"Le troiane" di Euripide

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Categoria:Greco

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Testo

Introduzione storica: Solo per un ristretto numero di opere euripidee superstiti si è in grado di fissare una vera e propria cronologia, tra queste vi sono le Troiane: furono portate in scena per la prima volta inserite in una tetralogia (la sola euripidea che narra il ciclo troiano) che comprendeva l’Alessandro, il Palamede e il dramma satiresco Sisifo. Mentre la cinquantennale pace di Nicia del 421 a.C. si andava lentamente, ma inesorabilmente, logorando, si viveva un quinquennio di precario equilibrio di guerra fredda fra le potenze stremate da tanti anni di combattimenti, che avevano reso accettabili alle coscienze procedimenti di distruzione di un’atrocità sconosciuta in passato; così le eventuali smagliature nella coalizione venivano tamponate con pronta ferocia che spesso poteva assumere dimensioni di sterminio: fu questo il caso della rappresaglia contro Melo, rea di volersi sottrarre al totalitarismo ateniese. Le Troiane sono dunque un testo saldamente ancorato al proprio tempo: il dramma andò in scena nel marzo del 415 a.C. (in occasione delle Grandi Dionisie), la sua ispirazione e stesura risalgono all’autunno-inverno precedenti, periodo cruciale del conflitto peloponnesiaco che allora riesplose. Atene, il cui potere era in terribile declino, attuò strategie a larghissimo raggio, attaccando gli alleati spartani della Sicilia con esito, a dir poco, disastroso. L’insistenza sul tema siciliano –cfr. Parodo, II strofe, Coro- può essere documento di quella “febbre della Sicilia” che nell’inverno 414-415 aveva preso Atene, come narra Tucidide.
Struttura compositiva dell’opera: L’opera si compone di tre episodi, seguiti dai tre relativi stasimi, preceduti da prologo e parodo e conclusi dall’esodo, secondo lo schema tradizionale. Il Prologo delle Troiane, scenicamente assai complesso, si articola in tre sezioni distinte: un monologo di Poseidone, un dialogo fra quest’ultimo ed Atena e un recitativo di Ecuba, sfociante in un assolo lirico. La presenza di questa, macchia rocciosa di dolore presente sulla scena sin dall’inizio del prologo (Poseidone l’addita agli spettatori), assicura l’unità drammatica. Il dio dei mari, che parteggiava per i Frigi ed è ora costretto, dalla vittoria di Pallade, a guardare la distruzione di Troia con le sue mura ciclopiche (erette dallo stesso Poseidone ed Apollo) ridotte a resti fumanti dall’assalto ingegnoso dei greci, elenca le sventure dell’intera città, di Ecuba e dei suoi figli; la regina è ancora all’oscuro di alcune disgrazie, come il sacrificio della figlia Polissena sulla tomba di Achille, per auspicare un sicuro e veloce ritorno in patria per i greci. Fa il suo ingresso Atena e si intreccia subito un dialogo fra le due divinità: l’ira della dea, offesa da Aiace Oileo che, strappando Cassandra dal suo tempio e facendole violenza, oltraggiò il sacro patrocinio di Pallade , si scatenerà contro i suoi protetti che dovranno penare per tornare in patria decimati da dieci anni di peripezie. Gli dei si allontanano biasimando le empie azioni dei greci (Poseidone:“E’ uno sciocco a questo mondo chi distrugge città, e di templi e tombe, sacri asili dei poveri morti, fa il deserto. Ben presto anche lui va alla malora.”) lasciando sulla scena Ecuba, prostrata davanti alle tende dell’accampamento. Inizia il lamento della regina, filo conduttore della narrazione, che ripercorre tutte le tappe della guerra e le vicende di coloro che, vittime o istigatori, ne hanno subito le conseguenze (cfr. I episodio, Cassandra: “[…] e il comandante dell’esercito, il gran saggio, fece perire la creatura più cara per l’essere più odioso“,con ovvio riferimento ad Ifigenia ed Elena). La tecnica compositiva a quadri è affine a quella della contemporanea commedia antica. Anche nei testi comici il poeta muove da un’idea, un’intuizione centrale, la cui comunicazione scenica si svolge incarnando l’idea in singole figure, in ritagli d’azione apparentemente disorganici.