La grande crisi e le dittature

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LA GRANDE CRISI E LE DITTATURE

Con la pace firmata nelle stanze della Reggia di Versailles (giugno 1919) la guerra poteva dirsi finita. Le cause della guerra, però, non erano ancora superate. La Germania era fortemente umiliata. Per tre motivi:
1) Perdeva i territori dell’Alsazia e della Lorena.
2) La ricchissima regione mineraria della Saar restava per 15 anni sotto il controllo della Francia.
3) Doveva pagare un’altissima cifra come debito di guerra: 132 miliardi di marchi.

Con il trattato di Saint Germain, l’Italia si appropriava di Trento e del Sud Tirolo, di Trieste e dell’Istria, ma non della Dalmazia e della città di Fiume. Non furono pochi che, nel nostro Paese. Parlarono di una vittoria mutilata. Questo provocò forti risentimenti e riaccese il nazionalismo. Ma i nazionalisti erano forti anche altrove. In Francia e in Inghilterra, che ingrandivano i loro imperi, in Germania e negli Stati di nuova costituzione come la Polonia, la Romania, l’Albania, la Iugoslavia e la Cecoslovacchia. A nulla valsero i tentativi fatti dal presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, per garantire la pace con l’istituzione della Società delle Nazioni.
Le condizioni di vita, inoltre, erano gravemente peggiorate. Le monete avevano perso valore provocando gravi problemi economici a tutti e se non mancavano coloro che durante la guerra si erano arricchiti tantissimo, vi erano anche coloro che dovevano pensare solo a produrre e ad obbedire, come gli operai e le donne chiamate in fabbrica a sostituire gli uomini impegnati sul fronte. Salari ridotti, nessun diritto di sciopero, disciplina quasi militare all’interno delle fabbriche. Questa situazione era ormai divenuta insostenibile e da più parti si sentiva dire: >, per indicare che nella società bisognava cambiare tutto. In Italia tutto ciò era ancora aggravato dal fatto che tanti dei soldati tornati dal fronte, avevano molta difficoltà a trovare lavoro e vedevano nella “vittoria mutilata” un’ulteriore umiliazione dopo le sofferenze patite in trincea.

GLI ANNI VENTI

Per comprendere come mai vent’anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale l’Europa si troverà ancora una volta coinvolta in una guerra assurda, occorre capire cosa accadde negli anni venti (1920-30). La guerra aveva reso l’Europa sempre meno importante. Tre nuove potenze si erano ormai affacciate sulla scena del mondo: Stati Uniti, Giappone e Unione Sovietica. Per dieci anni queste potenze rimasero al di fuori delle vicende europee, ma la loro stessa presenza modificava, di fatto, l’influenza che gli Stati europei potevano avere sul resto del mondo.
Alla fine della guerra la società europea era distrutta e profondamente cambiata. C’era molta sfiducia nel sistema parlamentare e molti non trovavano lavoro. Quello che era capitato in Russia era visto con orrore e si temeva che potesse estendersi anche in Europa. Per questo, ci fu una forte reazione anticomunista e tutti i partiti politici che volevano opporsi al pericolo rosso avevano grande successo.
Da parte loro, gli operai volevano più diritti e più garanzie. Questo portò ad un’andata di scioperi, violenze e disordini, tanto che molti desideravano avere un governo forte e autoritario che mettesse fine a questo stato di cose. Con la formazione della Repubblica i Weimar, (dal nome della città in cui aveva sede il Parlamento), la Germania cercò di riorganizzarsi, passando dal sistema monarchico a quello repubblicano. La nuova repubblica rischiava però di essere travolta da una forte protesta operaia che in diverse parti del Paese aveva già formato delle repubbliche comuniste indipendenti.
Per bloccare lo sfacelo dello Stato, il governo del socialdemocratico Ebert non esitò ad usare la forza e a versare sangue tedesco su terra tedesca. Al di là di questo triste inizio, la Repubblica di Weimar ebbe molti meriti, anzitutto quello di instaurare per la prima volta in Germania una vera democrazia parlamentare in cui anche le donne avevano diritto di voto.
Questo non impedì, tuttavia, che si aggravassero le tensioni con la Francia, per via dell’ingente debito di guerra, e che l’economia precipitasse. Per ottenere uomini e materiali nel corso della guerra, l’Inghilterra aveva fatto molte promesse agli abitanti delle sue colonie. Ora bisognava rispettarle. Il governo di Londra dovette quindi riconoscere una certa autonomia ai suoi territori e perdere l’influenza e i vantaggi di prima, ma soprattutto il controllo dei mercati mondiali. Chi ne approfittò furono gli Stati Uniti. I guai dell’Inghilterra però non finivano qui. La sua potenza industriale era basata sull’estrazione del carbone. Con l’avvento dell’energia elettrica, l’industria mineraria, un tempo orgoglio degli inglesi, entrava in crisi. Per risanare i bilanci dello Stato, la Francia cercò di guadagnare il più possibile dalla guerra facendo pagare alla Germania tutto il suo pesante debito. Ora che gli Imperi centrali erano stati spazzati via, la Francia ne approfittava per contare di più. Per questo, pur di contenere una futura influenza della Germania, appoggiò uno dopo l’altro i nuovi governi sorti nei Balcani: Serbia e Romania soprattutto, senza dimenticare di dare il suo appoggio alla Polonia e alla Cecoslovacchia. Ma saranno proprio questi Stati a cadere per primi sotto la morsa di Hitler.

