Abruzzo

Materie:Tesina
Categoria:Geografia
Download:1370
Data:06.04.2007
Numero di pagine:127
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
abruzzo_3.zip (Dimensione: 109.53 Kb)
trucheck.it_abruzzo.doc     295 Kb
readme.txt     59 Bytes


Testo

ABRUZZO
Popolazione: 1.276.040 (*)
Numero Province: 4
Numero Comuni: 305
Capoluogo: L'Aquila
L'Aquila (ab. 69.516 )
- sigla provincia: AQ
- popolazione: 304.221
- numero comuni: 108
Chieti (ab. 57.094 )
- sigla provincia: CH
- popolazione: 389.722
- numero comuni: 104
Pescara (ab. 117.411 )
- sigla provincia: PE
- popolazione: 293.097
- numero comuni: 46
Teramo (ab. 52.299 )
- sigla provincia: TE
- popolazione: 289.000
- numero comuni: 47
Storia
L’età storica pre-romana
Le prime tracce della presenza umana in Abruzzo risalgono al Paleolitico e sono attribuibili alle popolazioni essenzialmente agricole stanziate nelle vallate aperte verso il mare.
Su queste si impose progressivamente, nell' Età del Ferro, una cultura più evoluta, quella dei Piceni, le cui più importanti testimonianze sono state rinvenute nella necropoli di Campovalano in provincia di Teramo e conservate nel Museo Archeologico di Campli.
Sempre in Età del Ferro sui Piceni cominciarono ad affermarsi popolazioni di ceppo osco-umbro genericamente indicate come italiche o sannitiche: Marsi, i Sanniti, i Vestini, gli Equi, i Peligni. Il reperto più importante di questo periodo giunto fino a noi è la statua del Guerriero di Capestrano, una stele funeraria del VI secolo a.C., raffigurante un guerriero con tutte le sue armi da offesa e difesa ed oggi conservata al Museo Archeologico di Chieti.
Altre testimonianze del periodo preromano sono individuabili in tutta la regione. Ad Alfedena (Aq), sono stati rinvenuti resti di mura megalitiche e di edifici, probabilmente pertinenti all'antico centro sannita di Aufidena noto dal VII al II sec. a.C. e distrutto dai romani nel 298 a.C., ed è stata portata alla luce una vastissima necropoli sannita di oltre seimila tombe databili dal VII al III sec. a.C. Cospicui avanzi di mura poligonali, attribuibili ad un insediamento italico di notevoli dimensioni sono stati disseppelliti a Montenerodomo, mentre poco fuori da Tornareccio sono visibili i resti delle mura megalitiche di Pallanum, antico centro dei Frentani.
I resti di un tempio italico databile III-II sec. a.C. sono stati scoperti a Castiglione Messer Raimondo, in località Colle San Giorgio, la cui decorazione fittile, in parte ricostruita, è conservata nel Museo Archeologico di Chieti insieme alle parti decorative in cotto provenienti dai due templi italici di Schiavi d'Abruzzo, e ad altri reperti archeologici provenienti da tutta la regione.
L’età Romana
Con Roma, fin dall'epoca dei primi Re, le genti abruzzesi non ebbero rapporti pacifici. Se Tarquinio Prisco dovette scontrarsi con gli Equi, le mire espansionistiche dei suoi successori furono tenacemente ostacolate dalle alleanze federative stipulate dalle genti italiche.
Nel tentativo di fondare uno Stato unitario lungo la costiera adriatica, furono soprattutto i Sanniti i più irriducibili avversari dei romani. A questi inflissero pesanti sconfitte, fra cui l'umiliazione delle "Forche Caudine". Dopo alterne vicende, gli italici furono definitivamente sottomessi al termine della guerra sociale (91-98 a.C.). Con la pacificazione e la divisione in regioni dell'Italia voluta da Augusto, l'Abruzzo e il Molise diventarono la IV regione romana con il nome di "Sabina et Samnium".
La presenza romana si fece ben presto sentire: fu potenziata la viabilità e furono costruiti nuovi insediamenti, mentre le città esistenti furono arricchite con terme, anfiteatri e teatri, templi ed altre importanti opere pubbliche.
Una grande importanza assunse il parziale prosciugamento del Fucino con la costruzione di un emissario artificiale che, iniziato nel 41 d.C. ad opera dell'imperatore Claudio, fu inaugurato nel 52 d.C. e svolse la sua opera fino al VI secolo. I resti dell'opera di bonifica sono oggi visibili nell'area archeologica di Incile nei pressi di Avezzano.
Fra le numerose testimonianze di epoca romana ricordiamo il teatro e l'anfiteatro di Amiternum, nei pressi di L'Aquila; i resti della città di Alba Fucens (i cui lavori di scavo non sono ancora completati), vicino ad Avezzano; il centro di Juvanum a Montenerodomo (Ch) con edifici templari, il teatro e il foro; il Santuario di Ercole Curino a Sulmona; Peltuinum a Prata d'Ansidonia (Aq) e Corfinium, l'attuale Corfinio (Aq), costruita sulla via Valeria e capitale della lega italica all'epoca della guerra sociale con il nome di Italia. Resti importanti di epoca romana sono stati inoltre rinvenuti a Teramo, Atri, Chieti.
Il Medioevo
Con la caduta dell'Impero Romano, cessa in Abruzzo ogni attività costruttiva degna di rilievo, anche per il coinvolgimento della regione nella guerra greco-gotica (535-553). Nell'843 l'Abruzzo fu occupato da Carlo Magno che, oltre a ripristinare l'unità territoriale della regione, avvio una ripresa costruttiva che si espresse in edifici di grande importanza, arrivati fino ad oggi, sia pure in forme largamente rimaneggiate.
Tra l'VIII e il X secolo furono edificate infatti le chiese abbaziali di San Giovanni in Venere, presso Fossacesia (Ch), San Pietro a Campovalano (Te), San Clemente al Vomano, presso Guardia Vomano, frazione di Isola del Gran Sasso (Te), e San Bartolomeo di Carpineto della Nora (Pe).
Furono inoltre erette le chiese di San Pietro ad Oratorium, presso Capestrano (Aq), Santa Giusta, a Bazzano, frazione di L'Aquila, Santa Maria a Vico presso Nereto (Te) e molte altre sparse un pò in tutto il territorio regionale. Attorno all'anno Mille comincia l'avanzata dei Normanni che, dopo circa un secolo, nel 1143, assumono il controllo dell'intera regione, unificandola sotto il Regnum Siciliae (e poi di Napoli), del quale farà parte integrante per sette secoli.
Successivamente, Federico Il di Svevia unifica amministrativamente la regione, facendone lo Iustitieratus Aprutii (nel 1233) e fissandone come capoluogo Sulmona. Nel 1254 viene fondata L'Aquila che, sotto la dinastia degli Angioini diviene, nei due secoli successivi, la principale città del Regno dopo Napoli. Le alterne vicende politiche, l'assenza di un potere centrale che unificasse i criteri di "politica difensiva", le lotte fra le grandi famiglie feudali sono i principali fattori che hanno impedito nel periodo fra il 1200 ed il 1400 la realizzazione di un sistema organico di castelli e rocche secondo un disegno unitario. Tuttavia, le numerose strutture difensive sorte nel periodo presentano una grande varietà tipologica al punto che costituiscono "un'eccezionale sintesi indicativa di quasi tutti gli aspetti dell'architettura fortificata" (Perogalli).
Purtroppo per la maggior parte questi edifici sono oggi fortemente degradati ma, per il contesto ambientale in cui sono inseriti - spesso in luoghi isolati e difficilmente accessibili -, riescono sempre ad affascinare anche il visitatore occasionale.
Accanto alle vicende politiche, grande importanza assunse per l'Abruzzo dall'XI secolo in poi la presenza dei Benedettini. Diffusori di civiltà e cultura, i monaci hanno lasciato in Abruzzo innumerevoli testimonianze della loro presenza, fra le quali spicca l'Abbazia di San Liberatore a Majella, presso Serramonacesca (Pe). Da qui, tra l'XI e il XII secolo, si irradiarono nella regione le più importanti correnti artistiche: la Valvense e la Casauriense. La prima ebbe come centro la Basilica di San Pelino, a Corfinio (Aq), la seconda si diffuse dall'Abbazia di San Clemente a Casauria (Pe).
Entrambe rivestirono un'importanza determinante per lo sviluppo di un genere particolare di scultura, ricca di ornamenti animali e vegetali desunti dalla ricca simbologia popolare, applicata alla creazione di decoratissimi amboni e cibori, ancora oggi visibili in moltissime chiese dell'epoca. La penetrazione in Abruzzo dei Benedettini cistercensi segnò inoltre un decisivo passo verso lo sviluppo sociale ed economico della regione.
Abili ed attivi imprenditori, colonizzatori e bonificatori, svilupparono presto in Abruzzo una rete articolata di conventi ad economia integrata, che si rese in grado di sopperire autonomamente alla mancanza di strutture economiche e produttive del tempo. Dai loro insediamenti, la maggior parte dei quali costruiti su preesistenti templi pagani (S. Maria di Casanova, S. Spirito d'Ocre, S. Maria Arabona, S. Giovanni in Venere, S. Maria del Monte, e altri ancora) i Cistercensi fornirono alle popolazioni abruzzesi un esempio formidabile, favorendo lo sviluppo di nuove classi produttive ed imprimendo alla regione un impulso fondamentale alla rivoluzione agraria ed al conseguente incremento demografico.
Una testimonianza interessantissima della vivacità economica dei monaci Cistercensi è rappresentata dal convento, o meglio dalla Grancia di Santa Maria del Monte, isolata sugli sterminati pascoli di Campo Imperatore ad oltre 1600 metri di quota. L'edificio, sorto agli inizi del XIII secolo, era dotato di fondaci, stalle e vasti recinti all'aperto, per accogliervi e smistare ai pascoli le grandi greggi di proprietà dell'Ordine.
Il Rinascimento e il periodo Barocco
Alla dinastia degli Angioini si sostituì quella degli Aragonesi allorchè, nel 1442, anche il Regno di Napoli cadde in mano di Alfonso d'Aragona. Nè valse ad impedire il passaggio di poteri la resistenza di L'Aquila, che fu definitivamente sottomessa nel 1492. Dopo un breve periodo di dominazione francese, l'Abruzzo seguì le sorti del Regno di Napoli passato nelle mani di Ferdinando il Cattolico nel 1504. Le lotte fra il successore di Ferdinando, Carlo V, e il Re di Francia coinvolsero l'Abruzzo in numerosi e gravi scontri militari.
Le città abruzzesi, e L'Aquila in particolare, si schierarono di nuovo con la Francia ma furono drasticamente punite dal monarca spagnolo che, smembrando il contado della città e sottoponendola a dure misure repressive nel 1529, ne decretò l'inarrestabile decadenza.
Sotto la dominazione spagnola furono erette numerose opere di fortificazione, a testimonianza dell'importanza strategica che aveva l'Abruzzo nell'ambito della contesa fra Spagna e Francia. Gli Spagnoli affidarono la progettazione di tali opere, fra cui il Castello di L'Aquila e la Fortezza di Pescara, all'architetto Pirro Luigi Scrivà, al quale si deve la progettazione anche di Castel Sant'Elmo a Napoli. Vennero inoltre trasformati gli antichi castelli da semplici costruzioni difensive in residenze più complesse architettonicamente.
Uno degli esempi più significativi è il Castello di Celano (Aq), a pianta quadrata e struttura geometrica ben definita intorno ad un porticato ornato di loggiati; non vanno tuttavia dimenticati il Castello di Balsorano (Aq), il Castello Piccolomini di Ortucchio (Aq), quello di Gagliano Aterno (Aq).
Nel corso del '400 la lenta penetrazione delle forme rinascimentali tocca anche gli edifici sacri e quelli civili oltre che i castelli. Volumetrie più ariose e aperte si innestano su forme medievali come nel caso della chiesa dell'Annunziata a Sulmona (Aq) o in molti palazzi gentilizi di Sulmona, L'Aquila, Popoli, Tagliacozzo, arricchiti di ampi cortili, con scalee e porticati di gusto scenografico.
Lo stile rinascimentale toscano si diffonde in Abruzzo al punto che la chiesa di San Bernardino a L'Aquila (1415) ricorda planimetricamente quella di Santa Maria del Fiore a Firenze; mentre San Flaviano a Giulianova (Te) e Santa Maria del Tricalle a Chieti sono altrettanti esempi dell'attenzione rivolta in Abruzzo ai templi a pianta centrale del Rinascimento toscano.
Il periodo barocco, sviluppatosi dopo la peste del 1656 e i due terremoti del 1703 e 1706, si configurò come un periodo di "ricostruzione" e si esplicò sia nella realizzazione di nuovi edifici come le chiese di Santa Caterina e Sant'Agostino a L'Aquila, sia - più spesso - nella decorazione interna di antiche chiese medievali.
Quasi tutte vengono arricchite con preziosi ornamenti barocchi e, grazie alla forte tradizione artigianale del legno intagliato, impreziosite con pregevoli suppellettili e soffitti lignei, nonchè con organi imponenti e scenografici. Tra le realizzazioni barocche di più rilevante importanza sono la Badia Morronese, presso Sulmona (Aq), la chiesa dell'Annunziata a Penne (Pe) e quella di Sulmona, la chiesa del Suffragio a L'Aquila, quella di Santa Maria Assunta a Castel di Sangro, quella di Santo Spirito a Teramo.
L’età moderna: dalla fine del '700 all'epoca contemporanea
Alla dominazione spagnola, durata fino al 1707, subentrò quella austriaca fino al 1734 e, fino all'occupazione da parte di Napoleone del Regno di Napoli nel 1806, quella dei Borboni, restaurata dal Congresso di Vienna nel 1815. Nel periodo napoleonico furono compiute riforme in campo amministrativo, della giustizia, dell'economia e, soprattutto, fu abolita la feudalità.
Il Risorgimento registra i moti del 1837 a Penne ed alcuni fenomeni di resistenza all'esercito piemontese come quello di Civitella del Tronto che si svilupparono nella forma del brigantaggio dopo il 1860, duramente repressa dallo Stato unitario.
Nel decennio successivo all'unità la regione assistette al principale evento di carattere economico: il prosciugamento del lago del Fucino, iniziato nel 1852 da una società francese, ma poi gestito da Alessandro Torlonia che si assicurò la proprietà delle terre in risarcimento delle spese sostenute.
Durante la Prima Guerra Mondiale, dopo la ritirata di Caporetto, l'Abruzzo offrì ospitalità ai profughi e al comando militare, che venne trasferito in territorio abruzzese. Nel 1915 l'Abruzzo fu colpito da un disastroso terremoto.
Il fascismo trovò in Abruzzo un favorevole terreno di espansione a causa del forte divario esistente tra i ceti sociali, soprattutto fra i proprietari terrieri e i braccianti, questi ultimi reduci da una guerra che aveva peggiorato le loro già misere condizioni di vita. Furono condizioni tanto favorevoli che il regime pensò bene di celebrare il processo Matteotti a Chieti.
L’età moderna
Durante la seconda Guerra Mondiale la regione subì, nell'inverno del 1943-44, le devastazioni dell'esercito nazista in ritirata e gli eccidi perpetrati da questo ai danni della popolazione civile, ma partecipò anche attivamente alla lotta di liberazione con la Brigata Majella.
L'opera di ricostruzione post-bellica tardò ad avviarsi. Anche se lentamente, lo sviluppo della regione viene affermandosi solo agli inizi degli anni '60, per conoscere il periodo di massima espansione fra la metà degli anni '70 e gli anni '80 al punto da collocare l'Abruzzo a livelli di sviluppo economico di Centro-Nord.
Il Neoclassicismo non ha lasciato in Abruzzo testimonianze apprezzabili, ad eccezione del monumento funebre a Matteo Wade a Civitella del Tronto, difensore della fortezza nel 1805, voluto da Francesco I di Borbone. Solo dopo l'Unità si assiste ad un notevole risveglio culturale: la scena è ovviamente dominata da Gabriele D'Annunzio, ma importanti sono pure i pittori Francesco Paolo Michetti, Teofilo Patini, Filippo e Giuseppe Palizzi e lo scultore Costantino Barbella.
Per quanto riguarda l'architettura vanno ricordate le interessanti forme liberty che si diffusero ai primi del '900 in molte residenze, soprattutto delle località costiere come Pescara, Giulianova, Francavilla, Ortona, molte delle quali sono ancora ben conservate.
Generalità
La regione veniva un tempo denominata al plurale (Abruzzi), poiché comprendeva le tre suddivisioni di Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore I e Abruzzo Ulteriore II; il successivo prevalere del principio di unità regionale ha poi portato all'attuale uso al singolare. Sull'origine del nome Abruzzo non tutti gli studiosi sono concordi; dai più viene fatto derivare da Aprutium, un antico ducato longobardo corrispondente approssimativamente all'odierna provincia di Teramo.
L'Abruzzo si affaccia a est sul mare Adriatico e confina con le Marche a nord, con il Lazio a ovest e con il Molise a sud. È ripartita nelle province di Chieti, L'Aquila, Pescara e Teramo; il capoluogo regionale è L'Aquila. L'Abruzzo, che ha una superficie di 10.794 km² e conta 1.249.054 abitanti, è relativamente poco esteso e poco popolato. I limiti fisici sono ben delineati: a nord dal corso del fiume Tronto, a sud da quello del fiume Trigno e a ovest dalla poderosa catena dell'Appennino abruzzese
La storia dell'Abruzzo si confonde con quella del Molise, con il quale per lungo tempo ha formato un'unica regione. Numerosi furono i popoli che si stabilirono in questa regione, ma dopo la fondazione delle prime colonie, Roma estese il suo dominio sull'intero territorio della regione. Nei primi anni dell'Impero il Sannio, così chiamata per il popolo sannita che prima l'abitava, fu la quarta delle undici regioni in cui Augusto aveva diviso l'Italia. Caduto l'Impero di Roma vennero i Longobardi e i Franchi, nel XII secolo Papa Adriano IV consegnò la regione al re normanno Guglielmo I, che tuttavia entrò in possesso solo del Molise, mentre l'Abruzzo entrò nell'orbita degli Svevi. Finalmente, nel 1860, la spedizione dei Mille guidata da Garibaldi liberò anche l'Abruzzo dagli oppressori stranieri e l'unì all'Italia. Nel dopoguerra l'Abruzzo vide una forte emigrazione, ma oggi l'economia della regione è in via di rilancio.
Chieti Il Cristo Morto . Per l'occasione si svolge una processione in costume organizzata dall'Arciconfraternita del Monte dei Morti, di origine medioevale. I partecipanti indossano una tunica nera con una mantella gialla, saio della penitenza.
Pietranico Processione in notturna.All'imbrunire del 2 maggio di ogni anno si rinnova a Pietranico la tradizionale processione in onore della Madonna della Croce. Si tratta di un evento molto singolare e caratteristico che consiste nel condurre il simulacro della Vergine per le vie del Borgo medioevale ornate da grandiosi falò di ginestre infuocati e scoppiettanti. Oltre che una tradizione antichissima trattasi di una delle manifestazioni storico tradizionali e religiose più suggestive della Regione.
Loreto Aprutino San Zopito.Si celebra il lunedì dopo la pentecoste. In tale occasione un bue coperto da un ricco mantello è portato in processione per le vie del paese e viene fatto inginocchiare dinanzi a tutte le chiese secondo la tradizione locale.
Cocullo Processione dei Serpari. Si ricollega ad antichi riti pagani e si svolge il primo giovedì di maggio. Durante la processione la statua del santo viene adornata di serpi; la precedono i serpari, con rettili posti attorno al collo e alle braccia. La tradizione vuole che anche le donne di Cocullo preparino per la festa deliziose ciambelle e dolci.
Bucchianico Sagra dei Bandaresi . Si festeggia da più di settecento anni in occasione della festa del patrono sant'Ubaldo, la terza domenica di maggio. Con essa si commemora un fatto storico: un miracoloso intervento del santo che aiuto i bucchianichesi nella guerra contro Chieti, da non perdere il suggestivo corteo in costume.
Rivisondoli Il Presepio. Quello di Rivisondoli è forse il più bel presepio vivente d'Italia. Gli abitanti si vestono con gli antichi vestiti e sfilano per la città.
Orsogna La festa dei Talami. La festa si svolge il martedì di Pasqua. Le sei contrade del paese preparano ciascuno un quadro vivente ispirato a una vicenda della Bibbia.
Pretoro La festa di san Domenico. La festa si svolge la prima domenica di maggio e consiste nella rappresentazione di una favola. Dove un bambino viene rapito da un lupo, l'apparizione del santo fa il miracolo, e il lupo torna e rimette il bimbo al proprio posto.
L'Aquila La processione del Venerdì Santo. Questa processione è una vera e propria rappresentazione sacra di origine medievale, nella quale la rievocazione dei passi fondamentali di Cristo vengono riassunti in dei quadri allegorici.
Tra i migliori piatti troviamo: lo zafferano dell'Aquila, i formaggi pecorini, i salsicciotti di fegato, le cassate, i confetti di Sulmona, la pasta di Mandorle, l'arrosto di castrato, l'agnello, le pizzelle e le nevole fritte. Tre sono i vini tipici: il Cerasolo, il Montepulciano e il trebbiano d'Abruzzo.
L'ammanto vegetale mostra evidenti differenze tra l'Abruzzo appenninico, e quello collinare, in cui le coltivazioni hanno profondamente modificato il paesaggio originario. Tuttavia, nonostante le profonde trasformazioni subite dall'ambiente, la regione mantiene una vegetazione di particolare interesse. Anche per la fauna naturale, benché sia stata enormemente ridotta dall'uomo, l'Abruzzo costituisce una regione di particolare interesse: si ritiene infatti che rappresenti l'estremo limite meridionale di alcune specie tipiche degli ambienti nordici, giunte sin qui con le glaciazioni, e che in seguito si sarebbero in parte modificate per adattarsi alle mutate condizioni climatiche. L'esemplare più rappresentativo è senza dubbio l'orso bruno (o orso marsicano), salvato dall'estinzione nel parco nazionale d'Abruzzo, così come il camoscio. Numerosi sono poi i lupi, le volpi, i gatti selvatici, le lontre ecc. Tra le molte specie di uccelli, domina la maestosa aquila reale.
STORIA
Le popolazioni abruzzesi, di origini molto diverse, entrarono presto in conflitto con i Romani e, dopo essere state definitivamente sconfitte intorno al 304 a.C., divennero degli importanti alleati di Roma. Sebbene alcuni di loro, come i Marsi, restarono sempre attivi, promuovendo la guerra sociale del 90 a.C., e allestendo uno stato federale con capitale a Corfinio.
Al diffondersi del cristianesimo, la regione fu fortemente evangelizzata e, intorno al V secolo, vi fiorì un monachesimo locale. Con le invasioni Longobarde (572), dopo essere stato devastato, il territorio fu diviso tra il ducato di Spoleto e il ducato di Benevento (a cui andò la parte del Sannio, che si chiamò poi Molise).
L'Abruzzo ottenne una vera e propria organizzazione in contee solo quando il ducato di Spoleto fu invaso dai Franchi, e la sua parte centrale divenne il comitato autonomo della Marsica, nell'843. Divenuta normanna nel XII sec. , entrò poi a far parte del regno di Sicilia.
Fu Federico II a riunire la regione, facendone una sola provincia con capoluogo a Sulmona, e fondò L'Aquila. Città pensata per dominare l'intera zona.
Annessa al Regno di Napoli sotto gli Angioini, divenne possedimento degli Aragonesi in seguito ad estenuanti lotte di potere. Schierata con i Francesi, alla discesa di Carlo VIII, fu definitivamente sottomessa dalla dominazione spagnola, tra il XVI e il XVIII secolo.
Invasa, infine, prima dagli Austriaci, e poi dai Borboni, dal 1734 al 1860, si oppose alla propria annessione alla Repubblica Partenopea.
Fu definitivamente "liberata" solo con l'unificazione d'Italia.
LE RADICI STORICHE DELLA MARSICA
Profili storici più o meno completi e più o meno organici, della Marsica sono stati tracciati dal 600 fino ad oggi, da numerosi storici e studiosi locali a cominciare dal Febonio e dal Corsignani (attenti però più alla realtà religiosa ed ecclesiastica ella zona che a quella economica e civile) , per passare al Di Pietro al Brogi allo Sclocchi, fino alle più recenti pubblicazioni, di carattere specialistico e settoriale, tra queste ultime di particolare rilievo appaiono i lavori di Cesare Letta sugli antichi abitatori del Fucino e sui confini della Marsica in età romana; Raffaele Colapietra sulla Celano post medievale e sulla Fucino post Prosciugamento; di Giulio Jetti sulle vicende politico amministrative sul comprensorio marsicano dal 199 al 1915; di Gaetano Squilla sulle vicende storiche e culturali sulla Valle Roveto; oltre quelli rivolti a ricostruire gli avvenimenti dei singoli centri abitati, Come Avezzano e la sua storia di Giovanni Pagani e la storia di Villavallelonga di Leucio Palozzi.

Non occorre ricalcare le orme tracciate con competenza dagli storici marsicani, essendo sufficienti le opere sul mercato per poter aver ben chiari i lineamenti fondamentali della > locale. Quel che conta invece è sottolineare alcuni motivi di riflessione, indispensabili per comprendere come la Marsica sia stata; e lo sia ncora oggi almeno per determinati aspetti; del tutto atipica in rapporto ad altre zone dell'Abruzzo, compresa la restante parte della provincia dell'Aquila, cui la Marsica appartiene amministrativamente.

Il primo elemento da prendere in considerazione è quello; Già messo in evidenza da molti cultori di storia Patria; dell'originalità della stirpe marsa (divenuta simbolicamente nel passato italico e persino in epoca romana, espressione di cultura extra latina e persino antiromana, capace di produrre miti come quelli dei serpari e dei maghi o, quello di gente forte e invincibile, e di costituire motivo di aggregazione tale, da condizionare le vicende e strutture amministrative politiche della restante regione abruzzese, per più secoli definita non con il moderno nome di Abruzzo, ma con quello più noto e temibile di "regione" o "provincia marsa".
I romani erano soliti dire di non aver mai celebrato un trionfo "né sopra i Marsi né senza di loro".

E come gruppo etnico unitario venivano considerate da Roma tutte le popolazioni abruzzesi dell'interno, le qulai, almeno fino alla guerra sociale o guerra Marsa, fornirono alla capitale i migliori soldati del suo esercito e furono sempre incrollabili nella loro lealtà.

I marsi, dunque, il cui nome deriva probabilmente dal quello della divinità della guerra, Mavoros in umbro e Mars in latino, costiruirono l'elemento di forza dello stato romano nella regione appenninica, poichè erano essi a controllare il principale passo sulle montagne dell'Italia centrale, quello di Forca Caruso.
Insieme con loro, i romani si sentivano tranquilli, così come contro di loro (durante la guerra sociale) Roma sentì per la prima volta di correre davvero un grande pericolo.

>. Fu da quel momento che la Marsica sitrovò divisa tra le contee di Albe, Tagliacozzo e Celano.

In epoca sveva erede di tutti i feudi fu Pietro di Celano il cui successore Tommaso, ribellatosi a Federico II°. prvocòla reazione dell'imperatore, il quale distrusse Celano e ne mando in esilio gli abitanti. Dal XIV° secolo in poi la storia marsicana si ipernia sulle vicende dei suoi tre centri più importanti Albe, Tagliacozzo e Celano ( quest'ultima, ricostruito qualche anno dopo la sua distruzione, in luogo non molto lontano da quello originario ).

Albe e Tagliacozzo, dopo interminabili lotte fra le due famigli Romane degli Orsini e dei Colonna, si riuniscono definitivamente nel XVI° secolo sotto la famiglia dei Colonna, trasformandosi da contea in ducato ( o meglio, in "stato di Tagliacozzo" ) e conservando tale struttura sotto gli spagnoli, Gli Austriaci, I borboni, sino alla rivoluzione francese e all'occupazione napoleonica del Regno di Napoli.
Celano dopo una breve signoria dei Colonna, passa ai Piccolomini, quindi ai Peretti, ai Savelli, ai Cesarini e agli Sforza-Bovadilla, il cui dominio feudale termina nel 1806 in seguito ai provvedimenti di Giuseppe Bonaparte. E' proprio in quella circostanza che , per la prima volta, si vede negare alla marsica il riconoscimento ufficiale di una sua ben precisa fisionomia geografica, culturale e amministrativa, spezzettando il suo territorio, che viene assegnato in parti uguali all'Aquila, a Sulmona e a Cittàducale.

Ma il riconoscimento dei secolari diritti dei Marsicani non tarda a venire, nel 1811 si costituisce il distretto Marsicano, con capoluogo Avezzano che comincia ad emergere come "Città centrale della Valle Marsicana e quella Roveto,
situata in una vasta pianura con buoni edifizi, e che altre la coltura della popolazione vi concorrono le circostanze di essere Città di molto commercio, abbondante, con mercato settimanale. L'Ottocento con i sui moti rivoluzionari prima e con le drammatiche traversìe connesse all'unità d'Italia, vede la Marsica accostarsi, Forse per la prima volta, al resto della regione e partecipare anch'essa al moto di rinnovamento culturale e politico della penisola.
Ma si tratta, in realtà, di una partecipazione elitaria, di pochi borghesi illuminati, cui si contrappone ( e le vicende del brigantaggio post unitario lo confermanao ) la quasi totalità della popolazione, culturalmente e moralmente distante dalle problematiche risorgimentali.

