L'Europa tra le 2 Guerre - Fascismi, Democrazie e Stalinismo

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L’EUROPA DEI FASCISMI

L’ASCESA AL POTERE DEL PARTITO NAZISTA

Nel 1932 il partito nazista ottiene un grande successo elettorale che permette allo schieramento di raggiungere la maggioranza relativa e ad Hitler di giungere alla carica di cancelliere sotto nomina del presidente della repubblica Hindenburg. Il 27 febbraio 1933 viene incendiato il palazzo del Reichstag (sede del Parlamento) e la colpa viene fatta ricadere sui comunisti; questo fatto diventa per i nazisti un valido pretesto per scatenare una sanguinosa repressione.
In un’atmosfera di terrore il nazismo ottiene alle elezioni del ’33 il 44% dei voti il che permette ad Hitler di avviare il suo programma dittatoriale. Questa ascesa è stata senza dubbio favorita dalla crisi della piccola borghesia e dei ceti popolari, dall’appoggio della borghesia agraria e industriale nonché dal fatto che quella nazista è un organizzazione del tutto nuova.

LA BASE SOCIALE DEL NAZISMO: CETI POPOLARI E CETI MEDI

Tra le proprie file il partito di Hitler raccoglie soprattutto le categorie appartenenti agli strati medio-bassi della società ovvero il proletariato dequalificato, estraneo alla cultura e alle ideologie della socialdemocrazia e del movimento operaio, gli artigiani e gli impiegati. Si tratta delle classi protese ad emergere dall’anonimato e l’appello nazista all’eroismo, al mito, al culto della potenza e della purezza della razza ha un effetto a dir poco travolgente su di esse.

LA DOTTRINA DEL NAZISMO E IL CONSOLIDAMENTO DELLO STATO TOTALITARIO

La dottrina hitleriana esalta la superiorità genetica e intellettuale della razza ariana. La politica di Hitler prevede in sostanza:
- assicurare al popolo tedesco i territori che gli spettano, lo spazio vitale, il che implica un espansionismo a oriente verso la Russia
- cancellare il trattato di Versailles per ridare al Reich il ruolo di potenza planetaria
- eliminare una dalle minacce alla purezza della razza ariana: gli ebrei
I motivi razziali nascondono dei motivi economici in quanto l’industria necessitava di prestiti e le banche che potevano fornirli erano in mano agli ebrei. Il 30 giugno 1934 passa alla storia come la NOTTE DEI LUNGHI COLTELLI in quanto Hitler fece assassinare i capi della sinistra allo scopo di assicurarsi l’appoggio dei militari e gruppi imprenditoriali. Con la morte di Hindenburg, Hitler aggiunge alla carica di cancelliere quella di capo di stato e delle forze militari assumendo la denominazione di FUHRER (capo carismatico). Nel 1934 vengono sciolti i partiti politici e si consolidano le basi dello stato totalitario. Agli avversari vengono riservate violenze di ogni tipo fino alle deportazioni nei lager. Le Ss di Himmler e la Gestapo seminano terrore e gli oppositori come Einstein, Mann e Brecht fuggono all’estero.

LA PERCUSSIONE ANTIEBRAICA: LA DIFFUSIONE DEI CAMPI DI STERMINIO

La propaganda antiebraica si tradusse in misure persecutorie. Nel 1935 vengono promulgate le leggi di Norimberga che limitano notevolmente i diritti degli ebrei. Successivamente vengono marchiati con la “stella di David” per poter essere riconosciuti e allontanati dai luoghi pubblici. Dal 1938 la persecuzione assume le dimensioni di un vero genocidio con la diffusione dei campi di sterminio già attivi dal 1933 per ospitare dissidenti politici. Dal 1936 con la gestione dei campi affidati alle Ss, si passa ad una gestione scientifica ed efficentistica: Dachau viene ampliato, sorgono Buchenwald e Auschwitz. Vengono internati 8-10 milioni di individui e circa il 90% viene ucciso in particolare dopo la “soluzione finale” ordinata da Hitler.

