La Riforma Cattolica

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Testo

- La Riforma Cattolica e la Controriforma -

Innanzi tutto bisogna chiarire bene il significato del termine Controriforma.
Il termine appare per la prima volta, in Germania nel 1776 per indicare in origine la “ricattolicizzazione” di territori passati al protestantesimo, il suo significato si è poi esteso e arricchito fino a comprendere il vasto movimento di rinnovamento della Chiesa cattolica culminato nel concilio di Trento (1545-1563) (questo è un termine che però ha una sfumatura negativa, e che riduce il fenomeno a una mera reazione contro qualcosa).Quindi gli storici cattolici, per fare in modo che questa riforma non venisse vista come una cosa negativa, rilevarono come già prima del protestantesimo si fossero manifestati nella Chiesa movimenti riformatori, e hanno proposto il termine Riforma cattolica al posto del termine Controriforma .La soluzione più giusta e più accettabile è quella di usare entrambi i termini però per parlare di due movimenti diversi: si parla infatti propriamente di Controriforma per designare tutto ciò che, da un punto di vista dottrinale, organizzativo e pratico, deriva dalla lotta e dalla reazione contro la Riforma; si usa invece preferibilmente il termine di Riforma cattolica per indicare l'esame di coscienza della Chiesa cattolica e il suo proposito di rinnovamento interno, iniziato prima della stessa Riforma (Savonarola, umanesimo cristiano, erasmianesimo).

Concilio di Trento

Il Papa Paolo III Farnese (1534-49), spinto dalle richieste del mondo cristiano, che voleva che fosse convocato un concilio ecumenico,nel maggio del 1542 convocò il concilio a Trento. I Papi del XIV sec. Avevano sempre rifiutato di convocarlo perché temevano che con esso rinascesse anche la corrente rivoluzionaria chiamata conciliarista, che sosteneva la superiorità del concilio rispetto all’autorità papale.
Il concilio iniziò però tre anni dopo a causa della guerra tra Carlo V e Francesco I per il possesso del ducato di Milano e durò fino al 1563 ( grazie anche lunghe interruzioni una di addirittura di 10 anni dovuta al Papa Paolo IV ) . La convocazione di questo convegno era parsa a molti la via per superare gli aspri dissidi di ordine teologico che opponevano protestanti e cattolici. I mali più urgenti da estirpare secondo la commissione ecclesiastica erano:
1. L’eccessiva ed illimitata sovranità del Papa, che rendeva possibili certi abusi;
2. il cumulo dei benefici;
3. La violazione dell’obbligo di residenza da parte dei vescovi;
4. l’insufficiente preparazione e selezione del clero;
5. La decadenza degli ordini religiosi;
6. Il fiscalismo della curia;
Il concilio si svolse a Trento per non dispiacere né ai cattolici né ai protestanti, infatti la città era distante quasi allo stesso modo tra Roma e il nord Europa. Prima dell’ inizio del concilio però erano già tramontate le speranze di riconciliare le due chiese. Infatti i protestanti decisero di non parteciparvi perché non accettavano il ruolo preminente del Papa e la partecipazione di sole persone che appartenevano al clero, che andava contro il principio di Lutero del sacerdozio universale dei credenti. Quindi l’ incontro divenne un’ assemblea solo interna al cattolicesimo e in queste condizioni il concilio non aveva nessuna possibilità di ottenere la riappacificazione tra i cristiani. Esso si concluse con uno scontro più aspro coi protestanti rispetto a prima del Concilio.
Già all’ inizio si scontrarono due tendenza: la prima che voleva che il concilio affrontasse soprattutto problemi di carattere istituzionale e disciplinare, la seconda desiderava invece che si ponesse maggior attenzione alle questioni dogmatiche e teologiche. Visto che la posizione di rilievo attribuita alle questioni disciplinari avrebbe messo in disparte il dissidio dogmatico e teologico con i protestanti, evitando di dichiarare in modo esplicito una rottura insanabile;e che se fossero state messe in rilievo le questioni dogmatiche e religiose metteva spostava al contrario un il confronto su un piano dove la lotta era accesissima.