Sola verso la fine del secolo con il prosciugamente del lago Fucino realizzato dal principe Alessandro Torlonia, la Marsica muta fisionomia: e si tratta di un cambiamento radicale, quasi di un capovolgimento, per effetto del quale si sviluppa in modo macroscopico il centro urbano di Avezzano, che togli non solo il primato economico, politico e culturale ai tradizionali centri di Celano e Tagliacozzo ( e, qualche anno dopo la sede episcopale a Pescina ), ma ribalta i rapporti di forza nell'ambito della provincia di L'Aquila, sostiuendosi al capoluogo nel ruolo di centro trainante sia sul piano economico, sia sul piano sociale e politico.

Il disastroso terremoto del 1915 non più frenare l'irresistibile ascesa di Avezzano, che nel giro di pochi anni non solo raddoppia o triplica il numero di abitanti che aveva prima del 1915, ma si pone all'avanguardia in diversi settori: da quello delle riforme sociali ed economiche, con le lotte del 1950 e l'istituzione dell'Ente Fucino ( In seguito, "Ente Regionale Sviluppo Agricolo" ), a quello della tecnica con l'introduzione di metodi razionali per la coltivazione del Fucino, a quello della più avanzata e raffinata tecnologia con l'installazione degli impianti di Telespazio.
In conclusione si può a ben diritto affermare che la Marsica, sia nei tempi a noi molto vicini, si è sempre contraddistinta per una sua evoluzione del tutto autonoma dal resto della provincia dell'Aquila.

E le conseguenze di questa separazione ( di carattere storico ma anche antropologico, morale, economico e strutturale) permangono ancora oggi, pur se attenuate dall'apertura di linee ferroviarie e autostradali, dalla riforma agraria e dallo sviluppo industriale.
GLI INSEDIAMENTI ( Alba Fucens )
In epoca storica, intorno all'alveo del Fucino, vediamo insediati gli Equi, nella riva nord-occidentale sino ai Piani Palentini, e i Marsi, sulle restanti rive del lago e nell'alta valle del Liri. Nell'ambito delle guerre sannitiche, Roma, per dividere le coalizioni italiche del nord (Etruschi, Galli, Umbri) da quelle meridionali (Sanniti), alla fine della seconda guerra propose al popolo equo un'integrazione nel proprio stato per mezzo di una civitas sine suffragio (cittadinanza romana senza diritto di voto). Gli Equi rifiutarono drasticamente questa chance e furono pertanto attaccati con grande violenza dai contingenti romani condotti da P. Sempronio Sofo, che, nel 304 a.C., distrusse tutti i centri fortificati equi (Livio, IX 45).

Subito dopo vennero dedotte due colonie latine Alba Fucens, nel 303 a.C., e Carseolì, fra il 302 e il 298 a.C.. All'atto della deduzione, ad Alba si trasferirono circa seimila coloni con le loro famiglie (Livio, X I; Velleio, 114), e ciò sottolinea la volontà da parte di Roma di presidiare fortemente l'arca con il controllo dei terreni agrari di pertinenza, che furono razionalmente suddivisi e destinati ai coloni mediante opere di centuriazione ancora oggi percettibili sul campo. La scelta del sito, che, come ci informa Appiano era stato in precedenza un insediamento equo (Guerra civile, 11145; 47; V 30), ebbe certamente carattere strategico, collocato com'è in un punto nodale dell'Italia centrale: a nord-ovest del Lago Fucino, al punto di convergenza delle valli del Liri e dell'Imele, passaggio secolare verso la Campania, a sud, e verso l'Etruria, a nord. Durante le guerre annibaliche, Alba Fucens inviò, in un primo tempo, duemila soldati in aiuto di Roma (Appiano, Guerra annibalica, 39), mentre, appena due anni dopo, si rifiutò di incrementare i contingenti della madrepatria (Livio, XVII 9).

Al momento Roma mantenne un atteggiamento di prudenza e di verifica, ma qualche anno dopo impose alla colonia di contribuire inviando il doppio del contingente solitamente richiesto (Livio, XXIX 15). Durante il Il sec. a.C., vari sovrani, vinti dall'Urbs, vennero deportati in questa lontana colonia: ricordiamo Siface, re della Numidia (Livio, XXX 17,45), Perseo, re della Macedonia (Polibio, XXXVII 16; Livio, XLV 42), Bituito, re degli Arverni (Livio, per. 61; Valerio Massimo, IX 6, 5). Nel 90 a.C. i popoli italici provocarono la cosiddetta Guerra Sociale allo scopo di ottenere lo ius civitatis (il diritto di cittadinanza) con tutte le sue implicazioni: influenza sulle scelte politiche del potere centrale, l'apertura a nuove vie commerciali, la possibilità di emigrare a Roma, ecc.. Alba Fucens, in quanto colonia latina rimase fedele a Roma e subì l'assalto degli Italici (Livio, per. 72); al termine della guerra, come altre città italiche, ricevette la cittadinanza romana e si trasformò in municipium (Cicerone, Filippiche, 11115, 9).

Nella Guerra Civile fra Mario e Silla (87-82 a.C.), la colonia probabilmente prese le parti del primo e, quando nel 78 a.C. Scipione, figlio del console Lepido, ribellatosi alla dirigenza sillana, si rifugiò in questa città, Alba fu conquistata e distrutta da Pompeo, mentre Scipione fu ucciso (Oros., V 22, 17; 24, 16). Durante il conflitto fra Cesare e Pompeo, Domizio Enobarbo dislocò ad Alba alcune truppe filo-pompeiane, che passarono ben presto dalla parte di Cesare (Cesare, Guerra civile, 1 15; 24). Da allora la città dimostrò sempre leale fedeltà verso il dittatore anche dopo la sua morte quando, nel conflitto fra Antonio e Ottaviano, la legione Martìa, dislocata nella zona, si schierò dalla parte di quest'ultimo (Cicerone, Filippiche, 1113, 6; 15, 39 ecc.; Appiano, Guerra civile, 111 85).

Successivamente, le iscrizioni con dediche ad Agrippa (CIL IX 3913) e a Lucio Cesare (CIL IX 3914) testimoniano ancora del legame alla dinastia giulia. In epoca imperiale la città attraversò un periodo felice e prospero, imponendosi anche come luogo di villeggiatura, oltre che commerciale. Inoltre, i lavori per il prosciugamento del lago Fucino (avviati sotto Claudio fra il 41 e il 52 d.C. e ripresi con maggiore successo da Adriano entro il 138 a.C.), e poi l'acquisizione dei terreni sottratti alle acque e in parte assegnati all'Ager Albensis, dovettero comportare notevoli riflessi sull'economia municipale.

Riguardo questo tema un'iscrizione di Traiano ricorda il recupero di terre dopo un'inondazione del Fucino (CIL lx 3915); infine alcuni cippi di confine (CIL IX 3929-3930) e una notizia del Liber Coloniarum (L. c., p. 253 L.)ci attestano della nuova misurazione e limitazione agraria avvenuta nel 149 d.C.. Fra i nomi illustri originari di Alba, conosciamo quello di Q. Nevio Cordo Sutorio Macro, influente personaggio che arrivò a rivestire la carica di prefetto del pretorio sotto Tiberio e, nel testamento, lasciò espressa la volontà che nella sua città di provenienza venisse edificato un anfiteatro. Intorno al III sec. d.C. cominciò la decadenza, peraltro generalizzata a tutto il mondo romano, della città e la sua contrazione urbanistica.

Le testimonianze storiche si fanno, allora, ancora più rare: nel 537, durante la guerra politica, Belisario fece occupare la città (Procopio, Guerra gotica, Il 7-?); nel corso del VI secolo i benedettini vi fondarono un monastero; intorno all'800, Alba entrò nel ducato di Spoleto e poi nella castaldia dei Marsi; nell'865, fu attaccata dai Saraceni; nel 1100, l'antico tempio pagano di Apollo venne definitivamente trasformato nella chiesa romanica di San Pietro. A quell'epoca, Alba Fucens aveva ormai perduto l'antica connotazione urbana essendosi ridotta ad un limitato borgo, arroccato sulle pendici del Colle di San Nicola, dove, nel XIV secolo, venne edificato il castello dalla famiglia degli Orsini.

Quelle dimensioni e quell'impianto permasero sino al 1915, quando un terribile sisma colpì Alba Fucens e l'intera Marsica e il paese fu "provvisoriamente" ricostruito nella parte settentrionale del Piano di Civita.
GLI INSEDIAMENTI ( Anxa - Angitia )
L’impianto urbano della città - Santuario si sviluppa su una superficie di circa 30 ettari, racchiusa da una cinta muraria in opera poligonale di III e IV maniera, lunga circa 2,4 chilometri e su cui si aprivano ben cinque porte ed una posterula. La conformazione orografica condiziono fortemente l’impianto urbano compreso fra le alture del Monte Penna e le rive del lago, con la necessaria disposizione di lunghe terrazze longitudinali, ad orientamento nord-ovest sud-est, degradanti sul pendio roccioso prospiciente il lago. Una disposizione scenografica di ascendenza ellenistica molto legata alle grandi aree cultuali e visibile compiutamente solo dal Fucino; quindi una città perilacustre strettamente connessa con il lago e la Circonfucense.

Essa doveva apparire in antico, ad un eventuale osservatore posto su una barca ad un chilometro di distanza, come una città prospettica con le mura orientali in primo piano bagnate dalle escrescenze del lago alla base, la lunga sequenza delle terrazze parallele interrotte ad intervalli regolari dai fossi di scolo trasversali e dalle scalinate di accesso e le tre acropoli sommitali dotate di edifici templari ed un probabile teatro sull’acropoli maggiore. Sulla sinistra il corso del Fossato, una ulteriore difesa naturale per la città, e la necropoli con tombe monumentali. Sulla destra il santuario della dea Angitia e, appena fuori le mura, l’area portuale dotata di numerose lunghe rampe dirette verso gli incostanti limiti lacustri.

Della recinzione rimangono resti ben visibili sulle acropoli, sotto il cimitero e nell’angolo nord verso il vecchio alveo. Sotto il cimitero si vedono i resti di due porte, ”del Cimitero” e ”della Provinciale”: la prima e ben conservata in elevato con corridoio interno largo 3,60 metri, lungo circa 7,40 e con incavo anteriore per la chiusura della trave; di fronte a questa e presente il Centro visite dell’area archeologica. Fra le due porte sono stati riportati in luce due ambienti relativi a botteghe artigianali che lavoravano ceramica acroma e vernice nera, ambienti artigianali, con pavimentazione in tasselli fittili quadrati, databili al m secolo a.C.: dall’area proviene un asse romano di bronzo (Giano laureato e prora di nave) e un tubulo in terracotta con iscrizione mutila di tir secolo a.C.: C.Alitus.J, probabilmente riferibile ad un artigiano locale.

Notevoli sono gli scarichi ceramici in questo settore (con terracotta distorta dal calore), sia dentro le mura che fuori delle stesse nell’area occupata dalla necropoli di eta romana. Altro tratto ben conservato e sull’acropoli minore, a quota 822 in vicinanza della Porta delle Acropoli del tipo ”a corridoio interno obliquo”, con quattro filari in elevato composto da grossi e raffinati blocchi: nelle vicinanze si notano i resti di una precedente recinzione arcaica relativa all’ocri dell’Età del ferro. Il vecchio santuario della dea fucense si trovava inserito nell’angolo nord della cinta muraria con un proprio themenos: qui, infatti, sono stati ritrovati numerosi votivi, armi, due iscrizioni dedicate ad Angitia e fusti di colonne doriche. A contatto del santuario erano anche due fornaci di III secolo a.C., utilizzate per la cottura di vasellame, tegole e votivi, ed altri ambienti artigianali». Qui si vedono i resti murari dell’angolo nord della recinzione, con il fronte lacustre ornato da una raffinata cortina di III e IV maniera.
GLI INSEDIAMENTI ( Amplero )
Segnalato nell'Ottocento da Carmelo Mancini e riscoperto successivamente da Vincenzo Grande, fu interessato a partire dal settembre del 1968 da campagne di scavo ad opera dell'Università di Pisa grazie all'interessamento della "Pro loco" di Collelongo. A dirigere i primi interventi fu Paolo Enrico Arias affiancato da Orlanda Pangrazi fino al 1971, poi fu la volta di Cesare Letta che dal 1980 fu affiancato dalla direzione tecnica di Maurizio Paoletti fino all'ultima campagna del 1987.

L'insediamento è composto da un'acropoli (ocri) sul colle di La Giostra, da un villaggio (vicus) sui pendii di S. Castro, La Giostrella, Pozzo Maianone e dalle necropoli del Cantone e di La Cava. Su "La Giostra" è presente un piccolo centro fortificato di forma ovale con un circuito murario in opera poligonale (I° maniera) di 350 m , dotato sul versante sud di una porta a corridoio interno obliquo.

Nell'interno sono presenti resti di due edifici templari, di una cisterna circolare e di una stipe votiva: l' "Edificio 1" è stato successivamente utilizzato come stazzo per pastori perdendo il suo aspetto originale di probabile tempio italico a più ambienti edificato su alto podio in opera poligonale; all'edificio templare è affiancata la "Cisterna" arcaica a pianta circolare con muratura in opera poligonale, gradino anulare sul fondo e rivestimento alla base in opera signina; la "Stipe votiva", ricavata nella roccia, presentava materiali votivi dal VII al II secolo a.C.; l' "Edificio 2", edificato agli inizi del I secolo a.C. ed abbandonato subito dopo il termine del Bellum Marsicum, è diviso in tre ambienti preceduti dal un vestibolo probabilmente colonnato. Nella stanza centrale con pavimento in opus signinum decorato da tessere in calcare bianco, pareti dipinte in affresco di "secondo stile pompeiano" e base di statua, sono stati rinvenuti frammenti di terracotta relativi ad una divinità femminile, probabilmente Diana.

Nei sottostanti pendii della Giostrella e S. Castro sono i resti ben conservati di un vicus italico-romano disposto su terrazze di cui rimangono visibili numerosi terrazzamenti. Nella località "Pozzo Massotto" sono i resti di un piccolo santuarietto con cisterna circolare con copertura a tholos, mentre a S. Castro Vecchio doveva essere la chiesa di Sancti Casti. In quest'ultima località sono venute alla luce le famose "Gambe del Diavolo" che confermano nell'area ("Pietraia di S. Castro") l'esistenza di una necropoli arcaica documentata anche dal rinvenimento di corredi tombali di VI e fine del IV secolo a.C. Più sotto, in località "La Cava" sono venute alla luce tombe a grotticella con chiusura con stele-porta e databili entro il II secolo a.C. Il villaggio si estendeva anche sul declivio di "La Giostrella", "S. Castro nuovo" e "Sopra S. Elia" con una serie di muri di terrazzamento in opera poligonale e piccole cisterne in opera incerta. In località "Sopra S. Elia" sono stati eseguiti saggi di scavo che hanno riportato alla luce resti di crollo di edifici monumentali, di una cisterna rettangolare in opera incerta di età tardo repubblicana abbandonata nel III secolo d.C. ed una necropoli romano imperiale (II secolo) con sei inumati e due incinerati sotto una copertura di tegole (a cappuccina). Resti murari relativi ad una probabile villa italico-romana edificata su terrazze, sono in località "Pozzo Maianone".

La necropoli del Cantone è situata su una delle strade antiche che mettevano in comunicazione il vicus con l'alveo fucense e la Vallelonga. Si compone di oltre 50 tombe posizionate sui due declivi della valletta del Cantone e solo in parte scavata scientificamente dalla missione pisana dal 1968 al 1975, mentre gravi sono i danni dei clandestini che hanno "distrutto" circa 26 tombe. Le tombe, a fossa con copertura a lastroni, a loculo con identica copertura ed a camera con copertura a volta, sono disposte su lunghe file parallele sul declivio della valletta e presentano steli-porta di chiusura disposte su muretti di raccordo (Paoletti 1987 e 1989). Dalla grande Tomba 14 viene il famoso letto in osso databile agli inizi del I secolo a.C. con raffigurazione, sui piedi, del volto barbato di Dionysos-Hades (ora al Museo di Chieti).

Anche dal percorso della Valletta del Cantone vengono materiali di VI secolo a.C. ed un frammento di statua femminile arcaica che confermano l'esistenza di necropoli della seconda età del ferro nell'area, relative all'ocre marso di La Giostra. Dallo studio degli inumati, dei resti animali e pollini rinvenuti sia nelle tombe che nell'abitato, le genti marse di Amplero sono prevalentemente legate, in età italica e romana, ad un economia agricola ed all'allevamento animale connesso alla pratica agricola (Amplero 1989).
Per maggiori informazioni consultare la sezione storia del Comune di Collelongo>.
MARRUVIUM ( San Benedetto Dei Marsi )
L'attuale abitato di S. Benedetto è in gran parte sovrapposto sui resti del municipium marso di Marruvium, sorto ex-novo nel luogo dopo il Bellum Marsicum, ascritto alla tribù Sergia come gli altri tre municipi marsi e, come loro, ebbe il nome etnico di Marsi Marruvium (1). Recenti scavi curati dalla Soprintendenza Archeologica d'Abruzzo e dall'Istituto di Topografia Antica dell'Università di Roma nella persona del prof. Paolo Sommella, hanno evidenziato le varie fasi dello sviluppo urbano di Marruviurn e confermato la non esistenza, almeno nell'area di S. Benedetto, di un centro marso precedente alla Guerra Sociale (90-88 a.C.) : sul luogo infatti più che un vicus, di cui non rimangono tracce, era presente (già dal IlI secolo a.C.) un santuario dedicato agli Dei Novensidi, esos/izovesede/pesco pacre (2).

L'istituzione del municipio risale ad un periodo posteriore alla Guerra Sociale, certamente precedente al 49 a.C., data la presenza di magistrature quattuorvirali ricordate da due iscrizioni databili, in base ai caratteri epigrafi, alla metà del I secolo a.C. ed alla fine della repubblica romana (3). Le recenti ricerche, riassunte in una relazione preliminare dal Sommella, hanno documentato "... il raggiunto assetto istituzionale e urbanistico planimetrico funzionale [di Marruvium ] entro il secondo quarto del I secolo a.C. ..." (...) "... una città a tessitura ortogonale in cui verso l'ultimo quarto del I secolo a.C. gli spazi dovevano essere regolamentati e l'attuazione del piano rego1amentare aveva già portato alla costruzione oltre che di opere pubbliche e di monumenti di grossa mole anche di vari tipi abitativi e delle strutture del terziario... " (4).

La ricostruzione del tessuto viario antico ha permesso di riconoscere il reticolo urbano formato da isolati rettangoli di 270 x 240 piedi romani (pari a metri 80 x 71 circa), racchiusi da strade che si incrociano ad angolo retto, pavimentati da basoli di calcare come Alba Fucens e gli altri municipia marsi (5). Elemento fondamentale dell'arredo urbano era costituito dall'area forense con il Capitolium dotato di vicino orologio solare i cui resti sono venuti alla luce nel 1974 durante i lavori di ampliamento dell'Albergo Ragno (Via Nuova), erroneamente identificato in passato nel sito della ex cattedrale di S. Sabina (6).

Il Capitolium era costituito da un grande tempio tetrastilo a cella tripartita con colonne e semicolonne a fusto scanalato (ordine composito romano?), orientato sud est nord ovest circa con pronao aperto a sud-est verso il foro. Fra i resti del pronao fu rinvenuto un architrave monoli1ico che attesta la presenza di un orologio solare nel foro già alla metà del I secolo a.C. e quindi anche l'avvenuta urbanizzazione dell'area forense a questa data: Q.Fadius.T.f.Q.Munatius. N.f.Marssus. III.vir.iur.d / horologium.de.sua. pecunia.fac.coer. (7).

Comunque il completamento della viabilità forense fu attuato verso la fine del periodo repubblicano romano come attestato da una iscrizione che ricorda due magistrati che curarono, per decreto dei decurioni,la pavimentazione in basoli di calcare di una via posta dietro il Capitolium : (C.I.L., IX; N° 3688) [.]Octavius..Laenas/ [.]Cervarius.P.f./llll.vir(i). quinq(uennales)/ viam. post..Capitolium /' [s]ilice.sternend(am).ex,d(ecurionum).d(ecreto) /[l]ocarunt.ideumq(ue).probar(unt). Nella iscrizione viene ricordato anche un Ottavio Lenate, un capostipite della importante famiglia di Marruvio degli Octaviï Laenates che riusci ad emergere a Roma all'inizio dell'impero e raggiunse due volte il consolato (C.I.L., IX; NN 383, 36á6, 3697).

Questa famiglia, presente anche nel municipiurn marso di Marsi Angitiae (8), insieme a quella ad essa imparentata dei Rubellii Blandi, dovette avere stretti rapporti con l'imperatore Tiberio: ciò spiegherebbe la presenza a Marruvio di una serie di basi di statue relative, in base alle iscrizioni, alla famiglia dei Claudii Nerones: Alfidia (madre di Livia), Tiberio Claudio Nerone (padre di Tiberio) e Antonia Maggiore (C.I.L., IX; NN 36ál-3663); statue poste forse, intorno al 50 d.C., in un edificio pubblico di Marruvio (9).

Ad un periodo di pace successivo alla metà del I secolo a.C. sono da attribuire "... gli ambienti scavati nell'area della civita, perfettamente integrati nello schema urbano, caratterizzati da murature in reticolato a piccolo tasselli (cm 6x6x ca.) e pavimentati in battuti bianchi con inserite crustae policrome, o insignino di cocciopesto sovradipinto in rosso e motivi a tessere bianche disposte a losanghe... " (10). Alla fine del I secolo a.C. deve attribuirsi l'anfiteatro, posto fuori le mura (presso l'attuale Stadio di S. Benedetto) su un vallone naturale scavato da un antico percorso fluviale e non più in funzione in età romana.
Esso ha un diametro maggiore di metri 95 (rninore m. 75) con murature m opera reticolata e restauri di età post-severiana segnalati dell'uso della tecnica laterizia e dal reimpiego di materiale epigrafico della metà del II secolo d.C.

Entro la seconda metà del I secolo a.C. sono forse databili le mura in opera quasi reticolata che racchiudono un'area di 40 ettari con una circonferenza di 2,600 Km. circa e ricordate da un documento del Chronicon Casauriense dell'anno 979 d.C. in cui in un giudizio " .. quo recuperatur quaedam res dei snarsi ..." (..) "... in territorio Marsicano infra ipso muros de Civitate Marsicana ..." (12). Delle stesse è possibile seguirne il tracciato solo nella località " Muletta " e " Via del Cimitero ", mentre indizi se ne hanno in " Via Fucino " e sul margine nord-est di " Via Romana ": si tratta purtroppo di tratti murari in gran parte non in posa ma risultati di crolli dato l'andamento troppo sinuoso (vedi ad esempio i tratti della località " Muletta "). Tracce di una porta si hanno nella " AIola di Mezza " dove usciva probabilmente il decumano maggiore del reticolo stradale che delimitava a sud-ovest l'area forense del Capitolium: altri indizi se ne hanno in corrispondenza della " Via di San Marcuccio ", vicino l'ingresso sud-est dell'Anfiteatro, e sulla sinistra della strada antica con vicino acquedotto che si dirigeva verso Pescina, descritta nel Regesto Farfense in un documento databile agli inizi del IX secolo d.C.: "... Ad fistulanz de Civitafe Marsicana petia quam tenent filii Adenolfi et filii Azo nis Guerrae. Uhi prope super vian tenet Leo filius Stephanonis petia i. Donatus lumentarius, iuxta ipsam viam, tenet aliam petiam terrae ecc." (13).

Una prova evidente della presenza della recinzione a monte di via Romana è rappresentata dai due mausolei in opera cementizia, detti " Morroni ", presenti su Uia dei Vestini, posti sul margine sud-ovest della antica via circonfucense e databili agli inizi del l secolo d.C. (14). A questa prima fase urbana di Afarruvium (seconda metà del I secolo a.C.) sono da attribuire i resti di un edificio (pubblico?) dotato di portico nella zona centrale della città (ex Asilo), le tabernae presso il Lago Garbatella e la domus di via Capo Croce (15).

In questa prima fase dell'impianto urbano g1i scavi hanno evidenziato la rispettosa osservanza dei costruttori a1 piano urbanistico originario con edifici in opera reticolata correttamente inseriti nella perpendicolarità del reticolato stradale. Sul finire del I e agli inizi del II secolo d.C. si nota un progressivo ampliamento delle strutture urbane della città con edifici di grossa mole e un intenso sviluppo edilizio che portò a ristrutturazioni ed ampliamenti precedenti. Soprattutto nella zona nord-est dove sulla iniziale fase in reticolato si sovrappongono poderosi muri in opera mista di reticolato e laterizio, cosi anche nel quartiere sud-est che venne ristrutturato fra la fine del I e la metà del II secolo d.C. con un accorpamento insulare che portò all'innalzamento di un complesso termale situato fra Lago Garbatella e via Moletta (16).

Di questa seconda fase è il grande impianto di tipo basilicale di via Napoli, posto nell'area centro-settrentrionale della città con aula absidata suddivisa in tre navate, con orientamento longitudinale nord-sud e murature in opera mista di reticolato e laterizio (17). A questo periodo si devono la costruzione di un macellum con vicino arco (C.I.L., IX; N 3682) e di un bagno riservato alle sole donne, balneum muliehre (C.I.L., IX, N 3677) localizzabile nell'area di S.Sabina, sui margini nord-est del foro (18). L'intenso sviluppo di Marruvium fra la fine del I e la metà del II secolo d.C. è da mettere in relazione ai prosciugamenti parziali del lago Fucino attuati da Claudio (52 d.C.), Traiano (C.I.L., IX, N 3912) e da Adriano (Elio Spaziano, Hist. Aug., XXII, 13) che probabilmente nel secondo decennio del II secolo d.C. rese definitiva l'opera di presa dell'emissario claudiano portando ad un ulteriore recupero di terre dal Fucino, che in gran parte furono poi nel 149 assegnate ad Alba Fucens ed anche a Marruvio, Anxa e Angizia, municipi marsi posti sulle rive fucensi (19).

Recenti ricerche del D'Amato hanno evidenziato l'espansione urbana di Marruvio oltre le mura, sulle terri fucensi emerse, anche se appare possibile un utilizzo della nuova area ad un uso residenziale-produttivo legato al mondo agricolo di cui sappiamo ben poco ad esclusione di qualche tomba a cappuccina, aree di frammenti fittili e un piano rettangolare di fontana (decorato da riquadri con bocchette a testa gorgonica collegate con tubature di piombo) relativo ad una villa romana posta nell'appezzamento 3 di strada 21 (20).
LA MARSICA DAL MONDO ITALICO AL MEDIOEVO
La fine dei villaggi perilacustri e di pianura dell’Età del bronzo nel corso del IX secolo a.C., ben evidenziata dalle ricerche dell’Irti e ricordata dalla saga marsa di Archippe (PLnvio, Nat., m, 108), segna l’abbandono del sistema insediamentale basato su villaggi di pianura, perdurato per tutto l’arco della preistoria. Anche se materiali di superficie testimoniano il permanere di piccoli insediamenti nella prima età del ferro a quote superiori, pur tuttavia essi non arrivano che ai primi apporti della cultura villanoviana, scomparendo del tutto sul finire del IX ed inizi e prima metà dell’VIII secolo a.C., come nel caso della localita Fonte Jo di Collelongo, di Sant’Angelo di Luco dei Marsi, di Case Madonna di Scurcola Marsicana e Auretino di Casal Martino di Ovindoli.

Le ragioni di questo abbandono della rete dei villaggi di pianura e di collina, non va ricercata nel solo vasto fenomeno climatico di impaludamento dei piani, verificatosi in Italia nei primi decenni del IX secolo, ma anche dall’aumento della conflittualità dell’area dato dallo sviluppo della proprietà privata, della pratica agricolo-pastorale, della sovrappopolazione e dall’emergere di ”capi” guerrieri negli insediamenti. Il nuovo sistema economico-sociale e la realtà climatica della prima Età del ferro, causarono la nascita di un nuovo sistema insediamentale non più basato sui villaggi di collina e pianura, ma sui centri fortificati d’altura. Con l’incastellamento italico della fine del ix secolo entriamo in pieno nella grande unita culturale ”safina” che interesso tutta la dorsale appenninica centrale ed in cui si formarono le popolazioni storiche che occuparono il suolo marsicano. Le caratteristiche più evidenti di questa nuova realtà culturale appenninica dell’Età del ferro sono rappresentate dalle centinaia di centri fortificati d’altura (ocres in lingua safina) e dalle relative grandi necropoli di tombe a tumulo, impiantate in zone alluvionali di pianura sui resti o nelle vicinanze dei siti abitati nell’Età del bronzo.

Le nuove tipologie insediative, il cambiamento socio-economico e il diverso corso climatico, sono documentate in area molisana, nel Cicolano, in Umbria ed in Italia settentrionale, in area celto-ligure. La conferma della nascita della rete degli ocres nel X-IX secolo a.C. e del loro sviluppo successivo, e coperta dai due piccoli centri fortificati e dal medio (Vallo di San Nicola) del Piano di San Nicola di Gioia dei Marsi, che hanno permesso di studiare le strutture e le consistenze ceramiche di un sistema integrato di insediamenti fortificati dell’Età del ferro posti sui mille metri di quota, del loro abbandono agli inizi del v secolo e la nascita di un nuovo medio centro in una nuova posizione strategica. Strettamente collegate con gli ocres dell’Età del ferro sono le vaste necropoli di tombe a tumulo circolare e steli anepigrafi all’esterno, contenenti inumati con corredo composto da soli oggetti di metàllo e vasellame bronzeo.