(cfr.Aristofane nelle Nuvole). Ma ad un’analisi più puntuale la struttura delle Troiane rivela nessi tecnici robusti tra sezione e sezione. Ogni scena fluisce preparata da battute e climi spirituali accolti nel quadro precedente. Taltibio reca avvisi brutali ad Ecuba, sulla sorte delle figlie: le donne della città verranno assegnate ai vari guerrieri vincitori. Come evocata dalle parole del messaggero appare Cassandra che, nel delirio profetico, prevede la propria fine al fianco di Agamennone, al quale era stata assegnata, e, con ossessiva lucidità, comunica il messaggio del dramma, la verità assurda: i vincitori avranno sorte più amara dei vinti. Ad incarnare il tema ecco Andromaca, toccata a Neottolemo, vedova di Ettore e dolente simbolo dei vinti, avvolta nella dignità tormentosa della sconfitta; Ecuba consiglia ad Andromaca di rassegnarsi al suo destino per amore del figlio Astianatte: ma i greci decidono la morte del bambino. Il suo dolore di madre e di moglie colpisce Elena, che puntualmente appare a costruire, dopo un agone con Ecuba, la sua vittoria contro l’illanguidito Menelao. Elena è responsabile del massacro, ma sfugge incolume alla rovina. “Il tema della colpevolezza risparmiata richiama per ironico contrasto –è l’assurdità della guerra- quello dell’innocenza straziata: si disegna così il quadro di Astianatte sformato tra le braccia di Ecuba. E’ l’episodio forse più toccante del teatro tragico.” (Ezio Savino)
Tematiche: la guerra e gli dei- Le Troiane sono dunque un dramma di guerra, non solo perché il contenuto è la conclusione del mitico conflitto troiano, ma perché l’autore nel testo capta e riflette umori e contraddizioni di una nuova stagione di guerra. La guerra vi appare come un’incosciente miseria, l’esperienza che più brutalmente denuda la fragilità vanagloriosa dell’uomo. Il fabula docet scocca improvviso, nel prologo, dove il poeta introduce, con una innovazione, il deus ex machina rispondendo così alla caratteristica di quest’opera che non rappresenta un’azione drammatica, ma l’epilogo di una tragedia più grande che è la guerra stessa. Euripide vuole fare riflettere il pubblico ateniese del tempo sulle atrocità gratuite dello stato di guerra, presentando fra le righe un messaggio anti-imperialista (frutto di una genialità obiettiva e, certamente, anticonformista) impensabile per l’epoca; per raggiungere il suo scopo, utilizza il mito che dà un’impronta metaspaziale e metatemporale al messaggio stesso che acquista così funzione paradigmatica. Nel contempo il mito viene sminuito dall’uso improprio che l’autore ne fa: porta gli dei al livello più basso cui l’uomo possa giungere (“Ma perché salti così da un sentimento all’altro e sei sempre esagerata nei tuoi odi ed amori, a casaccio?” Poseidone ad Atena, nel Prologo) e declassa gli eroi a figure manovrate da divinità e, quel che è peggio, da donne(Elena e Menelao).L’intima tragicità del dramma è nel contrasto tra il frivolo, becero complotto degli dei nel prologo –un’Atena vendicativa si allea ad un Poseidone ringhioso, per la rovina dei greci, reduci da Troia depredata- e il patimento umano, reale, devastante, di