Il conflitto tra Giappone e Stati Uniti

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Testo

Il conflitto tra Giappone e Stati Uniti durante
La seconda guerra mondiale
- La situazione del Giappone:
Il Giappone, costretto in un territorio povero di risorse naturali, industriali ed agricole, aveva avuto grossi problemi con la crisi del 1929, poiché la popolazione era in continuo aumento e le materie prime diminuivano sempre di più. L’Impero nipponico aveva dunque bisogno di un nuovo sbocco commerciale per sollevarsi da questa crisi. La Cina rappresentava una preda ambita, che avrebbe potuto risollevare le sorti del Giappone. Il 29 settembre 1931, le truppe nipponiche entrarono nella Manciuria meridionale e alla fine del gennaio 1932 occuparono tutta questa regione. La Cina, allora, si appellò alla Società delle Nazioni per questa violazione dei patti di non aggressione, ma il Giappone continuò la sua avanzata in Manciuria, nonostante l’ammonizione della stessa Società delle Nazioni, che non osò però decretare sanzioni contro l’Impero nipponico ma si limitò a condannarne “moralmente” la politica. Anche gli Stati Uniti si sentirono minacciati nei loro interessi economici ma, avendo già gravi difficoltà interne, condannarono solo moralmente il governo giapponese. Il Giappone poté quindi impossessarsi di un territorio molto vasto e ricco di risorse agricole e minerale ferroso.
Nel 1932 i militari sollevarono i liberali dai loro incarichi e attuarono una politica notevolmente imperialistica. Il 27 marzo del 1933, il Giappone uscì dalla Società delle Nazioni. Nello stesso anno iniziarono una più decisa invasione dei territori Cinesi, arrivando a minacciare Pechino, grazie anche all’acciaio che fu estratto in Manciuria e che servì a produrre le armi necessarie a sostenere una guerra.
Tutta l’Europa era consapevole di ciò che accadeva in Asia ma l’aggravarsi della situazione politica europea e la guerra in Spagna, distolsero l’attenzione delle potenze occidentali dal teatro delle operazioni asiatiche.
Il Giappone seppe sfruttare al meglio questo disinteressamento firmando un patto con la Germania e gettando così le basi di un’alleanza che sarebbe poi sfociata nel Patto Tripartito. L’impero giapponese affrettò i tempi e si gettò a capofitto in un’espansione che gli fece conquistare vastissimi territori, senza che le altre potenze intervenissero per ostacolarla. Roosvelt reagì impedendo alle navi americane di portare armi ai belligeranti e chiese che fossero prese delle misure contro il Giappone. Era, però, troppo presto perché l’opinione pubblica americana s’impegnasse nella lotta, e così l’espansione giapponese procedette senza ostacoli. Nel corso del 1937 il Giappone occupò tutta la Cina settentrionale. Nonostante le sconfitte, le truppe cinesi di Chiang Kai-Shek continuavano a resistere. Così i Giapponesi, impazienti di riorganizzare i nuovi territori conquistati, tentarono di negoziare con il maresciallo cinese perché riconoscesse il loro dominio. Di fronte al fallimento dei
negoziati e alla resistenza dei Cinesi, i Giapponesi fondarono il “Governo centrale della Repubblica cinese. Questo non riuscì però ad imporre la propria autorità al di fuori dei
centri abitati, anche perché nelle campagne la guerriglia intralciava le truppe nipponiche, che ormai avanzavano molto lentamente. Intanto Chiang Kai-Shek si rifugiò nello
Yang tze kiang e ne fece il suo quartier generale. Situato su un monte, fu un rifugio perfetto e i Giapponesi non riuscirono mai ad attaccarlo. Gli stessi Giapponesi pensarono allora di tagliare le vie di rifornimento dei Cinesi, anche se facendolo avrebbero scatenato una guerra ancora più grossa; ma ai Giapponesi questo non interessava, perché erano spinti dalla voglia d’espansione. Nell’ottobre del 1938 delle truppe giapponesi s’impossessarono di una delle tre vie d’accesso, che erano la ferrovia dello Yünnan, di appartenenza francese, la linea ferroviaria inglese di Canton e la strada della Mongolia, sotto il controllo sovietico. Delle tre, i Giapponesi conquistarono quella inglese di Canton. Gli Inglesi allora aprirono un’altra strada verso la Cina, passando per la Birmania. Intanto i Russi portarono a Chiang Kai-Shek un utilissimo appoggio in armi e materiale, attraverso la Mongolia. Gli Stati Uniti non erano molto interessati alle faccende giapponesi poiché, benché Roosvelt volesse partecipare almeno con piccoli aiuti alla guerra, l’opinione pubblica era contraria e quindi gli U.S.A. restarono fuori del conflitto. Quando però la lotta si fece più pericolosa per gli Stati Uniti, l’opinione pubblica cambiò idea e decise di inviare aiuti ai Cinesi.