IL RUOLO STRATEGICO DEL LAGER NELLO STATO NAZISTA

Il campo di sterminio ha nello stato nazista un ruolo strategico di assoluta importanza:
- strumento di azione politica in quanto la riduzione del nemico prevede il suo annientamento
- riproduzione del terrore quale strumento di potere
- fattore di gratificazione per chi rispetta le leggi, appartiene alla razza ariana e quindi non lo teme
- simbolo della schiavitù degli inferiori
Ogni norma è sostituita dalla volontà di chi sta al potere, dalla forza. All’interno del campo si ha una gerarchia dei prigionieri a struttura piramidale: partendo dal basso si hanno gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, gli asociali, i politici e i preti ed infine, in cima i criminali tedeschi, i c.d. “Kapò” cui venivano affidati compiti di responsabilità. Le Ss erano garanti della disciplina; denutrizione e malattie dilagano. L’ordine nazista regge dunque sull’orrore elevato a ogni categoria politica.

CONTROLLO SOCIALE, DIRIGISMO ECONOMICO, ESPANSIONISMO POLITICO

Lo stato totalitario punta sul completo assoggettamento degli individui e delle società civili all’ordinamento statale.
Si introduce l’educazione sorvegliata: le scuole diventano luogo di formazione di una gioventù devota al regime ed inquadrata in formazioni paramilitari come la “gioventù hitleriana”. A tutto ciò si accompagnava una propaganda martellante; vengono eliminati tutti i sindacati sostituiti dal “fronte del lavoro”. Al controllo sociale si unisce un dirigismo economico attraverso il quale lo stato coordinò la politica industriale al fine del riarmo. Questa scelta, proibita dagli accordi di Versailles è destinata a rompere i fragili equilibri internazionali anche perché destinata a trasformarsi in espansionismo aggressivo. Nel ’33 la Germania esce dalla società delle nazioni e a Vienna, l’anno seguente un gruppo di nazisti, assassinato Dolfuss (cancelliere austriaco) tentano un colpo di mano per annettere l’Austria alla Germania cosa che avverrà comunque tra pochi anni.

CADUTA DELLA PRODUZIONE E DISOCCUPAZIONE: IL RIPIEGAMENTO VERSO IL MERCATO INTERNO

La crisi mondiale si ripercuote anche in Italia nel 1930. Tra il 1929 e il 1932 la contrazione della produzione industriale fu massiccia. Nel 1932-33 la disoccupazione supera il milione di persone e la riduzione notevole degli stipendi ebbe l’effetto di deprimere i consumi e quindi la domanda interna; le esportazioni sono invece colpite dal collasso dei mercati mondiali. Il regime cerca di arginare la crisi riducendo l’economia al solo mercato interno tagliando i legami di dipendenza con gli altri paesi capitalistici d’Europa. I settori più dinamici dell’agricoltura ne fanno le spese ed in particolare la piccola proprietà terriera viene oberata dai debiti e travolta dalla crisi.

GLI EFFETTI DEL REGIME PROTEZIONISTICO SUL SISTEMA INDUSTRIALE

Complessi furono gli effetti del protezionismo. Nei settori legati ai consumi privati si verifica una riorganizzazione mentre la grande industria è sempre più dipendente dai prestiti erogati dalle banche miste. La solita politica statale di assumersi i debiti delle industrie si rivela insostenibile per la dimensione della crisi. Tra il 1931 e il 1933 viene smantellata la banca mista sostituita da istituti bancari orientati al credito ordinario assorbiti nel 1933 dall’IRI (istituto ricostruzione industriale).

DALLO STATO REGOLATORE DELLA VITA ECONOMICA ALLO STATO IMPRENDITORE E BANCHIERE

All’interno del nuovo istituto, l’IRI, si trova concentrato un enorme impero industriale costituito dall’industria siderurgica, bellica, estrattiva, marittima e dalle imprese di locomozione. All’interno della crisi si sviluppano due nuovi organismi: l’industria di stato a “partecipazione statale” e la banca pubblica. Lo stato da regolatore dell’economia diventa imprenditore e banchiere.

