Industria in Italia: dall'Unità alla II rivoluzione industriale

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Testo

IMPRESA E INDUSTRIA IN ITALIA DALL’UNITA' ALLA II RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
L’ITALIA INTORNO AL 1860: UN PAESE DIVISO
In seguito all’unificazione avvenuta nel 1861 si venne a creare un’Italia unita unicamente sulla carta; ciò avvenne in quanto l’unificazione non fu il risultato di un graduale processo di integrazione economica tra le varie aree che andavano a comporre il nuovo Regno. L’Italia non era quindi un mercato economico unitario: le varie aree regionali che facevano parte del nuovo Stato avevano forti specializzazioni produttive, ma molto differenti tra di loro e non complementari.
Nella seconda metà dell’800 vigeva un forte dualismo tra le regioni settentrionali e quelle meridionali. Al Nord già negli anni della Restaurazione investimenti e migliorie avevano dato origine a un’agricoltura florida di tipo intensivo, a partire dal secondo decennio dell’800 si era diffusa rapidamente la coltivazione del gelso a cui era connesso l’allevamento del baco da seta. E la seta univa mondi molto differenti: quelli delle campagne, del commercio, delle prime esperienze manifatturiere. Al Sud, il predominio del settore primario si concretizzava invece nella diffusione di colture cerealicole destinate quasi esclusivamente al consumo interno, realizzate in un panorama dominato dal latifondo e dalla mezzadria. Ai grani si affiancavano altre colture, soprattutto arboree, a più alto grado di specializzazione: dall’olivo agli agrumi, dalla vigna a mandorli e noccioli, i cui frutti prendevano la via dell’esportazione. Le differenze sopra citate vennero maggiormente evidenziate dalle diverse relazioni esistenti con il sistema economico mondiale. Al Nord il mercato della seta mobilitava risorse finanziarie e generava contatti internazionali. Tutto ciò portava ad un accumulo di risorse finanziarie che furono presto uno degli elementi di sviluppo industriale. Differentemente i beni prodotti e le materie prime quali lo zolfo, presenti nel Sud d’Italia venivano esportate allo stato grezzo e questo riduceva fortemente gli aspetti e gli elementi positivi dell’esportazione.
Un ulteriore punto di contatto tra la realtà economica dell’Italia appena unificata e il resto dell’Europa è rappresentato dalla diffusa presenza di imprenditorialità straniera. Al Nord, l’afflusso di svizzeri e tedeschi in particolare, aveva riguardato soprattutto il cotonificio. Analogamente accadeva nella metallurgia, dove il know-how proveniente dall’estero sosteneva con la proprie competenze iniziative autoctone. Se però nell’area settentrionale al dinamismo degli stranieri faceva da contraltare un vivace substrato di imprenditoria locale, altrettanto non può dirsi del Meridione, dove invece di scarso spessore è l’iniziativa locale la quale, quando è presente, fruisce di sostanziosi appoggi da parte governativa. Incentivi, privative, esenzioni, sostegno statale e protezione doganale avevano consentito, a partire dal secondo decennio del secolo, lo sviluppo di un nucleo relativamente dinamico di industria cotoniera attraendo imprenditori d’origine svizzera. E sempre straniere erano le iniziative intraprese nella siderurgia e nella meccanica, concentrate a Napoli, sede di cantieri e arsenali pubblici. Nella cantieristica era ancora una volta lo Stato a sopperire alle carenze dell’iniziativa privata. L’unica, parziale eccezione all’intervento pubblico era offerta dall’industria leggera, concentrata principalmente nell’area urbana napoletana, dove la lavorazione a domicilio del corallo e dei guanti di pelle occupava diverse migliaia di persone.
Gli imprenditori del Nord, che fin dall’inizio si affiancavano agli stranieri soprattutto nel settore cotoniero, manifestavano invece una notevole capacità di iniziativa, giungendo spesso a rivaleggiare in modernità con le analoghe esperienze d’oltralpe. Un esempio in tale settore è rappresentato dall’opera dei lombardi Cantoni. Costanzo e successivamente il figlio Eugenio, intravedendo le crescenti potenzialità del settore cotoniero avviarono una fortunata impresa. Vennero aperti numerosi opifici i principali dei quali a Legnano e a Castellanza. A metà degli anni Quaranta la Cantoni era già uno dei maggiori cotonifici dell’Italia settentrionale, negli stabilimenti di Legnano e Castellanza lavoravano complessivamente oltre 400 operai. Nel 1872 assunse forma di “anonima” con un capitale pari a 10 milioni. Cantoni mantenne però in prima persona la direzione dell'azienda e si lanciò in altre attività quali quelle nel settore bancario e in quello meccanico. Amico di Eugenio cantoni era Alessandro Rossi che sin dall’inizio della sua attività si contraddistinse per il suo forte orientamento all’innovazione sia tecnica che organizzativa. Tali capacità gestionali gli derivavano dai numerosi anni spesi viaggiando all’estero apprendendo così i più moderni metodi tecnico-gestionali in uso nei lanifici d’oltralpe. Rossi fece del Lanificio Rossi una delle più efficienti imprese italiane introducendo una nuova struttura dotata di moderni impianti. Anche nel caso di Rossi, precoce è il ricorso alla formula della società per azioni.
A queste che ad ogni buon conto rimanevano le esperienze più avanzate nel settore manifatturiero si affiancavano altre iniziative di minor rilievo che traevano origine da radicate tradizioni di artigianato rurale. Tutta la fascia alpina e prealpina, dal Piemonte al Veneto, era costellata di sistemi produttivi formati da piccoli opifici tessili, metallurgici e meccanici. Forti tratti di ambiguità caratterizzano dunque l’Italia al momento dell’unificazione.
UN PRECOCE CAPITALISMO DI STATO
Immediatamente dopo l’unità d’Italia nel 1861 lo Stato si pose come uno dei maggiori operatori finanziari italiani. Esso assunse tale posizione con lo scopo ben preciso di costituire una forza armata di notevoli dimensioni per porre l’Italia alla pari delle altre potenze europee e di costruire moderne infrastrutture e un moderno apparato amministrativo. Per raggiungere questi obiettivi vennero incrementate le imposte, ci fu una massiccia emissione di titoli del debito pubblico e vennero venduti beni demaniali ed ecclesiastici. Per tutto ciò ogni gruppo sociale dovette pagare un prezzo elevato., però sono innegabili gli effetti positivi derivanti dall’assunzione di questa politica. Tra il 1861 e il 1911 i km di strade ferrate e di viabilità nazionale aumentarono in modo notevole, venne costruita la rete postale e telegrafica, vennero ampliati alcuni porti e si avviò la costruzione di importanti opere pubbliche.
