La guerra si espande

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IL CONFLITTO SI ESTENDE

Nel corso del 1941 il conflitto si allarga e acquista veramente un carattere mondiale. Il proposito coltivato ossessivamente da Hitler, e strumentalmente frenato, di indirizzare le proprie armate contro la Russia sovietica trova realizzazione nel giugno quando ha inizio l’invasione dell’URSS. Dall’altro capo del mondo l’attacco giapponese di Pearl Harbor provoca l’intervento americano. Intanto si muovono gli altri fronti e le grandi potenze democratiche dell’Occidente devono elaborare insieme ai sovietici un’efficace strategia alleata.
Hitler, partendo dal presupposto che la Gran Bretagna “si sarebbe data per vinta” e che si sarebbero creati quindi i presupposti per rivolgere la macchina bellica tedesca da Ovest a Est, fa preparare sin dal luglio 1940 i piani preliminari per una campagna contro l’Unione Sovietica, da realizzarsi per l’autunno.
Mancando però i presupposti tecnico-militari, l’impresa viene rimandata, anche in previsione del fatto che solo nella primavera del 1941 sarebbe stato possibile avere una base allargata nell’Europa orientale e avere le spalle coperte sul fronte occidentale.
Prima dell’attacco all’URSS la politica tedesca è orientata a trarre tutto l’utile possibile dalle forniture sovietiche, allargando contemporaneamente la sua sfera di influenza in vista dello scontro. Da parte sovietica si cerca di contenere la penetrazione tedesca verso i propri confini e di prepararsi militarmente.
Intanto, con il secondo arbitrato di Vienna (30 agosto 1940) l’Italia e la Germania legano alle potenze dell’Asse anche l’Ungheria (attribuendole la Transilvania) e la Romania (sotto la minaccia dell’invasione), agendo però in violazione del patto tedesco-sovietico che impegna le parti alla consultazione nelle questioni di comune interesse.
L’aggressione dell’Italia fascista alla Grecia e il conseguente intervento della Wermacht (in un’area, quella dei Balcani, dove i russi avanzano le proprie rivendicazioni), le prime infiltrazioni tedesche in Bulgaria, non lasciano dubbi all’URSS. Il patto di amicizia tra URSS e Jugoslavia (5 aprile 1941) sta a significare la scelta di intervenire concretamente contro l’espansione tedesca nei Balcani; il patto di neutralità col Giappone (14 aprile 1941) serve a paralizzare il patto nippo-tedesco, evitando l’apertura di un secondo fronte in caso di attacco da parte di Hitler.
Quest’ultimo viene infine scatenato il 22 giugno 1941, in attuazione del piano Barbarossa che prevede l’annientamento delle forze sovietiche con una campagna lampo. Nonostante tutti i segni ammonitori e i veri e propri avvertimenti (a Stalin era stata indicata la data precisa dell’attacco) l’Armata Rossa viene presa alla sprovvista su tutto il fronte. I russi vengono quindi travolti prima di poter organizzare qualche resistenza: aerei distrutti al suolo negli aeroporti, decine di migliaia di prigionieri, intere divisioni circondate. Tuttavia i dirigenti sovietici riescono a mobilitare e ad avviare al fronte gli oltre 10 milioni di uomini della riserva: malgrado quindi le immense perdite che l’Armata Rossa aveva subito, viene in tal modo rinforzata in una misura che lo stato maggiore tedesco non aveva ritenuto possibile.
Già dal marzo precedente Hitler si era premurato di istruire i comandanti militari sul trattamento da infliggere alla popolazione del territorio occupato, soffermandosi in particolare sulla liquidazione fisica dei commissari politici dell’Armata Rossa e degli intellettuali russi. Alla fine del luglio 1941 ci sono segni di consolidamento della resistenza dell’Armata Rossa. In questo periodo i sovietici si rendono conto che la campagna di annientamento aperta dai tedeschi nei confronti dell’esercito russo e di parte della popolazione civile non é un fenomeno dovuto alla campagna militare, ma rientrava nella “politica” del genocidio decisa a priori da Hitler. Il carattere spietato della guerra contro l’URSS sta a sottolineare come essa viene concepita come guerra tra due mondi, tra due civiltà e quindi come guerra di aggressione, di distruzione fisica del paese e delle sue popolazioni. Significativa, a riguardo, è la decisione di Hitler di “radere al suolo Leningrado e Mosca per impedire che vi rimanga gente che poi dovremmo sfamare durante l’inverno”.
All’alba del 7 dicembre 1941 formazioni di aerosiluranti, coadiuvati da numerose navi, attaccano di sorpresa la squadra navale USA a Pearl Harbor, nelle Haway, infliggendole gravissimi danni.
