La crisi del terzo secolo

Materie:Appunti
Categoria:Storia

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Testo

LA CRISI DEL TERZO SECOLO
AI VERTICI DEL POTERE
Verso la fine del secondo secolo d.c. Roma dominava incontrastata il mediterraneo da circa trecento anni. L’impero aveva raggiunto la sua massima espansione con Traiano: un dominio così esteso, grande allora come il mondo allora conosciuto, richiedeva, una guida unitaria e centralizzata. Nel secondo secolo d.c., con gli imperatori adottivi (da Traiano a Marco Aurelio), si era affermata una “monarchia aristocratica”: il principe che controllava ormai tutte la leve del potere, si presentava come il primo servitore dello stato e governava l’impero sciegliendo i suoi collaboratori tra l’aristocrazia senatoria e il ceto equestre.
GOVERNARE “IL MONDO”: L’AMMINISTRAZIONE DELL’IMPERO
Amministrare un dominio così vasto e così vario non era certo cosa semplice. Fin dai tempi della conquista i governanti romani avevano cercato l’appoggio delle aristocrazie locali e quest’alleanza era conveniente per entrambi. Ai provinciali chiedeva sottomissione e lealtà, oltre al pagamento dei tributi, ma in cambio concedeva ampia libertà d’autogoverno. Il governo imperiale sospettoso, verso ogni forma di dissenso, era durissimo verso chi osava ribellarsi; non era invece oppressivo sul piano fiscale.Si può forse dire che nel secondo secolo, nel momento di massima prosperità, l’impero dava ai cittadini romani e ai provinciali molto di più di quanto chiedesse. L’impero ebbe il concreto sostegno dei ceti più ricchi e anche il consenso di quei poveri che si posero al suo servizio militando con onore.
DUE ECONOMIE PER L’IMPERO
Come in tutti gli stati antichi, la prosperità economica dell’impero dipendeva dall’agricoltura e la terra era il bene più desiderato. Per questo motivo i possidenti di terra ma anche il principe, che era il più grande proprietario terriero dell’impero, cercavano di ottenere la maggior produzione possibile dalle loro terre, con il lavoro dei contadini, liberi o schiavi. La proprietà terriera assumeva le forme più diverse: vi erano enormi latifondi, tenuti a cultura estensiva, proprietà di media larghezza a coltivazione promiscua, aziende specializzate a produzione intensiva. Assicurando la pace e prelevando le imposte, l’impero contribuì notevolmente a sviluppare l’agricoltura e il commercio mediterraneo. Grandi quantità d’olio, grano, vino affluivano via mare a Roma e verso le legioni. Materie prime e merci pregiate alimentavano la produzione artigianale e giungevano per terra e per mare a Roma nei centri più importanti per soddisfare le esigenze delle masse e il lusso delle aristocrazie cittadine. Si venne così formando un sistema agrario di Linetta mercantile fondato sul lavoro degli schiavi, sulla moneta e sullo scambio, cioè sul mercato.
UN IMPERO DI CITTA CHE VIVE SULLE CAMPAGNE
Nelle campagne, dove viveva il 90N della popolazione veniva prodotta quasi tutta la ricchezza sulla quale si reggeva l’impero. Milioni di contadini e schiavi lavorarono duramente per produrre consistenti eccedenze agricole, eppure la maggior parte di questa ricchezza era consumata dalle città. Le città dell’impero esercitavano funzioni amministrative, giudiziarie e fiscali, erano centri commerciali e di consumo, ma soprattutto svolgevano un’intensa opera di romanizzazione della classe dirigente locale e delle popolazioni assoggettate.
UNA SOCIETAU SENZA FUTURO, UN IMPERO CHE INVECCHIA
Nel momento di massima prosperità dell’impero alcuni intellettuali incominciarono ad intuire i primi segni di cedimento. Emergeva un senso di morte imminente che turbava l’esistenza individuale e quella collettiva. I filosofi più attenti presagivano che l’equilibrio su cui si reggeva l’impero si faceva precario e percepivano che l’eccezionale sviluppo romano presentava limiti insuperabili:
1. Lo spazio. L'impero non poteva espandersi ancora: ai suoi margini non vi erano più territori né ricchezze da conquistare. Inoltre più si allontanava dal mediterraneo più diventava debole.
2. Le risorse. Cessate le guerre di conquista, l’impero doveva vivere soprattutto d’agricoltura, aumentare l’insieme delle risorse agricole era di fatto impossibile. Si sarebbe potuto aumentare la produzione solo dividendo ovunque i latifondi, riducendo il numero di schiavi nelle campagne, introducendo nuove tecniche agricole e potenziando l’attività di piccoli e medi imprenditori disposti a produrre per il mercato. Una trasformazione così coraggiosa era però del tutto estranea alla mentalità conservatrice del ceto dei latifondisti che governava l’impero, rivolto unicamente a gestire e a godersi le ricche rendite.
3. La schiavitù. Da secoli Roma poteva contare sul lavoro di un gran numero di schiavi. Ciò non stimolava la crescita produttiva perché si trattava di lavoro obbligato e non libero ed inoltre rendeva inutile l’invenzione di macchine per risparmiare tempo o lavoro. Si affermò così un diffuso disinteresse per la tecnologia applicata alla produzione.
