| Materie: | Appunti |
| Categoria: | Italiano |
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| Data: | 15.02.2006 |
| Numero di pagine: | 5 |
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Testo
Canto VI
1-9 quando finisce il gioco della zara, e i due giocatori si separano, il perdente rimane pensieroso in disparte, ripetendo i tiri dei dadi, e dalla sua sconfitta impara; la folla degli spettatori segue il vincitore; chi lo precede, chi lo marca da dietro, e chi di lato si fa notare; il vincitore non si ferma, ascolta l’uno e l’altro; quelli a cui dà un po’ di soldi non lo molestano più, e così si difende alla meglio dalle pressioni.
10-12 così ero io, circondato da quella folla fitta e ostinata, dando retta ora all’uno ora all’altro, e facendo promesse me ne liberavo.
13-15 tra questa folla di spiriti c’erano gli aretini Benincasa da Laterina, che fu ucciso dal sanguinario Ghino di Tacco, e Guccio dei Tarlati, che annegò mentre insegui va i suoi nemici.
16-18 tra loro mi supplicavano tendendo le mani anche Federico Novello dei conti Guidi e Gano, figlio di Marzocco degli Scornigiani di Pisa, che con la sua morte fece sì che suo padre si mostrasse forte.
19-24 vidi poi il conte Orso degli Alberti di Mangona e l’anima di Pierre de la Brosse, separata dal corpo, come lui diceva, per rancore e invidia, non per una colpa commessa; e perciò la signora di Brabante, finché
vive provveda per la sua anima, così da non trovarsi dopo morta in una compagnia peggiore di questa.
25-33 appena mi fui liberato da tutte quelle ombre che chiedevano suffragi, così da accelerare la loro purificazione, dissi a Virgilio: “mi sembra che tu, o luce che illumini la mia mente, dica in un passo del tuo poema che le preghiere non possono cambiare una decisione divina; eppure questa folla prega proprio per questo: la loro speranza sarebbe dunque vana, oppure non mi è ben chiaro ciò che hai scritto?”
34-42 Virgilio rispose: “il mio passo è chiaro; e costoro non sbagliano a sperare, se si osserva con equità di giudizio perché infatti l’altezza del giudizio divino non è sminuita dal fatto che l’ardore della carità paga in un momento il debito dovuto a Dio dalle anime che hanno sede qui; e nel brano in cui feci quell’affermazione, dissi che non si rimediava a una colpa con la preghiera, perché la preghiera non veniva fatta per grazia di Dio.
43-48 tuttavia non bloccare la tua mente in un dubbio così profondo, se non ti dice di farlo colei che illuminerà al tuo intelletto la verità. Non so se capisci a chi mi riferisco: a Beatrice, che tu vedrai sulla vetta di questo monte, mentre ride di felicità”.
49-54 dissi allora: “ mio signore, muoviamoci più in fretta, perché ormai non mi stanco più come poco fa, e vedi che il monte comincia proiettare la sua ombra, dato che il sole lo ha oltrepassato”. Rispose quegli: “ noi continueremo a salire finché dura la luce del giorno, quanto potremo; ma la situazione è ben diversa da come pensi.
55-60 infatti, prima che tu abbia raggiunto la vetta, vedrai tornare in cielo il sole, che adesso è nascosto dalla costa del monte, così che tu non fai più ombra a terra con il tuo corpo. Ma guarda laggiù un’anima che, sola e in disparte, ci sta guardando: sarà lei a indicarci la via più breve”.
61-66 la raggiungemmo: quell’anima lombarda stava ferma, con aria altera e distaccata, maestosa e lenta nel girare lo sguardo. Non ci diceva nulla, ma ci lasciava avvicinare, limitandosi a guardarci, come fa il leone in riposo.
67-75 solo Virgilio le si avvicinò, pregandola di mostrarci la via migliore per salire; ma quell’anima invece di rispondere alla sua domanda, ci chiese della nostra provenienza e della nostra condizione; la mia buona guida aveva appena cominciato a rispondergli: “Mantova…”, che l’ombra raccolta in sé, si alzò verso di lui da dove si trovava, con queste parole: “o mantovano, io sono Bordello, e vengo dalla tua città!”, e i due si abbracciarono a vicenda.
