L'Europa unita.

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Testo

Non succedeva dai tempi del sesterzio, la piccola moneta romana che, dopo la riforma dell’imperatore Augusto, fu imposta dalla Spagna all’Asia minore: esattamente 2010 anni dopo ci prova l’Euro a unire le isole Canarie spagnole e la Sicilia, la Finlandia e il Portogallo, il Lussemburgo e la Francia, la Germania e il Belgio, l’Irlanda con l’Olanda e l’Austria. L’esperimento dell’Unione monetaria europea è una sfida senza precedenti nella storia: prende il via senza che nemmeno sia all’orizzonte la data dell’unità politica dei Paesi che vi partecipano.
La moneta unica è una tappa inevitabile, se si vuole favorire la sopravvivenza economica dell’Unione Europea e mantenerla ai vertici dell’economia mondiale, di un percorso iniziato alla fine della Seconda guerra mondiale, quando alcuni Paesi gettarono le fondamenta per una nuova Europa, basata sulla cooperazione. Realizzare gli “Stati Uniti d’Europa” è, quindi, un progetto, e un sogno, molto vecchio, ma bisogna attendere gli anni ‘50 per vederne gli esordi.
C’era alla base della originaria Comunità europea un grosso disegno politico, che si poteva riassumere nella proposta francese alla Germania di gestire in comune le risorse, individuate nel carbone, primaria fonte di energia, e nell’acciaio, che per tanto tempo avevano fornito gli strumenti per dividere e che ora dovevano unire l’Europa, e per questo essere messe in comune sotto un’autorità sovranazionale. Il 18 Aprile 1951, questo limitato obiettivo fu raggiunto e nacque la Ceca, Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Ma i tentativi di estendere la formula sovranazionale all’agricoltura e alla difesa fallirono, fino a far entrare in crisi l’integrazione europea. Essa venne rilanciata solo nel 1955 e portò alla nascita della Cee, Comunità economica europea, di cui la Ceca era stata il laboratorio di esperienze, e dell’Euratom, Comunità europea dell’energia atomica, create per costruire un mercato comune, attraverso l’unione doganale, e coordinare l’utilizzo comune dell’energia nucleare a scopi pacifici. I trattati istitutivi furono firmati a Roma, in Campidoglio, il 25 marzo del 1957 da Belgio, Germania federale, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Ad essi aderì in seguito anche il Regno Unito.
Non era un’Europa sovranazionale, ma si proponeva di “fondere le sei economie” non soltanto mediante automatismi di mercato, ma indirizzando il processo con la costituzione di Fondi europei verso l’obiettivo di una “espansione armonica e di uno sviluppo equilibrato” di ogni parte della Comunità. C’era insomma, nello spirito e nella lettera del Trattato che quarant’anni fa istituì la Cee, una forte dose di solidarietà e la volontà esplicita di fare del nostro continente una comunità, se non sovranazionale come l’avevano pensata i Padri fondatori, almeno non guidata solo da egoismi ed interessi nazionali. Molto fu fatto, specie in materia di scambi e di agricoltura.
Dello spirito solidaristico e unitario al quale era ispirato il Trattato di Roma non c’è quasi più traccia in quello di Maastricht. Non si può farne carico ai “monetaristi” che l’hanno formulato, ma semmai alle classi politiche e alle pubbliche opinioni che l’hanno accettato.
Il Trattato di Maastricht, firmato in Olanda il 7 febbraio 1992, sancisce che la Cee si trasformi in Unione europea e impegna gli Stati membri ad istituire un’Unione economica e monetaria con una moneta unica e stabile e ad attuare una politica estera e di sicurezza comune che promuova la pace e il progresso nel mondo, al fine di realizzare un’integrazione politica ed economica dei vari Paesi. L'Unione europea è nata, quindi, dalla naturale evoluzione politico-organizzativa della Cee, dopo che, con l’Atto unico del 1986, i dodici Stati membri si sono impegnati a creare il Mercato Unico Europeo, uno spazio senza frontiere in cui è garantita la libera circolazione, senza pagare dazi e senza formalità doganali, delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali.
(L’Unione europea è costituita da alcuni elementi fondamentali che si dovrebbero raggiungere entro la fine del XX secolo: quello economico e monetario, che ha condotto alla moneta unica; quello politico, ossia la politica estera e di sicurezza comune; quello istituzionale, ossia la democratizzazione delle istituzioni europee; quello dei nuovi campi di azione comune, quali la politica sociale, l’ambiente, ecc…. Tutti questi elementi dovranno concorrere a realizzare un’integrazione politica ed economica dei Paesi della comunità sempre più vasta e completa.)
Tra le novità introdotte con gli accordi di Maastricht, oltre alla previsione di una moneta unica entro il 1999, di una Banca centrale comunitaria e all’armonizzazione dei sistemi fiscali, c’è l’istituzione della cittadinanza europea. È cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. Ciò comporta un passaporto e una patente uguale per tutti. L’introduzione del passaporto europeo permetterà di rafforzare nei cittadini la coscienza dell’appartenenza ad un’unica entità: l’Unione.