IL PROBLEMA DELLA SPESA CRESCENTE
Tenere unito, amministrare e difendere un dominio così vasto cominciò a costare sempre di più. Nel bilancio dello stato la sola spesa per la difesa assorbiva il 60T delle entrate tributarie. Anche la burocrazia pesava sul bilancio, poi c’erano altre spese, talvolta straordinarie, più spesso periodiche, che non si potevano evitare perché procuravano consenso o evitavano rivolte: la costruzione di templi, di strade e acquedotti, le distribuzioni gratuite di grano, l’organizzazione di feste e spettacoli. Dopo il 160 d.c. si accentuò il deficit dello stato, Marco Aurelio fu costretto a vendere parte del tesoro della famiglia imperiale per finanziare la guerra contro i Marcomanni. Per far fronte ad una crescente crisi, quando non c’è possibilità di frenarla, non resta che aumentare le imposte o coniare le monete con le quali soddisfare i pagamenti. La moneta era formata d’argento ma da Marco Aurelio in poi la quantità di metallo presente fu gradualmente ridotta fino a scendere al 50 e con Settino severo nel 195 d.c.; Poiché la moneta valeva sempre di meno ne veniva richiesta di più per pagare la stessa merce e i prezzi aumentavano. L’imposizione fiscale per essere applicata richiedeva un uso crescente della forza. Anche per questo motivo l’autorità e il potere dell’imperatore dovettero essere rafforzati.
IL PROBLEMA DELLA DIFESA DELL’IMPERO
Per il loro costo elevato, i successori di Augusto, avevano evitato di aumentare il numero delle legioni preferendo fortificare contro le incursioni dei popoli esterni la linea di confine, il limes. Si trattava di una barriera costituita da ostacoli naturali come fiumi artificiali, fossati palizzate intervallate da torri di guardia. Nel 167 d.c. il limes fu improvvisamente travolto lungo l’alto Danubio, Quadi e Marcomanni penetrarono a sud fino ad Aquileia (Friuli) suscitando grande allarme. Il sistema di difesa romano reagì con lentezza. La facilità con cui i barbari erano scesi in Italia dimostrava che il limes utile per fermare modeste incursioni non poteva reggere a grossi attacchi concentrati in un solo settore, le legioni inoltre, distribuite a ridosso di un confine lunghissimo impiegavano per la scarsa mobilità troppo tempo per convergere sul nemico. Nel corso del terzo secolo il moltiplicarsi degli attacchi e delle invasioni dei popoli esterni provocò una crescente militarizzazione dell’impero: Settino Severo portò a 35 le legioni che salirono addirittura a 60 anche se con effetti ridotti fino alla fine del secolo. L’aumento delle truppe aggravò il deficit di bilancio, perché fu anche necessario aumentare più volte la paga dei soldati per fermare la svalutazione del denarius.
UN COLOSSO DAI PIEDI D’ARGILLA
Lo stato romano prelevava abbastanza poco con le imposte, e dava molto in termini di sicurezza e prosperità al ceto ristretto dei possidenti sui quali fondava il suo potere. Secondo molti storici il punto di svolta fu il principato di Marco Aurelio (161-180 d.c.) tutto incominciò con un attacco dei Parti in Siria che furono duramente respinti e sconfitti da una controffensiva romana. Al rientro, le truppe vittoriose portarono con sé la veste che dilagò in tutto l’impero. La forte mentalità, (forse il 20-30o degli abitanti) provocò un notevole calo della popolazione al quale fece seguito un graduale peggioramento della produzione agricola. I successori di Marco Aurelio, nell’intento di rafforzare l’impero, si mossero in due direzioni diverse. Il figlio Comodo cercò di potenziare il vertice dello stato, instaurando un governo dispotico sul modello orientale, ma finì assassinato. La dinastia dei Severi tentò invece di consolidare le basi dello stato appoggiandosi ai militari e concedendo la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. Nonostante questi tentativi, nei primi decenni del terzo secolo, al moltiplicarsi delle difficoltà economiche (la moneta fu progressivamente svalutata) e delle invasioni, il precario equilibrio dell’impero si ruppe. Le condizioni di vita dei soldati peggiorarono proprio nel momento del massimo sforzo difensivi e fu perciò inevitabile raddoppiare le paghe tra le proteste dei civili. Di conseguenza divenne anche necessario aumentare le imposte. Alla fine del secolo l’impero riuscì a superare la crisi grazie all’energia, al senso dello stato dei suoi più abili generali e alla vitalità della rete di città che costituiva la spina dorsale dell’impero. Ma si trattava di uno stato assai diverso da quello del secondo secolo, caratterizzato dal costante e spesso oppressivo intervento in ogni aspetto della vita economica, sociale e religiosa dei cittadini sudditi.

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