Nel 1845, progettando l’asse ferroviaria Torino-Genova, lo Stato decide di costruire e gestire direttamente la linea, ma al tempo stesso promuove la creazione di un’impresa per fabbricare e riparare locomotive e altro materiale ferroviario. Si propone così a Fortunato Prandi e a Philip Taylor la costituzione di una società alla periferia di Genova. Lo Stato concede un cospicuo capitale iniziale, Prandi e Taylor rischiano dunque ben poco e, tuttavia, insufficienza di capacità tecniche, carenza di ordinazioni, contrasti fra i soci portano in brave al fallimento dell’iniziativa. Qualche anno dopo, nel 1852, il Governo sabaudo rinnova la proposta a quattro cittadini genovesi, Penco, l’armatore Rubattino, il direttore della Banca Nazionale Bombrini e Ansaldo che dà il nome alla società in accomandita di cui sarà gerente. Cavour non interviene direttamente a promuovere la costituzione della società; quando questa viene ideata non fa parte del Governo e si trova all’estero. Di lì a qualche mese però, quale capo dell’esecutivo e ministro delle Finanze, si adopererà attivamente per far approvare tempestivamente dal Parlamento un’apposita legge che permetta di conferire una proprietà statale a un’azienda privata senza un’asta pubblica. Ancor più importante è il fatto che, per spiegare le ragioni che consentono all’Ansaldo di sopravvivere a differenza della Taylor e Prandi, è necessario riferirsi al favorevole clima creato da Cavour per il sorgere di iniziative economiche. Di fatto, negli anni successivi alla fondazione l’Ansaldo visse condizioni di grave debolezza. Lo Stato non aveva le risorse finanziarie per poter garantire gli ordinativi promessi, né poteva rifiutare la più conveniente offerta straniera; l’azienda, d’altra parte, non si distingueva per una vigorosa guida imprenditoriale: nessuno dei quattro soci dimostrava qualità in tal senso, neanche Giovanni Ansaldo. La presenza sul mercato italiano di affermati costruttori inglesi e francesi fa sì che le locomotive, scopo originario della società, siano soltanto il 4% del parco allora in servizio. Necessariamente si fabbricano anche caldaie, motori marini, cannoni e granate.
L’importanza dell’intervento diretto di Cavour è innegabile per comprendere l’iniziale successo di uno degli uomini più potenti del ventennio postunitario, Domenico Balduino. E’ Cavour infatti che lo pone al vertice della Cassa del commercio e dell’industria di Torino. Balduino comprende perfettamente le opportunità offerte dall’avvento del nuovo Stato e si allea con dei potenti banchieri francesi, la Cassa torinese si trasforma così nel Credito mobiliare. Esso è quindi una grande impresa italiana dominata dal finanziere genovese che, nonostante qualche iniziativa all’estero, dedica la sua attenzione soprattutto all’Italia, dove per conto dello Stato gestisce monopoli fiscali o entrate straordinarie. Con Bombrini, nel 1862, Balduino era stato fra i principali sottoscrittori di uno dei maggiori affari offerti dallo Stato: la costruzione della linea ferroviaria che univa Ancona a Brindisi e di quella tra Foggia e Napoli. La Società per le strade ferrate meridionali era l’impresa che doveva realizzare questa grande opera e un altro banchiere era il suo leader, Pietro Bastogi. Dopo l’Unità, Bastogi, Balduino e Bombrini condividevano anche altre attività.
La costruzione e la gestione delle ferrovie, pur se effettuate su base regionale, sono le principali attività di un altro imprenditore di primo piano negli anni che seguono l’unificazione del Paese: Vincenzo Stefano Breda. Anche nel suo caso è forte l’intreccio tra politica e affari. In Parlamento acquisisce fama di esperto in questioni economico-finanziarie. Episodio decisivo è la nascita nel 1872 della Società veneta per imprese e costruzioni pubbliche, alla quale partecipano i maggiori uomini d’affari della regione e di cui brada è presidente e capo indiscusso. Le grandi opere pubbliche sono il settore nel quale si colloca la Veneta, che ben pesto è una delle prime imprese italiane. La Veneta si quota alla Borsa di Milano, una mossa però insufficiente se nel 1881 si deve ricorrere a un alleato forte, di nuovo il Credito mobiliare di Domenico Balduino, che acquisisce il 20% delle azioni. In realtà, da tempo Breda comprendeva i limiti di una strategia fondata sull’edilizia e sulle infrastrutture. Non era in grado tuttavia di elaborare un disegno che non prevedesse il ruolo dello Stato quale indispensabile cliente.
STATO E IMPRESA DAGLI ANNI 80 ALLA I GUERRA MONDIALE
Nel ventennio successivo all’unificazione la politica del nuovo regno era nettamente orientata verso il libero scambio. Spingevano in questa direzione sia gli interessi per l’esportazione di proprietari terrieri e imprenditori agricoli, sia quelli di potenze straniere come la Francia e l’Inghilterra, i cui finanzieri e industriali consideravano la Penisola terra di conquista. Era condizione diffusa che non si potessero superare i limiti delle “industrie naturali”, per le quali cioè erano utilizzabili materie prime nazionali, la seta in primo luogo, la cui consistenza non era certo tale da sottrarre l’economia dello Stato a un ruolo subalterno. In definitiva l’Italia appariva inserita senza prospettive di sviluppo in una “economia-mondo”, periferia di un centro che richiedeva materie prime per l’industria e beni agricoli per il consumo dei centri urbani, mentre le inviava a sua volta i prodotti delle proprie fabbriche.
E’ la stessa evoluzione del sistema economico internazionale a sconvolgere questo equilibrio. Il profondo cambiamento nei trasporti, con l’avvento della ferrovia e della navigazione a vapore, provoca l’inondazione dei mercati europei di grani americani e russi, olio e frutta di aree semitropicali. Per le esportazioni italiane è il tracollo, e la concorrenza internazionale colpisce anche altre attività primarie come la coltura dell’olivo e l’allevamento del bestiame. Ma erano soprattutto esigenze di politica estera che portavano il Paese a una svolta in senso industrialista. Dopo il 1870, con la nascita del grande Reich tedesco nel cuore dell’Europa e la crisi dell’Impero ottomano che destabilizza l’area balcanica, si entra in una fase di particolare turbolenza delle relazioni internazionali. La classe dirigente che ha fatto l’Unità non può consentire che la nazione resti estranea al grande gioco delle diplomazie: nel 1882 si ha l’adesione alla Triplice Alleanza con la Germania e l’Austria asburgica.