IL CROLLO DELLA BORSA

Gli Stati Uniti, dal canto loro, erano preoccupati di non lasciarsi più immischiare nelle cose europee ed iniziarono una politica di isolamento dal resto del mondo. Questa politica però non venne seguita fino in fondo. Infatti, gli americani erano troppo interessati a vendere le loro merci. L’avanzamento del comunismo in Europa, uno dei mercati migliori per i prodotti americani, era senza dubbio un grave pericolo. Per questo gli Stati Uniti cercarono con tutti i mezzi di sostenere la ripresa della Germania, limitando le pretese francesi, senza, purtroppo, far mancare il loro appoggio al fascismo italiano, visto soprattutto come baluardo e difesa dei popoli europei davanti alla minaccia comunista.
Per proteggere poi le merci americane, furono aumentati i dazi doganali sui prodotti europei, favorendo così l’aumento della disoccupazione nel vecchio continente. L’America volle, inoltre, riacquistare una dignità morale, persa nel corso della guerra. Per questo iniziò un’inutile campagna proibizionista contro i consumi alcolici, vietandone la produzione e la vendita. Questo non fece altro che rinforzare la criminalità e il razzismo. Le merci prodotte in grande quantità dalle industrie dovevano essere vendute a tutti i costi. Iniziarono massicce campagne pubblicitarie e si diffuse la vendita a rate che illuse gli Americani di avere subito tutto senza spendere molto. Questo benessere improvviso non durò a lungo. Alla fine del 1929 non c’erano più soldi per comperare i prodotti industriali. La produzione scese e i prezzi all’ingrosso ribassarono. Il 24 ottobre, alle ore 11, i prezzi delle azioni alla borsa di New York incominciarono a scendere paurosamente. Per avere un po’ di denaro liquido, molti azionisti iniziarono a vendere. Altri li imitarono. In poche ore i prezzi crollarono e il sogno americano s’infranse. Il colpo di grazia arrivò nel marzo del 1931, quando la Francia pretese l’immediato pagamento dei suoi crediti tedeschi. La Creditanstalt, la banca austriaca sostegno dell’economia dell’Europa Centrale, si trovò senza soldi. Molti Americani che le avevano dato i loro dollari, si trovarono sull’astrico e con essi l’economia di mezza Europa. Dal crollo di Wall Street e dal fallimento della Creditanstalt seguì una depressione che portò a 12 milioni di disoccupati, alla chiusura di 5.000 banche e al fallimento di 32.000 aziende. L’America era in ginocchio e di lì a poco anche l’Europa. Questo clima d’incertezza e il crollo dell’occupazione portarono il sistema democratico al collasso.
Nella società cresceva la domanda di governi forti. Non c’è da stupirsi, dunque, se in Germania Hitler prese facilmente il potere e in Spagna il dittatore Franco fosse visto come il salvatore della patria. Per evitare all’Italia un crollo totale, Mussolini inaugurò un nuovo modello economico. Per salvare molte industrie e banche pensò di renderle proprietà dello Stato, arrivando così ad un diretto controllo dell’attività economica del Paese. Mentre le industrie private, sopravvissute alla crisi, si riorganizzavano, diventando sempre più potenti. Nacque così in Italia un sistema di economia mista, unico al mondo, che durerà fino ai giorni nostri, ben oltre, dunque, la scomparsa del fascismo.

