La condizione della donna nell'antichità

Materie:Tesina
Categoria:Storia

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Testo

Alberto Bottiglioni 1^H 20/02/04

L’argomento che mi appresto ad esporre tratta il problema della condizione femminile nell’antichità, più precisamente dal Vicino Oriente a Roma, passando per la Grecia. La relazione analizza la situazione sociale, com’erano considerate, che compiti svolgevano e la loro vita pubblica ed anche il tipo di società in cui vivevano.
Tutto questo è stato presentato in classe da due miei compagni, Caterina Sensi e Riccardo Pincerato, durante due ore di storia. Si sono divisi gli argomenti, il Vicino Oriente, la Grecia e gli Etruschi Riccardo, i Romani Caterina. Durante l’esposizione si sono avvalsi di lucidi, esposti con la lavagna luminosa, come riferimento e guida.
Divido anch’io la relazione in due blocchi, vale a dire uno per ogni compagno, a loro volta divisi in sottogruppi.
INDICE:
-ESPOSIZIONE DI RICCARDO
-Vicino Oriente
-Grecia: Atene
Sparta
-Etrusche
-ESPOSIZIONE DI CATERINA
-Raffigurazione della donna nell’arte greca
-Roma: confronto donna greca-romana
il matrimonio
cura dell’aspetto
epoche romane
1. Esposizione di Riccardo
VICINO ORIENTE
Le donne vissute in Vicino Oriente sono le più antiche che prendiamo in considerazione e risalgono al 20 secolo a.C. .
La famiglia era a base patriarcale, in altre parole gli uomini dominavano sulle donne e per queste l’unico scopo era la discendenza, che doveva essere di figli maschi, sani e forti. Le figlie femmine erano viste come un peso per la famiglia, per la dote che si doveva dare, cioè l’insieme d’oggetti che andavano dalla casa del padre a quella del marito.
La donna del Vicino Oriente era, però, più libera dal punto di vista economico, rispetto alle altre società antiche.
C’erano due grandi “peccati” che facevano (se fatti) della donna una disprezzata e un peso per la società: la sterilità e l’adulterio. La sterilità, cioè l’impossibilità di generare figli, era vista dalle donne come una maledizione; una ragazza sterile poteva facilmente diventare un peso inutile per la società.
L’adulterio maschile era accettato e al marito era concessa la poligamia, cioè avere più di una moglie mentre per le donne l’adulterio era severamente vietato. Il significato di adulterio è una relazione extraconiugale.
pag. 1
GRECIA
La donna era totalmente sottomessa all'uomo.
Atene
Siamo nell’VII secolo a.C., in una società patriarcale, dove le donne erano escluse dalla cittadinanza e non avevano nessun diritto.
Una donna ateniese, a differenza di suo marito, trascorreva l'intera giornata in casa,
dirigendo i lavori domestici eseguiti dalla servitù e organizzando la vita familiare; per la
donna c’era una stanza dedicata solo a lei, il “gineceo”, che deriva dal greco “ghine” (=donna) e “oicos” (=casa).
Usciva solo per partecipare alle feste religiose, le uniche attività che l'avrebbero potuta far uscire dalle mura domestiche e la donna ad Atene era esclusa dall'educazione, sia intellettuale che fisica.
I matrimoni erano combinati in base alla situazione economica e lo scopo del matrimonio era di avere figli maschi, forti e sani; le figlie venivano “esposte”, cioè erano messe in recipienti e portate lontano da casa.
Esiste un mito greco relativo alle donne: il mito delle Amazzoni, degli Sciiti che addestravano a combattere le donne, in una società ribaltata, dove gli uomini vivevano nelle condizioni delle donne ateniesi. Però nello scontro con gli uomini riconoscono la loro superiorità, come l’uccisione dell’Amazzone Pentesilea da parte di Achille.
Presso la civiltà ateniese per le donne l’adulterio era gravissimo e la pena consisteva nella reclusione in casa fino alla morte.
Queste non avevano il diritto di ereditare il patrimonio paterno, che si trasmette- va solo ai discendenti maschi.
Tutto quel che spettava alla donna era una dote che al momento del matrimonio veniva consegnata al marito, il quale ne poteva disporre a piacimento, salvo restituirla al suocero in caso di divorzio, consentito all’uomo, mentre solo in parte alla donna.
Le donne più umili, perché di ceto inferiore e prive di servitù avevano più rapporti sociali, poiché dovevano fare la spesa loro.
Sparta
