Pirandello, poetica e narrativa

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Testo

Luigi Pirandello
La giovinezza:
Luigi Pirandello nasce vicino a Girgenti (dal 1927 Agrigento) in una villa di campagna detta "Il Caos" da una famiglia benestante. Il padre Stefano aveva seguito Garibaldi nel 1860-62; e fieri antiborbonici erano i Ricci-Gramitto, da cui veniva la madre Caterina, una donna tanto dolce e debole quanto il marito, commerciante in zolfo, era iroso e autoritario. Secondogenito di sei figli, Luigi trascorse un'infanzia felice e dopo l'istruzione elementare venne avviato dal padre a studi tecnici per poter essere impiegato come ragioniere nell'azienda familiare.
Ma gli interessi del ragazzo, appassionato lettore di romanzi e presto autore di poesie e composizioni teatrali, erano ben altri: sicché passo al ginnasio completando gli studi liceali a Palermo, dove si iscrisse alla facoltà di Lettere, nel 1886. L'anno seguente si trasferì a Roma, ma in seguito a un contrasto con un professore di latino dovette abbandonare quell'università per laurearsi brillantemente in filologia a Bonn con una tesi sul dialetto girgentino (1891).
Dalla poesia alla narrativa:
Prima di partire per la Germania aveva pubblicato un libro di versi, Mal Giocondo (1889), al quale seguì "Pasqua di Gea" (1891), dedicato a Jenny Schulz-Lander, una ragazza tedesca di cui si era innamorato, ispiratrice anche delle "Elegie renane". Ritornando in Italia, poté con l'aiuto dei suoi a stabilirsi a Roma e introdursi negli ambienti letterari della capitale, grazie anche all'amicizia con Luigi Capuana che lo incoraggiò a provarsi nella narrativa.
Contemporaneamente a un nuovo lavoro poetico apparve infatti il primo libro di novelle: "Amori senza amore", mentre il primo romanzo, "Marta Ajala", scritto nel 1893, sarà pubblicato col titolo "L'esclusa" solo nel 1901. Nel '94 sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un socio del padre, da cui avrà Stefano, Rosalia e Fausto.
Assiduo collaboratore di riviste e giornali, Pirandello fondò con Ugo Fleres un settimanale, "Ariel", particolarmente impegnato nella battaglia per il rinnovamento dell'arte e della letteratura su una linea estranea sia al naturalismo sia al decadentismo dannunziano.
Dal 1897 aveva iniziato a insegnare come incaricato all'Istituto superiore di Magistero di Roma. Del 1900 è l'importante saggio "Scienza e critica estetica". Nel 1902 pubblicò il romanzo breve "Il turno" (scritto nel '95) e raccolse in volume le novelle pubblicate negli anni precedenti.
I romanzi e l'esordio teatrale:
Nel 1904 una frana distrusse la zolfara in cui il padre aveva impegnato la dote di Antonietta che, sconvolta dalla notizia, rimase a lungo semiparalizzata e afflitta poi da una dolorosa paranoia. Pirandello fu costretto ad arrotondare il magro stipendio di insegnante con lezioni private e lavori letterari, fra cui "Il fu Mattia Pascal". Si susseguirono diverse raccolte di novelle.
Alla fine del 1910 ci fu l'esordio teatrale con la rappresentazione degli atti unici "La morsa" e "Lumiè di Sicilia", a cui tennero dietro "Il dovere del medico", "Cecè", "Se non così", commedia in tre atti poi intitolata "La ragione degli altri". Nel 1915 apparve sulla "Nuova Antologia" il romanzo "Si gira...", edito l'anno seguente. L'ultimo romanzo, "Uno nessuno e centomila", iniziato probabilmente attorno al 1909, apparirà solo nel 1925-26 sulla "Fiera letteraria".
Per l'attore siciliano Angelo Musco tradusse in dialetto l'atto unico "Lumiè di Sicilia" (1915) e scrisse, ricavandola da una novella, la commedia in tre atti "Pensaci, Giacominu!" (1916). Nel '17 fu rappresentato il capolavoro del teatro siciliano di Pirandello "Liolà"; nello stesso anno Musco mise in scena due altre commedie:"Il berretto a sonagli" e "La giara".
I capolavori del dopoguerra:
