Il settecento

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Testo

il Settecento
Un mese prima di morire, nel 1700, Carlo II di Spagna indicò quale suo successore il duca Filippo d’Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV. Anche il consiglio di Spagna era d’accordo con questa decisione poiché gia all’epoca di Carlo V si erano sperimentati gli effetti di un governo filo - asburgico sul regno, e quindi preferiva un re francese ad un discendente della casa d’Austria.
Alla morte di Carlo II salì dunque al trono Filippo col nome di Filippo V. In seguito all’incoronazione di Filippo, il re di Francia occupò le fiandre spagnole dimostrando il chiaro intendo di voler creare uno stretto rapporto tra Spagna e Francia, il che avrebbe creato una superpotenza in grado di dominare tutta l’Europa.
Di fronte a tale situazione, l’Inghilterra e l’Olanda siglarono con l’Imperatore d’Austria Leopoldo I un’alleanza antifrancese alla quale aderì anche l’elettore di Brandeburgo Federico III. Obiettivo della lega era porre sul trono di Spagna il secondogenito di Leopoldo, l’arciduca Carlo, il quale rinunciava però a qualsiasi progetto di unione dei regni di Spagna ed Austria.
Lo scontro fra i due schieramenti fu lungo e sanguinoso. Si combatté su diversi fronti: in Italia, appoggiati dai Savoia, i francesi ottennero un iniziale successo, ma dovettero ripiegare quando Amedeo II di Savoia passò all’altro schieramento; lo stesso succedeva in Germania e nelle Fiandre dove l’esercito franco-spagnolo subiva ancora gravi perdite; nel Mediterraneo era l’Inghilterra a far da padrone occupando Gibilterra, le Baleari e per alcuni giorni anche Barcellona, ribadendo così la sua supremazia sui mari; altri scontri, infine, ci furono nelle colonie d’america tra coloni francesi ed inglesi.
La situazione per Francia e Spagna si faceva difficile quando la morte di Leopoldo I (1711) intervenne a mutare lo stato dei fatti. Il candidato della coalizione antifrancese divenne imperatore d’Austria e si riproponeva il problema dell’unificazione delle due corone di Spagna ed Austria.
A fronte di ciò l’Inghilterra decise di avviare le trattative di pace con la Spagna che si conclusero con la pace di Utrecht nel 1713 con la quale venivano riconosciuti i diritti di Filippo V con la rinuncia da parte dell’erede spagnolo di unire i regni di Francia e Spagna.
Gli Asburgo d’Austria furono i maggiori beneficiari dei trattati di Utrecht; ottennero, infatti, dai cugini spagnoli la maggior parte dei loro possedimenti in Europa. Il loro regno era diventato più esteso e popolato della rivale Francia. Così l’avevano voluto le due potenze marinare, Olanda ed Inghilterra, per le quali la Francia rappresentava la maggiore minaccia.
L’Inghilterra, oltre ad espandere le sue colonie nelle Antille e nel Nord America, ottenne benefici economici come la gestione del commercio degli schiavi ed il controllo delle roccaforti di Gibilterra e Minorca e si preparava a diventare la prima potenza economica europea.
Ogni traccia della superpotenza spagnola e la Francia, pur vedendo ridimensionate le sue ambizioni, si era liberata per sempre della minaccia spagnola avendo posto sul trono iberico un suo congiunto.
Come ogni dopoguerra, il periodo successivo alla pace di Utrecht,fu caratterizzato da una generale stanchezza dei popoli e da un unanime desiderio di pace. Le due grandi rivali, Francia ed Inghilterra, avevano speso molto in ricchezza e vite umane e per questo misero da parte per un po’ di tempo la loro antica rivalità; c’era bisogno di non essere impegnati su altri fronti perché in entrambi i regni, per un motivo o per l’altro, il potere centrale era minacciato ed era dunque necessario spendere tutte le energie in patria. In Inghilterra la dinastia degli Hannover aveva sostituito quella degli Stuart mentre in Francia il duca di Orléans esercitava il potere come reggente del giovane Luigi XV.
Questa situazione durò fino al 1940 quando, alla morte del sovrano d’Austria Carlo VI, si crearono le condizioni per l’inizio di un nuovo conflitto. L’imperatore, infatti, aveva approvato, prima di morire, una legge, la cosiddetta prammatica sanzione, con la quale regolava la successione in modo da permettere alla figlia Maria Teresa di succedergli alla sua morte. Dopo la morte di Carlo VI la Francia dichiarò illegittimo il provvedimento con lo scopo di approfittare di una vacanza del titolo imperiale per allargare i suoi confini nelle Fiandre e sul Reno. Alla Francia di Luigi XV si affiancarono i Borboni, Federico Augusto III di Polonia e Carlo Alberto di Baviera, entrambi pretendenti al trono d’Austria, oltre al re di Prussica Federico II il grande.
Proprio il sovrano prussiano mobilitò per primo il suo attrezzato esercito e, senza alcuna dichiarazione di guerra, invase ed annetté alla Prussica la ricca regione della Slesia. Al fianco di Maria Teresa si schierarono tutti coloro che temevano un rafforzamento dei Borbone e cioè l’Olanda, l’Inghilterra ed il Piemonte di Carlo Emanuele III.