L’uso del solo materiale metallico nel corredo tombale e la mancanza di vasellame ceramico, e una costante nel rituale funerario marsicano dall’Età del bronzo fino alla Guerra Sociale degli inizi del i secolo a.C. e costituisce l’elemento differenziante della ”cultura fucense” nell’ambito della Civiltà Safina, con attestazioni nelle necropoli marse ed eque, contenenti popolazioni derivate dalla originaria ”cultura fucense” dell’Età del ferro. Le grandi necropoli di pianura costituivano, in area di cultura safina, un punto di riferimento cultuale monumentalizzato delle comunità insediate nei centri fortificati d’altura. E probabile, dato il loro sovrapporsi a precedenti insediamenti del Bronzo finale che, in corrispondenza delle stele dei tumuli, si praticasse il ”culto degli Antenati” (Dis Angitibus), ampiamente documentato nelle grotte fucensi per l’età dei metalli e successiva. E di recente la scoperta del grande tumulo del Colle degli Scheletri nelle vicinanze di Forme di Massa d’Albe e sotto il nuovo ocre dell’Età del ferro di ”Scurcole” posto a controllo del valico di Capo La Maina.

Si tratta del più grosso tumulo circolare della Marsica realizzato attraverso l’utilizzazione di una collina circolare artificialmente adattata con la presenza di alte steli anepigrafi. In complesso il periodo compreso fra il IX e IV secolo a.C. e caratterizzato da una particolare struttura insediamentale incastellata con ocres di piccole e medie dimensioni per il rxvt secolo e grossi centri fortificati distrettuali per il V-IV secolo a.C. posti sulle alture prospicienti il lago e lungo le valli. La svolta urbana del v secolo, evidenziata in tutta l’area della ”comunità safina”, porta alla nascita di notevoli centri fortificati come, per esempio, Milionia nella valle del Giovenco con ben 30-32 ettari interni. Non sempre pero si realizzano ex novo altri ocres: il più delle volte i piccoli centri di eta regia sono racchiusi o ampliati da una o più cinte, con il primitivo nucleo apicale utilizzato come arx.

Ma l’esempio più significativo, in area di cultura fucense, si ha nella seconda meta del IV secolo con la creazione della imponente e sofisticata cinta muraria della ”città-santuario” di Anxa-Angitia in perfetta opera poligonale di m e iv maniera. Le strutture difensive e la sistemazione scenografica interna con terrazze degradanti sul pendio, fanno di Anxa nel w secolo una delle più grosse ed importanti realizzazioni urbane in area centro-italica. L’innovazione urbanistica e dovuta alla presenza del celebre santuario nazionale marso dedicato alla dea fucense A(n)ctia, posto nella parte bassa dell’insediamento in vicinanza delle rive lacustri. Fra il IX e IV secolo a.C. si hanno le prime testimonianze di luoghi di culto, soprattutto nelle grotte di Ortucchio, Venere, Trasacco ed Avezzano, con depositi di vasellame ceramico votivo all’esterno di grotte utilizzate come sepoltura dal Paleolitico all’Eneolitico: luoghi probabilmente legati al ”culto degli Antenati”.

L’esempio più spettacolare e rappresentato pero dalla Grotta di Ciccio Felice di Avezzano che, nel VII secolo, fu trasformata in un vero e proprio santuario con la realizzazione di ben sei mensce, ricavate nel banco roccioso dell’ambiente aperto all’esterno, molto probabilmente, per riti di incubazione. Tra i santuari all’aperto, di cui non conosciamo, per questa fase, le consistenze architettoniche, vanno segnalati quelli di Bisegna e Trasacco con piccole stipi di vasetti miniaturistici ad impasto e Marte combattenti in bronzo: quello gia citato di A(n)ctia a Luco dei Marsi con vasellame ad impasto, quello distrutto della Cava Celi Salvatore fra Alba Fucens e Magliano dei Marsi con laminette bronzee di offerenti e infine quello di Rivoli (Milionia) di Ortona dei Marsi.

Elemento caratterizzante la metallurgia fucense dell’età del ferro e il tipico disco-corazza in lamina di bronzo, portato a coppia per protezione del cuore (sul petto e sulla schiena) dai ceti emergenti fucensi a partire dall’VIII secolo a.C. Una produzione metallurgica notevole, studiata dall’amica Raffaella Papi, durata tre secoli e caratterizzata da elaboratissimi dischi circolari ricoperti da decorazioni geometriche, geometriche - orientalizzanti ed orientalizzanti realizzate ad incisione e sbalzo, con esemplari diffusi in tutta l’area centro-italica. Dopo il momento iniziale di appartenenza alla grande ”comunita safina” appenninica dell’Eta del ferro, con il v secolo a.C., si verifica la ripartizione del territorio marsicano nel quadro della nascita delle repubbliche safine, con i Marsi occupanti l’alveo fucense ed altopiani e valli collegate, gli Equi nei Piani Palentini e la piana carseolana, i Volsci nella bassa Val Roveto (Balsorano) e i Pentri atinati nell’alta Valle del Sangro (nel tratto CampomizzoBarrea).
LA MARSICA ALLA FINE DEL XIII° SECOLO
Allo scoppio della Rivoluzione francese, verso la fine del Settecento, la Marsica si trova in una situazione molto precaria. Le riforme, proposte dagli illuministi napoletani e in parte attuate sotto Carlo III di Borbone e sotto lo stesso Ferdinando IV (per opera del ministro Tanucci), non hanno toccato per nulla le province più periferiche del Regno.Su queste, anzi, pesano imposte assai onerose, come quella sul sale, l’altra sui “fuochi del regno” e perfino quella cosiddetta “della Crociata”, concessa dal papa Pio IV al governo napoletano nel 1778. Nella Marsica le uniche attività economiche sono quelle della pesca nel Fucino, della pastorizia transumante e della modesta agricoltura di montagna.

La pesca rende assai poco, poiché i pescatori devono dare un terzo dei loro introiti o al feudatario (la famiglia Colonna per il feudo di Tagliacozzo e la famiglia Sforza-Bovadilla per quello di Celano) o alla badia di S.Maria della Vittoria di Scurcola. La pastorizia e l’agricoltura rendono ancora meno, dal momento che le “masserie” di pecore e i terreni più fertili appartengono a poche famiglie benestanti o ai monasteri o ai Capitoli delle principali chiese collegiate e alle Confraternite. Il quadro sociale non è dei più brillanti: la maggior parte della popolazione è formata da contadini e pescatori poveri, le famiglie borghesi sono in numero estremamente limitato. Nemmeno queste possono considerarsi ricche: ciò che dà loro potere è soprattutto il nome che portano.

Tuttavia, proprio queste famiglie si danno da fare per accelerare il cambiamento politico, mostrandosi favorevoli all’invasione francese e, nel 1799, alla neonata Repubblica Partenopea. La loro influenza è ancora minima, tanto che la Marsica rimane completamente al di fuori del sia pur fugace tentativo di rinnovamento amministrativo e sociale del governo repubblicano, senza poter realizzare le nuove amministrazioni comunali (le “municipalità”) neanche in centri come Pescina.

A Pescina, infatti, lo stesso vescovo mons. Giuseppe Bolognese si oppone con fermezza a tutte le proposte giacobine, impedendo perfino che s’innalzi in piazza il cosiddetto “albero della libertà”. Dal punto di vista demografico, l’andamento della popolazione può apparire una conferma di quanto abbiamo fin qui detto.
Gli abitanti del 1810 sono più o meno gli stessi del 1793 o del 1798, con una leggera diminuzione verificatasi proprio in occasione delle leve per l’arruolamento di “volontari”. Tale arruolamento è, in realtà, “forzoso”, dal momento che ogni paese è obbligato a contribuire con un soldato (un “soldiere”) ogni cento abitanti ed ogni ente (o laico o ecclesiastico) con un “volontario” ogni mille ducati di rendita, come risulta da un documento del 14 agosto 1798.
A tal proposito, assai significativa è la comunicazione del parroco di Poggio Cinolfo, un paese di soli 614 abitanti, il quale non annovera, nel calcolo che fa delle “anime” il 26 ottobre 1798, “i 12 Individui all’attuale servizio nelli Reali Eserciti, e 38 parimenti miei filiali ascritti alla Compagnia franca”.
Manca, dunque, qualsiasi sviluppo nella zona, dovuto anche alla particolare conformazione del territorio (una conca circondata da montagne, con pochissime vie di comunicazione e con terreni continuamente allagati dalle acque del Fucino.

E, per di più, è da considerare anche l’assenza di grandi agglomerati urbani, contandosi solo quattro centri con popolazione appena superiore a 2000 abitanti (Celano, Pescina, Avezzano e Tagliacozzo). G.BUCCELLA, Ortona dei Marsi in una cronaca inedita del XVIII secolo, Roma 1972. Particolarmente significativa è la relazione che il notaio Filippo Buccella, di Ortona dei Marsi, ci ha lasciato a proposito di quegli anni tormentati: “E’ purtroppo memorabile l’anno 1794 (…) per i pessimi raccolti e per la violenza dei temporali. Al 12 di aprile, sabato, metà del paese di Gioia dei Marsi venne distrutto da un incendio. I danni ammontarono a circa ventimila ducati.

Penuria di acqua in detto anno. Il lago del Fucino andò sempre più decrescendo, dopo le crescite, che preoccuparono i rivieraschi, degli anni 1789-90 e 1791.
Il lago crebbe eccessivamente, cosicché tutti i paesi in circonferenza vivevano in forti angosce”. Anno memorabile anche il 1796, un vero e proprio
“anno di calamità. Inizio dell’inverno con gran freddo e abbondanza di neve. Primavera piovosa, estate secca: da aprile a settembre non è caduta più pioggia. Raccolto del grano mediocre (…). Dicembre 1796: grandi malattie epidemiche, febbri putride in Ortona (…).Anche nella Terra di Gioia si sono verificati epidemici malori. I signori medici fisici che hanno curato le rispettive popolazioni hanno sofferto anche loro gravi e lunghe infermità, ed alcuni sono morti”. La siccità colpisce, ogni due o tre anni, tutta la Marsica, con gravi conseguenze sui paesi più distanti dal lago, come ad esempio Collelongo, i cui abitanti si trovano spesso in conflitto con il vicino paese di Villavallelonga per l’uso della “fonte di S.Leucio”.

E, su tutto, grava il pericolo sempre incombente dei terremoti, come quello che il 24 gennaio 1778 aveva provocato ingentissimi danni nella città di Celano, lesionando la maggior parte delle abitazioni e facendo crollare uno dei merli del poderoso castello baronale. Dunque, una situazione davvero precaria, che coinvolge un po’ tutti, persino il clero, come quel povero parroco di Capistrello, don Pasquale Lusi, che dichiara di non poter contribuire alle spese della guerra, dal momento che la sua parrocchia gode di una rendita di appena 80 ducati annui (5 giugno 1798). E coinvolge perfino alcuni esponenti della media borghesia togata, come “il povero Regio Notar Giancroce Cerroni della Terra di Collelongo”, il quale non riesce più a trovare mezzi di sussistenza per sé e la sua famiglia:

una situazione di indigenza iniziata da quando il proprio figliolo Giuseppe era stato costretto ad arruolarsi come “volontario” nel reggimento “La Regina”, operante sul fronte settentrionale del Regno, e precisamente nella fortezza borbonica di Civitella del Tronto.
LA MARSICA DURANTE L'OCCUPAZIONE NAZISTA
Una delle cose che ha inciso maggiormente nella mia memoria di ragazzo sono le formazioni simmetriche di aerei Alleati che passavano sopra la mia testa, provenienti dall'est e dirette a nord ovest verso la lontana Germania Ne ero affascinato: gli aerei, giganteschi e luccicanti al sole. erano belli a vedersi. Le formazioni erano composte ciascuna da undici aerei disposti a ventaglio nel numero di quattro, tre, tre e l'ultimo in coda a chiudere la formazione.

Erano passati alcuni giorni dal fatidico 8 Settembre 1943, il giorno dell'armistizio. ed io, studente, mi ritrovai ad Avezzano dalle parti del mercato, ad osservare le numerose formazioni di aerei che sorvolavano la città. Avevano bombardato Sulmona un paio di giorni prima e francamente temevo che da quegli aerei cominciassero a piovere le bombe. Ho pregato in cuor mio che passassero alla svelta e così fu, ma, lo confesso, in quegli istanti ho avuto paura di morire. E ricordo di aver avuto un gesto di stizza quando, dalle parti di Pietraquaria, le mitragliatrici della contraerea hanno timidamente sparato alcuni colpi in direzione degli aerei, troppo alti per essere raggiunti, perché quei colpi sparati inutilmente avrebbero potuto, pensavo, provocare una qualsiasi reazione, ma, per fortuna, almeno per quella volta, gli aerei passarono e Avezzano fu salva.

Ma il rombo assordante degli aerei, quella mattina, si confondeva con un altro rumore, non meno assordante, proveniente da via XX Settembre dove centinaia, forse migliaia di automezzi passavano in continuazione a velocità sostenuta e sui cassoni scoperti migliaia di soldati tedeschi, in pieno assetto di guerra, urlavano parole minacciose alle persone assiepate al lati della strada. E ci rimasi male nel vedere la gente, le donne in particolare, che si ostinavano a battere le mani, ricevendo in cambio sputi e grida incomprensibili. Non riuscivo, non riuscivamo a capire: erano pur sempre quegli stessi soldati coi quali avevamo combattuto fianco a fianco fino al giorno avanti e all'improvviso erano diventati nemici da combattere, i "Tedeschi" insomma, che è tutto dire.

In verità qualcuno l'8 Settembre del '43, ci aveva messo in guardia dal facili entusiasmi. Vi furono momenti di paura e d'incertezza e di comprensibile disorientamento e molti di noi erano incerti sul cosa fare in quel difficile momento in cui gli eventi si sovrapponevano l'un l'altro in una dimensione che è poco definire immane e tragica allo stesso tempo.

Il primo reparto della Wermacht fece la sua comparsa a Cerchio nel primi giorni di ottobre. Erano le nove dei mattino quando alcuni ufficiali, impeccabili nella loro divisa tirata a lucido. salirono le scale del Municipio per le dovute presentazioni al Sindaco del paese (credo fosse Domenico Ciofani, se ben ricordo). Nello stesso giorno vennero requisite alcune abitazioni, ovviamente quelle che offrivano il maggiore comfort; alcune di esse furono requisite a metà, insomma una vera coabitazione coi i legittimi proprietari. che dovettero dividere con i Tedeschi anche l'uso di cucina. li comando generale si installò nel "villino" della marchesa a ridosso della Via Tiburtina.

Bisogna pur dire che all'inizio la popolazione accolse i Tedeschi senza alcun entusiasmo e rimase piuttosto tranquilla: era convinzione comune, ormai, che presto. molto presto gli Alleati sarebbero giunti a liberarci. Ad onor del vero, almeno all'inizio, essi furono abbastanza corretti con la gente comune. E' sintomatico il contributo umanitario usato verso la popolazione di Cerchio alle prese con quella terribile epidemia che fu il tifo. Non dimenticherò mai quella coppia di ufficiali, un maggiore e un tenente, ambedue medici, che facevano il giro del paese visitando gli ammalati e somministrando gratis quei pochi medicinali che erano ormai introvabili nelle farmacie. Oppure quel soldati che si offrirono di portare a casa di una anziana donna alcuni sacchi di farina appena ritirati dal mugnaio Felice Santilli.

Il 1944 si preannunciò particolarmente freddo e proprio all'inizio di quell'anno una abbondante nevicata, mai ricordata a memoria d'uomo, paralizzò le vie di comunicazione della Marsica mettendo in serie difficoltà i servizi logistici dell'esercito tedesco. Purtroppo, in quella eccezionale nevicata notturna incapparono molti uomini di Cerchio che avevano preso la via della montagna la sera precedente, alla notizia che i Tedeschi avrebbero operato un rastrellamento, ma non per essere deportati in Germania, almeno per il momento, ma per spalare la neve che aveva ostruito le strade che portavano al fronte.

La maggior parte dei rifornimenti, infatti, passava sulla Statale Marsicana e questa conduceva direttamente ad Alfedena dove il fronte ristagnava da alcuni mesi. Un giorno comparve un manifesto dove veniva ordinato a tutti gli uomini validi, dai 16 ai 60 anni, di presentarsi in Piazza Municipio muniti di badile. A tutti venne promessa una ricompensa. Alcuni, a dire il vero, si presentarono, ma i più preferirono la via della montagna.

Si formarono allora i primi gruppi di resistenza antitedesca in risposta ai soprusi e alla particolare ferocia usata dai Tedeschi nei confronti della popolazione inerme. Cominciarono le requisizioni di derrate e, in particolare, quelle degli animali. Le requisizioni di mucche, cavalli, maiali e perfino degli animali domestici si protrassero fino al maggio '44 ed è facile immaginare la reazione della gente comune: tutti cercarono di nascondere i propri animali nelle grotte della montagna o nei casolari sperduti della campagna. Ci fu persino chi murò i buoi in una stalla. lasciando aperto un piccolo foro appena sufficiente a farvi passare l'aria e lo strame!

Un serio tentativo di ribellione antitedesca si materializzò, a Cerchio, il 24 Marzo del '44, quando i Tedeschi requisirono ben 46 mucche; fu una mazzata vera e propria per i poveri contadini e Dio solo sa quanto grave fosse la perdita di una sola mucca per l'economia di una famiglia di modeste condizioni. Il tentativo di ribellione mandò su tutte le furie il comandante tedesco che ordinò immediatamente una rappresaglia consistente nella deportazione in Germania di alcuni caporioni della rivolta. La mediazione e i buoni uffici di alcuni maggiorenti del paese riuscirono a calmare l'ira dell'ufficiale tedesco che, all'ultimo momento. annullò l'ordine di deportazione.

Le condizioni economiche, purtroppo, erano peggiorate ulteriormente: tutti quei generi di prima necessità che negli anni di guerra, bene o male, riuscivano ancora a trovarsi, scomparvero dei tutto e una categoria di persone, quella dei borsarineri- ci divenne famigliare. A dire il vero non sapevamo come catalogarli: accaparratori e quindi affamatori della povera gente o benefattori?

Nel giro di qualche mese gatti e cani si volatilizzarono, e tutti, anche se non lo dicevano apertamente, sapevano che venivano mangiati in tutte le salse. Le galline, le oche, i piccioni venivano allevati con cura tutta particolare. Per preservarli dai furti non si trovò di meglio che costruire un piccolo pollaio a fianco della propria abitazione; non a caso in quei tempi il numero dei ladri aumentò sensibilmente. Il denaro non aveva più alcun valore e quindi, come nei tempi antichissimi, tornò di moda il baratto: un paio di scarpe, una coppa di grano in cambio di un chilo di sale... Già, il sale, divenuto più prezioso dell'olio, della carne o di qualsiasi altro prodotto commestibile e indispensabile, anzitutto, alla conservazione della carne di maiale. Per il sale spesso si rischiava la vita.

Le saline pugliesi man mano che gli Alleati risalivano la penisola si allontanavano sempre più, chi aveva coraggio (e ce ne voleva, eccome!) e possedeva una bicicletta sgangherata affrontava un viaggio rischioso che durava anche una settimana. E non era uno scherzo raggiungere in bicicletta la zona di Vasto e.passare la linea del fronte sia all' andata che al ritorno! Il passaggio delle linee avveniva nottetempo, e per una buona riuscita ci si affidava ai cosiddetti "spalloni" locali che conoscevano a menadito i varchi più sicuri e meno controllati dalle truppe di ambo le parti. Spesso ci si imbatteva nelle ronde notturne e qualcuno ci rimetteva la pelle. Già, ma allora la vita di un uomo non contava più di tanto e quindi non faceva più notizia se veniva barattata con qualche chilo di sale.

A maggio del '44 avevamo preso l'abitudine di lasciare le abitazioni all'imbrunire per andare a dormire (per modo di dire) in aperta campagna. Ormai il cielo, giorno e notte, brulicava di aerei. Avevamo imparato a distinguere gli Spitfires inglesi dai Tempest americani: più lineari e guizzanti i primi, più goffi ma più micidiali i secondi. Si preparava l'ultima e decisiva offensiva alleata a Cassino e gli aerei da caccia si accanivano sugli automezzi tedeschi che dalle retrovie portavano rifornimenti al fronte. E Avezzano era ormai considerata retrovia di grande importanza strategica e per questo motivo i bombardamenti effettuati dai giganteschi B/29 si succedevano regolarmente, ogni giorno, a tutte le ore, spesso mattina e sera.

Che la Germania fosse ancora abbastanza forte era evidente ai nostri occhi quando, nel pomeriggio, al rientro degli aerei, ne contavamo quelli mancanti: spesso le formazioni tornavano decimate dalla contraerea e dalla caccia tedesca sui cieli della Germania! E quelli che tornavano a casa, nell'immenso aeroporto di Foggia, si portavano dietro quelli colpiti, ma che riuscivano lo stesso a tenersi in volo, pur avendo qualche motore in avaria. Questi arrancavano faticosamente dietro la formazione, che nel frattempo aveva ridotto la velocità di crociera, portandosi dietro una lunga scia di fumo nero.

Un giorno, un gigantesco e solitario B/29 con i motori in fiamme ci piombò addosso dopo aver espulso i sette piloti dell'equipaggio. Fortuna volle che si schiantasse con un gran boato alla estrema periferia di Cerchio, in contrada Santa Margherita.

Finalmente, il 9 giugno, i Tedeschi se ne andarono in fretta e furia. Partì quella sera anche un reparto di cavalleria che. proveniente dal fronte dei Sangro la settimana precedente, si stava rimettendo ìn sesto nascosto tra le piante e le fratte di Ripoli e della via di Maglíano. Cercò di farla franca approfittando delle ore notturne, ma i segnalatori luminosi dei caccia alleati la individuarono sulla Tiburtina, all'altezza di Quadranella. L'indomani, di buon'ora, alcuni compaesani raggiunsero il posto per procurarsi carne di cavallo e raccontarono di una strage orrenda: corpi di soldati tedeschi e di cavalli uniti e confusi come in un'orgia di sangue, in un unico carnaio... come quelle illustrazioni che raffigurano le battaglie campali del nostro Risorgimento.

E finalmente giunsero! Avevamo atteso troppo a lungo questo benedetto giorno per non sentirci al colmo della gioia. Qualcuno aveva sparso la voce che dopo Castel d"leri s'erano visti alcuni carri armati che risalivano i tornanti di Forca Caruso diretti verso la Marsica. Ci precipitammo, curiosi e felici, verso il ponte cavalcavia. Erano le 10 di mattina quando li vedemmo, finalmente! Lasciarono la Tíburtina e vennero sferragliando verso di noi: erano sei carri armati che brandivano un grosso cannone in posizione di sparo. Oltrepassarono il ponte e si fermarono. E noi corremmo ad abbracciarli, a baciarli, li credevamo americani ed erano neozelandesi, ma per noi era lo stesso, non v'era differenza: erano pur sempre gli Alleati, i nostri liberatori. Antonio d'Ignazio e Lucia Farina uscirono fuori recando dei vassoi con biscotti, nevole e tanti bicchieri di buon vino paesano. Loro, i neozelandesi, ricambiarono con stecche di cioccolata e sigarette; a me toccò una cioccolata, ma francamente avrei preferito un pacchetto di sigarette; v"era scritto sopra Navycut, sapete, quel tipo di sigarette che portava in effigíe il biondo marinaio inglese....
GLI ALPINI E LA MARSICA
Il Corpo degli Alpini, nato nel 1872, subito dopo l’unità d’Italia, con lo scopo di difendere i confini settentrionali della Penisola, é una realtà prettamente nordica. Le eccezioni (come la nutrita presenza di abruzzesi ed altri meridionali, la costituzione di battaglioni alpini nella nostra regione, le frequenti esercitazioni in zone appenniniche) non fanno altro che confermare tale regola: i confini d’Italia sono al nord, e gli Alpini sono chiamati, primi tra tutti, a custodire quei confini. Una prova lampante della ”settentrionalità” del Corpo Alpini e offerta dai numerosi canti di montagna, tutti di origine piemontese e valdostana, lombarda e trentina, friulana e veneta.

L’Alpino proveniente dall’Abruzzo pub anche cantare, con orgoglio patrio, ”Sd sajitu aju Gran Sassu” o ”Montagna verde”; ma, quando 0 insieme con gli altri, le sue canzoni sono quelle di tutti: la Montanara, la Bergera, Sul ponte di Perati La vea zu dalle montagne, Stelutls Alpinis, Sul ponte di Bassano, e così via. Eppure, almeno un secolo prima della Creazione del tradizionale Corpo Alpini, l’Abruzzo (e più esattamente la Marsica) aveva gik le sue truppe ”alpine”, costituite anche allora per difendere i confini: Auei mantuosi confini che, dalla Valle Roveto fino alle gole del Cicolano, separavano il meridionale Regno delle Due Sicilie dal centrale e atipico Stato Pantificio.

Un documento datato ”Tagliacozzo a di 130ttobre 1798”, infatti scritto, quindi, nel periodo napoleonico e alla vigilia della rivoluzione giacobina di Napoli del 1799 accenna alla creazione di un Corpo di Cacciatori di Frontiera, il cui scopo precipuo era proprio quel!o di impedire l’invasione del Regno di Napoli, costituendo un forte baluardo lungo tutte le montagne ”del riparto di Cappadocia, del Tufo,di Tagliacozzo”. Nel documento in questione, firmato da un certo A.Mastroddi, fra l’altro si legge ”che il servizio da prestarsi da Guardiani di Frontiera sarà costantemente quello della custodia del confine” lungo le montagne del Cicolano e della Marsica. E poich0 tale lavoro, svolto in mezzo a mille difficoltà tra le aspre montagne del territorio marsicano, veniva giustamente riconosciuto come impegno assai duro e pericolosa, il Re di Napoli, Ferdinando IV, aveva decretato quanto segue; ”(...) che le guardie (ossia, i turni di guardia) non dureranno più d’una settimana, dopo la quale ognuno tornerà nella sua casa, dalla quale mai sarà allontanato,tanto che possono essere ricevuti anche i figli unici e gl’ammogliati.

Che tutti ne’ giorni di servizio avranno la paga de 25 grana. Che se qualcuno in caso di malattia non avesse maniera di curarsi a sue spese nella propria casa, sarà tenuto e curata gratis nell’ospedale. Che dopo un certo tempo di servizio potranno aspirare al beneficio degl’invalidi in seno della propria famiglia r:olla paga proporzionata agl’anni e qualità del suo servizio. Che qualunque individuo, che si distin9uera con qualche azione straordinaria di valore, sarà decorato non solo della medaglia d’oro o d’argento a proporzione del merito contratto, ma ancora del grado di Officiale, quantunque fusse semplice soldato. Che goderanno del foco militare.

E che in fine le loro famiglie saranno esenti dal pagamento de’pesi Jiscali ordinari, oltre la promessa di altre sovrane beneficenze (... Y’. Insomma, 74 anni prima dell’istituzione del Corpo degli Alpini per opera del Perucchetti e del generals Pianelli, in piena epoca borbonica la Marsica aveva già un suo ”Corpo alpino” speciale, al quale il Re rivolgeva non solo il suo plauso come ai più onorati, e gloriosi cittadini (...) difensori della Patria , ma concedeva persino ”beneficenze e privilegi”, tra cui quello purtroppo in seguito non più consentito dell’esonero totale dal pagamento delle tasse. Se qualcuno volesse obiettare che questo originario ed originale ”Corpo degli Alpini” marsicano non possa nemmeno lontanamente essere accostato agli Alpini italiani, perché appartenente ad una struttura politica diversa e ad un regime (quello borbonico) niente affatto paragonabile a quello italiano, si può accennare ad un altro ”Corpo” militare creato apposta per combattere in montagna, e senza ombra di dubbio appartenente al nuovo Regno unitario italiano, nato subita dopo la conquista garibaldina del Meridione.

Nel settembre del 1860, infatti, giunsero nella Marsica gruppi speciali ’di volontari chiamati ”legionari del Gran Sasso d’Italia”, i quali insieme con alcuni contingenti di ”guardie nazionali” si stanziarono in Avezzano per respingere l’invasione borbonica delle bande di Teodoro Federico Klitsche de la Grange, provenienti dalla Valle Roveto. E, in aggiunta a questi legionari, furono create ”truppe speciali per la repressione del brigantaggio”, le quali partendo dalls caserme di Avezzano e di Pescina si muovevano esclusivamente lungo le montagne della Frontiera Pontificia, giungendo fino alla Vallelonga e a Pescasseroli, nel tentativo (perfettamente riuscito) di distruggere le bande dei vari Chiavone e Mattei. Era assolutamente necessario che gli uomini chiamati a tale compito fossero pratici della montagna, robusti e coraggiosi, perché come scritto un cronista di quei tempi, il comandante piemontese Alessandro Bianco di Saint Jorioz ”i briganti che si tengono sul limite tra (... l Civitella Roveto e Capistrello sono per la massima parte nativi di quei monti e di quelle valli, quindi praticissimi per s6 stessi di ogni fosso, di ogni burrone, di ogni sinuosit6 del terreno (... )”.

