Illuminismo: quadro generale

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Testo

Illuminismo
La fiducia nella scienza (non solo dal punto di vista astratto-teorico, ma anche pragmatico e di esperienza, esaltazione del sapere, antidogmatico, contro tutto ciò che non si può dimostrare), nella ragione – che si pone degli obiettivi da raggiungere (sole che rischiara tutto, dopo secoli di buio medievali, lume rinascimentale per arrivare all’Illuminismo) e nel progresso (momento di maturazione umana in cui vi e’ una visione ottimistica, in sintonia con il progresso; la finalità e’ di progredire, ma il sapere e’ al servizio dell’uomo per migliorare), affermatasi nel’600, diventa tema dominante nel’700. Le condizioni favorevoli al nuovo corso filosofico sono presenti in Francia, dove la borghesia – ma anche la nobiltà illuminata (propensa ai cambiamenti, che investiva nella scienza, senza della quale non ci sarebbe stato l’Illuminismo. Per gli ideali esso travalica la stessa borghesia e il 700 per l’atteggiamento critico, di analisi, il non accettare nulla per scontato come i Sofisti e un atteggiamento illuministico lo trovo anche dopo questo secolo – modo di pensare universale ancora attuale - a causa della scienza, ragione) non vede più nella monarchia di diritto divino la struttura adeguata ad uno stato, ma l’ancien regime appare come un freno al progresso, sostenuto dal pregiudizio e dall’ignoranza, contraddittorio, perché e’ una sopravvivenza del medioevo da battere con i lumi della ragione. L’Illuminismo e’ un’esigenza borghese di riforma dello stato e della società. Gli Illuministi si rivolgono virtualmente a tutta l’umanità’, ma in concreto all’elite della classe media, che e’ capace di capace di tradurre in atto le loro proposte. L’Illuminismo però va oltre questi limiti e propone metodi universali: la borghesia non tende a nascondersi la verità, ma e’ aperta ad un esame di tutti gli aspetti della realtà. Il disconoscimento della verità e’ appannaggio di quelle classi, ormai avviate al tramonto, che vorrebbero ridurre la cultura ad una sterile celebrazione e conservazione del passato.
La cultura e’ concepita come perenne critica e analisi del passato per migliorarlo (funzione pedagogica, per far progredire l’uomo e dunque una visione ottimistica), continua elaborazione di metodi per migliorare la realtà e' come azione e il compito del filosofo e’ non solo di conservare il passato, ma di accrescerlo e di progettare il futuro (razionalismo progressista). Il sapere e’ messo davanti all’uomo affinché apporti benessere materiale, felicità. Si sceglie una cultura concreta, proiettata verso il futuro. Illuminismo e’ volontà di rischiarare le menti con i lumi della ragione, lotta contro le superstizioni e i pregiudizi che ostacolano il progresso.
Obbiettivo fondamentale e’ la divulgazione del sapere (filantropi – componente democratica perché il sapere e’ di tutti e quindi esposto in maniera chiara e semplificata), perché il sapere sia reso accessibile a tutti, quindi crescita dell’uomo per istruire l’umanità’ e migliorarla e perché le idee si traducano in atto solo quando sono diffuse e penetrano nelle coscienze. Gli intellettuali illuministi (philosophes) pur costituendo un’elite si battono per rendere partecipi tutti gli strati della popolazione, anche se alcuni (componente aristocratica, come Montesquieu) diffidano della plebaglia (populace), preda di suggestioni e manipolazioni che ha una visione limitata della realtà, che non ragionano con la propria testa ma si lasciano condizionare, ma essi si propongono di redimerla, di rinnovare la società, di migliorare la condizione dell’uomo dalla miseria e dall’ignoranza, anche se non usa la ragione.
