La Peste

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Testo

Indice:
• Contesto storico generale
• Principali portatori della peste e superstizioni
• Forme di peste nell’uomo
• Consigli, accorgimenti e cure per evitare il contagio
• Come venivano trattate le persone colpite dal contagio
• La peste in Europa
• La peste in Italia
• Alcune testimonianze
• I Flagellanti
• Conseguenze legate alla peste
• Gli untori
• La peste nella letteratura
• La peste nella pittura
• Senso della vita
• Senso della catastrofe
• Conclusione
• Bibliografia
1347 Scoppia in Italia la prima epidemia di peste che contagerà, nel giro di qualche anno, tutta l'Europa. La peste abbandonerà il continente europeo soltanto verso la metà del Settecento. Fino al 1537 le epidemie avranno ricorrenza ciclica.
Contesto storico generale
La peste ebbe origine in oriente, con ogni probabilità in Cina, e si diffuse con grande rapidità raggiungendo la città europea di Caffa, in Crimea sul Mar Nero, che a quel tempo era un centro di commercio dei Genovesi. Non è difficile supporre che sulle dodici navi genovesi, partite da Caffa a fine estate 1347 per tornare in patria, ci fosse un bel numero di topi neri, alcuni dei quali infetti. Nessuno allora avrebbe potuto immaginare che di lì a qualche mese pochi topolini avrebbero portato la morte a milioni di Europei.
Nell’estate dello stesso anno l’epidemia aveva già colpito Bisanzio e quasi tutti i porti dell’Europa orientale. Dalle zone colpite numerose persone cercarono di emigrare e di raggiungere aree dove fosse possibile sfuggire al contagio favorendo così, inconsapevolmente, la sua diffusione.
Ben presto dunque la peste raggiunse i porti occidentali, in particolare la Sicilia, Genova, Pisa e Venezia, e di qui si diffuse in tutta l’Europa.
Principali portatori della peste e superstizioni
Quasi sicuramente possiamo affermare che furono i topi a portare la peste in Europa, viaggiando nelle stive delle navi salpate dai porti del Mar Nero: il batterio della peste infettava le pulci che vivono sul loro pelo. E’ difficile immaginare l’entità e l’orrore della cosiddetta Morte Nera. L’epidemia infuriò per tre anni, circa un quarto della popolazione europea di allora morì. Si può affermare che i topi cambiarono la storia dell’umanità. I topi continuano ad essere portatori di malattie. Docili in cattività, i topi si accontentano di poco spazio, si riproducono in fretta e mangiano di tutto. I medioevali credevano, invece, che a portare la peste inon fossero i topi ma gli opali. L’idea che l’opale fosse una pietra maledetta si diffuse nel 1300. L’opale era tra le gemme preferite dei gioiellieri italiani, che la lavoravano spesso. A Venezia, dove l’epidemia scoppiò con particolare virulenza, fu osservato che queste pietre si illuminavano quando chi le portava contraeva il morbo, ma sembravano scolorirsi al sopraggiungere della morte. Da quel momento gli opali furono associati all’idea di morte. A quei tempi ovviamente si ignorava che le mutevoli sfumature della pietra erano dovute a variazioni della temperatura corporea.
Un’altra credenza era quella che la malattia fosse dovuta ad un influsso negativo degli astri o che rappresentasse una punizione divina per l’espiazione dei peccati. Lo stesso Boccaccio, nell’introduzione alla prima giornata di Decameron, definisce la peste come “giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali”.
I medici, sulla base delle antiche dottrine di Ippocrate e Galeno, ritenevano infatti che la causa della peste fosse la "Corruzione dell’ aria" cioè un insieme di esalazioni e vapori impuri emanati dal sottosuolo e liberati dai terremoti. Inoltre, le scarse condizioni igieniche e le fogne a cielo aperto, normali nelle città trecentesche, favorirono sicuramente la diffusione del contagio.
Forme di peste nell’uomo
La peste fu, prima di divenire una malattia dell’uomo, un male che colpiva varie specie di roditori: ratti, marmotte e in particolare topi. Era trasmessa da un bacillo scoperto solo nel 1894 da A. Yersin.Nota già nell’antichità, si abbatté sull’Europa in età romana ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio che ne rimase vittima.