Per evitare che ci fossero discussioni e dissidi , si decise di organizzare i lavori in modo che le due tendenze fossero trattate allo stesso modo e allo stesso tempo.

Le Conclusioni

Nel 1564 papa Pio IV (1559-1565) pubblicava le conclusioni che il concilio aveva raggiunto nelle sue 25 sessioni. Vi erano prima di tutto le affermazioni dottrinali che respingevano in blocco le tesi dei protestanti: alla verità delle Scritture fu aggiunto il valore della tradizione storica con cui la chiesa aveva arricchito le scritture stesse;l’unica versione autorizzata dei testi sacri era la Vulgata , cioè la vecchia traduzione latina di San Girolamo. La passività umana di fronte alla grazia irresistibile fu condannata come eretica: il battesimo rende davvero possibile all’uomo di collaborare alla propria salvezza, aggiungendo alla fede le opere buone. Il numero tradizionale e il significato dei sacramenti fu riconfermato e in particolare il valore sacrificale della messa , cosa che ridava pieno valore alle messe private di suffragio. Il dogma della transustazione fu ribadito. Il concilio aveva poi provveduto a un’ opera di moralizzazione della chiesa vietando il cumulo dei beni ecclesiastici e riaffermando l’ obbligo della castità e del celibato per il clero. Gli scandali e gli abusi della chiesa dipendevano con tutta evidenza dal fatto che diventare vescovo era un buon modo per iniziare una grande carriera politica: il Concilio perciò dovette affermare solennemente che la cura delle anime era il vero compito dei vescovi e che essi erano tenuti a risiedere nella loro diocesi e a visitare periodicamente le loro parrocchie e le fondazioni monastiche, ponendo fine al malcostume di spendere le proprie rendite risiedendo presso la corte pontificia o in qualche altra capitale europea. Infine il concilio si preoccupò di elevare il livello culturale del clero, che era ancora assai rozzo ed ignorante: l’ istituzione dei seminari diocesani avrebbe dovuto creare un clero parrocchiale capace di competere con i predicatori protestanti.

Spinte repressive e spinte riformatrici

L’Inquisizione romana o Sant’Uffizio e l’Indice
La nuova volontà della Chiesa di riformarsi fu accompagnata da una dura azione repressiva contro le eresie e le idee considerate eretiche. Difatti allarmato dalla diffusione del protestantesimo anche in Italia, papa Paolo III nel 1542, dietro suggerimento del cardinale Gian Pietro Carafa, istituì a Roma la congregazione dell'Inquisizione, nota anche come "Inquisizione romana" o Sant'Uffizio. La commissione, dotata di poteri sulla Chiesa intera, era formata da sei cardinali, tra cui lo stesso Carafa. Collegato all'Inquisizione medievale solo da vaghi precedenti, il Sant'Uffizio era in realtà un'istituzione nuova, meno soggetta al controllo episcopale; si occupò dell'eresia su un piano dottrinale piuttosto che di pubblica miscredenza, dedicando speciale attenzione agli scritti di teologi o alti ecclesiastici. La sua attività fu dapprima modesta e limitata quasi esclusivamente all'Italia, dove stroncò tutti i focolai di eresia luterana, calvinista e anabattista.
Quando Carafa divenne papa Paolo IV nel 1555, egli interruppe il concilio di Trento, ritenendolo inutile poiché pensava che solo attraverso una dura repressione la Chiesa avrebbe potuto sconfiggere le eresie, e si oppose all'uso della stampa, il principale strumento di propaganda eretica, censurandola; incaricò difatti la congregazione di comporre un elenco di libri che violassero la fede o la morale: così nel 1559 approvò e pubblicò il primo Indice dei libri proibiti. Tale opera consisteva in un catalogo di libri considerati pericolosi per la fede e per la morale. Ai fedeli era vietato sotto pena di scomunica possedere, leggere, vendere o discutere pubblicamente le opere elencate nell'Indice, senza avere prima ottenuto la dispensa ecclesiastica. Benché la Chiesa fin dai primi tempi avesse emanato decreti che mettevano al bando i testi considerati dottrinalmente o moralmente censurabili, il primo elenco ufficiale fu l’"Indice dei libri proibiti" L'ultima edizione dell'Indice è datata 1948. La Chiesa nel 1966 annunciò che non ne sarebbero state pubblicate ulteriori edizioni e che la lista esistente non era più vincolante sul piano legislativo, eliminando così ogni tipo di sanzione.