Per i philosophes supremo valore e’ la ragione che cerca la verità con metodo critico e scientifico. Anche se essa non e’ alla portata di tutti, nessuno ne e’ escluso, e nemmeno può essere interprete privilegiato. Tutti gli uomini hanno sin dalla nascita alcuni diritti naturali, che nessuno stato può togliere, ma esso deve difendere tali diritti e imporne il rispetto. Nasce il cosmopolitismo, considerando tutti gli uomini cittadini del mondo (anche se utopica essa univa gli uomini, perché hanno dei diritti inalienabili – libertà di parola, pensiero), degni di rispetto a qualunque razza, religione essi appartengano (uguali perché la ragione e’ uguale in tutti gli uomini e li contraddistingue dalle bestie) e si lega al nuovo razionalismo democratico (non sempre).
La tradizione (che nel passato era visto come consuetudine di mantenere qualcosa) non viene solo sottoposta alla libera critica, ma viene misconosciuta nel suo valore storico e condannata (antistoricismo o antitradizionalismo, un’accusa che viene dai Romantici che risulta infondata, per i quali la tradizione o un pensiero che viene dal passato deve essere mantenuto e non messa in discussione). Gli Illuministi sottoponendo la tradizione ad un esame spregiudicato da un punto di vista scientifico, esercitano un diritto-dovere che appartiene a tutti gli uomini: nessuna tradizione può pretendere un rispetto assoluto e quindi non dobbiamo accettare per vero le testimonianze. Ma ciò non significa che il passato non debba essere ricostruito e capito nelle sue ragioni, nei suoi limiti, nei suoi aspetti positivi. Gli Illuministi, però, fanno un paragone tra quello che e’ successo, di fatto, e quello che sarebbe dovuto succedere secondo la ragione del XVIII secolo, che le epoche trascorse non potevano sospettare. Tale arbitrio e’ evidente nei confronti del medioevo, condannato come età oscura degli errori, fatalismo e violenza. L’antistoricismo ha però una giustificazione: i filosofi che combattevano contro le sopravvivenze del passato che ostacolavano il progresso, disconoscevano il significato positivo, ormai perduto, che credenze, istituzioni e costumi tradizionali avevano avuto alle origini, quando erano serviti a risolvere i problemi della loro epoca.
Gli illuministi però diedero un contributo all’avanzamento degli studi storici, e quindi alla storiografia (atteggiamento scientifico allo studio della storia, ricerca dettagliata). Per gli Illuministi la storia la fa l’uomo ed egli deve spiegare perché ha fatto una determinata azione, quindi nasce la problematicità della storia con la quale si cercano di capire certi eventi, contro la concezione provvidenzialistica della storia voluta dai Romantici, per i quali la storia e’ fatta da Dio, che ha un piano provvidenziale e quindi giudicare la storia vuol dire giudicare Dio; l’uomo si inserisce come una pedina in questa trama più elaborata. E’ pericoloso perché tutto e’ giustificato. Voltaire riportò la storia dall’esterno all’interno Compito della storia non era quello di riportare fatti estrinseci, o accadimenti, ma di scoprire quale fosse stata la società degli uomini in passato e di dipingerne i costumi, ma non di perdersi in particolari insignificanti, ma di spiegare lo spirito che li aveva prodotti. Questo era il lavoro di tutti gli storici del tempo.
Il pensiero moderno e l’emancipazione della mente avevano rifiutato il principio d’autorità e avevano messo in discussione l’autorità della Rivelazione e della Sacra Scrittura. Le guerre di religione e le stragi avevano indotto molti filosofi a formulare i principi di una religione naturale (la più importante; cioè che e’ vero e’ l’idea di Dio – non c’e’ una religione migliore delle altre, non c’e’ una gerarchia, spinge una tolleranza nei confronti di una religione), capibile con la ragione: una religiosità universale per superare i contrasti derivati dalle molteplici religioni positive (che si fondano su testi sacri, religione classica, hanno una Chiesa e impegnano i fedeli a condividere credenze), diverse nei riti, credenze e organizzazione. Nella religione naturale e’ l’uomo che, per natura, siccome vede che esiste lui e l’universo, e’ predisposto a pensare il concetto di Dio e la sua esistenza, un essere superiore che e’ la causa di tutto l’universo e questo fa parte della natura dell’uomo che ha certezza nell’esistenza di Dio. Per i condizionamenti storici, poi, il Dio viene descritto in varie religioni, quando aggiungo tutte le dottrine, i culti, diventa una religione che noi conosciamo. Nessuna religione e’ superiore alle altre, ma la differenza sta in come arricchiamo il concetto di dio, dunque tutte le religioni non sono altro che un’espansione della religione naturale, che accomuna tutti gli uomini.