Durante la grande guerra Pirandello ebbe a soffrire per la sorte del figlio Stefano, fatto prigioniero e chiuso in un campo di concentramento (anche Fausto era sotto le armi), per la morte della madre e per l'acutizzarsi della malattia mentale della moglie, morbosamente gelosa persino della figlia Lietta.
Continuò a pubblicare novelle, ma oramai gli era aperta la strada del teatro dove si impone non senza contrasti con una serie di piecès recitate da attori di grande nome: "Così è (se vi pare)", "Il piacere dell'onestà", ecc...
Ricostituitasi la famiglia col ritorno dei figli dalla guerra e dopo la dolorosa separazione dalla moglie, internata in una casa di cura, Pirandello si affermò definitivamente negli anni Venti in Italia e all'estero come drammaturgo d'avanguardia con una serie di opere di grande impegno.
Nel 1921 la compagnia di Dario Nicodemi, Vera Vergani e luigi Almirante rappresentò al Valle di Roma i "Sei personaggi in cerca d'autore", che fecero fiasco solenne fra le proteste e i fischi del pubblico. Ma qualche anno dopo, a Milano, la commedia iniziò il suo trionfale cammino attraverso i teatri di tutto il mondo.
Intanto, a partire dal 1922, l'editore Benporad cominciava a pubblicare l'intero corpus delle novelle sotto il titolo di "Novelle per un anno". A partire dal '23 Pirandello cominciò a viaggiare all'estero per seguire la messinscena delle proprie commedie: è a Parigi per la prima in francese dei "Sei personaggi", rappresentati con successo anche in altri paesi. Nel '24 dopo il delitto Matteotti, lo scrittore chiese l'iscrizione al partito fascista, con una lettera a Mussolini che ebbe vasta risonanza (una vera manna per il regime, intenzionato a sfruttare l'eco internazionale del gesto).
Il successo internazionale:
Nel 1925 assunse la direzione artistica del "Teatro d'arte di Roma", la cui compagnia portò direttamente all'estero le sue opere. (La prima donna sarà d'ora in poi la giovane Marta Abba, a cui si lega in un rapporto di intenso affetto). A Londra furono rappresentati i "Sei personaggi, Enrico IV" e altre commedie, replicate con entusiastiche accoglienze anche a Parigi, in Germania, a Budapest e a Praga.
La "compagnia Pirandello", dopo tre anni di tournées in tutto il mondo, venne sciolta perché l'autore non era in grado di sostenere le spese di gestione. Accademico d'Italia, Pirandello non gode di particolari favori del regime che lo vorrebbe maggiormente coinvolto nell'ossequio del fascismo. Nel 1931 iniziò il terzo , "I giganti della montagna", che resterà incompiuto.
Le ultime commedie rappresentate furono "Trovarsi", e "Quando si è qualcuno", per l'interpretazione della Abba. Nel 1934 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Sono degli ultimi anni gli importanti di appunti e riflessioni in parte pubblicati postumi col titolo "Taccuino"; e le stupende novelle apparse sul .
Deluso e amareggiato, sempre più solo dopo la rottura della relazione con Marta Abba, mentre si girava a Cinecittà un film sul "Fu Mattia Pascal", lo scrittore si ammalò di polmonite. Morì il 10 dicembre 1936, nella sua casa di via Antonio Bosio. Non volle nessuna onoranza funebre ufficiale (un duro colpo per il prestigio del regime...): le sue ceneri, chiuse in vaso greco, furono trasportate nel 1946 ad Agrigento e dal 1961 riposano vicino alla casa natale, tumulate in una sotto un pino.
Umorismo e problematicità:
Pirandello nel saggio sull' "Umorismo" (1908) elabora un'organica concezione estetica, in antitesi a quella crociana. Egli osserva che se ordinariamente l'opera d'arte è creata in forma armoniosa (si sente qui l'influsso di Séailles), cosicché la riflessione in essa si nasconde, nell'opera umoristica la situazione è del tutto diversa.
Per rendere più concreto il pensiero, lo scrittore presenta un celebre esempio:
"Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parta d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perchè pietosamente s'inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andare oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico."

