La Russia dal 900 a oggi

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Testo

La Russia dal Novecento ai giorni nostri

Le date principali:

1903
Divisione partito socialdemocratico in menscevichi e bolscevichi
1905
Primo parlamento elettorale: la duma
1917
Rivoluzione Russa
Aprile 1917
Salita al potere di Lenin
Aprile 1918
Nascita Partito Comunista
3 marzo 1918
Pace di Brest Litovsk
Marzo 1921
Nep varata dal X congresso del Partito
30 dic.1922
Nascita URSS
1924
Morte Lenin
1929
Piena assunzione di potere da parte di Stalin
1934
XVII congresso del Partito
1946
Quarto piano quinquennale
1947
Creazione del Cominform sulle ceneri dell’Internazionale comunista
1949
Realizzazione bomba atomica
1949
Creazione Comecon
5 marzo 1953
Morte improvvisa di Stalin
1955
Patto di Varsavia
1956
XX congresso del Pcus; nuova politica di Krusciov
1964
Krusciov viene rimosso e sostituito da Breznev
21 agosto 1968
Invasione Cecoslovacchia dalle truppe del Patto di Varsavia
1979
Primo sindacato libero: Solidarnosc
1982
Morì Breznev e gli successe Andropov
1984
Il governo va in mano a Cernenko
1985
Muore Cernenko e gli succede Gorbaciov
9 nov. 1989
Abbatimento muro di Berlino
1991
Fine Urss

Concetti base dopo la rivoluzione del 1905:

Dal congresso del 1903 Il Partito socialdemocratico si divise al suo interno tra un’ala maggioritaria, i bolscevichi, e un’ala minoritaria, i menscevichi.
Bolscevichi: erano guidati da Lenin e ritenevano possibile un’accellerazione del processo rivoluzionario che vedesse il proletariato prendere direttamente il potere; Lenin propugnava un’avanguardia rivoluzionaria che fosse in grado di guidare le masse verso l’obbiettivo principale, cioè l’abbattimento dello stato e la conquista del potere.
Menscevichi: ritenevano che le condizioni per una eventuale rivoluzione in Russia non fossero ancora mature, inoltre, ritenevano che lo strumento più adatto per questo obbiettivo fosse un partito di massa, sul tipo del Partito socialdemocratico tedesco.
Lo zar, dopo la rivoluzione del 1905, per riprendere il controllo della situazione fu costretto a concedera la libertà di parola, di stampa e d’associazione e di costituire un parlamento elettivo: la duma. Solo la cosiddetta quarta duma (1907-12 e 1912-17) non fu abolita poichè prevalsero i rappresentanti della grande proprietà e dell’aritocrazia.
Nel 1912-13 ricominciarono ad aumentare gli scioperi da parte della classe operaia, che neanche una forte repressione riuscì a fermare. Si stavano creando i presupposti per una nuova rivoluzione, quella del 1917.