In Francia deismo (dio e’ razionale e si arriva a capire dio non attraverso la fede, ma la ragione), caratteristica della religione naturale in cui si afferma che ciò che esiste e’ il concetto di Dio che fa parte della natura dell’uomo (mirava a creare le condizioni per l’accordo e la reciproca tolleranza fra gli uomini / in ogni uomo c’e’ il contatto con Dio - grande architetto, orologiaio, vedo l’universo e vedo Dio. La ragione, mente e’ predisposta a pensare al concetto di Dio, ma non fede, non i dogmi delle religioni che ampliano l’idea di Dio – unica che e’ vera, gli uomini stessi aggiungono) e Illuminismo si caricano di un’intenzione polemica ignorata all’Inghilterra (patria origine) e si trasformano in strumenti di critica corrosiva. Voltaire, che aveva fede in Dio, si scontrava però con tutte le Chiese: soprattutto quella cattolica che era da distruggere, perché elimina la capacità di pensiero. Egli conduce una polemica contro tutte le istituzioni ecclesiastiche che gli appaiono come oscurantismo e negazione di libertà.
L’anticlericalismo (contro le religioni tradizionaliste) caratteristica del deismo, e l’avversione per tutte le religioni positive di Voltaire, si trasformano per alcuni in lotta contro ogni forma di religione, per un esplicito ateismo. Essi dicono che solo una concezione materialistica della realtà possa essere fondata e atta a liberare gli uomini dalle superstizioni. Ciò sembrava spingere lo sviluppo delle scienze ed una concezione meccanicistica.
Esigenza dei materialisti (ritenevano che ciò che esiste e’ la materia e la realtà si spiega attraverso la materia, non attraverso concetti astratti. Dio non rientra bella materia e quindi il materialismo e’ ateo nella maggior parte delle volte) era l’estensione del metodo scientifico sull’intera realtà: essi volevano dimostrare che fra la materia inerte, quella vivente e quella pesante non esistessero salti qualitativi, ma semplici differenze. Questi philosophes aprirono la strada alla concezione evoluzionistica della natura, in cui si rappresentano gli esseri e le differenze all’interno della natura (proseguita da Darwin nell’800), ma appoggiarono il vitalismo, dottrina che, per spiegare il trapasso dalla materia inerte a quella vivente e pensante, attribuivano vita, pensiero e anima che muove tutto quanto (perché se c’e’ un movimento c’e’ l’anima e questo presuppone la vita) anche alla materia non vivente, non esiste la differenza tra materia organica e inorganica, perché essa non viene vista inerte, ma dinamica. Essi davano quindi più importanza alla differenza quantitativa che qualitativa. Il meccanicismo (ottica della scienza, che spiega l’universo e i fenomeni della natura attraverso un rapporto causa-effetto) si caricava di ambiguità che rendeva impraticabile lo studio della natura in termini della scienza esatta.
I materialisti traevano le più radicali conseguenze sul piano pratico, fautori di una morale fondata sul piacere e sull’utile, concedendo che l’utilità’ (morale utilitaristica), da assumere fosse l’utilità’ sociale, la felicità sia spirituale, sia materiale, anziché quella del singolo, quindi l’Illuminismo non e’ egoista, non in senso negativo ma obbiettivo di acculturare il popolo ed il sapere e’ finalizzato all’utilità sociale cioè migliorare la vita di tutti, non fine a sé stesso. Per migliorare le condizioni di vita, ma anche quelle economiche l’uomo deve combattere contro la miseria. L’incongruenza era evidente: se si assume la semplice utilità, non si vede a che titolo l’uomo sarebbe tenuto a preporre l’utile sociale al proprio. Il materialismo radicale suscitò, infatti, le proteste di molti pensatori contemporanei. Esso ebbe anche effetti positivi in quanto contribui' a diffondere l’esigenza di un’interpretazione scientifica della realtà e in quanto rivendicò gli aspetti sensibili e materiali dell’esperienza, spesso ignorati dalla morale.