E’ in questo clima che nel 1884 viene fondata la Società degli altiforni, acciaierie e fonderie di Terni per produrre, utilizzando le tecniche più avanzate, l’acciaio necessario alla corazzatura delle navi da guerra. Protagonisti della vicenda sono Benedetto Brin e Vincenzo Stefano Breda. Il primo, ministro della Marina in diversi governi della Sinistra, sosteneva la necessità di disporre di potenti unità corazzate di grosso tonnellaggio quale essenziale requisito affinché il Paese potesse esercitare una politica di potenza. Ma un obiettivo del genere rimandava alla costituzione di un adeguato apparato produttivo in campo siderurgico, che tuttavia lo Stato, nono in grado di realizzarlo autonomamente per mancanza di risorse tecnico-manageriali, preferiva affidare all’iniziativa privata. In tal senso Vincenzo Stefano Breda appariva l’interlocutore adatto. Breda, la società di cui era a capo (la Veneta) e un gruppo di banchieri e uomini d’affari della sua regione controllavano la Terni, che prendeva il nome dalla città umbra dove sarebbe sorto lo stabilimento, scelta perché lontana dal mare e dai confini, quindi difficilmente attaccabile in caso di guerra. Breda vi possedeva già una fonderia che venne incorporata nella nuova impresa. Le enormi necessità finanziarie rendevano inevitabile il sostegno dello Stato. La garanzia offerta dalle commesse pubbliche porta con sé l’intervento delle maggiori banche, a cominciare dalla Banca Nazionale, che si impegna a favore della Terni per rilevanti operazioni di sconto, mentre il Credito Mobiliare e la Banca Generale partecipano al capitale sociale e sostengono l’emissione di azioni e obbligazioni. Breda comprende però rapidamente che, da solo, il cliente Stato non bastava a giustificare la capacità produttiva di cui la Terni si stava dotando. Concepisce quindi un ambizioso piano che, oltrepassando gli obiettivi miliari, mira a dotare il Paese del ciclo completo dell’acciaio, dalla ghisa ai prodotti finiti. Il progetto di Breda, che faceva intravedere per l’Italia non solo la possibilità di indipendenza in questo campo, ma addirittura di divenire esportatrice, non poteva che risultare attraente per i responsabili della politica economica. L’imprenditore ottiene così una tariffa doganale protettiva sia dell’acciaio sia della ghisa nazionali. Gli viene opposto invece un rifiuto da parte del Ministero delle Finanze responsabile della concessione, alla richiesta di poter disporre in uso esclusivo del minerale ferroso dell’Isola d’Elba, sino ad allora esportato soprattutto in Francia.
Già nel 1887 la Terni, oberata di debiti, è sull’orlo del fallimento e rischia di trascinare con sé nel disastro la Società veneta. Nonostante ciò la Terni non viene privata del sostegno né del Governo né della Banca Nazionale che permette alla società di sopravvivere. Il naufragio dell’impresa venne evitato solo perché gli istituti d’emissione furono disposti a creare nuova carta moneta sia in luogo di quella che non rientrava per l’impossibilità della Terni di pagare, sia per nuovi ed ulteriori finanziamenti che vennero erogati mediante risconti agli istituti consorziati. La procedura seguita fu quella di un vero e proprio salvataggio. Un indirizzo, questo, che viene confermato nei primi anni Novanta, quando alla Banca Nazionale e al Credito Mobiliare subentra, quale creditrice della Terni, la Banca d’Italia: questa assiste l’impresa nelle necessità più urgenti e le consente di sistemare con gradualità i suoi debiti. Dopo il salvataggio del 1887 l’appoggio dello Stato alla siderurgia non verrà più a mancare. permangono sia il protezionismo sulla ghisa e sull’acciaio, sia le grandi commesse pubbliche, che nei primi anni del nuovo secolo registrano un’impennata.
Del sostegno pubblico approfittano tuttavia uomini d’affari inclini alla speculazione, impreparati al punto di vista tecnico-organizzativo, incapaci di esprimere un vasto disegno imprenditoriale. All’inizio del secolo la Borsa acquista un ruolo centrale nel comportamento delle società siderurgiche, che attuano spericolate politiche di bilancio, sopravvalutazioni dell’attivo, ammortamenti e riserve del tutto inadeguati, così da far risultare utili molto attraenti. Di particolare gravità è il fatto che si fosse affermata una coalizione di imprese, il cosiddetto “trust siderurgico”, che raggruppando un insieme eterogeneo di fabbriche impediva il pieno funzionamento delle unità produttive sulle quali più si era investito. La formazione del trust avvenne attraverso una tormentata vicenda iniziata nel1899 con la nascita dell’Elba, l’impresa sorta per sfruttare il minerale dell’isola e conclusa nel1905 con la costituzione dell’ILVA, creata per mettere in opera lo stabilimento a ciclo integrale di Bagnoli. Il trust è un’alleanza fra sei imprese: la Terni, l’Elba, la Siderurgica di Savona, la Ligure Metallurgica, le Ferriere Italiane e l’ILVA, sostenute dalla Banca Commerciale e dal Credito Italiano. La Terni, all’inizio del secolo controllata da due imprenditori cantieristici, Odero e Orlando, e dalla Banca Commerciale, è la capofila del trust. Esso è quindi un agglomerato di una decina di stabilimenti niente affatto coordinati.
Le debolezze strutturali del trust lasciano spazio sul mercato nazionale a rivali italiani come le Ferriere Piemontesi o la Falk, e stranieri. La vera minaccia proviene però dalla Società altiforni e fonderia di Piombino che dal 1903, sotto la guida di Bondi, persegue l’obiettivo del ciclo integrale. La Piombino aveva un punto debole, il fatto di non poter contare sull’appoggio delle grandi banche. La rapida espansione del settore richiede una quantità di risorse finanziarie di cui le imprese non possono disporre. E impari al compito si rivelano anche le banche miste. Banca Commerciale e Credito Italiano assecondano la tendenza delle aziende a percorrere la scorciatoia rappresentata dalla speculazione di Borsa, ma quando nel 1907 la congiuntura volge al peggio, tagliano precipitosamente i riporti e chiedono una cambializzazione dei crediti a breve termine. Le società del trust si rivolgono al Presidente del Consiglio Giolitti perché la Banca d’Italia sconti cambiali per 18 milioni. Solo lo Stato può consentire l’espansione e il consolidamento di un settore strategico e assai oneroso quale la siderurgia. In ultima analisi è lo Stato, non la banca, il “fattore sostitutivo” di una debole imprenditoria.