La rivoluzione russa del 1917

All’interno della Russia c’era un forte squilibrio dovuto principalmente allo sviluppo industriale ristretto a poche aree. A causa dell’esito disastroso delle operazioni militari e delle altissime perdite, gli scioperi si susseguirono in crescendo si dal 1915, ma ciò nonostante lo zar Nicola II non attenuò in alcun modo il suo dispotismo. Il punto di rottura fu raggiunto nel febbraio del 1917, a Pietrogrado, con uno sciopero generale che fece capire quanto l’autocrazia avesse perso potere. Si formò un soviet (consiglio) degli operai e dei soldati, lo zar dovette abdicare e l’unica assemblea legale del paese, la duma, costituì un governo provvisorio con a capo L’vov e Cherenschi.
Il dato saliente dei mesi successivi a questo avvenimento consiste nella presenza di un doppio potere: da un lato il governo espresso dal Partito costituzionale-democratico o cadetto, che voleva instaurare una democrazia parlamentare e proseguire la guerra; dall’altro i soviet, creatisi subito nelle città ed in seguito anche nelle campagne, dove prevalevano rispettivamente il partito menscevitico e quello socialista rivoluzionario. Ben presto i soviet divennero la sola autorità riconosciuta dalle masse popolari.
A Pietrogrado si svilupparono tre sconvolgenti fenomeni rivoluzionari:
1. Il disfacimento dell’esercito, con i soldati che obbedivano sempre meno
2. Una violenta rivolta dei contadini
3. Un’ondata di lotte operaie
In questa situazione disastrosa solo chi fosse riuscito a risolvere tutti questi problemi sarebbe riuscito ad ottenere il favore delle masse. Il governo provvisorio, invece, continuò con l’impegno bellico e , se per alcuni mesi non cadde, fu solo grazie ai soviet. Questi ultimi rifiutarono di assumere il potere e lo lasciarono in mano ad un partito borghese molto simile a quello cadetto.
Una svolta decisiva alla politica del Partito bolscevico fu data da Lenin, tornato dall’esilio svizzero. Egli rese note le Tesi di Aprile, in cui affermava la necessità di opporsi al governo provvisorio e alla prosecuzione della guerra; occorreva passare subito alla presa del potere da parte degli operai e dei contadini. Queste idee portarono larghi consensi ai bolscevichi da parte degli operai ed, in seguito, anche dei soldati e dei contadini.
A Luglio una spontanea sollevazione armata di soldati e operai nella capitale, fallì, ma portò il Partito di nuovo alla clandestinità.
In settembre i bolscevichi riuscirono a sventare un colpo di stato (Kornilov) e ne uscirono molto rafforzati, tanto che ottennero la maggioranza all’interno dei soviet. Fu a questo punto che Lenin ritenne giunto il momento per la conquista del potere; la fissò per il 25 ottobre, giorno in cui era convocato il congresso dei soviet. La sollevazione fu incruenta; la sera stessa il congresso dei soviet proclamò la repubblica sovietica e approvò dei decreti per la confisca dei beni e la loro riassegnazione ai contadini (in questo modo andavano in contro alle richieste delle masse popolari). Al governo di Lenin aderirono, nel mese di dicembre anche i social-rivoluzionari di sinistra. Tra le innovazioni: nazionalizzò le ferrovie, le banche ed alcune industrie.
Anche se questi provvedimenti dovevano far accrescere l’inflenza dei bolscevichi, questi ottenerro la maggioranza solo a Pietrogrado, mentre nelle altre parti ottennero solo il 25% dei voti. L’assemblea venne subito sciolta e il potere rimase nelle mani di Lenin (d’altra parte la Russia era un paese privo di presupposti per una democrazia parlamentare).
Incapace di tener mano alla Grande Guerra il nuovo governo riuscì ad ottenere un’armistizio e, il 3 marzo 1918, la pace a Brest-Litovsk, cedendo le province baltiche, parte della Bielorussia e della stessa Russia.

La guerra civile russa e il comunismo di guerra

Dal maggio 1918 al marzo 1920 la Russia fu dilaniata da una lunga guerra civile, scatenata dalle opposizioni di destra e dai social-rivoluzionari; essa fu, inoltre, aggravata da una terribile carestia. A causa di quest’ultima ci furono requisizioni forzate di prodotti agricoli che suscitarono sempre più ostilità.
L’estate del 1918 fu critica per i bolscevichi, mentre i social-rivoluzionari scatenavano un’ondata di terrorismo. I bolscevichi riuscirono a superare quel periodo perchè costituirono in breve tempo un esercito regolare, l’armata rossa, che richiamò al suo interno migliaia di ufficiali zaristi. I soviet furono eautorati dall’instaurarsi di una dittatura del Partito, che dall’aprile 1918 prese il nome di Partito Comunista: venne reintrodotta la pena di morte, mentre una spietata polizia politica, la Ceka, divenne lo strumento principale di un regime basato sul terrore, di cui rimasero vittime l’ex zar Nicola II e la sua famiglia.
I bolscevichi non vinsero la guerra civile solo grazie all’Armata Rossa, ma anche grazie al favore da parte delle masse operaie. La Russia riuscì a recuperare i territori del vecchio impero, ma si calcola che tra epidemie e carestie il periodo tra il1914 e 1921 abbia causato più di 16 milioni di morti. Per questa catastrofe e per la crisi economica il paese era a livelli assai inferiori del periodo prima del 1914.
In questi anni s’instaurò un sistema economico chiamato Comunismo di guerra, scaturito dall’esigenza di sopravvivere in una situazione così tragica, ma anche dall’utopia di alcuni bolscevichi che pensavano di riuscire a bruciare le tappe della trasformazione del paese in senso comunista. Fu abolito il commercio interno e si reintrodusse lo scambio in natura. Ma il comunismo di guerra fu un totale fallimento infatti la produzione scese del 40% rispetto al 1913, anche se una causa di questo fallimento va anche ricercata nel blocco deciso dagli alleati, che tagliò fuori la Russia dal commercio con l’estero.
Terminata la guerra civile, nell’inverno 1920-21, il malcontento popolare sfociò in diverse rivolte escioperi; il più evidente fu sicuramente nel marzo 1921 quello organizzato dai marinai della piazzaforte di Kronstad. In seguito al X congresso, i bolscevichi decisero di attuare una nuova politica economica, la Nep.