Nell’uomo la peste si manifesta in tre forme:
- peste bubbonica
- peste polmonare
- peste setticemica
Si trasmette da un topo all’altro, o dai topi all’uomo, tramite le pulci che mordendo l’animale infetto e poi la persona sana trasferiscono il bacillo. Chi è colpito muore nel 60-80% dei casi nel giro di 5 giorni. La peste provocata dal morso della pulce del topo è detta peste bubbonica, poiché dopo il contagio compare sotto l’ascella e all’inguine del malato, un bubbone, cioè un rigonfiamento doloroso delle ghiandole linfatiche. Per motivi ancora non chiari, la peste può attaccare il polmone e trasmettersi non solo da topo a uomo, ma anche da uomo a uomo tramite la saliva. In questo caso si parla di peste polmonare, molto più grave e contagiosa: il malato muore nel 99.9% dei casi in appena tre giorni. Dai polmoni l’infezione si può diffondere ad altre regioni dell’organismo, causando la peste setticemica che consiste nell’infezione del sangue. La peste setticemica può essere provocata anche dal contatto diretto di mani, cibo o oggetti contaminati con le mucose del naso e della gola.
La peste bubbonica si riscontra specialmente in primavera e in estate poiché in inverno la pulce va in letargo; quella polmonare invece predilige la stagione o i climi freddi perché si trasmette da uomo a uomo tramite colpi di tosse e starnuti. Tutti e due i tipi di peste, considerate le forme di contagio, prosperano nei luoghi affollati e con poca igiene: per questo motivo le città medioevali furono più colpite delle campagne. Probabilmente nel 1348 l’Europa conobbe entrambe le forme di pestilenza perché il morbo colpì sia a nord che a sud, e si diffuse sia d’estate che d’inverno.
Quasi sicuramente possiamo affermare che furono i roditori selvatici dell’Asia Centrale, dove la peste è da sempre presente, a trasmettere le pulci e il bacillo ai nostri ratti “domestici”: il topo nero e il topo marrone. Il topo nero si annida nelle case, nei granai, nelle stive delle navi, ed è stato definito un vero e proprio “commensale dell’uomo”.
Consigli, accorgimenti e cure per evitare il contagio
La comparsa dell’epidemia segnò una nota sconfitta della medicina del tempo che niente poteva contro il terribile male: mancavano le conoscenze e le attrezzature adatte, ma nonostante ciò, i medici del tempo suggerivano vari metodi: 1° modo: alcuni affermavano che il vivere adeguatamente e il guardarsi da ogni cosa superflua aiutasse a sopravvivere. Per evitare il contagio si riunivano in gruppo in luoghi isolati racchiudendosi in case dove non c'erano malati. Usando "delicatissimi cibi e ottimi vini" cioè mangiando cibi leggeri, ma gustosi.
2° modo : altre persone, di contraria opinione, preferivano godersi ciò che restava da vivere, divertendosi molto, cantando, ballando e mangiando in gran quantità. Si doveva vivere nel modo più intenso e sfrenato possibile.
3° modo : altra gente consigliava di non esagerare col cibo, uscire il meno possibile e, se proprio non si poteva evitare, bisognava proteggersi ponendosi sotto il naso fiori o erbe profumate in modo da filtrare i cattivi odori (identificavano infatti il cattivo odore con la causa del contagio).
4° modo : il migliore consiglio che tutti davano era di lasciare la propria città, i propri parenti, le proprie case ed ogni loro possesso, per trasferirsi in campagna lasciando le aree colpite.
5° modo : erano raccomandate numerose purghe ed era assolutamente proibita l’attività superflua, come attività fisiche o sforzi (si respirava di più) e perfino quella sessuale, poiché contribuiva ad aumentare il volume dell’aria inalata.
Ma data la grave carenza di conoscenze mediche si ricorreva spesso all’uso di talismani e incantesimi.
La società medievale era profondamente superstiziosa. Basti affermare che alcuni tra i più celebri medici dell’epoca attribuirono un grande potere protettivo a determinati amuleti. Secondo uno di loro, un mezzo sicuro per evitare la peste, consisteva nell’indossare una cintura di pelle di leone con una borchia d’oro puro sulla quale fosse incisa l’immagine dell’animale feroce.