L’attacco giapponese contro gli Stati Uniti giunge improvviso, ma è diretta conseguenza della politica di espansione e di potenza che il Giappone conduce sin dal 1931. L’espansione economica del Giappone si era infatti sviluppata su di una piattaforma politica e ideologica di tipo militarista che la spingeva a rivendicare un “Nuovo ordine” asiatico, chiaramente sotto l’egemonia giapponese. Lo scoppio della guerra inasprisce, all’interno della classe dirigente giapponese, i contrasti tra chi tende all’alleanza con la Germania (come il ministro degli esteri Matsuoka, tra i protagonisti del Patto Tripartito) o chi tende a evitare un urto con l’Inghilterra. Fattori decisivi sono, ancora una volta, i successi della Germania sulla Gran Bretagna, la Francia e l’Olanda, che inducono il Giappone a intervenire sui loro possedimenti asiatici; ma anche l’irrigidimento degli Stati Uniti, che si vedono minacciati dal crollo delle posizioni europee in Asia e dalla crescente aggressività del Giappone. Gli USA hanno la necessità di sostenere l’Inghilterra e di bloccare i legami tra Giappone e Germania, ma vorrebbero evitare di dover sostenere la guerra in tutti e due gli oceani, avendo già previsto il loro coinvolgimento nel teatro europeo. Giocano quindi la carta del negoziato, tentando di fare leva sulla divisione della classe dirigente giapponese e incoraggiando gli ambienti militari più moderati. Ma la situazione peggiora nel luglio del 1941 con l’occupazione giapponese dell’Indocina meridionale e la caduta, nell’ottobre 1941, del governo Konoye e la nomina a primo ministro del generale Tojo, esponente dell’ala militarista più intransigente.
Caduta ogni speranza di un accordo, il 1° dicembre il Giappone decide di passare all’attacco. La minaccia non è sconosciuta al governo statunitense: Roosevelt, la sera del 6 dicembre, invia un messaggio all’imperatore Hirohito, nel tentativo estremo di scongiurare lo scoppio del conflitto. Contemporaneamente però, la flotta giapponese si trova ormai a meno di trecento miglia da Pearl Harbor. Alle ore 7.55 del mattino di domenica 7 dicembre gli Zero giapponesi sono sopra l’obiettivo e il loro comandante, il capitano di vascello Mitsuo Fuchida, lancia il segnale di attacco ripetendo per tre volte la parola “tigre” («tora, tora, tora»). La sorpresa è totale: le corazzate Arizona e Oklahoma e la nave bersaglio Utah sono centrate in pieno e distrutte, le corazzate West Virgina e California colano a picco. La Tennesee, la Maryland e la Pennsylvania vengono gravemente danneggiate. Decine e decine di aerei sono distrutti a terra, altre decine danneggiati, molte navi più piccole messe fuori combattimento. Tra marinai, soldati e civili i morti sono 2.403, i feriti 1.178.
L’emozione negli Stati Uniti è enorme e ha un peso decisivo nell’imporre la decisione di affrontare la guerra, che Roosevelt non era ancora riuscito a fare accettare al popolo americano. Il 12 dicembre anche le potenze dell’Asse dichiarano guerra agli Stati Uniti.
Illudendosi di emulare i successi dell’armata tedesca, e inseguendo il vecchio sogno dell’imperialismo italiano di allargare il dominio nei Balcani, Mussolini dà l’ordine di muovere guerra alla Grecia il 28 ottobre 1940. L’aggressione italiana, da tempo premeditata, è mossa con incosciente leggerezza, senza tener conto dello stato della preparazione militare italiana e delle reali condizioni dell’avversario. Il fatto compiuto, tra l’altro, manda Hitler su tutte le furie.
Le truppe italiane, ammassate sul confine greco-albanese, tentano di sfondare ma vengono respinte e subiscono anzi una controffensiva dell’esercito greco in territorio albanese. Gli inglesi accorrono in aiuto della Grecia sbarcando contingenti nell’isola di Creta e danneggiando gravemente unità navali italiane alla fonda nella rada di Taranto (11 novembre 1940). La situazione, diventata tragica per Mussolini, viene salvata dal massiccio intervento della Germania, costretta a spostare alcune divisioni dal fronte russo a quello dei Balcani.
