La civiltà dei fenici

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Testo

I FENICI

“ Si aveva bisogno di loro, ma erano temuti. Si salutava con gioia l’apparizione delle loro vele sui mari, poiché portavano mille oggetti utili e preziosi, ma fin che rimanevano a terra si temeva qualche loro colpo di mano. Quasi sempre, al momento d’imbarcarsi, rapivano un certo numero di fanciulli e di fanciulle del paese e poi levavano l’ancora precipitosamente. In tal modo si procuravano gli schiavi che andavano poi a vendere altrove a carissimo prezzo”.

I Fenici ebbero sempre una sola preoccupazione: quella di arricchirsi con i loro commerci. Questa smania di guadagno influì molto, e non sempre in modo positivo, sulla politica del loro paese.
Sull’origine dei Fenici si hanno notizie piuttosto contrastanti; tuttavia la maggior parte degli studiosi è d’accordo nel considerarli di razza semitica. Sembra che prima di stanziarsi nella regione che da essi venne chiamata Fenicia, abbiano abitato la Mesopotamia. Nella Fenicia si stabilirono verso il 3000 a.C. La natura del suolo della regione (essa è per la maggior parte montuosa e quindi inadatta all’agricoltura) influì sull’attività dei Fenici; essi infatti capirono che non c’era altra risorsa di vita che il mare. Furono così dapprima pescatori, e poi, quando divennero abili navigatori, si diedero al commercio. Navigando di paese in paese, essi compravano i prodotti e li rivendevano poi dove scarseggiavano o mancavano. Infatti i Fenici sono famosi come audaci navigatori, ma anche come i più abili mercanti dell’antichità.
Il territorio dei Fenici aveva una grande ricchezza naturale: le estese foreste di cedri della catena montuosa del Libano. Da esse si ricavava un ottimo legname che serviva per la costruzione delle navi. Gli Egiziani furono allora attratti da questa ricchezza fenicia e stabilirono presto dei rapporti commerciali .
Verso il 1800 a.C. la Fenicia si trovava assoggettata all’Egitto. Evidentemente quando gli Egiziani si resero conto della situazione politica dei Fenici (mancavano di un’unità nazionale e non avevano nemmeno un esercito) non esitarono ad occupare il loro territorio. Tuttavia i faraoni egiziani lasciarono ai Fenici una certa indipendenza e sfruttarono la capacità di questo popolo per rendere più attivi e più proficui i loro traffici commerciali.
Soltanto intorno al 1200 a.C., quando la potenza dell’ Impero Egiziano cominciò a decadere, la Fenicia poté riacquistare la sua indipendenza. Per i Fenici la tranquillità durò ben poco. Pochi decenni dopo aver ottenuta l’indipendenza, essi dovettero assistere alla distruzione della loro città più ricca e più grande: Sidone.
Essa fu rasa al suolo dai Filistei, popolazione che abitava nella zona costiera settentrionale della Palestina. Fu allora che Tiro divenne la più importante città della Fenicia. Ma il pericolo più grande per l’indipendenza fenicia venne dall’ Assiria. All’inizio dell’ XI secolo a.C., gli Assiri, desiderosi di sbocchi sul Mediterraneo, occuparono la città fenicia di Arado.
Ben consapevoli del grave pericolo che stavano correndo, i Fenici cercarono di frenare l’avanzata assira impegnandosi a pagare dei forti tributi. In questo modo i Fenici riuscirono a salvare per un certo tempo la loro indipendenza. Al tempo del re Sargon II (722 a.C.), gli Assiri rinnovarono i loro attacchi alle città fenicie. Allora, i Fenici si unirono e cercarono aiuti militari dagli Egiziani e dagli Ebrei. Ma, ad una ad una, tutte le città fenicie caddero nelle mani degli Assiri. Essendo caduti poi gli Assiri sotto il dominio dei Babilonesi (VII-VI secolo a.C.), anche i Fenici dovettero obbedire ai nuovi padroni.
Nel 538 a.C., Ciro, re dei Persiani, assoggettò l’Impero Babilonese. Poiché la Fenicia faceva parte di questo impero, dovette passare sotto il dominio dei Persiani. Preoccupati soltanto di arricchirsi coi loro commerci, i Fenici riuscirono a fare dei grandi guadagni fornendo ai Persiani flotte da guerra.
Due secoli dopo, e precisamente nel IV secolo a.C., la Fenicia cambiò di nuovo padrone: alla dominazione dell’Impero Persiano si sostituì quella dell’Impero d' Alessandro Magno. Da quel momento, i Fenici perdettero per sempre la loro indipendenza.
Caduto l’Impero di Alessandro (323 a.C.), la Fenicia fu contesa dai successori del grande condottiero macedone. Poi, nel 64 a.C., passò sotto il dominio dei Romani. Durante l’Impero Romano le città fenicie continuarono ad esercitare la loro attività commerciale, ma sotto l’influsso della civiltà greco-latina, la Fenicia andò perdendo via via la sua individualità nazionale.