Come venivano trattate le persone colpite dal contagio
La paura aveva reso disumane le persone; gli ammalati venivano abbandonati, neanche i genitori accudivano i figli, né i figli i genitori. Quando morivano non veniva data nessuna importanza e li gettavano in fosse comuni. Sentimenti come il rispetto e la compassione si affievolirono sempre di più, sostituiti da egoismo e timore tanto nei confronti dei vivi quanto dei morti. La gente scopre i tanti volti della paura, modifica le proprie abitudini, lotta o si arrende alla disperazione. Infatti alcuni tendevano ad isolarsi o a non aiutare coloro che invece ne avrebbero avuto bisogno, altri, quasi non preoccupandosi del rischio di contagio, si prestavano a sostenere gli appestati. Molti approfittavano di questa situazione per non rispettare più le leggi.
La peste in Europa
La peste colpì il Mediterraneo. Subito dopo il suo arrivo a Genova, raggiunse il porto siciliano di Messina. Quasi contemporaneamente, alla fine cioè del 1347, navi provenienti da Costantinopoli la portavano a Marsiglia, da dove si sparse velocemente in tutta la Francia. In Irlanda, un frate, nel registrare per iscritto la desolazione intorno a sé, previde - e con ragione - che i giorni che gli rimanevano, per tramandare la cronaca di quanto accadeva, si avviavano alla fine e, con grande accortezza, lasciò una buona scorta di pergamena per il suo successore: "Se fortuna vorrà che un uomo sopravviva e qualcuno della razza di Adamo sfugga alla pestilenza e voglia continuare l'opera che io ho cominciato".
Dall'Italia la peste dilagò rapidamente in tutta Europa. Viaggiando veloce per mare giunse in Inghilterra nel 1348. Gli ingegnosi Scozzesi, vedendo i loro vicini prostrati dall'epidemia, si raccolsero allegramente nella foresta di Selkirk per invaderne le terre e spogliarli dei loro beni. Il bottino più cospicuo fu la peste, che si diffuse nel loro paese nel 1350. Dall'Italia la peste passò via mare anche sulle coste orientali della Spagna e di lí, gradatamente, si mosse verso ovest, fino al Portogallo. Da Venezia il morbo passò le Alpi ed entrò in Austria. Sempre per mare arrivò anche al Baltico e penetrò in terra di Russia. Dall'Austria, dal Baltico e dalla Francia non poteva che convergere sulla Germania. La peste infuriò nella sua forma piú acuta per tre anni; ma anche quando parve che il peggio fosse passato, essa continuò ad aggirarsi sul suolo d'Europa. Ci furono cinque gravi recrudescenze della pestilenza prima del 1400. Né esse cessarono del tutto con il finire del secolo la peste non fu domata in Europa che verso la metà del Seicento. La grande peste di Londra nel 1665 fu l'ultima eruzione in Inghilterra, la peste di Marsiglia nel 1720 l'ultima sul territorio continentale europeo.
La peste in Italia
L'Italia fu il paese in cui il morbo si manifestò con maggiore violenza, lasciando segni indelebili e conseguenze che faranno sentire il loro peso anche nei secoli successivi, tanto che qualche storico ha avanzato la proposta di fissare proprio il 1348 come simbolica data della fine del Medioevo. Impossibile determinare quanti furono i morti causati da questa sciagura. La prima regione dell'Europa occidentale ad essere colpita dall'epidemia nell'Ottobre 1347 fu la Sicilia, quando la flotta raggiunse Messina. La maggior parte della ciurma era morente di una malattia sconosciuta. Gli ufficiali della città isolarono le navi per due giorni, tuttavia ciò non impedì la diffusione dell'epidemia.
Di fronte all'imperversare della peste i consigli comunali cercarono di stabilire delle regole per evitare la diffusione del contagio, un esempio per tutti i comuni, era quello di Pistoia: sapienti uomini stabilirono che nessun cittadino poteva recarsi nelle città di Pisa e di Lucca; per chi infrangeva questa regola c'era una multa di cinquecento lire; chi accoglieva persone provenienti dai detti luoghi doveva pagare dieci lire; gli abitanti di Pistoia potevano recarsi a Pisa e a Lucca e far ritorno solo con esplicita autorizzazione del consiglio del popolo cittadino. Stabilirono ancora che nessun cittadino poteva portare o far entrare in città panni usati di lino e di lana, a qualunque uso erano destinati, altrimenti avrebbe pagato duecento lire e gli si sarebbero bruciati i panni. Stabilirono che i morti dovevano esser portati fuori in casse di legno inchiodate, affinché nessun fetore potesse uscire; i preti erano tenuti a fare denuncia alle autorità cittadine di ogni morto prima della sepoltura. La profondità della fossa per la sepoltura dichiarata regolare era di due braccia e mezzo. Nessuno dei parenti poteva accompagnare i defunti oltre la porta della chiesa, né potevano far ritorno alla casa dove abitava il morto.