Uomini contro
Ma alcuni individui, talvolta molto noti ed ammirati, si opposero alla repressione in atto contro le eresie (e soprattutto al potenziamento dell’Inquisizione), e per questo furono processati e puniti dalla Chiesa; tra questi i più famosi e ricordati furono Giordano Bruno e Tommaso Campanella.
Giordano Bruno
Giordano Bruno, nato a Nola, Napoli nel 1548 e morto a Roma nel 1600, a diciotto anni entrò nell'ordine dei domenicani, mutando il nome originario Filippo in Giordano. Nel convento di San Domenico, dove fu ordinato sacerdote nel 1572, approfondì lo studio della filosofia aristotelica, di Tommaso d'Acquino e dei neoplatonici. Lasciò l'ordine nel 1576 perché sospettato di eresia e cominciò il vagabondaggio che avrebbe caratterizzato la sua vita.
Da Napoli, Bruno si recò a Ginevra, a Tolosa, a Parigi e infine a Londra, dove trascorse due anni, dal 1583 al 1585. Fu, questo, un periodo molto fecondo, in cui egli scrisse diverse opere importanti; tra queste: La cena de le ceneri (1584), opera in cui confutava i principi della fisica aristotelica e il sistema tolemaico, difendendo il sistema copernicano; De l'infinito universo et mondi (1584), nel quale esponeva la tesi dell'infinità dell'universo e dell'infinità numerica dei mondi; e il dialogo De la causa, principio et uno (1584) in cui affrontò la questione dell'origine del cosmo, facendola risalire a un unico principio che anima ogni essere. In un altro dialogo, Degli eroici furori (1585), Bruno celebrò una sorta di amore platonico che unisce l'anima a Dio mediante la ragione.
Tornato a Parigi nel 1585, si spostò in seguito a Wittemberg e a Francoforte, dove scrisse e pubblicò alcuni scritti, tra cui poemi in latino di argomento cosmologico. Su invito del nobile veneziano Giovanni Mocenigo, Bruno rientrò in Italia, allettato dalla possibilità di ottenere una cattedra di mnemotecnica presso l'ateneo di Padova. Nel 1591 Mocenigo, turbato dalle idee eterodosse del filosofo, lo denunciò all'Inquisizione, che lo processò per eresia: Bruno venne consegnato alle autorità romane e rimase in prigione per circa otto anni mentre veniva discusso il procedimento a suo carico per eresia, condotta immorale e bestemmia. Rifiutatosi di ritrattare la proprie teorie, il filosofo fu arso vivo in Campo de' Fiori il 17 febbraio del 1600. Alla fine del XIX secolo nel luogo del suo martirio fu eretta una statua dedicata alla libertà di pensiero.
Tommaso Campanella
Tommaso Campanella, nato a Stilo, Reggio Calabria nel 1568 e morto a Parigi nel 1639, entrò nell'ordine dei domenicani cambiando il nome da Giovanni Campanella in Tommaso, e vi compì gli studi. Eccentrico rispetto alla cultura dominante, nel 1599 fu arrestato perché accusato di eresia e di cospirazione contro il governo spagnolo di Napoli. Fintosi pazzo per evitare la pena capitale, trascorse 27 anni nella prigione napoletana: qui scrisse il suo capolavoro, La Città del Sole (1602), che descrive una società ideale ispirata al modello della Repubblica di Platone. Uscì dal carcere nel 1626, ma, nuovamente perseguitato, fu costretto a cercare rifugio in Francia.
