L'Italia nell'età della Sinistra

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L’ITALIA NELL’ETÀ DELLA SINISTRA

LA SINISTRA AL POTERE:
Con la cosiddetta rivoluzione parlamentare del marzo 1876 si apre una nuova fase nella politica italiana: al potere giunge una classe dirigente estranea ad esperienze di governo, diversa per estrazione e per formazione da quella precedente. Intanto quelli che sono stati i protagonisti dell’età risorgimentale vanno man mano scomparendo: Mazzini, Vittorio Emanuele e Pio IX muoiono nel giro di pochi anni. Quando giunge al potere, la sinistra ha perso gran parte della sua connotazione radical-democratica e ha allargato alle forze più moderate. Non perde comunque di vista l’obiettivo di fondo, quello di democratizzare la vita pubblica, e sa venire incontro alle esigenze della borghesia meglio di quanto la destra aristocratica abbia saputo fare. Protagonista indiscusso della stagione politica è Agostino Depretis, mazziniano in gioventù, ora esperto parlamentare capace di contemperare le spinte progressiste e le tendenze conservatrici che esistono nella maggioranza. Il programma della sinistra si articola su pochi punti fondamentali:
1) allargamento del suffragio;
2) riforma dell’istruzione elementare;
3) sgravi fiscali soprattutto nelle imposte indirette;
4) decentramento amministrativo (mai realizzato).
Così nel 1877 viene approvata la legge Coppino che ribadisce l’obbligo di frequenza, portando il limite a nove anni, aggiunge sanzioni per i genitori inadempienti, ma che di fatto non risolve i problemi che impediscono una reale attuazione dell’obbligo scolastico: la povertà diffusa e l’incapacità di molti comuni, specialmente meridionali, di provvedere ai loro compiti. Il tasso di analfabetismo rimane dunque superiore al 50% fino ai primi del ‘900. Legato all’istruzione c’è il problema del suffragio: esso non può essere universale perché le masse proletarie dei centri urbani sono facilmente influenzate dai partiti sovversivi, come quelle di contadini possono essere “preda” dei clericali. Nel 1882 è dunque la volta della legge elettorale: viene allargato il suffragio tenendo come requisito il reddito (la cui soglia viene però dimezzata) in alternativa al diploma elementare o alla dimostrazione della capacità di leggere e scrivere. Sebbene a causa dell’elevato analfabetismo la percentuale dei votanti sia esigua rispetto alla popolazione nazionale, gli aventi diritto triplicano e mutano per cultura ed estrazione sociale. Infatti oltre che alla borghesia urbana, le urne cominciano ad allargarsi a una frangia non trascurabile di artigiani ed operai del nord.

DEPRETIS E IL TRASFORMISMO:
La riforma elettorale segna la fine delle breve stagione di riforme della sinistra: la preoccupazione per un prevedibile rafforzamento delle forze di estrema sinistra favorisce un processo di convergenza tra le forze moderate. È così che Depretis stringe un accordo elettorale con Minghetti, leader della destra. Questa svolta prende il nome di trasformismo, ma non significa, come sostiene Depretis, che i conservatori siano diventati progressisti, ma che movimenti opposti vengono meno alle tradizionali distinzione ideologiche. Si passa dunque da un modello bipartitico di stampo inglese, a un altro, basato su un grande centro: la maggioranza non è definita in base a precise distinzioni programmatiche, ma è costruita di giorno in giorno a forza di compromessi. Da ciò non può che derivare un sostanziale immobilismo nell’azione di governo. La svolta di Depretis segna il definitivo distacco dei gruppi democratici dalla maggioranza: sotto la guida di Bertani e Cavallotti questi prendono il nome di radicali e svolgono un ruolo di combattiva opposizione nei confronti delle maggioranze trasformiste, oltre che di raccordo tra la sinistra parlamentare e le correnti rivoluzionarie, ancora escluse dalla politica ufficiale.

