Martin Lutero

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Testo

MARTIN LUTERO

Martin Lutero nato il 10 novembre del 1483 a Eisleben in Germania, fu considerato colui che trasse la chiesa fuori dalle tenebre papali per guidare quest’ultima verso una fede più pura; Martin Lutero compi la grande opera della riforma della chiesa.
Pur essendo cresciuto in una famiglia molto povera, Lutero riuscì ad avere un formazione completa, seppur con grandi sforzi da parte del padre che lavorava come minatore; i genitori di Lutero cercarono fin da piccolo di inculcargli la fede cristiana. A scuola dove si recò prestissimo fu trattato con durezza alle volte per fino con violenza, ma nonostante tutti questi scoraggiamenti Lutero proseguiva verso un ideale elevato di eccellenza morale e intellettuale che attirava la sua anima, la sete di conoscenza e il carattere pratico e aperto della sua mente lo inducevano a desiderare tutto ciò che era concreto e utile, anziché vano e superficiale.
Nel 1501 ammesso all’ università di Erfurt avviato a studi giuridici entro poi nel 1505 nel ordine degli agostiniani osservanti, diventò così studente di teologia poi consacrato sacerdote nel 1507, fu insegnate di teologia nell’università di Wittemberg; seguito dall’ amico Staupitz che gli aprì la mente per il fatto che Lutero pensava alla fede come una cosa oppressiva data della grande severità di Dio, invece Staupitz gli schiuse la mente con queste parole: “Invece di torturarti a motivo dei tuoi peccati, gettati nelle braccia del redentore. Abbi fiducia in lui, abbi fiducia nella giustizia della sua vita, nell’espiazione assicurata dalla sua morte. Egli si fece uomo per darti la certezza del favore divino. Ama chi per primo ti amò”.
Lutero era ancora devoto alla chiesa papale, e mai avrebbe immaginato di poter essere altrimenti, quando fu intenzionato ad intraprendere un viaggio a Roma, decise di compiere questo pellegrinaggio a piedi e per rifocillarsi chiedere nei conventi che avrebbe trovato lungo cammino un po’ di cibo e una branda per dormire qualche ora; arrivato in Italia si accorse che la vita dei monaci era totalmente diversa da quella trascorsa da lui in quegli anni nel suo monastero e quasi opposta a quella descritta nella bibbia, piena di sfarzi e lussi. Arrivato a Roma ebbe la conferma di quello che già sospettava dalla sua entrata in Italia, cioè l’immagine di una chiesa corrotta, invasa da un’immensa superficialità, da ogni parte sia nel clero che nel popolo che deboscezza e la dissolutezza imperavano, da ogni parte incontrava profanità laddove invece avrebbe dovuto regnare la santità.
Con un decreto di quel tempo il pontefice dichiaro indulgenza a tutti coloro che fossero riusciti ad ascendere in ginocchio la “scala di Pilato”; Lutero intento a salire devotamente la scala sentì una voce che tuono con le parole: “Il giusto vivrà per fede”; questo gli permise di capire che tutte quelle opere costruite dal uomo al fine di ricercare la salvezza con vani mezzi, erano state edificate solo al fine di ricercare assoluzione senza mettersi in rapporto con la propria coscienza e di perdere la rettitudine nella fede, capito questo Lutero reintraprese la strada di casa con sdegno e orrore.
Conseguita la laurea di teologia a Wittemberg, fece voto di dedicarsi allo studio delle sacre scritture e di vivere non secondo i precetti dell’ ormai profanata chiesa di Roma, ma bensì secondo le scritture originali. Lutero oltre che alla bibbia si dedicò alla diffusione della vera parola del Signore quella che aveva trovato proprio nella storia sacra offuscata dalla chiesa per poter rimpinguare le proprie casse con le indulgenze plenarie pagate dal popolo a caro prezzo al fine di rendere ancor più elevata la magnificenza romana; il fine spirituale di queste indulgenze, ossia quello inculcato al popolo dalla chiesa invece era quello di pagare un elevata somma per ottenere una (inesistente) via preferenziale per il paradiso.