Nella Città del Sole Campanella dipinge l'utopia di una società perfetta, retta da un re-sacerdote (il "Metafisico") e da tre magistrati (Pon, Sin, Mor, che corrispondono alle tre "primalità"); in questa società, nella quale non esiste né la famiglia né la proprietà privata, gli ordinamenti e le istituzioni non sono il frutto di consuetudini ereditate dalla tradizione, ma l'espressione della ragione naturale dell'uomo. Gli abitanti della Città del Sole sono ignari della Rivelazione e seguono una religione naturale: quest'ultima, tuttavia, sarebbe molto vicina al cristianesimo, che secondo Campanella "nulla cosa aggiunge alla legge naturale", tranne i sacramenti.

Nuovi ordini: la Compagnia di Gesù
La volontà della Chiesa di riformarsi era sorta però prima del concilio di Trento, attraverso la fondazione di alcuni nuovi ordini religiosi, prima su tutte la Compagnia di Gesù (gli adepti sono meglio conosciuti come Gesuiti), fondata da sant'Ignazio di Loyola nel 1534 e approvato ufficialmente da papa Paolo III nel 1540. Scopo dell'ordine è l'evangelizzazione quale frutto della predicazione, dell'insegnamento e del servizio alla Chiesa. L'impegno educativo dell'ordine ha favorito sia gli studi teologici sia le discipline secolari.
La preparazione richiesta a un candidato è più lunga di quella richiesta ai sacerdoti diocesani e ai membri di altri ordini: dopo due anni di studio e preghiera come novizio, il candidato pronuncia i voti semplici di povertà, castità e obbedienza e prosegue la sua preparazione, detta scolasticato, con studi linguistici e filosofici per almeno quattro anni, impegnandosi poi in studi universitari, per approdare finalmente alla teologia (non meno di cinque anni di studio) e all'ordinazione sacerdotale. Dopo alcuni anni di lavoro pastorale il gesuita è chiamato a pronunciare i voti solenni e definitivi, a cui si aggiunge, per i sacerdoti più preparati, un quarto voto di obbedienza speciale al Papa. L'ordine è governato da un superiore generale eletto a vita dalla congregazione generale, che è formata da rappresentanti dei gesuiti di tutto il mondo.
Ignazio era un ufficiale spagnolo che, dopo aver passato un lungo periodo di convalescenza nel ricco castello paterno a causa di una ferita di guerra, fu preso da una profonda crisi spirituale e decise di abbandonare la sua vita, sino ad allora poco edificante, convertendosi; decise con i suoi primi compagni di recarsi come pellegrino in Terra Santa per convertire i musulmani; essendo però chiusa ogni via d'accesso alla Palestina a causa della guerra con i turchi, decisero di sottoporre al papa una costituzione in cui si impegnavano ad andare missionari dovunque egli li avesse inviati. Dopo l'approvazione della costituzione, Ignazio fu eletto primo superiore generale del nuovo ordine.
Rapido fu lo sviluppo dell'ordine, i cui membri ebbero compiti importanti nella Controriforma e aprirono scuole e collegi in tutta Europa, esercitando per 150 anni un ruolo fondamentale nel campo dell'educazione: oltre 500 erano i loro istituti nel 1640 e ben presto si aggiunse la direzione totale o parziale di numerose università, seminari e centri di studi. I gesuiti durante la Controriforma tentarono di rafforzare il cattolicesimo contenendo l'espansione del protestantesimo, ed educarono i giovani provenienti dalle famiglie più eminenti, senza trascurare, soprattutto nelle terre di missione, l'istruzione popolare.
L'attività missionaria più notevole dei gesuiti nel Nuovo Mondo fu l'istituzione, in America latina, con particolare successo in Paraguay, delle cosiddette reducciones, comunità di indigeni che, sotto la direzione dei missionari, praticavano l'agricoltura e l'artigianato gestendo i beni in forma collettivistica.
Nei paesi cattolici, lo zelo riformatore dei gesuiti incontrò spesso l'opposizione del clero, mentre la devozione al papa sollevò i sospetti di politici e regnanti, cosicché l'ordine fu in vari momenti espulso dall'uno o dall'altro stato europeo al punto che, nel 1773, le pressioni politiche, soprattutto dei Borbone, spinsero papa Clemente XIV a decretarne lo scioglimento.
