Inghilterra e Olanda nel XVII secolo

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Testo

INGHILTERRA E OLANDA NEL XVII SECOLO
L’Inghilterra sotto Giacomo I
Sotto il regno di Elisabetta I, l’Inghilterra aveva conosciuto un intenso sviluppo economico, di cui erano stati protagonisti gli yeomen; le questioni religiose, non risolte del tutto, avevano trovato una sistemazione con l’instaurazione dell’anglicanesimo di stato.
Alla morte di Elisabetta, nel 1603, salì sul trono Giacomo I Stuart, re di Scozia; le tre regioni si trovavano unite sotto un solo sovrano: l’Inghilterra anglicana, con una società articolata ed un’economia mercantile sviluppata, la Scozia calvinista, di rito presbiteriano, e l’Irlanda cattolica, con economie agricolo – pastorali e strutture sociali di tipo feudale.
Gli equilibri che erano stati raggiunti in Inghilterra nell’età di Elisabetta I non ressero sotto i suoi successori, a causa di due principali fattori:
• crescevano le richieste per una società meno impacciata da regolamenti, meno soggetta agli arbitri del potere centrale, in cui il successo dei singoli non si trovasse a dipendere dai favori della corte o dal godimento di privilegi, e ciascuno avesse il diritto di vivere la propria esperienza religiosa;
• Giacomo I era assertore del principio teocratico, secondo cui i re ricevono il loro potere da Dio e solo a lui si debba rendere conto; le pretese politiche del Parlamento gli apparivano come un’offesa al prestigio reale e come una ribellione all’ordine stabilito da Dio.
Il contrasto tra monarchia e paese interessò due questioni cruciali, quella politica e quella religiosa.
In Inghilterra, il re non poteva governare senza il Parlamento, non disponeva di un esercito stabile né di un’efficace burocrazia centralizzata, giacché gran parte delle funzioni amministrative erano svolte nelle province da magistrati locali indipendenti (i giudici di pace), che provenivano dagli stessi ceti che formavano il Parlamento e ne custodivano le prerogative. Al Parlamento spettava approvare le misure fiscali proposte dal re; per non sottostare al suo controllo, Giacomo I ricorse ad espedienti finanziari:
o l’alienazione dei beni della Corona;
o la restaurazione della Corte delle Tutele;
o la vendita dei titoli nobiliari;
o la concessione a pagamento di privilegi e monopoli commerciali.
Il disimpegno del sovrano di fronte alle disavventure di Federico V offese la coscienza protestante degli Inglesi e suscitò il risentimento dei gruppi puritani.
Fallita la controffensiva cattolica dopo la scomparsa di Elisabetta, che culminò nella congiura dei poveri, nel 1605, si delineò una contrapposizione tra la monarchia ed i gruppi protestanti, designati come puritani. Al loro interno esistevano differenze:
• i presbiteriani proponevano un’organizzazione della Chiesa fondata su congressi di sacerdoti elettivi, dotati di potere di vigilanza sulla vita religiosa dei fedeli;
• i congregazionalisti sostenevano che ogni comunità aveva il diritto di condurre liberamente la propria esistenza religiosa.
Giacomo I era tacciato di papismo per le scelte filospagnole della sua politica estera e per le caratteristiche della sua politica religiosa; mentre i puritani erano calvinisti, Giacomo I si stava movendo nella direzione opposta:
• nella Chiesa anglicana si restauravano i segni du una distanza tra clero e laicato;
• si reintroducevano cerimonie che apparivano papiste;
• s’incoraggiava la teologia degli Arminiani, che comportava una rivalutazione delle opere ai fini della salvezza;
• si mirava a restaurare la potenza economica e il ruolo politico dei vescovi, che sostenevano la teoria del diritto divino della monarchia e appoggiavano le pretese assolutistiche del sovrano.
Migliaia di Inglesi, per sfuggire all’oppressione e alla repressione, s’imbarcarono per cercare la propria libertà oltre Oceano, come nel caso dei puritani imbarcati sulla Mayflower, che, nel 1620, raggiunsero l’America, fondandovi la colonia del Massachussetts.
Il malcontento verso la politica di Giacomo I aveva molteplici motivazioni, cui si aggiunse la perdita di prestigio della monarchia: la corte appariva come un luogo di favoritismi e di corruzione morale e il re come una persona inetta e depravata.