Joan Tetzel era l’ufficiale incaricato della vendita delle indulgenze in Germania; questo personaggio si era macchiato di volgari offese contro la società e contro la legge. Riuscito a sottrarsi al castigo che i suoi crimini meritavano, era stato invitato a propagandare i progetti mercenari e privi di scrupoli di Roma.
Appena Tetzel entrava nelle città era accolto come un salvatore; salito, Tetzel sul pulpito, presentava le indulgenze come il più prezioso dono di Dio. E gli dichiarava che in virtù dei certificati di perdono, tutti i peccati che l’acquirente avrebbe avuto l’intenzione di commettere gli sarebbero stati perdonati e che non era necessario alcun pentimento.
L’offerta di Tetzel venne accolta con entusiasmo da migliaia di persone, e così oro e argento affluirono nelle casse. Una salvezza che si poteva comperare con denaro era per molti preferibile a quella che esigeva pentimento, fede e diligente sforzo per resistere al peccato e vincerlo.
Nella Chiesa romana, la dottrina delle indulgenze era stata combattuta da uomini dotti e pii, e non pochi erano coloro che non credevano a una pretesa così contraria alla ragione e alla rivelazione. Nessun prelato ardiva levare la propria voce contro questo ampio traffico; però le menti degli uomini erano turbate e si sentivano a disagio. Molti si chiedevano, ansiosi, se Dio non si sarebbe servito di qualche strumento per purificare la sua Chiesa.
Lutero, pur essendo ancora uno stretto papista, provava orrore dinnanzi alla sfrontatezza blasfema dei mercanti di indulgenze. Molti della sua congregazione, che avevano comperato il certificato di perdono, andarono da lui confessando vari falli e chiedendo l’assoluzione sulla base dell’indulgenza. Lutero ricusò di assolverli e li avvertì che se non si fossero pentiti e non avessero riformato la loro vita sarebbero periti nei loro peccati. Perplessi, essi ritornarono da Tetzel lamentandosi che il loro confessore aveva respinto il certificato di indulgenza e alcuni, addirittura, chiesero il rimborso.
Lutero allora entrò in lizza come campione della verità. La sua voce risuonò dall’alto del pulpito per dare i solenni avvertimenti. Egli mise dinanzi al popolo il carattere odioso del peccato e affermò che era impossibile all’uomo riuscire, con le sue opere, a sminuire la propria colpa o a sottrarsi al castigo. Egli suggeriva ai fedeli di astenersi dall’acquisto delle indulgenze e li esortava a guardare con fede al Salvatore. Narrò la sua dolorosa esperienza personale e la sua vana ricerca della salvezza mediante l’umiliazione e la penitenza, e assicurò agli uditori di avere trovato la pace e la gioia solo rivolgendosi a Gesù e confidando in lui.
Poiché Tetzel continuava il suo traffico e insisteva nelle sue empie pretese, Lutero tra l’ottobre e il novembre del 1517 decise di ricorrere a una protesta più efficace contro simili abusi. Di lì a poco gli si presentò un’occasione opportuna: la Chiesa del castello del castello di Wittemberg possedeva molte reliquie, che in determinati giorni di festa venivano esposte al pubblico. A tutti coloro che visitavano la chiesa e si confessavano era accordata la piena remissione dei peccati. In quelle ricorrenze la gente affluiva numerosa. Il giorno precedente alla festa di Ognissanti, Lutero afflisse sulla porta della chiesa un foglio contenente 95 tesi contro la dottrina delle indulgenze e si dichiarò pronto a difenderle l’indomani all’università, contro chiunque avesse voluto attaccarle.
Le tesi attrassero l’attenzione di tutti. Furono lette e rilette, ripetute in ogni direzione. In città e all’università venne a crearsi un’atmosfera di grande eccitazione con le tesi si dimostrava che la facoltà di accordare il perdono dei peccati e la remissione della pena non era stata mai data né al Papa, né a qualsiasi altro uomo. L’intero sistema delle indulgenze non era che una farsa, un artificio inteso a estorcere denaro facendo leva sulla superstizione della gente. Era anche chiaramente dimostrato che l’Evangelo di Cristo è il più ricco tesoro della chiesa e che la grazia di Dio, in esso rivelata, viene gratuitamente accordata a chiunque la cerchi col pentimento e con la fede.