Alla fine del 1910 la flessione dei prezzi, l’impossibilità di sospendere gli investimenti per i grandi impianti, l’incapacità delle banche di contrarre ulteriori impegni, rendono inevitabile un risanamento globale del settore. Siderurgici, banchieri privati e Banca d’Italia elaborano e concretizzano un progetto di salvataggio articolato su tre piani: commerciale, relativo alla gestione industriale, finanziario. Si costituisce la Società Anonima Ferro e Acciaio, un cartello che regola le vendite al quale aderiscono quasi tutte le aziende. Nasce un consorzio che comprende la Piombino e tutte le imprese del trust (ad esclusione della Terni), all’interno del quale per dodici anni viene affidata all’ILVA l’intera gestione economico-amministrativa, mentre si stabiliscono quote fisse per la ripartizione dei profitti. Si dà vita a un accordo al quale aderiscono, con la Banca d’Italia e le banche miste, i maggiori istituti di credito del Paese. Significativamente la Terni, specializzata in forniture militari, si tiene fuori dal Consorzio per non vincolarsi in una fase di espansione delle commesse belliche. Il giovane imprenditore Oscar Sinigaglia, che della siderurgia italiana sarà il grande riformatore, propone ai capi delle aziende e ai banchieri di realizzare una vera fusione, premessa necessaria per una reale opera di ristrutturazione che sviluppi le fabbriche più efficienti ed elimini le più antiquate e meno razionali. Ma una soluzione di questo tipo avrebbe creato troppi conflitti per essere accettata. Il freno alle pratiche speculative e all’espansione incontrollata imposto dalla Banca d’Italia, il permanere di un elevato livello di ordinazioni statali, una generale espansione del mercato nazionale, fanno sì che negli anni precedenti la prima guerra mondiale le imprese possano vantare buoni risultati. Nonostante fossero ancora relativamente elevate le importazioni, il paese si stava avviando all’autosufficienza siderurgica.
Anche il settore della meccanica pesante, sebbene danneggiato dalla tariffa sull’acciaio, ottiene dallo Stato un decisivo supporto. Fra le imprese che colgono questa opportunità vi è la Breda con la denominazione di Elvetica. Scopo dell’azienda sono le lavorazioni meccaniche, per le quali si dota anche di una piccola fonderia di ghisa. Le condizioni della domanda non consentono di superare lo stadio di officina di meccanica generale: si riparano macchinari tessili e ferroviari, si fabbricano turbine, caldaie a vapore, torchi idraulici, pompe, trebbiatrici, aratri e gru. Un punto di forza è il sostegno di un gruppo di aristocratici e uomini d’affari, fra i quali Enrico Mylius. Se queste presenze contribuiscono a spiegare la sopravvivenza della società, non sono sufficienti a dar conto del salto dimensionale compiuto negli anni Ottanta, quando vengono afferrate le occasioni offerte dalle commesse pubbliche. Di primo piano è il ruolo dell’imprenditore Ernesto Breda che, attuando un vasto rinnovamento dei macchinari, dapprima specializza l’azienda nella costruzione delle locomotive sino a renderla autonoma dai fornitori stranieri. Ben presto, tuttavia, comprende i limiti e le irregolarità di questo mercato, diversificando l’attività verso la produzione di proiettili, veicoli ferroviari e tranviari, macchine agricole, senza tornare, in ogni caso, alla meccanica generale. Grazie all’autofinanziamento e ai suoi potenti soci, dall’inizio del secolo opera in tre stabilimenti fra i quali attua un’accorta divisione del lavoro. Dopo il quadriennio d’oro 1905-1908 il calo delle commesse statali e la crescente concorrenza interna costringe nel giro di qualche anno a un drastico ridimensionamento dell’occupazione.
Anche l’altro grande costruttore di locomotive, l’Ansaldo, deve affrontare le stesse difficoltà che derivano dalla irregolarità degli ordinativi e da sproporzione tra capacità produttive e domanda. Ve detto però che all’inizio del secolo quello del materiale ferroviario era diventato per l’Ansaldo un ramo di secondo piano, poiché dagli anni Novanta l’azienda aveva indirizzato i propri investimenti soprattutto verso la produzione cantieristica. Questo diverso indirizzo produttivo non eliminava però il dato di fondo, ovvero la centralità per l’azienda della domanda pubblica.
Dopo i Brombini, nel 1904 Ferdinando Perrone assume il controllo dell’Ansaldo. Sia Ferdinando che i figli comprendono che la pressione sui pubblici poteri è la variabile decisiva dell’azione imprenditoriale. Creano quindi assidui contatti sia con i vertici istituzionali, sia con i leaders più influenti del mondo politico. Anche se l’Ansaldo fa della sua italianità un cavallo di battaglia non può fare a meno dei supporti stranieri. Nel 1914 grazie all’intervento della Banca Dreyfus e del Credit Mobilier Français si attua la fusione tra la Società Bancaria Italiana e la Società Italiana di credito provinciale da cui nasce la Banca Italiana di Sconto (BIS), il braccio finanziario dell’Ansaldo nei tumultuosi anni a cavallo del primo conflitto mondiale.

UN MIXAGE DI PRIMA E SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
Gli anni che vanno dal 1896 al 1914 sono stati definiti “il vero miracolo economico italiano”. Sebbene caratterizzata da una notevole concentrazione territoriale e per quanto in misura inferiore rispetto a Russia, Giappone e Svezia l’Italia conosce una forte accelerazione nella crescita dell’industria. Si espande il lavoro industriale, cambia la struttura manifatturiera e muta anche la composizione del commercio internazionale, a dimostrazione del fatto che alla vigilia del conflitto mondiale l’Italia non è più il Paese periferico che esporta derrate alimentari e materie prime per l’industria altrui, importando prodotti finiti. I venti anni precedenti la prima guerra mondiale costituiscono la fase ascendente di un lungo ciclo economico indispensabile al buon andamento delle esportazioni italiane, agricole, ma anche industriali.
E’ dal centro dell’”economia-mondo” occidentale che proviene quel fascio di innovazioni in settori quali la metallurgia, la meccanica, la chimica, definito Seconda Rivoluzione Industriale, a cui devono corrispondere imprese di grandi dimensioni, in grado di attivare le tecniche più avanzate sul piano produttivo e organizzativo. E’ qui che si colloca l’industria idroelettrica con la quale all’inizio del secolo parve che l’Italia potesse liberarsi di un altro grave ostacolo sulla via della modernizzazione economica: la carenza di risorse energetiche; grazie soprattutto allo sfruttamento dei bacini delle Alpi si poteva oramai evitare l’importazione di 2 milioni di tonnellate di carbone all’anno. Colpisce la tempestività con la quale in Italia viene colta questa opportunità tecnologica. Già nel 1881 si costituisce a Milano, su iniziativa di Giuseppe Colombo, un Comitato promotore per l’applicazione dell’elettricità sistema Edison in Italia, che tre anni dopo si trasforma in una società per azioni, la Società generale italiana di elettricità sistema Edison, destinata a diventare nel giro di qualche decennio la maggiore impresa del Paese. Sin dagli esordi la Edison conquista un chiaro primato fornendo l’energia a Milano e, anche attraverso la presenza in alcune società, a gran parte della Lombardia e della Liguria.