La guerra fu lunga e combattuta su diversi fronti. Alla fine,dopo alterne vicende, si giunse alla pace di Aquisgrana del 1748 che convalidò la Prammatica Sanzione e riconobbe Maria Teresa ed il suo sposo Francesco di Lorena imperatori; la Slesia fu annessa alla Prussica, ormai entrata a far parte delle potenze europee, mentre il Piemonte si espandeva ad Est fino al Ticino; Parma e Piacenza furono cedute dall’Austria a Filippo di Borbone - Farnese, fratello del re di Napoli.
Anche se la pace di Aquisgrana lasciava aperte ancora alcune questioni, si creò in Europa da quel punto in poi una situazione di equilibrio in cui nessuna delle potenze poteva esercitare una vera e propria preponderanza sul resto d’Europa. Questo stato dei fatti fu in un certo senso casuale, dovuto alla fortuita composizione delle ambizioni delle principali contendenti; tuttavia è proprio sul principio dell’equilibrio che si svolsero i colloqui di pace per cui si arrivò alla convinzione che l’Europa era un sistema di stati sovrani indipendenti l’uno dall’altro.
Se dal punto di vista politico nessuna delle potenze riusciva ad esercitare una supremazia, vi è in campo in cui si può parlare di una vera e propria preponderanza inglese: è il mondo dello spirito. Nel campo della lingua e della cultura la Francia mantenne il suo primato indiscusso ma nel campo del pensiero l’Inghilterra aveva conquistato un posto senza pari. L’Europa intera se ne rende conto, come testimoniano le seguenti righe scritte da un reputato scrittore spagnolo, Feijòo: […] Molti autori francesi, nonostante la nota emulazione tra i due paesi, riconoscono agli inglesi una maggiore penetrazione e profondità di pensiero, riservandosi per sé il vanto di sapersi esprimere meglio. Su questo punto è indiscutibile che i francesi siano superiori ai loro vicini ed è per questo che si suol dire “pensiero inglese con forma francese” […].
In Inghilterra, dunque, nascono tante nuove idee alle quali si aprono tutti i paesi d’Europa. Come dirà Voltaire poco dopo: “È dal Nord che oggi ci viene la luce”. In effetti, nel passaggio tra XVII e XVIII secolo, gli inglesi si affermarono come i maggiori pensatori d’Europa e sostennero questo ruolo per diverse generazioni, ed è proprio dall’Inghilterra che partì il progresso economico e sociale del Settecento.
Durante il XVIII secolo, in particolare dalla metà del secolo, la popolazione cominciò ad aumentare in modo anomalo fino a quel punto; si passò dai 100-120 milioni di abitanti di inizio secolo ai circa 140 del 1750 per finire con i 200 milioni di fine secolo. Questa crescita imponente fu generale un po’ in tutta Europa tanto che gli studiosi parlano di una vera e propria rivoluzione demografica. Gli stessi hanno attribuito le cause di tutto ciò a diversi fattori: innanzitutto la diminuzione della mortalità, dovuta essenzialmente alle migliori condizioni igienico - sanitarie ed alla disponibilità maggiore di alimenti; infatti, l’introduzione delle nuove colture provenienti dal nuovo mondo, quali mais, patata, pomodoro,ecc., accrebbe la quantità di risorse disponibili e ciò rese la popolazione più forte di fronte alle malattie che erano state i flagelli del secolo precedente come la peste. Le guerre furono meno frequenti e soprattutto meno sanguinose; si trattò per lo più di guerre dinastiche, come abbiamo già visto, non mirate alla distruzione del nemico ma solo all’acquisizione di alcuni territori. La diminuzione della mortalità favorì implicitamente l’aumento delle nascite; molti, infatti sono convinti che la diminuzione della mortalità infantile, accompagnata alla maggiore disponibilità di lavoro, indusse molte famiglie ad investire di più in affetti.
Accompagnata all’aumento demografico vi fu una distribuzione della popolazione che si spostò dalle campagne verso i centri urbani, con differenze tra nazione e nazione. Nel Settecento le città con più di 100.000 abitanti erano 20 contro le 13 del secolo precedente. In particolare vivevano in città il 10% dei francesi e il 20% degli inglesi. L’urbanizzazione fu meno forte nell’Est europeo e molto più alta in Olanda. Oltre a popolarsi, le città subirono delle trasformazioni: si incominciarono a costruire case in pietra che rispettavano criteri di maggior comfort e decoro.
Con l’aumento della popolazione aumentò anche la richiesta di beni alimentari, il ché produsse la lievitazione dei prezzi dei beni e spinse numerose persone ad investire capitali nell’agricoltura per migliorare ed aumentare la produzione. Stava per cominciare una vera e propria rivoluzione per l’agricoltura che favorì poi la Rivoluzione Industriale. I cambiamenti più importanti si ebbero in Inghilterra e nei Paesi Bassi dove già esistevano forme di conduzione agraria di tipo capitalistico e dove l’aristocrazia non disdegnava di condurre attività, quali il commerciò, che permettessero di accumulare ricchezza; anche nell’Italia Settentrionale ed in parte della Francia si ebbero trasformazioni che riguardarono l’agricoltura.