Le tesi di Lutero invitavano alla discussione, ma nessuno raccolse la sfida. Le domande che gli proponevano furono conosciute, nel giro di pochi giorni, in tutta l a Germania, e in poche settimane si diffusero per tutto il mondo cristiano. Molti devoti cattolici che avevano visti l’iniquità dominare nella chiesa e se n' erano lagnati, pur non sapendo che cosa fare per frenarne il progresso, lessero le tesi con viva gioia, riconoscendo in esse la voce di Dio. Si rendevano conto che il Signore aveva steso la sua mano per arrestare l’ondata di corruzione che minacciava di travolgere la chiesa. Principi e magistrati si rallegravano segretamente che fosse stato posto un argine all’arrogante potere che negava il diritto di appello alle sue decisioni.
Moltissimi erano anche quelli che, amando il peccato ed essendo vittime della superstizione, rimasero sgomenti quando furono spazzati via i sofismi che avevano placato i loro timori. Astuti ecclesiastici, ostacolati nella loro opera intesa a sanzionare il crimine, vedendo che i loro guadagni erano in pericolo, si irritarono e si sforzarono di difendere le loro pretese. Così il riformatore dovette affrontare accaniti oppositori. Alcuni lo accusavano di agire precipitosamente, mosso dall’impulso; altri lo accusavano di presunzione, affermando che egli non era guidato da Dio ma dall’orgoglio e dalla sete di supremazia.
Sebbene Lutero fosse stato mosso dallo Spirito di Dio a cominciare la sua opera, non doveva proseguirla senza affrontare dure lotte. L’opposizione dei nemici, le loro calunnie sul suo operato e sui motivi che lo spingevano, si abbatterono su di lui come un travolgente diluvio e non mancarono di far sentire i loro effetti. Lutero pensava che i capi del popolo, nella chiesa e nelle scuole, si sarebbero uniti a lui nei suoi tentativi di riforma. Parole di incoraggiamento, da parte di quanti occupavano posizioni importanti, gli avevano dato gioia e speranza. Egli aveva previsto per la chiesa l’alba di un giorno più luminoso. Purtroppo, l’incoraggiamento si mutò in rimprovero e in condanna. Molti dignitari della Chiesa e dello Stato erano convinti della giustezza delle sue tesi, però non tardarono a rendersi conto che accettarle significava virtualmente la diminuzione dell’autorità da Roma e di conseguenza l’inaridimento di quei rivoli che alimentavano il suo tesoro. Ne sarebbe così derivata una sensibile diminuzione dei benefici che rendevano possibili la stravaganza e il lusso dei capi della chiesa. Inoltre, insegnare alla gente a pensare e ad agire come esseri responsabili, guardando solo a Cristo per la salvezza, voleva dir rovesciare il trono papale e farne distruggere anche la propria autorità. Per questi motivi, essi respinsero la conoscenza che veniva loro offerta da Dio e si schierarono contro Cristo e contro la verità, opponendosi all’uomo che Egli aveva mandato per illuminarli.
Lutero, nel pensare a sé stesso tremava: un uomo che si opponeva alle maggiori potenze della terra! Talvolta lo assaliva il dubbio: era stato davvero guidato da Dio nella sua opposizione all’autorità della Chiesa? Lutero, non si perdette d’animo perché quando gli venne meno l’appoggio umano guardò a Dio e seppe di potersi appoggiare fiducioso al suo braccio onnipotente.
A un amico della Riforma, Lutero scrisse “ Non aspettarti nulla dai tuoi sforzi,dal tuo raziocinio, ma confida in pieno e unicamente in Dio e nell’azione del suo spirito. Credi questo sulla parola di un uomo che ne ha fatta l’esperienza”. C’è qui una lezione di vitale importanza per chi si sente chiamato a presentare agli altri le solenni verità dell’ora presente. Queste verità provocheranno nell’amicizia di Satana e degli uomini che preferiscono le favole da lui architettate. Nella lotta contro le potenze del male, è necessario qualcosa di più che il vigore dell’intelletto e della sapienza umana.