Compianto di un malato
L’ospedale
Onde evitare spese inutili nessuno doveva, in caso di lutto, vestirsi con indumenti nuovi, ad eccezione delle mogli dei defunti. Anche a Firenze in Aprile furono nominati degli ufficiali che avevano il compito di sorvegliare i mercati, di accertare la provenienza di merci e mercanti, di impedire la rivendita di indumenti e suppellettili appartenenti a individui morti di peste. A Milano si barricano porte e finestre di tre case infette lasciandovi reclusi gli appestati e i loro parenti. Compariva anche un elenco dei malati perché ciascun medico notificasse i nomi dei malati che ha in cura. Nel 1374 Venezia e Genova chiudevano il loro porto alle navi provenienti da località infette. Ragusa decreta che le navi provenienti da queste località entrino in porto dopo un mese di isolamento. Questo periodo venne chiamato quarantena. La dottrina di Ipocrate stabilisce che il quarantesimo è l'ultimo giorno nel quale può manifestarsi una malattia acuta come appunto la peste. Questo periodo viene chiamato quarantena, una malattia che insorge dopo questo termine dunque non può essere peste. Nel 1400 nasce a Venezia un'altra fondamentale istituzione il lazzaretto: la quarantena si svolge in un'isola della laguna, dov'è il monastero agostiniano di santa Maria di Nazareth, nella quale vi affluisce personale assistenziale proveniente dall'ospedale lagunare per lebbrosi dedicato a San Lazzaro. Nel 1468 presso l'isola di Sant'Erasmo nasce un nuovo lazzaretto, che aveva il compito di isolare e distinguere le persone infette da quelle sane.
Alcune testimonianze
Così un medico di Padova, dove il morbo era stato portato da Venezia, pose in apertura del suo Regime contro la peste questa preghiera: "O tu vera guida, tu che determini ogni cosa di questo mondo! Possa, tu che vivi in eterno, risparmiare gli abitanti di Padova e come loro padre fa' sì che nessuna epidemia abbia a colpirli. Raggiungano esse piuttosto Venezia e le terre dei saraceni…".
Se tra Comuni diversi la situazione era tesa, tra coloro che abitavano in una stessa città le cose non andavano meglio.
Racconta il canonico Giovanni da Parma che "molti si confessavano quando erano ancora in salute. Giorno e notte rimanevano esposti sugli altari l'ostia consacrata e l'olio degli infermi. Nessun sacerdote voleva portare il sacramento ad eccezione di quelli che miravano ad una qualche ricompensa. E quasi tutti i frati mendicanti e i sacerdoti di Trento sono morti …".
Emblematico è il racconto di Marchionne di Coppo Stefani, cronista fiorentino,
L’alchimista
che riferisce: "… moltissimi morirono che non fu chi li vedesse, e molti ne morirono di fame, imperocchè come uno si ponea in sul letto malato, quelli di casa sbigottiti gli diceano: < Io vo per lo medico > e serravano pianamente l'uscio da via, e non vi tornavano più. Costui abbandonato dalle persone e poi da cibo, ed accompagnato dalla febbre si venia meno. Molti erano, che sollicitavano li loro che non li abbandonassero, quando venia alla sera; e' diceano all'ammalato: < Acciocchè la notte tu non abbi per ogni cosa a destare chi ti serve, e dura fatica lo dì e la notte, totti tu stesso de' confetti e del vino o acqua, eccola qui in sullo soglio della lettiera sopra 'l capo tuo, e po' torre della roba >. E quando s'addormentava l'ammalato, se n'andava via, e non tornava. Se per sua ventura si trovava la notte confortato di questo cibo la mattina vivo e forte da farsi a finestra, stava mezz'ora innanzichè persona vi valicasse, se non era la via molto maestra, e quando pure alcun passava, ed egli avesse un poco di voce che gli fosse udito, chiamando, quando gli era risposto, non era soccorso. Imperocchè niuno, o pochi voleano intrare in casa, dove alcuno fosse malato".
