L'età Dell'imperialismo

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Testo

1- L’età dell’imperialismo
Definizione
Per età dell’imperialismo si intende quel periodo che va dagli anni Settanta e al limite Ottanta dell’Ottocento al 1914. Con il termine imperialismo si è soliti indicare quell’aggressività culturale, politica ed economica tipica delle grandi potenze europee di fine Ottocento e dei primi anni del Novecento; tale aggressività è del tutto evidente nella proiezione di queste verso l’esterno alla ricerca di un rapido quanto violento accrescimento dei propri domini territoriali grazie al colonialismo.
Con l’obiettivo di estendere la loro influenza soprattutto in Asia ed in Africa, le principali potenze europee, seguite poi in ambiti e modalità diverse dagli Stati Uniti e dal Giappone, si gettarono in un accanita competizione che in pochi anni cambiò in modo radicale la carta politica ed economica mondiale.
Esaminiamo ora i contesti in cui tale fenomeno si è sviluppato.
Il contesto politico
L’assetto dei rapporti europei era stato profondamente modificato dalla nascita degli Stati nazionali italiano e soprattutto tedesco. Ridimensionando il prestigio austriaco e la supremazia francese, il nuovo Reich tedesco svolgeva un ruolo di primo piano sulla scena internazionale; grazie anche al suo cancelliere Bismarck il quale aveva adottato una linea strategica volta a collocare la Germania al centro degli equilibri europei.
Tutte le grandi potenze europee esprimevano una forte volontà ad aumentare i propri domini territoriali e questo portò inevitabilmente ad una grande lotta; tutto ciò, oltre che espressione del generale contesto internazionale, riflette anche differenti motivazioni più specificatamente nazionali:
Inghilterra: volontà di mantenere il primato navale e commerciale mondiale.
Francia: desiderio di affermazione nazionalista, rinfocolata dalla sconfitta di Sedan (contro la Germania).
Germania: perseguimento del primato europeo attraverso un’opera di mediazione internazionale da parte di Bismarck; scontro diretto sulle questioni coloniali con la Francia e l’Inghilterra da parte di Guglielmo II.
Italia: rivalità internazionale legata alla volontà di superare le contraddizioni interne al paese ribaltandole verso l’esterno.
In questo clima nascono nuove questioni: quella dei Balcani che vede come protagoniste l’Austria-Ungheria e la Russia, le quali miravano a questi territori per una nuova espansione, a discapito delle minoranze slave che chiedevano una più ampia indipendenza; quella dell’Africa dove Gran Bretagna e Francia giocavano un ruolo di primo piano nella spartizione dei suoi territori, mentre gli altri paesi ne sono partecipi in misura marginale; quella dell’Asia in cui Francia ed Inghilterra agiscono soprattutto nella zona indocinese, l’Olanda controlla l’arcipelago indonesiano, Russia e Gran Bretagna si confrontano sulla questione della pressione russa sui confini indiani e pakistani interessando anche la Cina.
Per affrontare i problemi aperti e dirimere le non poche controversie, furono indetti due convegni internazionali, entrambi caratterizzati dal ruolo di mediatore svolto da Bismarck.
Congresso di Berlino del 1878: ebbe come argomento l’assetto dei Balcani, con la ratifica degli accordi raggiunti da Austria, Gran Bretagna e Russia; in sintesi erano ridimensionate le speranze del nazionalismo slavo, mentre la Turchia divenne, alle dipendenze della Francia e dell’Inghilterra, l’avamposto occidentale contro l’espansionismo russo.
Conferenza di Berlino del 1894-1895: riconobbe la sovranità personale di Leopoldo II re del Belgio sul Congo ed emanò le norme atte a regolare le ulteriori spartizioni del continente africano; il criterio guida era l’effettiva occupazione delle aree rivendicate e l’approvazione degli altri governi firmatari dell’atto finale della conferenza.
In questo periodo si stringono anche nuove ed importanti alleanze tra diversi stati europei:
Triplice Alleanza: firmata nel 1879 dalla Germania e dell’Austria-Ungheria e poi estesa all’Italia nel 1882 (venne poi ratificata nel 1887 con un maggior riconoscimento dell’Italia).
L’Alleanza dei tre Imperatori: si ebbe tra Germania, Russia e Austria Ungheria.