Le truppe tedesche iniziano dunque l’operazione Marita, che prevede il coinvolgimento della Bulgaria, ormai ridotta a Stato satellite della Germania, e il passaggio attraverso la Jugoslavia, “colpevole” di non voler aderire al Patto tripartito. Nell’aprile del 1941 la Wermacht invade il paese balcanico, in pochi giorni giunge in ciò che restava della capitale Belgrado, rasa al suolo dai bombardamenti a tappeto, e prosegue verso sud sino a saldarsi con i reparti italiani in Albania. Le truppe italo-tedesche penetrano dunque in Grecia stroncandone la strenua resistenza.
Il destino dell’Africa Orientale Italiana è scontato in partenza: isolati dalla madrepatria, i reparti italiani in Etiopia occupano dapprima la Somalia britannica, ma ben presto la situazione si rovescia finché il 5 maggio 1941 gli inglesi non entrano in Addis Abeba restaurando il potere del negus Hailé Selassié. Molto più disputato il teatro libico-egiziano: in un primo tempo gli italiani avanzano fino a Sidi el-Barrani (settembre 1940), ma la controffensiva inglese del dicembre, guidata dal generale Archibald Wavell, respinge le forze tre volte superiori guidate dal maresciallo Graziani. In febbraio gli inglesi giungono fino alla Cirenaica, dopo un’avanzata di oltre 500 miglia. Ancora una volta Hitler, sebbene riluttante, deve accorrere in aiuto di Mussolini. Manda nell’Africa settentrionale una divisione corazzata leggera e alcune unità d’aviazione, dando il comando delle forze italo-tedesche al generale Erwin Rommel. Con la sua divisione corazzata, e con due italiane, Rommel il 31 marzo attacca improvvisamente la Cirenaica, investe Tobruk e raggiunge Bardia, a poche miglia dalla frontiera egiziana, minacciando quindi le posizioni britanniche in Egitto.
Con l’aggressione tedesca all’Unione Sovietica, la costellazione delle potenze assume questa configurazione: da una parte le potenze del Patto tripartito; dall’altra la coalizione anti-hitleriana delle tre potenze mondiali, Gran Bretagna, Unione Sovietica e USA, mai formalizzate in una vera e propria alleanza.
Il presidente americano Roosevelt, dando per scontato un veloce tracollo dell’Unione Sovietica sotto i colpi nazisti, il 9 luglio 1941 emana le linee direttive di un Victory program: coadiuvato dalla costruzione di una doppia flotta oceanica. L’obiettivo é quello di armare un esercito di circa 9 milioni di uomini e di costruire una potente forza di combattimento aerea capace di affrontare una guerra strategica a lungo raggio. Roosevelt, il 10 agosto, si incontra con Churchill a bordo della portaerei Potomac al largo dell’isola di Terranova. Da questo incontro esce la Carta Atlantica, alla quale un mese dopo aderisce anche la Russia: il documento, oltre a ribadire la condanna dei regimi fascisti, prefigura un’ipotesi di ricostruzione dell’assetto mondiale sulla base dell’autodeterminazione dei popoli. La strada per un coinvolgimento della maggiore potenza industriale del mondo nel conflitto è ormai segnata.
L’11 settembre 1941 gli USA emettono il cosiddetto “ordine di sparare” contro le navi delle potenze dell’Asse che tentino di entrare in acque territoriali americane. Roosevelt intende così provocare Hitler per indurlo a compiere atti di guerra marittima anti-americani, che possano rendere possibile l’intervento ufficiale degli USA. Con l’attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbor, e la conseguente dichiarazione di guerra degli Stati Uniti, si determina lo scenario di alleanze cui abbiamo fatto cenno in apertura.
Gli anglo-americani e i sovietici devono dunque porsi il problema di elaborare una comune strategia per battere le potenze fasciste: tra il dicembre del 1941 e il gennaio del 1942, in una conferenza che si tiene a Washington, le tre grandi potenze e altre 26 nazioni alleate sottoscrivono il patto chiamato delle Nazioni Unite con cui si dichiara l’impegno a tener fede ai principi della Carta Atlantica, a combattere le potenze fasciste e a non concludere armistizi o paci separate.
Nei mesi successivi si snodano le tappe dell’elaborazione strategica, militare e politica, delle nazioni democratiche. Nel gennaio del 1943 a Casablanca, in Marocco, inglesi e americani decidono di aprire il fronte italiano con lo sbarco in Sicilia e, fatto politico di grande importanza, rassicurano l’URSS di voler proseguire la guerra fino alla sconfitta totale della Germania, senza nessun compromesso. Nell’ottobre del 1944 a Mosca e nel febbraio del 1945 a Yalta vengono poi decise, in prospettiva di una vicina conclusione del conflitto, il nuovo quadro degli equilibri politici mondiali per mezzo della divisione in zone d’influenza.

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