Federico II di Prussia e Caterina di Russia, entrambi ammiratori della cultura dei gesuiti, rifiutarono di dare esecuzione al decreto, e così l'ordine sopravvisse in quei paesi fino al 1814, quando papa Pio VII ne sancì ufficialmente la rinascita, dando avvio a una nuova diffusione su scala mondiale. La Compagnia conta oggigiorno circa 1.850 case e circa 22.580 membri, ma sta attraversando un periodo non facile, in quanto i gesuiti diminuiscono di 500 persone l’anno; in particolare essi diminuiscono in Europa, dove sono meno richiesti, ma crescono in America Latina, Africa e Asia (dove sono impegnati in particolar modo nelle missioni).

LA STREGONERIA

In questo periodo di lotte tra riforma e controriforma, nasce un fenomeno che è diventato un simbolo dell’epoca: la caccia alle streghe. Infatti dalla seconda metà del 1500 sino al 1700 migliaia di streghe (o presunte tali) furono mandate al rogo.
- La storia
La stregoneria era già “conosciuta” dai Greci e dai Romani, e via via da tutti gli altri popoli; ma intorno alla metà del XII sec. la credenza in essa si consolidò e si fece strada l'idea che le streghe si riunissero in vari luoghi per celebrare riti blasfemi e malefici. Col sorgere dell'Inquisizione, intorno agli inizi del XIII sec., l'attività delle “streghe” cominciò a essere legalmente perseguitata: i primi processi e le prime condanne al rogo — la forma di supplizio cui erano assoggettati gli eretici — risalgono alla seconda metà del secolo. L'attività dei tribunali, sia ecclesiastici sia laici, contro le stregonerie si andò progressivamente intensificando: nel corso del XV sec. la dottrina della stregoneria, e con essa la persuasione che i poteri malefici delle streghe, ottenuti grazie al patto col diavolo, fossero assolutamente reali, ricevette una sistemazione in opere come il Formicarius di J. Nider e il Malleus maleficarum(“martello delle streghe”, 1484) di Henricus Institoris e Jacob Sprenger, in cui veniva elaborata tutta una complessa tecnica per individuare le streghe, per condurne l'interrogatorio con l'uso della tortura, ed erano descritte minutamente le loro presunte attività, le modalità del sabba, ecc.
In questa dottrina si accumulavano, sotto il segno di una mostruosa credulità, l'eredità dell'occultismo classico, le fantasie del folclore europeo, le sottili teorie della scolastica sulla natura dei demoni, le immaginazioni distorte degli accusati dotati di una personalità isterica, e dei loro stessi giudici. La caccia alle streghe, in un clima di sospetto a cui nessuno poteva a priori sottrarsi, si svolse sia nei paesi cattolici sia in quelli protestanti: il numero dei processi, il cui esito normale era il rogo, fu immenso. Gli accusati (tra cui prevalevano le donne) “confessavano” assai spesso il nome di altre “streghe”; era anche frequentissimo il caso di persone che si autoaccusavano di aver partecipato al sabba, fornendo descrizioni particolareggiate di quanto vi sarebbe avvenuto. A produrre tale fenomeno — di cui peraltro non si è ancora raggiunta una piena comprensione sul piano psicologico e storico — concorrevano in modo determinante i pregiudizi dei giudici. Là dove l'autorità civile rifiutava di punire le presunte streghe e dichiarava inammissibile l'istruzione di processi contro di esse, il fenomeno della “demonomania” cessava infatti rapidamente di avere tale carattere epidemico.
Già nel Cinquecento alcuni studiosi come Johann Weyer (De praestigiis daemonum, 1563) si levarono contro la caccia alle streghe ma l'atteggiamento persecutorio veniva ribadito da numerosi trattatisti, come Martín Delrío (Disquisitionum magicarum libri VI, 1599) e Francesco Maria Guaccio (Compendium maleficarum, 1608). Esso persistette per tutto il Seicento e si spense soltanto nel corso della prima metà del Settecento. Il terrore della stregoneria, alimentato dall'Inquisizione, ha lasciato tracce profonde nel folclore europeo.