DALLA GUERRA ALLA PACE

La crisi del ’29 non fu passeggera. Durò quasi dieci anni. Il Presidente, Franklin Delano Roosevelt lanciò un piano di emergenza chiamato “New Deal” in cui prevedeva il forte intervento dello Stato a sostegno dell’economia, ispirandosi al modello voluto da Mussolini.
In Germania. Intanto, la crisi economica seminava il malcontento. Ogni giorno c’erano scontri fra i sostenitori dei diversi partiti politici. In mezzo a quel caos, Hitler ebbe buon gioco a presentarsi come difensore dell’ordine. Quando poi, nella notte fra il 27 e il 28 febbraio 1933, il Reichstag, sede del parlamento tedesco, fu incendiato, Hitler addossò la colpa ai comunisti e nelle elezioni del 5 marzo prese la maggioranza dei voti. Subito gli oppositori furono incarcerati e le garanzie costituzionali sospese. Per la Germania iniziava la notte nazista.
Animato dall’odio verso le razze diverse da quella tedesca, Hitler presentò alla Germania un piano di salvezza dal comunismo e di estensione territoriale. Questa idea della superiorità della razza ariana lo distingueva da Mussolini, ma fu proprio quest’ultimo ad essere il grande maestro di Hitler, l’uomo cui il Führer guardava come modello di uomo politico. Se Hitler poteva essere un discepolo scomodo, Mussolini aveva però ben altri ammiratori. Oltre a Roosevelt, bisogna ricordare Winston Churchill, che vedeva in Mussolini un vero statista. Sarà, infatti, il dittatore italiano, con il suo prestigio, che riuscirà nel 1938 ad impedire ad Hitler di attaccare la regione dei Sudeti (Cecoslovacchia) e ad allontanare, almeno per un po’, lo spettro della guerra dall’Europa.
A meno di un anno, però, il 1° settembre 1939, le truppe di Hitler invadevano la Polonia. E in Europa tornerà a tuonare il cannone. Ancora una volta, solo l’intervento americano riuscì a bloccare l’infernale macchina da guerra tedesca. La Seconda Guerra Mondiale fu disastrosa non solo per l’Europa ma per il mondo intero. I bagliori delle bombe atomiche (6 e 9 agosto 1945) misero fine al più spaventoso conflitto della storia umana: 55 milioni di morti, 35 milioni di feriti, 3 milioni di dispersi. Il 50% di queste perdite fu di civili, di cui 7 milioni di Russi e 3,8 milioni di tedeschi.

IL MONDO DIVISO IN DUE

Prima della fine della guerra, a Yalta, in Crimea, si incontrarono i padroni di un mondo in fiamme: Churchill, Roosevelt e Stalin. Era il 4 febbraio 1945. Dopo la guerra i principali Paesi del mondo orientarono i loro destini in base alle decisioni prese in quella fredda giornata sul Mar Nero: o con gli Americani o con i comunisti.
Qualche anno dopo si formerà un terzo gruppo di Paesi che cercherà di mantenere le distanze dai due blocchi: i Paesi non alleati, ma la loro sopravvivenza politica sarà appesa agli umori di chi comandava al Cremlino o a Washington. Mentre le ferite della guerra erano ancora aperte (i Giapponesi firmeranno la resa solo il 2 settembre), a San Francisco fra il maggio e il giugno 1945 i rappresentanti di 47 Paesi, per garantire il mantenimento della pace, diedero vita all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il suo funzionamento, però, resterà limitato e talvolta le sue decisioni saranno influenti. I Paesi vincitori, infatti, per limitare il possibile sopravvento di uno di loro, utilizzarono la regola del veto. Le decisioni, per essere operative, dovevano essere prese all’unanimità. Bastava che anche uno solo dei Paesi vincitori (Francia, Gran Bretagna, USA, URSS e Cina) votasse contro che non si decideva nulla.
Intanto, per superare le fratture della guerra, il presidente americano Truman propose un aiuto incondizionato a tutti quei Paesi che si sentivano minacciati dall’influsso sovietico. Le sue parole si tradussero in realtà quando, nel 1947, lanciò il piano Marshall. Un progetto di consistenti aiuti ai Paesi occidentali sia per riparare ai danni della guerra, sia per fermare l’avanzata sovietica. Dal canto suo l’Unione Sovietica proibì agli Stati suoi alleati di usufruire degli aiuti del piano Marshall. La morsa sovietica intanto si faceva sentire. L’URSS si era annessa alla Prussia orientale, i territori ex polacchi, alcune aree della Finlandia, della Romania e della Cecoslovacchia. La Polonia a sua volta avanzava verso occidente lungo la linea del fiume Oder-Neisse spingendo milioni di tedeschi alla fuga. Gli italiani furono cacciati via da Fiume, Zara, dall’Istria e dalla Dalmazia. In tutta l’Europa vi fu un massiccio esodo di popolazioni. Sembrava che le sofferenze della guerra non fossero ancora terminate.