I PRIMI PASSI DEL MOVIMENTO OPERAIO:
In Italia la crescita del movimento operaio viene rallentata dal ritardo dello sviluppo industriale. Esistono tuttavia gruppi abbastanza numerosi che sono dotati di un forte spirito di associazione, come ad esempio i ferrovieri, i tipografi, i panettieri, e specialmente gli edili, categoria instabile e ingrossata dallo sviluppo urbano. Fino agli inizi degli anni ‘70 l’unica organizzazione operaia di una certa consistenza è la società di mutuo soccorso, controllata perlopiù da mazziniani e da moderati. Nel 1871 le organizzazioni di ispirazione mazziniana si uniscono tra loro per dar vita al patto di fratellanza. Tali società operaie sono concepite più come strumento di educazione del popolo, più che come strumento di lotta, e rifiutano la lotta di classe e il ricorso allo sciopero. È dunque naturale che prendano sempre più piede le teorie socialiste. Sempre nel ‘71 la crescita del movimento internazionalista riceve un impulso decisivo dagli avvenimenti parigini: la condanna di Mazzini nei confronti della Comune allontana molti giovani dalle file repubblicane. La definitiva rottura tra Marx e Bakunin fa sì che gli italiani si schierano decisamente dalla parte di quest’ultimo (v. Società di Massa x le th. di Bakunin). Ancora per qualche anno l’iniziativa rimane nelle mani degli internazionalisti anarchici, fiorenti in Emilia, che nei movimenti insurrezionali puntano sul proletariato delle campagne. Il completo fallimento delle rivolte contadine, prontamente soffocate dalle autorità, provoca l’autocritica di Andrea Costa, che ammonisce i compagni sul rischio dell’isolamento, sulla sterilità di qualsiasi insurrezione che non sia preceduta da un lavoro di preparazione politica, e sulla necessità di fondare un vero e proprio partito. Così nell’81 si dà vita al Partito socialista rivoluzionario di Romagna, che però non diventa mai capace di instaurare legami con il proletariato urbano del nord, e perciò rimane una semplice formazione regionale. Intanto la crescita di circoli operai, società di miglioramento, leghe di resistenza, da un forte impulso all’azione rivendicativa dei lavoratori e gli scioperi crescono di intensità e frequenza. Dunque alla vigilia delle elezioni del 1882 alcune società operaie milanesi si sentono abbastanza forti per unirsi e fondare il Partito operaio italiano. Esso è più la federazione di associazioni operaie che un vero e proprio partito, e ha un carattere fortemente economicista e talmente corporativo che rifiutano qualsiasi apporto borghese. Gli “operaisti” tentano di stabilire un contatto con quel proletariato rurale della Bassa che è protagonista dei primi scioperi agricoli, ma l’alleanza non può svilupparsi per la dura repressione delle autorità e per lo scioglimento, nel ‘86, del partito operaio.

I CATTOLICI INTRANSIGENTI E L’OPERA DEI CONGRESSI:
Oltre che dai socialisti, per la classe dirigente liberal-moderata, un’ulteriore minaccia è rappresentata dai cattolici intransigenti. Essi, non riconoscendo lo Stato come istituzione, rappresentano una forza sovversiva tanto più forte quanto più è radicata nel tessuto sociale (specialmente nelle campagne) grazie alla struttura organizzativa delle diocesi e delle parrocchie. I cattolici non partecipano alle elezioni politiche per il divieto papale, ma hanno l’autorizzazione per prendere parte a quelle amministrative. Nel 1874 viene fondata l’Opera dei congressi, che non è un partito, ma un’organizzazione con il compito di convocare periodicamente i congressi delle varie associazioni cattoliche, assicurando loro un più stretto collegamento. Essa è controllata dal clero, di cui riproduce la struttura gerarchica, e perciò ha un carattere più chiuso e reazionario rispetto a quello di altri movimenti cattolici europei. Qualche segno di apertura si ha con il pontificato di Leone XIII, e le energie si dirigono maggiormente verso iniziative sociali, tanto che in quegli anni sorgono numerose società di mutuo soccorso e cooperativa agricole e artigiane controllate dal clero. Nell’Opera dei congressi viene addirittura istituita un’apposita “sezione sociale”. Di fronte alla crescita delle organizzazioni cattoliche, l’atteggiamento della classe dirigente è incerto e oscillante tra le posizioni della Sinistra (formata da molti laici e anticlericali), tendente a combattere tale associazionismo, e quello dei moderati, indotti a cercare un accordo con la Chiesa. Nel 1886-7 viene tentata una riconciliazione, ma per l’intransigenza papale nel considerare la sovranità su Roma, fallisce, dando fiato ad una nuova ondata di anticlericalismo.