Ogni cittadino di uno Stato membro, oltre alla propria cittadinanza nazionale, acquisirà, quindi, anche quella europea. Ciò comporterà il beneficio di speciali diritti civili: chi risiederà all’estero potrà votare non solo per il Parlamento europeo, ma avrà il diritto di voto e la possibilità di candidarsi anche per le elezioni municipali del Paese in cui dimora. Inoltre, il cittadino comunitario che si trovi nel territorio di un Paese non appartenente all’Unione europea e nel quale il suo Stato non è rappresentato, potrà ricevere protezione diplomatica e consolare da parte di ogni altro Stato membro.
Ogni cittadino europeo potrà godere della libertà di circolazione e di soggiorno nello spazio comunitario, indipendentemente dall’esercizio di un’attività economica. Nell’Unione europea, quindi, possono circolare liberamente merci, persone, servizi e capitali.
La Conferenza intergovernativa per la revisione del Trattato di Maastricht, iniziata in occasione del Consiglio europeo del 29 marzo 1996 di Torino e conclusasi in occasione di quello di Amsterdam del 16-17 giugno 1997, ha elaborato delle modifiche per adeguare il funzionamento dell’Unione alle sfide del futuro. Gli argomenti in discussione sono stati: la riforma istituzionale anche in vista dell’ampliamento dell’Unione verso Est e verso il Mediterraneo; il rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune per permettere un’azione efficace e una maggiore presenza dell’Unione europea sulla scena internazionale; giustizia e affari interni, soprattutto in tema di sicurezza, di lotta alla criminalità internazionale, di immigrazione e di diritto d’asilo.
Nata, quindi, da una grande intuizione politica dell’immediato dopoguerra, quando si rendevano necessarie la ricostruzione dei nostri Paesi e l’individuazione di un nuovo modello di convivenza pacifica tra i popoli europei, basato sui principi della libertà e della democrazia, la Comunità economica europea è andata sempre più rafforzandosi e progredendo fino a diventare l’Unione europea. Si tratta ormai, a tutti gli effetti, di un nuovo, grande “Paese” democratico, con un proprio Parlamento, di un’unione di popoli, che, dapprima sul terreno economico e poi anche su quello della politica e dei valori, stanno tentando di superare con grande fatica divisioni storiche e radicati egoismi nazionali.
Nato dalla trasformazione dell'«Assemblea comune della Ceca», fondata nel 1952, il Parlamento europeo assunse questo nome e questa caratteristica di organo generale delle Comunità europee dopo l'istituzione della CEE. Fu fondato formalmente il 21 marzo 1958 a Strasburgo.
Dal 1979 è un'istituzione eletta a suffragio universale direttamente dai popoli dei Paesi membri della Comunità. Esso non ha funzioni legislative proprie né contribuisce alla formazione degli organismi comunitari politici (Consiglio dei ministri) o di gestione (Commissione).
Pur essendo, quindi, l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini, il Parlamento non è il principale legislatore dell’Unione europea. Tale compito spetta, infatti, al Consiglio dell’Unione, composto di volta in volta da quindici ministri, uno per ogni Stato membro, che si riuniscono per settori di competenza: agricoltura, affari esteri, economia e finanza, ecc… La produzione della legislazione comunitaria, l’adozione del bilancio e il coordinamento delle politiche economiche sono tra i principali poteri affidati ai ministri degli Stati membri riuniti nel Consiglio.
Il Parlamento europeo, composto da 626 membri, che dal giugno del 1979 sono eletti ogni cinque anni a suffragio universale diretto nei quindici Stati dell’Unione è l’unica istituzione internazionale eletta direttamente dai cittadini. Nel corso degli anni il Parlamento europeo ha guadagnato molto potere rispetto a quanto previsto dai Trattati istitutivi delle Comunità, ma è ancora alla ricerca di un ruolo definito nel panorama delle istituzioni europee. In origine, infatti, era previsto che il Parlamento potesse solamente dare la sua opinione, non vincolante, al Consiglio dei ministri e avesse un potere di monitorare l’attività della Commissione. Oggi invece il Parlamento è coinvolto nel processo legislativo, almeno per quel che riguarda alcune materie, elabora, modifica e approva la normativa comunitaria, ha un potere di controllo sul bilancio comunitario che è gestito dalla Commissione e può anche approvare, ma finora non l’ha mai fatto, una mozione di censura che costringerebbe il Commissario colpito o addirittura il Presidente alle dimissioni.
(Le principali competenze del Parlamento possono essere, quindi, brevemente riassunte in tre blocchi: partecipazione al processo legislativo, poteri in materia di bilancio e controllo del bilancio, potere di controllo sulla Commissione e sul Consiglio.
Il Parlamento esercita le funzioni di controllo sugli organismi comunitari di gestione dei quali può provocare le dimissioni attraverso la censura; le funzioni di proposta alla Commissione e al Consiglio dei ministri e direttamente agli Stati nazionali membri; le funzioni di stimolo e di denuncia, nei confronti di Stati membri e non, sui problemi più rilevanti dell'umanità.)