LA SCELTA AUTARCHICA COME CORONAMENTO DELLA POLITICA ECONOMICA CORPORATIVA

La strategia economica si indirizza verso un ulteriore protezionismo già avviato nel 1926 e mascherato nel 1935 con il termina autarchia. Secondo la tesi corporativa per superare la crisi era necessario imporre un rigido controllo della concorrenza ovvero a livello interno bisognava regolare il mercato organizzando i produttori dei diversi settori, sorgono a questo scopo le Corporazioni, 14 enti pubblici, col compito di coordinare la produzione. A livello internazionale, invece, è necessario impedire alle merci estere di penetrare il mercato italiano (barriere doganali).

IMPERIALSMO E RILANCIO DELL’ECONOMIA NAZIONALE

Fino al 1934 non ci sono segni di ripresa economica. Solo nel 1935 il regime mette in atto l’unico programma di ripresa economica promovendo la guerra d’Etiopia. Si crea una domanda artificiosa che rimette in moto l’attività produttiva e nel quadriennio 1935-39 si ha una ripresa economica grazie anche alla c.d. “autarchia”.

LE RAGIONI ECONOMICHE E POLITICHE DELLA SCELTA IMPERIALISTA: LA CONQUISTA DELL’ETIOPIA

Tra l’ottobre 1935 e il maggio 1936 l’Italia conquista l’Etiopia prendendo come pretesto per scatenare la guerra degli incidenti sul confine somalo-eritreo. Rodolfo Graziani si distingue per la ferocia con cui conduce le operazioni usando inoltre le ormai bandite armi chimiche. Dietro la scelta italiana oltre alle ragioni economiche di allargare il mercato, vi sono anche delle ragioni politiche: il regime deve riconquistare il consenso popolare venuto meno in seguito alla riduzione forzata dei salari che aveva causato astensioni lavorative e manifestazioni di piazza.

LA POLITICA DI EQUILIBRIO

Con la conquista dell’Etiopia si conclude la campagna di politica estera di Mussolini. Il duce aveva tentato di ergersi come protagonista nel processo di formazione del nuovo ordinamento europeo siglando il PATTO A QUATTRO (7 luglio 1933) in cui l’Italia si pone come mediatore tra Germania, nazista, e Francia e Gran Bretagna per risolvere la questione dei debiti di guerra e revisionare i trattati di pace. L’obiettivo dichiarato è naturalmente seguito da motivazioni più oscure quali ridimensionare il ruolo di grande potenza che la Germania stava assumendo. In quest’ottica l’Italia firma anche i trattati bilaterali con Austria e Ungheria. Nel 1934 alla CONFERENZA DI STRESA, Italia, Francia e Gran Bretagna esprimono il loro disappunto nei confronti del riarmo tedesco che violava apertamente i trattati di pace. La conquista italiana della Libia si mantiene sempre su questa linea di equilibrio sebbene avvenga con i soliti modi cruenti: massacro popolazione civile, campi concentramento e deportazioni. Parallelamente alla politica coloniale l’Italia allarga anche l’influenza nei Balcani con dei trattati con gli stati danubiani.

LA ROTTURA DEGLI EQUILIBRI INTERNAZIONALI E LA COSTRUZIONE DELL’ASSE ROMA-BERLINO

La guerra d’africa ebbe come conseguenza delle sanzioni economiche inflitte dalla società delle nazioni per aver attaccato uno stato membro, l’Etiopia. In realtà queste sanzioni non ebbero lo stesso peso del peggioramento delle relazioni diplomatiche con le grandi potenze europee. All’Italia, ormai isolata non resta che avvicinarsi alla Germania. Nell’ottobre del 1936 viene stabilito l’ASSE ROMA-BERLINO che prevedeva un comune indirizzo di politica estera che poneva fine al sistema di equilibri faticosamente instaurato e nello stesso tempo vedeva la formazione di un blocco di stati fascisti che volevano imporsi su tutto il continente.