La divulgazione del sapere, aspetto più importante del 700, non era riservato solo ad un’elite di eruditi e letterati, come nelle epoche precedenti, ma adesso moltiplica il numero di coloro che vogliono partecipare e informarsi sulle discussioni. Molti borghesi, leggono e pubblicano giornali, si formano un’opinione e la esprimono. La diffusione dei giornali e’ uno degli aspetti più importanti: notizie, posposte vengono discusse da tutti. I giornali e quindi la stampa contribuiscono inoltre a formare quell’opinione pubblica che eserciterà un’influenza significativa nelle sorti politiche della Francia.
La diffusione del sapere trova massima espressione nell’Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri (importanza della tecnica, dell’esperienza e rivalutazione delle materie scientifiche, aperti a forme di sapere pragmatico e tecnico, non solo teorico es. si da’ più importanza all’artigianato), pubblicata fra il 1751 e il 1772. Oltre ad essere un’opera di cultura, essa e’ anche battaglia politica, perciò viene condannata e ostacolata dalle autorità e dalla Chiesa. Un Decreto regio di Luigi XV censura i primi due volumi, perché essi intendono distruggere l’autorità’ regale (idee innovative che contrastano con quelle del sistema), instaurare uno spirito di indipendenza e rivolta e porre le basi sull’errore. La forza rivoluzionaria del testo e’ però evidente e preannuncia un legame con la Rivoluzione Francese, perché animata dallo stesso spirito. Il Consiglio di stato francese revoca anche la licenza di stampare l’Enciclopedia e papa Clemente XIII scomunica coloro che ne hanno delle copie. Gesuiti e libellisti reazionari la screditano.
Grazie alle concessioni tattiche, condannate dal Robespierre, l’impresa fu portata a termine da Denis Diderot che in venti anni diresse e compose con molti collaboratori oscuri i 28 volumi dell’opera completa destinata a produrre col tempo una rivoluzione negli spiriti (educare, cambiare lo spirito per attuare una vera rivoluzione). Nella stesura parteciparono i più famosi filosofi, scienziati e letterati: dal Voltaire al Rousseau fino a D’Alembert che presentò il piano dell’Enciclopedia nel Discorso preliminare, ma si ritirò dall’impresa dichiarando di amare la ragione, ma ancor più la propria tranquillità.
L’Enciclopedia mirava ad offrire a moltissimi lettori un repertorio globale del sapere, lo scibile, organizzato sulla ragione e sull’esperienza (arti e mestieri e li considera alla stregua delle scienze contro il medioevo che divideva le arti meccaniche da quelle liberali): un fine ambizioso perché vi erano ancora vaste regioni dell’esperienza non ancora toccate dai nuovi metodi di ricerca. Non si trattava di riepilogare il già noto per renderlo accessibile, come in una trattazione manualistica, ma si dovevano conquistare all’indagine critica settori del sapere ancora inesplorati o non considerati. Il fine non doveva essere solo informativo, ma umanistico (formazione dell’humanitas, del modo di pensare dell’uomo). Se si bandisce l’essere pensante dalla terra, la natura non e’ che una scena triste. L’uomo e’ il punto di partenza e al quale tutto bisogna ricondurre se si vuole piacere, interessare anche nelle particolarità più aride.
