L'età della guerra fredda

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L’età della guerra fredda

Gli scenari mondiali alla fine della guerra
La fine dell’immane conflitto apriva per l’Europa e il mondo intero anni foschi caratterizzati da gravissimi problemi economici, politici e sociali. Il luttuoso bilancio della guerra si chiudeva con decine di milioni di vittime, militari e civili, con immense devastazioni, con la rovina o il profondo dissesto dei sistemi economici e degli assetti istituzionali. L’Unione Sovietica risultava il paese più colpito con circa venti milioni di morti, il 12% della popolazione prebellica, con oltre 1500 città e 70000 villaggi rurali rasi al suolo.
Per i vinti ed i vincitori la guerra aveva prosciugato il patrimonio pubblico. Se si escludono gli Stati Uniti, che uscirono dal conflitto con costi umani e materiali bassissimi e forti di crediti di guerra per miliardi di dollari, tutti i paesi europei avevano impegnato nella guerra risorse economiche equivalenti al reddito nazionale di diversi anni; la conseguenza fu uno squilibrio profondo della bilancia dei pagamenti con l’estero, soprattutto con gli Stati Uniti e l’inevitabile crescita del numero delle banconote circolanti. La ristrettezza dell’offerta e l’enorme quantità di cartamoneta messa in giro, come già era accaduto dopo il primo conflitto mondiale, fece esplodere il fenomeno dell’inflazione: nei primi mesi postbellici i prezzi si moltiplicarono di oltre cinquanta volte rispetto al periodo precedente la guerra. Inflazione e scarsità delle risorse alimentari e dei beni primari si scaricarono sulle condizioni esistenziali delle popolazioni, rendendo i redditi pro capite assolutamente precari ed ai limiti della sopravvivenza fisica.
Gli sconvolgimenti e le distruzioni belliche ponevano sul tappeto problemi di grande portata e di assai complessa soluzione: oltre alle questioni relative alla riorganizzazione territoriale ed alla stabilizzazione dei rapporti internazionali, era necessario intraprendere un’immediata opera di ricostruzione e porre le basi di nuovi ordinamenti politici. Le istanze di libertà e di democrazia proclamate dai governi alleati nella lotta contro il nazifascismo e che ispiravano anche i vari movimenti di liberazione, sollecitavano profonde trasformazioni politiche e sociali.
In effetti, la guerra aveva determinato il definitivo affermarsi di alcune sostanziali mutazioni negli equilibri geopolitici, che si erano già delineate nei decenni precedenti. Innanzitutto il definitivo declino dell’Europa come continente guida dell’intero pianeta. La guerra restituiva un’Europa martoriata, per cinque anni terreno di guerra del più spaventoso conflitto militare della storia, indebitata, impoverita, divisa tra una zona occidentale, controllata dagli Stati Uniti, e una zona orientale sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. L’Europa così divisa era lo specchio fedele del nuovo sistema di relazioni internazionali che con la guerra si era affermato: un sistema bipolare fondato sul confronto tra le due grandi potenze vincitrici, gli Stati Uniti d’America e l’unione Sovietica. Queste erano portatrici non solo di interessi strategici divergenti, ma di due sistemi politici e di due modelli economici contrapposti, che costituivano i punti di riferimento, storici e simbolici, dei conflitti sociali e ideali a livello mondiale.