La Nep

La Nep (nuova politica economica) fu varata dal X congresso del Partito comunista nel marzo 1921. Il più importante atto di tale politica, che rimase in vigore fino al 1928, fu la revoca delle requisizioni dei generi alimentari e la loro sostituzione con un’imposta in natura, pagata la quale i contadini furono lasciti liberi di disporre dei loro prodotti. Il governo sostituì progressivamente questa imposta in natura con una tassa in denaro, ripristinando, così, un’economia monetaria. Nel 1925 fu anche permesso ai contadini di affittare la propria terra e di assumere manodopera salariata: si permise la nascita di piccole imprese.
Venne incoraggiato il commercio privato, ma lo Stato mantenne sempre il controllo dei settori chiave dell’economia.
Emerse un nuovo ceto di piccoli commercianti e imprenditori, i cosiddetti nepmen. Nelle campagne si accentuò la divisione interna in braccianti, contadini poveri, contadini medi e contadini ricchi: tra questi ultimi si sviluppò uno strato di piccoli imprenditori rurali che furono chiamati kulaki.
La Nep permise alla Russia di riprendersi dal disastro in cui era piombata, ma non di uscire dal suo stato di arretratezza.

Da Lenin a Stalin

Un passo fondamentale per il consolidamento del nuovo regime fu compiuto il 30 dicembre 1922 quando Russia, Bielorussia, Ucraina e Transcaucasia costituirono l’Uniune delle repubbliche socialiste sovietiche URSS, cui si aggiunsero molte altre regioni fino all’anno del suo crollo, nel 1991.
Il 1922 fu anche l’anno che portò la malattia a Lenin che morì poi nel 1924. La sua morte scatenò un’aspra e dura lotta per la successione: la sinistra, guidata da Trockij, da un lato proponeva la riapertura del ciclo rivoluzionario internzionale, dall’altro, una forte pressione sulle campagne; i fautori della Nep, favorevoli ad una politica filocontadina, sostenevano uno sviluppo che doveva derivare dalla liberalizzazione dei mercati: tra i tanti che sostennero queste posizioni ci fu anche Stalin. Fu quest’ultimo a coniare il termine socialismo in un paese solo per sostenere che era possibile costruire il socialismo in Russia anche senza una rivoluzione nei paesi più avanzati. Il potere di Stalin stava crescendo sempre più, anche grazie all’avviamento di una vasta campagna di elezioni, la “leva leninista”, con la quale aveva restituito una dimensione di massa al partito.
La vittoria di Stalin di fatto coincise con l’entrata in crisi della Nep: la produzione agricola non era aumentata e sembrava sempre più inadeguata alla domanda. Stalin era incline a risolvere il problema della trasformazione delle campagne con la forza, infatti propagandò una forte offensiva contro i kulaki. Sebbene inizialmente gli si oppose Bacharin (destra) ben presto si dovette ritirare e il potere rimase nelle mani di Stalin.