Nel Medioevo la credenza nella stregoneria era diffusa in tutta Europa; sorretta da leggende e superstizioni popolari, si accompagnava a riti pagani, talvolta rielaborati alla luce del cristianesimo, e a pratiche magiche che facevano ricorso a erbe medicamentose e psicotrope. Malgrado le leggi li proibissero, tali riti erano molto radicati soprattutto nelle campagne; i casi di repressione severa furono comunque piuttosto rari fino al XII secolo.
Le cose cambiarono verso la fine del XIII secolo, quando si cominciò a considerare la stregoneria come opera del diavolo e si diffuse la credenza nel sabba, riunione periodica di streghe e stregoni caratterizzata da riti orgiastici, omicidi rituali e atti d'adorazione di Satana. Verso la metà del secolo successivo si arrivò a identificare la stregoneria con una forma di eresia, della quale avrebbe dunque dovuto occuparsi l'Inquisizione.
- I processi alle streghe
La repressione si fece più dura durante il XV secolo, con l'approvazione di una specifica bolla pontificia nel 1484. I processi si susseguirono per oltre due secoli, aumentando di numero e di frequenza durante il periodo di diffusione della Riforma, e si estesero anche ai paesi protestanti e all'America.
Gli studiosi hanno messo in luce come la persecuzione delle (supposte) forme di stregoneria potesse essere di volta in volta originata da diverse motivazioni. Se da un lato certamente la Chiesa temeva il distacco dal suo corpo di correnti eretiche, dall'altro i processi avevano spesso ragioni economiche, dato che la condanna per stregoneria comportava l'esproprio dei beni; spesso inoltre avevano un peso determinante interessi di carattere politico e desideri di vendetta personale.
I metodi dell'Inquisizione sono tristemente famosi: gli inquisiti, in gran parte donne, erano sottoposti a violenze fisiche e psicologiche, e infine condannati al rogo. I resoconti di numerosi processi testimoniano dell'accanimento dei giudici nell'indagare su alcuni punti ritenuti fondamentali: la fisicità dell'esperienza del sabba, l'avvenuta abiura di Cristo, i rapporti sessuali con il diavolo. Le streghe dovevano inoltre presentare, quale loro segno distintivo, una zona del corpo completamente insensibile, la cui ricerca giustificava ogni tortura.
Il documento che meglio rappresenta le teorie elaborate a sostegno della persecuzione è ilgià menzionato “Malleus malificarum” (1486), redatto da due domenicani, Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, nel quale si elencano i malefici e le pratiche perverse delle streghe. Nonostante alcune voci si levassero fin dall'inizio contro queste credenze e paure, tentando di spiegare gli atteggiamenti incriminati delle streghe come stati indotti da allucinogeni o da malattie nervose, solo nel XVIII secolo riuscì a imporsi un punto di vista razionale (illuministico) sull'argomento; risale soltanto alla seconda metà del XX secolo l'inizio di un'analisi scientifica dei documenti che permetta di leggere l'intero fenomeno su basi storiche ed etnologiche.
- La simbologia della stregoneria
Le testimonianze degli accusati, per quanto inquinate dai metodi con cui venivano estorte, gettano luce su alcuni aspetti delle credenze popolari e sulla simbologia dei riti: questi appaiono in gran parte derivati da rituali pagani della civiltà agricolo-pastorale arcaica, incentrati sulla lotta tra forze del bene e forze del male presenti nella natura. Il diavolo ha spesso le sembianze caprine del dio Pan, e a condurre il sabba è spesso una figura femminile, la Signora del Gioco, che ricorda divinità quali Artemide e Iside. L'accoppiamento sessuale fa parte di molti riti propiziatori di fertilità e la metamorfosi animalesca era ritenuta temibile punizione o segno divino presso diverse culture. Su questo intreccio di credenze si innestò la demonologia dotta, sviluppata soprattutto da intellettuali ecclesiastici, dando vita a diverse contaminazioni.
Sulla realtà dei raduni che originarono la credenza nel sabba non si sa molto, ma è probabile che, più che incontri organizzati di movimenti eretici, fossero eventi sporadici forse di significato sociale, presenti in certe culture popolari. Alcune forme cerimoniali analoghe sopravvissero tuttavia fino ai primi decenni del XX secolo e se ne trovano ancora oggi tracce nel folclore e in alcune nicchie di emarginazione culturale.