Le donne a Sparta, anche se non appartenevano alla cittadinanza e non avevano diritti, godevano di una posizione migliore rispetto alle donne dell’antichità, poiché erano le madri dei futuri guerrieri. Per questo dovevano essere sane e in forma, praticando molta ginnastica.
Inoltre aveva molta più libertà, perché era sola in casa, perché il marito e i figli erano nell’esercito.
Sulle lapidi funerarie gli Spartani scrivevano il nome del defunto per due motivi: se era un maschio ed era morto in battaglia veniva chiamato “eroe”, mentre se era una femmina ed era morta partorendo veniva chiamata “eroina”.
Nell’antichità le donne non si affezionavano molto ai figli, perché ai quei tempi vi era un’elevatissima mortalità infantile. Inoltre le donne spartiate venivano abituate fin da piccole a sopportare il dolore psicologico e morale, perché dopo sette anni i loro figli erano separati da lei per essere addestrati alla vita militare.
Per il matrimonio la ragazza era rapita, secondo una tradizione molto diffusa nell’antichità. Poi veniva rapata a zero e vestita con abiti maschili. In questo modo, coricata su un pagliericcio, attendeva il suo sposo, sola e al buio.
Vi erano, inoltre, le etere, tipiche del mondo greco, che erano delle “compagne”,occasionali o concubine; queste erano escluse dalla vita matrimoniale ed erano delle donne in cui si cerca l’amore, raro nei matrimoni combinati. Queste etere sarebbero da paragonare alle nostre prostitute.
pag. 2
L’esempio più famoso di matrimonio di un’etera, è quello tra l’etera Aspasia e uno dei più grandi uomini politici ateniesi, Pericle, attorno alla metà del V secolo a.C. . Originaria di Mileto, Aspasia era una donna molto bella, ma anche molto intelligente e all’epoca scoppiò uno scandalo, perché si pensava che lei influenzasse le scelte politiche di Pericle.
ETRUSCHE
Gli Etruschi erano le popolazioni pre-romane, che ebbero il loro maggior sviluppo attorno all’VII secolo a.C. e distrutte nel V secolo a.C. .
Le donne avevano una vita sociale intensa, con uomini e donne insieme, che partecipavano ai banchetti assieme ed erano allo stesso livello; le donne possedevano quattro nomi, cioè il proprio, quello del padre, della madre e il proprio cognome.
L’importanza femminile è dimostrata anche dai reperti funerari in nostro possesso.
La società etrusca era vista in modo spregevole dai Greci e dai Romani, perché avevano dei pregiudizi nei confronti delle donne e non capivano la sua importanza.
2. Esposizione di Caterina
Raffigurazione della donna nell’arte greca
Nell’arte greca vi erano raffigurati solo modelli da imitare, che consisteva nel concetto educativo dell’arte; infatti in Grecia l’arte non è realistica, ma è una rappresentazione della bellezza ideale.
La donna più raffigurata nell’arte greca è Atena, una divinità femminile con caratteristiche da uomo, come l’intelligenza e l’armatura.
Le donne comuni sono raffigurate come serve o aiutanti.
ROMANE
Ci sono molte differenze, ma anche somiglianze tra la donna greca e quella romana; mentre entrambe erano escluse dalla vita politica e sottoposte ad un tutore, la donna romana aveva anche il compito di insegnare ai propri figli i valori che li avrebbero fatti diventare “cives romani” e questo le aumentava la libertà. Le donne greche avevano solamente il compito di fare figli.
Bassorilievo con donne al lavoro
C’era poi un’altra differenza, l’educazione: le bambine
erano educate fino alla pubertà con i bambini, per passare
poi a dedicarsi alla casa.
La donna romana doveva avere delle caratteristiche ben
precise: doveva essere casta, pia, domiseda, cioè dedicata
alla casa e lanifica, cioè che fila la lana.
Un’altra fondamentale differenza era il matrimonio, che si
componeva di molte parti e di diversi tipi; le condizioni
necessarie per sposarsi erano tre: la cittadinanza romana,
la libertà e il diritto di connubio. Inoltre, fino al 445, anno della sua abolizione, era vietato il matrimonio tra un patrizio e un plebeo.
I matrimoni erano combinati ed erano un atto di compravendita; poi vi era l’“afezio maritale”, vale a dire la volontà di stare insieme.
La sposalia era il fidanzamento, che consisteva nel dare l’anello e metterlo all’anulare sinistro, perché vi è un nervo che va dall’anulare sinistro al cuore e indica quest’unione.
C’era però anche il divorzio, ma che non era visto come un motivo di ripudio, a differenza dei Greci.