Come abbiamo detto, circa 3000 anni fa, nella sottile striscia di terra compresa fra i monti del Libano ed il Mar Mediterraneo, si stabilì una tribù di contadini emigrati dalla Mesopotamia.
Cercavano nuove terre e nuove fonti di ricchezza. Ma la regione in cui erano giunti non offriva fertili pianure da coltivare. Si diedero allora alla pesca, e, da contadini, divennero pescatori. Essi avevano imparato nella loro patria a costruire imbarcazioni simili a barilotti, spesso fatte di pelli; ma queste imbarcazioni che potevano portare al più di due o tre persone coi loro bagagli, erano adatte solo a navigare sulle acque tranquille dei fiumi Tigri ed Eufrate che percorrevano le terre della loro antica patria. Anche le imbarcazioni dei vicini Egiziani non erano adatte ad affrontare il mare aperto, perché avevano fondo piatto e le fiancate molto basse; servivano soltanto per navigare lungo il corso del Nilo.
I Fenici allora dovettero ingegnarsi a costruire navi robuste perché resistessero alla forza delle onde marine; occorreva anche che queste navi fossero agili, per superare velocemente le grandi distanze e che fossero capaci, per poter trasportare molta merce. I Fenici divennero così provetti costruttori di navi. Per primi costruirono navi con la chiglia e le costole sulle quali fissavano larghe assi (fasciame). Le loro navi avevano un curioso albero a forma di V rovesciata. A volte sullo stesso albero usavano due vele, una per ciascun braccio della V. Naturalmente queste vele non si potevano manovrare e perciò i navigatori potevano muoversi soltanto nella direzione del vento.
Ben presto i Fenici divennero esperti conoscitori del mare; appresero a governare con destrezza le navi; impararono a conoscere perfettamente i golfi, le città della costa ed i popoli che le abitavano.
Così, i Fenici trovarono più conveniente abbandonare la pesca e dedicarsi al commercio. Cominciarono a percorrere le coste del mare Mediterraneo, sostavano in tutti i porti e ovunque comperavano, vendevano, trafficavano. Erano intelligentissimi ed astuti, sapevano trarre guadagno da ogni genere di traffico; spesso pur di guadagnare non si facevano scrupolo di imbrogliare il prossimo.
I Fenici tracciarono, con le loro navi, rotte che nessuno aveva mai percorso fino ad allora; scopersero le prime leggi per dirigersi nel mare osservando le stelle ed il sole. Osservarono che nelle regioni settentrionali della Terra, la Stella Polare appare alta nel cielo. Se ci si avvicina all’Equatore, essa appare sempre più bassa e prossima all’orizzonte.
I Fenici, durante le lunghe navigazioni, impararono che per dirigersi giustamente verso le isole dove trovavano lo stagno, dovevano vedere la Stella Polare diventare ogni notte più alta nel cielo. Quando invece scendevano lungo le coste africane in cerca di spezie, se la rotta era giusta, la Stella Polare doveva, ogni notte, avvicinarsi sempre più all’orizzonte.
Queste cognizioni rimasero per molti secoli gli unici mezzi a disposizione dei naviganti per dirigersi nell’immensità del mare.