Strumento primo della nuova politica fu la pianificazione, che si propose di forzare i tempi dell’industrializzazione e collettivizzare l’agricoltura.
Il raggiungimento degli obbiettivi della pianificazione venne cadenzato da tre piani quinquennali (1928-32; 1932-37; 1937-interrotto dalla seconda guerra mondiale). Si trattò di una vera e propria “rivoluzione dall’alto” che impresse ritmi frenetici alla vita di tutto il paese, mantenedola in uno stato di alta e costante tensione. I piani quinquennali erano quindi caratterizzati da:
1. Orientamento verso l’industrializzazione di beni di investimento (industria pensante e prodotti alungo termine)
2. Sempre minore importanza data ai beni di consumo (industria leggera, quindi prodotti per un uso più immediato)
Il primo piano quinquennale portò a raddoppiare la produzione manifatturiera. Le punte più alte furono raggiunte nell’industria pesante, e particolarmente al settore dei metalli, dei combustibili e dei macchinari. Tratto essenziale di questo periodo è il gigantismo: si costruirono il maggior numero possibile di nuove industrie e si curò che fossero più grandi possibile. Intere città furono costruite ex novo a est degli Urali. All’inizio della seconda guerra mondiale l’Urss era diventata la terza potenza industriale al mondo, dopo USA e Germania.
La società russa fu sconvolta da una colossale migrazione interna: l’inurbamento di grandi masse dalle campagne creò non pochi problemi in tutti i campi, dagli alloggi ai rifornimenti. Fu dato ben poco impulso alla produzione di beni di consumo e i salari vennero colpiti da una ripresa inflazionistica, da ciò si può capire bene il basso tenore di vita della popolazione.
Nel 1929 Stalin lanciò un’”offensiva” per la collettivizzazione forzata dell’agricultura, con cui si tentò di costringere i contadini a entrare in aziende cooperative (i kolchoz) e soprattutto in quelle a conduzione statale (i sovchoz), per lo più di vaste dimensioni.
La piena assunzione del potere da parte di Stalin si ha nel 1929, quando viene acclamato “il più eminente teorico del leninismo” e un genio dalle “immense capacità”. Tuttavia fino alla metà degli anni trenta egli fu l’espressione di un gruppo dirigente e il suo potere fu assoluto. Possiamo notare i termini del suo dominio assoluto da alcuni punti introdotti:
• L’assenteismo, l’alcolismo e la criminalità furono duramente combattute e vennero reintrodotte la differenziazione dei salari, i premi e i privilegi per favorire uno spirito di emulazione socialista.
• Il dissenso fu ritenuto come una deviazione dalla retta via; il termine “deviazionista” divenne sinonimo di traditore,nemico del popolo e fu la causa di molti esili o umilianti autocritiche da parte di coloro che venivano accusati di questo reato.
Nel 1934 il XVII congresso del partito non fu pienamente d’accordo alla “superindustrializzazione” voluta da Stalin, preferendone una più moderata. Il fatto fu accolto come un complotto e Stalin sferrò un duro attacco alla burocrazia epose fine all’organizzazione amministrativa da lui stesso creata. Lo stesso partito aveva ormai perso ogni potere e il dominio di Stalin si fondò sempre più su un rapporto diretto con la polizia politica che esercitatva sull’amministrazione statale e sul partito un controllo praticamente illimitato.
Tra gli anni ’36 e ’38 un arrestato su dieci subiva la pena capitale, molti venivano costretti al suicidio, ma la maggior parte fu portata in campi di lavoro forzato, i gulag, dove si unì a migliaia di contadini “dekulakizzati”. Si teorizza che alla fine degli anni trenta c’erano tra i 3,5 e i 10 milioni di persone all’interno dei gulag.