La scelta importante che tutti abbiamo compiuto dotando l’Europa di un proprio Parlamento, composto dai rappresentanti dei popoli dei vari Stati membri dell’Unione, eletti a suffragio universale diretto, viva espressione del volere popolare di tanti Paesi, mira a favorire una collaborazione internazionale che fornirà nuove possibilità di avanzamento economico, culturale, militare, scientifico e sociale.
La necessità morale e materiale dell'unificazione politica dell'Europa balza, oggi, agli occhi così evidente da non aver bisogno di essere sostenuta da falsi storici, come quelli che parlano dell'unificazione europea come di un'eterna e sfortunata aspirazione dei popoli. In realtà, se vogliamo risalire al lontano passato, constatiamo, per esempio, che non esiste, negli scrittori greci, riferimento alcuno a una “entità europea” come noi la intendiamo. Per l'antichità classica, «Europa» è la Grecia continentale; per Erodoto essa non si spinge oltre l'attuale Ungheria. Gli scrittori romani, Virgilio compreso, non se ne fanno un problema, lasciando alle imprese romane un carattere di conquista di fatto e, se mai, di «sovrapposizione», di colonizzazione culturale.
Più avanti, lo stesso Dante identifica l'Europa con l'Europa dei due Imperi. Questo concetto di Europa come «Impero», inteso come estensione di terre e riunione di popoli sotto lo scettro di un unico sovrano e quindi soggetti ad esso, ha più presa: Impero d'Occidente e Impero d'Oriente; Impero carolingio; Impero napoleonico.
Sta di fatto che l'artificiosa teoria dell'esistenza di una «Europa unita indivisibile», presente da sempre nella storia, nel costume, nella razza, e alla quale gli europei avrebbero da sempre anelato senza saperla realizzare, non ha fatto fare all'unione degli europei un solo passo avanti, con il risultato, anzi, di avere allarmato i paesi provvisti di più spiccato senso della nazionalità e creando la paura di omogeneizzazioni distruttive e fagocitazioni pericolose da parte dei paesi più grandi a danno dei più piccoli.
Ha scritto Federico Chabod nella sua “Storia dell'idea d'Europa”: «Se ne fa un gran parlare... Ma se ci poniamo ad analizzare un po' da vicino che cosa si intenda per Europa, ci accorgiamo subito dell'enorme confusione che regna nella mente di coloro che ne parlano e scrivono con tanta foga e insistenza. Quale sia il valore esatto del termine rimane nascosto, e si potrebbe proprio ripetere: "che ci sia ognuno lo dice, dove sia nessun lo sa". Ci si serve, cioè, di un concetto del tutto indefinito, vago, confuso ... ».
Talvolta una reale unione europea si è affermata come alleanza militare: basti pensare, ad esempio, alla «Santa Alleanza» contro Napoleone. Per molti secoli, piuttosto, l'idea di Europa fu strettamente collegata, come se si trattasse di una medesima parola, all'idea di Cristianità, di «Paese della comunità cristiana». Questa identificazione non solo non fu smentita, ma anzi fu drammaticamente confermata dall'apparente frattura portata dalla travolgente «Riforma» di Lutero. È, infatti, da tenere in conto quanto «fratture» del genere non contribuiscono, invece, alla circolazione delle idee e, quindi, alla fecondazione di stagioni successive impregnate di nuovi apporti culturali.
È alla fine del 1700 che nasce il concetto di Europa come idea di unità continentale e di organizzazione dei popoli, nel clima del "cosmopolitismo", ossia di una idea di mondo senza confini, che illumina la cultura di quei tempi ricca di intuizioni e di ideali. Questo filone crescerà, poi, e si chiarificherà ancora nel pensiero di grandi pensatori, quali Immanuel Kant e Giuseppe Mazzini.
Questi pensatori si avvicineranno notevolmente all'idea attuale di una «Europa dei popoli». Con essi l'idea di Europa compie un salto di qualità incommensurabile, soprattutto perché prescinde finalmente dal pregiudizio aberrante, ma finora persistente, della «superiorità europea» sugli altri popoli della Terra.
La nuova visuale è capace di comporre, soprattutto in Mazzini, una mirabile sintesi dei concetti, apparentemente irriducibili, di patriottismo e cosmopolitismo illuminista. Essa fa del cosmopolitismo il prolungamento del patriottismo, al quale impedisce di degenerare in nazionalismo, senza negare, ma anzi esaltando, il ruolo delle Nazioni: «Le nazioni sono gli individui dell'Umanità».
Mentre, però, nei pensatori l'idea di unità europea andava assumendo la sua forma matura e moderna, in Europa si esasperavano, nella realtà politica, proprio il nazionalismo individuale, l'orgoglio delle nazioni, la sete di predominio e di sopraffazione. Paradossalmente, può darsi che anche i governi perseguissero con la violenza, che costituiva l'unico loro strumento intellettuale di soluzione dei problemi, aberrante per quanto si voglia, l'intuizione della necessità di un'unificazione dell'Europa, sotto il segno, naturalmente, del più forte. Lo stesso cancelliere austriaco Klemens Metternich, che, come tutti sanno, considerava anche l'Europa «un'espressione geografica», non ne disdegnava il concetto come unità di potere concreto.