Quando i nemici facevano appello alle usanze, alla tradizione, oppure alle affermazioni e all’autorità del Papa, Lutero li affrontava con la Bibbia. In essa vi erano argomenti ai quali essi non potevano replicare. Per conseguenza, gli schiavi del formalismo e delle superstizioni chiedevano il suo sangue, come i giudei avevano chiesto il sangue di Cristo. Lutero, però, non fu preda della loro ira: Dio aveva in programma un’opera per lui, e gli angeli del cielo furono mandati a proteggerlo. Molti però, che avevano ricevuto da lui la preziosa luce, furono oggetto dell’ira di Satana, e per amore della verità affrontarono impavidi la tortura e la morte.
Gli insegnamenti di Lutero richiamarono in tutta la Germania l’attenzione delle menti riflessive. Dai suoi sermoni e dai suoi scritti scaturivano fasci di luce che svegliavano e illuminavano migliaia di persone. Una fede vivente occupava il posto del morto formalismo nel quale la chiesa era stata così a lungo tenuta. La gente andava perdendo giorno per giorno la fiducia nelle superstizioni del Romanesimo e crollavano, ad una ad una le barriere del pregiudizio. La Parola di Dio, con la quale Lutero affrontava ogni dottrina e ogni pretesa della chiesa, era simile ad una spada a due tagli che penetrava nel cuore del popolo. Ovunque si notava il risveglio e il desiderio di progresso spirituale. Ovunque c’era fame e sete di giustizia, quali da secoli non si erano verificate.
Questo interesse dilagante contribuì ad accrescere i timori delle autorità papali. Lutero fu invitato a presentarsi Roma per rispondere all’accusa d’eresia. L’ordine riempì di sgomento i suoi amici, i quali sapevano molto bene quale pericolo lo avrebbe minacciato in quella città, di conseguenza essi protestarono contro tale ordine e chiesero che Lutero fosse giudicato in Germania.
L’accordo fu raggiunto, e il papa nominò un suo legato perché si occupasse del caso. Nelle direttive impartite dal pontefice, il legato fu avvertito che Lutero era già stato dichiarato eretico, qualora Lutero fosse rimasto sulle sue posizioni, il legato, se non fosse riuscito ad impadronirsi della sua persona, aveva ampia facoltà di “dichiararlo proscritto in ogni parte della Germania e di bandire, maledicendo e scomunicando chiunque si fosse unito a lui”. Oltre a ciò il papa suggerì al legato, di scomunicare tutti coloro che, indipendentemente dalla dignità rivestita -eccezion fatta per l’imperatore- si fossero rifiutati di arrestare Lutero e i suoi seguaci per consegnarli alla vendetta di Roma.
In questo si manifesta il vero spirito del papato. Lutero abitava molto lontano da Roma e non aveva nessuna possibilità di spiegare o di difendere la sua posizione; eppure, ancor prima che il suo caso fosse preso in esame, egli era stato dichiarato eretico e nello stesso giorno esortato, accusato, giudicato e condannato. Tutto questo per opera del “santo padre”, dell’unica autorità suprema e infallibile nella chiesa e nello stato!
Fu allora, quando cioè Lutero sentiva un vivo bisogno di simpatia e di consiglio, che Dio nella sua provvidenza mandò a Wittemberg Melantone. Giovane, modesto, circospetto, dotato di sano discernimento, in possesso di una vasta cultura, ricco di un’eloquenza trascinatrice, il tutto congiunto con la purezza e la rettitudine del carattere, Melantone seppe conquistarsi la stima e l’ammirazione generali. Egli divenne ben presto fervente discepolo del Vangelo e fedele amico di Lutero, oltre che suo valido sostenitore. La sua compitezza, la sua prudenza e il suo tatto erano il degno complemento del coraggio e dell’energia di Lutero. La loro unione aggiunse vigore alla Riforma e fu per Lutero una fonte di grande incoraggiamento.
