L'Europa

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Categoria:Storia

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EUROPA

La seconda guerra mondiale si concluse per l’Europa con una catastrofe, che investì non solo i paesi sconfitti ma anche quelli vincitori.
La guerra era, infatti, stata combattuta prevalentemente sul continente europeo ed era stata una guerra totale, che aveva provocato la distruzione d’intere città e d’attrezzature produttive dall’una e dall’altra parte: la Francia, potenza vincitrice, uscì devastata dall’occupazione nazista e gravissime ferite ricevette la stessa Gran Bretagna. Per non parlare della Germania, il cui tessuto industriale fu praticamente raso al suolo, e l’Italia dove seppure le distruzioni degli impianti produttivi furono molto limitate, l’economia era stata sconvolta, tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45, dalla divisione in due Stati: il Sud, ormai liberato, ancora sotto il regno di Vittorio Emanuele III, e il resto del Paese in mano ai Tedeschi e ai fascisti, che crearono alla Repubblica Sociale Italiana, detta anche Repubblica di Salò.
Ma, se l’idea di un Europa unita pareva sopravvivere solo in una ristretta cerchia d’intellettuali, furono le più prosaiche esigenze materiali di ricostruzione economica dei singoli Paesi a riproporre –seppure nei termini crudi della reciproca convenienza e utilità- la costituzione di un più stretto rapporto tra gli Stati europei.
Alla fine del conflitto, i singoli Stati intrapresero politiche differenti, proseguendo ognuna un disegno slegato da una prospettiva di disegno europeo e preoccupandosi soprattutto di superare l’emergenza della ricostruzione.
Ma questa situazione d’indipendenza economica e, quindi, di sudditanza politica verso gli Usa non poteva essere accettata dagli stati europei se non come una fase di transizione da cui far partire un proprio e autonomo processo di sviluppo. E fu allora chiaro per tutti che, se non si fosse proceduto ad una progressiva integrazione dei sistemi produttivi dei singoli Paesi, non si sarebbe potuto compiere il salto di qualità diretto a far progredire una struttura economica capitalistica come quella europea.
Una tale esigenza economica finiva, quindi, col convergere verso quelle stesse richieste d’integrazione europea che sul piano ideala e politici erano state espresse, durante la guerra, da significativi gruppi di politici e d’intellettuali, i quali ritenevano che solo una collaborazione duratura e pacifica tra i popoli europei avrebbe potuto assicurare un futuro di prosperità e di pace al continente.
I primi tentativi per coordinare le politiche economiche degli Stati europei si ebbero nel 1948, quando si diede vita all’Oece (Organizzazione europea di cooperazione economica) con sede a Parigi, e nel 1949 con la creazione del Consiglio d’Europa. Si trattava però d’organismi consultivi che non incidevano direttamente sulla vita dei Paesi aderenti.
Il primo concreto passo verso l’integrazione economica europea fu intrapreso nel 1950 grazie all’iniziativa del francese Robert Schuman il quale strutturò una proposta per integrare ed unificare il mercato europeo del carbone e dell’acciaio. Il 18 aprile 1951 nasceva così a Parigi la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), la prima comunità europea dotata di poteri sopranazionali. Suo compito istituzionale era quello di sottoporre ad un comune controllo il controllo dell’industria carbosiderurgica dei Paesi membri. Aderirono alla Ceca la Francia, il Belgio, la Germania Ovest, l’Olanda, il Lussemburgo e l’Italia: era nata la prima cellula dell’Europa unita.
Successivamente, quando la Ceca nel 1953 cominciò a funzionare concretamente, valutando positivamente gli effetti che essa stava generando in tutti i Paesi aderenti, si pensò che fosse venuto il momento di allargare la logica comunitaria anche agli altri settori dell’economia.