Non è destinata, infine, ad avere alcun credito la tesi, per quello che possa valere, di un'identità razziale europea.
A parte le reali parentele di alcuni ceppi di popoli europei all'alba della storia, la natura dei popoli europei si è sempre più presentata diversificata, via via che la storia stessa ha sottoposto i singoli popoli a commistioni (mescolanze) con razze anche di altri continenti.
Non si può affermare che gli italiani abbiano caratteristiche naturali comuni con i tedeschi: latini gli italiani, germani i tedeschi. E i francesi rifiutano di definirsi latini, ma si riconoscono galli o celti. I belgi sono a loro volta un'unione di fiamminghi e valloni. Sono solo esempi. Che significa, poi, parlare di spagnoli, se all'interno di questa parola noi usiamo comprendere i baschi, determinati a differenziarsi dagli «spagnoli» anche a costo di lotte sanguinose? E parlare di «inglesi» senza provocare le immediate distinzioni di irlandesi e scozzesi?
Non si può certo dire che gli Stati europei siano stati capaci di realizzare lunghe amicizie tra loro. Le alleanze hanno obbedito a criteri di convenienza e spesso sono state seguite da tradimenti e da nuove alleanze tra soci diversi. L'Europa, per l'americano medio, non è solo la culla della cultura occidentale, ma è anche simbolo di discordia e di guerre civili. Per i popoli asiatici ed africani e per buona parte dei popoli centro-americani e sud-americani autoctoni, questi ultimi quasi sterminati dalla «civilizzazione» europea, l'Europa è sinonimo di invasione, di conquista, di colonialismo, di schiavismo, anche se proprio questi comportamenti nei confronti dei «nuovi» continenti, ebbero un ruolo notevole nel formarsi, per reazione, di una «coscienza europea» aggregantesi intorno alla ripulsa (deciso rifiuto) di tali imprese.
Forse un giorno nuovi caratteri si aggiungeranno ad attenuare il ricordo di quella che è stata la vera storia d'Europa finora: la storia di un continente percorso da un unico lungo brivido di paura e solcato da un unico filo di sangue. È anche storia di ieri. Sono ancora vivi alcuni di quegli europei (italiani, tedeschi, francesi, inglesi) che sono stati costretti a massacrarsi tra loro e a distruggere le loro reciproche città nella guerra scatenata da Hitler nel 1939 e finita nel 1945.
In realtà non c'è bisogno di costruire «radici» artificiali all'idea dell'Europa unita. L'apporto dato dalla cultura «dei popoli europei», anche singolarmente presi, alla attuale identità del mondo civile, e non solo europeo, nonché la «necessità» storica attuale, la «convenienza» senza alternative per la stessa sopravvivenza del continente, di una «unità europea» economica e politica, sono tali da far diventare marginale la necessità di dimostrare la potenziale «unitarietà» geografica o razziale o culturale o politica dell'Europa sin dalla notte dei tempi.
L'idea di una Europa unita, come oggi la intendiamo, è un'idea nuova: è un fatto nuovo che siano i popoli ad avere finalmente il potere di partecipare, di decidere sugli effettivi interessi morali e materiali legati all'idea dell'Europa unita. Questa affermazione è legittimata dal grado di democrazia esistente nei Paesi membri della CEE e dal fatto oggettivo che il Parlamento europeo viene eletto dal 1979 a suffragio universale.
Il fattore nuovo è dunque questo: l'impegno non solo del riconoscimento, ma anche del rispetto delle diversità e delle specificità; un impegno di concordia, non di omogeneizzazione.
I nostri tempi sono stati profondamente segnati, come era fatale, dalla seconda guerra mondiale. Questa guerra vide di fronte per sette anni due modi diversi di concepire il destino dei popoli: il blocco autoritario (in prima fila Germania, Italia, Giappone) contro il blocco dei Paesi democratici (in prima fila Stati Uniti, Inghilterra, Francia), alleati a un certo momento, nel solo intento di abbattere il comune nemico, il fascismo, con l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Per quanto concerne la Germania, l'Italia e il Giappone, non si può parlare di popoli «fascisti», ma di «governi fascisti», in quanto in questi Paesi non era consentito ai popoli esprimere il loro pensiero. «Sette anni terribili - scrive Romano Ugolini - che avevano sconvolto il vivere della umanità in modo tale che, dopo il 1945, poco o niente ricordava le abitudini di vita quotidiana del 1938... L'Europa, da sempre abituata a ricoprire il ruolo principale sulle scene mondiali, abbandonava la parte di protagonista: un Paese di un altro continente, gli Stati Uniti, affermava in modo indiscusso la propria leadership mondiale ... ».