Successivamente le folgoranti vittorie di Hitler in Europa modificarono i piani del Giappone, inducendolo ad una politica ancor più ambiziosa. I nipponici volevano sottomettere tutto il Sud-est asiatico all’Impero del Sol Levante.
I giapponesi pensarono poi di “soffocare” Chiang Kai-Shek, conquistando le altre vie utilizzate per rifornire il quartier generale ma la Marina giapponese restava indecisa di fronte a questo progetto, perché temeva un intervento americano nel caso fossero stati minacciati gli interessi britannici e francesi. Fino al 1941, il Giappone si mosse quindi con cautela. Nel ’40 il Giappone richiese alla Francia di chiudere le sue frontiere con l’Indocina, all’Inghilterra di impedire l’accesso alla strada della Birmania e ai paesi Bassi di concedere importanti favori economici nelle Indie Olandesi. Dopo il susseguirsi di altre più grosse pretese, gli Stati Uniti, invece di chinare il capo come avevano fatto Inghilterra e Francia, vietarono al Giappone di esportare rottami di ferro e limitarono la consegna di petrolio allo stesso. Ciò significò colpire direttamente l’economia giapponese e manifestare la propria ostilità nei confronti dell’espansione nipponica. Due giorni dopo, il Giappone firmava il Patto Tripartito che lo univa militarmente alla Germania. Quando poi l’Inghilterra e la Francia interruppero i commerci con il Giappone, questo si ritrovò con le spalle al muro poiché aveva due possibilità e nessuna delle due era per lui favorevole: poteva scegliere di tornare indietro – ipotesi esclusa dal partito che voleva la guerra – o di fare un nuovo balzo in avanti, rischiando però di causare l’entrata in guerra degli Stati Uniti.
Il Giappone richiese allora che venissero sospesi gli aiuti a Chiang Kai-Shek e che fosse tolto l’embargo sui rottami di ferro e sul petrolio, in cambio di vaghe promesse su un’evacuazione dell’Indocina alla fine della guerra contro la Cina.
Il 6 settembre si tenne una riunione segretissima a Tokyo durante la quale il Principe Konoye disse: “Se all’inizio di ottobre, la speranza di vedere soddisfatte le nostre richieste si dimostrerà vana, ci rassegneremo a preparare una guerra contro l’America, l’Inghilterra e l’Olanda”.
Il 16 ottobre, il Principe Konoye dette le dimissioni. Il generale Toyo assunse la carica di Primo Ministro e aprì le porte alla guerra.
- Il Giappone attacca
Ai primi di novembre dell’anno 1941, il nuovo governo giapponese tentò un’ultima volta di negoziare con Washington, sottoponendogli due progetti. Il primo richiedeva all’America di riconoscere l’occupazione della Cina settentrionale da parte del Giappone; il secondo prevedeva che fossero ristabiliti gli scambi nippo-americani, in precedenza interrotti da Roosvelt. Se, per il 25 novembre, Washington li avesse respinti, sarebbe scoppiata la guerra. Quando Roosvelt ricevette questi progetti, dichiarò che le condizioni imposte da entrambi erano inaccettabili.