LA CHIESA CATTOLICA E LA STABILIZZAZIONE DEL REGIME: I PATTI LATERANENSI

La crisi minacciò di rompere la stabilità faticosamente raggiunta dal regime dopo il 1926. I PATTI LATERANENSI (11 febbraio 1929) hanno il merito di rafforzare il consenso popolare al fascismo ed inoltre lo stesso Papa Pio XI apostrofa Mussolini come l’uomo della provvidenza. Non mancano cattolici che continuano a dissentire dal fascismo e scelgono l’esilio. I patti stabiliscono in sostanza:
- si riconosce la sovranità del Papa sui territori circostanti la basilica di S.Pietro (Città del Vaticano)
- pagamento di un’indennità per i beni espropriati con la presa di Roma
- La religione cattolica viene proclamata religione di stato
- Si sanciscono gli effetti civile del matrimonio religioso
- Si introduce l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche

LA FASCISTIZZAZIONE DELLA SOCIETA’: POLITICHE SOCIALI E PROPAGANDA IDEOLOGICA

La politica sociale è parte integrante del disegno di Mussolini. L’intervento del regime consiste in sostanza nel consolidamento del controllo totalitario della società civile. Si tenta di indottrinare la gioventù per mezzo di organismi di massa quali l’Opera nazionale balilla (fino a 12 anni), la Gioventù italiana del littorio (fino 18 anni) e con i gruppi universitari fascisti in seguito. Vengono istituite delle associazioni femminili allo scopo di sostenere la politica demografica di incremento della popolazione. Per fascistizzare la società anche la scuola viene usata come canale di diffusione: i libri di testo vengono sostituiti dal testo unico di stato e i professori devono giurare fedeltà al regime.
L’indottrinamento martellante avviene anche fuori dalla scuola per mezzo della stampa, della radio e del cinema.
Viene anche istituita la polizia segreta al fine di reprimere ogni manifestazione di dissenso.

LA MODERNIZZAZIONE AUTORITARIA DELLA SOCIETA’

Negli anni della crisi muta profondamente anche la società italiana. La crescita economica, la connotazione economica prettamente industriale accelerano i processi di modernizzazione della società. Nonostante la politica demografica del regime, non si riesce ad impedire l’inurbamento (campagna-città) a cui si associa un continuo calo delle nascite. Oltre al passaggio campagna-città c’è anche lo spostamento da nord a sud che acuisce il problema della questione meridionale.
Si assiste ad un calo della mortalità infantile e vengono debellate le grandi malattie infettive.

TOTALITARISMO E RIFORMISMO DEMOCRATICO, DUE MODELLI PER USCIRE DALLA CRISI

Totalitarismo nazifascista o riformismo roosveltiano. Le due risposte per fronteggiare una crisi economica senza precedenti. Quasi tutto il continente optò per la soluzione nazifascista ovvero si orientò verso il dirigismo economico, la soppressione violenta della democrazia politica e alla subordinazione degli interessi sociali a quelli dello sviluppo industriale.

L’AUSTRIA DALLA DITTATURA DI DOLLFUSS ALL’ANNESSIONE AL REICH TEDESCO

L’Austria già nell’immediato dopoguerra conosce l’orientamento nazionalista e antisocialista. Dei movimenti che fanno chiaro riferimento al fascismo italiano si sviluppano e raggiungono massima espansione nella repressione delle rivolta operaia di Vienna. Ottenuti i consensi dell’opinione pubblica moderata e partendo da progetti politici autoritari e nazionalisti portano la crisi austriaca a sfociare nella dittatura. Dollfuss, leader del Fronte patriottico impone una svolta autoritaria che liquida di fatto il vecchio regime parlamentare. Una soluzione fondata sul ridimensionamento delle libertà democratiche e sulla repressione dell’opposizione socialista sta alla base della nuove costituzione (1 maggio 1934). Dollfuss si oppone alla nazificazione dell’Austria perdendo consensi ed entrano in aperto contrasto con Hitler. I gruppi nazionalisti e reazionari organizzano nel luglio del 1934 un colpo di stato che nonostante il fallimento porta la morte di Dollfuss e la subordinazione di Vienna all’Austria. Nel 1938 un atto di imperio di Hitler (invasione) fa entrare l’Austria nel Reich (Anschluss).