I progressi più significativi si ebbero nelle tecniche di coltivazione e nella costruzione degli attrezzi agricoli: venne soppressa l’annata di maggese e al suo posto venne introdotta ogni 2-3 anni un’annata di coltivazione di foraggi ─ Lupinella, Trifoglio, Erba medica ─il cui sviluppo consentiva il mantenimento di un maggior numero di capi di bestiame e quindi una maggior produzione di latte e carne; il patrimonio zootecnico venne selezionato ed ampliato; fu introdotto il ferro nella fabbricazione degli utensili da lavoro in modo da ottenere attrezzi più efficaci e resistenti; furono praticate sistematiche opere di bonifica su paludi e brughiere in modo da diminuire la superficie incolta; furono abolite le forme meno produttive di utilizzazione del terreno; infine ci fu una maggiore collaborazione tra agricoltura e industria manifatturiera grazie alla diffusione di attività di trasformazione dei prodotti agricoli.
Grazie a questa serie di trasformazioni ci furono a disposizione maggiori risorse alimentari, le industrie poterono procurarsi materie prime a volontà ed allargare lo smercio dei loro prodotti alle campagne grazie alla maggiore disponibilità economica dei contadini.Parte della forza-lavoro impiegata una volta nelle campagne poté essere utilizzata in altri processi produttivi ed inoltre, la quantità maggiore di beni prodotti, equilibrò la domanda che cresceva con l’aumento della popolazione ed i prezzi dei beni alimentari rimasero contenuti di modo che i redditi prodotti poterono essere spesi nell’acquisto di manufatti.
Il salto di qualità dell’economia settecentesca è testimoniato dall’aumento del traffico commerciale interno ed internazionale e dall’importanza che assunsero alcune attività finanziarie. Le botteghe, dove un pubblico sempre più abituato a fare acquisti poteva trovare stoffe, manufatti, cacao, caffè, ecc., aumentarono a dismisura nelle città e nei villaggi.
Il motore del commercio era rappresentato dal traffico con le colonie. Le navi, soprattutto inglesi, tornavano dall’America cariche di metalli preziosi, caffè, zucchero, tabacco, e dall’oriente con tessuti, porcellane, ed altro. Ripartivano poi dai porti dell’atlantico con a bordo oggetti di poco valore come specchietti, ciondoli e altro, che servivano per acquistare gli schiavi dai capi tribù sulle coste del golfo di Guinea e da lì alla volta del Nuovo continente dove scambiavano la preziosa “merce” (se è giusto definire così un carico umano!) con ogni ben di Dio da vendere nei mercati dell’Europa. In questo modo le navi tracciavano le rotte del cosiddetto commercio triangolare: Europa, Africa, America.
Insieme al commercio ebbero un grosso sviluppo le attività finanziarie. Risalgono a questi periodi, infatti, le fortune di alcune compagnie assicuratrici come quella dei Lloyd’ s e di alcuni grossi istituti bancari di oggi. Molto importante, soprattutto per lo sviluppo delle attività produttive, fu la creazione delle banche di emissione e l’emissione di biglietti di banca (banconote) che i creditori dello Stato ricevevano dalle banche e circolavano come moneta fiduciaria garantita dallo Stato stesso. Nacquero le prime banche centrali come quella di Londra, che diventerà il canale più importante per la raccolta del risparmio privato. Anche in Francia si tentò di creare un qualcosa di simile; sotto la reggenza del duca di Orléans il banchiere scozzese John Law elaborò un progetto per risanare il debito pubblico della Francia che prevedeva l’introduzione del sistema monetario cartaceo. I titoli di credito verso lo stato venivano convertiti in biglietti emessi dalla Banca Generale il cui valore dipendeva dalle azioni di una compagnia commerciale. All’inizio i biglietti attennero molta fiducia ed il loro valore salì alle stelle; la Banca Generale diventò statale col nome di Banca Reale. Con l’aumento dell’emissione di banconote, però, e grazie ai risultati insoddisfacenti della compagnia, tutto il sistema crollò e lasciò irrisolto il grave problema economico della Francia rovinando circa mezzo milione di risparmiatori.
Il sistema cartaceo, grazie alla sua flessibilità, era molto più adatto alle esigenze della nuova economia in espansione, ma tutto dipendeva , come già sperimentato dalla Francia, dalla disponibilità della gente ad accettare le banconote con valore intrinseco. Tutto questo richiedeva una nuova mentalità da parte della gente e, soprattutto, una piena fiducia nello Stato e nella sua efficienza . Tutto ciò non era possibile per la Francia che versava in condizioni economiche disastrose.
Tutto questo spirito innovativo, questi progressi che il settecento continuava a produrre progressi in economia e in agricoltura, erano frenati dalla sopravvivenza di alcun ordinamenti, sociali e politici, appartenenti al cosiddetto anciént régime, cioè a quegli ordinamenti rimasti al medioevo e non più adatti al mondo che cambiava.