In più occasioni si andò vicini allo scontro tra il re e il Parlamento: nel 1625, quando Giacomo I dovette riconvocarlo, costretto dalle difficoltà finanziarie, si trovò di fronte a rivendicazioni inaccettabili e lo sciolse; poco dopo, Giacomo I morì.
Il tentativo assolutistico di Carlo I
Il nuovo sovrano, Carlo I, si trovò alle prese con gli stessi problemi, che si aggravarono per il fatto che egli s’impegnò in una politica estera ambiziosa, contro la Spagna e in appoggio agli ugonotti francesi. Quando covoncò il Parlamento, che avanzò le sue rivendicazioni, lo sciolse per poi riconvocarlo e scioglierlo di nuovo; nella sessione del 1628, fu votata, dal Parlamento, la Petition of rights, un documento in cui si chiedeva al sovrano di impegnarsi a non:
• imporre tasse senza l’approvazione del Parlamento;
• imprigionare un cittadino senza regolare processo;
• sottoporre i cittadini a procedimenti giudiziari presso tribunali speciali;
• costringere i cittadini ad alloggiare soldati e marinai nelle proprie case.
Carlo I sottoscrisse la Petition, poiché la costruzione dell’assolutismo richiedeva:
• il controllo sulla Chiesa da parte della monarchia;
• la disponibilità di risorse finanziarie sicure;
• l’obbedienza dei magistrati;
• il tramite di funzionari tra il potere centrale e la periferia;
• la stabilità dell’esercito.
L’organizzazione di un esercito permanente, attrezzato e posto alle dirette dipendenze del sovrano, rese esecutivo l’accentramento del potere e promosse uno sforzo d’organizzazione amministrativa e finanziaria. Lo svuotamento del ruolo militare dell’aristocrazia fu determinato dalle trasformazioni in corso nelle tecniche militari:
• crescita d’importanza della fanteria e dell’artiglieria;
• maggiori dimensioni degli eserciti e delle flotte;
• maggiore necessità di personale tecnico.
L’arcivescovo di Canterbury, William Laud, era un arminiano, poiché apparteneva alla corrente protestante che proponeva una formulazione attenuata della dottrina calvinista della predestinazione; secondo Laud, se i membri della comunità avessero avuto la licenza di frequentare qualsiasi congregazione religiosa e di ascoltare predicatori di loro scelta, il risultato non poteva essere che l’anarchia. Laud combatté l’opposizione puritana, ma non riuscì a farla tacere.
Sul piano finanziario, allo scopo di assicurare alla Corona entrate consistenti, furono tentate le vie consuete:
• lo sfruttamento delle proprietà reali;
• la vendita dei titoli nobiliari;
• la moltiplicazione e la vendita dei privilegi commerciali;
• le multe a sanatoria di abusi compiuti a danno delle terre e delle foreste della Corona.
Fu necessario ricorrere ad imposizioni fiscali extra parlamentari:
• i dazi doganali furono estesi fino al punto di danneggiare i commercianti inglesi;
• fu imposto un contributo straordinario, finalizzato alla riorganizzazione della flotta: la ship money violava la tradizione perché, in precedenza, aveva riguardato solo le città costiere, per questo fu osteggiata e diede luogo a casi di disobbedienza, con processi e condanne.
Il potenziamento delle corti giudiziarie speciali non esautorò i tradizionali tribunali di contea, affidate ai gentiluomini che avversavano la politica assolutistica di Carlo I. i provvedimenti intesi a sottoporre i giudici di pace a controlli centralizzati ottennero pochi risultati, a causa delle tradizioni inglesi di autonomia amministrativa, giustificate con il richiamo alla common law.
Queste difficoltà rendevano indispensabile intensificare l’azione della Chiesa di Stato; il tentativo di uniformare le Chiese d’Inghilterra e di Scozia ad un’unica disciplina originò la crisi decisiva. Nel 1637, Laud volle imporre agli Scozzesi un nuovo Prayer Book che, oltre a scontentare i calvinisti, suscitò una protesta per il modo in cui venne imposto, senza l’approvazione né del Parlamento scozzese né di un’assemblea della Chiesa scozzese. Gli Scozzesi reagirono e, nel 1638, strinsero un patto, giurando di opporsi alle innovazioni.