pag. 3

C’erano tre tipi di matrimonio, in base alla classe sociale di appartenenza; la forma più solenne era la “confaeratio”, solo per i patrizi e la famiglia imperiale, tra l’altro abolito quasi subito. La sposa era vestita di rosso, stola gialla, palla di lana gialla e sandali gialli, mentre lo sposo portava una toga. La cerimonia consisteva in un sacrificio a Giove; i due sposi si sedevano su uno sgabello e mangiavano insieme una focaccia di farro.
Per il matrimonio intervenivano alcune persone: il pontefice massimo, cioè la massima autorità religiosa, l’“aruspex”, che faceva le previsioni, le “flamine diale”, appartenenti a un antichissimo ordine sacerdotali di Zeus e dieci testimoni.
Alla fine della cerimonia veniva pronunciata la formula “ubi gaio ego gaia”.
Il secondo tipo era l’“usus”, la forma plebea, senza rito e consisteva in una convivenza per un anno, dopo di che i due sono sposati; per interrompere il matrimonio bastava che la sposa mancasse dal letto matrimoniale per tre notti.
L’ultima forma di matrimonio era il “coemptio”, abbastanza semplice e diffusa, che consisteva di cinque testimoni e un sacrificio.
La cura della persona era molto rigorosa, soprattutto per le donne patrizie che usavano gioielli, seta, proveniente dall’Oriente e metalli preziosi.
Inoltre le donne meno abbienti usavano la biacca, una tintura di pasta bianca con lo scopo di coprire le parti visibili del corpo, i trucchi, gli unguenti. Andava di moda la pelle molto bianca, perché il colore della pelle era il simbolo della classe di appartenenza; quella scura era la pelle abbronzata, simbolo del lavoro nei campi.
La famiglia era il nucleo originario e l'asse portante della società romana. Essa era l'insieme dei beni (degli schiavi, quando ce ne erano) e delle persone soggette alla del pater familias. All'origine della famiglia vi era l'unione tra l'uomo e la donna, ritenuto l'istituto umano fondamentale, poiché assicurava la sopravvivenza della gens, un gruppo di famiglie, che si riteneva discendessero da un antenato comune.
La famiglia romana non era un istituzione sociale privata, bensì pubblica. Sposarsi e generare una discendenza erano, allo stesso tempo, un obbligo ed una necessità sociale.
Tutto si compiva all'interno della famiglia: la procreazione, l'istruzione dei figli, le cerimonie religiose, le attività economiche.
Di conseguenza, la struttura della famiglia si rifletteva nella struttura della società.
Il pater familias, cioè il marito, aveva tutti i poteri, la potestas, sui beni e sulle persone, che facevano parte della famiglia. Soltanto lui poteva comprare e vendere, lui si occupava in prima persona dell'educazione dei figli (durante l'epoca monarchica e la prima epoca repubblicana), lui compiva i sacrifici e dirigeva le cerimonie religiose, in onore delle divinità del focolare.
Qualora la moglie lo avesse tradito, o se gli avesse rubato il vino nella botte, egli poteva ucciderla, senza dover subire un processo. Comunque, il diritto romano prevedeva, obbligatoriamente, il divorzio, in caso d'adulterio. Anche l'uomo poteva essere considerato un adultero, se tradiva la moglie con un'altra donna sposata. In tal caso, l'uomo non era condannabile perché aveva tradito la moglie, ma poiché aveva insidiato la moglie di un altro uomo libero. Il pater familias poteva avere relazioni extraconiugali, liberamente, con schiave e libere.
Inoltre, l'autorità paterna era tale, da consentirgli di vendere i figli come schiavi, se lo avesse ritenuto necessario.
I figli, maschi e femmine, erano del tutto sottomessi al padre. Le donne, però, si sottraevano all'autorità paterna, quando erano date in sposa, allora passavano sotto l'autorità del marito.
pag. 4

Accanto al pater familias, c'era la mater familias, cioè la donna, in grado di dare al marito dei figli legittimi. Più semplicemente, quando una giovane si univa in matrimonio, diventava mater familias: ciò indica il riconoscimento che il diritto romano fa, dell'onore, della maestà e della dignità della donna romana, nella sua funzione di madre. Quando la mater familias diventava madre, veniva chiamata domina.
La mater familias dirigeva il lavoro degli schiavi all'interno della casa. Il suo compito principale era quello di tessere la lana e confezionare abiti per sé e per i membri della famiglia.

giovane donna romana
Le epoche romane sono tre: arcaica, repubblicana e imperiale. Nell’età arcaica, dal 753 al 509 a.C., la figura femminile era positiva, come Clelia, la donna guerriera e Cornelia, madre dei Gracchi; inoltre c’era il pudore di Lucrezia.
Nell’età repubblicana, dal 509 al 27 a.C., la donna era molto diversa, colta, libera nei costumi e spregiudicata, come Lesbia, donna molto bella e grande amore di Catullo e Sempronia, bugiarda e bella.
Le caratteristiche fondamentali che una donna doveva avere nell'età repubblicana erano la prolificità, la remissività, la riservatezza.
Infine nell’età imperiale era autonoma e con dei riconoscimenti; inoltre accettava il matrimonio deciso dalla famiglia. In quest’epoca il numero di figli per ogni famiglia si era notevolmente ridotto, infatti in quel periodo la donna aveva iniziato anche ad interessarsi a nuove questioni.
Purtroppo la donna imitò più i vizi che le virtù dell'uomo.
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Nell’antichità la donna viveva quindi in una condizione di sottomissione nei confronti dell’uomo, non faceva parte della cittadinanza ed era costretta a svolgere i lavori più duri; non aveva i diritti politici, cioè poter votare e essere eletta, diritto acquisito in Italia solo nel referendum del 2 giugno 1946. Questo spiega la degradante condizione femminile dell’antichità, dato il tempo che ci è voluto per cancellarla.
Per concludere vorrei sottolineare come dal Vicino Oriente (20 secolo a.C.) a Roma siano cambiate, solo in parte, le condizioni di vita delle donne, mentre per la condizione sociale non sia cambiato quasi nulla.
Bibliografia: - appunti lezione in classe
- Enciclopedia Multimediale Encarta 2001
-Siti Internet vari
pag. 6

Esempio



  


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