluzionaria: l’idea di tradurre in atto l’incontro tra razionalità e realtà ipotizzato da Hegel e che Marx si propone di attuare con la prassi e la creazione di una nuova società.
Il punto di partenza della sua filosofia sta nella critica ad Hegel, il cui errore più grave sta nel fare delle cose concrete altrettante manifestazioni necessarie dello spirito assoluto definendo tale procedimento misticismo logico, che è il risultato del capovolgimento idealistico tra soggetto e predicato, concreto e astratto(riprendendo Feuerbach). Oltre che a essere fallace sul piano filosofico, il metodo Hegeliano è anche conservatore (sul piano politico) perché tende a “santificare” la realtà esistente trasformandola in manifestazioni necessarie dello Spirito (giustificazionismo politico). Secondo Marx, l’uomo moderno è costretto a vivere due vite separate, una “in terra” come “borghese” nell’ambito dell’egoismo e degli interessi della società civile e l’altra “in cielo” come “cittadino” nell’ambito dello stato e degli interessi comuni. Per Marx “il cielo dello stato” è illusorio poiché la pretesa dello stato di porsi come organo che persegue il bene comune è falsa, infatti lo stato è imbrigliato dalla società civile e “abbassato” a semplice strumento degli interessi delle classi più forti. In sintesi, la civiltà moderna rappresenta la società dell’egoismo e della fratellanza e uguaglianza illusorie. Secondo Marx la falsa universalità dello stato deriva dal tipo di società che si è formata nel mondo moderno, e individua nell’individualismo e nell’atomismo (separazione dal singolo dal tessuto comunitario) i suoi tratti fondamentali vedendo la libertà individuale e la proprietà privata come espressione di una società strutturalmente a-sociale. Tale critica è comprensibile solo in rapporto all’ideale di una democrazia sostanziale (comunismo), nel quale esiste una compenetrazione perfetta tra singolo e genere; tale società è realizzabile solo attraverso l’eliminazione delle diseguaglianze reali tra gli uomini e in particolare attraverso l’eliminazione della causa delle differenze: la proprietà privata. Marx indica come esecutore della rivoluzione il proletariato. Nella sua critica all’economia borghese Marx individua il carattere contraddittorio della sua struttura, in particolare nell’opposizione tra capitale e lavoro salariato, tra borghesia e proletariato. Tale contraddizione viene espressa mediante il concetto di alienazione:
• Per Hegel è il movimento dello Spirito per potersi riappropriare di se in modo arricchito (ha un significato positivo e negativo allo stesso tempo)
• In Feuerbach, l’alienazione è qualcosa di negativo poiché è uno stato patologico nel quale l’uomo, scindendosi proietta le sue qualità al di fuori di sé oggettivandole in una divinità alla quale ci si sottomette.
Per Marx il concetto di alienazione è derivato da quello di Feuerbach soltanto che in Marx passa dall’ambito puramente coscienziale di F. ad un ambito reale di natura socio-economica, in quanto si identifica con la condizione storica del salariato nella società capitalistica. Marx descrive l’alienazione del salariato sotto vari aspetti:
1. Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività, in quanto egli produce un oggetto che non gli appartiene.
2. Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa attività, la quale appare come un lavoro forzato in cui egli è lo strumento di fini estranei(il profitto del capitalista).
3. Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa essenza (wesen), infatti una caratteristica dell’uomo, a differenza dell’animale, è quella di fare del lavoro libero, creativo e universale mentre il capitalismo lo costringe ad un lavoro ripetitivo, forzato e unilaterale.
4. Il lavoratore è alienato rispetto al prossimo, perché l’altro(il capitalista), lo tratta come un mezzo e lo espropria del frutto della sua fatica facendo sì che i rapporti tra capitalista e lavoratore siano per forza conflittuali.