- Le ipotesi degli storici moderni
Secondo gli ultimi studi, la sanguinosa persecuzione contro le "streghe" fu in realtà una crociata cristiana contro l'inaspettato diffondersi di un'antichissima religione magica lunare, i cui adepti e, soprattutto, adepte praticavano antiche "arti", tra cui la manipolazione a l'uso di erbe e piante "magiche" - cioè psicoattive - capaci di indurre visioni a "incantamenti" sotto l'egida della dea Diana a dei suoi totem cornuti.
I "voli" nell'aria, i sabba, le orge mistiche e sensuali, i filtri incantatori, le "trasformazioni" in bestie, tutto nella documentazione sul culto delle streghe trasmessaci dagli stessi persecutori attraverso i verbali dei processi ci parla di un uso, forse solo in parte consapevole, di sostanze, erbe, radici e funghi atti a modificare e dilatare la percezione a la coscienza sino a favorire il raggiungimento di un'intima comunione con la natura e i suoi misteri siderali, vegetali a animali.
Giambattista della Porta, letterato ed "esoterista" napoletano, dopo aver direttamente osservato numerose adepte del culto durante i loro "viaggi" rituali concluse nel suo “Magia naturalis” (1589) che l'illusione del volo, le visioni eroto-magiche dei "demoni" e le apparenti metamorfosi licantropiche venivano indotte dagli unguenti con cui queste donne si cospargevano il corpo.
Tra le principali piante psicotrope il cui uso è attestato da parte delle streghe possono essere registrate: mandragola, cicucta virosa, belladonna (conosciuta appunto come "erba delle streghe"), hyoscyamus niger o giusquiamo (capace di produrre visioni profetiche e già utilizzato dalle pitonesse del tempio di Delfi), datura stramonium a datura innoxia (emblematicamente chiamate "erbe del diavolo" e tuttora utilizzate come "piante-alleato" dagli sciamani sudamericani) e, non sorprendentemente, amanita muscaria, il fungo delle visioni dei sacerdoti vedici e iranici.
Va inoltre ricordata la frequente presenza nelle misture rituali di varie parti organiche della più comune specie di rospo, il bufo vulgaris, nelle cui ghiandole è contenuta una sostanza dall'alto potere allucinogeno: la bufotenina.
Queste ipotesi sono suffragate anche da altri aspetti; analizziamo, ad esempio, le tre formule per l'unguento che serve per andare al sabba in volo riportate da A. J. Clark in appendice al The witch-cult in Westem Europe di M. Murray:
1) Du persil, de l'eau de l'aconite, des feuilles de peuple, et de la suie.
2) De la berle, de l'acorum vulgaire, de la quintefeuille, du sang de chauvesouris, de la morelle endormante et de l'huyle.
3) De graisse d'enfant, de suc d'ache, d'aconite, de la quintefeuille, de la morelle et de la suye.
Quattro componenti di questi preparati sono interessanti:
- il "persil", ossia la cicuta maggiore, Conium maculatum (molto simile al prezzemolo). Tutte le parti della pianta sono tossiche: contengono infatti alcaloidi piperidinici, principalmente l'alcaloide liquido e volatile coniina, oltre a coniceina, conidrina e altri. I frutti immaturi contengono le maggiori concentrazioni di alcaloidi (fino al 2%).
I sintomi dell'avvelenamento sono costituiti da vomito, dolori addominali, incapacità di deglutizione e di parola, soffocamento e morte. L'attività cardiaca non viene influenzata.
- la "morelle endonnante" (Scopolia, il Giusquiamo nero, Dulcamara). L'avvelenamento provocato dai tropano-alcaloidi del giusquiamo determina i medesimi sintomi della belladonna (v. Atropa belladonna). Gli individui che comunque sopravvivono all'intossicazione da giusquiamo mostrano molto spesso alterazioni irreversibili causate dall'elevata concentrazione di scopolamina. L'ingestione di 20-30 semi si rivela fatale per un bambino; l00-l50 semi costituiscono una dose mortale anche per un adulto. L'avvelenamento da giusquiamo causa spesso sdoppiamento della vista, spasmi dolorosi dei muscoli del collo e delle mascelle, accessi di follia e di aggressività.