Influenzato dal suo consigliere, il conte di Strafford, Carlo I allestì un esercito contro i sudditi scozzesi ribelli; per finanziarlo, Carlo I riconvocò il Parlamento, che si dimostrò interessato a dar voce alle lagnanze antimonarchiche più che a far la guerra agli Scozzesi. Carlo I sciolse l’assemblea: fu il Corto Parlamento. Nelle città si ebbero agitazioni popolari a favore del Parlamento e contro il re; i soldati scozzesi invasero l’Inghilterra e Carlo I fu costretto a convocare il Lungo Parlamento.
La guerra civile
Il Parlamento formulò le sue richieste:
o abolizione della ship money;
o abrogazione del diritto del re di fissare arbitrariamente i dazi doganali;
o soppressione delle corti giudiziarie speciali;
o abbandono della politica religiosa di Laud;
o convocazione triennale del Parlamento;
o esclusione dei vescovi dalla Camera dei Lords;
o allontanamento del conte di Strafford, sostenitore della linea assolutistica.
Si avviò una rivalità tra gli Scozzesi, i soli a disporre di un esercito, il Parlamento ed il sovrano; un segnale di questa divisione fu il fatto che, nel 1641, la Grande Rimostranza, un documento che accusava la politica regia, fu approvata dal Parlamento solo a stretta maggioranza.
Nel 1642 si ebbero i primi scontri armati e gli Inglesi dovettero schierarsi da una parte o dall’altra. I sostenitori del re prevalsero nelle regioni economicamente più arretrate del Nord e dell’Ovest e furono:
o la maggior parte dei Lords;
o i detentori dei monopoli commerciali;
o una parte della gentry;
o una parte della popolazione contadina e dei lavoratori urbani.
I sostenitori del Parlamento furono in maggioranza a Londra e nella parte sud – orientale del paese, dove esisteva un’economia mercantile più sviluppata e furono:
o alcuni Lords;
o una parte della gentry;
o gli yeomen;
o i ceti legati ai commerci e alle manifatture;
o gli artigiani e i piccoli lavoratori indipendenti.
Il Parlamento disponeva di maggiori risorse finanziarie e i suoi eserciti erano più numerosi e meglio equipaggiati; le truppe regie combattevano meglio.
Il prolungarsi della guerra, i carichi fiscali imposti per finanziarla, gli arbitri e le violenze a cui i due partiti si abbandonavano, la disciplina di tipo presbiteriano che il Parlamento imponeva nelle regioni sotto il suo controllo, stavano facendo nascere in Inghilterra dei movimenti contrari alla guerra.
Molti di coloro che avevano preso le armi contro il re sostenevano la necessità che la guerra venisse combattuta con energia, che i comandi militari fossero affidati a persone decise e capaci, e che venissero coinvolti nella guerra più ampi strati popolari. Questi gruppi, detti Indipendenti, aspiravano a realizzare una società in cui i privilegi di nascita contassero meno e le capacità personali diventassero i valori su cui attribuire responsabilità e poteri.
Gli Indipendenti trovarono il loro leader in Oliver Cromwell, che fu tra i promotori di un provvedimento del Parlamento che stabiliva l’incompatibilità tra incarichi parlamentari e responsabilità di comando militare. Emerse una nuova leva di ufficiali inferiori che si erano formati durante la guerra, e capo di cui fu posto sir Thomas Fairfax. A Naseby, nel 1645, il New Model Army ottenne una vittoria risolutiva sulle forze di Carlo I: la guerra era finita con la vittoria dell’esercito del Parlamento.
Tra i gentiluomini del Parlamento e i cittadini del New Model c’era disaccordo:
o divisione in merito all’importanza dell’unità del paese in una sola chiesa nazionale;
o divisione fra quanti avevano e quanti non avevano per obiettivo che l’Inghilterra restasse sotto il controllo della gentry.
Nell’esercito prevaleva la seconda, quella degli Indipendenti; all’interno di questi si delineavano gruppi radicali, i Livellatori, che sostenevano:
o l’eliminazione di ogni gerarchia religiosa;
o l’instaurazione di un regime di tolleranza;
o la creazione di un sistema politico – democratico;
o l’abolizione della Camera dei Lords;
o l’introduzione della Repubblica.