Il trattato di “contro-assicurazione” tra la Germania e la Russia che prevedeva la neutralità russa in caso d’attacco della Francia alla Germania, ed il consenso di quest’ultima alla penetrazione russa nei Balcani.
Nel 1890, Guglielmo II costrinse Bismarck a rassegnare le dimissioni, rivendicando una politica imperialista più incisiva, anche in aperto contrasto con l’Inghilterra e la Francia: veniva così meno il principale artefice dell’equilibrio europeo di quegli anni. Il trattato di contro-assicurazione con la Russia non fu più rinnovato e la Francia poté così firmare nel 1891 un alleanza con la Russia ed un Entente cordiale (intesa cordiale) con l’Inghilterra nel 1904.
La questione marocchina che crebbe in questo periodo tra l’intesa e la Germania si risolse (nonostante due crisi nel 1905 e nel 1911) con l’occupazione del Marocco da parte della Francia mentre la Germania acquisiva soltanto una piccola parte del Congo francese al confine col Camerun tedesco.
Infine nel 1907 l’Inghilterra e la Russia trovarono un accordo che regolava i loro motivi di contrasto in Asia, limitando le diverse zone d’influenza; l’Intesa tra la Francia e L’Inghilterra ne risultò pertanto rafforzata e allargata alla Russia con la formazione della Triplice Intesa in contrapposizione con la Triplice Alleanza.
Alla vigilia della prima guerra mondiale tutte le nazioni europee ad eccezione dell’Austria-Ungheria possono contare su proprie colonie
Il contesto culturale
A considerazioni di natura strategica si uniscono i più sfrenati accenti del “darwinismo sociale”* nonché le motivazioni umanitarie di carattere paternalistico al fine di sostenere teoricamente l’aggressività imperialistica.
Ecco alcuni dei principali esempi:
L’amore per la propria nazione fino al nazionalismo più acceso;
il ritenere che la forza di un paese trovi riscontro nell’estensione territoriale;
l’emulazione e la rivalità tra le diverse nazioni così da occupare un territorio con il solo scopo di vietarne l’accesso ad un’altra;
la convinzione di appartenere ad una razza dominatrice o di dover assolvere un compito storico e alla redenzione delle popolazione selvagge;
l’opinione pubblica attratta dall’esotismo dei paesi lontani, in questo sollecitata dalla letteratura e dall’opera dei missionari e degli esploratori.
Culturalmente, dunque, la logica imperialistica nacque da un insieme a volte anche contraddittorio di convinzioni, assunte per lo più in modo dogmatico, ma in grado di esercitare una forte presa sull’opinione pubblica.
* “darwinismo sociale”: progresso connesso con il diritto del più forte al dominio.
Il contesto economico
La depressione, innanzitutto, e poi gli effetti stessi della concentrazione industriale per il salto qualitativo compiuto determinano il sempre maggior coinvolgimento dello stato nell’economia e la tendenza delle grandi aziende ad identificare i propri interessi con quelli nazionali.
Da qui il protezionismo, così come la spinta ad una politica imperialista caratterizzata dall’espansione coloniale.
Le motivazioni economiche che caratterizzano l’imperialismo sono:
L’accaparramento di materie prime ad un basso costo e controllato;
l’estensione dell’area nazionale protetta con la costituzione di nuovi sbocchi commerciali e finanziari, fatto che può avvenire con l’assoggettamento coloniale, ma anche il controllo delle principali attività produttive ed estrattive di paesi semi-dipendenti o di paesi arretrati;
il potere dirigere, come nel caso italiano, verso le nuove colonie, la popolazione in eccesso.
2- Depressione, sviluppo e aumento demografico
Produzione industriale e agricola dal 1873 al 1914
Il periodo in questione fu caratterizzato da un notevole sviluppo: in termini complessivi la produzione industriale mondiale aumentò di circa cinque volte. Al suo interno tuttavia si manifestano due fasi decisamente opposte: la prima, dal 1873 al 1896, detta dai contemporanei la grande depressione, in cui venne meno l’eccezionale ritmo di crescita del ventennio precedente e l’intero sistema in profondità cominciò ad essere completamente ristrutturato; la seconda, dal 1896 al 1914, caratterizzata dal manifestarsi di un nuovo rapido sviluppo.