Vi era innanzitutto la classe aristocratica che si preoccupò soprattutto di difendere le sue antiche prerogative ed i suoi privilegi; godeva infatti di numerosi diritti quali l’amministrazione della “bassa” giustizia, il monopolio su alcuni servizi importanti per il lavoro agricolo quali l’uso del mulino, del frantoi, ecc., il diritto esclusivo di caccia e di pesca e di percepire somme di denaro nelle più svariate occasioni (nozze, funerali, trasferimenti); vi erano poi le corvées, cioè le prestazioni gratuite che i contadini dovevano concedere ai nobili.
Questi privilegi erano gelosamente difesi dai nobili perché considerati il segno della loro supremazia ma ostacolavano notevolmente l’ammodernamento e lo sviluppo delle piccole aziende agricole. Bisogna fare una netta distinzione, però, tra la nobiltà inglese, che si dedicava già da tempo alle attività commerciali, e quella francese, che esercitava tutti i suoi diritti, o con la monarchia russa e prussiana che forniva i componenti della classe amministrativa formando la cosiddetta nobiltà di servizio.
La nobiltà dunque svolse un ruolo conservatore nella società settecentesca, legandosi spesso al malcontento delle popolazioni rurali che non riuscivano a reggere il ritmo di un’agricoltura che progrediva giorno dopo giorno e comportava la modifica di alcune consuetudini, come il pascolo, la raccolta della legna e dei frutti selvatici.
Qualcosa di simile succedeva per l’economia urbana: gli antichi regolamenti corporativi venivano regolarmente aggirati dai lavoratori moderni che dovevano attenersi alle regole del mercato odierno se non volevano restare senza lavoro. Questi regolamenti erano gelosamente difesi dai piccoli artigiani e dalle gerarchie cittadine che non volevano cancellare le sia pur poche difese che questi regolamenti rappresentavano per loro.
In questo scontro tra vecchio e nuovo si inseriva la chiesa che deteneva numerose proprietà fondiarie gestite non al meglio dell’efficienza in vista della produzione. Per le nuove correnti di pensiero era del tutto inammissibile che ciò accadesse perché il potere temporale della chiesa sottraeva terreni ad attività più redditizie del popolo.
Se l’agricoltura ed il commercio ebbero un sensazionale sviluppo, le trasformazioni che riguardarono l’industria nello stesso periodo ebbero una maggiore risonanza nella storia dell’umanità. Il settore fu rinnovato da continue invenzioni, tra le quali la più importante è senza dubbio la macchina a vapore che ha reso famoso il nome del modesto meccanico scozzese James Watt.
Durante la seconda metà del Settecento l’Inghilterra, in particolare, fu sede di una radicale trasformazione delle strutture di produzione che portò ad un modello basato sulla fabbrica, luogo in cui gruppi di operai lavorano in gruppo utilizzando macchine che compiono lavori compiuti in precedenza dagli uomini manualmente.
Questa trasformazione fu evidente nell’industria tessile; nel periodo tra il 1750-1760 divenne d’uso comune la navetta volante inventata da John Kayche permetteva di tessere in modo più veloce. Il lavoro di tessitura rapida richiedeva una quantità sempre maggiore di filato che fu possibile ottenere grazie a diverse invenzioni come il filatoio meccanico ideato da James Hargraves che permetteva ad un solo operaio di manovrare contemporaneamente otto fusi, il filatoio a rulli di Richard Arkwright che produceva un filato molto resistente, o la mule di Crompton che univa le caratteristiche dei precedenti e permetteva di ottenere un filato talmente sottile da far concorrenza alle pregiati filati indiani.Tutti questi macchinari avevano il pregio di poter essere manovrati anche da operai non specializzati ma le dimensioni ed il costo impedivano che potessero essere dislocati presso le abitazioni per cui dovevano essere utilizzati in appositi stabilimenti, appunto le fabbriche. È così che si passò dal lavoro a domicilio al “factory system”, cioè al lavoro in fabbrica.
Altri progressi decisivi si ebbero nel campo siderurgico; qui il problema principale riguardava la fusione e la lavorazione del ferro; si trattava di trovare un combustibile che sostituisse il carbone di legno difficilmente trasportabile e poco reperibile. Il carbon fossile presentava delle impurità e non era dunque adatto nella delicata fase di fusione, finché Abraham Derby non inventò un sistema di cottura del suddetto carbone che lo rendeva più puro e quindi utilizzabile (il carbon coke). Per l’Inghilterra, che disponeva di ingenti giacimenti di carbon fossile, si trattò di un’ulteriore spinta al processo di crescita che già viveva. Il ferro soppiantò l’uso del legno in diversi settori e l’età industriale si pose sotto il segno del ferro e del carbone.
Il problema dell’energia fu risolto dall’invenzione della macchina a vapore del già citato James Watt. La sua opera lasciò un segno molto più duraturo di un Napoleone nato anch’esso nello stesso periodo tanto che il macchinismo contemporaneo e la “grande industria” moderna derivano dalla sua invenzione.
Uno storico americano ha dimostrato di recente che l’evoluzione a quel tempo era parallela sia in Inghilterra che in Francia e che la parte principale debba essere attribuita all’ingegnosità francese che ottenne risultati importanti soprattutto nel campo della metallurgia con la creazione dell’importante centro di Creusot. A cosa era dovuto allora il progresso economico inglese? Quali cause spinsero l’Inghilterra a diventare la prima potenza economica d’Europa?