Chi era scampato alla guerra era terrorizzato dagli orrori che aveva attraversato, dalla vista delle città devastate, dal ricordo di milioni di morti innocenti, martoriati, oltre che nei campi di battaglia nei campi di sterminio o sotto i bombardamenti aerei. Era logico che si pensasse a inventare in Europa qualche meccanismo che impedisse il verificarsi ancora di tante devastazioni; che, soprattutto, impedisse a un altro folle come Hitler di costringere i popoli a combattersi e un intero Paese, la Germania, a trasformarsi in un unico campo di odio e di sterminio; che impedisse alle democrazie deboli di diventare preda di visionari come Mussolini; che impedisse alle democrazie economicamente forti di chiudersi nel loro egoismo.
Nasceva anche un bisogno di perdono, l'unico capace, nella scia della tradizione cristiana, di neutralizzare la forza disgregatrice dell'odio. E un bisogno di speranza, di credere in un avvenire migliore, di credere nella possibilità di realizzare, con un duro e lento lavoro, una società umana diversa.
Nasceva un «sentimento di collaborazione internazionale» che portò i partiti nazionali a ritornare alle loro matrici universali. E di universalismo saranno, infatti, impregnati anche i primi congressi europeisti del dopoguerra (Montreux, 1947; l'Aja, 1948). Ma ancora in piena guerra, e per giunta sotto le catene del carcere, Altiero Spinelli, che nel 1927 era stato condannato dal Tribunale speciale fascista come dirigente dell'organizzazione giovanile comunista, scriveva a Ventoténe, insieme ad Ernesto Rossi il “Manifesto per un'Europa libera e unita”, passato alla storia come il «Manifesto di Ventoténe», in cui venivano poste le basi del Movimento Federalista Europeo.
Alla fine della seconda guerra mondiale, l'Europa era, di fatto, divisa in due blocchi: il blocco «occidentale» che fa riferimento agli Stati Uniti d'America, e il blocco «orientale», che fa riferimento all'Unione Sovietica. Questo «sistema di equilibri» fu addirittura studiato a tavolino e formalizzato, poi, in un trattato, a Yalta, sul Mar Nero, in territorio sovietico, nel febbraio 1945. La legge che governava il trattato di Yalta era questa: né l'Unione Sovietica né le potenze occidentali, e gli Stati Uniti, in particolare, dovevano muovere passi capaci di alterare la divisione dell'influenza in Europa nei termini stabiliti; questo doveva garantire la pace, che sarebbe stata compromessa se una delle superpotenze contrapposte avesse cercato di «allargarsi» materialmente o sotto qualsiasi altra forma; anche se l'Unione Sovietica ha più volte violato, come nei confronti della Cecoslovacchia, i limiti della sfera di Yalta. Sta di fatto che da una vera Comunità europea almeno 18 paesi restarono fuori, chi per motivi di «blocco» contrapposto (Polonia, Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Ungheria, Germania Orientale, Bulgaria), chi per motivi, anche se non dichiarati, dello stesso genere (Finlandia), chi per scelte indipendenti (Svezia, Norvegia, Austria, Svizzera), chi per diversità di sistema politico (Jugoslavia, Albania), senza contare piccoli regni o repubbliche (Liechtenstein, Andorra, San Marino) e lo Stato della Città del Vaticano.
Ma fino a quale punto i popoli hanno preso in mano la loro sorte? La democrazia del sistema politico (forma di Stato) spesso non si è trasformata anche in poteri reali del popolo.
Molti Stati europei, di fatto, erano riluttanti a un'idea di Europa unita politicamente, anche se accettarono una ponderata, misurata e continuamente contrattata adesione alla Comunità economica. Essi temevano e temono ancora di compromettere la loro identità e la loro indipendenza. Perché? Appunto perché si è esagerato nel parlare di popoli europei «simili», «che debbono diventare eguali», che «debbono rinunciare ai loro angusti confini», ecc. Per mettere le cose in chiaro, l'uomo di Stato che, dopo avere impegnato la sua vita nella liberazione dai tedeschi, dominò la scena politica francese dal 1944 al 1970, Charles De Gaulle, parlò di «Europa delle Patrie». La definizione è ancora ambigua e sembrerebbe alimentare i nazionalismi, ma certo chiarisce e rassicura più di molte altre. In fin dei conti è anch'essa alla base dei princìpi dello Stato federale che è quello che avrà maggiori possibilità di riuscita: non a caso “foedus” in latino significa «patto» che presuppone una «società» tra pari, non una «fusione».
Nel maggio del 1984 François Mitterrand, presidente della Repubblica Francese, nel suo discorso di Strasburgo al Parlamento Europeo disse che in quel momento l’alternativa era quella di scegliere se lasciare ad altri, sulla testa del nostro continente, fuori del nostro continente, la cura di decidere sulla sorte di tutti o di riunire la somma dei talenti e delle capacità, le facoltà creative, le risorse materiali, spirituali, culturali che, tutte insieme, hanno fatto dell'Europa una civiltà, affinché divenisse infine ciò che era già. Riferendosi a coloro che ancora sono scettici sul ruolo storico della Comunità europea, costruita mattone su mattone dalle rovine della seconda guerra mondiale, il presidente della Repubblica francese aggiungeva: «La Comunità europea ha già raggiunto i suoi primi obiettivi, ereditati dalla guerra. All'inizio, occorreva riconciliare, riaggregare, agganciare a un'opera comune i popoli lacerati dalla violenza e dal sangue. Ora questa è cosa fatta».