Anche Guy de Chauliac, medico personale di papa Clemente VI, tentato, ammise: "Per paura del disonore non osai fuggire. Tormentato continuamente dalla paura, cercai di proteggermi alla meno peggio …".
Chalin de Vinario, altro medico avignonese vicino al papa, espone in modo chiaro quella che era l'idea prevalente tra i dottori: "Noi siamo il prossimo di noi stessi. Nessuno di noi è accecato da una tale follia da occuparsi più della salvezza degli altri che della propria, tanto più trattandosi di una malattia così rapida e contagiosa".
I Flagellanti
Fra le manifestazioni di panico e fanatismo provocate dalla peste quella dei flagellanti fu una delle più impressionanti e delle meno comprensibili per la mentalità moderna. Gruppi di penitenti composti anche da centinaia di uomini (le donne erano rigorosamente escluse), vagarono nel 1348/49 da una città all’altra della Germania; una volta raggiunta la loro tappa si flagellavano pubblicamente con fruste munite di punte metalliche. Grandi folle venivano ad assistere a quest’autopunizione che aveva lo scopo di allontanare dal mondo l’ira divina. Per trentatré giorni e mezzo (quanti tradizionalmente si pensava fossero stati gli anni di Gesù), i flagellanti ripetevano il loro rituale. Con un vasto consenso popolare. I flagellanti rivolsero accuse durissime contro il clero corrotto, per questo la chiesa li accusò di eresia.
Miniatura con una delle tante processioni fatte per invocare la fine del castigo di Dio
Una processione
Conseguenze legate alla peste
Come conseguenza della peste vi fu un notevole calo demografico. Dopo tre anni di malattia i dati disponibili suggeriscono una cifra dell’ordine dei cinquanta milioni che non ebbe riprese fino alle soglie del ‘400.
Più terre e più salario: la morte nera ebbe importanti conseguenze sul piano economico e sociale. Può sembrare strano, ma non tutte furono negative per i sopravissuti. In primo luogo il gran numero di morti servì a riequilibrare il rapporto tra le risorse e la popolazione, e ciò permise col tempo una graduale, anche se lentissima, ripresa demografica. Inoltre i contadini e gli operai salariati, in molti casi, migliorarono la loro esistenza: i primi poterono disporre di terre migliori da coltivare e furono spesso meno sfruttati dai loro signori, che temevano di perderli; i secondi riuscirono, per la scarsità di manodopera, ad ottenere salari più alti e vissero meglio, perché il prezzo dei prodotti alimentari verso la fine del secolo si abbassò notevolmente.
Diminuisce la rendita dei signori: I grandi proprietari terrieri e i signori feudali furono invece danneggiati dalla crisi, le loro rendite diminuirono, pretesero quindi di più dai contadini soffocando le loro rivolte nel sangue come avvenne in Francia, o come in Spagna sostituirono la coltivazione dei cereali con la pastorizia, che rendeva di più con meno manodopera.
Le immediate conseguenze della terribile mortalità, che si portò via in alcune zone persino una metà della popolazione, furono enormi. Ovunque nacque il problema della scarsità di manodopera. Ovunque le classi agiate, beneficiarie della precedente espansione, cercarono con ogni mezzo di conservare i loro guadagni, ora minacciati, con una politica reazionaria del tutto artificiosa. Per ottenere tale scopo inventarono nuove leggi, nuovi meccanismi, persino nuovi miti. E ovunque, in eguale misura, trovarono resistenza. Nel mondo in espansione dei secoli XII e XIII c'era stato posto per tutti ed era stato possibile conservare una certa armonia tra le classi sociali. I grandi proprietari terrieri avevano concesso la libertà ai loro servi, perché costoro avevano ricavato denaro dall'agricoltura ed erano stati in grado di comperarsela o perché se non veniva accordata, essi potevano sempre fuggire e andare a cercarsi la libertà nelle nuove città. Nei centri urbani il riassetto sociale era stato piú fluido: gli apprendisti erano saliti di grado, erano diventati padroni e gli incarichi cittadini erano passati dalle antiche famiglie alle nuove. Ma nel mondo che aveva subito le contrazioni dei secoli XIV e XV c'era molto meno spazio: e il padrone e il contadino nelle campagne, il grande mercante e quello piú piccolo, oppure il mercante e l'artigiano nella città, lottavano l'uno per conservare, l'altro per ottenere la propria parte della già ridotta porzione di ricchezza o di potere.