La causa globale dell’alienazione del lavoratore si identifica, dunque, nella proprietà privata dei mezzi di produzione, in virtù della quale il possessore della fabbrica può utilizzare il lavoro di individui per accrescere la propria ricchezza. La fine dello stato d’alienazione s’identifica, per Marx, con la fine della proprietà privata e l’avvento del comunismo. La storia si configura come il luogo della continua perdita e riconquista, da parte dell’uomo, della propria essenza la cui soluzione sta proprio nel comunismo. In questo punto si nota l’influenza del maestro di Marx (Hegel) alla quale riconosce alcuni meriti: 1) quello di aver concepito l’uomo in un’ottica storica come il risultato della propria attività 2) per aver sottolineato, in tale processo, l’importanza del lavoro 3) per aver inteso tale processo in termini di alienazione e dis -alienazione 4) per aver evidenziato il fatto che la liberazione scaturisce dialetticamente dall’oppressione; ma anche alcuni limiti: 1) quello di aver ridotto l’individuo ad autocoscienza o spirito 2) nell’aver considerato il lavoro spirituale e speculativo del filosofo 3) nell’aver inteso alienazione e dis - alienazione come operazioni ideali 4) nell’aver identificato l’alienazione con l’oggettivazione del soggetto. In pratica Hegel si è limitato alla descrizione di una storia ideale e astratta che non rappresenta la realtà. Un altro ispiratore della filosofia di Marx è Feuerbach al quale attribuisce il grande merito di aver rivendicato la naturalità e la concretezza degli individui umani e quello di aver rifiutato l’idealismo di Hegel. Feuerbach ha anche il merito di aver teorizzato il rovesciamento materialistico di soggetto - predicato, concreto – astratto che ha permesso la demistificazione della dialettica hegeliana anche se, pur essendo un passo avanti ad Hegel nel sottolineare la naturalità dell’uomo, ha perso si vista la sua storicità (su questo punto è indietro). Marx integra le due filosofie correggendo l’una con l’altra. Un secondo punto che divide Marx da Feuerbach è l’interpretazione della religione, infatti, secondo Marx, Feuerbach non è stato in grado di cogliere le cause reali del fenomeno religioso né di offrire alcun mezzo per il suo superamento. A Feuerbach è sfuggito che chi produce la religione non è un soggetto astratto ma un individuo che è un “prodotto sociale”. Secondo Marx le radici del fenomeno religioso non vanno cercate nell’uomo in quanto tale, ma in un tipo storico di società; la religione è il prodotto di un’umanità alienata e sofferente a causa delle ingiustizie sociali che cerca in un aldilà ciò che non può avere nell’aldiquà. Ma se la religione è un narcotico delle masse e sintomo di una condizione alienata della società, il metodo per eliminarla non sta nella critica filosofica ma nell’eliminazione della sua causa (l’alienazione) mediante la trasformazione rivoluzionaria della società (passaggio ad una società priva di alienazione).
La critica a Feuerbach segna il passaggio di Marx dall’umanismo al materialismo storico, che presuppone una basilare contrapposizione fra scienza reale e positiva e ideologia. Per Marx l’ideologia appare come una falsa rappresentazione della realtà, alludendo al processo che sostituisce alla comprensione oggettiva dei rapporti reali tra gli uomini con una versione deformata di essi. Lo scopo di Marx è quello di svelare, al di là delle ideologie, la verità sulla storia mediante il raggiungimento di un punto di vista oggettivo sulla società. Il concetto di umanità, libero dalle influenze ideologiche, si concretizza come specie evoluta, composta d’individui associati che lottano per la sopravvivenza; di conseguenza la storia non è un processo spirituale, ma materiale e fondato sulla dialettica bisogno- soddisfacimento. Ed è quest’azione materiale che distingue l’uomo dall’animale, infatti, l’uomo, spinto dalla necessità, iniziò a produrre i propri mezzi di sussistenza. Alla base della storia vi è il lavoro, inteso come creatore di civiltà e ciò attraverso cui l’uomo si rende tale, distinguendosi dagli animali. Alla base della scienza storica marxiana stanno due elementi di fondo legati a questa “produzione sociale dell’esistenza”: le forze produttive e i rapporti di produzione. Per forze produttive si intende tutti gli elementi necessari al processo di produzione ossia: 1) gli uomini che producono (forza lavoro). 2) i mezzi (terra, macchine). 3) le conoscenze tecniche e scientifiche utilizzate per migliorare la produzione. Per rapporti di produzione si intende le relazioni che si instaurano fra gli uomini nel corso della produzione e che regolano il possesso e l’impiego dei mezzi di lavoro, nonché la ripartizione di ciò che si produce (l’espressione giuridica è rapporti di proprietà). L’insieme dei rapporti di produzione (base economica) si esprime nel modo di produzione e nella relativa dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione (che costituiscono la struttura, in pratica lo scheletro economico della società). Con il termine sovrastruttura s’indica l’insieme dei rapporti giuridici, le forze politiche, le dottrine etiche, artistiche, religiose…che devono essere intese (non come realtà a se stanti) come delle espressioni più o meno dirette dei rapporti che definiscono la struttura di una certa società.