La fine dello stanilismo

Il modello di società ideale, idealizzato dai socialisti e dai comunisti sembrava essersi realizzato nell’Urss. I tratti distintivi di questo sistema economico furono la naziolizzazione dei mezzi di produzione, la tendenziale eliminazione della proprietà, la pianificazione centralizzata della produzione e un incremento della produttività. La struttura della società fu caratterizzata dalla presenza di un’unico partito di massa e dalla sua stretta simbiosi con lo stato. Ne seguì una stratificazione sociale assai semplificata: masse operaie e contadine, alle quali lo stato impose una regolamentazione del lavoro del tempo libero; tecnici e buracrati; un vertice ristretto con ampia discrezionalità nelle scielte politiche.
Per alcuni decenni questo sistema sembrò reggere il confronto con gli altri stati capitalisti. Ma con il passare del tempo, i ritardi nell’industrializzazione leggera e la staticità dell’agricoltura ridussero le risorse a disposizione dello stato per erogare servizi sociali. La risposta militare ai primi segni di dissenso favorì la nascita di tendenze nazionalistiche e, quando il sistema cercò di riformare se stesso e liberalizzarsi, non resse più il confronto con gli altri paesi.
Ciò nonostante Stalin continuava a tenere saldo il potere, anche grazie alla vittoria su Hitler, all’armata rossa e all’apparato industriale cresciuto. Nel 1946 ci fu il quarto piano quinquennale con l’obbiettivo di aumentare del 50% la produzione prebellica, puntando sempre sull’industria pesante. Ne fecero spese l’agricoltura che continuò ad avere una bassa produzione, l’industria leggera e il tenore di vita, peggiorato dalla svalutazione del rublo del 1947. Ciò nonostante il piano quinquennale ebbe buon esito, infatti aumentò del 73% la produzione rispetto al 1940, e nel 1949 venne realizzata la bomba atomica. Il successivo piano fu ancora più esasperante (aumento del 70% della produzione…), ma fu mantenuta la calma con: la repressione polizzesca, ripresa delle “grandi purghe” con più di 2 milioni di persone nei gulag. Il 5 marzo 1953 morì improvvisamente Stalin.
Gli successe il segretario del Partito, Nikita Krusciov, che avviò una nuova politica agricola. La politica del “disgelo” tra potere e società suscitò resistenze nelle strutture dello stalinismo, ma Krusciov al XX congresso del Pcus, nel 1956,anticipò lo scontro annunciando una linea politica di coesistenza pacifica e competitiva con il mondo capitalista; ridimensinò il potere militare e demolì il culto di Stalin. Questo suo comportamento comportò un trauma nei partiti comunisti di tutto il mondo.
Krusciov provvise, all’interno, allo smantellamento dei gulag e alla riorganizzazione del Kgb. Nel 1957 ci fu il primo lancio di un satellite artificiale e l’impulso agli armamenti nucleari e missilistici ristabilirono un buon rapporto con i militari, grazie ai quali potè superare l’opposizione politica di Molotov e Malenkov. Diverse riforme allentarono la morsa del partito sulla società civile. Però il prodotto interno lordo era ancora metà di quello statunitense e questo fece sì che nel 1964 fu rimosso e sostituito da Breznev.
La nuova stagione di Breznev, chiuse definitivamente il periodo del disgelo e riaprì la repressione polizesca. Episodi salienti furono: l’impedimento ad alcuni scrittori di andare a ritirare il premio Nobel; l’internamento del fisico Sacharov. Sul piano economico vi fu una parziale apertura verso gli stati uniti e i paesi europei. Alcuni fattori, come l’estendersi della corruzione all’interno della burocrazia di stato, il malcostume, la debolezza produttiva, dimostrarono come fosse debole il sistema socialista. A questa presa di coscenza il Cremlino rispose con un generale irrigidimento. Il soffocamento della “primavera di Praga” (vedi pag.9) incrinò decisivamente la credibilità del comunismo sovietico e tra i primi a prenderne le distanze ci fu il segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer. Dal 1970 il declino economico fu mascherato con la ripresa della politica di potenza sul piano internazionale, scielta che porterà al collasso del regime.