Mitterrand concludeva: «La nostra scelta si ordina attorno a una idea semplice: ciascuno dei popoli tra noi, per quanto ricco sia il suo passato, per quanto solida la sua volontà di vivere, non può, da solo, pesare quanto è necessario per affrontare il presente e l'avvenire. Insieme, lo possiamo. Ciononostante, siamo davanti a una fase in cui il destino esita ancora. Da troppo tempo l'Europa si attarda in questioni risibili che le fanno perdere di vista l'oggetto stesso della sua andatura. Occorre, dunque, reagire e capire che nessuna grande prospettiva per l'Europa esiste di uscire dal mondo dei sogni fino a quando essa resta impigliata nella macchina dei piccoli processi».
Ricapitolando, la realizzazione, per quanto imperfetta, di un'Europa comunitaria non costituisce solo un processo di aggregazione meccanico-utilitaristica. Essa obbedisce, dunque, a un istinto di conservazione contro un passato di divisioni e di guerre fratricide; a un processo storico naturale non riconducibile a “destini storici” o “radici” più o meno artificiali, ma al trionfo della democrazia, dello stesso principio di democrazia che presiede gli Stati occidentali e che è di per sé strettamente collegato al principio dell'unione nel pluralismo come espansione continua del dialogo, della interdipendenza e della compatibilità degli interessi; a un processo utilitaristico vitale, che nasce dalla necessità di grandi accorpamenti geopolitici per fronteggiare le grandi necessità energetiche, le grandi spese per la ricerca, i grandi progetti per la sopravvivenza come unità culturale e politica. Ognuno di questi elementi contribuisce a evidenziarne uno più profondo, che tutti li riassume: la crisi della funzione e della funzionalità degli Stati nazionali, ormai in contraddizione clamorosa con lo sviluppo delle forze produttive, con l'ordine nazionale, con gli stessi principi di liberalismo, democrazia e socialismo.
Quale paese d'Europa possiede da solo un potenziale economico tale da poter fronteggiare la aggressività economica del Giappone o degli Stati Uniti? Né va trascurata la concorrenza dei Paesi del Sud-Est asiatico. Se le risorse europee, le risorse di 300 milioni di cittadini si sommano, si scopre, invece, che la produzione globale europea è solo di poco inferiore a quella degli Stati Uniti. Tali considerazioni sono all’origine dell’Unione economica europea.
Il trattato di Maastricht costituisce la base legale dell’Unione monetaria, con cinque criteri o “parametri”, ossia regole di buona gestione economica. Per entrare nel “club” dell’Euro, infatti, bisogna contenere l’inflazione, tenere sotto severo controllo debito e deficit pubblico, mantenere tassi di interesse in linea con gli altri Paesi dell’Ue, aver dimostrato stabilità nel cambio.
I primi di maggio 1998 il Consiglio europeo ha deciso quali sono i Paesi che fanno parte dell’Unione monetaria fin dall’inizio, valutando, sulla base di cinque parametri di convergenza economica, gli sforzi complessivi che ogni Stato ha attuato per risanare la propria economia.
L’introduzione dell’Euro come moneta unica degli undici paesi che hanno soddisfatto i criteri del trattato di Maastricht non avverrà bruscamente: l’avventura dell’Euro, infatti, iniziata il primo week end del 1999, prevede un periodo di transizione, che va dal 1° gennaio 1999 al 1° gennaio 2002, durante il quale verrà realizzato un progressivo passaggio alla nuova moneta europea.
Dal primo gennaio 1999 l’Euro può essere utilizzato per qualsiasi operazione che non comporti pagamenti in contanti, ma semplici scritture contabili o trasferimenti da conto a conto. Il 1° gennaio 2002 monete e banconote in Euro inizieranno a circolare fisicamente e a rimpiazzare le valute nazionali; comincerà, quindi, il ritiro graduale di queste ultime. Il 1° luglio 2002 in tutta l'Unione monetaria europea le valute nazionali andranno fuori corso e cesseranno di avere valore legale. L’Euro avrà sostituito definitivamente la Lira e le altre monete nazionali: la nuova banconota circolerà in undici Paesi europei, tra cui l’Italia.
Addio vecchia e gloriosa Lira, moneta unica dal 1862, dal Regno unito di Vittorio Emanuele II: comincia l'età dell'Euro! E addio saggia Banca d'Italia! Ora che gli Stati membri dell’Unione europea hanno deciso di cedere una fetta della loro sovranità, il controllo della politica monetaria passa alla Banca Centrale Europea di Francoforte, erede dell'Istituto Monetario Europeo: sarà questo organismo, che gode di assoluta indipendenza dal potere politico, a fissare in maniera autonoma rispetto alle varie capitali un unico tasso di interesse per l'intera “Euroland”. Suo compito prioritario, inoltre, è garantire la stabilità dei prezzi, dei bilanci, delle finanze pubbliche nei Paesi aderenti all’Euro.