Augusta era stata designata come sede dell’incontro. Il riformatore si mise in cammino, a piedi, per raggiungere la località. Seri timori esistevano per la sua incolumità. Infatti, era stato detto apertamente che egli sarebbe stato preso e ucciso durante il viaggio. I suoi amici lo scongiurarono di non affrontare un’avventura così rischiosa e giunsero perfino a suggerirgli di abbandonare Wittemberg per un po’ di tempo e rifugiarsi presso chi, con gioia, gli avrebbe offerto un esilio sicuro. Egli, però, non intendeva abbandonare il posto assegnatogli da Dio: sentiva di dover serbare fedelmente la verità, nonostante le tempeste che minacciavano di abbattersi su di lui. La notizia dell’arrivo di Lutero ad Augusta riempì di soddisfazione il legato pontificio. Il “turbolento eretico”, che andava suscitando sempre più l’attenzione del mondo, sembrava ora in potere di Roma. Il legato decise di non lasciarselo sfuggire. Il riformatore aveva omesso di munirsi di un salvacondotto, e i suoi amici lo avevano esortato a non presentarsi dinanzi al legato senza tale documento; si erano anzi adoperati per procurargliene uno rilasciato dall’imperatore. Il legato intendeva costringere Lutero a ritrattare e, qualora non vi fosse riuscito, mandarlo a Roma dove avrebbe condiviso la sorte di Huss e di Gerolamo. Per questo, tramite i suoi agenti, cercava di indurre Lutero a presentarsi a lui senza salvacondotto, affidandosi alla sua misericordia. Il riformatore rifiutò energicamente di aderire a tale richiesta e si presentò all’ambasciatore papale solo dopo aver ricevuto il documento che gli garantiva la protezione dell’imperatore.
Con abile mossa politica, i partigiani del papa avevano deciso di conquistare Lutero con un’apparenza di bontà. Il legato, nel colloquio che ebbe con lui, si dimostrò amichevole, però invitò Lutero a sottomettersi implicitamente all’autorità della chiesa e a rinunciare, senza discutere, alle proprie idee. Egli non aveva giustamente valutato il carattere dell’uomo che gli stava dinanzi. Lutero, rispondendo, espresse il proprio rispetto per la chiesa, il proprio desiderio di verità, la propria prontezza a rispondere a tutte le obiezioni relative al proprio insegnamento e si dichiarò pronto a sottoporre le proprie dottrine alla decisione delle università che andavano per la maggiore, però, allo stesso tempo, protestò contro l’invito del cardinale che gli chiedeva di ritrattare senza dimostrargli in che cosa consistesse il suo errore.
Il riformatore dimostrò come la sua posizione fosse sostenuta dalle Scritture, e dichiarò con fermezza che non avrebbe mai rinunciato alla verità. Il legato, incapace di ribattere agli argomenti di Lutero, lo investì con un’ondata di rimproveri, sarcasmi e lusinghe, inserendo qua e là citazioni tratte dalle tradizioni dei padri e non dando al riformatore alcuna possibilità di parlare. Lutero, visto che la conversazione era del tutto inutile, chiese e ottenne, sia pure con riluttanza di poter rispondere per iscritto.
Così ne trasse un duplice vantaggio: essere sottoposto al giudizio altrui e avere una maggiore opportunità di agire sui timori, se non sulla coscienza, di chi finirebbe con l’avere il sopravvento col suo linguaggio imperioso.
Al colloquio successivo, Lutero presentò un’esposizione chiara, concisa e convincente delle proprie idee, accompagnata da numerose e adeguate citazioni bibliche. Dopo averla letta ad alta voce, la consegnò al cardinale che, con un gesto di disprezzo, la mise da una parte e disse che si trattava solo di una massa di parole oziose e di citazioni senza costrutto. A questo punto, Lutero affrontò l’altezzoso prelato sul suo stesso terreno confutando tutte le sue affermazioni.
Quando il legato si rese conto che il ragionamento di Lutero non poteva essere reputato, perdette ogni controllo e furibondo gli ordinò di ritrattare o lo avrebbe mandato a Roma per comparire davanti ai giudici, avrebbe scomunicato lui e i suoi sostenitori cacciandoli dalla chiesa.
Il riformatore si ritirò, accompagnato dai suoi amici, facendo chiaramente comprendere che da lui non ci si doveva aspettare alcuna ritrattazione. Questo, però, non era quello che si era ripromesso il cardinale legato. Egli si era lusingato di riuscire, con la violenza, a indurre Lutero a sottomettersi. Rimasto solo con i suoi collaboratori, li guardò uno per uno, deluso e contrariato dall’inattesa conclusione.