Le democrazie popolari

Tra il 1945 e il 1948, nei territori occupati dall’Armata Rossa si formò il blocco dei paesi socialisti, nei quali i partiti comunisti nazionali utilizzarono l’ascendente popolare ottenuto con la guerra di resistenza al nazismo per acquistare il controllo delle istituzioni statali ed ottenere la legittimazione del loro potere. Ne scaturirono le cosiddette democrazie popolari che consistevano in:
• regimi tra loro omogenei i cui tratti caratteristici erano l’osmosi tra il partito unico e la macchina statale;
• l’economia pianificata;
• riforme agrarie e nazionalizzazioni finalizzate a sconfiggere definitivamente il vecchio blocco sociale composto dalle aristocrazie terriere e dalle caste militari. In alcuni casi questo conflitto assunse le forme di uno scontro tra chiesa cattolica e stato.
In tutti i casi i governi occidentali sollevarono proteste puramente formali, per poi avvallare con il riconoscimento diplomatico le situazioni di fatto, rispettando così gli accordi presi tra le potenze vincitrici a Yalta e a Postdam. Tali accordi permettevano all’Urss di esercitare un potere militare nell’Est europeo a garanzia della sua sicurezza e della sua ricostruzione. Il punto più critico era rappresentato dalla Polonia, il cui governo era esiliato a Londra, poichè aveva espresso sentimenti antisovietici e che fu prontamente sostituito nel giugno 1945. Inglesi e americani non esitarono a riconoscerlo e, quando nel 1947 si tennero le elezioni, il Partito comunista aveva ormai raggiunto la piena maggioranza.
Non diverso fu il corso degli eventi in Romania e Bulgaria. Nel primo paese la riforma agraria conciliò il consenso al partito filosovietico, mentre l’opposizione fu liquidata di autorità. In Bulgaria il Fronte patriottico ottenne nel 1945 una vittoria elettorale schiacciante e un referendum popolare pose fine alla monarchia. L’Ungheria fu l’unico paese dell’Europa orientale dove il Partito agrario anticomunista ottenne un netto successo elettorale. Qui i sovietici adottarono una linea moderata, ma nel frattempo il Partito Comunista si unì ai partiti socialisti e socialdemocratici minori; la coalizione così ottenuta giunse al successo elettorale nel maggio 1949.
In Cecoslovacchia il Partito comunista nelle elezioni del 1946 aveva ottenuto solo un terzo dei consensi e aveva avviato la riforma agraria. Il consistente aumento dell’industrializzazione consentiva l’apertura agli aiuti del piano Marshall: ma l’intervento di Stalin costrinse il ministro degli Esteri Masaryk a ritirare l’adesione cecoslovacca alla conferenza di Parigi a quello scopo convocata. Il presidente Benes si vide allora costretto a ritirare i ministri non comunisti: il 10 marzo 1948 Masaryk fu trovato morto sotto le finestre del suo ministero. Nel giro di pochi mesi i comunisti ottennero un maggioranza schiacciante alle elezioni.
La minaccia del Piano Marshall riaccese in Stalin il terrore dell’isolamento elo spinse ad abbandonare l’atteggiamento di moderazione e il rispetto almeno formale degli accordi. La creazione nel 1947 del Cominform sulle ceneri dell’Internazionale comunista si risolse in una stretta repressiva nei paesi dell’Europa orientale che comprendevano la cintura difensiva dell’Urss; il culmine più drammatico fu raggiunto con la crisi di Berlino dell’estate 1948.