In generale i motivi della grande depressione furono:
Sovrapproduzione industriale ed agricola, a causa dell’allargamento internazionale del mercato;
accresciuta concorrenza internazionale in relazione alle eccezionali possibilità commerciali date dalla rivoluzione dei trasporti;
il venir progressivamente meno, nei paesi maggiormente evoluti, di quei colossali investimenti che i precedenza avevano determinato il boom delle ferrovie;
il naturale incremento della produzione, per il continuo miglioramento della produttività delle singole aziende, mentre i salari continuavano ad essere bassi;
il protezionismo: a partire dagli anni Ottanta, con la sola esclusione dell’Inghilterra, venne abbandonato tra gli stati il modello libero-scambista, con la diffusione del protezionismo, sempre più invocato come risposta alla crisi, ma che, in effetti, non fece che determinare un ulteriore rallentamento della produzione.
Tale quadro va poi inserito nel contesto finanziario, in cui si agitò la crisi, depresso sia per effetto del fallimento d’alcuni istituti di credito, sia per la stagnazione dell’offerta dell’oro sul mercato mondiale cui contribuirono due fattori: da un lato l’incremento delle riserve dei diversi stati e dall’altro il mancato incremento della sua produzione.
La grande depressione fu dunque un periodo di crisi, sebbene di crisi legata alla crescita ed alla continua ristrutturazione, tecnologica, finanziaria e commerciale tipica dell’economia dominata dalla Rivoluzione Industriale.
A partire dagli anni settanta la nozione stessa di crisi mutò rispetto alla tradizionale definizione, cioè di calamità isolata determinata in ogni caso da errori o da imponderabili eventi, per assumere quella di fase, di momento della dinamica ciclica, caratterizzante il modo stesso di svilupparsi del sistema capitalistico.
Demografia, urbanizzazione ed emigrazione
Fra il 1850 e il 1914, la popolazione mondiale aumentò in modo considerevole, passando da circa 1 miliardo e 200 milioni a 1 miliardo e 650 milioni d’abitanti. A partire dal 1870 ha inizio anche nell’ambito demografico una nuova tendenza: l’incremento della popolazione prese a seguire un andamento inverso al grado di sviluppo, manifestandosi in misura maggiore nei paesi più arretrati e minore in quelli dove più elevato era il tasso d’industrializzazione. In altre parole nelle aree più evolute la natalità incomincio a decrescere. Le cause di tale fenomeno, che soprattutto nel Novecento assume connotati d’universale evidenza, sono da ricercare indubbiamente nel carattere stesso della civiltà industriale, con il progressivo innalzamento della scolarità, con il coinvolgimento delle donne nel ciclo della produzione, con la diffusione dei metodi di controllo delle nascite, con la fine, in sintesi, di quel mondo patriarcale e contadino, dove la cultura religiosa era dominante.
Ciò nonostante la popolazione, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento ed i primi del Novecento, continuò ad aumentare in misura considerevole e, tra l’altro, nonostante le difficoltà causate dalla grande depressione che coinvolse l’economia con grande risonanza soprattutto nell’agricoltura.
La risposta alla crisi agraria (determinata dalla sovrapproduzione e dalla caduta dei prezzi per effetto della concorrenza internazionale) fu diversa tra i vari stati: nei paesi maggiormente evoluti essa fu incentivo alla ristrutturazione delle aziende agricole in senso capitalistico; nei paesi più arretrati si sovrappose alla crisi legata al tramonto delle strutture d’origine feudale. In tal caso gli effetti di della crisi furono ancora più dirompenti per la mancanza della forza economica dei contadini per compiere la riconversione produttiva.
Si ebbe così una forte emigrazione di popolazione dalle campagne verso le città (che incremento il fenomeno in atto nella Rivoluzione Industriale) ed un altrettanto forte emigrazione verso gli altri paesi europei e oltreoceano. L’emigrazione continentale tra i diversi paesi europei interessò in modo particolare l’Europa centro-meridionale ed orientale.
Il fenomeno dell’emigrazione transoceanica, con destinazione gli Stati Uniti, rappresentò, per quantità di persone e per numero di paesi coinvolti, un fatto senza precedenti e mai più ripetuto in queste stesse proporzioni; basti pensare che dei 55 milioni d’Europei emigrati dal 1821 al 1924, la maggior parte, 21 milioni, partirono tra il 1870 ed il 1900.

Fonzy *7
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