76-84 ahimè Italia schiava, luogo di dolore, nave senza timoniere, non signora di popoli, ma meretrice! L’anima nobile di Bordello, solo per aver udito il nome della sua città, fu così pronta ad accogliere con affetto il suo concittadino; e invece adesso in te, Italia, i tuoi figli non smettono mai di farsi al guerra e coloro che dovrebbero essere uniti perché vivono entro una stessa cinta di mura, si straziano l’un l’altro.
85-90 o infelice, guarda bene le coste dei tuoi mari, e poi dentro di te, e vedi se c’è una tua piccola parte che vive in pace. A cosa servì che Giustiniano ti sistemasse il freno, se poi la sella è vuota? Senza il freno, la tua vergogna almeno sarebbe minore.
91-96 ah, popolo che dovresti essere obbediente alla legge, e lasciare sedere il legittimo imperatore sul trono, se interpreti bene ciò che Dio comanda, guarda come questa giumenta è diventata ribelle perché non è pungolata dagli sproni, dal momento in cui hai preso in mano la predella.
97-102 o Alberto I d’Austria, tu che abbandoni questa giumenta, imbizzarrita e selvaggia, mentre invece dovresti montarle in sella, io prego che dal cielo venga mandata una giusta punizione su di te e sui tuoi discendenti, che sia straordinaria e ben visibile, così che il tuo successore ne sia spaventato!
103-108 perché tu, Alberto, e tuo padre, Rodolfo, avete tollerato, distratti dall’avidità di conquistare territori in Germania, che l’Italia, giardino dell’impero, venisse abbandonata. Vieni a vedere la famiglie potenti d’Italia, Montecchi e Cappelletti, Monadi e Filippeschi, o uomo che non ti curi dei tuoi doveri: gli uni già infelici, perché già sconfitti, gli altri col timore di esserlo!
109-117 vieni, o uomo spietato, a vedere con i tuoi occhi la sofferenza dei tuoi vassalli, e preoccupati delle loro colpe; e scoprirai com’è decaduta la casata dei Santafiora! Vieni a vedere la disperazione di quella che dovrebbe essere la tua capitale, Roma, ora abbandonata, che ti invoca giorno e notte dicendo: “o mio imperatore, perché non stai qui con me?”. Vieni a vedere quanto amore e concordia regna nel popolo italiano!e se non ti fa compassione la condizione di noi italiani, almeno vieni a provare vergogna della tua fama che ormai in Italia è molto decaduta.
118-126e, se mi è lecito chiederlo, o Gesù, che ti lasciasti crocifiggere per noi sulla terra, il tuo sguardo pieno di giustizia è forse rivolto altrove? Oppure questa è una prova che tu ci mandi per prepararci, nell’abisso insondabile della tua mente divina, a un bene ignoto, lontano dalla nostra comprensione? Perché ormai tutte le città italiane sono piene di tiranni, e qualunque rozzo contadino che si metta a fare il politicante diventa un salvatore della patria?
127-129 o mia Firenze, puoi rallegrarti che questa digressione non ti riguardi, grazie ai tuoi cittadini che si ingegnano tanto.
130-138 molti, non fiorentini, hanno radicato nell’animo il senso della giustizia, ma la manifestano tardi per non parlare senza saggezza; ma i fiorentini, il tuo popolo, la giustizia ce l’hanno sempre in bocca. Molti, fuori da Firenze, rifiutano le cariche pubbliche, ma i fiorentini sono così solletici che non aspettano nemmeno che vengano loro proposte, e addirittura gridano che vogliono sobbarcarsi tutti gli incarichi politici. Perciò rallegrati, perché ne hai ben motivo: sei ricca, in pace e governata saggiamente. Se io dico la verità i fatti non smentiscono.
139-144 le celebri città di Atene e Sparta, che prime istituirono sistemi legislativi e fondarono grandi civiltà, diedero un buon esempio di buona convivenza sociale al confronto di te, che prendi provvedimenti così sottilmente intelligenti, che quello che hai stabilito a ottobre non dura fino a metà novembre.
145-151 quante volte a memoria d’uomo, hai cambiato leggi, moneta, incarichi e abitudini, e hai assistito a un ricambio dei tuoi cittadini! E se hai buona memoria e un po’ di intelligenza, vedrai quanto somigli a quella malata che non riesce a trovare riposo nel letto, ma continuamente si gira per alleviare il suo dolore.