Fu proprio una Compagnia di questi ”alpini” d’Abruzzo che sconfisse la banda Mancini, la quale, nell’aprile del 1862, aveva assalito Luco dei Marsi: ”I...) Questa Compagnia scrive ancora il Biancodi Saint Jorioz si gettò sulla montagna alla ventura, in traccia dei briganti (., ). Giunti i soldati sulla sommità del monte (... ), ben diciotto briganti colti a varie date furono fucilati I... l. Perseguitata cosi per otto a dieci giorni consecutivi, la banda dovette disperdersi”. In conclusione se non si vogliono considerare ”alpini” quei primi Cacciatori di Frontiera di cui abbiamo parlato all’inizio possiamo tuttavia, a buon diritto, considerare come primi nuclei del Corpo Alpini proprio questi soldati italiani di frontiera, I quali operarono sulle montagne della Marsica da veri alpini, da veri bocia e veci, ben dieci anni prima che il Settentrione d’Italia ci togliesse questo primato e questa gloria.
LA MARSICA E I MODERNI INSEDIAMENTI
Telespazio, Società del Gruppo IRI-STET, costituita nel 1961, e la concessionaria esclusiva del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni per la realizzazione e gestione dei sistemi di telecomunicazioni via satellite. In qualità di «vettore unico» nelle telecomunicazioni spaziali in Italia, Telespazio mette a disposizione dei gestori del traffico nazionali ed esteri i necessari mezzi di comunicazione nell’ambito dei sistemi:

Intelsat (per i servizi intercontinentali); Eutelsat (per le telecomunicazioni europee) e Immarsat (per le telecomunicazioni mobili marittime). Gli impianti della Telespazio sono situati nella Piana del Fucino in Abruzzo (Centro Spaziale del Fucino), sul Lago di Como (Stazione del Lario) e in Sicilia, nei pressi di Palermo (Stazione dello Scanzano). Il Centro Spaziale del Fucino, a circa 120 chilometri da Roma, e stata la quarta stazione, in ordine di tempo, a divenire operativa. Oggi, con le sue numerose antenne in funzione, costituisce una delle maggiori realizzazioni, a livello mondiale, nel campo delle telecomunicazioni via satellite.

Nel Centro Spaziale del Fucino sono concentrate tutte le attività spaziali della Telespazio: dalle telecomunicazioni in senso stretto al controllo e gestione in orbita dei satelliti (Intelsat, Inmarsat, Marisat, Olympus), al telerilevamento che, mediante l’acquisizione ed elaborazione di dati e informazioni relative alla superficie terrestre, fornisce contributi conoscitivi di estrema importanza per la gestione e il controllo territoriale e ambientale. Con l’entrata in servizio, nel marzo 1977, della Stazione del Lario (Como), Telespazio ha realizzato la necessaria diversificazione geografica dei suoi collegamenti. Divenuta operativa la terza Stazione Terrena, situata nelle vicinanze del Lago dello Scanzano (Palermo) in Sicilia, è divenuto possibile l’ampliamento dei collegamenti per telecomunicazioni e lo sviluppo dell’attività di telerilevamento della Telespazio in aree geografiche non visibili dalle altre stazioni (Africa, Bacino del Mediterraneo, Estremo oriente).


IL TERRITORIO DELLA MARSICA
L’Abruzzo è percorso da tre principali catene montuose, parallele alla costa: la prima, più vicina all’Adriatico, comprende le vette maggiori ed e spaccata dal varco del Pescara, a valle di Popoli; la seconda va dal Velino al Sirente, al Genzana ed al Pratello e costituisce, in maggiore porzione, lo spartiacque fra Tirreno e Adriatico; la terza comprende i Simbruini, i monti della Meta e si prolunga nel Matese. L’area della Marsica abbraccia quasi per intero lo spazio fra la seconda e la terza catena montuosa, corrispondente al limite ovest dell’Abruzzo, di cui il territorio del Fucino ne occupa la posizione baricentrica; la conca del Fucino e infatti al centro, chiusa in se stessa, mentre attorno le acque defluiscono in ogni direzione, a nord verso il Velino e il Tevere, a sud verso il Liri o il Sangro.

La parte più nota della storia regionale si e svolta principalmente nel solco tra la prima e la seconda catena, in virtù anche della convergenza in un solo bacino fluviale (L’Aterno, il Sagittario, il Pescara). La Marsica ha invece vissuto epoche molto differenti, dove non sono mancate le spinte centrifughe, come I’analisi storica mette in rilievo; tuttavia, come anche si e evidenziato, non ha mai perduto del tutto una omogeneità culturale di fondo, che e riemersa non appena si sono determinate condizioni favorevoli per opera dell’uomo. Tali condizioni hanno il loro riferimento basilare in quell’opera grandiosa che fu il prosciugamento del Fucino durante il ventennio tra il 1855 e il 1875; si venne in tal modo a generare in mezzo al territorio sub-regionale una piattaforma agricola ad alto reddito, che ha operato come fattore centripeto attirando gli abitanti delle limitrofe valli declivi.

Il terremoto del 1915, che colpì tutta la zona, introdusse nei fatti un elemento di ulteriore aggregazione e solidarietà tra le diverse collettività locali insediate nell’area. Si e cosi gradualmente intessuta una rete di interconnessioni, che e andata via via rafforzandosi, sostenuta da un sistema di infrastrutture di crescente peso e rilievo e dalla affermazione progressiva di una identità sul piano socio-economico, che ha tendenzialmente affrancato la Marsica da antiche dipendenze e chiusure. In tal modo si e giunti a delimitare un’area, la quale confina: a nord-est con il resto della provincia dell’Aquila, a nord-ovest con la provincia di Rieti, a ovest con la provincia di Roma, a sud con la provincia di Frosinone. La cartina geografica allegata visualizza la situazione, dando conto della omogeneità, almeno sul piano territoriale, dell’area considerata.

Facendo più specifico riferimento alle unità politico-territoriali esistenti, il nucleo funzionale ed economico dell’area marsicana, rappresentato dalla piattaforma lacustre del Fucino, trova una prima naturale estensione nel territorio dei dieci comuni ripuari: in primo luogo Avezzano, quindi Celano, Aielli, Cerchio, Collarmele, S. Benedetto dei Marsi, Pescina, Luco dei Marsi, Trasacco e Ortucchio. A questi vanno naturalmente aggiunti i bacini tributari del Fucino: la Vallelonga (con i comuni di Collelongo e Villavallelonga), la valle del Giovenco (con i comuni di Ortona dei Marsi e Bisegna) e la valle di Riofreddo e S. Lucia (con i comuni di Gioia dei Marsi e Lecce nei Marsi). Dei bacini circostanti, due hanno rapporti strettissimi con il Fucino: – la valle del Liri, che riceve le acque del Fucino attraverso l’emissario artificiale e solo nella zona bassa risente I’attrazione di Sora; vi corrispondono i comuni di: Cappadocia, Castellafiume, Capistrello, Canistro, Civitella Roveto, Civita d’Antino, Morino, S. Vincenzo Valle Roveto e Balsorano; – i piani Palentini, separati dal Fucino da una sella insensibile e con numerose analogie sul piano agricolo, cui corrispondono i comuni di: Magliano dei Marsi, Massa d’Albe, Scurcola Marsicana, Tagliacozzo e in più Sante Marie. Non si può inoltre prescindere dall’altopiano di Carsoli, con i comuni di: Carsoli, Oricola, Pereto e Rocca di Botte. Per ragioni storico-culturali e per un naturale consenso delle collettività interessate, appartengono all’area, inoltre, i comuni di Ovindoli, Opi e Pescasseroli; d’altra parte, in ogni delimitazione circoscrizionale, a fini politici e/o amministrativi, si finisce per riscontrare nel contorno delle zone per cosi dire grigie, per le quali il criterio di dipendenza e più debole o si sovrappone ad altre dipendenze dall’esterno.

In conclusione, l’area della Marsica è costituita dai 37 comuni, tutti inclusi nella provincia dell’Aquila, di seguitoriportati in elencati in ordine alfabetico:

1 – Aielli
2 – Avezzano
3 – Balsorano
4 – Bisegna
5 – Canistro
6 – Capistrello
7 – Cappadocia
8 – Carsoli
9 – Castellafiume
10 – Celano
11 – Cerchio
12 – Civita d’Antino
13 – Civitella Roveto
14 – Collarmele
15 – Collelongo
16 – Gioia dei Marsi
17 – Lecce nei Marsi
18 – Luco dei Marsi
19 – Magliano dei Marsi
20 – Massa d’Albe
21 – Morino
22 – Opi
23 – Oricola
24 – Ortona dei Marsi
25 – Ortucchio
26 – Ovindoli
27 – Pereto
28 – Pescasseroli
29 – Pescina
30 – Rocca di Botte
31 – S. Benedetto dei Marsi
32 – Sante Marie
33 – S. Vincenzo Valle Roveto
34 – Scurcola Marsicana
35 – Tag liacozzo
36 – Trasacco
37 – Villavallelonga

E' di speciale interesse osservare, sulla base del prospetto comparativo, che tutti e 37 i comuni presi in considerazione sono aggregati, oltre che in una sola area socio-economica, nella stessa Unità sanitaria locale, che e ente di governo vero e proprio su una materia di tanto rilievo sociale, finanziario e organizzativo, come quella della salute. Essi inoltre sono inseriti tutti nel medesimo Ufficio distrettuale delle imposte dirette.

La Marsica e inoltre una delle due eccezioni in Italia, su base diversa dalla provincia, ai fini della determinazione dell’area di competenza del Genio civile, operanti come sezione autonoma. In un ambito molto diverso, ma comunque importantissimo sotto il profilo storico e culturale, vale a dire quello dell’organizzazione della Chiesa cattolica locale, la Marsica e parte sostanziale della medesima diocesi. A questo proposito non e del tutto senza significato – per sottolineare una precisa identità storico-geografica della etnia ”marsa” – richiamare che il Vescovo diocesano non desume il titolo della sede della diocesi (Marruvium Pescina Avezzano, nella successione), ma, fatto unico nella Chiesa di sempre, s’intitola dal popolo sottoposto alla sua giurisdizione: Vescovo dei Marsi. All’interno dell’area si possono ritrovare tutti i comuni della Comunita montana ”D” (Valle del Giovenco – Pescina), ”E” (Marsica1 – Avezzano), ”G” (Valle Roveto Civitella Roveto); solo Ovindoli, Opi e Pescasseroli appartengono ad altre Comunita montae (la ”C” Sirentina – Secinaro e la ”H” dell’alto Sangro e dell’altopiano delle cinque miglia).

La stessa osservazione, con le stesse eccezioni, vale per i comuni inclusi nelle Regioni agrarie. Tutti i comuni dell’area sono presi in considerazione dallo stesso collegio elettorale ai fini delle elezioni per il Senato (Marsica Val di Sangro). Ai fini delle elezioni perl'Amministrazione provinciale, i collegi uninominali sono costituiti tutti dai comuni dell’area. Inoltre, nelle ripartizioni organizzative di alcuni servizi fondamentali (energia elettrica e telecomunicazioni) i comuni della Marsica sono inseriti nel medesimo distretto. E un fatto, pertanto, che il riconoscimento della Marsica come area omogenea, dotata di un certo grado di autonomia amministrativa, preesiste gia da alcuni decenni e non e mai stato concepito come una forzatura; al contrario, storia e vita civile si combinano all’interno di un territorio dotato di una propria soggettività, che ha gia trovato una serie di significativi, ancorché parziali, riconoscimenti sul piano istituzionale.

La superficie complessiva della Marsica e di 190.577 ettari, pari al 37,9% del territorio provinciale. Sulla scorta del seguente prospetto e possibile analizzare meglio i caratteri dell’orografia dell’area considerata: – la Marsica si estende su di una superficie territoriale molto tormentata, tra le più difficili d’Italia: le uniche pianure sono costituite dalla conca del Fucino (14.000 ha), dai piani Palentini (5-6.000 ha) e da una parte pianeggiante, peraltro molto esigua, del Carseolano. Non e un caso, del resto, che, ad esclusione di Balsorano, tutti gli altri comuni marsicani siano considerati ”montagna” sotto il profilo statistico; – I’area ha una escursione massima di 2.193 m in altezza, rilevata dalla differenza tra i 2.486 m del Monte Velino e i 293 m del punto più basso del comune di Balsorano; – i dislivelli maggiori si riscontrano nei comuni di Magliano dei Marsi (1.802 m) e di Celano (1.698 m), mentre il comune più pianeggiante e quello di S. Benedetto dei Marsi, sulle rive dell’antico lago, con una escursione tra punto di minima e punto di massima di appena 50 m; – il comune della Marsica più alto in assoluto e quello di Ovindoli (1.375 m misurati sulla soglia della casa comunale); superano i 1.000 metri anche i comuni di Aielli, Bisegna, Cappadocia, Opi e Villavallelonga, mentre il comune più basso e quello di Balsorano, con un valore di appena 340 m sul livello del mare.

Per quanto concerne la distribuzione della superficie anzidetta tra i diversi comuni, Avezzano e il più esteso con 10.404 ha; hanno superficie superiore a 9.000 ha anche Carsoli, Celano e Pescasseroli, mentre Tagliacozzo (8.940 ha) e di poco inferiore; i comuni più piccoli sono quelli di Canistro e Oricola (rispettivamente 1.578 ha e 1.840 ha). Avendo riguardo al rapporto tra superficie e abitanti, il comune nettamente più abitato e quello di Avezzano, con una densita di 326 abitanti per km quadrato; seguono a distanza i comuni di S. Benedetto dei Marsi e Luco dei Marsi, rispettivamente con 154 e 113 abitanti per km quadrato. I comuni con minore densità di popolazione sono Bisegna e Pereto (14 abitanti per km quadrato), Rocca di Botte e Massa d’Albe (17 abitanti per km quadrato), nonché Ovindoli, con 21 abitanti per km quadrato.

Un discorso sul territorio non può ritenersi completo, se non fa almeno cenno alle infrastrutture di trasporto che lo attraversano, ferroviarie e stradali. Nella Marsica la rete ferroviaria e costituita dalla linea (completamente elettrificata) che collega Roma a Pescara, nocche dalla linea che collega Avezzano a Roccasecca attraverso la Valle Roveto (fondo valle del Liri). La prima linea, seconda in Abruzzo per importanza – in termini di volume di traffico merci e passeggeri – soltanto alla linea Adriatica (la quale peraltro e inteiessata a correnti di traffico interregionali), presenta, nel lungo tratto in cui attraversa i massicci dell’Appennino abruzzese, notevoli viziosità piano-altimetriche nel tracciato, che limitano severamente l’efficienza e la funzionalità dei trasporti; ciò, per la verità, penalizza non solo la Marsica, ma I’intera regione. La seconda, priva di impianto di elettrificazione, e di importanza secondaria, avendo caratteristiche di tracciato e di armamento fisso del tutto inadeguate; e per tale motivo finisce per avere, a livello di traffico, un interesse prevalentemente locale. La rete viaria presenta nella subregione marsicana uno sviluppo lineare complessivo di 1.31 4 km, corrispondente al 36,4% della rete viaria ordinaria della provincia dell’Aquila . Dal rapporto tra lo sviluppo stradale compiessivo e la superficie territoriale dell’area risulta uno sviluppo lineare medio di 0,705 km per unita (km quadrato) di superficie, inferiore alla media provinciale e regionale, pari, rispettivamente, a 0,717 e 1.307 km.

In relazione agli abitanti, il valore medio risulta per I’area di 1.045 km per10.000 ab., mentre per la provincia esso e di1.221 km e per la regione di 1.141 km. Rispetto al resto della provincia, peraltro, I’area marsicana dispone di ben il 65,6%, vale a dire i 2/3 della rete autostradale provinciale; per le strade statali I’incidenza e invece del 27% e per quelle provinciali del 32,9%, mentre per le strade comunali extraurbane si risale a un valore del 43,2%. Tali valori di incidenza trovano riscontro nella differenza tra la tipologia della rete viaria dell’area e di quella del resto della provincia: – la rete stradale della Marsica e composta per il 7,5% di kilometraggio autostradale, mentre questo incide solo per il 2,3% nel resto della provincia e per il 2,5% nell’intera regione;
– le strade statali corrispondono al 21,7%, valore inferiore al 33,5% del resto della provincia, ma superiore al 17,6% della media regionale;
– le strade provinciali nell’area sono il 26,6% (nel resto della provincia sono il 31%, nella regione il 31,3%); – le strade comunali extraurbane sono il 44,2% nell’area, il 33,2% nel resto della provincia e il 48,6% nella regione. La Marsica e pertanto ben servita dalla viabilità autostradale regionale, che la collega, dai punti terminali di Roma e Pescara, con i sistemi dell’autostrada del Sole e dell’autostrada Adriatica.

Per quanto concerne le arterie di grande comunicazione, la più importante e la S.S. 5 Tiburtina-Valeria, che ne attraversa il territorio per un lungo tratto. Esiste, inoltre, la S.S. 82 della valle del Liri, che collega Avezzano e la piana del Fucino all’autostrada del Sole e al sistema metropolitano di Napoli. In suo luogo, peraltro, e in fase di avanzata realizzazione la strada a scorrimento veloce ”fondo valle del Liri”, che e parte della più ampia e sviluppata dorsale appenninica di collegamento interno fra Perugia e Benevento, la quale consentirà un’apertura ancora maggiore verso Napoli e il Mezzogiorno, oltre che verso le regioni centro-settentrionali. Attualmente e gia in funzione il tratto che collega Avezzano a Capistrello attraverso la Galleria del Salviano, con una sensibile riduzione dei tempi di percorrenza; il suo completamento aprirà il Fucino e le sue produzioni verso l’area di Napoli, valorizzando altresì le opportunità turistiche di molte zone.

Tra le altre strade presenti nel territorio della Marsica sono da annoverare: – la strada statale per Rieti e Terni della valle del Salto; – la S.S. bis per L’Aquila; – la S.S. 83 Marsicana per il Parco Nazionale d’Abruzzo. I tracciati relativi, particolarmente delle prime due, presentano pero viziosità piano-altimetriche tali da ridurre i tempi medi di percorrenza a livelli molto bassi. E altresì il caso di ricordare che la Marsica dispone di una struttura aeroportuale localizzata a Celano, suscettibile di interessanti sviluppi.
IL FUCINO
Negli acquerelli di Edward Lear, il pittore e diarista inglese che visito le zone del Fucino verso il 1850, il lago appare immobile e quasi disabitato, tuffato tra sponde di canneti, con qualche barca approdata sulla solitudine acquitrinosa d’una riva: poco più che un lago morto, intriso di malinconia. Ma lungo la strada tra Luco e Avezzano il fianco della montagna e tutto segnato dall’erosione causata dalle sue ondate lungo i millenni delia sua storia e indica come su un grafico il progressivo decrescere del suo livello.

A nord di Avezzano le cave di Cesolino mostrano stratificazioni alterne di sabbia e di ghiaia, segno dell’alterno avanzare e ritrarsi del lago. La gola dove oggi sorge Capistrello non si spiegherebbe senza pensare all’opera di scavo delle sue acque, quando andavano a traboccare verso la sottostante valle del Liri. Ai piedi del Velino la collina morenica di Albe indica il limite in cui i ghiacciai si scioglievano per rovesciarsi e confondersi col lago. Tra Albe e Massa D’Albe e ancora visibile il letto singolarmente regolare e profondo d’un fiume ormai secco. In cima al Salviano ci sono sassi con concrezioni di conchiglie che attestano il livello che il Fucino dovette raggiungere, in ere andate. Insomma ovunque ci si volga si legge scritta sulle cose una lunghissima e mossa storia geologica i cui protagonisti sono il Fucino e le montagne che lo serrano.

Ma il lago ha segnato in maniera incommensurabile anche la storia degli uomini che hanno abitato le sue zone, a partire dai cavernicoli appiattati in vista di esso nelle cavità delle pareti rocciose che lo contornano, e i quali più tardi scesero in basso per costruirsi probabilmente dei villaggi su palafitte, finche non passarono a insediamenti meno precari, i paesi che tuttora vediamo in corona lungo i bordi del lago, salvo Ortucchio, I’Hortuculus, il piccolo giardino, I’isolotto dal quale gli abitanti partivano in zattera con le greggi per portarle a pascolare sulle vicine pendici. Il Fucino ha cioe determinato e accompagnato le condizioni di vita delle popoIazioni, ne ha imposto gli insediamenti, ne ha suscitato le costumanze, ne ha influenzato il carattere, ne ha improntato la cultura, ne ha condizionato le scelte economiche, e più tardi, quand’4 stato prosciugato, le passioni e le lotte politiche.

E' insomma tanto prima che dopo il suo prosciugamento gli uomini si sono modellati incommensurabilmente in rapporto con esso: e prima attraverso lentissimi sviluppi decisi in pratica dai secoli, com’era inevitabile per una popolazione serrata e quasi segregata lungo un e striscia di terra stretta tra l’acqua e i massicci montagnosi e dove quindi tradizioni e usanze si sono accumulate per pigri sedimenti, sono anzi rimaste chiuse come de”’ una custodia, sicchè poche genti come quelle de no hanno serbato un’impronta autoctona; e dopo subendo una rapidissima accelerazione, di modo che il mon4o del Fucino e diventato non solo un caso a parte nella mappa della realtà socio-econornica italiana, ma un test di problemi civili e politici che non senza ragione sono corsi parallelamente a quelli di cent’anni di vita nazionale unitaria. Ma curiosamente il Fucino, questo lago che, a quanto ne so, e stato assai poco prodigo di miti e di leggende. ha avuto, in misura maggiore che qualsiasi altro lago italiano, la virtù di accendere la fantasia degli ingegneri e di attirarli verso l’impossibile, per cui, imprevedibilmente. e da un versante affatto insolito, s’e creato una sua leggenda.

E non penso soltanto ai progetti di prosciugamento tentati nell’antichità e che, nella galleria scavata ai tempi di Claudio, hanno rappresentato un raggiungimento tecnico d’un’audacia non piu eguagliata per quasi due millenni. Penso in tal senso anche a un libricino da me pescato a Napoli su una bancarella (e che dovrebbe ora trovarsi in una biblioteca privata di Avezzano), secondo il quale, nei sogni di un ingegnere militare dei primi decenni del secolo scorso, il Fucino sarebbe dovuto diventare il fulcro d’un sistema di vie d’acqua destinato a congiungere il Tirreno all’Adriatico! Segno anche quest’ultimo, seppur per vie paradossali, che il Fucino significa insieme una geografia e una storia, e indissolubilmente un paesaggio e un nodo di problemi. E perciò che tracciare la storia di un lago come questo e come tracciare la storia di una cosa viva, veder evolversi l’uno a fronte dell’altro un luogo geografico e un destino umano, assistere al farsi d’un modo d’essere e al crescere d’una coscienza.

IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915
Il 13 gennaio 1915 gli aghi dei sismografi di tutta Italia e d’Europa prendono ad oscillare parossisticamente e con ampiezza inaudita; l’ampiezza diverrà vieppiù contenuta con il progressivo aumentare della distanza dall’epicentro ma i segnali del terremoto verranno percepiti dappertutto nel mondo. In Italia le onde si propagheranno per tutta la dorsale Appenninica e il sisma verrà distintamente avvertito fino a Parma; verso meridione invece le scosse saranno ancora percettibili a Potenza (De Magistris).

La zona dove si manifestarono i massimi effetti del terremoto fu quella corrispondente all’epicentro, la conca Fucense, all’epoca gia completamente prosciugata dell’antico lago. Quest’ampia superficie pianeggiante, di poco meno di duecento chilometri quadrati, e costituita da roccia calcarea carsica, fessurata e presentante inghiottitoi e voragini. La conca rappresento da sempre la cupa di raccolta delle acque dell’ampio impluvio e queste, mano a mano che giungevano in basso venivano assorbite dalle fessure e dalle concamerazioni del fondo. Ma con le acque discendevano in basso anche rocce, sassi, detriti, polveri e terre che, sedimentando al suolo, incominciarono ad ostruire dapprima le fessure e poi poco alla volta anche gli inghiottitoi maggiori; il fondo della conca comincio a ritenere le acque che vi si raccoglievano e queste a loro volta contribuirono ad impermeabilizzare il fondo, depositandovi detriti organici che lentamente vennero a costituire un sicuro materiale sigillante ed impermeabilizzante.

Col passare dei millenni e di ere geologiche il fondo della conca, oltre che di acque, si arricchì di depositi alluvionali sempre più spessi e sempre più fertili che discesero nel lago, ma mano a mano si depositarono anche sui pendii costeggianti l’invaso del lago stesso, fino a rivestire di spessa coltre sempre più costipata la base delle colline circostanti. Su questi fertili terreni alluvionali nacquero dapprima piccoli insediamenti che divennero col tempo sempre più importanti ma anche, per la più favorevole trasmissione degli effetti delle onde sismiche, più esposti a pericolo in caso di terremoti. Il terremoto del 13 gennaio del 1915 ebbe come epicentro la conca Fucense. Le onde sismiche che interessarono la superficie svilupparono tutta la loro energia sul massiccio strato alluvionale che costituiva il fondo del lago ma che pure risaliva attorno ai bordi dell’invaso, ove sorgevano gli abitati di Avezzano, Pescina, San Benedetto dei Marsi, Ortucchio e numerosi altri centri minori.

Tutti questi centri vennero tanto duramente colpiti dal sisma da venirne praticamente distrutti. All’epoca del terremoto la città di Avezzano contava 11.200 abitanti; i suoi edifici verranno distrutti per il 95 per cento e sotto le macerie moriranno più di diecimila persone. Si salveranno appena un migliaio di abitanti molti dei quali non perché fossero riusciti a scappare ai crolli ma semplicemente perché si trovavano all’aperto, in campagna. Quasi tutti i sopravvissuti dovettero la loro salvezza al mancato rispetto del giorno di riposo (il 13 gennaio fu festivo). Per il motivo opposto invece una buona parte degli abitanti di Ortucchio e di Cerchio, in maggioranza donne, perdettero la vita. In queste due località erano stati compiuti cicli di prediche e di ritiri spirituali che culminarono, appunto al mattino del terremoto, in una messa solenne con comunione generale.

Fu durante la solenne funzione che si scatenò il sisma; le chiese di Ortucchio e Cerchio andarono distrutte e sotto le macerie del tetto e delle mura i fedeli perirono a centinaia. Cerchio è situata in prevalenza non su terreno alluvionale ma sulla propaggine rocciosa che mano a mano sale verso la Forca Caruso; essa ha quindi risentito il terremoto in misura ridotta che non le città e i villaggi giacenti sulla conca. Questa cittadina quindi avrebbe avuto molto meno vittime che non quelle che ettettivamente ebbe (circa cinquecento) se non vi fossero stati i quattrocento fedeli periti nel crollo della chiesa. Cerchio sorge su terreno compatto al contrario di Ortucchio che invece poggia su di un basamento di detriti, questa località anzi è tanto adagiata su materiali incoerenti d’origine alluvionale che, secondo le escrescenze o il ritirarsi dell’antico lago, alternativamente diveniva un’isola oppure diventava terraferma. Non tutti i centri del Fucino ebbero quindi lo stesso destino, neppure quelli situati ai bordi del lago.

La cittadina di Trasacco, a meta strada fra Luco e Ortucchio, fu colpita solo nella meta lungo la fascia alluvionale, al limitare dell’antico invaso. Le case costruite appena più in alto invece, sulle propaggini rocciose del monte Carbonaro che il sisma scanso per correre più liberamente per le valli verso l’Aceretta, subirono danni meno rilevanti; per conseguenza molti abitanti della zona alta del paese salvarono le loro vite ed anche i loro beni. Sorte analoga a quella di Trasacco ebbe Celano, costruita in parte su detriti di falda e in parte sulla roccia; la città alta ebbe danni più contenuti che non quella bassa. Rispetto all’epicentro del sommotimento, identificato nella conca Fucense, le onde sismiche raggiunsero, per direzioni preferenziali, zone anche distanti facendosi sentire chiaramente, ad esempio, fino a Roma dove per la scossa cadrà una delle gigantesche statue sul frontespizio della basilica di San Giovanni in Laterano. Ma la scossa del 13 gennaio farà risentire gli effetti ed i danni in molti altri luoghi, a Monterotondo nei pressi di Roma, su di un ampio tratto in riva destra del Tevere, a settentrione della Capitale fino a Fiano, Morlupo e Castelnuovo di Porto ed oltre, raggiungendo e oltrepassando il massiccio del Soratte.

Per altre direzioni il sisma si farà sentire fino in Umbria ben oltre Norcia, nelle Marche a Fermo, nella bassa valle del Pescara a Manoppello ed oltre, fino al mare Adriatico, in Molise a San Vincenzo al Volturno. Nel Lazio meridionale verrà raggiunta e colpita Sora; il sisma correrà ancora verso meridione lungo la valle del Liri. A Sud Est e poi mano mano ad Est il sisma perverrà sull’altipiano delle Cinquemiglia, percorrerà la conca di Sulmona sui versanti settentrionali della Majella. I danni maggiori arrecati dal sisma saranno grosso modo circoscritti entro il poligono tracciabile congiungendo i punti estremi che abbiamo nominati. Ma entro questo vasto territorio, a causa della meccanica di spostamento delle onde di cui abbiamo fatto cenno, i danni potranno essere più modesti in vicinanza dell’epicentro e ricomparire invece imponenti più lontano, lungo una vallata o una cimosa alluvionale.
IL BRIGANTAGGIO NELLA MARSICA
Per inquadrare L’Abruzzo e in particolare la Marsica nelle vicende del brigantaggio, occorre fare una analisi partendo dagli anni precedenti il 1848. L’Abruzzo ed anche la Marsica erano in una situazione economica, morale e civile molto scadente. La cultura era beneficio di pochi la maggior parte della popolazione era dedita alla pastorizia e all’agricoltura, quasi tutti analfabeti, contenti della propria situazione culturale ed economica. Quando iniziarono le rivoluzioni che portarono all’unita d’Italia, il passaggio e il dominio dei piemontesi dai più fu visto come un’invasione, essendo vissuti fino ad allora sotto la cappa della corona borbonica e dell’educazione papalina.

