Il primo dopoguerra

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Testo

IL PRIMO DOPOGUERRA IN EUROPA
• La prima guerra mondiale è stata sconvolgente perché fu la prima a coinvolgere interi stati. Anche le conseguenze chiaramente coinvolsero tutto il paese, la crisi fu quindi totale. Ciò avvenne non solo in Italia, ma anche in tutto il panorama europeo in vario modo.
• Un altro elemento importante riguarda la Germania; troppe furono le “ingiustizie” che crearono un’esasperazione sociale, economico-nazionalista. Sembrava inconcepibile che un paese di importanza storico-economica così grande come la Germania potesse andare avanti per quasi mezzo secolo per riuscire a pagare i debiti di guerra e che avesse perso alcuni dei territori strategici economicamente (Saar).
• La fine dell’impero asburgico fu un fatto molto importante. In Europa fin dal Medioevo era sorto come elemento di equilibrio all’interno della politica europea, ma anche di difesa dalla pressione ottomana. Tale ruolo era dovuto alla varietà di popolazione che tale impero era riuscito a tenere abbastanza unite con una politica economica lungimirante e riformista. Ora tale grande impero si sfalda in modo non omogeneo economicamente. La rete ferroviaria non è più omogenea, ci sono numerose barriere doganali e la rete ferroviaria viene separata. Anche l’industria fu penalizzata perché le materie prime non sempre erano nello stesso Stato e quindi ci furono fallimenti e chiusure. Inoltre la divisione dell’impero asburgico non rispettava perfettamente la divisione nazionalista (p.e. nella fascia Nord-Ovest della Cecoslovacchia abitavano tedeschi, i Sudeti, che verranno rivendicati da Hitler; anche in Jugoslavia erano raggruppate più etnie slave, alcune legate al cattolicesimo occidentale altre all’ortodossia russa). Quindi la dissoluzione dell’impero asburgico provoca molti problemi.
• La Società delle Nazioni era nata pregiudicata dalla mancanza di alcuni stati importanti.
IL PRIMO DOPOGUERRA IN ITALIA
SITUAZIONE SOCIO-ECONOMICA
Il governo Salandra si era illuso di limitare la guerra all’Austria, ma pian piano aveva fatto inserire l’Italia in un contesto internazionale che non era in grado di gestore, perché troppo vasto, con ripercussioni interne molto gravi.
I reduci avevano combattuto a contatto con tante parti d’Italia. Si erano posti la domanda sul senso della guerra, sulle aspirazioni del dopoguerra, sui territori promessi ai soldati.
Ci furono sensibilizzazioni provenienti dalla propaganda socialista e cattolica pacifista.
Essi uscirono dalla guerra con speranze di cambiamento della società; in realtà l’idea che resta è quella di aver combattuto, di essere morti e rimasti feriti per una “vittoria mutilata”. Inoltre le promesse rimasero promesse e l’impatto con la realtà fu tremendo. I reduci non ottennero le terre, ma andarono a ingrossare le fila della disoccupazione. La società inoltre era cambiata, in essa tutto il paese aveva lavorato per la guerra, anche le donne, che si rendono conto dei problemi sociali, economici del mondo del lavoro. La donna fa esperienza delle problematiche del mondo del lavoro.
Con la guerra emerge sempre più uno Stato nuovo, è caduto lo stato liberale giolittiano a favore di uno stato forte, accentratore. Le classi medie del paese cercheranno sempre più che emerga più decisamente uno stato forte ( = Mussolini).
Tale prospettiva era già stata creata durante la guerra, fu molto importante la censura contro gli oppositori, che colpiva gli aspetti più semplici della vita (anche le lettere dei soldati venivano censurate), per contro lo Stato faceva anche propaganda per gli ideali della patria, tutto lo Stato doveva essere orientato verso la vittoria, verso l’obbedienza nei confronti dello Stato.
Esso diviene anche accentratore soprattutto nel campo socio-economico.
Durante la guerra le industrie vengono trasformate da civili a belliche, si crea un settore industriale sempre più legato alle commesse che dava lo Stato, esse sono condizionate.
Il problema che sorge dopo la guerra è che le industrie sono abituate a ricevere ordini dallo Stato e non sono più imprenditoriali. Lo Stato però non ha più bisogno di prodotti bellici. Le industrie militari devono essere riconvertite a civili, e per fare ciò sono dipendenti dallo Stato.
Esso intervenne soprattutto nel settore della siderurgia e della meccanica.
