Il fu Mattia Pascal

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Testo

Relazione sul romanzo di Pirandello Il fu Mattia Pascal

Il libro Il fu Mattia Pascal, pubblicato nel 1904, è edito da Mondadori nella collana gli Oscar. Privo di illustrazioni, è composto di duecentocinquantotto pagine, suddivise in diciotto capitoli, e da due commenti dell’autore sul proprio stile e sulla credibilità della vicenda.
Suo autore è Luigi Pirandello. Nato ad Agrigento nel 1867, compì gli studi universitari a Roma e a Bonn, laureandosi con una tesi sul dialetto del suo paese (1891). Tornato in Italia si stabilì nella capitale, dove svolse attività di giornalista ed insegnò al Magistero. A causa di un’acuta gelosia e di un dissesto finanziario, sua moglie divenne folle; l’arte dello scrittore non ne fu insensibile, come dimostrano assillanti introspezioni e dolorose vicende vissute. Dal 1910, dopo aver scritto numerose novelle raccolte in Novelle per un anno, romanzi quali Il fu Mattia Pascal, Uno, nessuno e centomila, L’esclusa, I vecchi e i giovani, si volse anche al teatro, che divenne poi la sua quasi esclusiva attività letteraria; produsse in questo periodo Sei personaggi in cerca d’autore, Il piacere dell’onestà, Questa sera si recita a soggetto, Enrico IV e altri drammi. Diresse anche una compagnia drammatica in Europa e in America (1926). Ebbe la nomina di Accademico d’Italia (1929) e gli fu assegnato il premio Nobel. Morì a Roma nel 1936, a sessantasei anni.