LA GUERRA FREDDA

Nel 1949 l’Unione Sovietica riuscì a costruire la sua prima bomba atomica. Il pericolo rosso diventava più minaccioso. Mosca non perdeva occasione di esportare il suo modello politico ed economico in tutto il mondo. Le nazioni che caddero sotto il suo influsso furono quelle dell’Europa orientale (Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Albania e una parte della Germania).
La città di Berlino divenne una delle aree più direttamente coinvolte nella guerra fredda. I Sovietici giunsero a bloccare ogni via di accesso alla città. Per sei mesi (dal novembre del 1948 al maggio del 1949) la città poté sopravvivere solo grazie ai rifornimenti aerei americani. Intanto, la Cina si colorava di rosso ed estendeva la sua influenza sull’Indocina e la Corea. Invadendo nel 1950 il Tibet, giungeva alle porte dell’India. Ma fu soprattutto la guerra in Corea (1950-53) che segnò il controllo diretto fra le potenze occidentali e comuniste. Il generale americano Mac Arthur propose di usare la bomba atomica contro la Cina, ma un conflitto nucleare era un rischio troppo alto. Gli Stati Uniti compresero però che il confronto con il mondo comunista non poteva avvenire solo in Europa. Per questo sostennero lo sviluppo del Giappone ed estesero di fatto la loro influenza nel mondo. Anche la nascita di Israele (1948) vedrà i due blocchi schierati. Washington dalla parte del nuovo Stato e Mosca con gli Arabi.

1960: SI CAMBIA!

Intorno agli anni ’60 qualcosa iniziò a cambiare. Sebbene Mosca continuasse a dare appoggio tecnico e commerciale ad alcuni Paesi non alleati, il nuovo presidente degli Stati Uniti, John Kennedy, lanciò il suo Paese nella lotta contro l’ineguaglianza nel mondo. Combattere la povertà era diventata la nuova frontiera americana.
Una frontiera che andava ben al di là dei confini del Paese più ricco del mondo e giungeva fino alla giungla africana come sugli altopiani delle Ande. Migliaia di giovani americani furono coinvolti in questa impresa e da allora i finanziamenti del governo americano a sostegno dello sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo non mancarono. Anche se molte volte erano indirizzati a sostenere gli uomini graditi a Washington.
Dal canto suo Mosca alternava atti distensivi con l’Occidente, come l’incontro fra Krusciov e Kennedy a Vienna nel 1961, a manifestazioni di forza, come la costruzione del muro di Berlino (1961) e il dispiegamento dei missili nucleari a Cuba (1962). Questa fu l’ultima volta in cui i Paesi liberi e quelli comunisti rischiarono un confronto diretto. La posizione conciliante di Krusciov, però, non era ben accetta a tutto il partito comunista sovietico. Nel 1964 fu costretto a dimettersi. Il suo successore Leonid Breznev cercò di raffreddare i rapporti con gli Stati Uniti, ma l’insuccesso della pianificazione economica e il crollo della produzione nelle campagne, costrinsero l’Unione Sovietica a chiedere agli Stati Uniti un aiuto alimentare. Tonnellate di grano fluirono dalle campagne americane nei silos di Mosca. Tuttavia il confronto diretto fra le due potenze non era ancora finito.
La corsa agli armamenti e la conquista dello spazio erano due campi in cui confrontarsi nell’intento di manifestare la reciproca superiorità. Per superare le difficoltà economiche dei Paesi dell’Est ci voleva però ben altro. Per poter governare anche i capi comunisti avevano bisogno del consenso del popolo. Chi per primo si accorse di questa necessità ed inaugurò un nuovo modo di governare fu Alexander Dubcek, il segretario del partito comunista cecoslovacco. Secondo lui non era più possibile governare un Paese senza tenere in conto il parere della gente e i loro bisogni. Questo socialismo dal volto umano, come venne chiamato, era però pericoloso. Per i governanti degli altri Stati comunisti significava perdere a poco a poco il potere. Per questo nell’agosto del 1968 i carri armati dei diversi Paesi comunisti che si riconoscevano nel patto di reciproco aiuto sottoscritto a Varsavia, penetrarono fino a Praga. L’esperimento di Dubcek non poteva essere tollerato. L’aria fresca della primavera di Praga rischiava di portare troppa libertà nelle mortali stanze comuniste.