I filosofi illuministi diffidano delle masse popolari e condividono le idee politiche di Voltaire: "tutto deve essere fatto per il popolo, ma nulla deve essere fatto direttamente dal popolo". Questo regime e’ chiamato dispotismo illuminato. Nella Francia del 1700 vi e’ la monarchia assoluta, a differenza della monarchia costituzionale parlamentare in Inghilterra e dalla repubblica, nella quale si abbatte la monarchia e la nobiltà. Dispotismo (negativo, perché c’e’ la censura), perché l’autore non mette in discussione il potere assoluto dei sovrani (tiranno), anzi, lo convalida; illuminato perché tale potere assoluto sia esercitato per attuare una serie di riforme razionali di natura amministrativa per migliorare la vita dei sudditi, tese a rinnovare il sistema di vita della società (illuminato dai philosophes, intellettuali, dei consiglieri che rischiarano il governo e lo apre alle esigenze). Egli propone che i sovrani, cercando di soddisfare le esigenze del popolo senza nulla concedere a loro, prendano essi stessi l’iniziativa di riformare e migliorare la società e le strutture statali. In politica Voltaire non e’ un rivoluzionario, perché mantiene la monarchia assoluta, e dunque ha una posizione moderata (dispotismo illuminato), quando invece si vanno a mettere dei limiti al sovrano e si fa rispettare una costituzione, si ha la monarchia costituzionale che non e’ più moderata, ma c’e’ un cambiamento radicale, una riforma. Si può dire che Voltaire sia quindi un assertore della monarchia. Infatti i punti caratterizzanti l’Illuminismo sono: la monarchia assoluta (che non e’ voluta da essi ma e’ accettata dai realisti), ma essa e’ sostituita dal dispotismo illuminato, che si manifesta un conservatore, ma nello stesso tempo un riformista; una riforma del re, quindi un parlamento (liberale), la repubblica (rivoluzionario radicale)
Contro ogni forma di dispotismo sono due pensatori, anche se diversi tra loro: il barone liberale Montesquieu e il borghese democratico Rousseau. Il Montesquieu (scrive Spirito delle leggi) che conduce una satira contro la società, i costumi e le istituzioni del tempo, e’ fautore del liberalismo. Egli formula i principi basilari dello stato democratico: la certezza del diritto (legge definisce senza dubbi se qualcosa e’ vietato e dunque la nascita dello stato di diritto in cui e’ la legge che governa e il sovrano non può proibire qualcosa) e la divisione dei poteri fondamentali dello stato (esecutivo, legislativo e giudiziario). Nel regime dispotico le leggi sono arbitrio del sovrano, che può arrestare un suddito senza sottoporlo a processo. La certezza del diritto comporta invece che le leggi definiscano nel modo più chiaro e univoco quanto e’ vietato; quanto non esplicitamente vietato dalle leggi, sia lecito; che il sovrano non possa proibire a suo arbitrio ciò che gli risulti sgradito.
La divisione dei poteri (si ispira all’Inghilterra che e’ per gli Illuministi il paese ideale) si dovrebbe attuare affidando i diversi poteri dello stato a forze sociali diverse, che si controllerebbero a vicenda, impedendo abusi. Il liberalismo di Montesquieu conserva però un’impronta aristocratica: esso non si fonda sul principio dell’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, ma prevede che il re sia frenato e controllato dal clero e dalla nobilita. Quindi fra il sovrano e i sudditi devono esistere dei corpi intermedi, che esercitino una parte del potere. Più che di divisione dei poteri si deve parlare di distribuzione dei poteri (ottica non liberale), che comporta la conservazione dei privilegi del clero e della nobiltà (corpi intermedi), che controllano il sovrano per limitare il suo potere. Ma questa forza sociale e’ vecchia, ma bisogna dire che il modello non e’ più assolutistico, ma costituzionale. Da essa comunque trasse vantaggio il principio della divisione dei poteri odierno. Il liberalismo aristocratico di Montesquieu, assai lontano dalla democrazia (il liberalismo tende ad elaborare delle garanzie che pongano limiti al potere del sovrano, garantismo, la democrazia, non limita solo le prerogative del sovrano, ma attribuisce al popolo la sovranità) era modellato sulla costituzione inglese, alquanto idealizzata (anglomania, Inghilterra come modello).
Nello Spirito delle leggi, Montesquieu, (monarchia costituzionale di stampo inglese) confrontando ordinamenti europei molto diversi tra di loro, mise in evidenza il rapporto delle leggi con gli usi, le credenze religiose, i commerci, le dimensioni dei piccoli stati, introducendo (come cause delle leggi) anche l’ambiente geografico e il clima che condiziona la mentalità delle persone, fra i motivi condizionanti l’assetto giuridico. Per aver mosso i primi passi in questa direzione, estendendo al mondo umano (e applicando) la metodologia sperimentale della fisica (aspetti pratici e concreti), e’ considerato il fondatore della sociologia (analisi delle leggi) e della scienza politica moderna. Lo Spirito delle leggi, che fu messo all’Indice dalla Chiesa, ebbe però vastissima risonanza, fu tradotto in varie lingue ed esercitò una grande influenza, rivelabile al giorno d’oggi.