Questo romanzo, ambientato all’inizio del secolo a Miragno, città natale del protagonista e a Roma, si apre con due premesse, subito dopo cui l’autore narra, attraverso una lunga retrospezione ed in prima persona, la sua vita.
Egli era rimasto orfano del padre, viveva con il fratello Roberto e la madre a Miragno; qui essi avevano alcuni possedimenti che, come il denaro lasciato loro dal padre, erano amministrati da Malagna: quest’ultimo si arricchiva con i valori e la madre del protagonista Mattia Pascal avrebbe dovuto, per salvaguardarsi dall’uomo, secondo quanto le consigliava la cognata, per Mattia zia Scolastica, risposarsi con Gerolamo Pomino, rimasto anch’egli vedovo, il cui omonimo figlio si trovava spesso in compagnia del protagonista.
In gioventù Mattia Pascal si era innamorato di Oliva, moglie di Malagna, ed anche di Romilda, la ragazza che aveva voluto conoscere per poterla poi presentare all’amico Gerolamo Pomino, che se ne era infatuato. Ciò avvenne circa nello stesso periodo e, per una serie di strane circostanze, Mattia scoprì di aspettare da entrambe le donne un figlio, che non avrebbe però potuto crescere. Il problema si risolse fortunatamente poco dopo in quanto Malagna si offrì di allevare con la moglie il figlio che tanto aveva desiderato, pur essendo di Mattia, mentre questi avrebbe dovuto sposare Romilda, che era fra l’altro nipote di Malagna, per rispettarne l’onorabilità.
A questo punto non parve più al protagonista che vi fossero problemi, ma si accorse ben presto del contrario. Oltre ad aver perso i suoi averi, essendo così costretto a lavorare come bibliotecario, scoprì di non essere fatto per la vita coniugale, soprattutto per l’eccessiva intromissione in questa della suocera, la vedova Pescatore. Inoltre la sua condizione peggiorò quando, dopo aver perso una delle due gemelline avute, nello stesso giorno morirono dopo pochi mesi la madre e l’altra figlia, alla quale purtroppo si era già affezionato. Essendo quindi spezzato quest’ultimo importante legame, egli non esitò a dirigersi e trattenersi a Montecarlo dove, giocando al casinò, riuscì ad accumulare un’ingente somma di denaro.
Seppur tentato di partire per l’America, decise di tornare a casa; durante il viaggio di ritorno però lesse sul giornale che nel suo paese il corpo di un suicida era stato riconosciuto come il suo: egli era praticamente da tutti ritenuto morto e decise quindi di cominciare una nuova vita. In un primo periodo viaggiò per l’Italia e l’Europa ed ebbe così il tempo di creare un passato per Adriano Meis, cioè se stesso. Pensò poi che, non potendo vivere in solitudine e vagare senza meta per sempre, avrebbe dovuto scegliere una città in cui stabilirsi: preferì Roma. Affittò qui una stanza e cominciò a stringere legami con l’altra ospite, la signorina Caporale, una donna ormai non più giovane e che da sempre era stata rifiutata dagli uomini; sua unica passione era la musica. Inoltre il protagonista conobbe il padrone di casa, il signor Palmieri, un uomo ormai in pensione che aveva strani interessi riguardo la vita nell’aldilà e la concezione di questa da parte dell’uomo, e sua figlia Adriana, una donna che da subito apparve ad Adriano Meis molto sensibile e riservata. Egli si accorse dopo un certo periodo di essersi innamorato di Adriana, ma era purtroppo consapevole che non avrebbe potuto amarla fino in fondo non potendole rivelare il proprio passato.
Cominciò quindi a questo punto a prendere coscienza del fatto che mai avrebbe potuto avere legami con il mondo che lo circondava, ormai era solo, soltanto la sua ombra poteva conoscerne la storia. Egli credeva di essersi fortunatamente liberato dall’oppressione della moglie e della suocera, ma su di lui ne incombeva ora una ancora più pesante: la costrizione alla menzogna. Poi il protagonista venne derubato dal cognato vedovo di Adriana e l’impossibilità di denunciare quell’uomo, mancando di un’identità, lo indussero a decidere di tornare a Miragno. Fece dunque credere che, gettandosi in un fiume, Adriano Meis si fosse suicidato e lasciò sul ponte il proprio cappello con un biglietto su cui erano scritti nome ed indirizzo. Cosciente di una nuova liberazione, poté quindi tornare a casa. Dopo essersi fermato dal fratello, destandone l’immenso stupore, in un paese vicino, tornò al proprio, avendo appreso che sua moglie Romilda si era già risposata con l’uomo che tanto l’aveva desiderata e cioè Gerolamo Pomino. Pur essendo per legge annullato il secondo matrimonio, Adriano Meis, ora di nuovo Mattia Pascal, decise di non far riconoscere l'errore alle autorità in quanto Romilda e Gerolamo Pomino avevano avuto una figlia: lasciò il palazzo, rinunciando così a vendicarsi delle due donne che avevano riconosciuto lui nel corpo del suicida ritrovato a Miragno e poté a questo punto dirigersi a visitare quella che era ritenuta la sua tomba.

Questo romanzo, riflessione sull’eterno problema dell’essere e del parere, mi è piaciuto perché secondo me l’autore è riuscito ad inserire bene, oltre ai colpi di scena, alcune situazioni ed espressioni che suscitano ilarità, senza però porle in contrasto con il tono della vicenda principale. Inoltre ho apprezzato la capacità dell’autore di immedesimarsi nel personaggio, vedendo sempre gli avvenimenti attraverso gli occhi di quest’ultimo. Molto efficaci sono anche i paragoni che Pirandello fa nelle sequenze riflessive, riferendosi ad argomenti astratti che può abilmente definire con il concreto: ad esempio paragona la finzione di Mattia Pascal ad una barchetta che, con i remi della menzogna, può prendere il largo ed issare la vela della fantasia.
Pirandello, autore di straordinaria sensibilità, tenta intrinsecamente nelle sue storie un’analisi dell’uomo, dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri e delle vicende che la sorte gli destina, come in questo caso, davvero paradossalmente. Egli crede che l’uomo sia soggetto a una limitazione della propria personalità: la società impone criteri e regole che tutti devono rispettare ed anche la sola sopravvivenza impedisce alle volte all’uomo di poter essere se stesso. Con sottile umorismo, che in realtà sottintende amarezza, egli riesce a dar vita ai propri personaggi, protagonisti dei paradossi dell’esistenza umana.
In questo libro, in cui si alternano estese sequenze riflessive, narrative e descrittive, il lessico non è particolarmente ricercato e il periodare è abbastanza lungo, specialmente nelle considerazioni introspettive del protagonista.

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