Questi processi costituirono il contesto nel quale si svolse a Parigi, tra il luglio e l’ottobre 1946 la conferenza internazionale nella quale si approntarono i trattati di pace con l’Italia, Romania, Finlandia, Ungheria e Bulgaria, ex alleate della Germania; gli accordi furono firmati nel febbraio 1947.Dalla conferenza soltanto l’URSS ottenne significativi vantaggi territoriali, mentre i confini delle altre potenze vincitrici rimasero sostanzialmente gli stessi. L’Italia fu privata delle isole del Dodecanneso (restituite alla Grecia), di una parte della Venezia Giulia, passata alla Jugoslavia, mentre Trieste fu riconosciuta territorio libero (la ricongiunzione all’Italia avvenne nel 1954); dovette rinunciare alla sovranità sull’Albania ed alle colonie africane, mantenendo in Somalia un mandato di amministrazione fiduciaria della durata di dieci anni. La Germania, dapprima divisa in quattro zone occupate da francesi, inglesi, americani e sovietici, venne definitivamente spezzata in due stati: la Repubblica democratica con capitale Pankow, un sobborgo di Berlino, sotto l’influenza sovietica e la Repubblica federale con capitale Bonn, nell’ambito dell’influenza occidentale. Il Giappone mantenne invece la sua integrità territoriale, ma venne privato di ogni possedimento coloniale e del diritto di ricostituire un proprio esercito; tutta l’area occidentale del Pacifico so veniva trasformando in una sorta di protettorato americano. Dopo la conferenza di Mosca assunse contorni sempre più netti quello scontro, definito “guerra fredda”, che vide fronteggiarsi due blocchi contrapposti: da un lato gli Stati Uniti e le potenze occidentali, dall’altro l’Unione Sovietica ed i paesi ad essa legati. Scarsa efficacia nel bilanciare gli equilibri internazionali dimostrò l’O.N.U., fondata proprio a questo scopo tra l’aprile ed il giugno 1945. L’ONU, infatti, subì ben presto l’influenza degli Stati Uniti, impegnati in quegli anni in un’attività politica intensa ad ostacolare, e quanto meno a contenere, l’espansione del comunismo.
Nel 1947 il presidente americano Henry Truman dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero osteggiato l’avanzata del comunismo, fornendo aiuti militari a governi messi in difficoltà da movimenti rivoluzionari. Nel contempo annunciò un vasto piano di aiuti economici per favorire l’opera di ricostruzione dell’Europa occidentale sottoposta più di ogni altra area del pianeta area alla pressione del comunismo sovietico. Il piano che convenzionalmente prese il nome dal segretario di Stato americano George Marshall, che lo propose e lo coordinò, ma che in realtà si chiamava European recovery program, prevedeva l’erogazione di prestiti a bassissimi tassi di interesse, o addirittura la concessione di aiuti in forma gratuita.
L’iniziativa intendeva consolidare i legami politici tra gli Stati Uniti e le democrazie dell’Europa occidentale ed avviare la ripresa dell’economia di quei paesi. Lo sviluppo economico era ritenuto la miglior difesa alla penetrazione del comunismo che con la forza si era imposto in tutta l’Europa orientale e tentava di estendersi verso il Mediterraneo. Tra il 1945 ed il 1948, in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania, ai governi di unità nazionale che si erano formati subito dopo la guerra, e nei quali i comunisti condividevano le responsabilità con altre forze democratiche, vennero imposti dall’Unione Sovietica governi autoritari guidati dai partiti comunisti locali; gli altri partiti vennero sciolti, i diritti democratici soppressi e si avviò la riorganizzazione del sistema economico sul modello sovietico. In Jugoslavia la vittoria della lotta dei partigiani comunisti guidati da Tito portò alla formazione di uno stato socialista in aperta rottura con lo stalinismo ed intenzionato a seguire un proprio modello di sviluppo ed a sottrarsi all’egemonia sovietica.
Nel settembre 1947 fu fondato il Cominform, centro di informazione e di coordinamento dei partiti comunisti, compresi quelli occidentali, in sostituzione della Terza internazionale soppressa durante la guerra (1943).A sua volta gli Stati Uniti si fecero promotori, nell’aprile 1949, di una nuova alleanza militare, il “patto atlantico”, inizialmente nato da dodici stato, che si diede come strumento d’intervento la NATO (North Atlantic Treaty Organization).