Il Giappone decise allora che il primo attacco sarebbe avvenuto il 7 dicembre. Tokyo pensò che, per confondere gli americani avrebbe potuto lasciare gli inviati a negoziare fino all’ultimo momento. Quando però questi, lo stesso 7 dicembre, diedero il messaggio che i legami erano rotti, l’attacco a Pearl Harbor era già stato scatenato da mezz’ora. Con questa battaglia, il Giappone causò una guerra che avrebbe sconvolto tutte le terre del Pacifico per la durata di quattro anni.
- Pearl Harbor
Tre sommergibili giapponesi solcano le acque controllando che non ci sia niente.
Li segue una flotta composta di portaerei, corazzate, incrociatori e torpediniere.
Sul ponte di lancio della portaerei i bombardieri e i caccia sono allineati e pronti a partire per la loro missione: attaccare di sorpresa Pearl Harbor, baia della costa meridionale di Oahu, nell’arcipelago delle Hawaii, ad ovest di Honolulu, nella quale gli Stati Uniti avevano costruito nel primo decennio del XX secolo una grande base navale per la loro flotta del Pacifico. Questo scontro aprirà le ostilità tra Giappone e Stati Uniti. Sulle navi i soldati più anziani attendono con i nervi tesi, mentre nei più giovani la sovreccitazione si accompagna all’angoscia e al timore. D’altra parte, anche il viceammiraglio Nagumo, convinto che tutto si risolverà in un fallimento, non è riuscito a chiudere occhio ma ha passeggiato per tutta la notte a causa della preoccupazione. Stranamente anche il responsabile delle operazioni aeree, che poche volte in vita sua si era preoccupato, si sente prendere dall’angoscia. Dopo alcuni istanti però tutto gli passa, pensando che ha con sé molti dei più bravi piloti del Giappone. Tutto il piano è stato svolto secondo le tattiche studiate dallo stratega Yamamoto, che era stato uno dei più accaniti sostenitori della guerra contro l’America. In quindici giorni quest’abilissimo ammiraglio era riuscito a preparare un piano perfetto per l’attacco a sorpresa di Pearl Harbor. L’azione che egli ha preparato impegnerà tutte le portaerei disponibili e verrà iniziata all’alba, in modo che l’avvicinamento possa effettuarsi col favore delle tenebre.
Il 7 dicembre alle 5:30 i due primi aerei da ricognizione a distanza lasciano il ponte dei primi due incrociatori pesanti (Chikuma e Tone) per sorvegliare i movimenti degli americani. Intanto, alla stessa ora, dalle sei portaerei parte senza difficoltà, anche se il mare è molto mosso la prima ondata di mezzi d’attacco, che comprende: 43 caccia, 49 bombardieri da alta quota, 51 bombardieri da picchiata e 40 aerosiluranti. Al segnale di Fuchida, la prima ondata prese la formazione di volo e si diresse verso Oahu e Pearl Harbor.
Subito seguì un’altra ondata. Ora gli aerei sui cieli del Pacifico raggiungevano le 353 unità. Intanto, sull’altro fronte, le navi americane erano ancora ferme nel porto di Pearl Harbor e non erano in stato d’allarme. Alle 7:49 esatte, Fuchida grida: “To-To-To”, cioè la prima sillaba di una parola giapponese che significa: “All’assalto”.
Qualche minuto dopo, sempre Fuchida lancia un nuovo messaggio ai suoi superiori che aspettano in ansia; il messaggio annunciava che la sorpresa degli Americani era completa. L’attacco fu devastante, anche perché gli Americani non se lo aspettavano e subirono il bombardamento senza poter reagire. I Giapponesi, invece, erano felici; Fuchida era molto contento del successo ottenuto ma non si rende conto di aver risvegliato un gigante e mutato irrimediabilmente il corso della storia. Dopo l’attacco, calcolando i danni provocati dai bombardamenti, gli Americani si resero conto che i Giapponesi, in realtà, avrebbero potuto arrecare moltissimi danni in più, colpendo per esempio i depositi di nafta, per tenere bloccate le navi americane, o le officine di riparazione, fermando così tutti i movimenti della flotta.