Gli unici paesi che poterono seguire una politica autonoma da Mosca furono la Jugoslavia e l’Albania, dal momento che la guerra di resistenza era stata vinta dalle formazioni partigiane comuniste senza l’aiuto degli eserciti alleati. Ma dopo i fatti di Praga ci fu come conseguenza la “scomunica” della via jugoslava. La capacità di Tito di tenere testa a Stalin, da un lato ne comportò l’espulsione dal Cominform, ma dall’altro lo accreditò come leader.
Nel gennaio 1949 fu creato il Comecon, un comitato d’assistenza economica e integrazione commerciale tra i paesi dell’Est europeo, il cui scopo era di controbilanciare il piano Marshall. Di fatto esso favorì le esportazioni sovietiche, in quanto funzionava come un rapporto di sfruttamento coloniale. L’integrazione dei paesi dell’Est nel sistema sovietico si completò con il “patto di amicizia, cooperazione e mutua assistenza” stipulato a Varsavia nel 1955. Esso appare oggi più il sintomo di una debolezza interna al sistema socialista, con il quale l’Urss cercò di superare le difficoltà, che un atto di forza per controbilanciare la Nato.
Infatti la crisi era stata preannunciata dagli sciperi dell’estate 1953 degli operai cecoslovacchi e di quelli berlinesi, esplose nel 1956 in Polonia ed in Ungheria. Nel giugno lo scipero degli operai polacchi di Pozman, si trasformò in una vera e propria rivolta. La repressione fece più di 50 morti, ma il movimento estetosi all’università ottenne che il vecchio segretario del partito, Gomulka, fosse reintegrato. Un compromesso con l’Urss riaffermò il Patto di Varsavia.
La tendenza più radicale della contestazione in Ungheria, provocò l’intervento dell’Armata Rossa nel novembre 1956: ci furono centinaia di morti; questo chiuse ogni possibile liberalizzazione del blocco sovietico.
La Jugoslavia ebbe, invece, maggiore libertà di manovra, poichè Tito seppe far coesistere socialismo e mercato con una serie di riforme che diedero allo stato una struttura più federalista e liberalizzarono parzialmente il mercato.
La crisi del sistema riemerse a Praga nel 1968, in corrispondenza dei movimenti di contestazione giovanile in Occidente. Qui il cambiamento presentava l’apparente vantaggio di non porre in discussione il Patto di Varsavia e di essere condotto dal partito comunista. Infatti il giovane leader Dubcek aveva avviato un “nuovo corso” che i giornali di tutto il mondo definirono Primavera di Praga, ossia un modello di socialismo dal volto umano i cui capisaldi erano:
• la separazione tra partito partito e stato
• l’autonomia delle nazionalità ceca e slovacca
• l’abolizione della censura
• la libertà di critica
Le truppe del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia il 21 agosto 1968; evitando un bagno di sangue diedero via ad estenuanti ed inconcludenti trattative con il governo legittimo fino a fiaccarne la resistenza: nell’aprile 1969 fu costituito un nuovo governo e i dirigenti del nuovo corso furono emarginati ed espulsi dal partito. Da quel momento l’Urss affidò a un crescente irrigidimento autoritario la tenuta del sistema.