LA POLITICA ECONOMICA, L’AGRICOLTURA, E L’INCHIESTA JACINI:
Una delle cause della caduta della Destra è stata la politica economica: il popolo è gravato dal peso delle imposte indirette, mentre la borghesia produttiva chiede una politica fiscale che premi gli investimenti. La Sinistra deve ora conciliare queste due posizioni. Così nell’80 viene ridotta la tassa sul grano, e nell’84 definitivamente abolita, mentre viene aumentata la spesa pubblica sia per coprire le accresciute esigenze militari, sia per accontentare lobbies su cui si regge la maggioranza. Ciò porta ad un’impennata del deficit nel bilancio statale. Tantopiù che gli sviluppi agricoli sono stati più quantitativi che qualitativi, e hanno interessato solo la Pianura Padana e le colture specializzate del Mezzogiorno, oltre che il Ferrarese, dove importanti bonifiche hanno aumentato la superficie coltivabile. In tutto il resto d’Italia, come emerge dall’Inchiesta agraria di Jacini, i lavoratori delle campagne continuano a vivere in condizioni di sfruttamento, povertà, analfabetismo. L’inchiesta Jacini propone come soluzione al problema l’estensione di bonifiche, un più razionale avvicendamento delle colture, e una loro maggiore diversificazione. In sostanza si tratta di passare da un modello feudale ad uno capitalistico, ma per farlo occorrono soldi che non ci sono! La situazione è delicata anche perché dal 1881 è subentrata la crisi agricola, con conseguente crollo dei prezzi (soprattutto dei cereali) e della produzione. Ciò non fa che aumentare la conflittualità nelle campagne, come i primi scioperi dimostrano, ed una più rapida emigrazione verso le città e verso l’estero.

IL PROBLEMA DELLO SVILUPPO INDUSTRIALE E IL PROTEZIONISMO:
La crisi agricola contribuisce ad aggravare il ritardo del decollo industriale italiano, ma finisce col favorirlo mettendone il luce la necessità, contro chi spera in uno sviluppo economico trainato dall’agricoltura, e distogliendo capitali dalle terre. Intanto la tradizionale linea liberista del governo, di riluttanza nell’intervento dello Stato nell’economia, venne man mano abbandonata sia per la situazione interna non brillante, sia per l’esempio di successo che veniva dagli altri stati europei (Germania!).
Un primo mutamento di rotta si ha nel 1878, con l’introduzione di moderati dazi doganali che appoggiano l’industria tessile. Successivamente nel 1884 viene realizzato il polo siderurgico delle Acciaierie di Terni, con il contributo finanziario di banche e con l’impegno governativo a garantirne le committenze. Lo scopo è quello di realizzare un’autosufficienza in materia di armamenti, sebbene il ferro e il carbone devono essere importati. Nel 1887 viene varata una nuova tariffa doganale che avvantaggia alcuni settori come quello siderurgico, quello laniero, quello cotoniero, e quello zuccheriero, mentre in campo agricolo viene esteso ai cereali. Si pongono così le basi per la nascita di un blocco di potere economico fondato sull’alleanza tra l’industria protetta e i grandi proprietari terrieri, simile a quello della Germania bismarkiana. E’ ormai opinione comune che la scelta protezionista non abbia alternative nell’Europa del 1800, ma è pure vero che accentua gli squilibri economici già presenti: alcuni settori vengono addirittura penalizzati, come quello meccanico a causa del rialzo dei prezzi di quello siderurgico; il dazio sul grano danneggia i consumatori e contribuisce a tenere in vita realtà produttive tecnicamente arretrate; l’agricoltura meridionale viene colpita nel suo settore più moderno: quello delle colture specializzate, che si fonda soprattutto sulle esportazioni. Tantopiù che la politica protezionista porta ad una vera e propria guerra commerciale con la Francia, principale partner economico e primo acquirente dei prodotti agricoli del Sud. Ancora una volta è il Mezzogiorno a fare le spese della politica governativa, ma non a causa di precise scelte dei parlamentari del nord, ma a causa di uno squilibrio storico che le amministrazione postunitarie non sono mai state in grado di colmare, e che per via di un meccanismo tipico di paesi ad economia dualistica, tende ad aggravarsi.