Per Rousseau (democrazia diretta) la condanna non e’ solo un atteggiamento negativo. Nell’Emilio egli formula un ideale educativo per aprire, per far cambiare la persona, punto di riferimento per la pedagogia successiva. In questa pedagogia negativa il fanciullo non deve essere frastornato da nozioni astratte e costretto a seguire obbiettivi imposti dall’adulto o dalla società, ma deve vivere la propria infanzia pienamente, deve formarsi spontaneamente secondo le possibilità, deve rapportarsi in termini diretti senza l’insegnante, non deve disciplinarsi secondo i pregiudizi del maestro (assente, deve solo predisporre, non deve trasmettere le sue conoscenze, ma il bambino, sbagliando deve imparare da solo assumendo un ampio tono di libertà nel rapporto con la natura), ma secondo il principio di realtà, cioè nel contatto con le cose che fanno pesare sul suo capo il giogo della necessità e non si piegano ai suoi capricci. L’educatore ha il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il libero esplicarsi delle attività dell’educando, e di preparare le condizioni ambientali più adatte perché egli eserciti la propria nativa creatività. Se il fanciullo avrà comportamenti scorretti, il maestro permetterà che ricadano su di lui le conseguenze negative dei suoi misfatti.
Sempre libertaria e’ l’altra opera di Rousseau Il contratto sociale (politica in cui c’e’ un patto, forma di stato): l’uomo e’ nato libero, e dovunque e’ in catene. Occorre trovare una forma di associazione (Stato) che difenda e protegga con tutta la forza comune la persona e i suoi beni (proprietà privata), e ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca che a se stesso e resti altrettanto libero quanto prima. L’unico regime che mette in atto queste opposte esigenze e’ la democrazia diretta, cioè una repubblica nella quale il popolo e’ sovrano in termini diretti (in Stati più vasti si realizza la repubblica indiretta) e non delega a nessuno la propria sovranità. I deputati del popolo non sono i suoi rappresentanti, ma i portavoce, che possono essere revocati o considerati decaduti (non possono avere obbiettivi che non siano quelli voluti dal popolo) e le loro decisioni non hanno alcun valore se non ratificate dal popolo. Unico sovrano e’ la volontà che promana dal corpo sociale, la volontà generale = lo Stato (non espressione degli interessi, ma corrisponde e cerca di rispondere alle esigenze degli individui), che unisce ed accumula gli uomini, perché esprime l’essenziale e l’universale negli individui. Essa non e’ la somma delle volontà individuali che si annullerebbero reciprocamente per i contrasti fra gli interessi e che possono penalizzare gli altri, ma la volontà che persegue l’utile e il bene della società. Il contratto sociale, non e’ più inteso come patto fra sovrano e sudditi, ma come impegno fra i cittadini che si costituiscono tutti sovrani ed essi stessi decidono di vivere in un cero modo (no origine divina del potere), essi non subiscono limitazioni della propria libertà, perché obbediscono alla volontà generale che corrisponde alle loro esigenze più profonde. L’Emilio e Il contratto sociale esercitano una notevole influenza sull’opinione pubblica anche straniera e ispirano la rivoluzione americana e francese. Al momento la Francia proibisce la stampa e la diffusione di queste opere e Rousseau si salvò dal carcere rifugiandosi all’estero. Questi divieti dimostrano che queste opere non erano semplicemente astratte e arbitrarie, ma avevano un forte aggancio con la realtà.