Gli sforzi fatti da Lutero in quell'occasione non rimasero senza risultato. I numerosi presenti avevano avuto modo di confrontare i due uomini e di giudicare personalmente lo spirito da essi manifestato, come anche di valutare la forza e la veracità delle rispettive posizioni. Quale contrasto? Il riformatore semplice, umile, impavido, si presentava sostenuto dalla potenza di Dio, con la verità dalla sua parte.
Nonostante Lutero fosse munito di un regolare salvacondotto, i partigiani del Papa complottavano di prenderlo e di chiuderlo in carcere. Gli amici del riformatore insistevano che era inutile prolungare il soggiorno, e che era meglio per lui rientrare a Wittemberg senza indugio, dopo aver preso le necessarie precauzioni per tener celati i propri movimenti. Egli, allora, lasciò Augusta prima dell’alba, a cavallo, accompagnato solo da una guida fornitagli dal magistrato. Con molti tristi presentimenti, egli percorse in silenzio, per non richiamare l’attenzione dei nemici,le oscure e strette vie della città. Furono quelli, momenti di ansia e di fervida preghiera. Finalmente, egli giunse a una porticina nel muro della città. Gli fu aperta, e una volta fuori, i due si affrettarono ad allontanarsi, prima che il legato fosse messo al corrente dell’accaduto. Quando questi seppe della fuga, Lutero e la sua guida erano ormai fuori tiro. Satana e i suoi complici erano stati sconfitti: l’uomo che volevano far prigioniero era partito.
All’annuncio della scomparsa di Lutero, il legato rimase sorpreso e si abbandonò a un parossismo di collera. Egli sperava di ricevere grandi elogi per la saggezza e la fermezza dimostrate nel trattare col disturbatore della chiesa. Purtroppo, invece, le sue speranze erano state frustrate. In una lettera a Federico, principe elettore di Sassonia, egli manifestò la propria contrarietà, denunciando con acredine Lutero e invitando Federico a mandare il riformatore a Roma, oppure a bandirlo dalla Sassonia.
A sua difesa, Lutero chiese che il legato, oppure il Papa dimostrasse con la Bibbia in che cosa consistevano i suoi errori, e si impegnò solennemente a rinunciare a le proprie dottrine qualora esse fossero risultate in contrasto con la Parola di Dio. Inoltre, egli espresse la propria gratitudine al Signore che lo aveva ritenuto degno di soffrire per una causa così santa.
L’elettore possedeva solo una parziale conoscienza delle dottrine del riformatore ma era rimasto profondamente impressionato dal candore, dalla forza, e dalla chiarezza delle parole di Lutero. Fino a che il riformatore non fosse stato convinto di errare, Federico era deciso a ergersi a suo protettore. Così, il principe, ricusò di mandare Lutero a Roma o di espellerlo dai suoi stati.
L’elettore aveva notato la generale rilassatezza esistente nel campo della moralità sociale e si era reso conto della necessità di un’opera di riforma. I complicati e dispendiosi provvedimenti presi per reprimere e per punire le azioni illegali sarebbero risultati vani se gli uomini non si fossero decisi a riconoscere e a rispettare le esigenze divine e i dettami di una coscienza illuminata. Egli vide che Luterro si adoperava all’attuazione di tale scopo. E segretamente si rallegrava che nella chiesa fosse penetrata e operasse una ventata di miglioramento.
Si convinse, inoltre, che Lutero come professore universitario sapeva il fatto suo. Era trascorso solo un anno da quando il riformatore aveva affisso le tesi sulla porta della chiesa del castello, e già si notava una forte diminuzione del numero di pellegrini che per la festa di Ognissanti visitavano quella chiesa. Roma veniva privata di adoratori e di offerte, il cui posto era preso da un’altra categoria di persone: giungevano a Wittemberg non pellegrini che adoravano le reliquie, ma studenti i quali affollavano le aule universitarie. Gli scritti di Lutero avevano acceso dappertutto un nuovo interesse per le Sacre Scritture, e così non solo dalla Germania, ma da altre nazioni gli studenti affluivano a quell’università.