La fine del comunismo

Durante gli anni settanta la Urss di Breznev presentava i sintomi di una crisi che sarebbe divenuta più evidente dieci anni più tardi: crollo la produttività e diminuirono gli investimenti;per importare tecnologia dall’occidente furono intaccate le risorse energetiche e una serie di raccolti disastrosi acuì la crisi dell’agricoltura. All’interno centralizzazione e burocrazia isterilirono ogni potenziale umano ed intellettuale, mentre i privilegi e la corruzione della nomenklatura resero incolmabile la distanza creatasi tra partito e società. Breznev, convinto che Vietnam e Watergate avessero indebolito gli Usa, tentò di modificare a proprio vantaggio l’equilibrio mondiale con una presenza più incisiva in Medio Oriente, in Africa. Morì nel 1982 e gli successe per quindici mesi J. Andropov, che pose le basi per una serie di riforme politiche ed economiche. Il governo di Andropov fu seguito da quello di Cernenko, esponente dell’ala conservatrice del partito, che morì un anno dopo, nel1985.
Tra i paesi satelliti l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 aveva segnato la fine di ogni speranza di cambiamento e di realizzazione di un socialismo dal volto umano; crebbe quindi l’opposizione al regime sovietico. In Polonia sorsero associazioni per i diritti civili che furono rafforzate dall’elezione del papa polacco Woytila. Nel 1979 nacque Solidarnosc, il primo sindacato libero e indipendente in un paese socialista. In Cecoslovacchia nacque Charta 77, un movimento non ideologico che si prponeva di difendere i cittadini che avessero avuto il coraggio di esprimere le proprie idee.
La nomina di Gorbaciov a segretario generale del Pcus liberò tutte le spinte di rinnovamento. Due furono le parole chiave che aprirono la stagione delle riforme:
1. perestrjka ristrutturazione dell’economia, concedendo maggiori responsabilità e autonomia ai dirigenti e maggiore libertà per favorire la nascita di un mercato aperto e dinamico
2. glasnost trasparenza nel rapporto tra potere ed istituzioni ; quest’ultima suscitò grandi adesioni da parte degli intellettuali.
La difficoltà dell’applicazione di questi cambiamenti apparve subito.
La società sovietica sembrava incapace di esprimere una propria autonomia e Gorbaciov era convinto che solo una riforma del partito e dello stato avrebbe potuto imprimere una svolta positiva al rinnovamento. Ma il tentativo di Gorbaciov fallì su due punti: la riforma economica non funzionò; i conflitti nazionali a lungo compressi esplosero e si radicalizzarono gli antagonismi etnici. Su questo punto il comportamento del governo fu ambiguo e debole, favorendo i nazionalismi estremisti spesso guidati dalla stessa dirigenza comunista locale. Gli stati baltici furono i primi a far sentire questo malessere e a staccarsi dall’Urss.
L’azione di Gorbaciov portò profondi mutamenti anche in tutto il mondo comunista, perchè la sua politica estera affidò la sicurezza e la pace agli accordi e al disarmo anzichè alla parità strategica e militare. Nel dicembre 1987 sottoscrisse con Regan l’accordo per lo smantellamento dei missili di media portata. La fine dell’ingerenza di Mosca negli stati satelliti aprì ampi spazi all’opposizione e alla società civile in Polonia e in Cecoslovacchia.
L’intero sistema dell’Europa orientale si sfaldò in un solo anno, il 1989. In Polonia si completò la democratizzazione. Alle elezioni politiche trionfò Solidarnosc e due anni dopo il suo capo storico, Walesa, venne eletto presidente della Repubblica. In Ungheria ed in Cecoslovacchia la “fuoriuscita” dal comunismo percorse tappe simili che portarono, oltre che alla liberalizzazione della società, anche allo smantellamento della cortina di ferro con l’Austria. Indolore fu anche la democratizzazione della Bulgaria, mentre traumatica fu in Romania. La repressione sanguinosa di manifestazioni operaie provocò una rivolta che si estese a tutto il paese.
L’evento simbolico di questa svolta epocale fu l’abbattimento del muro di Berlino nel 1989. In celebrazione del quarantesimo anniversario della fondazione della Rdt, la folla festeggiò Gorbaciov e manifestò ostilità verso il presidente Honecker. Questi a metà ottobre fu costretto alle dimissioni e il 4 novembre 1 milione di berlinesi scesero in piazza per chiedere libertà e riforme. Fu formato un governo guidato dal riformatore Modrow e il 9 novembre furono abbattute le frontiere. Le elezioni dell’anno successivo diedero la vittoria ai cristiano-democratici e aprirono la strada all’unificazione della Germania.
La fine dell’Urss si verificò tra il 1990 e il 1991. Dapprima lo scontro sulle nazionalità mise in difficoltà Gorbaciov che in Lituania alternò azioni di forza a trattative. L’appoggio dato da Eltsin e dal parlamento della Russia favorì l’indipendenza lituana (febbraio 1991). Gorbaciov perse col passare del tempo sempre più consensi, mentre Eltsin, leader dei radicali, accrebbe sempre più il consenso fino a che, nel giugno 1991, fu eletto presidente della Russia. Gorbaciov, nel tentativo di riformare il Partito comunista suscitò la reazione dei conservatori: il19 agosto un comitato d’emergenza lo depose eproclamò lo stato d’assedio. La reazione popolare e la spaccatura dell’esercito fecero fallire il colpo di stato; Gorbaciov potè riassumere la guida dell’Unione, ma la proclamazione di indipendenza da parte di otto repubbliche e la soppressione del Partito comunista russo, decretata da Eltsin, gli sottrassero di fatto il potere. A dicembre Russia, Ucraina e Bielorussia diedero vita ad un Comunità di stati indipendenti nella quale confluirono anche altre otto repubbliche. Gorbaciov, ormai presidente di un’entità dissolta si dimise, chiudendo l’esperienza comunista durata 75 anni
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