L’incertezza delle prospettive politiche impediva che avessero termine i disordini e le violenze, cosicché cresceva il malcontento popolare e le forze regie si riattizzarono; il re riparò in Scozia, dove si mise a capo di un esercito, allestitogli dall’aristocrazia presbiteriana scozzese. Ebbe inizio, nel 1648, la seconda fase della guerra civile; la vittoria arrise all’esercito di Cromwell, spianando la strada alla soluzione dei problemi politici irrisolti.
I soldati marciarono su Londra e cacciarono dal Parlamento 140 esponenti moderati; il Parlamento superstite, detto Rump Parliament, condannò a morte Carlo I per aver invaso l’Inghilterra a capo di un esercito straniero, e votò:
o l’abolizione della Camera dei Lords;
o la proclamazione della Repubblica;
o l’attribuzione del potere esecutivo ad un Consiglio di Stato diretto da Oliver Cromwell.
L’Inghilterra di Cromwell
Nel governo centrale e nelle amministrazioni cittadine e provinciali, le oligarchie lasciarono il posto ad esponenti della gentry, degli yeomen e del mondo del commercio e della produzione; queste élites dirigenti non condividevano le aspirazioni dei Livellatori e non pensavano ad annullare le gerarchie sociali. l’appoggio che le sette religiose dissidenti avevano dato alla rivoluzione si attenuò dopo che il Rump concesse la libertà religiosa.
Sul piano politico e sociale, nacque, mentre maturava la sconfitta dei Livellatori, un movimento più radicale, quello dei Diggers, o Veri Livellatori: essi proponevano un sogno comunistico, creando delle comunità modello da cui fosse bandita la proprietà privata.
Il potere fu esercitato dal Rump Parliament e da Cromwell, il solo capace di garantire la pace interna, giacché la sorte della repubblica non era consolidata, perché nel Galles, in Scozia e in Irlanda i sostenitori della monarchia erano agguerriti. L’esercito, chiamato ad imbarcarsi per l’Irlanda, si ammutinò su istigazione dei Livellatori, che giudicavano la spedizione come un espediente per allontanare dall’Inghilterra i reggimenti politicamente più scomodi; l’ammutinamento fu domato nel 1652, e la ribellione irlandese fu stroncata. I Gallesi e gli Scozzesi furono sconfitti, e il pretendente al trono, Carlo II, che combatteva con loro, riparò in Francia. Queste vittorie di Cromwell sancirono l’unificazione tra Inghilterra e Scozia.
La Repubblica adottò una politica estera consona agli interessi dei ceti mercantili, potenziando la flotta ed emanando, nel 1651, l’Atto di Navigazione, con cui si stabiliva che il commercio tra l’Inghilterra e le colonie doveva effettuarsi su navi inglesi. Questo provvedimento era rivolto contro gli Olandesi, che controllavano buona parte dei traffici marittimi sugli oceani; ne seguì una guerra con l’Olanda, che si concluse, nel 1654, con la vittoria inglese.
L’Inghilterra combatté a fianco della Francia contro la Spagna, per rafforzare le sue posizioni commerciali nel continente americano. In seguito agli accordi con la Danimarca, il commercio inglese ottenne privilegi nell’area del Baltico.
La dinamica politica mercantilistica trovava sostegno negli ambienti commerciali, ma aveva costi finanziari e suscitava malcontento nella popolazione; per ridurre le spese bisognava congedare l’esercito, che non poteva essere smobilitato prima che si fosse data una stabile sistemazione costituzionale.
Nel 1653, Cromwell sciolse il Rump Parliament ed affidò il potere legislativo ad un’assemblea di 140 persone, designate da lui, dall’esercito e dalle Chiese; essa si rivelò inconcludente e si sciolse. Cromwell emanò una costituzione, l’Instrument of Government, che attribuiva il potere esecutivo a Cromwell, nominato Lord Protettore, ed il potere legislativo ad un Parlamento, eletto su base censitaria.
Intanto, i sostenitori del re cospiravano per restaurare la monarchia, trovando seguito presso larghi strati popolari, facendo leva sull’insofferenza verso il moralismo puritano che improntava l’azione dei governi.