In questo caso le invenzioni non spiegano tutto, anzi, si può dire che le invenzioni furono più una conseguenza che non una causa dello sviluppo industriale che progrediva giorno dopo giorno proponendo nuovi problemi tecnici. Si trattò dunque di una questione di caratteristiche socio-politiche adatte: una mentalità che apprezzava le attività ed i successi economici, una diffusa istruzione, leggi adatte che rendevano i nuovi imprenditori in grado di far valere le proprie esigenze, la mancanza di barriere sociali, ecc. Inoltre, come già abbiamo detto, l’Inghilterra era fornita di grosse miniere di ferro e carbon fossile e le sue caratteristiche territoriali favorivano i trasporti; grazie alla sua tipica forma, infatti, nessuna delle città distava più di 100Km dal mare, ma i vantaggi della natura furono potenziati ancora una volta dall’intervento dell’uomo: furono creati numerosi canali navigabili e, sempre su iniziativa di privati, si iniziò la costruzione e la manutenzione delle strade. Durante il Settecento, in pratica, l’Inghilterra si munì di una fitta rete di strade e canali grazie alla sinergia tra governo e cittadini.
Inoltre, grazie alla solidità delle istituzioni finanziarie, si poteva disporre di capitali a bassi interessi. Non sorgeva alcun problema poi per la disponibilità di forza-lavoro; la popolazione, che aumentò del 32%, assicurava braccia al lavoro nelle fabbriche.
I processi di trasformazione del XVIII secolo interessarono anche la politica. I sovrano settecenteschi, rifacendosi al pensiero degli “Illuministi” (la nuova corrente di pensiero), si impegnarono ad eliminare quegli elementi dell’anciént régime che rappresentavano un ostacolo all’azione livellatrice ed accentratrice del potere. Dall’unione tra ideologie illuministiche e azione del monarca nasceva il cosiddetto dispotismo illuminato. Questo tipo di governo interessò la Spagna, il Portogallo, la Danimarca, la Svizzera, la Russia, l’Austria e gli stati Italiani. In Francia, al contrario, il potere regio ebbe un rapporto di tipo conflittuale con i pensatori locali.
L’Italia, passata in seguito ai trattati di Aquisgrana e Utrecht dall’egemonia spagnola a quella austriaca, uscì dall’immobilismo e dall’isolamento culturale e politico che l’aveva caratterizzata nel secolo precedente e poté aprirsi alle nuove correnti di pensiero che circolavano in Europa.
Le riforme si avviarono sullo scenario della polemica contro i privilegi e le sopraffazioni della chiesa mentre tra gli intellettuali italiani, che coltivavano rapporti di collaborazione tra loro, si diffuse l’idea di riformare l’istruzione , i codici, la pubblica amministrazione e di migliorare le condizioni igieniche ed economiche della popolazione.
Su questi temi i governi riformatori intervennero spesso supportati dal prezioso aiuto degli stessi intellettuali. In breve, il Settecento riformatore italiano può dividersi in tre fasi:
1. fino al 1733 quando la riapertura delle ostilità internazionali interruppe l’azione riformatrice avviata soprattutto in Piemonte;
2. dopo la pace di Aquisgrana quando l’Italia, tra Borboni ed Asburgo, sembrò aver trovato un assetto stabile che portò ad un sensibile progresso dell’economia;
3. gli anni dopo le grandi carestie (’64-’65) dove lo scontro politico fu più duro e le riforme si arenarono o si trasformarono in un intervento dispotico dall’alto che mise in crisi, in entrambi i casi, la preziosa collaborazione tra governi ed opinione pubblica.
Passiamo ad osservare singolarmente la situazione dei singoli stati della penisola:
STATO SABAUDO
Nello Stato sabaudo, assurto con la pace di Utrecht a regno, il sovrano Vittorio Amedeo II si propose come obiettivo primario il rafforzamento del potere centrale, riducendo il potere dell’aristocrazia e revisionando tutti i titoli nobiliari.
Fu statalizzata l’istruzione emarginando i Gesuiti, fornitori del servizio di istruzione privata, e riformando l’Università con l’istituzione di nuove cattedre per lo studio di materie scientifiche e del diritto pubblico.
Anche la giustizia fu riformata con un’opera di razionalizzazione e riordinamento dei codici. Il Piemonte era una delle regione più ricche d’Italia ma la popolazione subì passivamente le riforme e così con il successore Carlo Emanuele III, si ebbe un netto ripiegamento.
LOMBARDIA
La Lombardia fu investita dalle riforme promosse dai sovrani di Vienna in tutti i loro territori che produssero sviluppo economico e sociale assicurando un periodo di buongoverno.
Nel 1749 Maria Teresa d’Austria istituì una giunta per il censimento con l’incarico di redigere un catasto aggiornato. In questo modo si aveva un quadro preciso delle proprietà terriere che assicurava introiti certi ed equi allo stato facendo pagare le tasse a tutti in relazione al reale valore intrinseco dei loro beni. La precisa conoscenza della situazione delle campagne, inoltre, consentì di varare opportuni provvedimenti a favore dello sviluppo dell’agricoltura.