Creò i complessi dell’Ilva e dell’Ansaldo, che però erano disorganizzati e diseguali al punto da non essere in grado di reggere dopo la guerra con la conclusione delle commesse statali. Si auspica quindi che lo Stato intervenga per la sopravvivenza di queste industrie. Tutti gli introiti statali vengono utilizzati per questo scopo e si pregiudica un più normale ed equilibrato sviluppo dell’economia italiana.
SITUAZIONE PARTITICA
Dopo la prima guerra mondiale si assiste in Italia ad un poderoso sviluppo dei sindacati, soprattutto della Confederazione generale italiana del lavoro (C.G.I.L), di ispirazione socialista, e la Confederazione italiana del lavoro (C.I.S.L.), di ispirazione cristiana. I sindacati diventano così masse rappresentative, in quanto aumenta vertiginosamente il numero dei loro iscritti.
L’avvenimento più importante è però la nascita di un partito di Cattolici, che esprime l’esigenza di una loro rappresentanza politica. Nasce così il Partito Popolare Italiano (P.P.I.), il 18 Gennaio 1919. Esso rappresenta il definitivo superamento del non expedit, in quanto il partito che si forma non risente più del divieto per i Cattolici di partecipare alla vita politica in protesta alla perdita del potere temporale della Chiesa.
Il PPI è un partito non confessionale, democratico e costituzionale, interclassista, sensibile sia ai problemi del mondo contadino sia alla condizione operaia nella società moderna. Esso aveva una forte base elettorale nel mondo contadino.
Si impegnò nella creazione di un programma agrario avanzato, che prevedeva la liquidazione del latifondo e la distribuzione di terre e l’introduzione del criterio della “giusta causa” all’interno dei contratti; spesso, infatti, le controversie contrattuali tra contadini e latifondisti si concludevano con il licenziamento dei salariati. I cattolici propongono che venga introdotto un criterio per il quale il licenziamento è valido solo se persiste un valido motivo per farlo.
Nonostante ciò il PPI non fu un partito agricolo ma di mediazione politica tra le varie classi sociali.
Fu Luigi Sturzo a creare tale partito e cercò di attrarre in esso quei ceti medi che auspicavano uno stato più regionalista e meno accentratore.
Anche il Partito Socialista Italiano aumentò il numero dei suoi iscritti dopo la fine del conflitto. Allo stesso modo aumentò anche il numero di deputati che aveva in Parlamento. Il partito però era profondamente diviso al suo interno in quanto nell’ultimo congresso svoltosi a Bologna era prevalsa la corrente massimalista. Un’errata valutazione del potere della borghesia faceva ritenere a tali socialisti che si poteva condurre una rivoluzione anche in Italia. In realtà sarà proprio l’alleanza di Mussolini con la borghesia a favorire l’avvento del fascismo.
Inoltre i massimalisti operavano completamente staccati dai sindacati, legati più al socialismo riformista e a concrete rivendicazioni economiche e attuavano una politica utopistica rivoluzionaria di cambiamento dello Stato attraverso la sua distruzione.
Anche il Parlamento, in cui i massimalisti avevano un grosso numero di deputati non veniva utilizzati a dovere, in quanto ritenuto da loro uno strumento di uno Stato che non riconoscevano. I massimalisti quindi stavano in attesa di una rivoluzione proletaria che no sarebbe arrivata.
Un gruppo di socialisti, con a capo Antonio Gramsci e vicino a lui Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Ottavio Pastore, che si raggruppava attorno alla rivista “Ordine nuovo”, tentò di superare la posizione massimalista. Un altro gruppo che si ispirava alla rivoluzione bolscevica faceva invece capo ad Amedeo Bordiga.
I problemi interni al partito socialista possono spiegare come mai un partito elitario come quello dei Fasci di combattimento riuscì a contrastare nel giro di due anni due partiti con una così grande rappresentanza in Parlamento come il PPI e il PSI.
È proprio in questi anni che nasce un terzo movimento: il fascismo, guidato da Benito Mussolini. Il nome di tale movimento era inizialmente Fasci italiani di combattimento. Inizialmente tale partito raggruppava una serie eterogenea di forze, nazionalisti, dannunziani, futuristi, profondamente avversi all’età giolittiana e anche socialisti ed ex-sindacalisti. Il fascismo non aveva quindi carattere economico né era l’espressione della borghesia reazionaria e capitalistica. Anche se era un partito organizzato militarmente e poco strumentalizzabile, anche se il Giolitti inizialmente lo appoggiò sperando che la sua veemenza avrebbe migliorato la situazione italiana, nulla faceva presagire che tale partito avrebbe sconvolto in maniera radicale la fragile situazione italiana. Alle elezioni politiche del 1919 i fascisti ottennero poco più di cinquemila voti.