Caratteri critici dell'umorismo:
Pirandello afferma che lo humour ; la riflessione, cioè sottolinea espressionisticamente gli aspetti disarmonici, deformanti, paradossali della vita.
Compito della riflessione umoristica, dice Pirandello, è scomporre . L'uomo ha il privilegio assai triste di "sentirsi vivere" dentro la prigione di una forma che lo aliena dalla vita autentica; l'individuo si maschera dietro identità false, funzionali ai rapporti di società.

La dicotomia fra "vita" e "forma":
Riprendendo Binet e Marchesini, Pirandello descrive la personalità come un : "è un risorgere e un assopirsi continuo di affetti, di tendenze, di idee; un fluttuare incessante fra termini contraddittori, e un oscillare fra poli opposti (...). Questa lotta di ricordi, di speranze, di presentimenti, d'idealità può raffigurarsi come una lotta d'anime fra loro, che si contrastino il dominio definitivo e pieno della personalità".
L'arte umoristica va alla ricerca della cause vere dei nostri comportamenti, al di là delle finzioni sociali o dei travestimenti di comodo.
Il relativismo:
Lo scrittore umorista deve "scomporre" i caratteri nei loro elementi, metterne in luce le "incongruenze", smascherare la storia. Ma che cosa c'è dietro le parti, le forme, le maschere che l'uomo spesso riveste per difendersi, per quieto vivere? Nessuna verità, evidentemente:
Questa consapevolezza rende tragico il relativismo pirandelliano: in certi momenti di silenzio interiore, in cui l'anima nostra si spoglia di tutte le funzioni abituali; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori dalle forme dell'umana ragione. Lucidissimamente allora la coesione dell'esistenza quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio, ci appare priva di senso, priva di scopo.
Questi momenti che vorremmo chiamare epifanici, quando improvvisa irrompe nella banalità dell'esistenza l'intuizione dolorosa della nostra falsità o inutilità o infelicità, quando percepiamo un'altra dimensione possibile del nostro destino fuori dalla figura sociale in cui consistiamo, questi momenti di illuminazione lacerante caratterizzano la "pena di vivere così" dei grandi personaggi pirandelliani, in tal senso distinti dagli "inetti" di tanta letteratura novecentesca.

La "visione della vita" di Pirandello:
Pirandello, pur partendo da posizioni assimilabili, si avvicina nel corso del primo decennio del Novecento a istanze vitalistiche e relativistiche che ben poco hanno a che vedere col materialismo, anche se in nessun modo si può parlare di spiritualismo e ancor meno di irrazionalismo.
La poetica umoristica motiva l'interesse dello scrittore per tutto ciò che improvvisamente rompe l'ordine convenzionale, mettendo l'uomo a contatto con quel flusso continuo che è anche, psicologicamente, il serbatoi della memoria profonda, latente, involontaria, che lacera gli abiti stretti della quotidianità ripetitiva.
L'epifania del profondo è per lo più traumatica e non voluta dagli stessi personaggi, che escono sconvolti dalla momentanea liberazione dalla forma in cui la loro misera esistenza ha trovato un rifugio.
Il testamento:
Pirandello aveva lasciato precise disposizioni per il suo funerale
():
I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlarne sui giornali, ma non di farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni.
II. Morto, non mi si vesta. Mi si avvolga nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.
III. Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.
IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perchè niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l'urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.

I conti col positivismo:
Nei saggi pubblicati negli anni Novanta il giovane Pirandello si trova a fare i conti col naturalismo e col positivismo e più in generale con i problemi della scienza, soprattutto la psicologia. In "Arte e coscienza d'oggi" (1893) lo scrittore è colpito dal quadro a fosche tinte presentato da Max Nordau.
Pirandello prende le distanze dalla diagnosi affatto materialistica e meccanicistica di Nordau, confermando l'importanza della crisi in cui si dibatte l'uomo, smarrito in un labirinto in cui si aggira impotente, dopo che la scienza ha demolito gli appigli tradizionali dell'antropocentrismo e la religione non è più in grado di rispondere alle domande inquietanti della coscienza.
L'inadeguatezza del razionalismo positivistico è attestata dalla conclusione che della vita non si può dare alcuna conoscenza; .

La psicologia di Binet:
Il 1° luglio del 1900 Pirandello pubblica sul "Scienza e critica estetica", dove l'opera dello psicologo Alfred Binet, costituisce la base della modalità soggettivistica e relativistica della conoscenza, verso cui si sta decisamente orientando il pensiero dello scrittore siciliano.

L'estetica di Séailles:
In Binet, Pirandello trova la giustificazione scientifica di quella parte inconscia dell'io che è sede di desideri oscuri e inconfessabili, di pulsioni irrazionali e istintuali: inconscio ben altrimenti studiato da Freud in quegli stessi anni.Quanto basta, comunque, per esplorare la crisi d'identità che un qualsiasi evento può improvvisamente far esplodere (Il treno ha fischiato).
In "Arte e scienza" si avverte l'influsso di un altro studioso francese, Gabriel Séailles, le cui idee sono sfruttate da Pirandello per una decisa polemica antipositivistica (l'opera d'arte non può essere letta come espressione patologica della personalità, il genio non è follia: l'arte è una creazione individuale).
Nei saggi successivi Pirandello accentua le riflessioni di estetica in termini alternativi alle posizioni crociane (l'arte come intuizione pura), mettendo in luce la componente riflessiva che interviene nella creazione dell'opera, ed elaborando già le premesse della poetica dell'umorismo.

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