Rispetto alla fisica, la riflessione scientifica e sistematica sui fatti economici e’ iniziata solo nella seconda metà del 700, ma l’economia si occupa di processi molto complessi, legati alle scelte degli uomini e perciò più difficilmente riducibili nei termini delle scienze esatte. Solo la maturazione del sistema capitalistico (XVIII) offri' le condizioni adatte perché l’attività’ economica venisse colta nelle sue caratteristiche. Il latifondista (sistema feudale, legato al mondo romano) sfruttava schiavi per procurarsi i mezzi per svolgere attività politiche e culturali, uniche ritenute degne dell’uomo libero insieme alla guerra (no mercante), non si produceva per incrementare il capitale o per ottenere un profitto economico, ma per concretezza. Egli sfruttava i servi della gleba per procurarsi i mezzi per svolgere le attività militari, vanto e decoro del cavaliere. La produzione era solo un mezzo con cui le classi dirigenti si procuravano il necessario per dedicarsi ad attività superiori, estranee all’economia. Con il capitalismo la borghesia pone l’attività’ economica al centro e considera la produzione non come mezzo per soddisfare i propri bisogni, ma per moltiplicare indefinitamente il capitale (il capitale = potere, diventa fine a sé stesso). Il processo economico emerge in tutta la sua autonomia e si offre nella sua relativa purezza alla riflessione sistematica degli studiosi.
Il mercantilismo, fondato sul pregiudizio che i metalli preziosi costituissero la ricchezza dello Stato, avevano favorito le esportazioni e frenato le importazioni per accrescere l’oro e l’argento, la moneta, all’interno del paese. Questa politica, praticata dalla Francia, aveva determinato un rialzo dei prezzi (no concorrenza), conseguenza di un aumento della quantità di moneta cui non corrisponda un adeguato aumento della produzione, e aveva incentivato il contrabbando di merci dai paesi che praticavano prezzi più bassi. Per aumentare il volume delle esportazioni bisognava vendere a prezzi concorrenziali: quindi bisognava comprimere i salari, quindi bisognava comprimere i prezzi delle derrate alimentari, prodotte dall’agricoltura, dato che i salari non possono scendere al di sotto del livello di sopravvivenza e di riproduzione della mano d’opera. Ma la compressione dei prezzi delle derrate ne discriminava la produzione che chi produce guadagna poco e procurava problematiche ai ceti disagiati.
In Inghilterra, dove si forma Adam Smith (industrializzazione, scienze economiche-economia), lo sviluppo manifatturiero, assai più avanzato che in Francia, mostra che il profitto o prodotto netto non e’ legato alla fertilità della terra, ma esso emerge da altre attività. Nel Saggio sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, che fu considerata la bibbia degli economisti, Smith dichiara che il lavoro e’ la fonte di ogni ricchezza (esaltazione del lavoro) delle nazioni per condurre una vita agiata (ideologia liberale in termini economici, altrimenti in termini politici liberalismo = liberismo = partecipazione attiva della vita, ho stabilito le leggi e quando obbedisco alle leggi, obbedisco a me stesso). Qualsiasi lavoro produce qualcosa e il valore dell’oggetto e’ correlato al lavoro che e’ stato impiegato per produrre quell’oggetto (il lavoro, il tempo e il materiale determinano il prezzo che varia e il valore del prodotto). La regione per la quale il lavoro genera un valore sta nella divisione del lavoro che spezza in una serie di operazioni semplici e ripetitive (alienante per l’operaio, negativo) il processo della trasformazione della materia in prodotto finito, permette di ricorrere a strumenti che accelerano l’azione degli uomini, sia di risparmiare tempo, sia di ottenere il più alto grado di automatismo e destrezza.