Intanto Lutero si era solo parzialmente convertito degli errori del Romanesimo, comunque, confrontando i sacri oracoli con i decreti e le costituzioni papali, rimaneva stupito non sapeva se il papa fosse l’anticristo stesso o il suo apostolo. Lutero era tutt’ora un sostenitore della chiesa romana e neppure lontanamente immaginava di doversene separare.
Gli scritti del riformatore e le sue dottrine si diffondevano in ogni nazione del mondo cristiano. L’opera si propagava in Olanda e in Svizzera. Copie dei suoi scritti finirono in Francia e in Spagna. In Inghilterra, in suoi insegnamenti furono accolti come parole di vita. Anche nel Belgio e in Italia la luce si affermò. A migliaia le persone si scuotevano dal loro sopore mortale e aprivano gli occhi alla gioia e alla speranza di una vita di fede.
Roma si preoccupava sempre più degli attacchi di Lutero; e alcuni fanatici avversari del riformatore, come anche dei dottori di università cattoliche, affermarono che chi avesse ucciso il monaco ribelle non avrebbe commesso peccato. Roma pensava all’eliminazione di Lutero, ma Dio lo difendeva . Le sue dottrine echeggiavano dappertutto, “nelle case di campagna, nei conventi,… nei castelli dei nobili, nelle università e perfino nei palazzi dei re. Da ogni parte, nobili uomini si ergevano ai suoi paladini per sostenerlo nei suoi sforzi”.
Fu intorno a quell’epoca che Lutero, leggendo le opere di Huss, seppe che la grande verità delle giustificazioni per fede, che egli si sforzava di sostenere e di predicare, era già nota al riformatore boemo e da lui proclamata. “ Noi siamo tutti: Paolo, Agostino ed io stesso, degli ussiti senza saperlo… Certo Dio ricorderà al mondo che tale verità gli è stata proclamata un secolo fa ed è stata bruciata.
In un appello rivolto all’imperatore e alla nobiltà tedesca in favore della riforma del cristianesimo, Lutero scrisse, nei confronti del papa: “ Triste veder l’uomo che si dice vicario di Cristo fare sfoggio di una pompa che nessun imperatore può eguagliare. Egli è simile al povero Gesù e all’umile Pietro? Dicono che egli sia il signore del mondo! Ma Cristo, del quale egli si vanta di essere il vicario ha detto “Il mio regno non è di questo mondo!” Possono i domini di un vicario oltrepassare quelli del suo superiore?”
A proposito delle università, egli scrisse “Io temo molto che se le università non si adoperano diligentemente a spiegare le Sacre scritture e a imprimerle nel cuore dei giovani finiranno col diventare le porte dell’inferno. Sconsiglio di mettere i figli dove la Scrittura non ha il primo posto. Ogni istituzione dove non si consulta la Parola di Dio, si corrompe”.
Questo appello si diffuse rapidamente in tutta la Germania e fece colpo sull’opinione pubblica. L’intera nazione fu scossa, e moltitudini di persone si dichiararono sotto il vessillo della Riforma. Gli oppositori di Lutero, assetati di vendetta insistettero presso il papa perché prendesse misure energiche nei suoi confronti. Fu decretato allora che le dottrine luterane venissero immediatamente condannate. Al riformatore e ai suoi seguaci furono concessi sessanta giorni di tempo per ritrattare. Trascorso tale termine, essi, qualora avessero rifiutato di abiurare, sarebbero stati scomunicati.
Per la Riforma si trattava di un periodo particolarmente critico. Per secoli, la scomunica da parte di Roma aveva suscitato il terrore dei monarchi e riempito di sgomento e di desolazione imperi potenti. Coloro sui quali si abbatteva la condanna venivano universalmente guardati con paura e orrore, abbandonati da tutti, erano considerati dei fuorilegge, votati allo sterminio. Lutero non era inconsapevole della tempesta che stava per esplodere su di sé, però rimase saldo confidando in Cristo, suo sostegno e suo aiuto.
Quando Lutero ricevette la bolla papale, esclamò “ Io la disprezzo e la combatto perché empia e falsa… Cristo stesso vi è condannato. Io mi rallegro di dover sopportare questi Mali per la migliore delle cause. Sento già nel mio cuore una maggiore libertà, perché finalmente so che il papa è l’anticristo e che il suo trono è il trono di satana.”