IL RITORNO DI GIOLITTI AL POTERE
Al governo Orlando subentrò Saverio Nitti, che pensava di governare poggiando su un’industria forte e attraverso un governo democratico, ma in Parlamento, per attuare ciò, aveva bisogno dell’appoggio di socialisti e popolari, non avendo i liberali la maggioranza.
Per cercare l’appoggio dei popolari, Nitti introdusse il sistema elettorale della proporzionale, ma la situazione economica era pesante e manifestazioni e scioperi erano frequenti.
Nel partito socialista italiano aveva inoltre un grosso potere la corrente massimalista.
Infine la situazione politica internazionale non era chiara per l’Italia, c’era il problema di Fiume. Il Nitti non seppe assumere una posizione definitiva, venendo accusato dai nazionalisti di essere contro l’Italia e dai socialisti di non riuscire a risolvere tale problema. Di fronte a questa situazione il Nitti diede le dimissioni e gli subentrò Giolitti.
Giolitti in tanti anni aveva accumulato influenza e prestigio sia nazionale che internazionale. Si sperava che il Giolitti affrontasse i problemi interni e internazionali dell’Italia.
Giolitti attuò quindi, immediatamente, un programma di riforme.
Per prima cosa, memore del Patto di Londra, di cui il popolo era stato tenuto all’oscuro al momento della sua stipulazione, volle che i trattati fossero resi pubblici. Ciò era stimolato dall’affermazione del concetto di democrazia e anche dalla volontà di sottolineare l’importanza del ruolo del Parlamento. La segretezza del Patto di Londra poteva far presupporre un governo autoritario. Ciò serviva anche per rafforzare le autorità statali, messe in dubbio dall’impresa di D’Annunzio.
A livello economico propose la revisione dei contratti stipulati con le grandi industrie in tempo di guerra, perché molte volte i contratti erano stati stipulati in modo molto favorevole per le industrie, a scapito del benessere dello Stato.
A livello fiscale propose la rigida applicazione dell’imposta sul capitale, per quanto riguardava i beni mobili, convertendo i titoli al portatore (si trasferisce mediante la semplice consegna ad un altro proprietario) in titoli nominativi (è obbligatorio indicare il nome del possessore). Ciò avrebbe comportato un accertamento più preciso dei redditi di una persona e avrebbe originato iniziative per controllare chi aveva la ricchezza in Italia.
Tale programma, che interpretava il convincimento di alcune parti dello stato che gli industriali dovessero pagare i debiti di guerra e che si dovessero accettare le richieste dei lavoratori della terra e che conducesse la politica estera coinvolgendo di più il popolo, fruttarono a Giolitti un grosso consenso, anche da parte del partito Popolare, che collaborò al nuovo governo con Filippo Meda e Giuseppe Micheli.
Il governo giolittiana sembrava essere stabile.
L’OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE
Nel 1920 avvenne un fatto molto importante in prospettiva per la successiva ascesa del fascismo in Italia: l’occupazione delle fabbriche da parte degli aderenti al sindacato della FIOM, che avevano chiesto agli industriali aumenti salariali nel contratto di lavoro. Gli operai pretendevano degli stipendi che potessero fronteggiare l’inflazione postbellica. L’industria, a sua volta, non versava in buone condizioni, a causa delle spese per la riconversione in industrie civili e per le pesanti imposte che gravavano su di loro. Per questo non accettarono le richieste degli operai, che risposero con uno sciopero bianco (gli operai entrano in fabbrica, ma non lavorano). Gli industriali risposero con una serrata e la FIOM decise di far occupare le fabbriche dagli operai. Il movimento si estese in tutte le fabbriche metallurgiche ed ebbe come epicentro il triangolo Torino-Milano-Genova.
Un’occupazione non si era mai manifestata in Italia, e gli operai tutelarono i macchinari e si occuparono loro stessi della gestione della fabbrica.
Il problema stava nella diversità di interessi tra l’organizzazione riformista sindacale e l’ala massimalista rivoluzionaria del partito socialista. Infatti, la prima voleva solo degli aumenti salariali, mente la seconda avrebbe voluto che l’occupazione fosse il principio di una rivoluzione, simile a quella russa, che avrebbe portato ad una repubblica socialista.