- la "morelle furieuse", ossia l'Atropa belladonna. Contiene atropina, un alcaloide che influenza la funzionalità degli organi e dei sistemi governati dal parasimpatico. Provoca midriasi, diminuisce la secrezione gastrica, salivare e sudorifera, aumenta le pulsazioni cardiache e, a dosi medie, provoca eccitazione e delirio.
- Infine l'Aconito. Tra i suoi principi attivi: gli alcaloidi del gruppo diterpene, napellina, aconitina e i glucosidi flavonici luteolina e apigenina. E', subito dopo l'Aconitum ferox del Nepal, il veleno vegetale più attivo che esista. Una dose di 2 gr. di tubero fresco (da l a 3 mg. di aconitina) può rappresentare la dose mortale per l'uomo. Il veleno penetra attraverso la pelle (anche il semplice mazzetto, tenuto in mano, provoca intossicazioni e dermatiti). Tutte le parti della pianta contengono alcaloidi tossici, il principale dei quali è l'aconitina, presente fino alla quantità dell' l-3%. Tali sostanze sono concentrate principalmente nell'apparato radicale.
La dose letale per l'uomo è di appena 38 mg. Nell'uomo i sintomi di avvelenamento sono costituiti da prurito che, iniziando dalla bocca, si estende rapidamente all'intero volto, seguito da sensazioni di freddo, sudore, vomito, grave affaticamento e senso di ansietà; parzialmente una eccitazione sensoriale, cui segue un caratteristico formicolio e l'ottundimento della sensibilità con conseguente anestesia, disturbi sensoriali, paralisi dei centri bulbari, irregolarità cardiache. La morte sopraggiunge per insufficienza respiratoria e cardiaca; la vittima rimane pienamente cosciente fino al decesso. L'eccitazione sensoriale e il disordine della sensibilità fanno pensare ad effetti psicolettici e psicoanalettici.
Gli altri componenti sono: l'olio e il grasso "di bambino non battezzato", che fungono da eccipienti lipidici che veicolano i composti liposolubili (i principi attivi), Erba cannella (antisettico), acoro (carminativo), appio (diuretico e antidolorifico), cinquefoglie (emostatico) ... la fuliggine (disinfettante e emostatico) e le foglie di pioppo (antisettico, antinfiammatorio e vulnerario ) ... il sangue di pipistrello (ingrediente magico simbolico).
- Le donne e la stregoneria
Ma allora, perché le streghe sono per lo più donne? Secondo il “Malleus Maleficarum”, perché le donne sono conosciute per la loro malizia, e per il loro disordine degli affetti e delle passioni, che provoca in esse la ricerca di vendetta con ogni mezzo, anche attraverso i malefici. Inoltre, per suffragare questa tesi, cita alcuni passi della Bibbia e di apprezzati autori latini, oltre che un “simpatico” gioco di parole: “femmina” deriva dal latino “foemina”, che, a sua volta, viene da “fe” e “minus”, cioè “meno fede”; se le donne hanno meno fede degli uomini, è più semplice che cadano nei tranelli di Satana.
Secondo i moderni studiosi, il motivo si può riallacciare all’uso di piante psicoattiva: infatti Le streghe, oltre che curatrici e avvelenatrici, svolgono anche la funzione di ostetrica, e la segale comuta (pianta spesso usata dalle streghe per gli unguenti), presa sia in grani che in polvere, è un potentissimo uterotonico (in passato veniva detta "pulvis parturiensis", ma ancora oggi viene somministrata sotto forma di metilergobasina come facilitante del parto e come abortivo) e serve a guarire varie forme di metro e menoraggia. Questi due fatti, uniti assieme, fanno pensare che molte delle intossicazioni a sintomatologia convulsiva sono dovute, molto probabilmente, ad ingestione di forti dosi di segale cornuta, o suoi preparati galenici, a scopo abortivo. Come nel caso dei sedativi allucinogeni, anche in questo caso non è irragionevole supporre che la terapia della strega si trasformi in preparazione di una nuova "sacerdotessa di Satana".

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