Tali lotte non si manifestavano tutte nella stessa forma. In Inghilterra, dopo la peste nera, i proprietari terrieri approvarono uno statuto dei lavoratori, inteso a fissare i salari agricoli il piú vicino possibile al valore raggiunto prima della peste. In Francia un'ordinanza reale stabilì esattamente la stessa cosa.
In Spagna le Cortesi [le assemblee rappresentative] emisero dei regolamenti molto simili per le diverse regioni. Ma alla fine, nella maggior parte dei paesi occidentali, la scarsità di manodopera avvantaggiò il lavoratore e i contadini furono in grado di comperarsi la libertà. Nell'Europa orientale, d'altra parte, i proprietari imposero la loro volontà. Di fronte alla pressione degli Slavi, essi trovarono modo, a poco a poco, di affermare nuovamente la servitù della gleba, così che nel Cinquecento, quando la libera classe contadina inglese vantava la propria superiorità irridendo agli zoccoli di legno e alle brache di canapa dei contadini di Francia, meno liberi di loro, costoro potevano guardare con lo stesso disprezzo i servi della Germania, spediti fuori a cercare lumache o fragole per i loro dispotici padroni. In ogni paese le medesime cause portavano ad un'identica "reazione latifondista"; ma gli effetti erano diversi. Persino in Spagna vi erano delle differenze fra la Catalogna, dove la nuova legislazione venne più tardi revocata, e la Castiglia, dove non lo fu. Nella storia le stesse cause non producono necessariamente gli stessi risultati; o per lo meno, per giungere a tanto, richiedono lo stesso contesto sociale. Se tale contesto viene a mancare, i risultati possono essere addirittura opposti.
Gli untori
La peste portò con sé un’altra conseguenza distruttiva oltre alla morte, la paura. La paura di essere colpiti generò il bisogno di cercare dei colpevoli, infatti era una credenza comune e diffusa che l’epidemia avesse un’origine dolorosa: in molte città degli innocenti vennero accusati di essere i diretti responsabili dell’epidemia e furono denominati “untori”, perché si credeva che ungessero le porte e i muri delle case per diffondere la malattia. Spesso gli untori vennero individuati negli ebrei che subirono atroci massacri.
La peste nella pittura
La peste non fermò l’azione di artisti per la realizzazione di opere d’arte e affreschi che testimoniano la diffusione dell’epidemia. In questi anni, nella pittura cominciarono ad apparire temi sostanzialmente estranei alla tradizione cristiana, come quello del trionfo della morte. Si diffondono inoltre le danze macabre, una specie di girotondi in cui dame e cavalieri riccamente vestiti, si tengono per mano con scheletri o con corpi in via di decomposizione. Il corpo divorato dai vermi, con le occhiaie vuote e le ossa che fuoriescono da brandelli di carne è poi il tema preferito della figura gotica tardo trecentesca. Tutte queste raffigurazioni, rappresentano il potere incontrastabile di un destino che colpisce senza differenziazioni buoni e cattivi, poveri e ricchi, giovani e vecchi. I cadaveri trascinano con un movimento lento il ricco e il povero, il vescovo e il soldato, il nobile e il borghese, il monaco e l’usuraio, dimostrando il tragico destino che tutti attende senza nessuna differenza.
L'ossessione della morte, ispirò grandi capolavori quali l'anonimo " Trionfo della Morte ", dipinto per un ospedale siciliano.
Questa immagine rappresenta il paragone tra i tre vivi (nobili) e i tre morti e sottolinea l' idea di uguaglianza davanti alla morte..
La peste nella letteratura
La peste influenzò anche le opere letterarie di molti artisti.
Tucidide e la peste di Atene (430 a.C)
Il primo testo letterario del tema della peste è la descrizione di Tucidide (II, 47-54) della spaventosa epidemia importata dall'Egitto che infuriò ad Atene. La descrizione di Tucidide è scientificamente precisa e ricca di effetti drammatici.