Il manifesto del partito comunista
Nel manifesto del partito comunista Marx propone al mondo gli scopi e i metodi dell’azione rivoluzionaria, i punti salienti sono:
1. Analisi della funzione storica della borghesia.
2. Il concetto della storia come “lotta di classe” e il rapporto tra proletari e comunisti.
3. La critica dei socialismi non scientifici.
Nella prima parte del manifesto, Marx descrive i meriti e i limiti della borghesia nel corso della storia: (Meriti) a differenza delle classi che hanno dominato in passato(che miravano alla conservazione dei modi di produzione), la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione e l’insieme dei rapporti sociali. La borghesia ha realizzato per la prima volta l’unificazione del genere umano, poiché il bisogno di un mercato sempre più ampio l’ha spinta a correre per tutto il globo, creando un mercato globale. (Limiti) Le forze che ha scatenato gli sono sfuggite al suo controllo, infatti, le forze produttive moderne si rivoltano contro i vecchi rapporti di proprietà generando crisi terribili che mettono a rischio l’esistenza stessa del capitalismo. Tanto che il proletariato, classe oppressa dalla società borghese, non può fare a meno della lotta di classe volta al superamento del capitalismo. Marx pone come motore dello sviluppo sociale la dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione, individuando, come soggetto autentico di storia, la lotta fra le classi. Il contributo originale di Marx sta soprattutto nell’aver puntualizzato che: 1) l’esistenza delle classi è legata a determinate fasi storiche di sviluppo della produzione. 2) le classi si definiscono in relazione alla proprietà o meno dei mezzi di produzione, il che fa sì che in ogni epoca vi siano due classi fondamentali. 3) La lotta di classe conduce necessariamente attraverso la dittatura del proletariato, alla soppressione di tutte le classi e ad una società senza classi.
Il capitale
Nel capitale, Marx, si propone di mettere in luce i meccanismi strutturali della società borghese con lo scopo di svelare la legge economica del movimento della società moderna. Marx è convinto che non esistano leggi universali dell’economia ma bensì che ogni formazione sociale abbia caratteri e leggi storiche specifiche; e che la borghesia porti nella sua struttura delle contraddizioni che ne minano la solidità, ponendo le basi della sua fine. Marx pensa che l’economia debba far uso dello schema dialettico della totalità organica, studiando il capitalismo come una struttura i cui elementi risultano strettamente connessi. Un’altra particolarità del metodo di Marx, è quella di studiare il capitalismo distinguendone gli elementi di fondo e astraendo da quelli secondari, al fine di metterne in luce le caratteristiche strutturali e le tendenze riuscendo a formulare delle previsioni.
Per Marx, la caratteristica specifica del mondo capitalistico è quella di essere produzione generalizzata di merci. Per prima cosa, una merce deve possedere un valore d’uso, in quanto deve poter servire a qualcosa, in quanto nessuno acquista qualcosa che non vada incontro a determinati bisogni. In secondo luogo, una merce, per essere veramente tale, deve possedere anche un valore di scambio che discende dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla. Con l’espressione socialmente necessaria, Marx intende riferirsi alla produttività sociale media esistente in un determinato periodo storico. Il valore di scambio non si identifica con il prezzo, poiché su quest’ultimo influiscono altri fattori come l’abbondanza o la scarsità di una merce; pertanto il prezzo di una merce può superare il valore o stare al di sotto di esso. La consapevolezza che alla base di tutto c’è il lavoro porta Marx a contestare il feticismo delle merci, che consiste nel considerare le merci come entità aventi valore di per sé, dimenticando che sono il frutto dell’attività umana. Secondo Marx, la particolarità del capitalismo è il fatto che, in esso, la produzione non è finalizzata al consumo ma all’accumulazione di denaro; di conseguenza il ciclo capitalistico non è quello semplice delle società pre – borghesi descrivibile attraverso la formula M.D.M (merce – denaro – merce) ma quello descrivibile dalla formula D.M.D+ (denaro – merce – più denaro) il capitalista investe denaro nella merce e ne ricava dalla sua vendita una somma di denaro maggiore di quella di partenza. Ma da dove viene il denaro in più che il capitalista ricava? (plus-valore) Marx ritiene che l’origine del plus-valore non debba essere cercata a livello di scambio delle merci ma a livello della produzione capitalistica, infatti il capitalista può comprare e usare una merce che ha la caratteristica di produrre valore: la forza lavoro. Il capitalista compra la sua forza lavoro pagandola come una qualsiasi merce, ovvero secondo il valore corrispondente al lavoro socialmente necessario a produrla (cioè il denaro necessario per vivere, lavorare e generare) che costituisce il salario. Il plus-valore