I Fenici fondarono sulle coste del Mediterraneo numerose città. Essi furono i più grandi navigatori dell’antichità.. Questi antichi e astutissimi navigatori, dopo aver scoperto al di là dello stretto di Gibilterra convenienti mercati di metalli e di porpora, diffusero di proposito la menzogna che nell’Oceano vi fossero orribili mostri capaci di ingoiare intere navi. La cosa fu creduta e nessun altro, per lungo tempo, osò più varcare lo stretto.
Talvolta i Fenici sbarcavano in qualche villaggio costiero.
Dopo aver concluso acquisti, offrivano agli abitanti vino in abbondanza finché, per l’ubriachezza, tutti cadevano addormentati. Allora rapivano i giovani del villaggio e fuggivano portandoli via sulle loro navi. Poi li vendevano come schiavi in qualche porto lontano .
Inventarono il primo vero e proprio alfabeto; infatti, essi sentirono la necessità di studiare seriamente la possibilità di trovare una forma di scrittura meno complicata e più rapida di quella cuneiforme, perché potesse meglio servire alle esigenze di un commercio sempre più vasto, dinamico, intenso. L’alfabeto era formato da segni fonetici puri, che sostituirono gli ideogrammi. Di esso vennero a conoscenza i Greci nel IX secolo a.C., e quindi, i Romani e poi l’intera Europa.
La lingua fenicia appartiene al sottogruppo semitico (settentrionale) del gruppo camito-semitico, come l’ebraico, il siriaco e l’aramaico. I più antichi documenti fenici risalgono all’ XI-X secolo a.C. Più recente è il punico, parlato in Africa Settentrionale, a Malta, in Sicilia, in Sardegna. Dopo la distruzione di Cartagine, fin verso la fine dell’Impero Romano, in numerose iscrizioni è documentato il neopunico. Più tardi nella Fenicia si parlò il greco e l’aramaico.

La religione fenicia aveva due forme: una orientale e l’altra occidentale (africana). Caratterizzata dal sacrificio nel momento centrale della propria liturgia, la religione fenicia, nella forma asiatica, fece ricorso a vittime umane solo in caso di grandi calamità, preferendo, di solito, servirsi di offerte vegetali e di immolazioni di animali. Non così accadde nell’ambiente africano e soprattutto cartaginese, dove anzi, non solo si usava sacrificare i prigionieri ed i nemici, ma anche i fanciulli delle principali famiglie. Nei secoli di tramonto della civiltà punica trovarono anche posto, nella venerazione popolare, divinità greche ed egizie, queste ultime con funzioni magiche.