vinti e vincitori, per i quali gli dei decretano un tormentoso ritorno, che li decimerà più di una sconfitta sul campo. Vincitori battuti. Un paradosso che decifra con scarna eloquenza la contorta follia della guerra, e richiama specularmene l’altro, espresso da Cassandra nell’ossessione profetica: i vinti vincono, perché almeno sono caduti battendosi per la terra nativa, onorati dal pianto dei cari (cfr. I episodio:“Per i Troiani c’era la morte per la patria, che è la gloria più bella…”). Gli aggressori spariranno in un mare ostile, o saranno abbattuti dai tradimenti domestici, come Agamennone, vittima di una moglie infedele e del suo amante. La completa assenza di dei garanti di giustizia e di dei che ascoltano la disperazione dell’uomo fa sì che Elena, causa di tutte la sciagure, sia l’unica ad uscire indenne dalla disfatta dei troiani: grande ingiustizia nel mondo, sia umana che divina. Il patto iniziale tra gli dei, che imposta rigidamente lo snodarsi dei fatti, precipita le azioni dei protagonisti umani ad un gradino burattinesco (Ecuba:”Stolto quell’uomo che, credendo saldo il benessere, gode: la fortuna, per sua natura, come un matto, salta di qua e di là: che sia la stessa persona ad essere felice, non accade.”). Così la guerra, spogliata di ogni lustrino eroico, si rivela un enigma idiota, lo stupido gioco d’azzardo in cui, inevitabilmente, bambini irresponsabili finiranno per farsi male. Ma occorre una voce ispirata per comunicare l’ingrato messaggio. E il poeta sceglie Cassandra, la figlia di Priamo segnata da un compito crudele: predire con esattezza il futuro, ma non essere mai creduta. Uno sgarbo amoroso inflitto ad Apollo le aveva procurato l’ira del dio e il castigo di profetare a un popolo sordo, irridente. In Cassandra risuona distinta la voce di Euripide, alla vigilia della spedizione navale in Sicilia: denuncia allusivamente affidata ad una predicatrice che sa di non poter convincere. E’ una lucida interpretazione delle tendenze contraddittorie, del clima psicologico di quei mesi cruciali in Atene: lo coglie stupendamente anche Tucidide, definendolo “impasto inquieto di speranza per la futura conquista e di timore per l’ampiezza ignota dell’impresa”. Al poeta, al drammaturgo spetta il compito d’invitare il suo pubblico alla riflessione, alla valutazione critica dei rischi insiti in una scelta strategica così decisiva e totale (cfr. I episodio, Cassandra:“Guerra, bisogna che la fugga chi ha giudizio”).
I nuovi eroi : Audacia, coraggio, iniziativa, duro abito mentale non sono virtù da richiedere agli eroi di Euripide, loro contrassegno sono infatti l’infatuazione, la precipitazione, l’irresponsabilità, l’intristimento, il chiuso interesse per se stessi; dal mito di un re o di un semidio salta fuori, spesso, una sgradevole e conturbante storia privata di debolezze o stravolgimenti psichici. Ma se gli eroi maschili sono decaduti, scesi dal piedistallo, Euripide dimostra cosa possa, in bene ed in male, la donna: nei suoi impulsi di generosità, nella cupa violenza dei suoi sentimenti, nella sua astuzia paziente, nella sua forza distruttiva; l’Ecuba delle Troiane riannoda sino all’ultimo, con selvaggia determinazione, il filo delle speranze. L’interesse per il personaggio femminile può essere collegato al clima storico-culturale in cui operò il poeta: vissuto in un’epoca in cui si delineava il tramonto della polis e più non reggevano i vecchi idoli, Euripide non poteva non cogliere, come di riflesso, l’emergere di spinte irrazionalistiche all’interno di una dinamica psicologica che si faceva via via più sofferta e angosciante.