LA POLITICA ESTERA: LA TRIPLICE ALLEANZA E L’ESPANSIONE COLONIALE:
Dopo la tradizionale linea di prudente equilibrio, Depretis e il ministro Mancini stipulano, nel 1882, il trattato della Triplice alleanza con Germania e Austria. Esso rappresenta una netta rottura con la tradizione risorgimentale, ed è perciò sgradito all’opinione pubblica. Ma si tratta di dover uscire da un isolamento diplomatico inaccettabile per un paese che mira a diventare una grande potenza, e l’alleanza con i conservatori imperi centrali sembra adatta a conferire solidità alle istituzione del giovane stato, quasi per compensare la svolta verso sinistra del governo. Nella decisione pesa il volere del re e la pressione degli ambienti militari e industriali. La debolezza in politica estera è già apparsa nella conferenza di Berlino del 1878 in cui l’Italia non riusce ad ottenere dall’Austria nemmeno un fazzoletto di terra, e diventa un vero e proprio caso quando, nel 1881, la Francia occupa la Tunisia, considerata dal nostro paese sbocco naturale per il colonialismo vista la vicinanza geografica e la presenza di una numerosa comunità siciliana. Tantopiù che i rapporti con la Francia vanno sempre deteriorandosi. La Triplice Alleanza ha perlopiù un carattere difensivo, e prevede la reciproca assistenza in caso di attacco. Si tratta di condizioni che avvantaggiano più la Germania e che di fatto significano la rinuncia a qualsiasi pretesa irredentistica sul Trentino e la Venezia Giulia. Si verificano infatti delle proteste da parte dei patrioti e il giovane Guglielmo Oberdan viene impiccato per aver attentato alla vita dell’imperatore Francesco Giuseppe. La situazione migliora quando viene rinnovata, nel 1887: eventuali modifiche nei Balcani devono essere approvate sia da Italia che Austria, mentre la Germania si impegna ad affiancare l’Italia in caso di attacchi francesi provocati dalla questione marocchina. La politica del colonialismo viene perseguita senza troppo zelo, più per una questione di prestigio, che per una di interesse: il nostro paese acquista nell’82 la baia di Assab in cui manda un contingente che occupa una striscia di territorio confinante con l’Etiopia, il più forte stato africano. In un primo tempo gli italiani cercano di stabili buoni rapporti con gli etiopi, tentando di realizzare una penetrazione economica, ma quando si tenta di spingere le conquiste verso l’interno il negus (=imperatore) Giovanni IV e i ras (=signorotti) locali si oppongono duramente. È così che nel 1887 cinquecento soldati italiani vengono sterminati nei pressi di Dogali. L’eccidio provoca un’ondata di proteste in tutto il paese, ma solo i socialisti guidati da Andrea Costa si oppongono all’invio di rinforzi in Etiopia: è prevalso l’atteggiamento di difesa del prestigio internazionale.