Convinto che il capitalismo sia la più evoluta organizzazione economica in assoluto, Smith assegna al potere politico il compito di agevolarne il compito eliminando i monopoli di diritto (solo lo stato può vendere qualcosa), gli ordinamenti corporativi e gli ostacoli che inceppino la libera iniziativa (libertà = diritto inalienabile dell’uomo). Egli ritiene che, per una provvidenziale coincidenza fra l’interesse dell’individuo e quello generale, quando si lavora per se stessi (esaltazione dell’individualismo = concezione liberale pura = stato negativo, assente perché predispone le condizioni per esprimere la propria libertà, elimina gli ostacoli, ma non interviene, non da’ assistenza, e’ l’uomo che si afferma; contro lo stato assistenziale diverso dal liberale che interviene), si serve la società con maggiore efficacia di quando si lavora per l’interesse sociale. L’ideologia liberale ha come modello la monarchia costituzionale parlamentare dove il potere legislativo (Parlamento) e’ il più importante. Si da’ importanza all’individuo, alla libertà, alla monarchia costituzionale e la rappresentatività e’ data dalle elezioni a suffragio ristretto-censitario (non liberali puri ma solo le persone che pagano una certa somma di tasse. Il meccanismo economico (mercato) si autoregola (se qualcosa scende, poi essa si alza a scapito di qualche altra), controllato da una mano invisibile = Dio che interviene per ridimensionare tutto all’interno del mercato e quindi lo stato non deve intervenire nel mercato: quando una merce e’ più richiesta sale di prezzo, e con ciò aumenta l’incentivo a produrla; il contrario avviene quando una merce e’ meno richiesta, cioè meno utile alla società. Gli scambi avvengono in base alla quantità di lavoro che ciascuna merce incorpora: se una merce una merce si scambia alla pari di un’altra che contiene una minor quantità di lavoro, lo squilibrio sarà compensato, perché la concorrenza ristabilirà presto l’equità’ dello scambio.
Smith e’ l’artefice dello sviluppo economico del suo paese, nel quale si sta affermando la rivoluzione industriale, come il concetto fra valore e lavoro. Lo Smith identifica la libertà economica col regime di concorrenza libera, vengono riconosciuti i diritti naturali, circolazione, diritto della proprietà privata, libero scambio, importanza del Parlamento - potere legislativo – contruattalismo (libertà di commercio contro il protezionismo, contro le corporazioni che difendevano il loro lavoro, e che stabilivano il lavoro che devi fare) e libertà d’iniziativa e di mercato (se ho delle idee le devo mettere in pratica = ideologia ideale pura e non devo trovare ostacoli) per eliminare aspetti medievali, secondo l’ottica liberista; mentre lo sviluppo di strutture produttive dimostrerà che la libertà economica e il non intervento dello stato formeranno il trust e i monopoli di fatto (se ho un clima di libertà): esiste solo un unico che vende, che compra quelli più poveri e si elimina la concorrenza a danno del consumatore con situazioni economiche basse, che inceppano la concorrenza e frenano il flusso degli investimenti da un ramo all’altro della produzione e della distribuzione.
Patto sociale = forma di stato
Condizione naturale (stato di natura) Condizione civile (stato civile)
Stato ipotetico, libero, senza leggi, tutti gli Si afferma la proprietà privata
uomini sono felici, non e’ mai esistito ed e’ un non c’e’ la felicità perché
punto di riferimento per migliorare. Disuguaglianze
(Mito del buon selvaggio)
Teorizza un sistema politico, ma non c’e’ ancora
Si sceglie la natura dello stato a partire dallo stato naturale
Hobbes = fautore della monarchia assoluta, perché nello stato di natura c’e’ la guerra e quindi si vogliono sentire difesi (uomo e’ un lupo per l’altro). Si stipula un patto e si sceglie una persona per eliminare le guerre, ma non posso più revocare il patto (mon. assoluta). Si alienano al sovrano tutti i diritti tranne quello alla vita.
Locke = fautore dello stato liberale (monarchia costituzionale) per difendere i loro diritti, perché qualcuno li può calpestare. Nello stato di natura sono il giudice del misfatto, poi lo stato punirà e tutelerà i diritti, non più l’individuo, si vogliono sentire difesi. Se non si hanno questi diritti c’e’ il diritto alla rivoluzione.
Rousseau = ci sono tre passaggi (stato di natura – stato iniquo – stato sociale). Dallo stato felice, stato di natura, con la proprietà privata sono nate delle disuguaglianze, egoismo (stato iniquo) = ad Hobbes, ma la disuguaglianza e’ nello stato iniquo, non in quello attuale e bisogna abbattere lo stato iniquo con la rivoluzione francese e creare uno stato nuovo: democrazia diretta (non c’e’ più divisione tra potere esecutivo e legislativo, ma sono le persone che stabiliscono tutti e due i poteri) con un contratto che si stipula. La libertà e’ data dalla partecipazione attiva all’attività politica.

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