Le donne euripidee appaiono creature di sangue e di carne, figure scavate nella loro interiorità più che monolitiche eroine del mito, o ideali magistralmente trasformati in figure sceniche. Il modulo dell’agire femminile è l’agguato, l’inganno: Elena frastorna Menelao con l’aggressione insidiosa del suo improvviso, fulgente apparire in mezzo a una folla di donne disfatte, abbrutite dalla guerra. Risorge in questo tema della donna subdola la concezione greca –mista di sospetto, disprezzo e paura- che aveva ispirato il mito antico di Pandora, la prima donna, la seminatrice dei mali. Anche in questo fazioso, impietoso frugare nel cuore della donna il genio euripideo riflette tendenze vive al suo tempo. Nel campo delle facoltà interiori, i drammi euripidei tendono ad illustrare una contrapposizione tradizionale: l’uomo è il depositario dell’equilibrio psichico, della  ; la donna è troppo spesso preda dell’instabilità emotiva, del delirio impulsivo, quindi ha bisogno di ferma tutela. Elena abbatterà le difese incrinate di un poco eroico Menelao. Il modello positivo di comportamento femminile è offerto invece da Andromaca: sottomissione allo sposo, reclusione nella sfera privata, abnegazione totale per i figli sono gli ingredienti di un’etica conservatrice oppressiva. Euripide dà risalto alla moralità di Andromaca, contrapponendole i principi che dettarono la scelta fatale di Elena, su cui ricade il peso etico della guerra e del massacro.
I Personaggi: Esistono figure ormai cristallizzate, da cui non ci si potrebbe aspettare nulla di inedito perché sono già definite dalla consuetudine, come il vanaglorioso e non troppo indomito Menelao; eppure anch’esse subiscono almeno ritocchi con sfaccettature che ne variano il ritratto: si pensi all’incosciente saluto con cui il condottiero inneggia alla splendida giornata che si leva sulla città, mentre intorno tutto è a ferro e fuoco. Euripide riteneva che lo spettatore avesse probabilmente bisogno di condimenti via via più forti, voleva sorprenderlo; perciò rifugge dall’unilateralità che comportava minaccia di noia. Ma è anche probabile che egli proiettasse nei suoi eroi (prima fra tutti Cassandra) la propria inquietudine, perciò essi subiscono modifiche di dramma in dramma e qualche volta all’interno di una stessa tragedia.
Si compiace addirittura di ripetere una struttura per ricavarne altre sensazioni, ottenere altri risultati; nell’Ecuba e nelle Troiane c’e lo stesso coro, una stessa protagonista centrale, la stessa situazione di fondo (cioè le conseguenze terribili della presa di Troia. Ma le connotazioni dei protagonisti variano, la pedine sulla scacchiera non vengono mosse in maniera meccanica, sono rielaborati timbri e registri: nell’Ecuba la luce punta crudamente sulla regina, le Troiane sono un compianto sulla distruzione di un’intera comunità, del resto l’impresa di Ilio appare nel suo aspetto fosco ed obbrobrioso, mentre nell’Ifigenia in Aulide sarà celebrata, almeno nelle parole della vittima, come una grande gloria nazionale.
Nello sviluppo delle Troiane elementi unificanti e tendenze disgregatrici s’intrecciano, rendendo suggestivamente instabile l’equilibrio formale del progetto scenico. Alcuni critici, commentando la struttura a scene staccate, hanno svalutato l’opera, giudicando la tragedia un testo sfilacciato ed imperfetto. L’organicità scenica e poetica appare invece garantita dalla presenza di Ecuba, via via coprotagonista con le figure interpreti dei singoli quadri. Unitaria è l’ispirazione, l’idea che detta il testo: l’assurdità dolorosa della guerra, feroce passatempo per divinità meschine e capricciose –proiezioni mitiche dei bassi impulsi dell’uomo- ma esperienza che sconvolge e stronca la vita di uomini e donne. Dissolto l’intento eroico e celebrativo, resta la nuda miseria d’individui contorti dall’esperienza terribile, il drammaturgo li evoca uno per uno:
1. Ecuba, esplicitazione chiara dell’irrazionalità della guerra,incarna la disperazione.
2. Cassandra, la voce delirante di chi denuncia a vuoto gli orrori; le sue certezze sul futuro suonavano inattendibili alle orecchie di un popolo reso sordo dalla politica di singoli troppo orgogliosi per dichiarare apertamente che il declino di Atene era quasi compiuto,
3. Elena, rappresenta il prototipo di una femminilità sempre vittoriosa, pronta a capovolgere il modo di vedere le situazioni, ad atteggiarsi a vittima, pur essendo rea.