L’UNGHERIA, IL REGIME CONTRORIVOLUZIONARIO DI MIKLOS HORTHY

Tra le due guerre l’Ungheria è governata da un regime autoritario impostosi con la forza presieduto da Miklos Horthy. Negli anni della crisi il regime assume forti connotazioni fasciste in particolare quando prende la direzione Gyula Gombos convinto razzista e antisemita. Entra in contatto con Mussolini e Hitler e con il suo indirizzo politico fece diventare l’Ungheria uno stato vassallo della Germania e questo orientamento durò anche dopo la sua morte quando le Croci frecciate si fecero promotrici di una definitiva fascistizzazione ungherese.

L’ESPANSIONE DEL FASCISMO NEI BALCANI E NELL’EUROPA SLAVA

Negli anni trenta il fascismo dilaga in tutta Europa. Nel 1924 in Albania, nel’29 in Croazia ed in seguito in Grecia (1936) e Romania (1938). Il fascismo diventa guida anche per le esperienze autoritarie polacche, baltiche e finlandesi.

IL REGIME DI SALAZAR IN PORTOGALLO E IL DIFFICILE CAMMINO DELLA DEMOCRAZIA IN SPAGNA

Il fascismo dilaga anche nella profonda arretratezza della penisola iberica dove il latifondo si combina ad un modesto sistema manifatturiero. In Portogallo, Salazar, trasformò in un regime corporativo la dittatura militare che governava il paese. In Spagna invece l’affermazione fascista è più complessa; la crisi del 1929 ha indebolito il governo dittatoriale di Miguel Primo de Rivera aprendo il varco ad una soluzione democratica. La destra comunque andava organizzandosi e di essa facevano parte i monarchici e gli esponenti della Falange, movimento ispirato al fascismo italiano. Appoggiato dai socialisti sale al potere un governo di centro sinistra nel 1936 che sostituisce il blocco di centro destra che si era imposto nel biennio precedente.

LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA E LA VITTORIA DELLE FORZE FRANCHISTE

Nonostante la sconfitta elettorale la destra, appoggiata dell’esercito, rimane molto forte. Proprio l’esercito decide di non adeguarsi al responso delle urne mobilitandosi contro il governo. Il 17 luglio 1936 l’esercito di Francisco Franco da il via ad una guerra civile di 3 anni che porta 600 mila morti. Questi conflitti sono segno premonitore dell’imminente conflitto mondiale. Italiani e tedeschi mandano forze in aiuto a Franco mentre Francia e Gran Bretagna non aiutarono la sinistra spagnola cosa che fece la Russia ma con proporzioni minime rispetto a quanto fatto dalle truppe dell’Asse.
L’opinione pubblica europea capisce che in Spagna si gioca una battaglia decisiva tra fascismo e democrazia. 40 mila volontari vanno in Spagna nelle brigate internazionali per aiutare i repubblicani ma dopo 3 anni di lotte l’esercito di Franco ha la meglio e nel gennaio 1939 in Spagna si instaura una dittatura Fascista fondato sul potere della Falange.
I più importanti fascismi extra-europei sono quelli di Giappone, Argentina, Brasile ed Ecuador.

L’EUROPA DEMOCRATICA

LE DIVISIONI NEL MOVIMENTO ANTIFASCISTA EUROPEO

L’affermazione del fascismo su scala europea alimenta la formazione di gruppi di resistenza animati dalle forze politiche antifasciste. Queste minoranze organizzate in clandestinità e spesso in esilio basano la loro azione su una vasta propaganda contro i regimi autoritari. Il movimento antifascista rimane comunque disgiunto al suo interno mantenendo quelle divisioni che hanno portato il fascismo al potere.