All’inizio del secolo, mentre Genova con i cantieri e la grande siderurgia è l’emblema di attività legate allo Stato, Milano simboleggia una nuova leva di imprenditori rapidi nell’afferrare le innovazioni tecniche e organizzative provenienti dall’estero e decisamente orientate al mercato. Si prenda il caso del maggior produttore d’acciaio milanese, le Acciaierie e ferriere lombarde, una società anonima fondata da Giorgio Falk. Egli non fabbrica grandi lamiere, rotaie, acciai speciali che solo la domanda pubblica può richiedere. Rivolge piuttosto l’attenzione alle esigenze del mercato locale, alle infrastrutture urbane, a una edilizia abitativa e industriale in forte espansione, a una fiorente meccanica, offrendo profilati, travi, tubi saldati e non, semilavorati semplici. Falk non costruisce quindi costosissimi impianti a ciclo integrale, la sua è una produzione da rottame. Nonostante le difficoltà della siderurgia nazionale l’impresa riesce sempre a remunerare il capitale.
Non bisogna ovviamente pensare che “l’imprenditore milanese” disdegni il sostegno pubblico. Come i Falk crescono al riparo del protezionismo siderurgico, così Giovan Battista Pirelli deve in misura notevole la prima espansione della sua azienda alla commessa per la produzione di filo telegrafico isolato che il Genio militare gli affida nel 1879. Pirelli persegue sin dai primi anni una vivace politica d’espansione fondata sulla diversificazione produttiva che gli permette di cogliere tutte le occasioni rese disponibili dalla tecnologia del settore, in modo da porsi al riparo dalle fluttuazioni del mercato. Realizzando un buon affare Pirelli dà inizio alla costruzione dello stabilimento della Bicocca, all’interno del quale vengono concentrate le lavorazioni del filo elastico e dei cavi sotterranei. In via Ponte Seveso trova spazio una nuova produzione, quella dei pneumatici. E’ un campo nuovo, reso molto promettente dall’avvento della bicicletta e soprattutto dell’automobile. Capacità di padroneggiare al più alto livello lo sviluppo tecnologico e di sostenere la competizione globale fanno di Pirelli un industriale di tipo nuovo, in grado di dimostrare che nell’Italia di inizio secolo è possibile pervenire a risultati ragguardevoli anche senza contare esclusivamente sulla protezione dello Stato.
La vicenda di Giovanni Agnelli, l’imprenditore che ha portato la FIAT ai vertici del sistema industriale italiano, può collocarsi in una posizione intermedia fra le due tipologie imprenditoriali: genovese e milanese. Come l’imprenditore milanese, Agnelli sa cogliere le opportunità di un ambiente economico nel quale capitali immobilizzati in agricoltura o nella speculazione divenivano disponibili per l’industria. Egli non è tuttavia esente da debiti nei confronti dello Stato. La FIAT salirà dal trentesimo al terzo posto fra le aziende italiane grazie alle commesse della Mobilitazione Industriale, mentre alla fine degli anni venti solo un feroce protezionismo sottrarrà l’impresa alla concorrenza della Ford. La FIAT viene fondata nel 1899 da un gruppo di aristocratici con la passione per l’automobile, fra essi emerge un leader, Giovanni Agnelli, che comprende che l’unico modo per colmare il divario con i concorrenti esteri è di abbandonare le sperimentazioni e percorrere la strada della produzione in serie. Le rischiose condizioni del mercato spingono la FIAT nei primi anni a ricercare una notevole diversificazione produttiva, che si concretizza sia nella varietà dei modelli automobilistici, sia nel tentativo di allargare i propri interessi al di fuori del settore, con le produzioni di motori marini e di veicoli industriali, che si ritengono al riparo dalle oscillazioni del mercato grazie alle commesse statali. La crisi del 1907, che colpisce particolarmente il settore automobilistico, porta la FIAT sull’orlo della bancarotta e provoca il temporaneo allontanamento di Agnelli, accusato di falso in bilancio. Dalle difficoltà la FIAT esce con il supporto della Banca Commerciale.
Lo sviluppo economico dell’età giolittiana coinvolge, accanto a quelli più moderni, anche i settori tradizionali, che presentano tassi di sviluppo non trascurabili, sebbene inferiori a quelli fatti registrare dai settori a più elevata intensità di capitale. Nonostante una stasi oramai pluridecennale e la forte concorrenza asiatica, il setificio nazionale era pur sempre il primo in Europa e il terzo al mondo in termini di produzione ed esportazioni. Vi erano invece delle incertezze nel lanificio, popolato da aziende caratterizzate da gradi di efficienza molto diversi. Il cotoniero fu, tra tutti, il settore che più subì direttamente gli effetti del rapido sviluppo di fine secolo. L’avanzamento tecnologico si accompagnò a notevoli aumenti di produttività, conseguiti all’interno di aziende contraddistinte da un certo grado di integrazione anche in campo commerciale, e dall’impiego di nuove fonti d’energia alternative a quella idrica: il vapore e, in seguito, l’elettricità. Ancora incerto sulla via della modernizzazione è pure il settore alimentare, che si presenta assai differenziato al proprio interno. L’espansione dei settori tradizionali (soprattutto del tessile) coinvolge anche diverse imprese meccaniche impegnate nella produzione e nella riparazione di caldaie, motori e macchinari vari.
A più di cinquant’anni dall’unificazione politica, l’Italia si era oramai dotata di un apparato industriale di una certa consistenza in termini sia quantitativi sia qualitativi. Alcune imprese dei settori di prima industrializzazione avevano raggiunto una configurazione moderna, in linea con quanto accadeva nei Paesi più avanzati, mentre avevano fatto la loro comparsa tutti i settori di più recente affermazione, dalla siderurgia a ciclo integrale all’elettricità, dalla meccanica, leggera e pesante, alla chimica.