4. Andromaca, la vedova dell’eroe, modello femminile tradizionale (II episodio, Ecuba: “No, figlia, il vedere la luce non è lo stesso che morire. Questo, sai, è il nulla: nella vita ci sono pur sempre speranze.” Andromaca:“[…] Il non esser nati è uguale, io dico, al morire. Pure è meglio la morte che vivere nei dolori. Chi è morto, sai, non soffre per nulla, non sente più i suoi mali. Ma chi era contento e cade nella sventura, è tutto sconvolto per la passata felicità. […] A me, vedi, neppure la speranza rimane, la cosa che resta a tutti a questo mondo. E neppure mi illudo di poter fare qualcosa di buono. Ed è dolce anche sognare.”);nella preghiera che Andromaca rivolge ad un ipotetico dio di giustizia,che contrasta con le affermazioni del capriccio degli dei,si manifestano le ansie speculative del poeta.
5. Astianatte, emblema dei morti innocenti (Nell’esodo, Ecuba:“E cosa mai scriverebbe un poeta di te sulla tomba? “Questo bambino l’uccisero un giorno i greci -per paura”? L’ epigrafe sarebbe una vergogna per la Grecia.”),compianto dalla madre e dalla nonna che assumono un carattere poetico ed al contempo patetico.

Cenni di confronto: Da secoli la letteratura greca aveva fatto del valore guerriero un carattere privilegiato, incarnato ora dall’ eroismo degli eroi omerici, ora da Archiloco, mercenario e dissacratore, da Tirteo, che esaltava la resistenza degli opliti spartani in file serrate, da Alceo, l’ aristocratico dalle accese passioni di parte; ma gli avvenimenti erano sempre visti dalla parte dei vincitori, cui la forza concedeva tutti i diritti. Euripide, a differenza di Eschilo e di Sofocle, che amano ripetere gli schemi delle loro tragedie ed accogliere i miti senza modificarli, crea schemi sempre nuovi e rende l'azione sempre piu' complessa, rimaneggiando i miti, a volte con l'introduzione di elementi di sua invenzione. La drammaturgia euripidea segue un incessante proposito di sperimentazione e tende sempre piu' nel tempo a privilegiare gli intrecci complessi ed elaborati con ripetuti colpi di scena.
Sotto questo profilo egli anticipa la commedia di Menandro.
Il dialogo ha una funzione basilare, perche' rappresenta il confronto dialettico delle volonta' umane, mentre secondario nell'azione e' il ruolo del coro, che ha una funzione prevalentemente lirica. Il poeta tende a sostituire ai cori i canti degli attori.
I prologhi euripidei espongono agli spettatori le novita' da lui introdotte nel mito. Il deus ex machina riconduce la tragedia al mito, ma l'intervento divino rimane estraneo all'opera ed e' pertanto un elemento extra tragoediam.
Il dramma di Euripide presenta qualche analogia di contenuti con l’ Agamennone di Eschilo, sia nel personaggio di Cassandra che nella rievocazione della fine di Troia. Tuttavia, ad un esame meno superficiale, ci accorgiamo che, in Eschilo, il vaticinio di Cassandra ha una connotazione profondamente religiosa: la figlia di Priamo descrive non solo ciò che in quel momento sta accadendo lontano dai suoi occhi (l’ uccisione di Agamennone), ma rivive anche i sanguinosi avvenimenti del passato, da cui ha avuto origine la catena di colpe che coinvolge tutta la stirpe del re, spiegando in tal modo l’ del suo assassinio. Anche l’ eccidio della città trova così una giustificazione religiosa.