Nella repubblica federale tedesca il governo, saldamente nelle mani del cancelliere Konrad Adenaur, dichiarò sin dal suo inizio un manifesto di indirizzo anticomunista.
Negli Stati Uniti la pressione delle correnti politiche più conservatrici, chiamate “maccartiste” dal nome del senatore Joseph McCarthy, eroe della guerra nel Pacifico ed ispiratore di queste tendenze, portò alla promulgazione di una serie di misure restrittive dell’attività sindacale e politica. Prese corpo così una campagna intimidatoria nei confronti degli esponenti della cultura democratica e marxista. Nel blocco comunista Stalin mosse nel senso di omogeneizzare il più possibile i modelli di sviluppo politico, sociale ed economico dei paesi satelliti con quelli vigenti in Unione Sovietica, reprimendo ogni tendenza autonoma ed ogni sforzo di definire “ vie nazionali” al socialismo. In questo quadro soltanto la Jugoslavia riuscì a dar vita ad un esperimento di società socialista al di fuori del pesante controllo sovietico del Cominform, perseguendo da allora una politica autonoma sul piano intero ed internazionale.
La ricostruzione in Italia
Miseria, disoccupazione, distruzioni furono anche in Italia le tristi conseguenze della guerra: il patrimonio delle industrie, infatti, nonostante fosse stato strenuamente difeso dalle forze partigiane nel corso della lotta di liberazione, risultò gravemente danneggiato. Tuttavia, anche tra disagi e difficoltà di ogni genere, nel rinato fervore della vita politica, sindacale e culturale, si intravedevano speranze e possibilità di rinnovamento democratico e di riforme sociali. Negli anni che vanno dal 1945 al 1948, nei quali si formarono le strutture della repubblica italiana e si avviò la ricostruzione economica del paese, duramente colpito dalla guerra, si assistette ad una progressiva ridefinizione dei rapporti di forza tra i partiti che avevano promosso la Resistenza e che avevano assunto la direzione politica della nazione dopo la caduta del fascismo. All’unità antifascista che si era affermata nei primi governi della ricostruzione e che aveva consentito di stendere la nuova carta costituzionale italiana, si venne progressivamente sostituendo una coalizione di forze moderate, egemonizzate dalla Democrazia cristiana, mentre i partiti di sinistra vennero posti all’opposizione. I nuovi gruppi dominanti, legati agli interessi della borghesia industriale e finanziaria e sostenuti da un ampio spettro di forze sociali intermedie, promossero una politica economica per il rilancio dell’apparato produttivo marcatamente conservatrice, fondata sui bassi salari e poco propensa a modificare le tradizionali distorsioni del modello di sviluppo dell’economia italiana. Questi gruppi stabilirono inoltre una politica estera esclusivamente basata sulla stretta alleanza con gli stati Uniti e la decisa appartenenza al blocco occidentale.