I Giapponesi, invece, si limitarono a svolgere due soli bombardamenti e quindi, a parte il tragico bilancio di perdite umane, la sconfitta di Pearl Harbor non costituì un disastro irreparabile, ma servì solamente a mettere in moto le industrie belliche americane che produssero una grandissima quantità di armi per poi sconfiggere l’esercito giapponese alla prima occasione.
- Trenta secondi su Tokyo
Trenta secondi sembrano pochi, ma il più breve bombardamento di tutta la guerra aveva lo scopo di causare importanti ripercussioni sul morale delle due parti in lotta: per gli Americani fu il ritorno alla fiducia; per i Giapponesi rappresentò il primo sinistro presagio di ciò che li aspettava.
Gli aerei americani, partiti da una portaerei appostata a circa 1000 Km dalla costa il 18 aprile 1942, non avevano molto carburante. Ogni aereo, infatti, disponeva di soli 15 bidoni da 20 l di carburante, di cui 7 o 8 venivano già consumati ancora prima di partire per far riscaldare i motori.
Il carico dei americani doveva essere sganciato sulla capitale Tokyo. Molte delle bombe sganciate ebbero effetti disastrosi, sia sulle industrie che sulle abitazioni dei civili. Quello stesso giorno quindi il Giappone si accorse che l’America si stava risvegliando e per lui erano iniziati i guai più grossi: con la battaglia di Pearl Harbor, il Giappone aveva scatenato contro di lui la più grande potenza mondiale.
- La battaglia di Midway
La mattina del 26 maggio 1942, delle navi giapponesi si diressero verso la costa americana, più precisamente a Midway, per tentare di sconfiggere nuovamente gli americani con il fattore della sorpresa. Questa volta, però, andò male perché le navi giapponesi furono avvistate da alcuni idrovolanti americani che avvisarono la base dell’avvicinamento dei Giapponesi. Gli stessi americani, pur sapendo dell’arrivo dei caccia “zero” giapponesi, non riuscirono a sconfiggerli immediatamente perché, come osservarono anche i comandanti nipponici, i piloti statunitensi non erano ben addestrati. In ogni modo riuscirono a sconfiggere i giapponesi poiché, quando questi mandarono i caccia su Midway, una portaerei americana si avvicinò al nemico e nel momento in cui gli “zero” nemici furono atterrati, dal nulla sbucarono tre bombardieri da picchiata americani, che colpirono tutte le navi nipponiche e le affondarono. Moltissimi furono i morti e le attrezzature vennero distrutte. I giapponesi furono sconfitti e costretti a ritirarsi sulle scialuppe per riuscire a salvarsi.
- L’invasione di Guadalcanal
Il 7 agosto 1942, alle 6:47, le navi da trasporto americane si avvicinarono a Guadalcanal, un’isola al largo della costa est della Nuova Guinea, nel Pacifico meridionale, che era stata conquistata dal Giappone durante la sua espansione coloniale. Subito i soldati salirono a bordo delle imbarcazioni che li avrebbero trasportati fino alla costa. Il tempo era sereno e il mare era calmo: le condizioni di sbarco erano ideali. Sull’isola li aspettò una fitta foresta, che attraversarono molto lentamente, controllando bene tra la boscaglia. Sul loro cammino, i soldati trovarono due villaggi che erano stati abbandonati di fretta dai Giapponesi. Di giorno gli Americani non trovarono alcun ostacolo ma la notte stessa, la giungla si risvegliò: i Giapponesi iniziarono a sparare con i fucili e i mitragliatori sugli Americani, i quali risposero prontamente al fuoco. Questi furono nuovamente attaccati a sorpresa, poiché i Giapponesi, che si erano nascosti in alcune caverne, al momento buono saltarono fuori e colpirono gli Americani, cogliendoli alla sprovvista.