In realtà i rivoluzionari non diedero alcuna indicazione concreta agli operai su come condurre la rivoluzione e loro si ritrovarono isolati.
Giolitti, alla grande preoccupazione della borghesia, rispose con un atteggiamento neutrale, che scontentò gli industriali e tutti quelli che temevano uno sconvolgimento sociale e una repubblica rossa.
La stessa borghesia che aveva precedentemente appoggiato il Giolitti ora era impaurita e incerta sul da farsi, così come lo erano gli operai, privi di un solido punto di riferimento e di direttive concrete.
Solo quando i socialisti riformisti invocarono il suo aiuto, Giolitti intervenne con una mediazione, promettendo agli operai una legge che gli avrebbe permesso di controllare la gestione amministrativa delle fabbriche, ma che non fu mai approvata.
GIOLITTI E LA POLITICA ESTERA
Dopo il problema delle fabbriche del 1920, il movimento operaio era uscito deluso dalle promesse dei massimalisti, che non avevano combinato niente, in modo concreto.
Inoltre la borghesia non era finita, come loro avevano pensato e aveva mostrato d’essere ancora molto forte. Aveva anche capito che c’era il pericolo di una rivoluzione e che richieste operaie stavano diventando insopportabili per il sistema economico italiano.
In tutti gli ambienti conservatori, nella gerarchia ecclesiastica e anche negli stessi fautori del giolittismo ci si rende conto che c’è il pericolo di una rivoluzione e si capisce che il sistema di governo giolittiano non basta più di fronte alla manifestazione di una filosofia rivoluzionaria.
Giolitti allora cercò di riacquistare consensi all’interno del paese attraverso dei provvedimenti di politica estera.
Quando D’Annunzio aveva occupato Fiume, egli era andato esplicitamente contro gli accordi presi in maniera internazionale a Versailles. Avvicinandosi all’Inghilterra e alla Francia, il 12 novembre 1920 Carlo Sforza (Ministro degli Esteri italiano) stipulò un trattato con la Jugoslavia nel convegno di Rapallo; esso stabiliva che Fiume venisse proclamata stato indipendente, dava all’Italia Istria e Dalmazia e alla Jugoslavia il resto della Dalmazia.
D’Annunzio non accettò tale accordo; Mussolini, invece, preferì non uscire dalla legalità e si dichiarò d’accordo con la soluzione adottata a Rapallo.
Giolitti incaricò Enrico Caviglia di allontanare con le armi D’Annunzio da Fiume, e l’attacco avvenne la vigilia di Natale del 1920, e D’Annunzio abbandonò Fiume.
Questa era la dimostrazione che lo stato liberale sapeva anche comportarsi in maniera forte e difendersi.
Mussolini aveva evitato di mettersi al di fuori della legalità, perdendo alcune delle frange più estremiste del fascismo, ma in compenso evitando di rimanere isolato. Aveva capito che la via da seguire per conquistare lo stato liberale era interna, doveva essere quella della lotta contro il socialismo e contro i partiti di massa, che minacciavano di stravolgere l’ordine costituito dell’Italia; doveva attuare una conversione alla monarchia e attuare un’azione politica e anche militare contro i socialisti se voleva creare un’unità d’intenti con la borghesia conservatrice, tradizionalista e con gli ambienti clericheggianti.
Solo rimanendo in un’apparente legalità e proponendosi come uomo della controrivoluzione avrebbe potuto ottenere tali consensi.
LA SCISSIONE DEL PARTITO SOCIALISTA E LA NASCITA DI QUELLO COMUNISTA
Nel gennaio 1921 a Livorno si tenne il congresso del partito Socialista, in cui prevalse ancora la corrente massimalista, a dispetto delle aspettative di Giolitti. Lenin chiese al dirigente del partito socialista, Serrati, di mettere fuori i riformisti, considerati dei controrivoluzionari; i massimalisti rifiutarono di fare ciò e allora la corrente che faceva a capo a Gramsci e a Bordiga decise di staccarsi, formando il partito Comunista italiano.
Le differenze tra i due partiti erano profonde e nessun intervento di mediazione avrebbe potuto conciliarle: infatti, mentre i socialisti avevano un programma che richiedeva riforme sociali e sulle condizioni di lavoro, i comunisti erano un partito di Lenin, unito ai partiti internazionali nella lotta contro la borghesia.

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