In tutto L’Abruzzo le popolazioni Marse si trovarono divise in: rivoluzionari (favorevoli all’unita d’Italia e ai piemontesi) e reazionari (favorevoli ai Borboni e a Francesco Il ). þ I rivoluzionari erano la minoranza del popolo, i più, per le ragioni su dette, erano reazionari, i quali armati di spontaneo patriottismo, che in seguito prese il nome di ”Brigantaggio”, ostacolarono in tutti i modi L’unita d’Italia. Le reazioni nella Marsica crescevano, come in tutto L’aquilano, limitrofo dello Stato Pontificio, dove si radunavano ex borbonici e formavano bande in nome della fede ed inneggiavano e combattevano contro la rivoluzione. Sommosse si verificarono in S. Vincenzo e S. Giovanni nella Valle Roveto, Civitella Roveto, Luco dei Marsi, Tagliacozzo, Petrella, Cappadocia, Villa S. Sebastiano, Avezzano, Celano, Scurcola, Trasacco, Collarmele, Pescina e il Carsolano.

Negli anni intorno al 1860 il brigantaggio si divide in due tronconi: il primo quello delle sommosse organizzate a scopo politico che costituiscono le vere reazioni; il secondo, quello che aveva per unico scopo il furto e la rapina, la restaurazione della caduta dinastia. Il secondo troncone fu il vero brigantaggio e di questo andremo a parlare più approfonditamente nei fatti avvenuti nella Marsica. Amorosi Biagio di Castelluccio (Lecce dei Marsi) della banda Chiavone, fucilato in Pescina il 25 Maggio 1862 dal capitano Boetti comandante della L’Compagnia Bersaglieri del 35’ battaglione distaccata a Pescina. Beccia Giuseppe, dopo una lunga fuga dal carcere, fu catturato nuovamente nella Marsica dopo aver saccheggiato alcune case coloniche. Borjes Dom Jose della Catalogna (Spagna), venuto in Italia come patriota combattendo per la restaurazione del regime borbonico.

Si aggrego prima e divenne poi capo di una grossa banda di briganti che spadroneggio in tutte le province del meridione d’Italia, ivi compresa la Marsica. Mentre la banda si accingeva a raggiungere lo Stato Pontificio, e da Paterno andava verso Scurcola Marsicana, la mattina dell’8 dicembre 1861, il maggiore Franchini con il L’ battaglione Bersaglieri di stazza a Tagliacozzo, sopraggiunse ed accese una violenta battaglia con la banda Borjes, molti briganti perirono nello scontro (forse 4), il generale Borjes fu colpito a morte proprio dal maggiore Franchini, gli altri vennero catturati e tradotti in Tagliacozzo dove furono fucilati in piazza. Essi erano: Cambre Gaetano di Valencia (Spagna), Desurienter Giuseppe di Silbao (Spagna), Moschy Nicolao della Catalogna (Spagna), Jorus Francesco della Catalogna, Chieraldi Michele di Valencia, Marginet Pasquale della Catalogna, Doney Francesco di Valencia, Casenos Laureano di Castiglia (Spagna), Martines Pietro di Aragona (Spagna), Pacaso Francesco di Avigliano (Potenza), Biego Leonardo della Basilicata, Gallecchia Mario (Italia), Molino Bono Luigi di Trivigno (Potenza), Tamu Michele, Molise (Campobasso), Pesetti Michele di Barile (Potenza), Sallines Pasquale di Siracusa, Capoano Michele-calabrese. Brandoli Raffaele, figlio di Francesco di Cento (Bologna), fucilato in Civitella Roveto il 6 aprile 1862 dal maggiore Reverberi del 44’ fanteria (banda Chiavone). Alonzi Luigi detto Chiavone, il più noto dei capibriganti, originario del Sorano, briganteggio nella Valle Roveto.

Amava vestire in modo teatrale e appellarsi con il titolo di Generale delle Armate di Francesco Il’. Compì numerose rapine ed angherie, non vi e notizia certa sulla sua fine. Cajone Domenico di S. Demetrio nei Vestini (AQ) ex bersagliere, aderi alla banda Mancini, fucilato in Luco dei Marsi il 6 Aprile 1862 dal luogotenente Pietro Morandi del 44 fanteria. Cappone Felice detto ”il figlio del Gallo” di Civita D’Antino, aderi alle bande Lagrange, Chiavone e Mancini, fucilato in Civitella Roveto il 23 Settembre 1862 dal maggiore De Vecchi del 35’ battaglione 8ersaglieri. Carucci Sante di Cori (Latina) fucilato il 29 Aprile 1862 in Casali di Lecce nei Marsi dalle guardie nazionali di Lecce e Caste lluccio. Ciavarella Luigi di Scurcola Marsicana, aderi alla banda Mancini, fucilato in Luco dei Marsi il 6 Aprile 1862 dal luogotenente Pietro Morandi del 44’ Fanteria. Coja Domenico detto Centrillo di Cardito (non e precisato se frazione di Pescina, Napoli o Frosinone). Capobanda molto noto, fu soldato borbonico.

Piccolo e snello, svelto, bruno con pizzo e baffi neri. Fu un ladro di buona levatura, ma non un assassino. Fu arrestato a Roma in una osteria frequentata dai briganti marsicani e non. Di lui si persero le tracce. Il soprannome di Centrillo e ancora usato nella zona marsicana (Pescina), ”sc’ntrijj”, quindi Cardito potrebbe essere il nostro Cardito, frazione di Pescina. Cesta Don Antonio sacerdote di Collelongo, fece parte della banda di Vincenzo Matteo, fu consigliere e aiutante del capobanda Chiavone nel suo assalto a Collelongo. Fu animatore di reazioni e disordini, quando si senti scoperto si rifugio in meditazione presso il convento dei Cappuccini di Luco dei Marsi, scoperto fu arrestato ed imprigionato. Anche altri preti e prelati furono accusati di reati di brignataggio: il Cappuccino De Filippi di Collelongo, Don Corretti Arciprete di Tagliacozzo, il frate Bonaventura di Balsorano, il parroco di Civitella Roveto, Don Giuseppe Bernardo di Cisterna e numerosi altri.

De Luca Gaetano detto Gagliardello, fucilato il 28 luglio 1861 in Tagliacozzo dal maggiore Franchini del primo battaglione Beraglieri, quale spia dei briganti. Di Tommaso Ercol’Antonio, presso Marano, si approrprio di circa 30 maiali di proprieta del presidente Domenico Luce di S. Aeatolia, li rinchiuse nella sua porcilaia e punto il fucile contro il Domenico Luce dic6ndo di aver ”catturato” i maiali mentre pascolavano sui suoi terreni; ed al processo ribad’i ”tutto quello che trovo sul mio terreno e mio”. Cos’i fu assolto. Ferri Domenico di Selva (Sora) componente della banda Chiavone, fucilato il 2 gennaio 1862 in Sora, dal Colonnello Lopez del 44’ Fanteria. Franceschini Luigi, fucilato il 6 agosto 1861 in Avezzano dal maggiore Besozzi.

Giorgi Giacomo di Tagliacozzo, di ricca famiglia, fu diretto agli studi di avvocatura, ma non esercito mai la professione. Studio anche diritto insieme al fratello Domenico, presso L’Aquila. Le sue molteplici controversie politiche o pseudo politiche lo portarono a capeggiare una delle bande più agguerrite, a compiere saccheggi, rapine, estorsioni di ferocia e crudeltà inaudita. Trasferitosi in Civitella Roveto sposo Maddalena, figlia di una ricca famiglia del posto. Pupillo del Colonnello-brigante, il borbonico Lagrange, fece una notevole escalation sia politica che in campo brigantesco. Fu catturato e condannato dal tribunale dall’Aquila a 20 anni di lavori forzati, mori nel 1877 nel carcere dell’isola d’Elba. Giustini Antonio, fucilato il 30 agosto 1861 in Carsoli dal maggiore Besozzi. Lolli Stefano, componente della banda Giorgi, fucilato il 24 luglio 1861 in Avezzano dal maggiore Besozzi. Maccarone Antonio opero per molti anni nelle zone vicino a Secinaro, sua particolarita era L’odio per i baffi alla piemontese, (all’epoca erano portati dai liberali) infatti nelle sue rapine ed incursioni per prima cosa strappava i baffi alle vittime.

Il destino volle che quando fu catturato gli furono strappati baffi e barba, pelo per pelo prima di essere fucilato il 19 aprile 1862 in Sessa Aurunca (Caserta) dalla guardia nazionale del paese. Per molti anni ancora dopo la sua morte, nelle zone da lui frequentate, echeggiava il suo nome, ed ai possessori di baffi veniva detto in scherzo: ”Attento arriva Maccarone”. Marrelli Ermenegildo di Pietrasecca (AQ) si rese protagonista di un episodio di brigantaggio per amore. Un giorno mentre una donna, Mariantonia Di Giovanbattista, tornava in paese con una fascina di legna, il Marrelli suo spasimante tento di amoreggiare con lei, ed al suo rifiuto la butto in terra, la picchio e sparo un colpo di fucile. Alle grida di aiuto accorsero i parenti della donna, ma il Marrelli ormai accecato dall’ira malmeno anche loro. Monacelli Angelo di Luco dei Marsi, componente della banda Chiavone, fucilato in Pescina il 25 maggio 1862 dal capitano Boetti, comandante della prima compagnia bersaglieri del 35’ Battaglione distaccata a Pescina. Mostacci Vincenzo fucilato in Coilarmele dal cap. Boetti com. L’ Cp Bersaglieri del 35’ Batt. distaccato a Pescina. Padulli Giuseppe di Napoli componente della banda Mancini, ex artigliere disertore, fucilato in Civitella Roveto il 6 aprile 1862 dal maggiore Reverberi del 44’ fanteria.

Palma Giovanni di Luco dei Marsi, era un tipo un po burlone che amava vestire come i briganti, con un abito lungo color viola ed un bastone in mano. Un giorno aggredì il figlio di Mariarosa Di Giamberardino colpendolo con il bastone; il ragazzotto giovane e scattante, per difendersi malmeno il Palma, cosi fu arrestato ed associato al carcere di Avezzano. Mariarosa non si dava pace, L’aggressore in liberta e L’aggredito (suo figlio) in carcere; il Palma durante un alterco le disse: ”Ma ti pare che io possa essere un brigante pericoloso per la legge, io vado in giro senza armi e porto con me solo un semplice bastone di legno”. Il successivo processo fini nel nulla. Pastore Lucca, De Blasis Camillo, De Rocca Rocco, Silvestri Antonio componenti della banda Pastore, fucilati in Castellafiume il 6 novembre 1862 dal comandante del distaccamento del 35’ battaglione bersaglieri.

Pareta Pasquale componente della banda Mancini, fucilato in Luco dei Marsi il 6 aprile 1862 dal luogotenente Pietro Morandi del 44’ fanteria. Piccirillo Luigi di S. Giovanni Valle Roveto, fucilato il 28 aprile 1862 in Pastena (Fr) dal Capitano Molina del 32” batt. bers. Pietrasecca componente della banda Gerolami, fucilato il 10 agosto 1861 in Pereto dal maggiore Besozzi. Pozzi Cassiano di Magliano dei Marsi, di ottima famiglia, con alcuni compagni parti a piedi in pellegrinaggio per il santuario di S. Domenico in Cocullo, giunti in localita ”femmina morta” presso il valico di Forca Caruso fecero sosta per rifocillarsi. In quel mentre transitavano alcuni mercanti di Antrosano diretti a Pescara a caricare il sale per conto del paese di Civita d’Antino, il gruppo di giovani maglianesi decise di impadronirsi dei cavalli dei mercanti per accelerare la marcia verso Cocullo. Ovviamente si accese una disputa, il Pozzi ed i suoi amici con bastoni per armi riuscirono a suon di botte ad impadronirsi dei cavalli. Ricciardi Aurelio di Torre di Taglio, fucilato con altri sei compagni in Oricola, il 2 novembre 1862 dal capitano Bastrocchi del 30 battagIlone bersagliere.

Rocco Luigi di Montecchia (Avellino), ex soldato Borbonico e disertore del 53° fanteria della banda Mancini, fucilato in Capistreilo il 27 aprile 1862 dal maggiore Marsuzzi del 44” fanteria. Serchia Belisario di Celano, detto Micosan1e, componente della banda Mancini, fucilato il 15 maggio 1862 in Avezzano dal maggiore Marsuzzi del 44’ fanteria. -Sinagoga Andrea di Picinisco (FR), componente della banda Mancini, fucilato in Luco dei Marsi il 6 aprile 1862 dal luogotenente Pietro Morandi del 44’fanteria. Spacconi Domenico di Pietrasecca (AQ) e Coletti An1onio di Cappadocia, fucilati il 20 agosto 1861 in Cappadocia dal luogotenente Staderini del I” battaglione bersaglieri. Trajaco Francesco di Balsorano, componente della banda Chiavone, fucilato il 20 giugno 1862 dal Capitano Fesch del 35” bersaglieri. Verrecchia Antonio e Polella Nicola componenti della banda Maccarone, fucilati il 20 giugno 1862 dal capitano De Notter del 43’ fanteria in Cardito (non precisato se frazione di Pescina, Napoli o Frosinone). Viola Berardo di Taglieti nato il 24 novembre 1838 a Vallesecca al confine tra la Marsica e il Cicolano, dal padre Angelo guardia comunale e dalla madre Marianna Rossetti filatrice.

Arruolatosi giovanissimo fra le guardie nazionali, mentre veniva effettuata una azione di repressione a Fiamignano, dove il papolo si ribellava per la fame e le ingiustizie, diserto e passo con i rivoltosi. Divenuto cosi brigante compi numerose azioni nella Marsica, nelle sue scorribande e ruberie amava firmarsi con un fiore ”La viola” e un santino con L’effige di ”S. Berardo”, Viola Berardo (per altre notizie su Viola consultare L’articolo di Diocleziano Giardini sul n” I-2 Gen-Feb 1990 di Radar Abruzzo, Avezzano). Zugaro Antonio figlio di Raffaele, di Palermo, componente della banda Mancini, fucilato in Civitella Roveto il 6 aprile 1862 dal maggiore Reverberi del 44’ F fanteria. Molti altri briganti agirono nella Marsica e nelle zone limitrofe compiendo imprese minori: Cozzolina Antonio detto Pilone, Carmine Maria Donatelli detto Crocco, Micarelli Achille, Saladim, Cento Alessandro, Spremardirvio, Frico Domenico, Spera Giovanni, Salemi Nicola, Pasca Antonio, Pizzoni Ferdinando, Mazzero Giuseppe, Cetrone Francesco da S. Donato, Luvara, Monti Giovanni di Luco dei Marsi.

In una di queste il 16 dicembre 1861, un’orda di briganti assali Luco dei Marsi, il sindaco Placidi e il sottotenente Alfidi della guardia nazionale, cercarono aiuto nella truppa e la diressero nel luogo dell’attacco e dispersero i briganti salvando il paese. Per capire la situazione di vita in quegli anni, basta leggere un manifesto pubblico del 26 novembre 1866 della prefettura delL’Abruzzo Ulteriore IL’, in cui il reggente G. Coffaro rivolgendosi agli aquilani fa il punto sulla lotta al brigantaggio nel trimestre che va dal 25 di agosto al 26 di novembre 1866. Briganti uccisi: Piccione Federico, De Federici Berardino, Briganti arrestati: Susi Panfilo, De Santis Pasquale, Frattaroli Antonio, Del Signore Saverio, Caraccio Francesco, Angelini Giovanni, Mastrogiacomo Antonio, Petruccetti Giovanni, Di Giambattista Vincenzo, Paolini Bonaventura, Lucci Berardino, Ruggieri Luigi. Briganti costituitisi: Orfei Domenicantonio capobanda, Angelini Oreste, Benedetti Vincenzo, Fattore Francesco, Martinelli Francesco, Colasanti Gennaro, Porelli Antonio, Mariani Mariano, Conti Angelo Antonio, Milanesi Felice, Berarducci Pasquale.

Briganti sottoprocesso: Bucci Ermenegildo, Bosco Antonio, Pietrantonio Filippo, D’Amico Cesidio, Viola Berardino, Micarelli Achille, Fellucco Leonardo, Ramicone Flavio, Jacobucci Francesco, Macchioni Luigi, Lazzaro Domenico Serafino, Angelini Giuseppe Antonio. Briganti ricercati con taglia vivi o morti: Colajuta Giovanni fu Cristoforo premio di lire 2500 Gallotti Vincenzo fu Domenicantonio premio di lire 1500 Spera Trapasso di Domenico premio di lire1500 Giorgiantonio Amedeo fu Carlo premio di lire 1500 Angelini Carmine fu Silvestro premio di lire1500 Valerio Domenico detto Cannone o Cagnotto da Casoli premio di lire1000 Fuoco Domenico di Antonio di S. Pietro in Fiore premio di lire 1000 Cetrone Francesco da S. Donato premio di lire 1000 Stilo Domenico premio di lire1000 Primiano Marcucci premio di lire 4250 In un algolo del manifesto si legge anche uno specchietto riassuntivo: I disertori arrestati sono n’ 32 I disertori costituitisi 78 I renitenti arrestati 67 I renitenti presentatisi 138 TOTALE N” 315.

A conclusione del manifesto il reggente G. Coffaro scrive tra L’altro: ”...... Oggi consci della vostra grandezza, di essere nobile parte della famiglia italiana, respingete fieramente codesta malnata gente. Su i vostri liberi monti, e nelle amene vallate ritornerà, con la pace, il benessere e la floridezza delle vostre campagne ed industrie......”. Concludiamo questo lavoro su alcuni dei molteplici fatti di ”brigantaggio” avvenuti nelle nostre zone, con le attualissime parole del Coffaro (anche oggi L’Abruzzo e attaccato da ”Malnata genia”) sperando di vincere oggi come allora il brigantaggio.
IL FENOMENO DELL'EMIGRAZIONE
( la vita dei paesani a Cleveland )
CLEVELAND, maggio 1990 E’ difficile immaginare cosa abbiano provato dopo un mese di navigazione sull’Atlantico e dopo il primo, ruvido impatto con il nuovo mondo ad Ellis Island gli italiani che arrivarono sulle sponde del lago Erie nella seconda meta dell’800. Il lago si estende a perdita d’occhio e sembra decisamente più un mare che un lago. Non per niente gli abitanti di Cleveland parlano di ”North Coast”, costa settentrionale, in riferimento alla parte settentrionale dello stato dell’Ohio. Sicuramente lo scenario che si trovarono di fronte i 35 italiani che il censimento del 1870 annovera e completamente diverso da quello visibile oggi.

Quando i Bersaglieri entrano a Roma ponendo fine ad una attesa durata 9 anni, Cleveland è una città in piena, tumultuosa espansione. I ”paesani” trovano impiego nella costruzione di acquedotti, ponti, ferrovie, strade, infrastrutture di cui la città ha urgente bisogno. Il vocabolo che meglio si addice loro 0 proprio questo: paesani. I 35 che formano I’embrione della comunità italiana di Cleveland nel 1870 e le migliaia che seguiranno non hanno alcun senso di identità nazionale. Essi sentono di appartenere prima di tutto at villaggio di provenienza, poi all’area in cui esso si trova, quindi alla regione e solo alla fine e soprattutto nei rapporti con la popolazione locale si sentono ”italiani”. E cosi quando il nuovo stato Italiano o meglio piemontese affida i meno abbienti alle cure di Quintino Sella la comunità si infoltisce a vista d’occhio: i 35 italiani presenti a Cleveland nell’anno della breccia di Porta Pia diventano 13.570 nel 1915. I paesani introducono prodotti ”esotici” in quest’angolo d’America: olio d’oliva, limoni, fichi, banane, alici, aglio.

Nascono cosi ben sei quartieri italiani tra cui Big Italy e Little Italy. I paesani rappresentano I’80% dei barbieri e il 70% dei cuochi della città. Essi si riuniscono presso le chiese del Santo Rosario, fondata nel 1892, quella di S. Anthony, fondata nel 1904, o in quella di San Rocco (1922), esprimono la loro solidarietà sociale mediante società di mutuo soccorso. Queste società vengono fondate all’inizio in base ai villaggi di provenienza per poi confluire nei ”Sons of Italy”, organizzata su scala nazionale. Sons of Italy e presente a Cleveland dal 1913. Tra le altre attività da esse svolte c’era quella relativa al pagamento dei funerali in caso di decesso ,del socio, la famiglia del quale riceveva anche un assegno di 400 dollari.

Negli anni che precedono la prima guerra mondiale e di fondamentale importanza il ruolo svolto dal giornale della comunità, ”La voce del Popolo Italiano”. Nel 1915 il giornale arriva a vendere 15.000 copie nella sola area di Cleveland, mentre la tiratura supera le 30.000. II giornale, fondato da Olivo Melaragno nel 1903, spalleggia i Repubblicani, si oppone al Proibizionismo ed e soprattutto anti-comunista. Melaragno assume posizioni filo-fasciste che gli varranno il titolo di ”Cavaliere della Corona”.Solo dopo l’intervento america-, no nel secondo conflitto mondiale ”La Voce del Popolo Italiano” diventa antifascista, ma con una tiratura ridotta al di sotto delle 2000 copie scompare di scena nel1944.

Gli anni più oscuri per i Paesani sono i ruggenti anni ’20, gli anni in cui lo Zio Sam tenta di sradicare I’uso di bevande alcoliche. Durante il proibizionismo gli Italiani sono il gruppo etnico più preso di mira. Al Capone spadroneggia nella vicina Chicago quando la polizia di Cleveland arriva ad istituire posti di blocco permanenti all’entrata di Little italy. II crollo di Borsa del 1929, la Grande Depressione ed il ”New Deal” di Roosvelt arrivano in un momento in cui la comunità rinsalda i rapporti con la madrepatria. Nel 1935 I’ambasciatore italiano negli USA, Augusto Rosso, visita Little Italy ed inaugura i nuovi uffici di Sons of Italy. Quando il 3 ottobre 1935 Mussolini ordina I’invasione delI’Etiopia, la risposta della comunità è entusiasta: in soli 10 mesi gli italiani di Cleveland donano 12404 dollari e più di mille fedi nuziali. Un anno più tardi sono ben 4000 i paesani che festeggiano la nascita dell’”Impero”. La seconda guerra mondiale rappresenta un punto di svolta. Non sono poche le famiglie che vedono propri componenti combattere su fronti contrapposti.

I nostri paesani, combattendo nell’esercito americano, vengono esposti a contatto con non-italiani. Questo spiega la maturazione etnica della comunità: nel dopoguerra i paesani sono ormai diventati Americani di origini italiane. Gli anni del Piano Marshall e della Repubblica di De Gasperi vedono i due principali quartieri italiani di Cleveland in lento, inesorabile declino. Il boom economico degli anni ’60 interrompe il flusso dei nuovi arrivi: i 19.317 italiani nati in Italia presenti a Cleveland nel 1960 diventano 11820 nel 1980. Big Italy scompare definitivamente alla fine degli anni ’60, mentre Little ltaly si sfarina giorno dopo giorno. L’italianità dell’ultimo quartiere abitato dai Paesani diventa ogni giorno più simbolica che reale, nonostante la presenza di bar, ristoranti, negozi ”italiani”. L’evento più importante e quello della processione dell’Assunta, il 15 agosto. Little Italy ha ancora un organo ufficiale, pubblicato mensilmente: ”Chiacchieroni”. il giornale, composto da quattro paginette, e interamente scritto in inglese, pubblicizza tornei di bocce e serate di gala, rappresenta un mondo che sta ormai per scomparire nel ”melting pot”, il crogiolo di popoli che fornisce la materia prima per i 50stati dell’Unione.
TORRI BORGHI E CASTELLI MEDIEVALI NELLA MARSICA

Strutture fortificate ed incastellamento in area marsicana tra X e XII secolo”
La Marsica costituisce un’area privilegiata e per molti aspetti ancora del tutto sconosciuta per analizzare uno dei fenomeni più caratterizzanti dei secoli finali dell’altomedioevo, quello dell’incastellamento. Le caratteristiche morfologiche, le vicende storiche ed il consistente patrimonio di strutture fortificate conservate in elevato consentono un’indagine capillare su un contesto omogeneo e definito, posto in una zona cardine per i collegamenti dell’Italia centrale ed in corrispondenza della importante frontiera tra il ducato di Spoleto prima e il regno normanno dopo ed i territori papali e i principati longobardi dell’Italia meridionale. La ricerca ha avuto come limiti territoriali i confini della diocesi marsicana, cosi come sono delineati nelle bolle pontificie del XII secolo, la prima del 1114-1115 di Pasquale II (PL CLXIII, coll. 338340), la seconda del 1188 di Clemente III (DI PIETRO 1869, pp. 311-320); comprendendo pero anche la Valle Roveto che per ragioni non solo morfologiche, ma soprattutto storiche, va considerata parte integrante della regione (PICCIONI 1999, pp. 5-10).

Per quanto riguarda le fonti documentarie sono state utilizzate principalmente quelle anteriori al XII secolo, in quanto contemporanee all’inizio del processo di fortificazione del territorio, si tratta pertanto principalmente di documentazione di matrice monastica che rappresenta pero per la regione in esame l’unica fonte per quanto attiene i secoli finali dell’altomedioevo. Essa e costituita principalmente dai cartulari delle grandi abbazie dell’Italia centro-meridionale Farfa, Montecassino, Subiaco, S. Vincenzo al Volturno e S. Clemente a Casauria (RF, LL, ChF, ChCass, RS, ChS, ChV, ChCasaur). Lo studio condotto ha permesso di raggiungere alcuni significativi risultati per quanto attiene la genesi e lo sviluppo delle strutture fortificate medievali, le caratteristiche strutturali e costruttive degli impianti, il ruolo avuto dai castelli nelle trasformazioni dell’assetto territoriale della regione dall’antichita al medioevo. L’identita storica e territoriale della Marsica. legata alla popolazione italica dei Marsi, messa in ombra dal processo di romanizzazione che investe il suo territorio dal IV secolo a.C. e ne caratterizza l’assetto fino alla tardantichith, ha avuto uno dei suoi momenti di maggiore espressione ed affermazione a partire dal VI secolo, quando la Marsica diviene prima gastaldato longobardo nell’ambito del ducato di Spoleto, successivamente (X sec.) contea legata ad una famiglia comitale di origine transalpina, che una volta insediatasi nel territorio ne prese anche il nome, quella dei comites Marsorum (SENNIS 1994, pp. 13-22).

E’ proprio nell’ambito di questo quadro storico che maturano e si realizzano le premesse del processo di incastellamento, con l’inserimento dei castelli nel sistema insediativo preesistente ereditato dalla tardantichita. Per quanto riguarda i tempi e i modi di realizzazione degli impianti fortificati l’analisi delle fonti documentarie e dei dati archeologici disponibili permettono di far risalire le prime menzioni relative all’esistenza di strutture fortificate nella Marsica al X secolo. ma e solo dalla seconda meta dell’XI che le attestazioni divengono più numerose. Per più di un terzo di esse e possibile cogliere un legame con l’operato del potere laico rappresentato nella Marsica tra X ed XI secolo dai conti o da esponenti della famiglia comitale dei Marsi. Questo gruppo familiare di origine transalpina, probabilmente proveniente dal regno borgognone, giunse in Italia al seguito del re Ugo di Provenza nella prima meta del X secolo e si inserì nelle questioni politiche e patrimoniali del centro Italia, disponendo di ingenti beni terrieri in aree limitrofe a quella marsicana (SENNIS 1994, pp. 25-34). In quel momento la Marsica era controllata e dipendeva quasi interamente dai grandi monasteri dell’Italia centro-meridionale (Farfa, Montecassino, Subiaco, S. Vincenzo al Volturno, Casauria) (SALADINO in questi stessi atti).

I conti tesero allora ad inserirsi in questo sistema di potere, imponendo il loro controllo sul territorio per mezzo di tre operazioni: l’acquisizione di terre, mediante contratti a livello con i principali monasteri, la creazione di monasteri privati, a cui affidare la gestione dei beni fondiari, il controllo della sede episcopale (SENNIS, 1994, pp.39-40). A queste l’analisi dei documenti e la ricerca topografica ed archeologica permettono di affiancare, forse in un momento di poco successivo alla meta del X secolo, anche la creazione delle strutture fortificate o almeno di alcune di esse. Si e infatti constata una precisa relazione tra beni monastici concessi a livello ai conti e successiva realizzazione degli impianti fortificati nei siti oggetto di concessione. Esemplificativo a riguardo e il caso del monastero di S, Maria di Luco, fondato dalla contessa Doda, moglie di Berardo I, primo conte dei Marsi, donato a Montecassino e successivamente nella seconda meta del X secolo concesso a livello al conte Rainaldo II. Il documento che riferisce del contratto riporta i possedimenti del monastero cassinese in diciasette località, di queste undici risultano da documenti successivi fortificate.