L'epidemia ateniese vista da Lucrezio
Nell'ultimo libro del De rerum natura in cui si spiegano i fenomeni terrestri, fra cui le epidemie, che vengono spiegate come concentrazione di germi nocivi che si raccolgono nell'aria, nell'acqua e nei cibi, portando morte e distruzione. Lucrezio porta come esempio di epidemia proprio la peste di Atene (VI, 1138-1286).
Virgilio e la peste del Norico
Virgilio riprese il tema dell'epidemia nel suo poema dedicato alla vita agreste, descrivendo un' epidemia (Georgiche III, 470-566). Il poeta si sofferma sull'aspetto doloroso della piaga, e sulla tragedia che accomuna gli animali agli uomini: le atroci sofferenze degli animali offrono spunto per una meditazione sul mistero del male e della morte che non ammette soluzioni razionali.

Boccaccio e la peste di Firenze (1347)
Boccaccio apre il suo Decameron con l'infuriare di un'epidemia (Introduzione alla prima giornata). Sette fanciulle e tre giovani amici decidono di allontanarsi dalla città e di rifugiarsi in una villa in campagna. Qui, mentre il morbo semina la morte in città, trascorrono dieci giorni (da cui il titolo dell’opera) tra passeggiate e svaghi, e s'accordano affinché, alla fine di ogni giornata, ciascuno di loro narri una novella.
Petrarca e la peste di Firenze
sono presenti alcune lettere del Petrarca che trattano dell’epidemia in Toscana nel 1347 e della perdita dell’amata Laura.
La peste di Londra raccontata da Defoe (1665)
Nella letteratura inglese esiste un celebre resoconto della terribile epidemia che infuriò a Londra nel 1665, A journal of the Year of the plague di Daniel Defoe.
I Promessi sposi e la peste di Milano del 1630
Manzoni si dedica anche alla peste di Milano. Nel lazzaretto milanese infatti si intrecciano le vicende dei protagonisti, di Renzo e Lucia, ma anche di Don Rodrigo e Padre Cristoforo, che durante l'epidemia moriranno.
La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe
In chiave fantastica e simbolica è trattato il tema dell'epidemia che stermina i protagonisti nel famoso racconto di Poe.
La peste di Albert Camus
In epoca contemporanea, un romanzo costruito come una tragedia divisa in 5 atti.

Albert Camus
Senso della vita
Fino a qualche secolo fa gli eventi della vita avevano un senso divino e in alcuni casi ricevevano un significato pessimistico. Ciascun evento, ciascun atto erano messi in relazione ad un livello spirituale e ad un preciso e rigido stile di vita. I grandi avvenimenti come: la nascita, il matrimonio, la morte partecipavano, per mezzo del sacramento , alle idee religiose del tempo. Di fronte alle avversità c'era la concezione che queste fossero delle punizioni divine causate dai loro peccati e che Dio, offeso da ciò, scaricasse sulla gente la sua ira. Le malattie e la salute non rappresentavano un problema importante com'erano invece il freddo rigido e le tenebre angosciose dell' inverno che costituivano un male più essenziale. Si godevano più intimamente e più avidamente gli onori e le ricchezze, questi infatti contrastavano più che ora con la povertà e tutte le cose della vita erano sfarzose e crudeli . La vita era soltanto un passaggio per poi raggiungere, dopo la morte, la vita eterna e costituiva il mezzo per l'espiazione dei peccati per la purificazione dell'anima.
Nel medioevo la vita era considerata dono da parte di Dio e per ogni azione e bene bisognava rendere grazie a Dio. Quando nella vita si verificavano cataclismi o comunque avvenimenti negativi venivano definiti come punizioni divine, infatti al caos veniva attribuita la colpa di istigare Dio. Quindi tutto ciò che avveniva sulla terra rappresentava il volere di Dio e l'uomo doveva limitarsi a sapere e praticare solo ciò che Egli diceva.

Senso della catastrofe
“L’età del cantico delle creature diede luogo all’età della Danza macabra”. Così lo studioso di storia economica Carlo Maria Cipolla sintetizza il significato di quanto è accaduto all’Europa medievale in meno di tre anni dal 1348 al 1351.
È arrivata una nuova morte, una morte sconosciuta, la morte in persona, una morta cattiva venuta dal mare, non la morte di San Francesco Cristiana sorella che chiude pietosa gli occhi spenti dei morti.