Orfani di lire, sterline, franchi o pesetas, ricchi, o poveri, solo di Euro: che cosa ci guadagneremo? Avremo più prodotti, di qualità migliore e a prezzi più bassi. Potremo collocare i risparmi all’estero. Pagheremo di meno telefoni e aerei. I servizi pubblici funzioneranno meglio. Potremo andare a lavorare o a studiare in qualsiasi Paese della Comunità. Viaggeremo per l’Europa senza passare dal cambiavalute. E avremo una moneta stabile, al riparo dall’inflazione.
L’Europa del futuro renderà più competitiva l’economia e quindi rilancerà l’occupazione. L’Euro, infatti, permetterà maggiore competitività e concorrenza; agevolerà gli scambi ed il funzionamento del mercato interno; favorirà la stabilità dei prezzi; amplierà le opportunità di crescita economica; accrescerà l’efficienza commerciale dell’Unione europea sul mercato mondiale. È certamente un passo verso un’Europa più forte e dinamica, in grado di cogliere le sfide del futuro. Il nostro Continente si sta, in tal modo, attrezzando per entrare nell’incipiente età della competizione mondiale, per sostenere una concorrenza sempre più forte in un mondo ormai “globalizzato”. Un'Europa che può creare un unico sistema monetario, secondo alcuni, è un'Europa “vincente”, che può entrare con fiducia nel ventunesimo secolo. Gli “euroottimisti”, assai più numerosi degli “euroscettici”, assicurano che assisteremo presto a un “neorinascimento” del Vecchio continente con i suoi 290 milioni di abitanti-consumatori e un prodotto interno lordo complessivo di 6.200 miliardi di dollari. Con l’unità monetaria, e ancor più con il possibile futuro ingresso di Grecia, Gran Bretagna, Danimarca e Svezia, l’Unione europea è, senza dubbio, un’area economica che, con le sue potenzialità ed una forte capacità di esportare, potrebbe diventare perfino più potente degli Stati Uniti. C'è chi azzarda addirittura la fine dello strapotere del Dollaro che deve, dal 1° gennaio 1999, gareggiare con l'Euro.
La verità è che, nel bene e nel male, l'Euro è destinato a rivoluzionare il mondo, le economie, la vita quotidiana di tutti noi. Potrà essere un'opportunità formidabile di crescita economica e di prosperità sociale oppure un fallimento disastroso, a seconda di come i leader politici europei decideranno di affrontare le grandi questioni irrisolte dello stato assistenziale, del mercato del lavoro e dell'ammodernamento della macchina amministrativa pubblica. Ci sono quindi delle incognite: tuttavia l'Euro è indubbiamente un fattore di risanamento delle finanze pubbliche, di sviluppo degli investimenti e dei consumi.
Quali conseguenze trarrà l'Europa dall'adozione della moneta unica? L’Euro darà all’Europa, che ha le potenzialità per essere la prima potenza commerciale del mondo, quella voce sulla scena monetaria internazionale che le è finora mancata e che è la rappresentazione concreta della forza e della unità d'intenti. La principale conseguenza dell'Unione monetaria a livello macroeconomico sarà la costituzione di un unico grande mercato tra i Paesi membri il cui funzionamento si baserà sul principio della libera concorrenza.
Nella grande visione dei padri costituenti, il mercato unico dei capitali è nato per favorire i cittadini sia come consumatori sia come investitori. Nel primo caso, l'Euro dovrebbe portare più trasparenza e, alla lunga, un abbassamento dei prezzi dei prodotti di maggiore consumo. L'eliminazione dei costi dei cambi, infatti, provocherà un'ondata di consumismo a prezzi sempre più bassi. Le imprese potranno contare su un mercato potenziale di oltre 370 milioni di consumatori e, quindi, aumentare le possibilità di guadagno e intraprendere nuovi investimenti; ma aumenterà anche la concorrenza, e ciò determinerà un miglioramento della qualità dei prodotti e una diminuzione dei prezzi. Sul piano, poi, della vita di tutti i giorni l'Euro significherà semplicità negli scambi, negli acquisti, nell'attività del turismo: insomma, più competitività e meno burocrazia.
La moneta unica creerà enormi potenzialità di ricchezza per le imprese e anche per i cittadini; a due condizioni però: che si sappia approfittare della nuova mentalità imperniata su competizione e rischio e che i governi facciano la loro parte, soprattutto quello italiano. Avere una sola moneta, infatti, obbligherà i Paesi a muoversi in un identico scenario e i governi e i leader a rispettare il cosiddetto “Patto di stabilità” che impegna a rendere stabile il riassetto dei conti pubblici ed, in particolare, a riportare al 3 per cento il deficit pubblico, cioè l’eccesso di spese pubbliche sulle entrate, in un quadro di riduzione della pressione fiscale.