Si sarebbe pertanto attuato tra la meta del X e l’XI secolo un processo di fortificazione del territorio, promosso essenzialmente dai conti e realizzato sulla base del sistema insediativo esistente, del quale si mantiene integralmente il tessuto. Le stesse fonti testimoniano, infatti, il perdurare di forme di insediamento diverse da quelle fortificate legate da un lato alla maglia insediativa ereditata dalla tardantichità, dall’altra alla capillare rete dei centri monastici. Lo sviluppo dei castelli sotto la spinta del potere laico dei conti ne determina il carattere essenzialmente politico e strategico-militare, volto al controllo del territorio e all’affermazione della presenza del potere laico su di esso. Questo carattere si rispecchia nella localizzazione di questi impianti che privilegia i luoghi strategicamente rilevanti, in prossimità degli assi viari e delle zone di confine, in particolare verso Roma e i principati longobardi dell’Italia meridionale, e le relazioni con i patrimoni fondiari dei conti.

Tali funzioni di controllo si coniugano in molti casi con funzioni residenziali assolte sia nei confronti di una popolazione civile stabile, sia degli stessi conti. Per quanto riguarda questi ultimi le fonti permettono di identificare alcuni castelli con funzione di residenza signorile (Trasacco, Carsoli, Auretino, Oricola, Civita/Carseoli, S.Donato, Balsorano). Le vicende interne alla famiglia comitale, che in particolare a partire dalla prima metà dell’XI secolo tendono a frammentare il controllo sul territorio attraverso la creazione di ambiti territoriali dipendenti dai vari rami della famiglia (Carseolano, Valle Roveto, settore nord-orientale e sudoccidentale del bacino fucense), determinarono con ogni probabilità la mancanza di un centro del potere unico e formalmente prioritario e la conseguente proliferazione dei castelli, legati alla residenza comitale e alla gestione del potere.

I siti noti dalle fonti come residenza comitale sono tutti menzionati dalle fonti come castra e si collocano in luoghi dalla evidente caratterizzazione strategica, oppure in zone in cui e massiccia la presenza di beni immobili legati alla famiglia comitale, in modo tale da costituire delle centralita geografiche nell’ambito della aree in cui sono inseriti . A partire dal X e fino alla fine dell’XI secolo, attraverso le fonti si coglie la progressiva espansione delle strutture fortificate a partire dal bacino fucense, per il quale si hanno le attestazioni più antiche (Civitas Marsicana, attuale S. Bendetto dei Marsi, Trasacco), verso il resto della regione con una significativa concentrazione lungo i principali assi viari . La distribuzione dei centri fortificati non sembra essere, almeno inizialmente, finalizzata ad un controllo sistematico del territorio, bensì la documentazione restituisce una situazione a ”macchia di leopardo” che solo per piccole aree e a partire non prima della meta dell’XI secolo si organizza in sistema, probabilmente in relazione con la formazione delle aree di pertinenza dei singoli conti.

Tale processo trova un chiaro riscontro nella rete dei traguardi ottici fra i castelli, grazie ai quali la funzione difensiva e di controllo dei singoli impianti si estende. correlandosi a quella degli altri siti, ad un territorio più vasto. Un tale sistema di avvistamento e controllo del territorio si può riscontrare con particolare evidenza nella seconda meta dell’XI secolo nella Valle Roveto e nella piana di Carsoli, due aree che significativamente sono attraversate dalle principali vie di accesso alla regione, la prima dalla strada che collegava Alba Fucens con Sora, la seconda dalla via Tiburtina Valeria. L’inserimento dei castelli nell’assetto territoriale esistente avviene essenzialmente tenendo conto soprattutto della rete viaria. La stretta relazione che emerge tra fortificazioni e viabilità permette in primo luogo di verificare ancora nel X e nell’XI secolo la piena efficienza della rete stradale romana (QUILICI, 1983, p. 410). Ad essa si affianca una capillare rete di collegamenti a carattere locale, ma anche sovraregionale gia attiva in epoca romana, ma molto probabilmente erede della fitta maglia insediativa protostorica.

In pieno accordo con la morfologia del territorio i castelli si collocano in prevalenza sui versanti montani dei quali privilegiano gli speroni aggettanti o i piccoli rilievi che si staccano dai versanti principali come nei casi di Marano, Civita d’Antino, Balsorano, Tremonti, Venere. Questa posizione consentiva un buon controllo delle valli e delle pianure senza ricorrere ad altitudini troppo elevate ed un facile collegamento con le zone coltivate e con la rete stradale poste alle quote inferiori. Quasi altrettanto numerose sono le fortificazioni collocate lungo le dorsali montane principali o secondarie che attraversano da nord-ovest a sud-est la regione. Di questi sistemi montani sfruttano i picchi isolati o i crinali da cui si può avere una visone globale del territorio circostante ed il controllo di due versanti montani (Castello della Ceria, Girifalco, S. Donato, Luppa, Carce, Camerata). Questa condizione si associa in alcuni casi con la funzione di controllo su valichi attraversati da strade (Pietracquaria, Girifalco, Castello della Ceria).

MUSICA ED ICONOGRAFIA MUSICALE NELLA MARSICA

Da diversi anni, in Abruzzo, si assiste ad un rinnovato fervore musicale che, oltre ad aver portato alla nascita di nuove associazioni, ha visto anche l’istituzione di centri di ricerca, questi ultimi concentrati soprattutto lungo la costa e nel teramano. Per quanto riguarda l’Abruzzo interno e mi riferisco alla provincia dell’Aquila, la situazione relativa alla ricerca musicale non e molto rosea come nelle altre, e, tra le sub-regioni aquilane e certamente quella marsicana ad essere e completamente carente di studi specifici. (1).

Qualcosa in più e stato fatto nel campo della cosiddetta ”musica popolare” (2), ma
questo e un argomento che ’esula dagli intenti del presente contributo. L’intento del mio intervento e quello di illustrare la varietà delle strade che sono percorribili per iniziare a ricomporre dei tasselli del puzzle della ”musica colta” nella Marsica. Logicamente non limito il mi intervento ad una sola elencazion ’’di ambiti di ricerca, ma darò anche qualche informazione inedita. Gli studiosi di musica, ma anche semplici appassionati, sono a conoscenza che l’Exultet conservato presso l’Archivio Avezzano, e la più antica testimonianza musicale che si conserva in questa sub-regione, anche se non e stata prodotta nella nostra Regione, bensì nello scriptorium dell’Abbazia di Montecassino, per essere poi donata al Vescovo dei Marsi, Pandolfo (3).
L’Exultet, databile al 1059 circa, e una lunga pergamena arrotolata (per questo si chiama anche rotolo) inserita, per custodirla, un una confezione cilindrica di legno (4). Finora e studiato soprattutto da un punto di vista artistico perché e riccamente decorato, ma non e ancora stato oggetto di una indagine storico-musicale approfondita, in quanto ancora restano senza risposta alcune domande: qual e stato il suo percorso all’interno della sub-regione, come e pervenuto ad Avezzano, quando, da chi e perché vi e stato portato.
A tale proposito, anche se non fa molta luce sugli interrogativi sopra proposti, nel 1958 padre Aniceto Chiappini aAermava che il rotolo dell’Exultet fu portato ad Avezzano da Celano, da mons. Giovanni de Medicis nel 1932 (5). Lo scrivente, pero, non ritiene esatto l’anno citato dal Chiappini altrimenti non si spiegherebbe come, in quello precedente, Grazia Salvoni Savorini scriveva che ”quasi certamente proviene dalla Badia di Montecassino il rotulo dell’Exultet conservato nella Curia Arcivescovile di Avezzano, che fu eseguito per i1 Vescovo Pandolfo nel 1057. Le lettere vi sono miniate calligraficamente con senso decorativo raf5nato, proprio della migliore arte cassinese (6) .

Non e da sottovalutare la notizia di D. M. Inguanez che nel 1931, ricordava un inventario del 1372, appartenente alla prepositura cassinese di S. Maria di Luco, nel quale era citato anche un ”rotolo dell’Exultet con miniature (carta benedE’ctionis cerei isturiata) (7) . Allo stato attuale della ricerca non e ancora possibile sapere se i due rotoli, -quello di Luco e quello di Avezzano, sono la stessa pergamena, in comune hanno soltanto l’Abbazia di Montecassino.
Nello stesso archivio avezzanese si conservano anche dei &ammenti di pergamena contenenti esempi di notazione musicale neumatica e quadrata, tutti provenienti dall’archivio della Collegiata di S. Cesidio di Trasacco (8).
Poco conosciuti invece, sono altri Frammenti di musica sacra, risalenti al XIIIXVIII secolo conservati nell’Archivio di Stato di L’Aquila. Questi frammenti, da qualche mano ignota, furono recisi dai volumi originari per essere usati come copertine dei registri notarili del XVII-XVIII secolo (9) (si tratta di frammenti di antifonari, graduali kyrie, innari); un altro Frammento e conservato presso l’Archivio diocesano in Avezzano (10) .

Riconducibile alla seconda metà del XIII secolo (1255-1297), e un Messale conservato nel convento di San Francesco a Tagliacozzo, simile a quello della cattedrale di Sulmona, dove ”nella parte cantabile le note gregoriane, quadrate e a rombo, sono apposte su quattro righe (11). Nello stesso convento si conservava un Diurno, oggi scomparso, ma non sono riuscito a verificare una eventuale presenza di parti musicali che a mio avviso dovevano pur esserci (12). Dall’archivio parrocchiale di Rocca di Botte, proviene un libro, ora ridotto a soltanto sette carte in pergamena, ma una volta molto più consistente, come si ricava dal bordo conservato in gran parte integro, contenente un Kyrie e un Frammento di Gloria databili agli inizi del Quattrocento (13).

Passiamo a trattare del corpus degli antifonari che si conservano nella Marsica (14) . Certamente, quello più famoso, anche perché oggetto di schedature e di studi di carattere miniaturistico, e I’Explicit Antiphonarium diurum che proviene dall’Archivio della Collegiata di S. Cesidio di Trasacco (meta del sec. XV), che per impronta stilistica e molto vicino ai miniatori di corali operanti nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Guardiagrele (15).Sull’altra sponda del Lago Fucino, a Cerchio, nel Museo Civico sono conservati altri tre libri del genere, due in pergamena ed uno a stampa. I due in pergamena sono abbastanza corposi, uno consta di 96 carte con diverse miniature, l’altro ha 190 carte e contiene annotazioni su alcuni terremoti che hanno colpito la Marsica delle quali la più antica e della prima meta del XV secolo (le altre ricordano i terremoti del 1648 e de1 1683, nonché la glaciazione del Lago del Fucino avvenuta nel 1703) (16) .
L’Antifonario a stampa, riporta anch’esso delle annotazioni coeve: il ricordo del terremoto del 1633 e del furto perpetrato ai danni della chiesa della Madonna. delle Grazie 11 luglio del 1836).

Conteneva 64 miniature in bianco e nero, ma ne restano soltanto 17: ”Antiphonarium Romanorum/integrum completum: continuens omnia que comuniter/cantatur in ecclesia: feliciter explicit/Anno Salutis 1548. Venetiis/in Edit Petri Liechtestein/coloniensis Germani/sum/ma cum diligentia impres/sum in hunc compen/diosum Ordinem non sine labore re/dactum a Joanne/eiusdem Petri/filio/studiosissime/In OfficEa Ad Agnus Deil”. Come si legge, e opera di un importante tipografo veneziano, Petrus Liechtenstein, e non e citato tra le opere da lui stampate (17), pertanto meriterebbe uno studio più approfondito anche per appurare i motivi per il quale e giunto a Cerchio (18) . Anche a Celano sono conservati due Antifonari a stampa: di uno si conosce con certezza l’autore e la provenienza; ”Impressum per nobile virum Lucaa(n)toniu(m) de Giunta Florentinu(m): An(n)o Incarnationis dminice: M°CCCCIIJ° Decimo Kal. Septembris", contenente moltissime miniature; dell'altro, che non si conosce nulla (19).

Se fatta eccezione di altri frammenti in pergamena, contenenti musica, risalenti al XVI e al XVIII secolo, provenienti da Trasacco, Celano e Tagliacozzo (20) . Dal Cinquecento in poi non c'è nessuna altra testimonianza tangibile nella Marsica, o almeno fino a questo momento non sono ancora riuscito a rintracciarle. Nel 1563 ha termine il Concilio di Trento e i cambiamenti giurisdizionale- amministrativi che ne derivarono, investirono anche la Marsica. In questa sub-regione iniziarono con il vescovo Giambattista Milanese (1562-1577) e proseguirono con il suo successore Matteo Colli (1579-1596). Fu quest'ultimo vescovo, tra il 1566 e il 1567, ad istituire il Seminario diocesiano (nel 1580 avvenne anche il trasferimento della sede vescovile a Pescina grazie alla bolla di traslazione di papa Gregorio XIII del 1° gennaio) (21) dove sicuramente era insegnata anche la musica, come si ricava da un documento del 1735 (22).

Tra il 1607-1608, l'altro vescovo marsicano, Bartolomeo Peretti, quasi certamente tenne il suo Sinodo diocesiano dove, negli "Obblighi e Compiti del Clero", ci sono le "disposizioni contro i suoni e balli in chiesa, e specialmente contro l'uso di strumenti musicali non adeguati alla sacralità del tempio (23). E' una disposizione importante perché permette di leggere tra le righe una prassi musicale che non vedeva soltanto 1'uso dell'organo o della voce durante le funzioni religiose, ma anche di altri strumenti. E' opportuno ricordare, a questo proposito, come sul finire del Seicento, la confraternita del Suffraggio di Tagliacozzo, si era dotato di un contrabbasso (oppure arcileuto, oppure violone) da usare nella festa della Madonna nel mese di settembre. (24). Relativamente ai compositori, limitatamente al periodo che ho preso in considerazione, almeno due sono conosciuti dagli addetti ai lavori e probabilmente anche da molti altri studiosi, si tratta di Francesco Orso e Giuseppe Corsi, entrambi di Celano.
*) I presenti ”Appunti” sono una estrapolazione di temi tratta da un mio più ampio e approfondito studio sulla musica nella Marsica che sto portando avanti da diversi anni. Per ovvi motivi, in questa relazione, ho posto come limite temporale il XVIII secolo, e non sono entrato nello specifico degli argomenti trattati perché molti di loro, come riscontrabile nelle note, sono in fase di pubblicazione. Non tratterò la cosiddetta ”musica popolare” e neanche l’attività dei complessi bandistici e dei cori, ma soltanto la cosiddetta ”musica colta”. Approfitto per ringraziare il sig. Fiorenzo Mario Amiconi, organizzatore del Convegno e responsabile del Museo Civico di Cerchio, per l’invito rivoltomi ad illustrare questa relazione al Convegno ”1300-2000, il Terzo Millennio e il Grande Giubileo del 2000”, tenutosi a Cerchio nei giorni 22-23 agosto 1998.

1) Nel giugno del 1995, a Celano, e stato inaugurato il Centro Studi ”Giuseppe Corsi” ad opera dell’omonima Associazione Corale Polifonica; nella sua sede sono depositati i manoscritti delle composizioni del Corsi rinvenute nelle biblioteche del conservatorio di Bologna e dell’Accademia dei Lincei di Roma. Di questi manoscritti e stata allestita anche una mostra. Il Centro Studi, pero, fino ad oggi non ha ancora prodotto nessuna pubblicazione o altro lavoro di carattere scientifico, cfr. D. ANGELOSANTE, Un ’importante realtà nel mondo della musica polifonica: il coro ”Giuseppe Corsi” di Celano, in ”Marsica Domani, a. XXII (28/2-10/3 1998), p. ll. Inoltre, lo scrivente, e a conoscenza di un incontro dal titolo ”Il canto gregoriano e il patrimonio musicale medievale della Marsica” (a cura del prof. Piero Buzzelli, tenutosi a Celano il 31 agosto 1997); nel quale si e parlato soltanto della documentazione gia conosciuta.

2) Su questo argomento cfr. A. MELCHIORRE, Tradizioni popolari nella Marsica, Ed. dell’Urbe, Roma 1984, in particolare il capitolo sul canto popolare alle pp. 131.146.

3) Uno studioso, in una recente pubblicazione, ipotizza che l’Exultet, fu eseguito a Montecassino su commissione dego stesso vescovo Pandolfo, quindi non fu un dono, cfr. B. BRENK”Avezzano, Archivio diocesano, Exultet, in ”Exultet rotoli liturgici del medioevo meridionale”, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, Roma 1994, pp. 221-223

4) I lavori in cui si parla del rotolo dell’Exultet marsicano sono diversi, tra questi, oltre a quello del Brenk gia citato segnalo T. IAZEOLLA, Miniature nella Marsica, in ”Architettura e Arte nella Marsica, 1984-1987”, a cura della Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, artistici e storici per l’Abruzzo, L’Aquila, Japadre Editore, pp. 43-52. ”Il rotolo dell’Exultet e costituito da otto sezioni che misurano rispettivamente cm 42,3x27,1; 74,6x27,7; 75,7x27,5; 77,8x27,6; 86x27,1; 81,2x27,1; 73,7x27,5; 70,9x26,9 e sono cucite insieme con striscioline di pergamena passanti attraverso piccole fessure. E’ lungo complessivamente cm 566”, ci sono ”(...) 119 linee di testo e 119 linee di notazione musicale. Scrittura beneventana. Testo della vulgata: Le notazioni riportano la melodia beneventana (...)”, cfr. B. Avezzano, Archivio diocesano, Exultet, cit., p. 221. ’

5) P.A. CHIAPPINI, Profilo di codicografia abruzzese, in ”Accademie e Biblioteche d’Italia”, XXVI, 1958, 5-6, pp. 433-458, ricordato da T. IAZEOLLA, Miniature nella Marsica, cit.

6) anche G. SALVONI-SAVORINI, Monumenti della miniatura negli Abruzzi, in ”Convegno Storico AbruzzeseMolisano”, 25-29 maxzo 1931, a. IX, Atti e Memorie, II, Casalbordino 1935, p. 510.

7) D. M. INGUANEZ, Inventari medievali di prepositure cassinesi negli Abruzzi, in ”Convegno Storico AbrozzeseMolisano, 25-29 marzo 1931, a. IX, Atti e Memorie, I, Casalbordino 1933, pag. 315.

8) Si tratta delle ”Lamentazioni di Geremia”: ”Pergamena mm 200x260. Lacera al centro verticalmente e sforacchiata in più punti. Frammento di salterio rinvenuto come copertina di un censuale del sec. XVI, per cui la pergamena risulta resecata al margine inferiore. Scrittura beneventana, su due colonne, con rigatura a secco lungo l’intera lunghezza, alternata da musica gregoriana senza pentagramma costituita da tratti e punti, caratteristica anteriore alla riforma musicale di G. d’Arezzo (995-1050). Assai danneggiata da corrosioni e strappi; e parzialmente leggibile dalla faccia rimasta intera alla rilegatura, mentre la scrittura e scomparsa sulla faccia esterna che ha subito l’usura della medesima”, cfr. A. CLEMENTI, M.R. BERARDI, G. MORELLI, E. ANGELINI, I fondi pergamenaceo e cartaceo dell’archivio della Collegiata di S. Cesidio di Trasacco (a cura di), L’Aquila, 1984, p. 1, n.l del Regesto. Degli altri due frammenti, risalenti all’inizio del XVI secolo: il primo si riferisce al rito dell’estrema unzione e alle messe dei defunti; il secondo e una pagina di antifonario diurno”, misurano, rispettivamente, mm. 250x320 e 350x250, ”Presentano maiuscole ed interi righi rubricati e parte del testo musicale”, in Archivio della Diocesi dei Marsi (in seguito ADM, Fondo A, pergamene 38 e 38bis.

9) Si tratta dei seguenti notai: Amedeo Pietrangeli, Giovanni Pietrangeli, Gregorio Pietrangeli, Francesco De Nigris, Matteo G. De Lucis, tutti di Pescina; Pompeo Rico da Aielli e Stefano Andreozzi da Cayistrello.

10) ADM, Fondo B, busta 43, fascicolo. 108 ”Introito, giusta la scrittura del Notar Andrea Salvucci” (Avezzano, 17581 &09), il tetragramma contiene notazione musicale quadrata.

11) P. A. CHIAPPM, Codici lifurgici di Sulmona e Tagliacozzo, in ”Collectanea Franciscana”, 30, (1960), pp. 208218. ”

12) Secondo questo titolo sembrerebbe che tutto il volume fosse un Rubricario ossia Ordinario, per indicare secondo l’uso moderno come recitare il divino nei singoli giorni. Invece il nostro codice contiene non solamente le rubriche ma pure i testi delle ore canoniche solite da recitarsi di giorno (escluso il Mattutini) e perciò lo chiameremo alla moderna Diurno”, cfr. P. A. CHIAPPINI, Codici liturgici di Sulmona e Tagliacozzo, citato, p. 215, nota 15. II Diurno, risalente al XV secolo, fu rubato nel 1973, cfr. F. PASQUALONE, Tagliacozzo: guida storico-artistica, Libreria ”Vincenzo Grossi”, Tagliacozzo, 1996, p. 49.

13) Archivio Parrocchiale di Rocca di Botte; il libro attualmente e sottoposto ad un particolareggiato studio da parte dello scrivente e del dott. Luca De Paulis: quanto prima, verri fatto oggetto di una pubblicazione.

14) Per una visione d’insieme dei codici conservati in Abruzzo, cfi’. %. TORTORETO, Codici liturgici medievali abruzzesi: una indagine storica, in ”Civiltà Medievale degli Abruzzi ” (a cura di S. Boesch Gajano e M. R. Berardi), Ed. Libreria Colacchi, L’Aquila 1990, Vol. I, pp. 385-404.

15) A. CLEMENTI, M.R. BERARDI, 6. MORELLI, E. ANGELINI, I fondi pergamenaceo e cartaceo dell’archivio della Collegiata di S. Cesidio di Trasacco (a cura di), cit. pp. 323-324: ”Il codice pergamenaceo, mm 470x345, e in buono stato di conservazione ed e stato restaurato recentemente (...). I fogli sono numerati da II a CCLXX3CVI: Seguono 13 fogli non numerati che, ad iniziare dal verso del foglio numerato CCLXXVI, recano musica e canto gregoriano aventi per intonazione, in inchiostro rosso: In maioribus Festis (...)”; c&. anche G. SALVONI-SAVORINI, Monumenti della miniatura negli Abruzzi, cit.

16) Probabilmente questi due antifonari provenivano dalla chiesa di S. Maria dell’Annunziata di Cerchio in quanto, nell’inventario del 21 febbraio 1577 si legge: ”Item da antifonari, doi messali vechi in mano del detto Salvatore”, cfr. F. M. AMICONI, Storia della Madonna delle Grazie in Cerchio (Aq), documenti, s.e., 1995, p. 36.

17) Liechtenstein Petrus (Coloniensis Germanu). Bditore tedesco attivo in Venezia dal 1501. Fino al 1521 si serve delle tipogra6e di J. de Leuco, A. de Zanni e Fr. Lucensis; dopo il 1535 apre una sua of5cina all’insegna del ”Agnus Dei” che funzionera fino al 1580. Ne escono, nel 1538 un Compendium musices (rist. 1549), un Sacerdotale ad consuetudinem Romanae Ecclesiae (1567) e un Graduale Sacrosanctae Aomanae Ecclesiae (1580). Fu forse Gglio di Ermanno Liechtenstein o de Levilapide o Lucidus Lapis attivo a Vicenza (1475), Treviso (1477) e Venezia (dopo il 1482), dove muore nel 1494. Un Liechtenstein aiuta, nel 1515, Daniele Bamberg”, cfr. C. SARTORI, Dizionario degli editori musicali italiani, Firenze, Leo S. Olschki Editore, MCMLVIII, pp. 87-8S.

18) I raccordi storico-culturali tra le varie realtà musicali marsicane, con quelle italiane, non sono trattati nel presente articolo. Il loro studio, pero, attualmente ancora nella fase preliminare, ha gia messo in luce interessanti connessioni,

19) Celano, Biblioteca "G. Bartolocci". I Giunta erano una antica famiglia fiorentina che fondarono tipografie e librerie in molte città come Firenze, Venezia, Roma, Lione, Salamanca, Burgos e Londra. Luca Antonio, nato nel 1457 a Firenze, a Venezia fondo una tipografia nel 1480, lui ed i suoi eredi, "diffusero il gusto del libro figurato e dal 1500 pubbl. libri liturgici con mirabili illustrazioni", cfr. C. SARTORI, Dizionario degli editori musicali italiani, cit. pp. 78-8O.

20) Attualmente conservati in ADM, nella Biblioteca "G. Bartolocci" di Celano e nel Municipio di Tagliacozzo; per quello in ADM cfr. A. CLEMENTI, M.R. BERARDI, G. MORELLI, E. ANGELINI, I fondi pergamenaceo e cartaceo dell'archivio della Collegiata di S. Cesidio di Trasacco (a cura di), cit.

21) A. MELCHIORRE, Profilo storico della Diocesi dei Marsi, Ed. dell'Urbe, Roma, 1985, passim; dello stesso autore, cfr. La Diocesi dei Marsi dopo il Concilio di Trento, in "Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria" (in seguito BDASP), 1986, pp. 265-299.

22) ADM, Fondo B, busta 57, relazione "ad limina" del vescovo Barone.

23) A. MELCHIORRE, La Diocesi dei Marsi dopo il Concilio di Trento, citato, pp. 275, 277.

24) ADM, Fondo D, busta 318, passim. A puro titolo di esempio, nella seconda meta del Cinquecento, il violino era largamente usato nelle chiese scannesi, cfr. G. MORELLI, Tradizione musicale a Scanno dal '500 all' 800, in "Abruzzo Oggi", a. XIV, n. 1 (1991), pp. 8-10. Approfitto di questa nota per ringraziare il prof. Nino Mai di Avezzano che gentilmente mi ha passato la notizia del documento di Tagliacozzo.

25) Cifr. G. TARQUINIO, Discografia dei musicisti abruzzesi, di prossima pubblicazione.

26) A. PIOVANO, Immagini e fatti dell Mrte musicale in Abruzzo, Didattica Costantini Editore, Pescara 1980, p.16.

27) Un profilo biograficomusicale, nonche un catalogo delle sue opere, e in fase di realizzazione da parte dello scrivente.

28) L’Armonio era soprannominato de ’ crocicchieri, perchb membro di tale confraternita, cfr. F. CAFFI, Storia della musica sacra nella gia cappella ducale di S. Marco in Venezia dal 1318 al 1797, Venezia 1884, ristampa anastatica di Forni Editore, Bologna 1972, Vol. I, pp. 72-76. Inoltre, da M.A. Sabellico, nella lode che fa alla commedia Stephanium (ed ivi riportata), definisce l’Armonio ”piscosi Fucini nobilis accola”.

29) Oltre al Corsigaani, hanno parlato di Armonio anche T. BONANNI, Le antiche industrie della provincia di Aquila, Aquila, Grossi, 1888, p..217; E. COLUCCI, Scurcola Marsicana, guida storico-turistica, edita a cura della Cassa Rurale e Artigiana di Scurcola Marsicana, Roma 1976, che a p. 46 lo definisce di Tagliacozzo; ma soprattutto M. QUATTRUCCI, autore, che molto ha attinto dal CAFFI, op. cit., della voce ”Armonio” nel Dizionario Biograpco degli Italiani (a cura dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 1962, pp. 241-242); L. DI TULLIO, Bernardino Lupacchino dal Vasto: contributo alla storia musicale abruzzese del Cinquecento, in ”Rivista Abruzzese”, anno LI, 1998, n.l, p. 152.

30) E’ stato un compositore molto importante e sarà l’argomento della mia relazione al Convegno di Studi dal titolo ”La Terra dei Marsi, cristianesimo, cultura, istituzioni” organizzato dalla Diocesi dei Marsi in collaborazione con la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di L’Aquila e con l’Associazione Italiana per lo Studio della Santita, dei Culti e dell’Agiografia (AISSCA), che si terra nei giorni 24-26 settembre 1998, ad Avezzano, presso la Sala ARSSA e di un relativo saggio scientifico.

31) M: FEBONIO, Historiae marsorum Libri tres..., Neapoli 1678, p. 209. Il Febonio aveva scritto anche un dramma sacro dal titolo S. Bartolomeo, Apostolo martirizzato, Aquila, Gobbi 1651, pp. 1S6, chissà se voleva musicarlo. Relativamente a questo genere musicale, si segnalano quello musicato da Biagio mezzanotte, Componimento sacro da cantarsi nella Chiesa Collegiata d’Ortona ne’ Marsi solennizzandosi il triudo del martire S. Generoso, Roma, Barbiellini, 1757 e quello musicato da Orazio Mattei, Ester. Azione sacra da cantarsi a Luco in occasione della Incoronazione della Madonna dell SS.ma dell’Ospedale, i giorni 9 e 10 giugno 1872, Avezzano, Magagnini, 1872., cfr. A. MELCHIORRE, Tradizioni popolari della Marsica, saggio bibliografico (1604-1988), in ”Storia e Medicina Popolare”, vol. VI, n. 3 (settembre-dicembre 1988), Roma.