Le riforme presero nuovo slancio con la nomina nel 1759 del ministro per la Lombardia, il conte trentino Karl Joseph von Firman che, con la collaborazione di alcuni intellettuali di spicco lombardi, attivò in Lombardia le direttive di Maria Teresa. Con l’avvento di Giuseppe II la spinta riformatrice fu ulteriormente intensificata.
Furono presi provvedimenti in materia d’Istruzione, giustizia penale, sanità pubblica e nell’ambito dei rapporti tra Stato e Chiesa. Per quanto riguarda la riforma dello stato si mirò, come già era successo in Austria, a smantellare le antiche istituzioni di ceto per fare della regione una provincia dell’Impero.
Per quanto riguarda il rapporto tra Stato e Chiesa le rivendicazioni riguardarono questioni fiscali,economiche, culturali e vennero eliminati i privilegi della Chiesa di fronte al fisco; fu, infine, limitata l'estensione della proprietà ecclesiastica.
TOSCANA
A partire dal 1765, la Toscana fu retta dal figlio di Maria Teresa d’Austria, Pietro Leopoldo di Lorena. La nuova dinastia si caratterizzò fin dall’inizio per il rigore morale , il forte senso dello Stato e la sincera sollecitudine verso il benessere dei sudditi.
Avvalendosi della collaborazione di uomini scelti per la loro competenza, indipendentemente da ogni titolo nobiliare, pieni di senso pratico, il sovrano dette corpo ad un programma di riforme che si distinse per organicità e continuità d’impegno che si tradusse in realizzazioni durature.
all’indomani delle carestie degli anni Sessanta, una legge stabilì la libera circolazione del commercio dei grani su tutto il territorio toscano. Nel 1771 fu liberalizzato anche il commercio con l’esterno. Seguì l’opera di bonifica della Maremma e la fondazione di società agrarie per la diffusione delle tecniche moderne tecniche agronomiche.
Lo stato arrogò a sé la riscossione delle tasse e limitò il potere delle corporazioni per favorire lo sviluppo delle attività manifatturiere.
Alle strutture burocratiche dello Stato affiancò vere e proprie forme di decentramento ed ampliamento delle libertà, arrivando addirittura al progetto di una costituzione che ponesse il rapporto tra Stato e cittadino sul piano della collaborazione e non della soggezione.
Emanò nel 1786 un codice penale in cui era abolita la pena di morte e le torture e furono snellite le procedure. Verso la Chiesa, Leopoldo adottò la politica giurisdizionalistica consueta in quegli anni.
REGNO DI NAPOLI
Il Regno di Napoli,passato nel 1714 dalla Spagna all’Austria, riacquistò la sua indipendenza, seppur sotto una dinastia straniera, con Carlo di Borbone nel 1734. I mutamenti politici spostò l’attenzione dell’intelligenza locale sulle riforme sociali,economiche e del giurisdizionalismo. Il centro propulsore di questa intensa attività culturale fu la cattedra di economia politica tenuta da Antonio Genovesi, un sacerdote convertitosi allo studio dell’economia politica, che teorizzò la necessità di intervenire con le riforme alla modernizzazione dell’agricoltura del Mezzogiorno.
Il vero animatore del riformismo borbonico fu però Bernardo Tanucci che prima collaborò con Carlo Borbone e poi, dopo che questi divenne re di Spagna, con l’erede Ferdinando. La monarchia borbonica cercò di risollevare le condizioni economiche del Mezzogiorno: furono alleggeriti i controlli ed i vincoli sul commercio, furono razionalizzati ed uniformati i regolamenti economici e fu facilitato l’accesso alle attività commerciali. Tuttavia Napoli ed il Mezzogiorno furono colpiti da una serie spaventosa di carestie che misero in evidenza la precarietà dell’economia meridionale.
Il nodo cruciale era quello feudale; il feudo, infatti, era una realtà ben viva nel napoletano: esso manteneva i contadini in uno stato di rassegnata subordinazione e bloccava sul nascere ogni tentativo di modernizzazione. La monarchia non fu in grado di colpire questa struttura.
L’opera dei Borbone fu tuttavia più efficace nei confronti della Chiesa: la secolare soggezione di Napoli alla Chiesa romana fu allentata dal concordato del 1741 e dai provvedimenti presi successivamente che ebbero effetti positivi sull’istruzione e sugli ordinamenti politici.
ALTRI STATI ITALIANI
Anche gli altri stati italiani seguirono la corrente riformatrice e conobbero la circolazione di idee illuministiche. Forte fu, a Parma, l’impegno del ministro di Filippo di Borbone , Guillaume du Tillot soprattutto nella lotta contro i privilegi ecclesiastici.
Lo Stato Pontificio con Benedetto XIV e Pio Vi registrò una singolare esperienza di riformismo senza illuminismo.
Genova conservava la sua importanza economica, ma andava perdendo ogni vitalità politica, mentre Venezia, nonostante le sue leggendarie libertà repubblicane, andava ormai verso la decadenza.