DALLA CONCENTRAZIONE ANTIFASCISTA ALL’UNITA’ D’AZIONE DEI SOCIALISTI E COMUNISTI

I contrasti che favorirono l’ascesa al potere del fascismo aumentano nel 1926 quando si forma la concentrazione antifascista (socialisti e democratici) che esclude i critici comunisti. Questi ultimi tentano di organizzare una presenza clandestina in Italia che risulta inconcludente mentre la Concentrazione, a Parigi, cerca consensi per attuare il seguente programma politico: riconquistare la democrazia e abbattere le monarchie in nome della repubblica. Nel 1934 maturano però le condizioni, con l’avvento del nazismo in Germania, affinché socialisti e comunisti di uniscano nuovamente nel timore che l’Europa cada sotto l’egemonia dei totalitarismi. Le due fazioni siglano il patto d’unità d’azione mentre la Concentrazione, privata dei socialisti, perde ogni connotato politico.

TENDENZA UNITARIA E CONTRASTI NELL’ANTIFASCISMO ITALIANO

Il processo di riavvicinamento tra socialisti e comunisti non serve a cambiare la tendenza al fascismo che viene esemplificata dalla guerra civile spagnola. Le tensioni che si creano nell’antifascismo italiano sono dovute alle modificazioni subite dalle forze che lo compongono in quanto le perdite di Antonio Gramsci e dei fratelli Rosselli sono senza dubbio di notevole rilievo.

LE DIVERGENZE TRA TOGLIATTI E GRAMSCI E KA STRATEGIA POLITICA DI GIUSTIZIA E LIBERTA’

Grasmci e Togliatti, fautori della riunione, sono profondamente divisi riguardo il giudizio sul modello sovietico e sullo stalinismo: il primo dimostra il suo dissenso mentre il secondo è molto legato al gruppo bolscevico in quanto presidente dell’Internazionale comunista. Divergenze vi erano anche sugli obiettivi della lotta: Gramsci voleva puntare sul crollo del fascismo mentre Togliatti voleva la repubblica democratica. I contrasti interni tra comunisti e socialisti ed in particolare la crisi stessa del partito comunista, impediscono il formarsi del tanto auspicato fronte antifascista.

L’ANTIFASCISMO SPONTANEO DELLE GIOVANI GENERAZIONI

Accanto alla riunione delle forze delle sinistre si verifica una ripresa spontanea dell’attività antifascista del tutto spontanea quale frutto di eventi traumatizzanti come la guerra civile spagnola, la stipulazione dell’Asse Roma-Berlino e la legislazione discriminatoria verso gli ebrei.

LO STALINISMO

Nei primi anni venti la Russia si impone come modello storico del socialismo e come stato guida del movimento operaio internazionale. La scelta di creare un solo paese socialista, la Russia appunto, finisce per determinare la progressiva subordinazione dei partiti comunisti europei al gruppo dirigente sovietico. La linea del fronte unito, ovvero quella di partecipare a governi di coalizione con forze democratiche e socialdemocratiche risulta perdente. Esempio classico è quello della Cina dove viene attuata una forte repressione della forze nazionaliste. Il movimento comunista si schiera contro le socialdemocrazie europee che lasciavano intravedere caratteri conservatori. I socialisti vengono usati dal socialfascismo aprendo i presupposti per la crisi della sinistra che alla fine favorisce l’affermazione di Hitler in Germania. Solo nel 1935 quando i regimi nazifascisti sono molto forti viene ristabilita l’unità d’azione. Nel 1928 Stalin pone fine alla Nep e da il via ad un processo di industrializzazione forzata. Una rigida politica di pianificazione economica permette al regime sovietico di imporre al paese un processo di modernizzazione e sviluppo dell’intero apparato industriale. Negli stessi anni gli elementi totalitari del regime si intensificano: il partito impone il mito di Stalin; la mancanza di dialettica democratica esasperava i caratteri della lotta che Stalin conduceva di persona contro nemici interni. Tra il 1934 e il 1938 migliaia di dirigenti comunisti, incolpati di mettere a rischio la sicurezza dello stato, vengono uccisi in seguito ai giudizi emessi in processi farsa.

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