Ben diverse rispetto al “triangolo industriale” sono le modalità con cui il Sud partecipa all’evolversi dell’industria nazionale. Il fulcro della manifattura meridionale, concentrato fra Napoli e Salerno, è un universo assai articolato di produzioni: corallo lavorato, pastifici, cantieristica navale, pelletteria. Alla vigilia della prima guerra mondiale l’area napoletana che pure aveva conseguito indubitabili traguardi, non si era liberata da considerevoli limiti. L’arretratezza che si riscontrava nelle industrie leggere era accompagnata alla fragilità che mostravano i settori capital intensive, per i quali le varie forme dell’intervento pubblico costituivano un toccasana ma anche un fattore di debolezza, che poneva una forte ipoteca sulla capacità di consolidamento e di autonomo sviluppo nel lungo periodo.
IL RUOLO DELLA BANCA MISTA
Agli inizi del 1900 comparve sulla scena italiana una nuova tipologia di istituto di credito, la cosiddetta banca mista. Le prime di questo tipo furono la COMIT, il CREDIT, la Banca di Roma e la Società Bancaria Italiana (SBI). I nuovi istituti, tramite un’ampia rete di agenzie, raccoglievano su tutto il territorio nazionale il risparmio. La gestione ordinaria degli impieghi andava dalla concessione di crediti a breve e a lungo termine sino al “riporto su azioni”. L’attività straordinaria comprendeva invece tutte le operazioni di carattere finanziario, sia quelle direttamente connesse all’ambito industriale sia quelle legate alla pura speculazione di Borsa. L’attività creditizia normale e quella che prevedeva il possesso temporaneo e duraturo di titoli azionari finivano così per sovrapporsi. I portafogli azionari dei maggiori istituti di credito si dilatarono rapidamente, essi entravano in possesso dei titoli partecipando ai sindacati di collocamento nel caso della nascita di nuove società oppure in occasione di aumenti di capitale o di fusioni e acquisizioni che interessavano le imprese loro clienti.
Tutti i settori ad elevata intensità di capitale fanno ampio ricorso alle banche miste. COMIT e CREDIT si spartiscono in maniera più o meno consensuale le aree d’intervento. Il CREDIT concentra i propri interessi sul settore zuccheriero, chimico, automobilistico e sulla meccanica pesante. La COMIT è invece presente soprattutto nel settore tessile-cotoniero, e in quelli siderurgico, elettrico e chimico. Lo stretto rapporto che viene a stabilirsi tra banche e imprese significa per le prime un diretto coinvolgimento nella gestione delle seconde. La banca finisce così per trasformarsi in un inside director in grado di esercitare una sicura influenza su strategie e strutture delle finanziate.
Il settore che maggiormente attira l’attenzione delle banche miste è quello siderurgico. Le aggressive strategie di integrazione orizzontale e verticale necessariamente richiedono l’intervento di enti finanziatori dal solido patrimonio che si trovano talvolta a operare congiuntamente al servizio di un unico complesso industriale come nel caso della Terni, all’inizio del secolo, contemporaneamente sostenuta da COMIT e CREDIT. Le politiche attuate dalle banche miste furono sicuramente essenziali e vitali per promuovere la nascita di imprese siderurgiche che avrebbero dominato successivamente il panorama industriale italiano.
PRIMA GUERRA MONDIALE E GRUPPI INDUSTRIALI
Il fenomeno della concentrazione nei settori a più elevate economie di scala si manifesta in Italia a inizio Novecento quando nei comparti avanzati si affermano poche imprese talvolta strutturate nella forma di “gruppi industriali” caratterizzati da complessi intrecci finanziari e strettamente legati alle principali banche miste. La guerra, che mise a disposizione considerevoli flussi finanziari contribuì in modo considerevole ad accelerare tale processo. L’Italia però, rispetto alle altre potenze che rimasero coinvolte, era in una situazione di grave ritardo. La dotazione di armamenti leggeri e pesanti, spesso d’importazione, era insufficiente. La necessità di ottenere rapidamente l’autonomia e l’efficienza nelle produzioni belliche spinse lo Stato a intervenire direttamente orientando con decisione l’attività delle imprese: nel 1915 si dà vita alla Mobilitazione Industriale. Il suo compito principale era quello di individuare gli stabilimenti ausiliari allo sforzo bellico ai quali venivano assegnati in via privilegiata materie prime, commesse, crediti bancari e la cui manodopera era sottoposta a una rigida disciplina di stampo militare. Lo sforzo coinvolgeva anche le imprese di minori dimensioni che lavoravano su commissione della maggiori.
Pur essendo un grande committente, lo Stato non era tuttavia un organizzatore altrettanto efficiente. L’attività della Mobilitazione Industriale era di fatto nelle mani di una sola persona, il generale Alfredo Dallolio, il quale solo conosceva l’ammontare complessivo e la distribuzione delle commesse. Della gestione degli stabilimenti e dell’organizzazione del processo produttivo continuavano a essere direttamente responsabili gli imprenditori che dallo Stato ricevevano generosi ordinativi con margini di guadagno elevati.
I profitti conseguiti furono da subito ingenti. I provvedimenti di defiscalizzazione degli utili reinvestiti spinsero le imprese a imboccare con prontezza la via dello sviluppo interno e delle acquisizioni, anche in settori poco o nulla correlati a quello originario. La Breda dedicatasi alla produzione di armamenti si espanse nella siderurgia e nella cantieristica aumentando notevolmente le proprie dimensioni in termini di capitale e addetti. Non indolore fu il ritorno all’economia di pace, il complesso polisettoriale dovette essere smembrato e l’impresa milanese tornò alla meccanica pesante.
L’emergenza della guerra e le cospicue risorse finanziarie che affluivano all’industria accentuarono ulteriormente la tendenza alla crescita dimensionale finalizzata a conseguire una posizione di forza nella contrattazione con il potere politico. Il primo a rompersi fu il fragile equilibrio stabilitosi all’indomani del salvataggio del 1911 nel settore siderurgico. Un intreccio di partecipazioni a catena garantiva all’armatore ligure Attilio Odero il controllo delle imprese del trust e della Terni mentre la Piombino era invece saldamente nelle mani del finanziere romano Max Bondi. L’esplodere della domanda all’inizio delle ostilità provocò un rapido aumento dei prezzi di vendita dell’acciaio. Tra anticipi sulle commesse e utili le imprese siderurgiche giunsero a disporre di ingenti somme di cui però solo un quarto venne utilizzato per incrementare la capacità produttiva e acquistare materie prime. Il rimanente fu impiegato dalle singole società per ridurre il forte indebitamento bancario ma soprattutto per estendere e rafforzare le catene di controllo azionario che le stringevano le une alle altre.