La peste è un nemico subdolo e invincibile, colpisce subito e senza preavviso; il suo bacillo passa con velocità attraverso le mucose e le piccole ferite e si riproduce nel sangue con grande rapidità, chi ne è colpito muore nel giro di una settimana tra febbre altissima, emorragie e convulsioni.
Essa cambia profondamente la stessa percezione della morte contribuendo all’affermarsi di una mentalità che comincia a non essere più caratterizzata dalle certezze medioevali.
Prima della peste la morte era l'ultimo ostacolo per poi raggiungere la vita eterna e dato che questo era un avvenimento molto importante la persona che stava per morire veniva seguita secondo dei riti religiosi che venivano praticati ogni qualvolta si veniva a sapere di una persona agonizzante. Il prete doveva recarsi presso l'ammalato portando con sé un lume, l'acqua benedetta, la croce e dei tamponi di lana per asciugare l'olio. L'ammalato chiedeva perdono al religioso battendosi il petto, baciando la croce e recitando i sette salmi della penitenza, e poi gli veniva data l'estrema unzione. Tutto ciò era accompagnato da una serie di preghiere. Nonostante questi fossero i rituali non venivano pienamente rispettati infatti ad esempio l'estrema unzione era considerata come il "Sacramento di lusso" che era alla portata delle persone più importanti. Il perdono lo si otteneva da Dio, ma la stessa importanza l'aveva il mettersi in pace con gli uomini, cioè riparare i "torti fatti", e proprio per questo cominciava a diffondersi l'idea del testamento anche se questo metodo per il perdono dell'anima e del corpo non fu mai pienamente considerato e si preferì sempre l'uso dei semplici sacramenti.
La morte improvvisa e violenta però non lascia tempo al pentimento e al sostegno dei sacramenti, e quello che era avvertito come un passaggio, certo lacerante e doloroso ma con un suo chiaro significato, diventa una “potenza attiva a sé stante” (A. Tenenti). Assistiamo così alla personificazione della morte (dalla morte alla morte), come in una storia di ritorno ad entità sovraumane di stampo pagano, che beffarde avvinghiano l’uomo ad un inesorabile destino.
Fra le grandi malattie che dalla notte dei tempi affliggono l'umanità , la peste è ritenuta una delle più pericolose . E' stata assunta come l'emblema di ogni malattia , come l'autentica "metafora del male".
Essa viene definita come una delle punizioni che Dio impartisce agli uomini per l'espiazione dei loro peccati . Il terrore che l'uomo ha verso la peste la rappresento come uno di quei "segni dei tempi "che annunciano e accompagnano la venuta della fine del mondo, diventando il volto di quella "ultima tribolazione"che, dall'uomo medioevale, rappresenta la chiusura dell'orizzonte della storia aprendo la prospettiva dell'eterno.
Essa si rivela come segno dei tempi che si riverbera nell'orrenda marcatura dei corpi. La peste è stata , tuttavia , anche un simbolo, poderoso, della " crisi" e della "malattia degenerativa" della città . Infatti per la cultura greca la peste è la malattia endogena della polis, la spia del disordine sociale collettivo.
Conclusione
Oggi giorno la peste non è più ritenuta come una malattia frequente e mortale ma rimane sempre il terrore del contagio, non di peste, ma di malattie che in futuro saranno più pericolose. Da qui autori di film degli ultimi tempi hanno tratto il soggetto per la sceneggiatura, immaginando situazioni ben più gravi di quelle che l'umanità ha subito dalla peste, sottolineando il fatto che la fine di questo millennio non è la speranza del meglio ma il timore del peggio.
Ormai la peste, con l'evoluzione della medicina, è stata sconfitta; ma osservando le cifre delle vittime che la peste causò in passato e quelle che oggi giorno causa l'AIDS si potrebbe definire quest'ultima come "la peste del 2000 " e si potrebbe quasi pensare che la peste si sia evoluta negli anni assieme all'evoluzione tecnologica dell'uomo.
Bibliografia
Siti internet
• la peste.8m.com
• www.provincia.torino.it
• www.provincia.venezia.it
• cioccolatablu.interfree.it/la_crisi_del_1300.html
• www.itispacinottti.ve.it
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