Il documento papale non rimase senza effetto. Il carcere, la tortura e la spada erano armi potenti, capaci di ridurre all’obbedienza. I deboli e i superstiziosi tremavano dinanzi al segreto papale e molti, pur avendo simpatia per Lutero stimavano troppo cara la propria vita per esporla a motivo delle riforma. Tutto pareva indicare che l’opera del riformatore stesse per finire. Lutero rimase impavido al suo posto. Roma aveva scagliato contro di lui i suoi anatemi, e il mondo stava a guardare nella certezza che egli o si sarebbe piegato o sarebbe perito. Invece, contrariamente a ogni previsione, Lutero riuscì a fare in modo che la sentenza di condanna si ritorcesse contro chi l’aveva emessa. E affermò pubblicamente la propria decisione di abbandonare per sempre Roma in presenza di una folla di studenti, di dottori e di cittadini di ogni ceto, egli bruciò la bolla papale, le leggi canoniche, le decretali e altri scritti che affermavano l’autorità del papa.
Alle accuse dei nemici che sottolineavano la debolezza della sua cause Lutero rispose: “ Chissà se Dio non ha scelto e chiamato proprio me, e se essi, disprezzandomi, non disprezzano Dio stesso? Dio non ha mai scelto come profeta il sommo sacerdote o qualche altro grande personaggio. Generalmente egli ha scelto uomini utili e disprezzati; ha perfino scelto Amos, un mandriano. In ogni tempo i santi hanno dovuto rimproverare i grandi: re, principi, sacerdoti, a rischio della propria vita… Io non dico di essere un profeta, però affermo che essi debbono temere proprio perché mentre io sono solo essi sono tanti. Di una cosa sono certo: la Parola di Dio è con me e non con loro.”
Nondimeno, fu solo dopo una tremenda lotta con se stesso che Lutero si decise a separarsi dalla chiesa. Intorno a quell’epoca egli scrisse: “Sento ogni giorno di più quanto sia difficile rinunciare a quegli scrupoli che ci sono stati inculcati nell’infanzia. Quanto dolore mi ha causato, nonostante avessi le scritture dalla mia parte, il fatto di dover prendere posizioni contro il papa e denunciarlo come l’anticristo! Quali non sono state le tribolazioni del mio cuore!”
Il papa aveva minacciato Lutero di scomunica qualora egli non avesse ritrattato. La minaccia si concretizzò : apparve una bolla che annunciava la definitiva separazione di Lutero dalla chiesa romana e che lo denunciava come maledetto dal cielo. Nella stesa condanne erano inclusi quanti avessero accettato le sue dottrine. Era cominciata la grande battaglia.
Il 27 gennai si apriva la dieta a Worms, nella quale l’imperatore Carlo V avrebbe incontrato i sette principi elettori, gli altri principi ecclesiastici e laici, i rappresentanti delle città libere. Se solo Lutero avesse accettato di attenuare alcune delle sue tesi, la dieta sarebbe stata l’occasione per una grande sconfitta delle pretese romane di infierire nelle cose tedesche. In questa speranza nutrita da molti, cioè un equivoco, l’essenziale dell’attacco di Lutero non erano gli abusi, ma le questioni dottrinarie, egli voleva aver ragione non sul piano della condanna morale e politica della chiesa, ma sul piano della fede. Il 17 e 18 aprile 1521 egli si presentò di fronte alla dieta e non trattò nulla di quanto contenuto nei suoi scritti. Carlo V aveva atteso quell’occasione prima di scagliare il suo bando contro quel frate, ma la sua pazienza era stata inutile, pronunciò pertanto il suo editto contro Lutero. Quattro giorni prima Federico il Savio aveva fatto rapire il frate che stava tornando a Wittemberg e lo aveva posto in salvo nel castello di Wartburg. Carlo V a sua volta era ormai in guerra contro il re francese Francesco I, nel marzo del 1522 Lutero ritornò a Wittemberg e sei mesi dopo venne stampata la sua traduzione tedesca,la prima, del Nuovo Testamento.
Lutero muore ad Eisblen il 18 febbraio 1546

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