Nelle Troiane, invece, il messaggero Taltibio considera la chiaroveggenza di Cassandra con un misto di pietà e disprezzo, convinto di trovarsi di fronte una donna a cui paura e dolore hanno sconvolto la mente (infatti la chiama “Menade”, “profetessa di sventure”).
Questo atteggiamento critico di fronte al fenomeno della veggenza, che era accettato con religioso rispetto dai più, testimonia l’ adesione di Euripide allo spirito della sofistica, evidente anche nella scena in cui Ecuba ed Elena sostengono ciascuna la propria tesi di fronte a Menelao, utilizzando tutte le armi della dialettica per prevalere nella disputa.
Abbondano, quindi, i dibattiti argomentativi, che esemplificano come la vita sociale si realizzi nel confronto dialettico delle diverse volonta' alla luce della ragione. Euripide, manifestandosi seguace dei sofisti per la sua tendenza a mettere tutto in discussione, va alla ricerca di una nuova chiave di interpretazione della realta', che non ricorra al trascendente, ma che si avvalga della ragione; egli, pero', non e' ateo, ma e' alla ricerca del divino. Vorrebbe credere in un dio buono e giusto, ma il male e' dilagante nel mondo e il pensiero dell'esistenza della divinita' non e' sufficiente ad esorcizzarlo.
Rispetto al “teologo” Eschilo, Euripide esprime un pensiero laico, non si propone di ancorare il mondo olimpico a necessità morali, i celesti continuano ad essere presenti, ma appaiono in lui crudeli, capricciosi, attenti più ai loro affari che alla giustizia e rappresentano la metafora delle istituzioni sociali che l’ uomo si è dato, e come tali sono posti in discussione, essendo la ragione umana lo strumento più idoneo per correggere le disfunzioni sociali. Aristofane raccoglie una vox populi quando fa dichiarare ad una donna nelle Tesmoforiazuse: “Quest’uomo persuade la gente che gli dei non ci sono”. L’autore passa al vaglio un patrimonio culturale, religioso e sociale che si è disfatto, soffermandosi sugli aspetti più radicali e ripugnanti di esso.
L'originaria fiducia nella ragione umana va sempre piu' incrinandosi nell'arco della sua esistenza, fino ad approdare ad una visione pessimistica della vita.
Egli non trova, come Sofocle, conforto nella fede, ma giudica vana tutta la vita; e' fortemente attratto da essa, ma il suo intelletto lo porta a scavare a fondo ogni cosa, fino a squarciare ogni illusione
Euripide è la coscienza, ben poco gradita, di una società che non la ricambia; la sua è la lucida amara diagnosi dell’impotenza umana.
Nonostante la varieta' degli schemi della sua tragedia ed il rimaneggiamento dei miti, Euripide e' un poeta monocorde per questo suo approdare continuamente a conclusioni pessimistiche.
A illustrare l’orrore cieco della guerra, Euripide esclude scelte sceniche di respiro corale, non ricalca moduli drammatici già sfruttati, ad esempio da Eschilo nei suoi Persiani. La guerra non è più sforzo e pena di popolo. L’occhio poetico è ora una lente più acuta, ravvicinata, che isola e scruta cellule singole, uomini e donne in cui il fenomeno generale –la guerra- assume misure più personali e più vive.
Attualizzazione :
Al di là da ogni connotazione temporale, che pone il testo in un’ epoca ben definita,si può affermare con certezza che Le Troiane rappresentano le riflessioni di Euripide sul tema universale, e sempre attuale, che è costituito dall’ assurdità e dagli orrori della guerra. Non va trascurato il fatto che anche autori antichi, come Seneca, abbiano attinto a piene mani all’arte euripidea, anche se in una forma propria e quindi rendendola originale.
Euripide e' un autore che ha avuto nei secoli molta fortuna, anche se e' stato molto discusso, ed a lui si sono ispirati autori moderni come Ibsen, Giradoux, Savinio, Wilder e in particolare basterà ricordare la Fedra di D’Annunzio e Le Troiane di J. P. Sartre.
Maria Luisa Grillo

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