"Un Treno ha fischiato"

Materie:Appunti
Categoria:Letteratura

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Testo

“IL TRENO HA FISCHIATO”

La novella “Il treno ha fischiato” narra la vicenda di Belluca, un “impiegatuccio”usualmente mite e sottomesso, che una sera, pur essendo stremato per la stanchezza, non riesce ad addormentarsi e, ad un certo punto, sente nel silenzio il fischio lontano del treno. Questo fischio sarà dunque la chiave di volta che farà riemergere il protagonista da quel suo modo di vivere come “una bestia bendata” che “girava la stanga del molino”; una metafora questa che esprime perfettamente la sua inconsapevolezza del mondo esterno in quanto egli è, appunto, come una bestia bendata, sia l’infelicità e la monotonia di quella sua vita “impossibile”, che il narratore paragona ad un mostro a cui doveva per forza appartenere quella coda, cioè l’improvvisa pazzia, mostruosa se considerata da sola ma che, una volta “riattaccata” al mostro apparirà come “una coda naturalissima”.
Quindi possiamo dire che Bellica, attraverso queste metafore, ci appare come la vittima di una vita “mostruosa”che lo comanda come gli uomini comandano le bestie.
Bellica grazie al fischio di quel treno viene così travolto dal mondo esterno, di cui si era dimenticato, e “ebbro” per questa riscoperta, una volta in ufficio il giorno seguente, non lavora più come al solito e all’ira del suo capo-ufficio per la prima volta reagisce gridando che ormai non può più vivere così ora che il treno ha fischiato.
Ovviamente i suoi colleghi non lo capiscono, anzi credendolo pazzo lo ricoverano in un manicomio.
L’ufficio e il manicomio infatti, assieme alla casa, sono i luoghi chiusi che rappresentano la “non vita” di Bellica, cioè la sua vita prima del fischio del treno come se egli fosse stato murato vivo in una stanzetta per molto tempo, lontano dal mondo esterno di cui non ricorda più l’esistenza; solo il fischio di quel treno sarà in grado di squarciare quel grigio silenzio e riportare così in un solo attimo, con una forza travolgente tutta la bellezza e l’energia degli spazi aperti e sconfinati come la Siberia, le foreste del Congo e tutti i ricordi di una vita lontana, di un Belluca giovane, trascorso a visitare città come Firenze, Bologna, Torino e Venezia assaporandone la bellezza e la vita stessa.
Bellica quindi dopo essere stato travolto dal mondo esterno appare come impazzito. Ma questa sua presunta pazzia è interpretata in modi diversi dai suoi colleghi, dal narratore e da Belluca stesso.
Infatti mentre i primi si fermano ad un’analisi superficiale in cui prendono semplicemente atto della sua improvvisa stranezza, che lo rende irriconoscibile rispetto al Belluca che erano soliti conoscere, e per questo si spaventano e, come per quietare i loro animi turbati, lo definiscono pazzo.
Più profonda è invece l’interpretazione della voce narrante che accogli “in silenzio la notizia” di tale pazzia e ne dà una spiegazione estremamente razionale e logica; egli infatti sostiene che tale evento era prevedibile considerando la vita “impossibile” che Belluca conduceva, una vita così impossibile tante che un evento comunissimo era in grado di dar luogo in lui ad effetti tanto straordinari quanto incomprensibili.
Diversa è infine la spiegazione che Belluca stesso dà della sua pazzia: egli non si definisce pazzo ma più semplicemente “ebbro di vita”, sconvolto da quel mondo dimenticato e che ora gli era entrato dentro tutto in una sola volta.
Risulta quindi inevitabile confrontare il personaggio di Belluca con quello di Gengè Mostarda, protagonista del romanzo pirandelliano “Uno, nessuno, centomila”. Infatti ambedue sono considerati dagli altri pazzi e ambedue sono portati a tale pazzia da avvenimenti apparentemente insignificanti, ma vi è tuttavia una sostanziale differenza, infatti Gengè, volendosi liberare di tutte le maschere, concluderà che “conoscersi è morire” e si avvierà quindi a vivere “nessuno”, a vivere cioè nella natura alla ricerca della propria pace, lontano dalla vita sociale; mentre Belluca è convinto che il suo sia stato uno stato momentaneo e che egli un giorno riuscirà a far convivere quel suo “mondo ritrovato” con la vita di tutti i giorni rifugiandosi ogni tanto nella fantasia.
In questa affascinante e al tempo stesso sconvolgente novella è possibile rintracciare, inoltre, i grandi temi che caratterizzano l’opera di Pirandello in generale, ossia il tema della maschera, quello del viaggio come evasione e infine l’umorismo inteso come sentimento del contrario.
Per quel che concerne il tema della maschera viene sottolineata nella novella l’impossibilità di instaurare rapporti autentici tra gli uomini poiché gli altri non conoscono noi ma la maschera che siamo soliti portare davanti a loro, come lo stesso Belluca che era conosciuto dai suoi colleghi e dal capo-ufficio con la maschera di uomo mite che era solito portare in ufficio.
Il tema del viaggio, simboleggiato dal fischio del treno, viene presentato in questa novella come l’unico modo per evadere da una cupa e misera realtà che ci tiene prigionieri.
Tuttavia questo viaggio non è reale bensì fantastico, poiché se ci fosse un effettivo abbandono della realtà, come per esempio nel “Fu Mattia Pascal”, non sarebbe possibile crearsi una “nuova realtà” come se abbandonando la nostra realtà perdessimo anche la nostra identità personale.
Un altro elemento tipico del pensiero pirandelliano, e che in questa novella risulta estremamente chiaro, è la dicotomia tra comico e umoristico, che Pirandello analizza ampliamente nel saggio “L’umorismo”. Pirandello sostiene infatti che mentre la comicità è “l’avvertimento del contrario”, cioè la scoperta di un fatto inedito che ci trova del tutto impreparati e suscita in noi il riso, come l’improvvisa pazzia di Belluca suscitò le risate dei colleghi; l’umorismo è, invece, “il sentimento del contrario” che consiste nello scoprire il fatto che ci aveva sorpreso in modo più approfondito e ragionato, andando a ricercare le cause così come fa il narratore che accoglie la notizia della pazzia di Belluca in un silenzio pieno di dolore, dolore il suo che ci fa comprendere come l’umorismo sia un misto di comico e tragico, di riso e di dolore.
In conclusione ritengo che il protagonista di questa novella, Belluca, rappresenti l’uomo moderno che vive meccanicamente ogni giorno come il precedete e che solo il “fischio del treno” potrà risvegliare riportandogli alla mente tutta la gioia e la bellezza di una vita un po’ reale e un po’ fantastica, ma soprattutto sua.

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