Max Bondi nel 1917 si era oramai impossessato di tutte le aziende del trust che vennero assorbite dalla Piombino ridenominata ILVA Altiforni e acciaierie d’Italia. Nel corso della scalata, Bondi poté avvalersi dell’appoggio di alcuni uomini che ricoprivano ruoli chiave nelle società di Odero i quali intravedevano nell’operazione la premesse necessaria per una politica di riorganizzazione e di sviluppo dell’intero settore. A partire dai primi mesi del 1918 l’ILVA andò progressivamente trasformandosi in un vasto gruppo verticalmente integrato, dalla produzione di ghisa alla fabbricazione di navi, materiale ferroviario e automobili. A partire dalla metà del 1918 però, in coincidenza con il progressivo calo delle commesse belliche, le attività produttive dell’ILVA faticavano a generare le risorse necessarie all’ambizioso progetto, mentre gli enormi profitti di guerra erano stati dispersi nella costruzione di un gruppo il cui portafoglio titoli, seppur gonfiato dall’inflazione, ammontava alla fine della guerra a una cifra rilevantissima. Nel 1921 Max Bondi fu costretto a cedere l’ILVA a un consorzio bancario capeggiato da COMIT, CREDIT e Banco di Roma, che provvide a una sistemazione complessiva del gruppo liquidando tutte le attività a eccezione di quella siderurgica.
Al pari dell’ILVA, anche l’Ansaldo nel corso della guerra si espande in maniera straripante. Il vertice dell’azienda, i fratelli Perrone, fa proprio un modello di sviluppo aziendale di netto stampo nazionalistico, secondo il quale la guerra forniva all’industria italiana una formidabile occasione per emanciparsi dalla soggezione e dall’arretratezza tecnologica nei confronti di quella straniera. Un obiettivo conseguibile solo la costruzione di un vasto gruppo industriale tecnologicamente avanzato. “L’edificio possente” che crearono nel giro di due anni crollò sotto i colpi di una forte crisi finanziaria. Il gruppo era infatti legato alla BIS, che negli anni della guerra aveva rapidamente ampliato la propria attività appoggiando imprese industriali di qualunque natura. Dalla metà nel 1918 l’esposizione dell’Ansaldo verso la BIS aumentò rapidamente sino a raggiungere una cifra enorme. Il progetto dei Perrone naufragava nel frattempo nella crisi postbellica: l’elevata capacità produttiva conseguita negli anni del conflitto si rivelò del tutto sovradimensionata rispetto alle esigenze della domanda in periodo di pace. La sospensione del credito bancario segnò la fine dell’Ansaldo. Il consorzio di salvataggio impose l’allontanamento dei Perrone e lo smembramento dell’impero. La “nuova” Ansaldo tornò così all’antica vocazione meccanico-cantieristica; il rimanente finì o sotto l’egida statale oppure nelle mani di altri gruppi industriali
Anche per la FIAT il conflitto costituì l’occasione del “grande balzo”. Gli elevati utili, subito reinvestiti, finanziarono la crescita dimensionale dell’azienda, attuata sia per linee interne sia attraverso acquisizioni. La grande impresa torinese seppe tuttavia evitare le tentazioni della crescita conglomerale; fu tra i principali meriti di Agnelli mantenere gli autoveicoli al centro dell’attività senza eccessive dispersioni.
IL TURBOLENTO DOPOGUERRA
Gli anni che seguirono la fine del primo conflitto mondiale sono segnati da grandi sconvolgimenti economici, sociali, politici. Nel bilancio dello Stato le spese passano dai 2,5 miliardi del 1913-14 ai quasi 31 del 1918-19. A queste necessità, tuttavia, almeno sino alla pace, si scelse di non far fronte con la pressione fiscale, che a prezzi costanti restava inalterata. La guerra venne quindi finanziata dall’aumento del debito pubblico e dalla circolazione cartacea. Si ricorse ampiamente ai prestiti esteri, soprattutto americani, per l’importazione di prodotti essenziali come grano, petrolio, carbone. Quando però ha termine il controllo sui cambi stabilito in accordo con gli alleati la lira crolla. Tutto ciò provoca la rovina di quella piccola e media borghesia che sino ad allora aveva costituito il supporto politico essenziale per lo Stato nato dal Risorgimento. Disagi e frustrazioni sono acuiti dal fatto che non tutti i gruppi sociali escono perdenti dal conflitto. Industriali e commercianti hanno ottenuto rapidi e abnormi arricchimenti, e anche i lavoratori, grazie all’azione rivendicativa del dopoguerra, riescono quanto meno a difendere il valore del salario. La classe media subisce al tempo stesso un forte disorientamento sul piano politico.
La guerra ha creato fenomeni di gigantismo portando la fabbrica a dimensioni inusitate ma ne ha anche, sostanzialmente, cambiato la popolazione. Le necessità del fronte hanno costretto a utilizzare su vasta scala manodopera minorile e femminile, contadini da poco inurbati, lavoratori coatti provenienti dalle colonie, prigionieri di guerra. In questo modo l’organizzazione produttiva è largamente caratterizzata da sprechi e irrazionalità compensati da una disciplina imposta militarmente che si traduce in 75-80 ore lavorative la settimana. Per sopperire alle nuove esigenze organizzative i migliori fra gli operai più anziani vengono elevati al ruolo di capi. Al termine del conflitto esplode un’ondata di rivendicazioni, scioperano tutte le categorie, compresi gli impiegati, mentre si dilatano le rappresentanze sindacali. I risultati sono consistenti se al sostanziale aumento delle paghe si aggiunge la storica conquista delle 8 ore giornaliere.
Per spiegare la grande turbolenza del periodo considerato è necessario anche riferirsi ad elementi di tipo sociologico e demografico. Molti giovani erano entrati in fabbrica a volevano godersi la vita dopo i tetri anni della guerra. Si abbandonavano i vecchi luoghi d’incontro fra operai al di fuori del lavoro, mentre conosce un rapido successo la bicicletta. Tutto questo movimento doveva trovare in ogni caso un esito politico, occorreva pervenire a un “nuovo ordine” e gli imprenditori finirono per affidarsi alla reazione fascista.
LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E I SUOI LIMITI
L’andamento della produzione industriale negli anni venti vede proseguire la ripresa iniziata dopo i perturbamenti postbellici e la crisi del 1921 con un periodo di crescita rapida e intensa fra il 1923 e il 1925 accompagnato da un aumento dell’inflazione; cui segue nel biennio 1926-27, invece un regresso provocato dalla politica deflazionistica e di stabilizzazione della moneta a “quota 90” e da un’accentuazione dello sviluppo delle produzioni, orientate al mercato interno a sostituzione delle importazioni. La ripresa successiva nella seconda metà degli anni trenta si realizza a fatica con le politiche autarchiche a favore delle produzioni nazionali e nuovo rilancio dell’economia di guerra. Il sistema industriale italiano si mantiene così in crescita fino al 1939-40 quando subentra la disarticolazione che porterà il Paese al collasso negli anni della guerra.