La decolonizzazione e la rivoluzione cinese
Tra gli effetti della crisi economica degli anni trenta vi era stato il progressivo coagularsi di forti spinte indipendentistiche nei paesi coloniali, che portò alla formazione di partiti nazionalisti con venature anticapitalistiche più o meno accentuate. A prescindere dalla poliedrica sfaccettatura delle forme, tali movimenti erano riconducibili ad un unico denominatore comune: la maturazione generalizzata di una coscienza anticolonialie: La guerra acuì le pressioni delle grandi potenze verso le proprie colonie. In numero maggiore di quanto avvenne durante il primo conflitto mondiale, uomini di tutto il mondo furono arruolati e mandati a combattere in Europa per cause a loro persino ignote; le potenze capitalistiche mobilitarono le risorse materiali delle loro colonie per fini propri con l’aggravante rispetto a venticinque anni prima, che la stessa guerra era stata portata e combattuta anche in nazioni del tutto estranee alle ragioni del conflitto: dall’Africa all’Estremo Oriente, alle isole del Pacifico. Alla fine del conflitto, le potenze coloniali erano esauste dal punto di vista militare e produttivo ed i rapporti di forza si spostarono a vantaggio delle colonie. La seconda guerra mondiale contribuì ad accelerare il processo di decolonizzazione. Nel giro di venti anni, tra la fine degli anni quaranta e sessanta, Asia ed Africa videro progressivamente venir meno la dominazione territoriale delle grandi potenze europee che cinquanta anni prima si erano spartite i due continenti. L’emancipazione delle aree coloniali dalla madrepatria, avvenne secondi modalità e tempi differenti. Il continente asiatico fu il primo ad affrancarsi, precedendo l’Africa di circa dieci anni. L’India costituì un esempio originale di progressivo allontanamento dalla colonia inglese: qui la crescita del movimento nazionalista aveva espresso, sin dagli anni trenta, un prestigioso leader indipendesta: Mohandas Gandhi. Diverso fu il cammino della Cina, dove la presenza di un influente Partito comunista riuscì a trasformare la guerra di liberazione contro l’occupazione giapponese in una grande rivoluzione socialista. Diversa ancora fu la conquista dell’indipendnza della Malesia e del Vietnam, ottenuta da entrambi i paesi dopo anni di violenta guerriglia contro i rispettivi dominatori, l’Olanda e la Francia.
Il raggiungimento dell’indipendenza da parte dei paesi africani e dei paesi del Medio Oriente passò attraverso processi differenziati: alcuni Stati riuscirono a rendersi indipendenti con relativa facilità, mentre altri dovettero lottare duramente per liberarsi dal dominio coloniale. Drammatica e cruenta fu la lotta di liberazione in Algeria che raggiunse l’indipendenza nel 1962. In questo paese la presenza di oltre un milione di coloni francesi rese particolarmente rigida la posizione del governo francese e della stessa opinione pubblica. La seconda guerra mondiale accelerò il processo di emancipazione anche in Medio Oriente: nel 1946 la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza della Transgiordania, mentre la Francia ritirava le sue truppe dalla Siria e dal Libano. Rimaneva la Palestina contesa fra arabi ed ebrei. Contorni drammatici riveste la rivalità che dal 1948 oppone questi due popoli: al momento della proclamazione dello stato di Israele e delle guerra che subito ne seguì, i palestinesi furono costretti ad abbandonare il territorio controllato dagli israeliani ed a rifugiarsi nei paesi confinanti, La decolonizzazione in Africa fu resa più difficile anche dal fatto che la politica di dominio dei paesi colonialistici poteva far leva su odi tribali e conflitti etnici assai acuti e sulle difficoltà che incontrava il processo di formazione di una classe dirigente locale.

Un mondo diviso
Con il 1950 la ricostruzione postbellica poteva dirsi conclusa; tra le macerie della guerra vennero definitivamente seppelliti i fondamentali principi di politica economica che si erano imposti nell’Occidente capitalista nei primi cinquant’anni del XX secolo: il protezionismo ed il dirigismo statalista. Nell’immediato dopoguerra ebbe inizio, sotto l’egemonia incontrastata del dollaro statunitense, una lunga stagione liberista, che trovò il solo ostacolo insormontabile nella divisione geopolitica del mondo.