32) Cfr. G. TARQUINIO, Bonifacio Graziani, un musicista marsicano a Roma, in corso di pubblicazione.

33) Cifr. G. TARQUINIO, I Marsi incantatori di serpenti, musica sacra e il Dies Irae del Beato Tommaso da Celano, citato.

34) Cfr. ”Gli organi antichi nel territorio di Avezzano e zone contennini”, Tesi di Laurea inedita discussa nell’anno accademico 1972/73 presso la Facoltà di Magistero dell’Università dell’Aquila; M. BRAVI, Organi nella Marsica, in ”Architettura e Arte nella Marsica, 1984-1987”, citato, pp. 53-72, che individua negli organari Catarinozzi, Fedeli e Vajola, quelli più attivi nel territorio marsicano; G. MORELLI, Note d’Archivio su organi ed organari nell’Abruzzo aquilano (se. XVII-XIX), in Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria (in seguito BDASP), di prossima pubblicazione. Il prof. Nino Mai, da lungo tempo conduce una approfondita ricerca in loco e in molti archivi diocesani, comunali e statali, al 6ne di ricostruire una storia degli organi e dell’arte organara nella Marsica, il lavoro dovrebbe essere pubblicato quanto prima.

35) ADM, Fondo ”C”, fascicolo 105.

36) Questo nome indica un insieme di musicisti, soprattutto cantori, al servizio di una corte oppure di una chiesa, per adempiere alle funzioni religiose. più tardi, dalla meta del Seicento, la Cappella Musicale indicava anche un gruppo di strumentisti. Le più antiche furono le Scholae cantorum istituite dal papa Gregorio Magno. A proposito di una scolae cantorum nella chiesa di S.Pietro ad Albe, cfr. G. TARQUINIO, I Marsi incantatori di serpenti, musica sacra e il Dies Irae del Beato Tommaso da Celano, citato.

37) Il Canale era soprannominato anche il Pescina e, successivamente Artusi, cfr. D. GIARDINI, Pescina: una storia illuminata da grandi nomi, in ’Provincia Oggi”, a. VII (L’Aquila 1990), nn. 23-24, pp. 6-7.

38) F.M. AMICONI, Storia della Confraternita di S. Maria di Piedimonte in Cerchio (Aq), in ”BDASP”, a. LXXXIII (1993), pp. 257-305, passim. Sempre a proposito di questo centro, e interessante, o almeno abbastanza curioso quanto riportato nella Bulla Indulgentiarum che nel 1300 sedici vescovi riuniti a Roma sotto il pontificato di Bonifacio VIII, inviarono alla chiesa di San Bartolomeo di Cerchio. Nella bolla, infatti, tra le varie ”penitenze”, si legge che tutti coloro che in ogni sabato si recheranno in questa chiesa per richiedere l’indulgenza dei loro peccati, saranno ”assolti” se ”parteciperanno devotamente nella medesima chiesa quando si canterà solennemente il Salve Regina”. Tra tutte le simili bolle che ho consultato per vari motivi, non mi era mai capitata una specifica disposizione canora, forse perché Cerchio aveva una particolare predisposizione al canto?; sulla bolla del centro marsicano dr. F. AMCOM, Storia di Cerchio dalle origini al ’400, in Museo Civico di Cerchio, Quaderno 2, a. I (1998), passim, per una panoramica delle bolle abruzzesi cfr. A. L. ANTINORI, Corografia degli Abruzzi, manoscritli vari conservati presso la Biblioteca Provinciale dell’Aquila e gli Annali storici degli Abruzzi, manoscritti in ristampa anastatica, Forni Editore, Bologna, voll. I-XXIV; l’originale della Bulla indulgentiarum e conservata in ADM, Fondo pergamene.

39) Le ”messe cantate” rappresentano un importante aspetto dell’humus musicale di un qualsiasi territorio. Molto spesso, infatti, presi come siamo dalla ricerca di musicisti e musiche, di un materiale ”tangibile” senza il quale non si potrebbe fare ricerca, ci dimentichiamo che questi erano influenzati da tutto un mondo musicale particolare che non faceva differenze tra colto, sacro e profano, dove la musica era il suono prodotto da una miriade di fonti e che spesso avevano una stretta relazione Con le attività giornaliere: le trasformazioni fonetiche dei canti in latino, il gergo o dialetto popolare, gli strumenti non ufficiali, le cadenze ritmiche del canto e degli strumenti, il suono delle campane (sulla importanza delle campane cfr. J. LE GOFF, Tempo della chiesa, tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977, ma anche il libro di Gino Stefani sotto citato), i pellegrinaggi, lo svolgersi delle stesse manifestazioni religiose (al chiuso delle chiese e nelle processioni all’aperto, a quest’ultimo proposito cfr. P. BONTEMPI, Misticismo e fanatismo dei flagellanti nella storia di Avezzano di due secoli fa, in ”Il Messaggero”, 20 aprile 1962 -sulla data dell’articolo non ho la certezza assoluta-), ma anche le fiere, i mercati, le feste, l’attività dei giullari e saltimbanchi, e via dicendo. Naturalmente sono importanti i musicisti e le musiche, ma quello che ho descritto non e da sottovalutare e meriterebbe una maggiore considerazione ed attenzione che attualmente, almeno dalle mie informazioni, manca negli studi musicali italiani. Per una panoramica generale risultano abbastanza pertinenti i lavori di P. BROWN, Il culto dei santi, Einaudi, Torino 1983; A. J. GUREVIC, Contadini e santi, Einaudi, Torino 198; G. STEFANI, Musica barocca, Studi Bompiani Editore, 1974; G. ZACCARO, Storia sociale della musica, Newton Compton Editori, Roma 1979; per i giochi e per i palii nella sub-regione marsicana, cfr. G. TARQUINIO, Le attivit6 sportive nella tradizione della Marsica, in ”Corsa dei Fuochi”, fascicolo redatto in occasione della 2 Edizione di tale gara podistica (1993). A proposito della musica/suono in queste manifestazioni voglio citare, a titolo di esempio, un documento del 24 giugno del 1574, con il quale il Camerlengo, i Massari e il Reggimento di Palena (CH), chiedevano al loro vescovo di revocare la proibizione ”dei palii et soni”, vigente per alcune feste locali, perché venivano penalizzati economicamente, cfr. G. CELIDONIO, La diocesi di Valva e Sulmona, Casalbordino, 1910, p. 71.

40) In un censimento effettuato nel 1943 dalla Curia vescovile, risulto, contrariamente alla documentazione archivistica, che soltanto gli archivi delle chiese parrocchiali di Ortucchio e di Trasacco, avevano ancora libri musicali: quattro volumi tra graduali e antifonari da S. Cesidio; sei volumi, tra salteri, graduali e messali, da S. Maria Capo d’Acqua, cfr. ADM, Fondo C, busta 98, fascicolo 2481.

41) Cfr. G. TARQUINIO, I Marsi incantatori di serpenti, musica sacra e il Dies Irae del Beato Tommaso da Celano, citato.

42) Cfr. G. TARQUINIO, Discografia dei musicisti abruzzesi.
ITINERARI
PARCO SIRENTE VELINO
Altopiano delle Rocche
OVINDOLI - VAL D'ARANO
La valle d'Arano è una delle più belle e interessanti vallate attigue al vasto altopiano delle Rocche.
Vi si accede in auto fino all'imboccatura occidentale e subito si notano maestose muraglie di roccia su ambo i lati, specialmente sul versante settentrionale si osservano le pieghe e i corrugamenti che le pareti rocciose hanno subito nel corso di un sollevamento orografico di milioni di anni fa, e l'azione abrasiva dei ghiacci dell'ultima glaciazione.
Facendo parte del gruppo del Sirente, la Valle d'Arano è racchiusa da cime di origine calcarea, rocce friabili composte dai sedimenti di organismi marini e lacustri.
Percorrendo la parte centrale della vallata, si transita nei pressi di un bel fontanile in pietra (l'acqua è potabile e freschissima), all'interno del vascone si possono osservare nella stagione buona alcuni Tritoni, piccoli anfibi simili alle Salamandre, e i Ditischi, insetti acquatici di forma elissoidale abili cacciatori di altri piccoli insetti.
Nei dintorni del fontanile non mancano quasi mai le impronte dei Cinghiali e, talvolta, dei Cervi o dei Caprioli, animali quasi mai visibili per le loro abitudini notturne o crepuscolari.
La passeggiata in fondo alla valle consente di vedere le cime che sovrastano le Gole di Aielli-Celano : i monti Savina, Etra e Secine. Sulla sinistra della valle si innalzano improvvisi i bastioni rocciosi a picco del monte Revecena.
Spesso è possibile vedere volteggiare l'Aquila reale, le Poiane, i Gheppi ed altri falconiformi.

Altopiano delle Rocche
PINETA DI S.LEUCIO
La pineta è un vecchio rimboschimento ante guerra che circonda una collina sulla cui sommità sorge la chiesetta di S. Leucio, Santo patrono di Rocca di Mezzo.
Consigliamo di passeggiare senza fretta al di fuori dei tracciati umani, così non sarà difficile osservare scoiattoli, ghiandaie, e una coppia di sparvieri, inoltre nelle zone più appartate si rinvengono tracce e segni di presenza di tassi, volpi e donnole e i rami caduti dei pini sovente presentano le tracce degli scavi di numerose specie di larve di farfalle notturne, nella parte bassa della pineta poi non mancano alberi utilizzati dal picchio rosso minore e dal picchio verde per nidificare.
Sempre nella parte bassa, si può usufruire di un "percorso della salute", attrezzato con strutture per esercizi fisici e indicazioni utili sulle modalità di esecuzione degli stessi.
Altopiano delle Rocche
ROCCA DI CAMBIO-MONTE OCRE (falde)
Dal prato a monte della strada di circonvallazione alta del paese ha inizio il sentiero, segnato da un cartello.
Il percorso attraversa pascoli ed ex coltivi cinti da bassi muretti a secco, a testimonianza di una tradizione agricola non molto remota, difficile e povera.
Si costeggiano le pendici del monte Ocre, particolarmente interessanti sotto il profilo orografico che mostrano i segni inequivocabili dell'erosione più o meno accentuata operata dai ghiacci durante l'ultima glaciazione.
Sulla destra si apre un panorama vasto che abbraccia la conca aquilana, la catena imponente del Gran Sasso (2911 m.s.l.m.) ed è intuibile la presenza della Piana di Navelli dietro dolci colline, luogo di importanza economica e tradizionale per la coltura dello Zafferano.
Numerosi i massi erratici depositati sul terreno dai ghiacci, alcuni di notevoli dimensioni.
Lungo l'itinerario si costeggiano due rimboschimenti di Pino nero (Pinus nigra) operati dal Corpo Forestale dello Stato per prevenire smottamenti lungo il fianco della montagna, non mancano alberi da frutto selvatici come Peri, Meli e Sorbi che rendono l'ambiente molto apprezzato dalla Fauna selvatica, anche se difficilmente visibile di giorno.
Si giunge infine ad un lungo muraglione in pietra a secco che taglia perpendicolarmente il percorso, poco più avanti si vede un rifugio con fontanile vicino ad un altro rimboschimento di Pini.
Oltre al bellissimo panorama e alle formazioni rocciose che rendono al monte Ocre un aspetto tormentato, spesso è possibile osservare diverse specie di uccelli da preda e, nella stagione propizia, anche la Parnassio apollo, una elegante e rara farfalla tipica delle praterie di altitudine.
Altopiano delle Rocche
ROCCA DI MEZZO - LE COSTE
Oltre l'Hotel Caldora proseguire lungo la strada asfaltata che sale sulla sinistra, prendere la prima biforcazione a destra che porta nei pressi di una villa, oltre questo punto la strada diventa bianca e presto si riduce ad un sentiero che sale sulla destra.
Proseguendo l'itinerario, con un po' di attenzione si scorgono diversi pietroni, incastrati lungo il sentiero sotto alcuni faggi, che rivelano la presenza di numerose conchiglie fossili, tanto che localmente la zona è indicata come "Le Pietre Scritte", cioè che mostrano particolari segni.
Il sentiero sale non molto ripido e sempre ben tracciato, per un breve tratto ancora, poi si apre una spianata sulla cresta delle colline con numerosi muretti a secco, antiche testimonianze di una povera economia agricola.
Sulla sinistra si osserva un susseguirsi di vallette interrotte da macchie di faggi, innanzi si para la mole imponente del
Sirente e sulla destra si estende la porzione settentrionale dell'altopiano delle Rocche.
Molto frequentemente si trovano i segni delle "arature" che i Cinghiali operano sul terreno, ed é relativamente facile osservare le Ghiandaie, sempre in piccoli gruppi sparsi.
Nelle parti ombrose e umide si possono identificare le impronte lasciate da altri animali che frequentano la zona: Volpi, Caprioli, Tassi, Lepri.
Altopiano delle Rocche
ROVERE - FONTE ANATELLA
Il percorso si snoda proprio dietro il paese di Rovere, oltre l'ufficio postale, ed è segnato dal CAI. Prima del cimitero un ponte consente di attraversare un fosso al di là del quale vi è anche un fontanile.
Inizialmente in discesa, il percorso costeggia le pendici del monte Cerasole che presenta alcuni anfratti e grotte naturali, molto facile rinvenire fossili di conchiglie lungo il sentiero; più oltre si risale dolcemente al limitare della faggeta con bella vista sul piano carsico di Rovere, con numerose doline e inghiottitoi, sulla destra compaiono gradualmente i bastioni rocciosi del Sirente.
Alcuni massi erratici di origine glaciale sono visibili lungo il tragitto che, dopo circa mezz'ora di cammino, si inserisce decisamente nella bella faggeta e risale dolcemente fino a svalicare sopra la vallata di Fonte Anatella, dove vi è un fontanile rinomato per la purezza dell'acqua. Durante il percorso si può notare la struttura della faggeta, completamente priva di sottobosco, e si transita vicino ad alcuni esemplari di Faggio di notevoli dimensioni.
Sostando alla fonte può capitare di vedere Caprioli o i segni del loro passaggio, il piccolo pantano dietro la fonte è abitato da Rane, Libellule, Tritoni; talvolta si ode il tambureggiare che i Picchi compiono sugli alberi in cerca di larve e non mancano gli avvistamenti di uccelli da preda.
Marsica Fucense
FORME-VALLE MAJELAMA
Lasciando l'auto nel paesino di Forme, si può raggiungere con una gradevole passeggiata l'imbocco della valle Maielama.
Questa valle, assieme alla val di Fua, val di Teve e alle gole di Celano, è una delle maggiori bellezze naturali dell'Abruzzo montano.
La valle è profondamente intagliata e la sua origine glaciale è evidente al primo sguardo, non solo per le colline moreniche terminali che all'uscita della valle disegnano un tracciato sinuoso che comprendeva il fiume di ghiaccio, ma anche per le formazioni e le strutture geologiche che mostrano lastre di pietra levigata ed incisa, coni detritici lungo i fianchi e il grande bacino di alimentazione superiore costituito dalla valle Genziana.
La valle Maielama ricade nel perimetro della riserva naturale orientata del Monte Velino, istituita nel... e gestita direttamente dal Corpo Forestale dello Stato che ha recentemente allestito, nei pressi di Magliano dei Marsi, un attrezzato e moderno centro di visita.
Il regolamento della riserva naturale orientata consente l'accesso alla zona solo dalla tarda Primavera all'Autunno.
La flora è molto varia e ricca di specie arbustive colonizzatrici che con la loro continua espansione consolidano i fianchi dirupati e sassosi della valle, per quanto riguarda la fauna è possibile ammirare spesso numerosi grifoni, frutto di un ripopolamento operato nella riserva alcuni anni addietro, non manca la presenza dell'aquila reale e di altre specie di falconiformi.
La zona è anche frequentata da cervi, cinghiali e gatti selvatici.
Valle dell'Aterno
PAGLIARE DI TIONE
Nei pressi di Goriano Valli, frazione di Tione, ad un bivio con l'indicazione "Terranera" e "Pagliare" si inerpica sulla montagna una stradina asfaltata costeggiando all'inizio una cava dismessa.
Dopo una breve serie di tornanti si giunge allo svalico che si affaccia sulla vallata delle Pagliare, antichi insediamenti di pastori locali che praticavano una transumanza verticale, paragonabile all'alpeggio dell'alt'Italia; nel corso dei secoli gli insediamenti provvisori si sono trasformati in veri e propri paesini (oggi abbandonati anche se in recente fase di recupero) con una struttura urbana completa.
Consigliamo di lasciare l'auto allo svalico e di proseguire a piedi lungo la strada o per i campi in direzione delle Pagliare di Tione, le più grandi e meglio conservate (oltre a quelle di Tione vi sono le Pagliare di Fontecchio e di Fagnano).
I prati sulla destra presentano rocce affioranti disposte in file omogenee, tale caratteristica, tipica dei luoghi carsici, prende il nome di "campi carreggiati".
Sulla sinistra si ammira in tutta la sua lunghezza il versante settentrionale del Sirente, di cui si distinguono tutte le cime minori, i canaloni e la grande foresta di faggi che si è insediata sul pendio.
Nella vallata, da sempre utilizzata per il pascolo e l'allevamento del bestiame, si vede una cisterna circolare in pietra, purtroppo in pessime condizioni, e una chiesetta dedicata alla SS.Trinità, semplice e dignitosa e di notevole suggestione con i suoi affreschi d'arte povera; un'altra bella cisterna è invece visibile nelle Pagliare.
Nei boschi circostanti trovano rifugio tante spesie di animali rari e meno rari, e l'escursionista attento potrà divertirsi a riconoscere i segni di presenza della Fauna selvatica.
Valle Subequana
VALLE LANCI
Attraversando la valle Subequana in direzione di Forca Caruso, prima del bivio della variante per Goriano Sicoli, ad una curva a gomito su un piccolo ponte si diparte una sterrata che si immette in Valle Lanci.
Consigliamo di parcheggiare subito l'auto e di proseguire a piedi, anche perchè la sterrata non è in buone condizioni per il transito delle vetture.
Dopo poche decine di metri un sentierino sale sulla destra fino ad un vicino fontanile, una breve deviazione che consente di riempire le borracce con acqua freschissima. La zona si presenta con il tipico paesaggio agreste, campi coltivati e pascoli sulle dolci colline, sullo sfondo si innalza la mole del Sirente di cui si distingue una delle vette principali : il monte S. Nicola.
Proseguendo la passeggiata, che è quasi tutta in piano, si osservano radi boschetti di Cerro (Quercus cerris) interrotti da alberi da frutto e cespugli di rose selvatiche; questo tipo di vegetazione è particolarmente apprezzato dalla Fauna selvatica che trova così nel critico periodo autunnale un nutrimento abbondante e vario.
L'escursionista attento saprà identificare i numerosi segni lasciati dagli animali, le "arate" dei Cinghiali, talvolta visibili anche in pieno giorno, le impronte di Tassi, Lepri, Volpi; spesso la zona è frequentata da Poiane ed altri falconiformi come Albanelle e Sparvieri. Nei casolari abbandonati o nelle vicinanze di alcuni ovili che si costeggiano lungo il cammino, si potranno rinvenire i segni di presenza di Rapaci notturni come Civette e Barbagianni.
Volendo compiere l'intero percorso si giunge nel mezzo del Vallone dell'Inferno, inaccessibile per l'intrico della vegetazione, e si risale fino al rifugio La Veduta, sopra Gagliano Aterno, da dove si ammira un panorama che abbraccia tutta la Valle Subequana.
MARSICA FUCENSE
GOLE DI CELANO
CASTELLO DI CELANO
ALBA FUCENS
CENTRO DI VISITA RISERVA DEL VELINO
ALTOPIANO CENTRALE
VAL D'ARANO
ROVERE
ROCCA DI MEZZO
ROCCA DI CAMBIO
VALLE SUBEQUANA
Forca Caruso
Goriano Sicoli
Castelvecchio Subequo
Gagliano
Molina
VALLE DELL'ATERNO
FAGNANO
FONTECCHIO
S.MARIA DEL PONTE
BEFFI
ACCIANO
Gli antichi borghi d'Abruzzo:
il fascino della pietra

Quasi tutti i centri montani abruzzesi, chiusi ed arroccati sulle cime, trassero ragione della propria collocazione geografica e della propria morfologia da due fattori: la grande pericolosita’ dell'Eta’ di Mezzo, periodo nel quale la maggior parte di essi sorse, e dalla pratica (ma puo’ ben dirsi dalla monocoltura) dell'allevamento ovino, che nella montagna aveva il suo regno.
Costruiti interamente in pietra viva e malta, con una esclusione totale, fobica, del legno a vista, tutti gli antichi borghi della montagna abruzzese esprimono quell'ossessivo attaccamento alla pietra che e’ cosi’ proprio della nostra civilta’ mediterraea.
Delle continue, angoscianti, mai estinte necessita’ difensive, in un mondo di prolungatissima anarchia feudale, di cronica latitanza dei poteri centrali e quindi dei sistemi organizzati di difesa, ci parlano dunque le case di pietra nuda dei paesi abruzzesi, rinserrate l'una all'altra in una massa protettiva e compatta, a guisa di muraglia e percio’ dette anche case-mura.
Conseguenza diretta della pericolosita’ dei tempi, i cosiddetti recinti di difesa rappresentavano l'unico sistema concreto di autodifesa delle popolazioni locali. Veri borghi fortificati piu’ che semplici castelli, essi consentivano in caso di necessita’ un prolungato arroccamento difensivo della popolazione locale.
Il perimetro esterno delle abitazioni, racchiudeva il borgo in una cerchia difensiva "civile", ma non meno efficace.
Esternamente le finestre erano poche, strette quasi come feritoie, poste solo ai piani piu’ elevati. Per un arco di tempo lunghissimo, che va dall'XI secolo fino alla rivoluzione francese, questo tipo di struttura urbanistica costitui’ il modello tipico dell'insediamento civile sulla montagna abruzzese.
Non e’ tuttavia possibile comprendere il senso di questi insediamenti umani, spesso spinti ai limiti stessi dell'abitabile, senza ricondurli nell'ambito di quel sistema di produzione economica che organizzava, nel suo complesso, tutta la vita sulla montagna: la PASTORIZIA. Infatti, come attivita’ economica prevalente in Abruzzo per quasi tre millenni, e quindi come matrice di condizioni di vita particolari, la pastorizia ha dato un'impronta al territorio non limitata alle tracce lasciate sui pascoli o ai tratturi.
La massa principale degli ovini, le grandi greggi che si spostavano periodicamente fra gli alti pascoli montani e le pianure costiere della Penisola, era del tutto estranea al centro abitato: le pecore transumanti vivevano sempre all'aperto, rappresentavano dunque una specie di "capitale accessorio" che non si inseriva mai direttamente nella vita e nelle strutture urbanistiche dei villaggi montani.
La stessa forma delle singole abitazioni riflette questa economia legata ad un tipo di allevamento basato su grandi mandrie di piccoli animali: l'impossibilita’ di trasferire all'interno del paese il patrimonio armentizio, le necessita’ difensive che tendevano a limitare e compattare al massimo l'estensione del centro da presidiare, la ripidezza dei pendii rendevano necessaria nel complesso una configurazione delle strutture abitative a forma di torre con edifici formati da tre, quattro, o anche cinque, sei vani sovrapposti.
L'AQUILA
La fondazione della città fu programmata dall’imperatore Federico II di Svevia intorno al 1254 (1245) su richiesta dei leggendari 99 castelli del territorio circostante.
Distrutta pochi anni dopo da Manfredi, fu ricostruita nel 1266 ad opera di Carlo I d’Angiò che la fece cingere di mura.
Sotto gli Aragonesi divenne la seconda città del regno dopo Napoli, decadde nel XV secolo in seguito alle guerre tra Francia e Spagna, subì inoltre gravi terremoti tra cui ricordiamo quelli del 1646 e del 1703.
Numerose sono le chiese all’interno di questa città ma la più significativa tra tutte è sicuramente Santa Maria di Collemaggio.
Iniziata nel 1287 per volontà del futuro papa Celestino V, presenta una originale facciata a disegni geometrici di lastre bianche e rosa. Dei tre portali a tutto sesto quello centrale è in stile gotico riferibile al XV secolo; il rosone più grande è un bellissimo esempio di gotico fiorito, costituito da un doppio giro di colonne tortili.
L’interno è a tre navate divise da archi a sesto acuto e, dopo i restauri degli anni ’70 che hanno distrutto le aggiunte barocche ha ripreso la primitiva veste. In fondo alla navata di destra si trova il mausoleo di S. Pietro Angelerio, eletto papa a Collemaggio nel 1294 col nome di Celestino V.
La chiesa di San Berardino fu edificata nel 1454 per volere di S. Giovanni da Capestrano, discepolo di S. Bernardino da Siena. La facciata fu iniziata nel 1525 da Cola dell’Amatrice presenta tre ordini sovrapposti. L’interno, a tre navate, fu completamente ricostruito dopo il terremoto del 1703 e oggi si presenta barocco. Splendido il soffitto in legno e oro zecchino dipinto da Ferdinando Mosca da Pescocostanzo(1723-1727).
Tra le varie opere ricordiamo la pala in terracotta smaltata di Andrea della Robbia (nipote di Luca) e l’imponente mausoleo di S: Bernardino, che contiene il corpo del santo,
opera di Silvestro dell’Aquila (1505).
All’interno della città dell’Aquila si trova anche il Castello, una poderosa fortezza a pianta quadrata con possenti bastioni angolari e circondato da una ampio e profondo fossato.
Si accede attraverso un ponte di pietra fino all’ingresso che presenta un prezioso portale in pietra sormontato dallo stemma di Carlo V. Lo spessore della muratura va da 10 metri alla fondazione fino ai 5 della sommità, l’altezza totale è di 30 metri.
Forte Spagnolo fu eretto per volere di Don Pedro di Toledo, nominato viceré nel 1532 durante la dominazione spagnola nell’Italia meridionale, e progettato dall’architetto spagnolo Pirro Aloisio Scivà.
Mai utilizzato nel corso di importanti operazioni militari, fu gravemente danneggiato nell’ultimo conflitto mondiale
Una nota particolare merita l’originale Fontana delle 99 Cannelle poste a ridosso di tre alte pareti rivestite a scacchi in pietra bianca e rosa.
I mascheroni dai quali esce l’acqua ricordano i 99 castelli che edificarono la città. Sulla parete di fronte una lapide ne ricorda l’autore: Tangredus de Pentoma de Valva e la data è 1272.
PESCOCOSTANZO
Pescocostanzo è un centro di antica origina e il ritrovamento di tombe risalenti al terzo secolo d.C. fanno ipotizzare un insediamento già in età romana.
Il primo nucleo abitativo risale intorno all’anno mille ma è nella seconda metà dell’XI secolo che si incontra il toponimo Pescus Costantii.
Il centro urbano si sviluppò soprattutto dal XIV al XVI secolo grazie al potenziaménto della "via degli Abruzzi", luogo di transito per scambi commerciali e culturali, attraverso la dorsale appenninica, fra il Nord e il sud d'Italia, e passante per l'altopiano delle Cinquemiglia.
Questo sviluppo economico e culturale richiamò nel paese anche maestri artigiani da altre regioni i quali diedero impulso all’artigianato del ferro battuto, del legno, dell’oreficeria, dei tessuti e dei merletti.
Pescocostanzo oggi è una stazione turistica estiva ed invernale.
Lungo le sue stradine e piazzette si trovano numerosi palazzi del ‘500 del ‘600 e del ‘700.
Tra questi ricordiamo Palazzo Mosca, della famiglia pescolana di abili maestri dell’arte lignea. Dal XVI secolo ospitò una scuola di filosofia, teologia e diritto canonico istituita dai dotti canonici della famiglia fino al 1860.
Nel quartiere Varrata si trova il Palazzo Ricciarelli del XVIII XIX secolo, appartenuto al patriota Nicola Ricciarelli, conserva al suo interno splendidi arredi.
Altri palazzi sono il Palazzo Cocco, del XVIII secolo con elegante portale decorato da mascherone e volute laterali, il Palazzo de Capite, che si distingue per le raffinate opere in pietra e per gli antichi mobili d’arte conservati al suo interno, e il Palazzo Grilli, d’impianto seicentesco, notevole per la quattro torrette angolari.
Nella piazza principale si trova il Palazzo del Comune, dominato dalla torre con l’orologio, edificato nel settecento e rimaneggiato nel novecento.
Di fronte si trova il Palazzo del Governatore, che oggi ospita in alcuni locali la Biblioteca intitolata allo studioso pescolano Gaetano Sabatini.
Nella pizza del municipio si trova una fontana composta da una vasca circolare e un gruppo scultoreo in bronzo.
Molte sono le chiese presenti a Pescocostanzo ma non si può non partire da La Collegiata di Santa Maria del Colle.
Questa chiesa fu ricostruita nel 1466 dopo il rovinoso terremoto del 1456 e fu oggetto di altri interventi nel XVI e nel XVII secolo.
La facciata è a coronamento orizzontale e su di essa si apre il portale del 1558, mentre un portale in stile romanico si trova sul lato destro.
L’interno, barocco a cinque navate, presenta dei bei soffitti lignei a cassettoni; notevole quello della navata centrale dipinto da Carlo Sabatini intorno al 1680.
Di notevole interesse sono l’altare maggiore, il fonte battesimale e la cancellata in ferro battuto della cappella del Sacramento, opera del maestro Santo di Rocco tra il 1699 e il 1705.
La chiesa conserva al suo interno altre opere d’arte come la statua lignea della Madonna del Colle e la pala d’altare di Tanzio da Varallo raffigurante la Madonna di Costantinopoli e Santi. Presso la basilica è stato istituito un Museo della Basilica.
La chiesa di Santa Maria del Suffragio dei Morti, si affaccia sulla stessa scalinata della Collegiata. Presenta una facciata a coronamento orizzontale su cui spicca un portale seicentesco con timpano triangolare. All’interno si ammirano un pregevole altare in noce scolpito realizzato da Palmerio Grasso e terminato da Ferdinando Mosca nel 1716, e il soffitto a cassettoni in legno realizzato da Breardino D’Alessandro e Falconio Falconio.
Tra le altre chiese di questo bel paese ricordiamo la chiesa del convento di Gesù e Maria, nati da un’idea di Cosimo Fanzago nei primi decenni del XVII secolo per ospitare l’ordine dei francescani. La chiesa ha un impianto severo, aal’interno presenta un’unica navata coperta da volta a botte ed è scandita da nicchie poco profonde, tre per lato, che accolgono ricchi altari. Autentico capolavoro è lo splendido altare maggiore eseguito su disegno di Cosimo Fanzago tra il 1626 e il 1630. Nella piazza del comune si trova l’ex monastero di Santa Scolastica, detto Palazzo Fanzago, edificato su disegno di Cosimo Fanzago , architetto e scultore napoletano, tra il 1626 e il 1642 e mai completato. La scenografica facciata del monastero, destinato a monache benedettine di clausura, è scandita da sei grandi nicchiecieche in sostituzione delle finestre.
SULMONA
Sulmona fu l’antica Sulmo, città del Sannio nel territorio dei Peligni.
In età romana fu municipio e nel 43 a.C. diede i natali al poeta Ovidio il quale scrisse “Sulmo mihi patria est”, e l’acronimo SMPE campeggia nello stemma civico.
Durante il medioevo raggiunse il massimo splendore sotto gli Svevi e gli Angioini.
La Cattedrale, dedicata a San Panfilo, sorge sul sito di un tempio di Apollo e Vesta. Eretta in età altomedioevale, è stata nel tempo più volte rimaneggiata. Dell’antica costruzione romanico-gotica conserva il portale ogivale fiancheggiato da due leoni che sostengono due piccole edicole gotiche che contengono le statue di S. Pelino e S.Panfilo, opera di Nicola di Salvitto (1391). Nella lunetta c’è un affresco del ‘300 di Leonardo da Teramo.
L’interno a tre navate conserva dell’originario impianto il doppio colonnato romanico, il resto è barocco. Oltre il presbiterio si apre il coro ligneo intagliato da Ferdinando Mosca nel 1751.
Da una scala posta in fondo alla navata centrale si accede alla cripta, senza dubbio la parte più antica dell’edificio XI secolo). Ripartita in tre navate, accoglie le spoglie del Santo Patrono e il busto reliquario di S.Panfilo, opera del cinquecento in rame e argento.
Vi si conserva inoltre l’antica cattedra episcopale, e una bella Madonna in bassorilievo, detta delle Fornaci, entrambi del XII secolo. La chiesa di San Francesco della scarpa deve il suo nome al fatto che i frati che vi officiavano, contrariamente agli altri francescani, indossavano le scarpe. Le sue origini sono antiche, probabilmente fondata nel 1290, ma venne completamente rifatta dopo il terremoto del 1706. Del periodo medioevale resta solamente il bel portale ogivale con affresco nella lunetta databile verso la fine del ‘400. L’interno della chiesa,tutto settecentesco, presenta un organo barocco, opera del maestro Domenico Antonio Fedeli.
La chiesa di Santa Maria della Tomba, eretta, secondo la tradizione su un tempio dedicato a Giove, risale al XII secolo, ma ha subito numerose modifiche nei secoli successivi.
L’attuale facciata risale al XIV secolo, e vi si apre un portale ogivale al di sopra del quale c’è un ricco rosone del ‘400.
L’interno a tre navate è stato restituito alle originarie forme gotiche, riportando alla luce resti di antichi affreschi e decorazioni.
Tra i monumenti di Sulmona vanno ancora ricordati l’Acquedotto, terminato nel 1256 e costituito da 19 arcate ogivali e due a tutto sesto, mirabile esempio di ingegneria idraulica medioevale; la Fontana del Vecchio, addossata al pilone terminale dell’acquedotto, è una fontana rinascimentale (1474); Porta Napoli, eretta nel XIV secolo a difesa della parte meridionale della città, è la più monumentale delle dodici porte della città.
Sulmona è conosciuta anche come la città dei confetti, un'attività di tipo artigianale che ha avuto origine nel XV secolo. Questi prodotti sono oggi ricordati, oltre che per la loro qualità, anche per la lavorazione artistica che consiste nell’utilizzare confetti legati con fili di seta per la preparazione di fiori grappoli e spighe.
CHIETI
Chieti , l’antica Teate , capoluogo delle popolazioni italiche dei Marrucini, fu municipio romano intorno al I secolo a.C. Si affaccia dalle colline alla destra del fiume Pescara e lo sguardo spazia dal Gran Sasso alla Maiella.La Cattedrale, dedicata a San Giustino patrono della città, ha subito molte vicissitudini attraverso i secoli. Fondata nell’alto medioevo è stata ricostruita quasi interamente nel ‘300 e rimaneggiata fino al XVIII secolo.
La Cattedrale, dedicata a San Giustino patrono della città, ha subito molte vicissitudini attraverso i secoli. Fondata nell’alto medioevo è stata ricostruita quasi interamente nel ‘300 e rimaneggiata fino al XVIII secolo.
La facciata e il fianco destro furono realizzati da Guido Cirilli tra il 1920 e il 1936, traendo ispirazione da quanto rimasto dell’edificio trecentesco. Sulla piazza si affaccia l’elegante campanile iniziato nel 1335 e terminato nel 1398 da Antonio da Lodi.
L’interno è a croce latina e a tre navate; nell’abside di sinistra si trova il busto argenteo di S. Giustino, opera di Nicola da Guardiagrele. Attraverso due scale si scende nella cripta che è stata recentemente riportata alla antica struttura romanica dell’XI secolo e sono riapparsi affreschi dell’XI e XII secolo.
FRANCAVILLA AL MARE
L’incantevole paese di Francavilla al mare si estende in parte sul pendio e in parte lungo il litorale.
È stata frequentata stazione balneare fin dai primi decenni del XIX secolo.
Nel Convento di Santa Maria del Gesù nacque il celebre cenacolo artistico michettiano.