si origina dal plus-lavoro dell’operaio che si identifica con l’insieme del valore da lui gratuitamente offerto al capitalista. Dal plus-valore deriva il profitto, che secondo Marx, non sono la stessa cosa, per capire la ragione di questa differenza bisogna tener presente la distinzione tra capitale variabile (cioè il capitale investito nei salari) e capitale costante (capitale investito nelle macchine e in tutto ciò che necessita la fabbrica per funzionare). Poiché il plus-valore nasce in relazione al salario (capitale variabile), il saggio del plus-valore risiede nel rapporto tra plus-valore e capitale variabile; ma il capitalista, per dirigere la fabbrica, deve investire anche in impianti (capitale costante), di conseguenza il saggio del profitto sarà il rapporto tra plus-valore e la somma dei capitali investiti (variabile e costante). Proprio perché il capitalismo si fonda sullo schema D.M.D+ il suo fine strutturale è quello di conseguire la maggior quantità possibile di plus-valore, raggiungendolo in vari modi 1) cercando di aumentare la giornata lavorativa, ma poiché l’operaio, oltre un certo limite di ore, cessa di essere produttivo questa soluzione presenta dei limiti. 2) punta alla riduzione della parte della giornata lavorativa necessaria al guadagno dello stipendio. Tutto questo è attuabile solo mediante una maggior produttività del lavoro (e da qui la necessità di introdurre sempre nuovi, e più efficienti, metodi e strumenti di lavoro). La svolta nel mondo capitalistico sta nell’industria meccanizzata, dato che le macchine non hanno bisogno di riposo e, rendendo meno faticose le operazioni lavorative, permettono l’impiego di donne e bambini meno costosi e più docili. L’introduzione delle macchine nell’industria ha fatto sì che l’operaio si trasformi da colui che usa uno strumento a colui che fa funzionare uno strumento, inoltre la velocità e la ripetitività del lavoro distruggono la creatività e generano stress, facendo sì che si crei un rapporto d’ostilità tra macchine e lavoratori. Questo continuo aumento di produttività porta l’intero sistema a delle crisi cicliche da sovrapproduzione (quando la merce a disposizione è troppa), che generano la distruzione di beni capitalistici e la disoccupazione. Il continuo bisogno di rinnovamento tecnologico porta il capitalismo ad un altro fenomeno negativo: la caduta tendenziale del saggio del profitto, che intende la legge per cui, accrescendosi smisuratamente il capitale costante rispetto a quello variabile, diminuisce il profitto. Per capire bene bisogna tener presente che: 1) il plus-valore non è generato dalle macchine di per sé, ma dal lavoro degli operai salariati. 2) il saggio del plus-valore è dato dal rapporto tra plus-valore e capitale variabile. 3) il saggio del profitto è dato dal rapporto tra plus-valore e la somma dei capitali investiti. Secondo Marx, tale legge tende a mettere in difficoltà la borghesia poiché sommata al fenomeno dell’anarchia produttiva e della concorrenza, genera la divisione della società tra due classi antagoniste.
Le contraddizioni della società borghese rappresentano la base oggettiva della rivoluzione del proletariato, che, impadronendosi del potere politico, da avvio alla trasformazione della società passando dal capitalismo al comunismo. Marx attribuisce, al proletariato, una funzione storico - universale poiché il proletariato, invece di sostituirsi alla classe dominante (come è successo durante il corso della storia), darà vita ad una nuova epoca, cancellando ogni forma di proprietà privata e di dominio di classe e, mediante la socializzazione dei mezzi di produzione, la fine dello sfruttamento. Il primo traguardo della rivoluzione proletaria sta nella distruzione dello stato borghese e delle sue forme istituzionali, e non in quello di impadronirsi della macchina statale borghese e manovrarla per i propri scopi. La dittatura del proletariato si configura, per Marx, come la misura politica fondamentale per la transizione dal capitalismo al comunismo. La dittatura del proletariato è solo una misura storica di transizione che mira al superamento di se stessa e ad ogni forma di stato. Il concetto di stato deriva dalla concezione materialistica della storia, infatti se tutti gli stati storicamente esistiti si sono sempre configurati come strumento di oppressione e di dittatura di una classe, il proletariato, abolendo le classi, pone le basi per il cosiddetto “deperimento dello stato”. Marx ritiene che la società senza stato non sia raggiungibile subito, ma in prospettiva futura, a differenza degli anarchici che vorrebbero la distruzione dello stato senza passare attraverso la dittatura del proletariato; la concezione socialdemocratica prevede invece la conquista dello stato dall’interno per poi utilizzarlo per i propri scopi mentre Marx afferma che il proletariato deve spezzare la democrazia e il parlamentarismo per sostituirlo con una sua democrazia di tipo diretto.

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