Dal punto di vista culturale, il Settecento italiano può essere distinto in due fasi diverse; la prima, corrispondente con la prima metà del secolo, prende il nome di età dell’arcadia, mentre il secondo,più in linea con il resto dell’Europa è il periodo dell’Illuminismo.
L’arcadia fu un movimento letterario che, diffusosi alla fine del Seicento e protrattosi per tutto il Settecento, si diffuse in tutte le regioni d’Italia. Il movimento si propose di opporre al cattivo gusto Barocco il culto della poesia tradizionale, ripristinando il classicismo e realizzando una poesia più vera nei sentimenti e più semplice.
Il movimento prese il suo nome casualmente, quando durante una riunione a Roma di un gruppo di uomini di cultura che si riunivano per recitare le loro poesie, uno di loro, Agostino Taja, esclamò: “Egli sembra che oggi noi abbiamo rinnovato l’Arcadia!” facendo riferimento alla regione greca abitata un tempo da contadini e pastori. L’allusione piacque a tal punto che si decise di creare un’accademia con questo nome, la quale trattò appunto temi di tipo bucolico e pastorale.
La regione, infatti, era diventata per i poeti greci e latini simbolo della vita semplice ed innocente e furono proprio questi i temi principali della poesia dell’Arcadia.
Le sue origini però vanno ricercate già nel seicento quando, accanto e contro il marinismo, nacque una corrente che si riproponeva di creare una poesia semplice di ispirazione idilliaca. La corrente andò acquistando sempre più importanza fino a raggiungere il culmine con la creazione dell’accademia che ebbe il merito di tenere unita la cultura italiana e di rafforzare l’unità linguistica che sarà il preludio della futura unità politica.
Per prima cosa l’Arcadia ripristinò il classicismo, cioè l’ammirazione e l’imitazione dei poeti classici greci e latini, offrendo una poesia chiara, semplice e naturale.
La poesia dell’Arcadia ebbe due motivi principali: il primo, con contenuti morali ed eroici, che seguiva la tradizione moralistica del seicento, mentre il secondo, di tipo amoroso e sentimentale, che trattava le tematiche dell’amore nei suoi diversi aspetti (languido, sdolcinato) , il tutto sullo sfondo di paesaggi idilliaci fatti di boschi, erbe, fiori, ecc.
La struttura metrica preferita fu la canzonetta, fatta di versi brevi, al ritmo di danza con rime baciate o alternate. Il linguaggio era chiaro e semplice e la sintassi estremamente elementare nei suoi costrutti. I contenuti erano spesso ricchi di particolari, dispersivo e non sempre fusi in una sintassi organizzata.
Si trattò di una poesia poco profonda e superficiale ma che non mancò di esercitare il suo fascino grazie alla ricchezza dei sentimenti.
Tuttavia l’Arcadia non rappresentò un progresso della letteratura italiana perché, per reagire all’eccessivo formalismo del barocco, si passò all’eccesso opposto della semplicità dovuta alla mancanza di ideali politici, religiosi e sociali.
Tuttavia il ritorno alla razionalità predisponeva gli animi ad accogliere le nuove idee che in quegli stessi anni si andavano formando in Europa e che a poco a poco stavano penetrando in Italia.
I poeti principali dell’Arcadia furono Giambattista Felice Zappi, Eustachio Maifredi, Carlo Innocenzo Frugoni, Poalo Rolli e Pietro Metastasio.
Fu proprio sulla valorizzazione della razionalità che si sviluppò la cultura della seconda metà del secolo. Come negli altri paesi d’Europa l’Illuminismo si diffuse nella seconda metà del secolo anche in Italia, diffondendosi in tutti gli strati della popolazione, ma soprattutto nei salotti dei nobili, che accoglievano le nuove idee un po’ per moda, per non restare “indietro”, senza capire la carica rivoluzionaria che esse contenevano. Questo movimento, diffusosi già all’inizio del secolo nel resto d’Europa, si proponeva di esaminare la realtà del mondo che ci circonda con il solo supporto della ragione. Si proponeva, dunque, di “illuminare” le menti degli uomini per liberarle dai preconcetti, dall’ignoranza e dalla superstizione.
Il movimento nacque in Inghilterra ma si sviluppò in Francia per merito di scrittori particolarmente brillanti quali Voltaire, Diderot, D’Alambert, Rousseau ed altri.
Le sue origini si possono trovare già nel secolo precedente; già Cartesio aveva fatto della ragione l’unica fonte del sapere umano; ed altre tracce si trovano nella scienza sperimentale di Newton e Galilei; ma la maggior parte del pensiero illuministico, soprattutto per ciò che concerne la politica, prese spunto dalle teorie di Locke.
Gli Illuministi rifiutarono completamente la religione e qualsiasi questione metafisica, generando forti polemiche e contrasti con la Chiesa, accusandola di aver esercitato per secoli un’azione di censura sulle coscienze.
Tuttavia molti illuministi non furono atei, bensì elaborarono il deismo, un’idea propria di “religione naturale” priva di apparati dogmatici e gerarchie ecclesiastiche.