L’ex convento di San Giacomo, risalente al XV secolo, venne intitolato a Santa Maria del Gesù nel 1548 e subì ampi rifacimenti.
Abitato fino alla soppressione delle comunità religiose, passò successivamente al comune.nel 1883 fu acquistato dal pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti, che vi accolse una delle comunità artistiche picaratteristiche di fine Ottocento, cenacolo artistico-letterario animato oltre che da Michetti, anche dal poeta Gabriele D’Annunzio, dallo scultore Costantino Barella, dal musicista Francesco Paolo Tosti, da Edoardo Scofoglio e da Matilde Serao.
Questa struttura oggi è conosciuta come il Convento Michetti.
L’ex convento dei domenicani è stato restaurato per realizzare il museo dedicato a Francesco Paolo Michetti, il Mumi.
Qui sono esposte le due celebri tele di Michetti, Gli storpi e Le serpi.
La seconda guerra mondiale ed i bombardamenti hanno trasformato l'antica conformazione urbanistica del Paese Alto ed oggi non rimangono che poche mura e sei torri medioevali:
la Torre d'Argento conservata integralmente, la Torre Di Giovanni, ridotta a poco più di un rudere e la Torre Masci, il Torrione del 1570 e le due torri superstiti, Torre De Monte, e la Torre Rapinesi.
La chiesa parrocchiale di San Franco è stata costruita dopo la seconda guerra mondiale,
sul luogo dove sorgeva la chiesa di Santa Maria Maggiore.
Il nome deriva dal fatto che al suo interno si conservano le reliquie del santo eremita Franco. Al suo interno si trovano le vetrate decorate dai Cascella e un ostensorio del 1413 di forma gotica, opera dell'orafo Nicola da Guardiagrele.
L’estate di Francavilla è animata durante i tre giorni della Festa di San Franco, il 16,17 e il 18 Agosto, con processioni, bande musicali e gli spettacolari “fuochi artificiali” a mare.
Tra le varie iniziative culturali spicca il Premio Nazionale di Pittura “F.P.Michetti”, che si tiene ogni anno d’estate.
LANCIANOLanciano è l’antica Anxanum, municipio romano sorto sul preesistente centro frentano. Famose fin dal medioevo le sue fiere alimentate dalle fiorenti industrie artigianali (stoffe, lana, seta, oreficeria).
L’area dell’odierna Pizza del Plebiscito coincide probabilmente con lo spazio destinato alla fiera fin dalla Lanciano romana.
Attualmente su questa piazza si trova la Cattedrale, chiamata Santa Maria del Ponte perché eretta sugli archi del ponte di Diocleziano del III secolo.
La chiesa fu edificata in seguito al rinvenimento di un’antica statua della Madonna in terracotta nei pressi del ponte nel 1088; fu inizialmente costruita una piccola edicola che con il tempo fu ampliata fino ad occupare tutto il ponte.
La chiesa all’interno è ad una sola navata, restaurata in forma neoclassica alla fine del XVIII secolo. Sull’altare maggiore, dentro una nicchia si trova la leggendaria statua della Madonna.
Non lontano da Piazza del Plebiscito si trova la chiesa di San Francesco , eretta nel 1258 sul sito della chiesa di S. Legonziano (VII-VIII sec.). L’interno della chiesa, ad una navata, è stato trasformato nel settecento in stile barocco. Ma l’importanza di questa chiesa non è dovuta al suo aspetto architettonico, bensì al fatto che custodisce, da oltre dodici secoli, il primo Miracolo Eucaristico della Chiesa Cattolica. Tale miracolo avvenne nell’VIII secolo d.C. nella piccola chiesa di S. Legonziano per il dubbio di un monaco Basiliano sulla presenza reale di Gesù nell’Eucarestia. Durante la celebrazione della messa, l’ostia diventò Carne viva e il vino si tramutò in Sangue vivo.
L’Ostia miracolosa e il Sangue sono oggi custoditi in un ostensorio d’argento opera di artisti napoletani (1713).
Le ultime analisi compiute nel 1981 hanno confermato che la Carne è vera carne umana e in specifico del muscolo del cuore, il Sangue è vero sangue umano; sia la Carne che il Sangue appartengono al gruppo sanguigno AB. La conservazione della Carne e del Sangue, lasciati allo stato naturale per dodici secoli, rimane un Fenomeno Straordinario. Santa Maria Maggiore rappresenta sicuramente il più prestigioso tra i monumenti di Lanciano. Costruita nel 1227, è stata rimaneggiata nel ‘300 e nel ‘500. La chiesa ha due facciate e quattro portali, il più importante dei quali è stato realizzato nel 1317 da Francesco Petrini (maestro lancianese); al di sopra di questo portale si apre un ricco rosone. Il restauro degli anni ’60 ha restituito all’interno le originali forme gotico-cistercensi.
Nella sagrestia si conserva una preziosa croce in argento del 1422, opera di Nicola da Guardiagrele.
ORTONA
Ortona, adagiata su di un promontorio, è una cittadina di antichissime origini che conserva ancora alcune preziose testimonianze nonostante le distruzioni subite nell’ultima guerra mondiale.
Ortona rappresenta il principale porto commerciale della regione e offre alcune tra le più belle località balneari della costa come il Lido Ricccio e i Ripari di Giobbe.
Questa cittadina, di origine frentana, fu un importante porto e divenne municipio romano con il nome di Ortona Augusta.
Conquistata dai Normanni nel XII secolo, risorse con gli Svevi e nel XV secolo divenne feudo di Giacomo Caldora.
Un altro episodio cardine del cammino storico fu l'incursione veneziana, il 30 giugno 1447, legata alla guerra tra Alfonso d'Aragona e Venezia.
Il porto, i magazzini e l'arsenale navale furono distrutti, ma i veneziani non riuscirono ad entrare nella città cinta di mura.

Alfonso fece allora costruire un castello, il Castello Aragonese.
Il Castello è uno dei più rappresentativi esempi di passaggio dall’opera difensiva medievale a quella rinascimentale.
L’impianto originario era caratterizzato da quattro torri cilindriche angolari.
Il castello fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale e una porzione rilevante è completamente scomparsa dopo la frana del 1946.
Nell’antica cattedrale di San Tommaso, risalente al XII secolo, furono traslate nel 1258 le reliquie del Santo Apostolo Tommaso.
Sostanzialmente modificata tra il XVI e il XVII secolo, la cattedrale fu danneggiata dalla guerra e successivamente completamente ricostruita.
Il ricco portale trecentesco fu ricomposto con pochi frammenti superstiti e reintegrato.
All’interno della chiesa la tela raffigurante San Tommaso è di Basilio Cascellae le maioliche della cappella di San Tommaso sono di Tommaso Cascella.
Accanto alla chiesa si trova il Museo Diocesano che raccoglie reperti archeologici, dipinti e sculture.
Lungo la suggestiva Passeggiata orientale sorge il Palazzo Farnese, sede della Pinacoteca Cascella, che contiene la più vasta raccolta di dipinti di Michele Cascella.
Da vedere la chiesa di Santa Caterina, dal pregevole portale ogivale con all’interno stucchi settecenteschi di Giovan Battista Gianni
VASTO
Vasto è l’antica Histonium, fondata secondo la tradizione da Diomede.
Il territorio vastese fu interessato da insediamenti abitativi a partire dal IX secolo A.C., nel V secolo A.C. i Frentani occuparono il territorio, potenziando l'approdo di Punta Penna.
Nel I secolo A.C. divenne municipio romano; in questa condizione rimase anche durante l'età imperiale, acquisendo maggior prestigio e una maggiore potenza economica.
Ebbe per vari secoli una notevole importanza e sviluppo urbanistico, alimentato dalla posizione strategica del suo porto.
Fu continuamente esposta alle dominazioni e ai saccheggi, dapprima dai Longobardi e poi dai Franchi. Fino alla fine del XIV secolo la città fu sottoposta a invasioni e saccheggi dei pirati saraceni, ma anche di crociati e veneziani fino a quando, intorno alla metà del quattrocento, Vasto fu dei Caldora e poi nel 1497, dei Marchesi D’Avalos, che con alterne vicende dominarono su tutta la costa abruzzese e valorizzarono la città con palazzi e conventi.
Vasto si trova incastonata nello scenario naturale della costa, con il centro storico che a tratti si affaccia sul mare offrendo incantevoli vedute sulle scogliere sottostanti.
Pochi elementi restano dell’antica Histonium, tra questi ricordiamo i resti dell’Anfiteatro che si trova in piazza Rossetti e che conserva la caratteristica forma ellissoidale, e le Terme recentemente risistemate e visitabili. Vi si conserva all’interno un bel mosaico con raffigurazioni marine e il dio Nettuno col tridente, rinvenuto nel 1974.
PESCARA

Pescara è l’antica Vicus Aternum, porto comune dei Vestini dei Marrucini e dei Peligni.
Distrutta dalle invasioni barbariche, fu ricostruita cambiando l’antico nome in quello di Piscaria.
Nel 1927 divenne provincia unendo i due comuni di Castellamare Adriatico (che era provincia di Teramo) a nord del fiume, e Pescara (che era provincia di Chieti ) a sud.
Oggi Pescara è una città moderna, dinamica ed anche quella con il maggior numero di abitanti nella regione.
Il centro amministrativo della città è situato su Piazza Italia dove si trova il Palazzo del Governo, sede della Prefettura e dell’Amministrazione provinciale, costruito nel 1927 dall’architetto Vincenzo Pilotti. La facciata presenta, nella parte alta, quattro statue che rappresentano il Fiume, il Mare, la Minerva e l’Agricoltura. Al suo interno, nel salone del consiglio provinciale, è esposto il dipinto La Figlia di Jorio (1895), omaggio del pittore Francesco Paolo Michetti a D’Annunzio.
Nella stessa piazza si trovano anche il Palazzo del Municipio e la Torre campanaria, entrambi opere di Vincenzo Pilotti. Non lontano da Piazza Italia vi è la moderna Chiesa di S. Andrea Apostolo, che presenta al suo interno diverse opere di Aligi Sassu: due grandi mosaici (la Madonna e S. Giuseppe) ai lati dell’altare e un affresco nella cappella a destra dell’ingresso che rappresenta i Padri del Concilio Vaticano II (1964).
Nella parte centrale della città si trova Corso Umberto I che si estende dalla vecchia Stazione Ferroviaria fino al mare dove si trova la monumentale fontana chiamata La Nave dello scultore. Alle spalle della Vecchia Stazione Ferroviaria è situata la Nuova Stazione, vanto e simbolo della moderna Pescara. Poco oltre la casa di D’annunzio si trova la Cattedrale di S. Cetteo, chiamata anche Tempio della Conciliazione. Costruita tra il 1933 e il 1938 dall’architetto Cesare Bazzani, ricorda lo stile romanico delle chiese abruzzesi. Al suo interno si trova la tomba di Luisa D’Annunzio, madre del poeta e una pregevole tela del Guercino, S.Francesco, dono di Gabriele D’Annunzio.
TERAMO
Teramo, posta in una conca circondata da colline, guarda i monti della Laga e il massiccio del Gran Sasso. Sorge alla confluenza del fiumi Vezzosa e Tordino, e per questo in età romana fu chiamata Interamnia (tra due fiumi) Praetuziorum.
Sotto Augusto e Adriano visse un periodo aureo del quale furono testimonianza le Terme, l’Anfiteatro del III-IV secolo e il Teatro del 30 a.C. del quale sono ancora visibili due arcate in travertino.
Di grande importanza è la Cattedrale sita nel cuore della città e dedicata a S. Berardo. La chiesa fu iniziata nel 1158 e rimaneggiata nei secoli successivi fino ad assumere una veste barocca, i cui effetti sono stati cancellati dal restauro degli anni ’30.
La facciata presenta un ricco portale, opera di Diodato Romano (1332), mentre è un aggiunta successiva la merlatura sovrastante. Il campanile a pianta quadrata è di Antonio da Lodi (1493).
L’interno della chiesa è a tre navate ed è romanico nella parte anteriore e gotico in quella posteriore.
Due opere sono di notevole interesse nella cattedrale:
il paliotto d’argento, eseguito da Nicola da Guardiagrele tra il 1433 e il 1448, e il polittico con l’incoronazione della Vergine e nella cui parte inferiore è raffigurata la città di Teramo, opera di Iacobello del Fiore.
Altre chiese da ricordare sono la chiese di S. Anna, eretta in forme bizantine e bruciata dai Normanni nel 1155, e la chiesa di S. Maria delle Grazie, sorta come monastero di suore benedettine, conserva all’interno un’opera in lego policromo, la Madonna con Bambino di Silvestro dell’Aquila.
ROSETO DEGLI ABRUZZI
Roseto degli Abruzzi, paese esteso lungo l’Adriatico tra i fiumi Tordino e Vomano, è un paese di recente costruzione. Il primitivo borgo, sorto intorno alla stazione ferroviara, prese il nome di Rosburgo (cioè paese delle rose) nel 1887 e poi cambiò in Roseto nel 1927.
Interessanti sono le numerose ville tardo ottocentesche situate lungo le strade che dalla costa risalgono verso le colline. Al piano terra della Villa Comunale si trova la Civica Raccolta d’Arte, una raccolta che raccoglie pregevoli opere della famiglia Celomi.
A Roseto degli Abruzzi sono nati o hanno operato pittori come Pasquale Celommi e suo figlio Raffaello, definiti “i pittori della luce” e Pier Giuseppe Di Blasio, ceramista, mentre apprezzati artisti contemporanei sono lo scultore Daniele Guerrieri, e Bruno Zenobio mosaicista.
Roseto degli Abruzzi è un paese a vocazione turistica, un turismo nato dall’ospitalità dei pescatori che agli inizi del ‘900 mettevano a disposizione le proprie dimore marine e cresciuto grazie alla cultura dell’ospitalità degli operatori turistici che da generazioni continuano a prendersi cura dei turisti.
La città ha un romantico pontile che chiude un lungomare prezioso, ricco di viali immersi nel verde delle palme e dei pini marittimi. Poco lontano da Roseto si trova il suggestivo borgo di Montepagano, splendida terrazza sul mare.
Nell’antico borgo fortificato si possono ammirare una torre in parte medievale, alcune porte d’accesso al borgo e la chiesa parrocchiale dell’Annunziata edificata nel 1611. all’interno della chiesa si trovano un altare ligneo del seicento e un’Annunciazione del trecento.
Nei locali del vecchio municipio è stata allestito il Museo della Cultura Materiale.
Poco lontano da Roseto si trova il suggestivo borgo di Montepagano, splendida terrazza sul mare.
Nell’antico borgo fortificato si possono ammirare una torre in parte medievale, alcune porte d’accesso al borgo e la chiesa parrocchiale dell’Annunziata edificata nel 1611. all’interno della chiesa si trovano un altare ligneo del seicento e un’Annunciazione del trecento.
Nei locali del vecchio municipio è stata allestito il Museo della Cultura Materiale.
GIULIANOVA
Giulianova è una ridente e florida cittadina, situata ai piedi dell'Appennino e affacciata sul Mare Adriatico. E’ un'ideale stazione balneare per la sua ampia spiaggia di sabbia fine e dorata, ma è anche una città d'arte, ricca di tesori da scoprire soprattutto nella parte alta.
Facilmente raggiungibile da tutte le località è dotata di moderne attrezzature e infrastrutture turistiche oltre alla presenza di un'impiantistica sportiva per tennis, nuoto, vela, windsurf, bocce, minigolf, pallacanestro, calcio a 5, pattinaggio inoltre vi è possibile praticare la pesca d'altura e la subacquea.
Giulianova fu fondata nella XV secolo da Giulio Antonio Acquaviva d’Aragona, duca di Atri e conte di San Flaviano.
Il nuovo impianto urbano venne racchiuso da un perimetro fortificato quadrilatero, difeso da torrioni cilindrici. Di questi torrioni sopravvivono parti del torrione detto “di Porta Napoli”, 2 torrioni sul versante orientale e un torrione detto “Il Bianco” recentemente restaurato e che ospita la sezione archeologica del Museo Civico.
Notevole nella parte alta del paese è la chiesa di San Flaviano, imponente costruzione edificata nella seconda metà del XV secolo con una pianta ottagonale.
All’interno si custodiscono interessanti sculture moderne opere di Francesco Coccia e di Venanzio Crocetti.
Tra gli edifici di culto troviano il Santuario della Madonna dello Splendore, eretto nel XVI secolo nel luogo dove secondo la tradizione apparve la Madonna.
In Agosto a Giulianova è molto suggestiva la festa della Madonna di Portosalvo, che si conclude con la tradizionale processione in mare.
A Giulianova Lido, borgata marinara oggi affermata stazione balneare, si segnala la chiesa di Santa Maria a Mare, costruita nel XIV secolo sul luogo di una preesistente chiesa benedettina. La facciata in laterizio è caratterizzata dal campanile a vela a destra e a sinistra dall’elegante portone trecentesco.
Lungo la statale Adriatica si trova la caratteristica Torre costiera del Salinello del 1568, una delle poche torri costiere del viceregno napoletano conservatesi.
Il Parco Nazionale d'Abruzzo
Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise è famoso in Italia, e un po' in tutto il mondo come modello per la conservazione della natura e la difesa dell'ambiente. Negli ultimi 20 anni il parco ha potuto svilupparsi armonicamente grazie alla "zonizzazione" del territorio, che ha permesso di integrare conservazione e sviluppo e ad un accordo con i comuni del parco per superare i problemi urbanistici. Le visite al parco sono controllate e selezionate, e molte sono le realizzazioni per continuare a rendere questo parco sempre più moderno ed efficiente.
La maggiore parte delle rocce del Parco sono calcari risalenti all'era Mesozoica o, in taluni casi,ai periodi piu' antichi dell'era Terziaria, tipicamente di fondo marino.
Contengono scheletri di coralli, gasteropodi, lamellibranchi, alghe calcaree, etc.
La sedimentazione e' avvenuta in modi diversi nelle varie zone della regione. Nella zona piu' occidentale le rocce sono costituite sopratutto da alghe calcaree e da pochissimi animali non molto bisognosi di ossigeno, che si sono depositati nel fondo melmoso, in acque poco profonde di piattaforma;i calcari risultanti sono a grana molto fine.
Tra la piattaforma ed il mare aperto, infine, esisteva una scarpata dove i sedimenti delle due zone si mescolavano in vario grado. Oggi questa "zona di transizione" e' posta ad Est e a Sud della precedente e vi si trovano detriti stratificati e alternati in vario modo.
Oltre ai calcari, si rinvengono dolomie (Camosciara, Val di Canneto, Monte Godi). In alcune ampie valli, affiorano anche terreni argillosi e arenacei, che risalgono ad uno dei periodi piu' recenti dell'Era Terziaria (Miocene Superiore) e rappresentano l'ultimo atto della sedimentazione marina.
In seguito, l'intera regione emerse ed ogni deposito successivo e' opera di laghi e fiumi (La conca di Pescasseroli) o di frane (brecce di Scanno e di Bisegna).
Come in tutte le regioni ricche di calcari, nel Parco Nazionale d'Abruzzo abbondano i fenomeni carsici dovuti all'azione di scavo delle acque acide nella roccia carbonatica.Si hanno in questo modo doline, grotte,inghiottitoi, e via dicendo.
Durante l'Era Quaternaria, infine, tutta la regione subi' un profondo rimodellamento ad opera dei ghiacciai che la ricoprirono. Sulle testate delle valli piu' alte si trovano percio' circhi glaciali e, qua e la', e' possibile riconoscere rocce montonate, depositi morenici, suggestive valli intagliate a forma di "U".
Parco Nazionale del Gran Sasso
Si estende per 160.000 ettari di cui 135.000 in Abruzzo.
Comprende 44 comuni.
Al suo interno ricadono completamente le catene montuose del Gran Sasso e dei Monti della Laga.
Il Corno Grande, con i suoi 2912 metri di altezza, è la montagna più alta dell'Appennino.
Sempre sul Corno Grande troviamo "il Caldarone", l'unico ghiacciaio dell'Appennino ed il più meridionale d'Europa.
A meridione del massiccio si estende la sconfinata piana di Campo Imperatore, posta a 1600 metri di altitudine.
La catena della Laga, particolarmente importante sia dal punto di vista geologico che naturalistico, comprende tra le altre la vetta del monte Gorzano (2458 metri).
La flora del Parco presenta un patrimonio vegetale di grande valore; vi si trovano boschi di faggio - dove vivono pure il ciliegio selvatico, l'agrifoglio, l'acero di monte e il tasso - e boschi di castagno con un ricco sottobosco di lamponi, mirtillo nero, belladonna, orchidee selvatiche e varie specie di funghi.
Un cenno a parte meritano i piccoli boschi di abete bianco (Selva di Cortino, Bosco Maltese, Selva degli abeti) residuo dell'antico popolamento misto di abeti e faggi dell'Appennino.
La fauna del Parco è molto varia ed è rappresentata da specie rare, quali il lupo appenninico, il gatto selvatico ed il camoscio, reintrodotto da poco sul Gran Sasso, oltre che da cinghiali, scoiattoli e volpi, tutti piuttosto diffusi.
Tra gli uccelli rapaci si segnalano l'aquila reale, il falco pellegrino e l'astore.
Il Gran Sasso
Il grande complesso calcareo del Gran Sasso d'Italia si erge imponente alla vista del turista dominando tutto il versante teramano fino al Mare Adriatico.
Le valli che scendono dal Gran Sasso si sviluppano lungo incontaminati torrenti che costituiscono un angolo ancora poco conosciuto dell'Abruzzo e tuttavia dotato di ricchezze, in particolare di tipo naturale,che meritano di essere scoperte come patrimonio più che mai prezioso ai giorni nostri.
le faggete, i castagneti, i nuclei di abete bianco, e di betulla;
le praterie d'alta quota con bucaneve, primule, viole, genzianelle, orchidee, narcisi, campanule;
le esplosioni di colori nei boschi e lungo i fossi di violette, ciclamini,primule,gigli rossi, gigli martagone;
i funghi prataioli, turini, galletti, porcini;
la fauna ricca di specie, tra le quali spiccano il lupo appenninico e l'aquila reale;
gli antichi borghi, la storia, le tradizioni popolari, la gastronomia ricca di piatti tipici, l'artigianato.
Il Sentiero Italia nel parco
Un tratto del Sentiero Italia che interessa il versante teramano del Gran Sasso, è quello che parte dai 1000 metri dell'abitato di Pietracamela e sale, costeggiando l'area faunistica del Camoscio d'abruzzo, fino a Prati di Tivo metri 1450, per raggiungere attraverso il bosco di Frignano, il piano della Laghetta a 1700 metri. Si procede a mezza costa oltre il bosco di San Nicola per arrivare sotto al "Paretone" della vetta orientale di Corno Grande.
Da qui si comincia a scendere verso il rifugio San Nicola a 1650 metri e, dopo aver incontrato la Chiesa di San Nicola a 1100 metri e la sorgente a 950 metri, si arriva all'abitato di Casale S. Nicola a metri 850 di quota.

Esempio