Il prestigio personale di Cromwell valse a conservargli il potere fino alla morte, nel 1658, dopo di cui si aprì un periodo di confusione costituzionale, finché il generale George Monk marciò su Londra con le truppe scozzesi e riconvocò il Parlamento. S’indissero nuove elezioni parlamentari e il nuovo Parlamento fu, per la maggior parte, monarchico; fu ripristinata la Camera dei Lords e le due Camere invitarono Carlo Stuart a tornare in Inghilterra. Egli, nel 1660, fu incoronato con il nome di Carlo II.
Dalla restaurazione monarchica alla seconda rivoluzione
La restaurazione della monarchia sembrò assicurare la fine dei disordini che avevano caratterizzato gli anni precedenti, ma le esperienze della rivoluzione, le idee che erano maturate e lo spirito di discussione che si era diffuso non potevano essere cancellati. La rivoluzione aveva inferto un colpo mortale alla concezione di un potere monarchico per diritto divino, perciò, sotto il regno di Carlo II, prevalse una politica di moderazione.
Premevano il bisogno di tornare ad una convivenza civile, ed i progressi registrati dall’economia inglese, per alimentare i quali la stabilità politica apparve come un bene essenziale, che poteva essere assicurato dalla restaurazione di un potere monarchico, temperato dal Parlamento.
Sul piano sociale, la restaurazione, fondata sull’alleanza tra monarchia, aristocrazia e gentry, ebbe connotati conservatori.
A livello religioso, si assisté alla restaurazione dell’anglicanesimo di Stato e dell’episcopalismo; la Dichiarazione di Breda, che assicurava tolleranza religiosa, fu svuotata di significato: i dissidenti religiosi subirono discriminazioni e persecuzioni, nonostante Carlo II fosse incline alla tolleranza.
Rispetto al problema della successione, si fronteggiarono due schieramenti contrapposti, i tories e i whigs:
o i tories erano formati da proprietari terrieri, con maggior peso della componente aristocratica; erano assertori dei principi gerarchici, della Chiesa anglicana e delle prerogative del sovrano;
o i whigs erano formati da proprietari terrieri ma con espressione dei ceti manifatturieri e mercantili; essi si proponevano di tutelare i diritti delle minoranze religiose protestanti ed erano favorevoli ad un’azione del Parlamento che sottoponesse il re a più stretti controlli ed evitasse il pericolo della successione del fratello di Carlo II, Giacomo.
Alla fine prevalse la posizione dei tories e, nel 1685, Giacomo II successe al fratello.
Giacomo II emanò dei provvedimenti che limitavano le discriminazioni anticattoliche e favorì l’ascesa ad alte cariche pubbliche dei suoi correligionari, scavalcando il Parlamento; inoltre, nel 1688, il sovrano ebbe un figlio maschio: la prospettiva di una restaurazione cattolico – assolutistica si fece minacciosa, così i tories si unirono ai whigs nel richiedere l’intervento di Guglielmo III d’Orange, lo statolder olandese, che sbarcò in Inghilterra nel 1688. il Parlamento votò l’attribuzione della corona inglese a Guglielmo ed a sua moglie Maria Stuart.
Si concluse la gloriosa rivoluzione: il Parlamento si attribuì il diritto di decidere chi doveva essere re d’Inghilterra, trasformando l’istituto monarchico in monarchia costituzionale; Guglielmo sottoscrisse la Dichiarazione dei Diritti che definiva i limiti del potere monarchico e che stabiliva che:
o il re non poteva sospendere le leggi votate dal Parlamento;
o il re non poteva esigere tasse che il Parlamento non avesse autorizzato;
o il re non poteva tenere un esercito in tempo di pace;
o il Parlamento si sarebbe riunito a scadenza triennale;
o i membri del Parlamento avrebbero goduto dell’immunità parlamentare e di libertà d’espressione.
Queste trasformazioni:
o assicurarono all’Inghilterra una stabilità politica duratura;
o offrirono canali attraverso cui gli interessi della società inglese potevano esprimersi e trovare una linea d’intesa;
o dettero ai governi la possibilità di attingere alle risorse del Paese che il Parlamento metteva a disposizione.