1970: RITORNA LA TENSIONE

Quell’intervento risvegliò molte coscienze. Da allora l’Europa dell’Est non sarà più la stessa. La Romania che non aveva approvato l’intervento armato iniziò a seguire una sua politica indipendente. L’Ungheria volle rivedere a fondo i criteri del suo sistema economico, ottenendo anche discreti risultati. La Polonia venne investita da ricorrenti proteste operaie (1970, 1977, 1980) e vide il progressivo sgretolamento del partito comunista, mentre si andava formando un sindacato libero, Solidarnosc, che appoggiato dalla Chiesa cattolica, seppe raccogliere attorno a sé un seguito popolare più vasto di quello del partito.
Per contenere la caduta del blocco comunista, Leonid Breznev riprese la politica aggressiva, cercando di conquistare nuovi Paesi. Solo così si può spiegare l’aiuto diretto e indiretto al Vietnam in guerra contro l’America e l’impegno delle truppe sovietiche in Afganistan (1979). Il pericolo più grave lo si ebbe con la ripresa della corsa agli armamenti nucleari, capaci di distruggere più volte il Pianeta.
Gli anni Settanta furono caratterizzati dalla paura di un olocausto nucleare. Per questo nelle società libere cresceva sempre più la richiesta di cambiamento. La situazione però era allo stallo. In Occidente i movimenti più aperti e riformatori non riuscivano a salire al potere perché avrebbero attuato quelle riforme sociali necessarie per il miglioramento delle condizioni di vita generali sottraendo risorse dagli investimenti militari; nell’Europa dell’Est la repressione aumentava sempre più, facendo crescere solo il malcontento e senza nulla aggiungere sulla tavola delle famiglie. Il momento di svolta si ebbe nell’autunno del 1978 quando l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla venne eletto Papa. Era il primo Papa polacco, ma era anche un Papa che veniva dalla cortina di ferro. Gli operai polacchi ripresero coraggio nella lotta contro il regime comunista riuscendo ad ottenere parziali concessioni dal governo del generale Jaruzelski.
I veri cambiamenti però potevano avvenire solo se a Mosca fosse cambiato qualcosa. La produzione sovietica crollava di giorno in giorno, nei negozi le merci continuavano a scarseggiare, mentre i militari potevano ancora contare su abbondanti finanziamenti. I governanti di Mosca, decisero allora di ringiovanire la loro formazione, chiamando a dirigere il Paese un uomo nuovo: Michail Gorbaciov. Egli iniziò a parlare di trasparenza e rinnovamento. La sua , iniziate nel 1985, non miravano a dissolvere il blocco sovietico, ma a rifare dal profondo il sistema comunista. Tuttavia i regimi dittatoriali dell’Europa dell’Est sentirono che veniva meno il loro tradizionale appoggio, e parteciparono uno alla volta. Il 2 novembre 1989 il muro di Berlino, cadeva sotto i colpi di piccone di una folla in festa. Solo qualche mese prima chi aveva cercato di oltrepassare quella barriera era stato ucciso.

1980: I TIMORI E LE SPERANZE

Dopo la caduta del muro, molte cose sono cambiate. All’inizio ci sono state grandi speranze: finalmente tanti popoli oppressi potevano assaporare il gusto della libertà. Ma la festa è durata poco. Subito sono emersi i problemi. Milioni di persone che per anni erano abituate a vivere con poco, sono state illuse dal benessere dei Paesi ricchi. Molti di loro hanno cercato di raggiungere con tutti i mezzi, legali ed illegali, i Paesi dell’Occidente, creando notevoli problemi di ordine pubblico. Frattanto, l’economia mondiale si è trasformata profondamente. L’applicazione del computer negli scambi internazionali ha accelerato il movimento del denaro da un Paese all’altro e neanche le banche dei Paesi più ricchi possono controllare i movimenti dei soldi che avvengono in una sola giornata. Questa situazione potrebbe da sola creare molte difficoltà anche ai Paesi più sviluppati. Ecco perché l’idea di avere una moneta unica in Europa è l’unica soluzione per riuscire a controllare di più ciò che capita sui mercati finanziari oltre che dare più sicurezza e stabilità agli Europei e aiutare la creazione di nuovi posti di lavoro. Il lavoro, infatti, è diventato il problema numero uno dell’Occidente.
Per la prima volta nella storia, l’uomo è capace di aumentare la ricchezza prodotta senza però dare più posti di lavoro a chi lo cerca.
Con l’Europa unita avremo la possibilità di superare più facilmente queste difficoltà. Non dimentichiamo che questo secolo è iniziato nel segno della divisione e delle lotte fra Paesi europei e potrebbe terminare con un’era di pace duratura fra i popoli del vecchio continente.

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