LA DEMOCRAZIA AUTORITARIA DI FRANCESCO CRISPI:
Nel 1887 muore Depretis e gli succede Francesco Crispi, suo ministro dell’interno, che per il proprio passato mazziniano gode delle simpatie dei socialisti, e che per la promessa di una politica più autoritaria (su ispirazione di quella di Bismarck) ha l’appoggio dei conservatori. Lo stile di governo autoritario si manifesta innanzitutto nella concentrazione nella sue persona anche del ministero degli Interni e degli Esteri, sia nelle razionalizzazione dell’apparato statale. Accanto a ciò promuove nuove riforme:
- nel 1888 estende il diritto di voto alle elezioni amministrativi a tutti i maschi maggiorenni che sapiano leggere e scrivere, e rende elettivi i sindaci dei comuni con più di 10.000 abitanti;
- nel 1889 viene varato il codice Zanardelli, che abolisce la pena di morte e non nega, riconoscendone implicitamente la legittimità, il diritto allo sciopero;
- sempre nello stesso anno, però, viene approvata una legge in materia di pubblica sicurezza che pone gravi limiti alla libertà sindacale e lascia alla polizia ampi spazi di discrezionalità. (Di questi poteri i governi presieduti da Crispi ne approfittano spesso).
Alla riorganizzazione efficientistica dello stato, Crispi vuole affiancare una decisa politica coloniale: vengono rafforzati i rapporti con la Germania per garantirsi da eventuali altre iniziative francesi in Marocco, il che porta all’inasprimento con la Francia e di conseguenza alla guerra doganale. Si punta soprattutto all’Africa Settentrionale, territorio più vicino, colorando il desiderio di conquista a questioni sociali (più terra per i contadini, ecc...). Ma l’Africa Orientale non viene trascurata, e dopo il rafforzamento delle truppe in Etiopia, e nel 1890 la nascita della Colonia di Eritrea, vengono poste le basi per l’occupazione della Somalia. Intanto la politica coloniale suscita perplessità sempre più diffuse per gli alti costi che gravano sul bilancio dello Stato, e nel 1891 Crispi rassegna le dimissioni. Il ministero passa a Rudinì, esponente della destra conservatrice che si è opposta alla politica coloniale, e poi nel 1892 al piemontese Giovanni Giolitti.

GIOLITTI, I FASCI SICILIANI, E LA BANCA ROMANA:
Giolitti è stato ministro del tesoro del governo Crispi per un anno, ma poi si è dimesso perché in disaccordo con le eccessive spese. In politica finanziaria mira ad una più equa distribuzione del carico fiscale e all’introduzione del principio della progressività delle imposte, mentre per quanto riguarda la politica interna, si astiene dall’adottare misure straordinarie contro gli scioperi. Nel 92-93 in Sicilia esplode un vasto movimento di protesta sociale, i Fasci dei lavoratori che si lamentano delle troppe tasse e chiedono una ridistribuzione delle terre. Non si tratta di un movimento rivoluzionario, ma la classe dirigente locale e i conservatori sono preoccupatissimi per questo fenomeno. Nonostante le pressioni esercitate su Giolitti, questi non interviene con misure repressive straordinarie. A indebolire ulteriormente il governo contribuisce lo scandalo della Banca Romana: è una dei principali istituti di credito italiani, ed è autorizzata a stampare banconote. Ha investito cospicue somme nell’edilizia, e si trova in difficoltà economiche a causa della crisi degli anni ‘80, perciò i suoi dirigenti hanno compiuto gravi irregolarità per salvarsi. Nel ‘92 il deputato Colajanni denuncia tale fatto in parlamento ed una successiva inchiesta mette in luce un intreccio che collega mondo politico, ambienti giornalistici, e Banca romana: essa fornisce i capitali necessari per influenzare i giornalisti in campagna elettorale. Le irregolarità interessano il tempo in cui Giolitti è ministro del Tesoro, perciò egli è accusato di aver coperto le irregolarità, ed è costretto a dimettersi. Ma alla guida del nuovo governo va proprio Crispi, coinvolto ancora più gravemente nello scandalo: è evidente che l’intenzione del parlamento non è quella di “fare pulizia” negli ambienti politici, ma quella di sbarazzarsi di un governo troppo debole, nella disperata ricerca dell’uomo forte che arresti la crescita del movimento operaio.

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  1. Alexandra

    sto cercando i motivi della caduta della destra che poi hanno dato luogo all'Italia nell'età della sinistra.


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