Con la nascita della moneta unica, l’Europa ha smesso di essere un ideale, o una somma di Stati, per diventare un fattore di aggregazione e un comune denominatore, che regola la vita di ogni giorno almeno degli abitanti degli undici Paesi che hanno adottato l’Euro.
Fatto l’Euro siamo solo all’inizio: adesso dobbiamo fare l’Europa. L'idea di un'Europa unita è ancora lontana dall'essere una impresa compiuta. L’unità europea, favorita dall’esistenza di reali condizioni di ordine economico e sociale, è, infatti, resa difficile dalla resistenza degli interessi nazionali.
Quella dell’avvio dell’Euro era una tappa obbligata, ma non dobbiamo nasconderci che la moneta unica è soltanto uno strumento, necessario per andare avanti, per arrivare alla convergenza politica, per contribuire alla costruzione di una politica comune. L’idea che ha fatto nascere la moneta unica, pur fra mille difficoltà e ambiguità, era ed è politica. È stata, infatti, la volontà politica dei capi di stato e di governo, principalmente di Jacques Chirac e di Helmut Kohl, a decretare la nascita della moneta comune quale ponte di passaggio dall’integrazione economica alla creazione di una futura confederazione europea. L’Euro non rappresenta, quindi, la nascita di un qualche marchingegno tecnico-economico-finanziario-valutario: è stato ed è un coraggioso atto politico che determina automaticamente “responsabilità politiche” alte per tutta l’Europa. Se il conio della moneta unica servirà a coniare un giorno l’Europa unita, soltanto allora potremo dire che l’avvento dell’Euro è stato un fatto storico, una tappa fondamentale nella storia europea. La moneta unica può essere, quindi, un elemento di coesione, un fattore federativo, ma non è il caso di credere a soluzioni miracolistiche: l’Euro non porterà nuovo impiego, non si sostituirà alle politiche nazionali, non eliminerà le occasioni di confronto.
Una moneta unica europea e una banca centrale europea non hanno senso, dunque, senza un Governo centrale europeo. Il pericolo è che, se l’Unione europea non riuscirà a dotarsi in tempi brevi di strutture politiche solide e unitarie, di un Governo centrale, di una politica estera e di una difesa comuni, si ridurrà a un’area mercantile priva di anima, di ideali e di quello slancio che le avevano impartito, quarant’anni fa, i padri fondatori. La grande spinta ideale “mai più guerre fra noi”, il “grande sogno” dei padri fondatori Monnet, Adenauer, Spinelli, in qualche modo, è stato raggiunto. Manca oggi un nuovo sogno, un ideale, qualcosa che rilanci l’Unione e impedisca la sua riduzione a zona di libero scambio.
Quale mente immaginifica avrebbe potuto soltanto pensare, appena pochi mesi fa, che il primo atto dell’Europa finalmente unita, sotto le bandiere dell’Euro, sarebbe stato quello di combattere, sul proprio stesso continente, una guerra a guida americana? La politica, e per certi aspetti la cultura, della guerra ha sconvolto il panorama politico e ideale di centinaia di milioni di europei, ha seminato stupore, inquietudine, a volte sconforto e disincanto, ha consumato e lacerato le coscienze, ha scardinato consolidate certezze ideali.
Il dramma dei profughi kosovari, sradicati dalle loro terre e dalle loro case, è l’altra faccia della medaglia dell’Euro: è la tragica dimostrazione del fatto che l’Europa non esiste ancora come soggetto politico in grado di superare gli egoismi nazionali in materia di politica estera e di difesa e di recuperare rispetto agli Stati Uniti la sua autonomia politica, culturale e militare (di affrancarsi dalla sudditanza agli Stati Uniti nell’assumere le proprie decisioni).
L’Europa del Duemila ha, dunque, una moneta unica, una banca centrale, ma non ha un ideale unitario, non ha valori umanitari sui quali fondare le sue costruzioni economiche. Ed è forse per questo che, nonostante la buona volontà dei grandi media televisivi e giornalistici, la nascita dell’Unione monetaria europea è stata una festa comandata ma non sentita, un’unione senz’anima. Forse non si poteva far altro; forse nei tempi che corrono l’economia, la moneta è l’unico valore che possa tenere assieme undici Paesi; forse, e questa è un’amara riflessione, l’unica vera frontiera europea di cui oggi si capisca la difesa è quella della moneta forte, stabile, inattaccabile dall’inflazione.
L’Europa che dobbiamo impegnarci a costruire deve essere soprattutto un’Europa di pace, un’“Europa dei popoli”, impegnata nell’ambito dell’Onu a creare sviluppo e sicurezza per tutti: non possiamo assolutamente accettare un’Europa in cui l’unico valore comune, l’unico modello ritenuto “vincente” sia quello americano del capitalismo sfrenato, né tantomeno possiamo accettare un’Europa prigioniera della logica della guerra.

EUROPA UNITA

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