I bui anni cinquanta
Con la questione tedesca prese corpo quel conflitto non armato tra l’Occidente, area economica di mercato, e l'oriente comunista, che si chiamò “guerra fredda”, durante il quale le tensioni si fecero talvolta così acute da far temere un precipitare della situazione internazionale verso un nuovo pericoloso conflitto. Ad Est come ad Ovest la propaganda politica – l’anticomunismo da una parte, dall’altra la condanna di un capitalismo di cui si preconizzava il prossimo declino – assunse un grande rilievo e si propose di demonizzare l’avversario presentato come l’incarnazione storica del “male” assoluto. Parallelamente polizie segrete e servizi di informazione erano in frenetica attività alla ricerca di ipotetici oppositori interni accusati di essere al soldo del nemico. In entrambi i campi paure irrazionali e cecità politiche sfiorarono il fanatismo. All’Ovest, e soprattutto negli stati uniti, potenti interessi industriali premevano affinché le spese militari fossero incrementate, mentre la repressione maccartista portò all’estromissione dall’impiego pubblico di tutti i sospetti simpatizzanti comunisti ed alla repressione delle minoranze, a partire dai neri, potenzialmente sovversive. Per alcuni anni fu persino vietata la rappresentazione dei film di Charlie Chaplin, rei di tendenze filisocialiste. Quasi a emblema di quegli anni è rimasta la condanna a morte di due innocenti, i coniugi Ethel e Julius Rosenberg, accusati di spionaggio a favore dell’est e giustiziati nel 1953. Nella Germania federale il Partito comunista fu posto fuori legge, mentre dall’Inghilterra alla Francia, all’Italia, alla Germania le forze conservatrici presero il sopravvento.
I partiti comunisti ebbero forme di governo autoritarie, povere di dialettica politica e criminalizzando le manifestazioni di dissenso dietro le quali si sospettava l’esistenza di trame destabilizzatrici di matrice capitalistica. Neppure la morte di Stalin, avvenuta nel marzo 1953 arrestò l’interminabile serie di processi contro oppositori interni, veri o presunti che fossero. Dal 1949, con una rapida rincorsa, anche l’URSS si dotò di armi atomiche colmando il divario che la separava dall’antagonista americano e ingaggiando con gli Stati Uniti una febbrile corsa al riarmo. Con la morte di Stalin, tuttavia, iniziarono a dissolversi quel clima cupo, quelle rigidità burocratiche, quella pesantezza ideologica che avevano connotato il lungo potere del segretario generale del PCUS. Dopo una prima fase in cui il potere fu gestito collegialmente, emerse progressivamente la figura di Nikita Kruscev che, restato solo alla guida del paese, impresse una vigorosa spinta alla politica di aperture e di riforme. In quegli anni, egli avviò una certa decentralizzazione delle decisioni economiche, privilegiò lo sviluppo dell’industria produttrice di beni di consumo rispetto a quella pesante, sfidando l’Occidente sul suo terreno e ponendo tra gli obiettivi prioritari dell’URSS il conseguimento di un tenore di vita analogo a quello occidentale. La velocità con la quale procedette la ripresa, i piani di valorizzazione delle immense ricchezze siberiane, le conquiste sul piano scientifico sembrarono deporre a favore delle ambizioni krusceviane. Il coraggio col quale si muovevano Kruscev e gli uomini nuovi dopo Stalin si manifestò al mondo intero nel 1956, in occasione del XX congresso del Pcus. Kruscev lesse un rapporto destinato ad avere molteplici conseguenze: si trattava della fredda, ma impietosita denuncia degli errori e dei crimini commessi da Stalin e dalla sua amministrazione, effetto di un sistema di potere accentrato ed illiberale. La denuncia lasciava intravedere possibili futuri assetti interni ed in effetti il clima culturale in Unione Sovietica si fece progressivamente più democratico e vivace. Kruscev, comunque, non riuscì a sganciarsi dal rigido tracciato della contrapposizione dei blocchi.
Stati Uniti ed Unione sovietica solo in un caso si trovarono faccia a faccia in un conflitto militare: fu in occasione della guerra di Corea, dove i primi sostenevano nel conflitto la Corea del Sud, mentre i sovietici, con la Cina di Mao, intervennero a favore della Corea del Nord. Il conflitto si concluse con l’accettazione dello status Quo, ma contribuì a mettere in evidenza una sostanziale parità di forze tra i due concorrenti che sembrò vanificare le prospettive stesse della “guerra fredda”. Essa si combatteva, comunque, in tutti gli angoli della terra. L’Europa, però rimaneva il principale scenario dello scontro, anche perché qui erano concentrate sia una grande area economica, sia alcune nazioni di rilevante peso politico. La spartizione del mondo assunse quindi caratteri di estrema rigidità, che spiegano la dura repressione cui Mosca reagì alle tendenze riformiste nei paesi dell’Est. Spiegano inoltre i forti condizionamenti che gli Stati Uniti continuarono a dispiegare per tutti gli anni cinquanta nei paesi dell’Europa occidentale per impedire che le forze socialiste, che costituivano una componete ormai consolidata della storia politica dell’Europa occidentale, potessero accedere al potere. Questa politica consolidò l’egemonia delle forze conservatrici che governarono con poche scosse per tutto il decennio.
Verso la coesistenza pacifica
Verso la fine degli anni cinquanta il rigido bipolarismo e la rigida divisione dei mondo in aree di influenza dominate dalle due superpotenze, iniziarono a rivelare un sistema di relazioni internazionali inadeguato ad esprimere sia l’insieme dei rapporti planetari sia il grado crescente di interdipendenze tra le diverse aree del globo. Il mondo diviso della politica cominciava ad entrare in rotta di collisione con l’integrazione crescente del mercato mondiale. A partire dagli anni del secondo dopoguerra, infatti, è diventato pienamente legittimo parlare di economia mondiale nel senso più ampio del termine. I processi di integrazione, già in atto da molti decenni, si erano spinti a tal punto da coinvolgere tutti gli angoli della terra, persino i più defilati, non solo sul piano economico, ma anche su quello monetario e finanziario. L’evoluzione dei cicli economici e il susseguirsi delle congiunture favorevoli e sfavorevoli si riverberavano a macchia d’olio dal centro alle periferie del sistema economico, ottenendo il risultato di rendere omogenee le tendenze economiche in ogni paese. Inoltre i due grandi sistemi di produzioni dominanti – capitalistico e socialista- pur ereditando ciascuno la propria influenza sulle rispettive aree geografiche, avevano iniziato a intersecarsi con impulsi reciproci di crescente intensità. Sul finire degli anni cinquanta però l’economia americana entrò in una fase di preoccupante ristagno, incapace di reggere i ritmi di crescita di altre economie occidentali, come quelle giapponese e tedesca. La recessione colpì particolarmente la classe operaia di colore, le aree povere del Sud e le minoranze che costituivano una fascia cospicua della forza-lavoro
Americana, provocando una drastica diminuzione dei consumi, che ebbe a sua volta effetti negativi sul sistema economico nel suo complesso.
Nell’area economica sovietica cominciò a sfaldarsi la rigida centralizzazione dell’economia di piano, incapace di coniugare la politica di potenza del paese con un livello di consumi soddisfacente. Per gli stati socialisti, infatti, i problemi della ricostruzione furono più gravi che negli altri stati europei: solo Cecoslovacchia e Germania orientale avevano alle spalle tradizioni industriali di un certo peso; gli altri, come Romania, Bulgaria ed Albania, dovevano riscattarsi da un passato quasi semifeudale. L’Unione Sovietica, lo Stato leader, a differenza di quanto era avvenuto nel campo capitalista, era uscita dalla guerra con una struttura demografica squassata dal conflitto con danni al territorio, al sistema dei trasporti, alle colture, alle strutture produttive ed urbane di eccezionale gravità. Anche questa nazione esercitò un effetto di tracciamento, ma con un certo ritardo ed a costo di sacrifici interni gravissimi, pagati con la compressione dei livelli di consumo. A tutto questo si aggiunse la consistente quota del prodotto interno lordo destinata agli armamenti, agli aiuti ai paesi del blocco socialista ed a quelli del Terzo Mondo che lottavano per l’indipendenza nazionale, per legarli a sé politicamente, come gli stati Uniti facevano nell’America latina o nell’Asia orientale. Di qui la cronica insufficienza delle risorse da destinare ai consumi, in cui si combinavano la storica arretratezza dell’economia sovietica, solo in parte colmate dalla recente industrializzazione, e i macroscopici errori di programmazione e di gestione del sistema produttivo socialista. Il nodo cruciale della centralizzazione venne in parte affrontato, dopo la morte di Stani, con il decentramento delle fondamentali decisioni economiche, ai consigli periferici, mentre una nuova generazione di economisti e di tecnici cominciava ad affrontare il problema di aprire spazi al libero mercato all’interno delle economie pianificate. Ad aggravare la crisi dell’economia sovietica contribuì inoltre la rottura delle relazioni politiche con la Cina comunistiche non condivise l’intervento sovietico in Ungheria e che soprattutto stava elaborando un proprio modello di sviluppo economico assai distante da quello seguito da Mosca. La Cina divenne un’area economica a se stante. Anche l’Europa riuscì a darsi un’identità sovranazionale. Tra gli elementi di spicco vi fu la Francia che con De Gaulle, ridiventò una grande potenza.
