L'età giolittiana

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Testo

“L’età giolittiana (cap 53)

1.L’età giolittiana
Al ministero di saracco succedette il ministero di Zanardelli, il quale incaricò come ministro degli interni Giolitti. Con questo ministero vi furono molte innovazioni, quali un netto ammodernamento dello stato e l’applicazione di un governo di stampo liberale, una certa collaborazione col partito Socialista e col movimento operaio e la municipalizzazione dei principali servizi pubblici. Altre riforme importanti furono l’abbassamento a 12 ore di lavoro per le donne, l’aumento a 12 anni per l’età minima per il lavoro infantile e l’allargamento delle assicurazioni obbligatorie per gli infortuni sul lavoro.
Al governo di Zanardelli succedette il ministero di Giolitti, dal 1903 al 1914, dove si passò nettamente da uno stato liberale ad uno stato democratico. Inoltre, per ottenere sempre la maggioranza in governo, egli usò tutti gli strumenti del potere, senza troppi scrupoli, confermando la politica trasformista della sinistra.
Egli apportò numerosissime riforme, quali la statizzazione delle ferrovie, la legge Daneo-Credaro che addossava allo stato la spesa per le scuole elementari, il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita e, più importante fra tutti, il suffragio universale maschile (1912).
Per la politica estera, Giolitti decise di avvicinarsi alla Francia, cercando di colonizzare la Libia in modo da avere entrambi dei punti di forza in Africa. Nel 1911 cominciò l’occupazione della Libia e dopo numerose battaglie, vittoriose e non, Giolitti riuscì a farsi firmare nel 1912 il Trattato di pace di Losanna, con il quale la Libia fu finalmente annessa all’Italia.
2. Il movimento socialista fra riformisti e rivoluzionari
Durante l’era Giolittiana presero vita due nuovi partiti di massa, quello socialista e quello cattolico.
Il partito socialista era diviso al suo interno in due parti: una parte + moderata, detta riformista, guidata da Turati e Treves, che voleva l’ascesa del socialismo in maniera graduale e lenta, attraverso le riforme. Tra riformismo e giolittismo venne così a crearsi uno stretto rapporto. Il principale limite dei riformisti era quello di non prestare abbastanza attenzione alla questione meridionale, infatti, i loro progetti di socializzazione della terra non erano ben visti dai piccoli proprietari terrieri del sud.
L’altro schieramento socialista era chiamato sindacalismo rivoluzionario, corrente che insisteva nella visione autonoma del sindacato e voleva sostituire allo stato borghese il governo autonomo dei produttori. Nel 1904 la frazioni di sinistra ottennero la maggioranza e spinsero per lo sciopero generale del settembre 1904, al quale Giolitti, intelligentemente, non rispose con la forza. Così nelle seguenti elezioni del novembre 1904 nella camera diminuì il numero dei deputati socialisti, grazie anche all’attenuazione dell’astensionismo dei cattolici.
Nel 1906 nacque la CGL, per mano dei riformisti, ma nel 1912 i sindacalisti rivoluzionari lasciarono la CGL creando all’Unione sindacale Italiana. Intanto tra il 1910 e il 1911 erano nate anche le prime confederazioni degli imprenditori.
Il PSI cominciò a perdere capacità d’iniziativa politica a causa delle sue spaccature interne. I rivoluzionari ripresero piede, soprattutto grazie alla forte influenza di Benito Mussolini, direttore de “L’Avanti!”. Al primo posto vi era l’antigiolittismo. La presa d’importanza dei rivoluzionari si nota anche dallo scoppio della settimana rossa, un insieme d’agitazioni come protesta per la morte di tre dimostranti uccisi dalle forze pubbliche ad una manifestazione contro il militarismo.
3. La democrazia cristiana
In questo periodi sorse la democrazia cristiana, un partito di stampo cattolico, come segno che anche i cattolici volevano cominciare ad entrare nel mondo politico. Ciò fu reso possibile anche dallo scioglimento dell’Opera dei Congressi, da parte di Pio X. Il Vaticano, però prese le distanze dal leader della DC Murri, ma preferì autorizzare la presentazione alle elezioni del 1909 di candidature cattoliche.
4.La crisi del governo giolittiano
Il governo di Giolitti era in crisi, per diversi motivi, primo fra tutti la presa di posizione dei rivoluzionari all’interno del PSI. Fu quindi costretto a stringere un patto con i cattolici in vista delle elezioni del 1913. Venne quindi stretto il Patto Gentiloni, tra Giolitti e Gentiloni, il quale garantiva a Giolitti il voto dei cattolici in Parlamento in cambio dell’opposizione del governo al divorzio, alla difesa della scuola privata e all’insegnamento della religione nelle scuole elementari. Questo patto garantì a Giolitti la vittoria alle elezioni, ma fu anche un grosso errore, in quanto i cattolici non avevano intenzione di essere dei subalterni ai giolittiani. Un altro motivo di crisi del governo Giolitti fu l’ascesa del nazionalismo, che aveva i suoi capisaldi nella visione di uno Stato forte, politica estera imperialistica, antisocialismo e antidemocrazia e soprattutto nel mito dell’uomo forte. Per tutte queste cause, la maggioranza giolittiana risultò quasi impossibile da manovrare e così Giolitti, nel 1914, decise di dimettersi.
5.Lo slancio dell’economia
Con Giolitti l’economia italiana si risollevò notevolmente, grazie anche al commercio internazionale. L’importanza maggiore è da attribuire, però allo sviluppo dell’industria, soprattutto nei nuovi settori, quali il siderurgico, il meccanico, l’industria saccarifera, l’elettrochimica, la chimica e l’industria elettrica. I nuovi opifici si concentravano nelle città, così vi fu anche un processo d’urbanizzazione. Notevoli progressi vi furono anche nell’agricoltura.
Per quel che riguarda la finanza pubblica, tra il 1899 e il 1909 il bilancio statale chiuse in attivo, e così Giolitti poté procedere con la riconversione della rendita, grazie anche alla fiducia dei sottoscrittori, che consisteva nell’abbassamento degli interessi pagati ai sottoscrittori del debito pubblico. Inoltre vi fu anche la statizzazione prima del servizio telefonico (1903) e poi nel 1905 delle ferrovie.
6.La questione meridionale
Lo sviluppo economico, però, riguardava soprattutto le regioni settentrionali, in quanto al sud Italia persisteva una netta arretratezza sia dal punto di vista industriale che da quello economico. Non era però da vedere come uno sfruttamento del meridione da parte del settentrione, ma bisogna tener presente che comunque il Mezzogiorno non offriva molte possibilità d’investimento agli imprenditori del nord.
Di conseguenza era forte il problema della disoccupazione, anche perché la maggioranza dei meridionali era occupata nel settore pubblico.

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