L’esperienza politica inglese, che ebbe in John Locke il suo teorico più convincente, assunse un valore esemplare per l’Europa.
L’Olanda nel Seicento
Nel Seicento, l’Olanda e le altre province toccarono i vertici del successo politico, economico e culturale. Il territorio riconosciuto alla repubblica nella pace di Westfalia era privo di confini geografici esattamente definiti, era composto da sette province autonome e la maggioranza della popolazione era fiamminga; come nazione, l’Olanda nacque dalla guerra: non esistevano fattori etnici che unissero le popolazioni dei Paesi Bassi settentrionali.
La militanza calvinista non costituiva un elemento di sicura identità nazionale: il calvinismo era la fede ufficiale della repubblica, ma non divenne mai religione di Stato e non era la confessione di tutti gli Olandesi, essendo consentita la presenza di sette religiose diverse.
Le Province Unite non realizzarono un’unità nazionale centralizzata, perché esse erano nate come nazione per evitare di perdere le loro libertà civiche sotto l’assolutismo della monarchia spagnola.
Negli Stati Provinciali, che godevano di ampie autonomie, sedevano i rappresentanti della nobiltà e delle città, riuniti in delegazioni, ciascuna con un voto a disposizione. Ogni città affidava al proprio Pensionario il compito di guidare la delegazione e di tutelare i suoi interessi e le sue giurisdizioni; per prendere le decisioni era richiesta l’unanimità, affinché nessuna delegazione dovesse sottostare ai voleri delle altre. I Parlamenti Provinciali svolgevano funzioni legislative, sotto la direzione del Pensionario degli Stati Generali della provincia. Il Parlamento dell’Unione rappresentava il potere federale e legislativo in materia di ordine interno, difesa, finanza e politica estera. Il potere esecutivo federale era esercitato dal Consiglio di Stato, formato da 12 membri, tra cui emergeva la figura dello Statolder Generale, comandante delle forze militari.
Alla fine della Guerra dei Trent’Anni, quando lo statolder Guglielmo II si rifiutò di sciogliere l’esercito, contro il parere del Parlamento, e tentò di assumere pieni poteri, si ebbe la reazione del partito antiorangista; la guida del governo fu affidata al Gran Pensionario Johan de Witt, che condusse una politica pacifista e liberale, di cui si avvantaggiarono i gruppi mercantili e gli esponenti delle magistrature rappresentative. Nel 1672, quando la repubblica si trovò impreparata a fronteggiare l’aggressione della Francia di Luigi XIV, lo statolderato riacquisì prestigio e divenne ereditario; Guglielmo III fu posto a capo dello Stato.
La repubblica delle Province Unite fu ricca e potente, nonostante:
o la frammentazione in piccole realtà locali autonome;
o l’assenza di un forte centro di direzione politica;
o le modeste risorse demografiche;
o l’impegno nella guerra con la Spagna;
o l’esposizione alla competizione e alle aggressioni di inglesi e francesi.
Due furono le chiavi del miracolo economico olandese: l’agricoltura e il commercio.
Nei polder dalle terre strappate alle paludi e al mare, la popolazione, composta da fittavoli e piccoli proprietari, praticava un’agricoltura intensiva, specializzata, rivolta al mercato e con alti tassi di produttività. Insieme ai cereali, forniti dalle regioni baltiche, essa assicurava rifornimenti stabili alla popolazione olandese, che non conobbe le carestie, familiari al resto dell’Europa.
La fortuna olandese fu costruita sul commercio: le flotte olandesi battevano tutte le rotte del mondo e spadroneggiavano nei traffici verso le Indie Orientali; gli Olandesi si fecero sostenitori del diritto di chiunque a intraprendere liberamente qualsiasi rotta commerciale, e per questo dovettero combattere con gli Inglesi e furono in contrasto con gli altri Paesi, che li accusavano di contravvenire a quel principio.
In assenza di un potere centralizzato, le oligarchie mercantili, che occupavano le magistrature cittadine e gli Stati Generali, miravano a tutelare i loro interessi, contro ogni ostacolo alle libertà di commercio.
Non mancavano i poveri, ma il loro numero era contenuto, perché il grosso della popolazione apparteneva al ceto medio ed aveva un tenore di vita decoroso; l’Olanda fu terra d’asilo per i perseguitati.
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