Ad un modo bipolare si stava quindi sostituendo un modo policentrico e in un pianeta ancora suddiviso in mondi chiusi e impenetrabili, cominciavano a manifestarsi tendenze che spingevano verso una maggiore integrazione e verso una coesistenza pacifica di società e di sistemi politici diversi. Un forte impulso in questa direzione venne dall’azione politica di tre personalità che proprio in quegli anni comparvero sulla scena mondiale: John Kennedy, eletto nel 1960 presidente degli stati uniti, che proprio dalla necessità di un nuovo e diverso rapporto con L’Unione Sovietica fece uno dei capisaldi del proprio programma politico; il nuovo premier sovietico Krusciov che, verso la fine degli anni cinquanta, intrecciò il suo riformismo economico in politica interna con una politica estera aperta al dialogo con gli U.S.A., e Giovanni XXIII, eletto papa nel 1958, che caratterizzò tutti il suo pontificato con lo sforzo incessante di superare le barriere ideologiche e politiche che impedivano il dialogo tra gli uomini.
Agli inizi degli anni sessanta la guerra fredda cessò e si impose una politica di coesistenza pacifica nella quale le due grandi potenze abbandonarono la strategia del conflitto permanente e imboccarono la strada della cooperazione del confronto. Kennedy e Krusciov temevano entrambi che un tragico conflitto nucleare potesse essere la conclusione della guerra fredda e non trovarono altra via che quella del dialogo e della trattativa per affrontare le controversie internazionali. Accelerarono questo processo sia il grado di interdipendenza economica del pianeta, che contribuiva ad integrare in un unico, gigantesco mercato mondiale stati nazionali retti da differenti sistemi politici e zone del globo sottoposte all’influenza dei due blocchi, sia l’emergere di nuove potenze regionali come la Cina, che ruppe il rigido bicentrismo delle relazioni internazionali. Sicuramente anche in questa fase non mancarono momenti di acuta tensione e di aperto conflitto come la crisi di Cuba o la lunga guerra del Vietnam.
Kennedy venne assassinato nel 1963 da un oscuro complotto, al quale non estranea la mafia americana. Un anno dopo anche Krusciov, l’altro grande artefice della svolta delle relazioni internazionali maturata a cavallo tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, uscì di scena. Venne eliminato da un complotto organizzato da Leonid Breznev ed altri. Si trattò di un colpo di mano della burocrazia di partito preoccupata dagli effetti dirompenti che la destalinizzazione, portata alle sue estreme conseguenze, avrebbe prodotto nel corso della società sovietica. AL destalinizzazione imposta da Krusciov avrebbe progressivamente significato una riduzione del controllo complessivo del partito sullo Stato e la società, che ne avrebbe ridimensionato il peso politico ed i privilegi. La burocrazia reagì forte anche in alcuni insuccessi della politica economica di Krusciov, e impose il ricambio al vertice di partito.

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