L’analisi dell’andamento delle variabili macroeconomiche consente di sottolineare il complessivo processo di crescita dell’apparato industriale italiano, quasi in linea con quello delle maggiori economie europee individuando le componenti più dinamiche del periodo 1922-25 nelle esportazioni e negli investimenti.
I settori tradizionali che avevano trainato la crescita industriale del Paese dalla fine dell’Ottocento, tessile, cantieristico e siderurgico, perdono irrimediabilmente la loro forza propulsiva lasciando il campo alla supremazia dell’industria elettrica e di quella chimica e agli importanti sviluppi di quella meccanica. Sono queste ultime che consentono all’Italia il balzo nel nuovo paradigma tecnologico con produzioni che, in alcuni casi, si collocano sulla frontiera tecnico-scientifica internazionale. Si affermano le imprese di grandi dimensioni, rinnovate sul piano organizzativo e delle strutture produttive, capaci di mobilitare ingenti quote di investimenti e di creare nuove opportunità di affari ma anche di occupare il mercato interno e di raggiungere buone posizioni sui mercati internazionali con crescenti esportazioni.
Durante gli anni del fascismo il processo di industrializzazione del Paese procede dunque con andamenti diseguali e talvolta con sussulti, ma con buoni ritmi di crescita complessivi e si registrano importanti novità soprattutto per le industrie tecnologicamente più avanzate. Gli sviluppi della Seconda Rivoluzione Industriale coinvolgono dunque anche l’industria italiana, ormai integrata nel complesso internazionale, ma l’avanzata evidenzia i molti limiti e, soprattutto, il divario con le maggiori economie europee che permane stazionario.
Nel periodo che segue il primo conflitto mondiale, l’industria elettrica italiana matura quelle caratteristiche che si erano progressivamente affermate prima della guerra e nel periodo bellico definendone la struttura e il ruolo quale comparto capace di catalizzare i maggiori capitali fra le società anonime. Questo settore, per la natura della sua produzione, non subisce tuttavia traumi da conversione e riconversione e realizza al contrario il massimo sfruttamento della potenza degli impianti sotto la spinta del forte incremento della domanda di energia. La parte nettamente preponderante dei consumi di elettricità è assorbita dall’industria.
La crescita produttiva avviene in un quadro di regolamentazione legislativa che favorisce i grandi gruppi elettrici e quindi la concentrazione finanziaria e la spartizione del territorio nazionale in sfere di influenza. L’intervento dello Stato non si limita alla nuova disciplina delle concessioni: nel 1919 ampi contributi statali sostengono la costruzione di impianti e di opere di regolazione idraulica e nel 1922 si attua la revisione delle tariffe e dei canoni d’utenza industriale. Muovendosi con l’obiettivo di un progressivo riequilibrio del rapporto banca-industria, i gruppi che controllano il settore elettrico nazionale sono la Edison, la SIP e la SADE. In un primo periodo lo scontro di interessi è fra lo schieramento delle società che agivano nell’orbita della COMIT (SADE, SIP e SME) e la maggiore impresa capofila del settore elettrico nazionale, la Edison di Giacinto Motta.
Le lotte sul predominio finanziario sulle imprese non devono infine lasciare in ombra i problemi che concretamente incidono sullo sviluppo complessivo del settore industriale elettrico segnato da profonde incoerenze e in affanno rispetto all’avanzare della frontiera tecnologica internazionale; la mancata unificazione della rete elettrica nazionale deriva pertanto sia dagli scontri di potere cui si è accennato, sia dal predominio della generazione idraulica, mentre a livello internazionale si andava affermando la termoelettricità. La specializzazione idroelettrica italiana comporta dunque alti costi per l’accumulo di energia e discrimina nelle tariffe il consumo domestico e alcune industrie che utilizzano l’energia elettrica come forza motrice.
La produzione di materiale elettrico registra tuttavia nel periodo fra le due guerre un significativo sviluppo, anche se l’apporto straniero rimane ben presente e la dimensione delle imprese no vede un salto verso le grandi misure. Le due maggiori aziende italiane sono la Ercole Marelli, per i piccoli motori elettrici, e l’Ansaldo, per l’elettrotrazione e i motori per navi. Fra gli stranieri sono presenti, sia con le esportazioni sia con imprese in Italia, i tedeschi (Siemens) e gli svizzeri (TIBB). La produzione di materiale elettrico delle aziende che operano in Italia copre quasi completamente la domanda interna anche se molti prodotti sono fabbricati su licenza e alcuni continuano ad essere importati.
La guerra aveva fornito anche nuove occasioni allo sviluppo dell’industria chimica nazionale e imposto il settore all’attenzione dello Stato; inizia così quel processo di concentrazione dell’industria chimica italiana in pochi grandi complessi, capaci di superare la crisi dei primi anni trenta. Il nuovo clima di opportunità per le imprese costituisce il terreno ideale per due spregiudicate parabole imprenditoriali che movimentano sempre negli anni venti il settore: la SNIA e l’Italgas sono protagoniste infatti di un’espansione con tentazioni di gigantismo che si risolverà in disastro, ma lasciano una significativa eredità agli anni Trenta, rispettivamente nel comparto delle fibre artificiali e in quello della chimica industriale. Nel primo dopoguerra si colloca l’ascesa spettacolare della SNIA di Riccardo Gualino che, dall’originaria attività sui trasporti e i noli marittimi e di speculazione finanziaria nel periodo bellico, inizia nel 1919 la produzione di fibra artificiale da cellulosa su larga scala. Alla metà degli anni venti, la SNIA Viscosa occupa circa 20 mila persone in quattro grandi stabilimenti. Una efficiente politica di distribuzione ed esportazione favorisce il successo. Gualino vara ambiziosi progetti industriali commettendo tuttavia profondi errori di valutazione sull’andamento della congiuntura internazionale e dei consumi interni: nel 1923 il gruppo è coperto di debiti. Con la rivalutazione della lira avviata nel 1926-27 le esportazioni della SNIA subiscono un colpo decisivo e viene alla luce il debole castello speculativo di debiti e partecipazioni incrociate delle aziende di Gualino, con la conseguente deriva della società.

Esempio



  


  1. Giovanni Formichella

    Industria Edile dall'unità alla prima guerra mondiale

  2. GIOVANNI FORMICHELLA

    INDUSTRIA EDILE DALL'UNITA ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE