Il Seicento

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Testo

L’Europa nel XVII secolo
Malgrado lo scacco subito nel XVI secolo, gli Asburgo di Vienna e quelli di Madrid riprendono nel XVII secolo la loro aspirazione di creare un impero ereditario e una dominazione cattolica universale. Il conflitto, unicamente tedesco all’inizio, diventa europeo con l’intervento della Danimarca e della Svezia. L’imperatore Ferdinando II sembra sul punto di raggiungere l’egemonia quando sconfigge la Boemia, vince la Danimarca, proclama nel 1629 l’Editto della Restituzione, con cui obbliga i protestanti a restituire le terre che avevano secolarizzato, e respinge gli svedesi (morte di Gustavo Adolfo, 1632). Nel 1635 l’imperatore sembra dominare in Germania. E’ allora che Richelieu, dopo aver restaurato l’autorità regia, impegna la Francia nella guerra allo scopo di spezzare l’accerchiamento del regno, dopo aver concluso un’alleanza con la Svezia, i principi protestanti tedeschi e le Province Unite. Le vittorie francesi, dopo un difficile inizio, permettono l’occupazione dell’Artois, dell’Alsazia e del Roussillon, obbligando l’imperatore a firmare i trattati di Vestfalia del 1648, carta del diritto pubblico europeo fino alla rivoluzione francese. Estendendo la libertà di coscienza ai calvinisti, proclamando l’uguaglianza tra protestanti e cattolici, accordando ai principi, l’autorità suprema in materia religiosa, questi trattati fanno della Germania un “tutto inorganico”. L’imperatore eletto era disarmato di fronte all’oligarchia dei principi in una Germania dove trionfano le “libertà germaniche”. Gli Asburgo di Vienna vengono sconfitti, la Francia ottiene i diritti e i possedimenti della casa d’Austria in Alsazia e il riconoscimento ufficiale del suo insediamento nelle Tre Diocesi e a Pinerolo. La Germania, campo di battaglia, avrà bisogno di oltre un secolo per riparare i danni materiali subiti (calo demografico, terre incolte, carestie) e risollevarsi dal suo indebolimento intellettuale e morale (tradizione nazionale in rovina e costumi imbarbariti).
La Francia, dapprima bloccata dalle Fronde, può imporsi sugli Asburgo di Madrid soltanto 5 anni più tardi. Mazzarino prosegue la politica di Richelieu; dopo aver accerchiato i Paesi Bassi e aver ottenuto l’alleanza inglese e creata la Lega del Reno, impone il Trattato dei Pirenei del 1659, in seguito alle decisive vittorie di Turenne. La Spagna abbandona alla Francia l’Artois (tranne Aire-sur-la-Lys e Saint Omer), l’Alta Cerdagne e il Roussillon e quelche piazzaforte delle Fiandre,dell’Hainaut e del Lussemburgo. Consacrando l’onnipotenza e l’abilità politica di Mazzarino, l’Europa affida allora alla Francia il compito di arbitrare la pace del Nord, che fu favorevole alla Svezia, sua alleata.
Questo secolo appare ricco di tensioni religiose che producono in ogni paese inasprimenti e rivendicazioni. Ogni regnante si appoggia a una fede e ne pretende fanaticamente l’osservanza vedendo in ciò il presupposto per installare nei sudditi l’abitudine alla disciplina e all’obbedienza, trasformando la religione in uno strumento di governo.
Questo quadro così cupo è aggravato da una serie di carestie e epidemie. A causa della cosiddetta “piccola glaciazione”, un sostanziale abbassamento del clima medio europeo, con il conseguente peggioramento della produzione agricola, la popolazione diminuisce di oltre un quarto.
Tuttavia, i segnali di novità non mancano, soprattutto nell’ambito scientifico. Se nel Rinascimento gli intellettuali europei avevano con entusiasmo riportato alla luce la cultura del mondo antico, ora c’è chi non esita a distaccarsene per guardare verso gli “infiniti mondi” scoperti da Galileo. Il caso dello scienziato pisano, è simbolo degli ostacoli che questa spinta verso il “nuovo” incontra da parte dei poteri costutuiti, impegnati a imporre il conformismo. Il conflitto tra tradizione e obbedienza, sperimentazione e libertà è ormai dichiarato.
L’indipendenza olandese
I Paesi Bassi, che facevano parte dell’impero di Carlo V d’Asburgo e di suo figlio Filippo II di Spagna, erano terre assai ricche: pesca e agricoltura, bei lavori artigianali, costruzioni marittime, commercio con l’estero, tutto ciò prosperava entro e intorno alle città di Anversa, Amsterdam, Gand, Bruges e Bruxelles.
Con la loro eccellente flotta i Paesi Bassi commerciavano merci in tutta Europa.
Le diciassette provincie che componevano i Paesi Bassi erano una fonte di ricchezza di vitale importanza per gli Asburgo; sotto Carlo V la richiesta di tributi e i decreti contro i protestanti provocarono però un’aperta sommossa.Nel 1568 durante il regno di Filippo II, la crudeltà dell’Inquisizione e la presenza di truppe spagnole alimentarono ancor più la miccia della sommossa. Nel 1567 Filippo aveva inviato nei Paesi Bassi il Duca d’Alba, il quale represse crudelmente la ribellione, la nobiltà considerata principale responsabile dei disordini, fu la più severamente colpita.Le tasse sempre più alte e lo spietato governo del Duca d’Alba provocarono infatti un'altra rivoluzione.
Nel 1572 i ribelli si impossessarono dei porti eli trasformarono in teste di ponte della rivolta. I Paesi Bassi si erano trovati uniti nella lotta per l’indipendenza nonostante la differenza di religioni, ma nel nord (l’attuale Belgio) i nobili di maggioranza cattolica si rifiutarono di prendere ordine dal condottiero della rivolta, Guglielmo d’Orange, un protestante. Nel 1579 essi si rifiutarono di prender parte alla lotta e rinnovarono la loro alleanza con Filippo. Nello stesso anno le otto province del nord si riunivano a formare l’Unione di Ultrecht e dichiaravano la loro indipendenza alla Spagna. Le nuove Province Unite continuarono la lotta sotto la direzione della provincia d’Olanda. Nel 1584 lo sviluppo delle Province Unite si arrestò perché il principe Guglielmo fu assassinato e gli spagnoli riconquistarono il territorio perduto. Poi nel 1588 Filippo II compì un fatale errore. Siccome l’inghilterra stava inviando rinforzi alle Province Unite, mandò a invaderla una grande flotta:L’Invencible Armada . Ma questa spedizione si risolse in un completo disastro e Filippo cominciò ad avere bisogno di denaro. Quando morì nel 1598 le province unite riuscirono a strappare alla Spagna una tregua di 12 anni. Ma la lotta riprese e si risolse secondo le condizioni della pace di Vestfalia nel1648 quando la Spagna riconobbe la loro indipendenza.
Terminando la minaccia da parte degli Asburgo, le Province Unite incominciarono a godere una crescente prosperità. Ci furono tuttavia delle contese tra di loro, soprattutto perché alcune desideravano una più stretta unione reciproca, mentre altre non erano di tale parere. Comunque, gradualmente, quasi tutte accettarono il fatto di costituire una sola nazione, e questo in particolare quando ebbero a capo condottieri militari della Casa d’Orange come il Principe Maurizio (1587-1625) e il Principe Guglielmo III (1672-1702), che, col titolo di governatore (statolder), furono praticamente dei re. Il XVII secolo rappresentò un periodo d’oro per le Province Unite, in quanto si erano formate le compagnie commerciali del Baltico e delle Indie Orientali e Occidentali, compagnie che facevano la fortuna del loro azionisti; intanto in patria le arti, e particolarmente la pittura, fiorivano sotto la protezione dei ricchi mercanti.
Per mantenere la supremazia commerciale che si erano procurata nel XVII secolo, le Province Unite dovettero combattere i loro rivali, gli Inglesi, gli Svedesi, i Portoghesi e i Francesi. Ma i nobili e i mercanti che allora governavano la Repubblica Olandese diventavano sempre più paghi di quanto possedevano e molto più interessati ai rapidi guadagni che non al prestigio nazionale; questa situazione, unitamente alla forza preponderante delle nazioni rivali, fece perdere all’Olanda il suo ruolo di grande potenza.
La situazione del Mediterraneo
Fino al ‘600 il Mediterraneo era stato il centro economico dell’Europa e aveva arricchito i paesi che su di esso si affacciano. Dal ‘600 in poi, la maggior parte degli scambi commerciali tra Europa e Oriente, passò comunque per la rotta del Capo e i terminali di quelle correnti di traffico furono i porti atlantici del nord d’Europa; gli stessi dai quali s’irradiavano le rotte che portavano in America. S’indebolirono quindi Spagna e Italia la prima tra l’altro impegnata in una guerra contro i Turchi. In quello stesso periodo le coste del Mediterraneo e le regioni centrali ed orientali del continente fossero minacciate dall’espansionismo della grande potenza orientale, l’Impero Ottomano.
Spesso la potenza di questo impero diminuiva quando i sultani e i parente dei sultani lottavano per la supremazia, ma una volta che l’ impero fu riunito sotto Solimano il Magnifico (1520-66), tutte le forze vennero dirette verso le conquiste; l’Europa, occupata in conflitti religiosi e politici, rappresentava una facile preda. Trovandosi la Francia in guerra con l’Austria e la Spagna, nessuna grande potenza era in grado di arrestare l’entrata di Solimano nell’Europa centrale quando egli marciò sull’indipendente regno d’Ungheria, conquistando Belgrado nel 1521 e aprendosi così la strada alle pianure ungheresi. Proseguendo ancora nell’avanzata, egli sconfisse gli Ungheresi nella battaglia di Mohàcs (1526), ma non riuscì a consolidare il suo dominio sulla nazione magiara in quanto si doveva occupare di una minaccia d’ordine militare proveniente dalla Persia.
Nel frattempo Solimano aveva conquistato l’importante base navale di Rodi, e nella speranza di liberare il Mediterraneo dalla minaccia turca l’Imperatore Carlo V d’Asburgo riunì insieme le flotte di Spagna, di Venezia e degli Stati Pontifici in una grande alleanza. Tuttavia essi furono ugualmente sconfitti dal comandante della flotta turca, Khair ad Din, a Prevesa nel 1538. In seguito, quando fece l’altra campagna terrestre contro l’Ungheria (1541), Solimano riuscì a conquistare l’intera nazione. Dopo la morte di Solimano l’avanzata Ottomana si arrestò e l’impero Ottomano ben presto vacillò sotto il primo grande contrattacco europeo. Nel 1561 papa Pio V organizzò una “Lega Sacra” delle potenze navali del Mediterraneo per combattere i Turchi infedeli. Nell’ultima grande battaglia della marina a remi, la flotta della Lega Sacra, al comando di Don Giovanni d’Austria, sconfisse i Turchi nel Golfo di Lepanto.
Tutta l’Europa si rallegrò, ma nonostante questa sconfitta l’Impero Ottomano era ancora abbastanza forte per arricchirsi e per arrischiarsi a combattere contro Venezia, la Polonia e l’Austria, anche se il successo non arrise alla nuova impresa, in gran parte per le contese interne e soprattutto perché dopo la fine del XVI secolo la casata ottomana poté fornire soltanto una serie di deboli governanti, circondati da ogni sorta di corruzione. Le redini del governo nelle mani dei ministri più potenti.
Nel XVII secolo i Turchi perseguitarono in modo particolarmente duro Venezia, la repubblica in declino, arricchitasi un tempo col commercio con l’oriente e ora impegnata in una battaglia persa in partenza per il possesso di avamposto come l’isola di Creta e di Corfù. Poi, verso la fine del secolo, i Turchi fecero quello che si dimostrò essere l’ultimo tentativo per estendere il loro governo, a nord fino Polonia e a ovest fino in Austria. Il ministro del sultano, il Gran Visir, comandò un enorme esercito nella marcia contro Vienna del 1683. Ma arrivò il re di Polonia con le forze alleate per liberare la città. I Turchi furono schiacciati dall’Austria. Nel 1699 con il Trattatomi di Karlowitz l’Impero Ottomano cedette all’Austria i territori conquistati a nord del Danubio.
La Turchia era in notevole declino: i sudditi si ribellarono al sultano e i suoi territori erano guardati con desiderio da Russia, Austria, Francia ed Inghilterra.
Era finita per l’Europa la grande minaccia del vicino Oriente ed era iniziata invece la minaccia europea per la Turchia.
La decadenza del Mediterraneo comportò il contestuale declino delle città italiane più fiorenti. L’Italia, infatti, in quell’epoca era divisa in piccoli staterelli, che non solo combattevano tra loro, ma spesso chiamavano in aiuto eserciti stranieri. Perciò le condizioni del nostro Paese erano ben tristi: campagne abbandonate, commerci trascurati, traffici interrotti e, quindi, molta miseria.
Era naturale che Francia e Spagna pensassero di approfittare di queste tristi condizioni dell’Italia per occuparla.
L’Italia era ridotta in malo stato, ma le sue terre erano fertili, le sue città piene di meravigliose opere d’arte; inoltre la sua posizione da cui si poteva dominare il Mediterraneo, faceva gola alle due potenze.
Gli eserciti francese e spagnolo si scontrarono presso Pavia nell’anno 1525 e i francesi furono duramente sconfitti.
La Spagna divenne così lo Stato più potente in Europa. Dopo altre lotte nel 1559 riuscì anche ad impadronirsi di una metà del territorio italiano: il Regno di Napoli, il Regno di Sardegna, il Ducato di Milano, e alcuni porti militari del Tirreno. Da quell’anno fino al 1714 gli Spagnoli governarono l’Italia.
La dominazione Spagnola in Italia non fu certo buona e vantaggiosa per il nostro paese, ma non si deve pensare a un periodo d’oppressione e di terrore. Fu uno dei tanti periodi poco felici della storia d’Italia.
Un secolo di guerre religiose
La lotta di parole e d’idee tra Cattolici e Protestanti portò nella seconda metà del XVI secolo ad una guerra aperta. In Francia, nei Paesi Bassi, e più tardi in Germania, i governanti cattolici cominciarono lo sterminio degli eretici protestanti. Dall’altra parte la lotta per la libertà di culto spingeva i protestanti a ribellarsi.
Dal 1550 circa per tutto un secolo, l’Europa fu provata da una serie di guerre, che sebbene combattute in nome della religione, divennero ben presto un pretesto per le ambizioni politiche.
Entro il 1550 il protestantesimo si era ormai diffuso in gran parte della Francia e tra i convertiti, conosciuti con il nome di ugonotti, vi erano molti nobili alcuni dei quali strettamente imparentati con il re di Francia. Questa espansione avvenne in un momento di crisi per la cattolica monarchia francese: i tre figli di Enrico II, morto nel 1559, erano deboli e malaticci e non lasciarono alcun erede, per cui il governo passò gradualmente alla loro madre, l’indecisa Caterina de’ Medici e ai suoi confidenti, i Guisa, tenaci sostenitori del cattolicesimo.
Gli odi religiosi si trasformarono in una lotta aperta che giunse al suo culmine nella notte di S. Bartolomeo del 1572, quando migliaia di ugonotti furono massacrati dalla folla.
Nel 1589 fu assassinato il re cattolico Enrico III al quale succedette l’ugonotto Enrico di Navarra che assunse il titolo d’ Enrico IV e una volta salito al trono si convertì al cristianesimo.
Con l’editto di Nantes garantì la libertà di culto e pieni diritti politici alla minoranza protestante. L’unica restrizione fu che gli ugonotti non potevano praticare la loro religione a Parigi e in tutte le residenze reali.
In Spagna, invece, Filippo II era deciso ad imporre il cattolicesimo a tutti i suoi sudditi e, se possibile, a tutta l’Europa; riuscì nel suo intento in Spagna, ma non nei Paesi Bassi, poiché le province del nord si separarono formando uno stato indipendente protestante.
Desiderosa di mettersi al sicuro dalla potenza militare della Spagna, Elisabetta I d’Inghilterra mandò truppe in aiuto dei Paesi Bassi. Filippo II si trovò quindi a combattere contro le forze marinare protestanti del nord coalizzate e, poiché l’Invencible Armada fu sconfitta dagli Inglesi, da quel momento a controllare i traffici marittimi furono le due grandi potenze del nord ovest europeo.
In Germania la lotta religiosa fu ritardata fino a quando le forze cattoliche non furono abbastanza salde (sotto il regno dell’imperatore Ferdinando II d’Asburgo) per poter dare inizio alla terribile guerra dei trent’anni (1618-1648), con la quale fu stroncato il protestantesimo in Boemia. Appoggiato da un esercito capitanato dal generale Albrecht von Wallenstein, sembrò che Ferdinando avesse ai suoi piedi tutti i principati protestanti della Germania; ma la fortuna mutò corso quando il re Gustavo Adolfo di Svezia, credendosi minacciato dalle vittorie di Ferdinando nella Germania del nord, si occupò della causa protestante. In aiuto dei principi protestanti giunsero le truppe della Francia cattolica di Richelieu, che essendo un cardinale attaccava i protestanti, ma che per quanto riguardava la Germania mirava ad abbattere la casata d’Austria, rivale storica della Francia.
La guerra si trascinò fino alla Pace di Vestfalia nel 1648. Uscirono sconfitti gli Asburgo di Madrid, costretti riconoscere l’indipendenza delle Province Unite; insieme a loro anche i cugini di Vienna che pur avendola distrutta in Boemia dovettero accettare la religione protestante nel resto dell’impero.
La crisi demografica: la peste
Ovviamente i paesi vincitori furono la Francia di Richelieu, che si assicurò vasti territori oltre il Reno, la Svezia che si ritagliò una cospicua fetta di territorio tedesco e infine naturalmente l’Olanda che dopo 50 anni si vedeva finalmente riconoscere l’indipendenza.
Il ritorno frequente della peste è una delle chiavi della demografia europea del XVII. Le epidemie di peste, infatti, hanno colpito ripetutamente nell’Europa occidentale. Questo fatto segnò un legame col medioevo, essendo l’ultimo gran periodo di peste, e insieme una rottura con esso, poiché il flagello se ne va per non tornare più, mentre continua a colpire l’Europa orientale.
Si tratta anzitutto della peste bubbonica, epidemia estiva spesso importata da navi mediterranee o in contatto con il Medio Oriente, dove imperversava allo stato endemico; provocava una mortalità considerevole ed il più delle volte si valutarono perdite fino ad un quinto della popolazione colpita. Il tributo di vita pagato variò secondo le comunità: per alcune di esse la mortalità prendeva andature da fine del mondo. Quando la peste colpiva non distingueva molto il sesso, l’età o la classe sociale. Eppure, generalmente non tutti ne erano colpiti allo stesso modo. La maggior parte degli studi constatano una netta sovra mortalità maschile. Ciò vale soprattutto per le classi povere e di ambienti popolari in cui la sovramortalità è netta. Due ragioni sono fondamentali. La prima riguarda lo scoppio stesso dell’epidemia; essa, infatti, inizia quasi sempre nei quartieri poveri le cui condizioni di vita e di igiene favoriscono pulci e topi; i poveri sono per primi a contatto col contagio e la promiscuità dei loro quartieri ne moltiplica gli effetti. Ciò da ai ricchi sin dall’inizio un vantaggio supplementare: la possibilità di tentare di preservarsi. Infatti, ed è il secondo gruppo di ragioni, non c’è che una sola forma di isolamento; si è speso stigmatizzata quella de ricchi, in realtà, i fatti obbligano ad essere meno severi perché questo atteggiamento è insieme spiegabile e ragionevole, poiché la sola possibilità di sopravvivere alla peste è di sfuggirvi.Resta il fatto che la fuga è privilegio dei ricchi che posseggono un rifugio: le loro fattorie e tenute, suburbane o in campagna dove è possibile ritirarsi aspettando la fine del contagio.
Quanti restavano erano rinchiusi non appena il contagio ere stato riconosciuto, nei loro quartieri e lasciati nella più profonda disperazione. In una famiglia, una volta isolata, ogni membro malato o sospetto di esserlo viene rigettato dai suoi abbandonato in fondo a qualche stanza.
Poveri e ricchi avevano paura gli uni dagli altri, i primi accusavano che li si voleva avvelenare o affamare, i secondi si sforzavano di isolare o di rinchiudere gli altri.
Economia pianificata, misure di salute pubblica: ecco ciò che succedeva in caso di peste, infatti, le maggiori preoccupazioni per gli amministratori erano le misure sanitarie e il cibo. Bisognava procedere a massicci acquisti di grano poi rivenduto sotto forma di pane (la cui carenza provocava spesso rivolte come ci racconta Manzoni nei Promessi Sposi), ricorrere a perquisizioni, pignoramenti, prestiti e acquisti forzati. Non mancarono persecuzioni a streghe e stregoni ma celebre resta quella, di cui ci dà una testimonianza Alessandro Manzoni nei promessi Sposi, contro gli Untori. Abbastanza spesso però si arrivò a far fronte ai bisogni anche se le finanze cittadine erano dissanguate.
Anche la politica sanitaria costava tantissimo: spese di disinfezione, salario e personale medico che non poteva certo far molto di fronte ad un’epidemia di dimensioni regionali. Ma se non sono in grado di guarire, i medici e i chirurghi possono contenere la peste è praticando una disinfestazione rigorosa. Della peste non basta incolpare le vie di attività commerciali terrestri e marittime che nella maggior parte dei casi la provocavano ma, anche soprattutto in questo secolo in cui tanto si è combattuto, i movimenti di truppe che spostavano non solo masse di malati potenziali, ma soprattutto convogli di viveri e stracci, ottimi veicoli per la peste.
Infine, la scomparsa della peste non ha impedito forti mortalità tra il 1650 e il 1715, dato che altre epidemie vennero a sostituirla, come la dissenteria epidemica che fece calare la popolazione europea del 10%. Sicuramente la peste uccideva più delle altre epidemie e indeboliva le strutture della popolazione. Strutture che erano già spostate dalle altre sventure del tempo: guerre e alti costi che non scomparvero dopo il 1670. Sicuramente il contagio fu vinto dalla volontà e la capacità, con controlli più severi e quarantene più efficaci, di arrestare il suo propagarsi.
La rivoluzione scientifica
Fino al XVI secolo non ci furono molti rapporti tra gli artigiani e gli studiosi delle Università europee: all’artigiano i “misteri” della sua arte venivano insegnati dalle corporazioni di cui faceva parte, e la cultura giungeva allo studioso dai libri e dai manoscritti di cui faceva parte, che tramandavano il sapere delle epoche e civiltà precedenti.
Il muro che separava gli studiosi dagli artigiani crollò, soprattutto in seguito ai grandi viaggi della fine del XV e dell’inizio del XVI secolo. Gli europei si trovarono improvvisamente padroni di una quantità di sorprendenti scoperte, ed erano inoltre enormemente stimolati a studiare più profondamente i misteri del loro mondo, che si era tanto esteso. Per progredire nell’indagine gli studiosi dovevano imparare ad osservare, a misurare e a servirsi delle mani, gli artigiani dovevano imparare a leggere, scrivere e a fare i calcoli. Usando il comune linguaggio della matematica questi due gruppi incominciarono a colmare il fossato che li separava.
Se confrontiamo i metodi di lavoro di Niccolò Tartaglia (1499-1557) e di Galileo Galilei (1564-1642) possiamo farci un’idea dei cambiamenti avvenuti durante il XVII secolo. Tartaglia trovò “per tentativi e per errori” che un cannone ha la massima gittata quando il proiettile è sparato ad un angolo di 45 gradi. Galileo arrivò alla stessa scoperta dopo una serie di esperimenti compiuti facendo rotolare delle palle di ottone entro la scanalatura di un lungo pezzo di legno che inclinava ad angoli diversi: calcolando il tempo impiegato dalle palle per raggiungere il fondo, egli raccolse abbastanza elementi per poter enunciare una completa teoria sul lancio dei proiettili. Il metodo seguito da Galileo, e cioè l’applicazione di una teoria confermata da un esperimento, fa di lui il primo vero scienziato.
Il grande problema dei tempi di Galileo riguardava l’astronomia. L’astronomo polacco Nicola Copernico aveva già respinto la credenza, largamente diffusa, che il sole e i pianeti girassero intorno alla Terra, e Galileo gli offrì un nuovo appoggio quando, usando il telescopio che si era costruito, vide quattro satelliti di Giove che giravano attorno al pianeta. Inoltre da certe osservazioni compiute nei riguardi del pianeta Venere, egli dedusse che la Terra non poteva trovarsi al centro dell’universo. Mezzo secolo più tardi Isaac Newton portò un grande contributo alla conoscenza del movimento dei corpi celesti con la formulazione delle leggi di gravitazione. Egli scrisse che la scienza “consiste nella scoperta della struttura dei processi delle natura, nel ridurli, fin dove possibile, a regole e a leggi generali, e nel fissare queste leggi attraverso l’osservazione e le sperimentazione, per poi dedurne le cause e gli effetti delle cose”. Cartesio affrancava intanto la geometria da Euclide; e più tardi Leibiniz e Newton inventarono sistemi di calcolo che permettevano di risolvere problemi non risolvibili con la normale matematica.
I nuovi metodi di osservazione della natura richiesero migliori strumenti di misurazione e più precisi metodi di calcolo, senza i quali non sarebbe stato possibile il progresso. Galileo inventò il termometro e il teodolite; e sono pure scoperte che appartengono a questo periodo la proiezione della superficie terrestre su di un piano, fatta da Mercatore, i logaritmi, il sistema decimale, il barometro, il microscopio, l’orologio a pendolo e la pompa pneumatica; e una prima macchina a vapore fu costruita Thomas Savery nel 1698.
I sistemi medici antichi e medioevali scomparvero per sempre: Andrea Vesalio, che lavorava a Bruxelles, diede un nuovo indirizzo all’anatomia; Paracelso insistette che il corpo era un insieme di elementi e che quindi si dovevano fabbricare e usare macchine preparate in conformità; Harvey, nel 1628, diede una dimostrazione scientifica della circolazione del sangue. Molti concetti cattolici circa l’universo furono negati dalla scienza, e gli scienziati che erano spesso devotamente religiosi, incontrarono una forte opposizione che si risolse in persecuzioni e nel bando delle loro opere. Tuttavia essi, continuarono le loro ricerche e pubblicarono le loro scoperte, cosicché per la fine del XVII secolo la rivoluzione scientifica era pienamente in atto. La scienza, come le arti, si appoggiò alla protezione dei principi: Luigi XIV di Francia, Carlo II d’Inghilterra e, più tardi, Federico il Grande di Prussica diedero generoso incoraggiamento agli uomini dotati di spirito inventivo. La scienza era ormai considerata non soltanto come qualcosa di rispettabile, ma come qualcosa alla moda; e doveva ben presto divenire non soltanto di moda, ma addirittura essenziale.
Giusnaturalismo e contrattualismo
Anche nell’ambito della trattatistica politica si assisteva ad un contrasto tra religiosi e giuristi. Da un lato, infatti, la nuova centralità della religione induceva molti a condannare il pensiero politico di Niccolò Macchiavelli, ritenuto amorale per aver teorizzato l’autonomia della politica e delle sue regole dalla religione.
Dall’altro, i giuristi si sforzavano di delineare i tratti di uno Stato pensato come puro apparato di potere secolare, capace di porsi al di sopra delle parti e di garantire con la propria forza e la propria autorità, la pacifica convivenza civile e ponevano le basi delle moderne dottrine politiche ispirate al contrattualismo e al giusnaturalismo.
• Il giusnaturalismo
Si definisce giusnaturalismo la dottrina naturale, così come si è configurata nei secoli XVII e XVIII ad opera di pensatori come Grozio, Hobbes, Spinosa, Locke, Pufendorf, Kant.
Il giusnaturalismo muove dalla convinzione che l’uomo, con il solo aiuto della ragione, possa individuare norme di comportamento che preesistono alle norme del diritto positivo (“posto” cioè di formazione umana) e che quest’ultime possano raggiungere i fini che si propongono soltanto in quanto si basino su presupposti oggettivi individuati razionalmente. Il diritto ha come fine generale quello di assicurare una coesistenza pacifica tra gli uomini.
Occorre cioè, applicando la ragione, saper distinguere i veri dai falsi presupposti di un ordinamento giuridico.
A questo scopo i giusnaturalisti ricorsero all’artifizio di ipotizzare uno stato di natura. Preesistente all’istituzione d’ogni potere politico e all’emanazione d’ogni legge positiva, nel quale gli uomini risultino privi di tutte le abitudini, i costumi e le leggi acquisite nel corso della storia. Stabilire come in questo stato di natura gli uomini, guidati solo dalla ragione, si dovessero comportare per soddisfare i loro bisogni naturali significava, per i giusnaturalisti, individuare i presupposti oggettivi necessari sui quali doveva basarsi ogni ordinamento giuridico. Questi presupposti venivano chiamati leggi di natura o diritto naturale: leggi che non derivano da un’autorità, ma unicamente dalla facoltà insita in ogni uomo di individuare, con la ragione, i comportamenti necessari per sopravvivere.
• Il diritto naturale secondo hobbes e locke
Partendo da questa premessa comune, i giusnaturalisti giunsero a conclusioni talora divergenti. Consideriamo i due filoni di pensiero più importanti del giusnaturlismo, rappresentati dai due filosofi inglesi T.Hobbes (1588-1679) e J.Locke (1632-1704).
Per Hobbes lo stato di natura è una situazione d’estrema insicurezza: da un lato, ognuno ha diritto di appropriarsi, per La propria sopravvivenza, di tutte le cose e ciò genera la guerra latente o palese di tutti contro tutti; dall’altro lato, gli accordi che in questa situazione vengono stipulati tra gli individui sono del tutto precari: mancando un’autorità al di sopra delle parti capace di farli osservare, essi possono impunemente essere violati non appena ci si accorge che non conviene osservarli. La ragione consiglia dunque, per la sopravvivenza di tutti, di creare un organo sovrano, al quale conferire con un patto sia il potere di decidere tutte le norme della convivenza civile, sia il monopolio della forza necessario per farle osservare.
Lo stato di natura ipotizzato da Locke è invece una situazione in cui, senza l’intervento di un’autorità, si sviluppa già una vita sociale. Infatti, osserva Locke, per sopravvivere l’uomo deve soddisfare i suoi bisogni; ma per raggiungere questo fine egli ha, per natura un solo mezzo: applicare il suo lavoro al mondo esteriore. Nello stato di natura, pertanto, secondo Locke, l’uomo ha il diritto naturale di appropriarsi, non già di tutte le cose (come sosteneva Hobbes), ma soltanto di quelle cose che rappresentano il risultato del suo lavoro e che sono necessarie alla soddisfazione dei suoi bisogni: questo diritto è il diritto di proprietà che ogni individuo ha già nello stato di natura perché deriva dalla costituzione fisica dell’uomo.Per appropriarsi delle cose prodotte da altri, necessarie ai suoi bisogni, l’uomo ha un mezzo razionale già nello stato di natura: scambiare i risultati del suo lavoro con quelli del lavoro altrui. Dunque già precedentemente all’istituzione d’ogni legge positiva si sviluppano tra gli uomini gli scambi (e si stipulano quindi i contratti) che danno luogo ad una vita associata.
Ciò che tuttavia manca nello stato di natura è un giudice imparziale: esso è necessario per una convivenza pacifica, altrimenti ognuno potrebbe farsi giustizia da se ed essere con ciò indotto ad abusare dei suoi diritti naturali, causando di conseguenza ritorsioni e conflitti. La ragione dunque consiglia di costituire con un patto (contratto da cui contrattualismo) tra i membri di una comunità e un sovrano, il quale nel momento in cui assume per delega il potere s’impegna a rispettare i diritti naturali (in primo luogo libertà di pensiero, d’espressione ecc.) dell’individuo. Questa concezione tende a negare l’idea di una legittimazione divina e gerarchica del potere secolare (investitura per grazia divina) e a respingere, perciò, l’immagine dei sovrani come “unti dal Signore”. Essi sono da considerare, invece, dei delegati della comunità che li ha scelti.
Ciò dimostra che lo stato deve essere costituito al solo fine di garantire agli individui il pacifico esercizio dei diritti di cui gia godono nello stato di natura.
• L’importanza storica del giusnaturalismo
Il giusnaturalismo ha avuto un’importanza storica grandissima. Esso ha innanzi tutto introdotto una concezione laica del diritto e dello stato, presentandoli come prodotti della ragione e della volontà degli uomini e non della ragione e della volontà divina. In secondo luogo, ponendo l’accento sulla necessità di individuare i presupposti oggettivi d’ogni ordinamento giuridico positivo, esso ha aperto la strada ad indagini sgombre di pregiudizi sui fenomeni individuali e sociali che stanno alla base dell’ordinamento giuridico positivo, lo precedono e lo condizionano. Il giusnaturalismo ha dunque contribuito all’origine delle scienze sociali moderne. Non a caso nello stesso secolo in cui si sviluppa tale movimento, nasce l’economia politica.
Infine, il giusnaturalismo ha guidato l’azione svolta dall’Illuminismo nel Settecento per una riforma radicale della società feudale e l’instaurazione di un ordine sociale fondato sulla ragione.
L’assolutismo
Assolutismo significa concentrazione del potere. Concentrazione del potere significa che il principe elimina i particolarismi dei ceti e, imponendosi con la forza, unifica il paese per mezzo di una legislazione e di un apparato burocratico-amministrativo cui tutti i sudditi indistintamente vengono sottoposti.
In questo lavoro d’accentramento il principe ha il sostegno della borghesia, interessata a battere la resistenza aristocratica e bisognosa di una forza garante dei propri diritti, dell’ordine e dell’espansione commerciale.
Il sovrano assoluto quindi unifica la legislazione, crea un corpo di funzionari (burocrazia), forma un esercito permanente, organizza un sistema “nazionale” di prelievo fiscale e unifica il mercato facendolo corrispondere al territorio dello Stato. Lo Stato, quale si viene configurando a seguito delle politiche assolutistiche, assume l’aspetto dello “Stato nazionale territoriale”.
Dalla fine del XV secolo fin quasi alla fine del XVIII, l’Europa fu testimone dello sviluppo di nazioni di recente unificate e governate da monarchi con poteri assoluti, i quali contribuirono a creare le nuove nazioni-stato con l’assoggettare piccoli principati, baronie e città ribelli. Per soddisfare le loro ambizioni, sia personali che nazionali, i monarchi chiedevano ai propri sudditi completa ed indiscussa obbedienza.
Nel medioevo i re erano stati sfidati, e spesso spodestati, da nobili desiderosi di soppiantarli al potere, ma entro il XVII secolo quasi tutti i governanti europei avevano immensamente rafforzato la loro posizione con gli eserciti, i matrimoni dinastici e una sagace diplomazia. A questo punto, bramosi di potere e trascinando con se il proprio popolo, i re si combatterono l’un l’altro per la supremazia sia nel commercio che sui territori conquistati.
Lo sviluppo del commercio in Europa aveva rafforzato e fatto prosperare le corporazioni e le classi dei mercanti, cui i monarchi si rivolsero per avere denaro con cui sostener la propria politica, mentre, per mantenere il loro potere, tendevano dall’altra parte a togliere sia alla nobiltà che ai borghesi ogni influenza di governo. Essi erano i padroni di fatto, e spesso anche di nome, della chiesa entro i confini del loro regno (si proclamavano, infatti, sovrani in nome di Dio) e solo per le loro mire politiche si erano talora alleati con la chiesa cattolica.
La grandezza dei re era dimostrata dal loro successo in guerra, dalla capacità di soffocare gli oppositori politici e religiosi e dalla magnificenza delle loro corti. Solo in Inghilterra e nei Paesi Bassi il potere dei regnanti venne diminuito e circoscritto in questi tre secoli. La Francia, invece, rappresento il principale esempio di stato assoluto. Luigi XIV, infatti, era il re adatto per quel momento storico. Non ci fu, infatti, un sovrano che più di lui abbia esercitato con tanto rigore il potere assoluto. Fermamente convinto che il re riceve l’autorità direttamente da Dio, e che per questa ragione sia al di sopra di tutti gli altri uomini, Luigi XIV si ritenne in diritto di pretendere l’obbedienza assoluta di tutti i suoi sudditi.
Secondo Luigi XIV il suddito ha soltanto doveri non diritti verso il suo re, e per più di mezzo secolo governò da padrone assoluto la nazione francese.
I sovrani degli altri paesi avevano invidiato il re Sole (Luigi XIV), per la sua capacità di neutralizzare i nobili, attirandoli a corte, per la sua legislazione unitaria e la sua capacità di eliminare quell’infinità di particolarismi e consuetudini locali che impedivano la completa unione di uno stato. L’assolutismo, come forma di governo, si diffuse ben presto nell’Europa del Nord e in quella centro-orientale dapprima in Russia, poi in Prussia e Austria.

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