In campo politico, come già detto, gli Illuministi si rifecero a Locke, ribadendo che la legittimazione del potere risiedeva nel patto sociale che attribuiva al sovrano la funzione di garantire il godimento dei diritti naturali ai cittadini; furono ribaditi i diritti alla sicurezza, alla libertà, alla proprietà, alla ricerca della felicità.
A livello teorico i contributi più importanti vennero da Montesquieu e da Rousseau . Il primo, nelle sue diverse opere, si limitò a descrivere le varie forme di governo distinguendo la democrazia, che si regge sulla virtù, la monarchia, che si regge sull’onore, e il dispotismo che si regge sul terrore. Montesquieu ipotizzò anche la divisione dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) per garantire la libertà dei cittadini.
Al contrario, Rousseau aggiunse nelle sue opere delle sue valutazioni polemiche descrivendo lo stato come dovrebbe essere e non com’è. Secondo Rousseau la corruzione degli uomini era iniziata con l’istituzione della proprietà privata; bisognava quindi rieducare i fanciulli allontanandoli dai cattivi esempi. Nello Stato prefigurato da Rousseau la volontà del singolo non può andare contro la volontà della massa; questo sistema presentava dei rischi perché la democrazia poteva trasformarsi in totalitarismo.
Le riflessioni sui temi di carattere economici furono più puntuali ed organizzate in teorie ben definite. Si arrivò alla concezione che l’economia potesse esistere come scienza indipendente. I maggiori risultati furono ottenuti dai fisiocratici in Francia e da Adam Smith in Inghilterra, entrambi promotori della naturale circolazione delle merci e del denaro.
Il fondatore della scuola fisiocratica (fysis = natura; kratos = potere) fu Quesnay il quale, nel suo Tableau économique sostenne il primato dell’agricoltura sulle altre attività. In una società, infatti, di contadini (produttori), artigiani (classe sterile) e nobili (consumatori) sono i primi a produrre con il loro lavoro un aumento di ricchezza del quale usufruiscono anche le altre due classi. A fronte di ciò, i fisiocratici proposero lo sviluppo delle attività agricole sul modello inglese. Un altro punto della fisiocrazia riguardava il libero commercio: i fisiocratici ritenevano che lo Stato doveva interferire il meno possibile nel flusso naturale dei beni e della ricchezza.
A differenza di Quesnay, Adam Smith sostenne che qualsiasi lavoro produceva una ricchezza aggiunta, ed ogni lavoro è tanto più produttivo quanto più è organizzato e socialmente diviso. Per Smith due erano le condizioni fondamentali per cui il sistema moderno del lavoro poteva funzionare: il capitale, che le persone dovevano investire nel processo produttivo al fine di aumentare la ricchezza, e la libertà economica.
Nella storia dell’Illuminismo svolse un ruolo fondamentale il pensiero inglese: ad esempio alcuni punti del pensiero di Rousseau già si trovavano in scrittori inglesi quali Milton e Dryden; il principio della divisione dei poteri di Montesquieu era già da tempo caro agli inglesi; l’idea dei philosophes francesi di creare un dizionario destinato a fare il punto sulle conoscenze umane fu presa dalla Cyclopedia or an universal dictionary of Art and Science pubblicata nel 1728 da Ephraïm Chambres. Su questo modello più tardi Diderot, con la collaborazione delle più grandi menti del tempo, realizzò l’Encyclopédie pubblicata nel 1750 composta di 34 volumi che fu il vero canale di trasmissione delle nuove idee non solo in Francia, ma in tutta Europa, Italia compresa (come già accennato).
Altro canale di diffusione dell’Illuminismo furono le accademie nelle quali si discuteva delle nuove problematiche scientifiche e filosofiche. In Italia queste sorsero soprattutto nei due maggiori centri dell’Illuminismo italiano: Milano e Napoli .
Il vero animatore dell’Illuminismo milanese, incentivato dalla politica riformatrice di Maria Teresa d’Austria, fu il conte Pietro Verri che fondò l’ accademia dei Pugni e il giornale “caffè”. Il più famoso degli illuministi milanesi fu Cesare Beccarla che nel suo “Dei delitti e delle pene” condannò la pena di morte.
Anche a Napoli, grazie alla politica innovatrice dei Borbone, l’Illuminismo poté svilupparsi ma, rispetto a Milano, si interessò soprattutto di problemi giuridici. I più importanti illuministi napoletani furono Gaetano Filangeri, Ferdinando Galiani, Mario Pagani e Vincenzo Russo.
A differenza di quello europeo, l’Illuminismo italiano fu caratterizzato dall’assenza di una vera e propria politica antireligiosa. Ciò era impossibile in Italia dove la chiesa godeva del tradizionale rispetto della popolazione che aveva fatto di Roma e dell’Italia il centro della cristianità. Inoltre la polemica contro l’assolutismo degli Stati fu più moderato.
La letteratura si adattò al nuovo modo di pensare: i contenuti riguardavano soprattutto temi pratici e le nuove scoperte della scienza e furono prese dure posizioni contro l’arcadia per i temi frivoli che trattava.
Testi consultati :
Lineamenti di Storia (G. Perugi, M. Bellocci)
Storia politica del mondo (Gaston Zeller)
Spazi e testi letterari (C. Attalienti, E.Magliozzi, G. Cortoneo)

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