Nonostante la scarsa importanza attribuita all’attività artistica dei fenici, oggi si sta formando una nuova e più precisa prospettiva critica, grazie anche ai nuovi elementi forniti dalle ricerche archeologiche, intensificate in questi ultimi anni. All’arte fenicia non può essere ormai attribuito il giudizio del Perrot, che l’unica originalità dell’arte fenicia sia quella di non essere originale. E’ in effetti difficile riconoscere nelle opere fenicie un carattere specifico; in quanto esse sono condizionate dalle influenze più diverse. Infatti, per gli avori si nota una netta dipendenza dall’Egitto, per i bronzi dall’Anatolia, per la glitica della Mesopotamia, per la ceramica dall’ambiente egeo.
Caratteristica creazione dell’architettura è il tempio di Biblo, costruito verso il 2000 a.C., in cui si nota la struttura dei santuari fenici, a tre cortili successivi e grande atrio lastricato; ad essi si accede mediante una scalinata fiancheggiata da statue colossali.
All’interno c’ erano gli altari e vari obelischi.
Nel I millennio fiorì l’arte dell’avorio con una fusione di motivi egizi ed egei; numerosi i centri di produzione (Samaria, Nimrud, Arslan Tas). Di fattura fenicia-cipriota si considerano le coppe in bronzo od in metalli preziosi, decorate a sbalzo in fasce figurate concentriche, diffuse in tutto il Mediterraneo.
Inoltre, sia pure per caso, i Fenici scoprirono il procedimento di fabbricazione del vetro. Fu a seguito di quando alcuni mercanti e marinai fenici ritornando in patria da un lungo viaggio d’affari in terre lontane, stanchi come erano, decisero di interrompere il viaggio per qualche ora e, ancorata la nave presso la costa, scesero a terra, accesero un fuoco sulla spiaggia e qui bivaccarono. Quando, dopo un certo tempo, si apprestavano a tornare a bordo della nave, si accorsero nello spegnere il fuoco che la sabbia, nel punto in cui era venuta a contatto della fiamma o della brace ardente, si era solidificata. Il caso aveva voluto che il fuoco fosse stato acceso sopra un deposito di silicati mescolati alla sabbia della riva e questi, col calore, si erano disciolti e quindi, raffreddandosi, si erano rappresi dando origine alla cosiddetta “pasta vetrosa”, o “pasta vitrea”. I Fenici, tenendo fede al loro proverbiale intuito commerciale, divennero esportatori in tutto l’Oriente mediterraneo della pasta di vetro. Ancora oggi il vetro viene da noi ottenuto utilizzando i silicati: ossia la stessa sostanza così fortunatamente scoperta dai Fenici.
Il nome Fenici deriva dal greco phoinix, “rosso”, “colore della porpora”. I Fenici infatti erano la gente della porpora. Essi scoprirono che in una particolare formazione del corpo dei murici (i molluschi delle due specie Murex brandaris e Trunculariopsis tunculus) si produce una sostanza di colore giallastro. Scaldando moderatamente i molluschi per una quindicina di giorni si otteneva un estratto assai scuro che poteva tingere, a caldo, in modo permanente le stoffe, soprattutto i tessuti di lana. Si calcola che occorsero più di diecimila murici per ottenere un chilo di tintura. Le operazioni di tintura venivano svolte lontano dai centri urbani, infatti la bollitura e la macerazione producevano odori sgradevoli. Essi seppero vendere la porpora in tutto il mondo di allora, grazie ad un'efficientissima rete di distribuzione del tipo che oggi definiamo “porta a porta”. Infatti, mentre il cibo, il legname, i metalli sono tutti prodotti in varia misura indispensabili, una bella stoffa rossa non lo è. I Fenici riuscirono a creare un buon prodotto ed ad imporlo come “segno di distinzione”: la porpora era carissima. La loro fama infatti rimase essenzialmente legata al prodotto di lusso, inutile, ma indispensabile.

I Fenici coltivavano il grano e l’orzo, l’olivo e la vite, il fico ed il sicomoro. Venivano raccolti i datteri dalle palme.
Modeste erano le opere d’irrigazione: i corsi d’acqua, anche se spesso a regime torrentizio, assicuravano naturalmente una certa quantità d’acqua a valle. Venivano allevati asini, bovini, pecore e capre; la più importante fonte di proteine era però il pesce.
Siccome l’enorme richiesta della porpora aveva portato alla distruzione, od almeno a una forte diminuzione, delle popolazioni dei molluschi, i Fenici si mossero verso Occidente cercando altri murici lungo la costa. Di fatto, nelle città nordafricane, praticarono assai presto un’altra attività quasi industriale connessa con il mare: la preparazione del pesce salato, con uso del sale marino ottenuto in bacini esposti al sole: le acque assai pescose presso i nuovi insediamenti avevano suggerito l’impiego di una nuova ricchezza “marina”.
In Occidente accrebbero il patrimonio degli animali domestici; soprattutto per gli scambi con le popolazioni locali nomadi o seminomadi. Nelle città africane si allevarono anche molti animali da cortile e api (la cera punica era molto apprezzata per preparare medicamenti). Vennero allevati anche elefanti, infatti questa fu la forza d’urto dell’esercito di Annibale: Non è documentato l’allevamento del cammello.

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