I caccia americani appoggiavano dal cielo le mosse dei soldati e furono coinvolti in più di uno scontro con gli aerei nemici. Dopo vari giorni, nei quali l’angoscia dei sopravvissuti ai ripetuti bombardamenti saliva con la paura, arrivarono a Guadalcanal altri 6000 Americani per aiutare i loro compagni. Quando poi vennero inviati anche nuovi mezzi, soprattutto navi da guerra, anche gli Americani riuscirono a bombardare i Giapponesi nelle loro basi terrestri. Sulla terraferma gli Alleati portarono a termine varie battaglie con la vittoria, ma in mare no, in quanto altre 60 navi inviate dai Giapponesi si scontrarono con quelle degli Americani. La sfida fu molto violenta e per combattere vennero usati solo i cannoni e i siluri ad alto potere distruttivo. Gli Americani ebbero in ogni caso la meglio sui Giapponesi. I superstiti delle 60 navi furono evacuati più tardi dall’isola. L’America ebbe così portato a termine l’ultima importante vittoria sui Giapponesi, prima di gettare le due prime bombe atomiche.
- La bomba atomica
L’America, dopo aver conquistato Guadalcanal e aver combattuto in altre isole, volle dare il colpo di grazia al Giappone, per mettere fine alla guerra. In poco tempo, gli scienziati e i tecnici inventarono l’arma più potente mai scoperta: la bomba atomica. Quando questa fu testata per la prima volta, gli stessi scienziati rimasero stupiti dal potere distruttivo dell’ordigno nucleare, che illuminò il cielo fino a quasi 380 Km di distanza e lo spostamento d’aria caldissima provocato dall’esplosione spazzò via tutto nel raggio di miglia e miglia. Dopo aver costatato l’enorme potenza della nuova invenzione, gli ufficiali americani decisero che sarebbe stata gettata sul Giappone in caso che questo non si fosse ancora arreso. Il 6 agosto 1945, dato che il Giappone non cedette, senza preavviso la bomba atomica fu caricata sul bombardiere americano , chiamato ENOLA GAY, per essere poi gettata sul Giappone. L’agglomerato urbano preso di mira fu Hiroshima, perché era un ricco centro industriale molto popolato. Alle ore 8, 15 minuti e 17 secondi, il portellone di sgancio bombe dell’Enola Gay si aprì veloce e nello stesso momento l’aereo fu alleggerito da un peso di 4500 Kg. Il bombardiere fece poi una virata stretta. Dopo 43 secondi ci fu l’impatto. Un’esplosione violentissima distrusse tutto. Al centro dell’esplosione si generò una sfera di fuoco della temperatura di 20-22 milioni di gradi.
In quell’istante, Hiroshima aveva cessato di esistere. Come scrissero Knebel e Bailey nel loro libro “No high ground”, ‹‹ Hiroshima era soltanto cenere. Vi si trovarono 80000 morti, 10000 feriti gravi e circa 30000 feriti leggeri. […] Il 9 agosto, una seconda bomba atomica veniva lanciata su Nagasaki e faceva all’istante 39000 morti ››. Infatti, quando gli americani sganciarono la seconda bomba su Nagasaki, la terra tremò un’altra volta poiché il potere distruttivo era pari a quello del primo ordigno nucleare.
Con le prime due esplosioni atomiche fu segnata la fine del conflitto tra il Giappone e gli Stati Uniti, durato per tutta la seconda guerra mondiale, che causò migliaia di mori, sia tra i soldati che tra i civili innocenti.
BIBLIOGRAFIA:
1. Gordon W. Prange, Ian Morrison, John Toland, Ted W. Lawson, Mitsuo Fuchida, Masataké Okumiya, Georges Blond: Tutta la seconda guerra mondiale volume II. Selezione dal Reader’s Digest, 1966, pagine 13-120.
2. Fletcher Knebel, Charles Bailey II: Tutta la seconda guerra mondiale volume III. Selezione dal Reader’s digest, 1966, pagine 503-529.
3. Gedea Multimediale ©, 1995 sotto la voce “Pearl Harbor”.
VI

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