Nel 1955 i governi dei sei Paesi aderenti alla Ceca iniziarono a studiare la possibilità di cercare un accordo economico su più vasta scala. Così, il 25 marzo 1957 si giunse alla firma dei trattati di Roma per la costituzione della Cee (Comunità Economica Europea) e della Ceea (Comunità Europea dell’Energia Atomica) meglio conosciuta come Euratom.
Ma il vero salto di qualità nella costruzione dell’unita europea fu la costituzione della Cee, fino a qualche anno fa meglio nota in Italia come Mec (Mercato Comune Europeo).
In questo caso i governi interessati stabilirono un piano a lunga scadenza in cui progressivamente, attraverso tappe programmate, i livelli d’integrazione economica si sarebbero estesi e consolidati.
Dal 1979 la Cee si è dotata in otre di un importantissimo strumento d’integrazione economica: lo Sme (Sistema Monetario Europeo) e l’Ecu, una moneta unica di riferimento.
L’Ecu, sigla di European Currency Unit, unita monetaria europea doveva essere semplicemente un’unità astratta di riferimento, a cui agganciare il valore di scambio di tutte le monete della comunità.
Grazie allo Sme e all’Ecu, si è sostituito un sistema di cambio unico al sistema dei cambi monetari bilaterali tra gli Stati. La Gran Bretagna ha deciso di aderire allo Sme solo nell’ottobre del 1990 poiché i governi conservatori di questo Paese si sono sempre mostrati restii a delegare alla comunità decisioni troppo impegnative per l’economia e la società britannica.
La creazione di un unico sistema monetario è stata molto importante sia per dare stabilità e sicurezza agli scambi commerciali interni alla Comunità, sia per evitare che si sviluppasse il fenomeno della speculazione monetaria.
La situazione cambiò radicalmente nella seconda metà degli anni ’80, quando l’aggressività economica del Giappone e i segni di una pericolosa recessione interna all’Europa posero la necessità di rafforzare la Cee rispetto alle economie forti di Usa e Giappone. Non erano più sufficienti accordi che regolassero solo gli scambi interni alla Cee: per assicurare prosperità e sviluppo ai Paesi europei, era necessario dotare la loro economia di una più solida base politica e di più vaste opportunità operative. Si avviò così la seconda fase di sviluppo della Cee che prese avvio nel 1987 con l’entrata in vigore del cosiddetto Atto Unico, stipulato l’anno prima nel vertice di Lussemburgo.
L’Atto unico è diviso in due parti; nella prima sono contenute alcune norme di revisione del Trattato di Roma, la seconda parte dispone l’obbligo per i Paesi della Cee di sviluppare la collaborazione sul piano della politica estera e della sicurezza, ambiti di tipo strettamente politico, fino al 1986 lasciati alla “buona volontà” dei Paesi membri.
Con l’Atto Unico del 1987, la Cee ha quindi compiuto passi decisivi non solo verso una più effettiva integrazione economica, ma ha posto le basi per un ulteriore sviluppo politico della comunità tanto che assumono una rilevanza nuova e centrale taluni aspetti non immediatamente economici dell’intervento comunitario.
L’Atto Unico, infatti, propone un allargamento di prospettiva verso settori di intervento che, pur precedentemente presenti nella Cee, erano però rimasti sacrificati alla logica economicistica prevalente nella Comunità fino al 1987. In sostanza, per la sua ampiezza di respiro e nella concretezza degli obiettivi e delle scadenze poste, l’Atto Unico ha costituito un vero e proprio documento di “rifondazione” della Cee nel quale, oltre alle conferme degli scopi prefissati nel Trattato di Roma, sono sviluppate anche integrazioni e innovazioni notevoli riguardo agli specifici settori di intervento.
Sul piano dell’unità politica la Comunità ha marciato molto più lentamente che non sul piano dell’integrazione economica perché, mentre i vantaggi offerti dall’integrazione economica sono immediati ed evidenti per tutti, quelli di un’unione politica che vada al di là del mero ìcoordinamento tra i governi e che preveda ambiti decisionali ed esecutivi comunitari, non sono così immediatamente percepibili.

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