Il 2° conflitto mondiale

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Testo

LA SECONDA GUERRA MONDIALE
È stato affermato che la seconda guerra mondiale può definirsi come la continuazione della prima, dopo un armistizio ventennale. Ma le differenze fra i due conflitti sono ben diverse. Anzitutto, il carattere ideologico del secondo conflitto mondiale, apparve sempre più chiaro, infatti, erano a confronto due concezioni: quella totalitaria, che rischiava di trasformare l’Europa in un immenso campo di concentramento; quella democratico-popolare, di liberazione dall’oppressione fascista. La prima guerra mondiale fu una guerra di potenze, uno scontro d’imperialismi egualmente responsabili del conflitto. Nella prima guerra mondiale l’Italia combatté con l’Intesa, a fianco della Francia e dell’Inghilterra. Nella seconda guerra mondiale, l’Italia fu accanto alla Germania: essa intervenne non per realizzare un obiettivo patriottico, come la liberazione del Trentino, ma per realizzare un’espansione dei suoi domini territoriali ai danni degli alleati di vent’anni prima. La seconda guerra mondiale fece emergere dal cuore dell’Europa un mondo di barbarie, che oscurò ogni fiducia nell’umanità e nel progresso ideale. Quando alla fine della guerra si scoprirono i crimini di Hitler, i genocidi, i massacri, le varie crudeltà, si toccò il fondo diabolico della guerra, qualcosa che mai la storia aveva conosciuto, neppure all’epoca delle dominazioni barbariche. La guerra-lampo fu lo strumento delle strepitose vittorie naziste nei primi anni di guerra. Il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’aggressione alla Polonia, Hitler disse ai generali: quando s’incomincia una guerra non è il diritto che conta ma la vittoria. Proibitevi la pietà: agite brutalmente. Il più forte ha sempre ragione. Nel giro di un mese la Polonia fu liquidata. Sopraggiunse l’inverno del 1939, l’inverno della guerra buffa, ingannevole, balorda. I Francesi, raccolti dietro la linea fortificata Maginot, illudendosi della sua imprendibilità, attendevano che Hitler prendesse l’iniziativa. I soldati inglesi affluivano in Francia a poco a poco, con non molta convinzione. Il 9 aprile del 1940 Hitler occupò improvvisamente la Danimarca: poi in un solo occupò i porti della Norvegia, le forze corazzate tedesche, accompagnate dai bombardamenti a tappeto degli Stukas, invasero l’Olanda ed il Belgio, che presto capitolarono. La linea Maginot fu aggirata: la colossale cintura di forti e fortini, con il mito della sua imprendibilità che aveva concorso ad illudere i Francesi, si liquefece una grande massa di burro. Il 14 giugno le forze tedesche entravano a Parigi. Intanto anche l’Italia, il 10 giugno, aveva dichiarato guerra alla Francia, ma le sue truppe, ben lontane dall’efficienza dell’esercito tedesco, riuscirono ad avanzare stentatamente solo di qualche chilometro in territorio francese. Da “Radio Londra” De Gaulle lanciò un drammatico appello ai francesi per la continuazione della guerra. In poco meno di venti giorni, la Francia, che era uscita vittoriosa contro la Germania nel primo conflitto mondiale, fu schiacciata e umiliata dall’esercito tedesco. Eppure non v’era grande sproporzione fra gli armamenti dei due eserciti. Ma il confronto fra i mezzi aerei non basta certo a spiegare uno sfacelo così clamoroso ed improvviso. La verità è che i Tedeschi avevano una concezione strategica superiore della Maginot: il che dimostrava come la loro risposta ad un possibile attacco tedesco fosse fondata su criteri prevalentemente difensivi. Nei mesi che precedettero l’intervento dell’Italia nella seconda guerra mondiale, i governi inglese, francese ed americano svolsero un’intensa attività diplomatica per cercare di tenere fuori l’Italia dal conflitto, dando a più riprese assicurazioni che gli Alleati, alla fine della guerra avrebbero tenuto conto delle aspirazioni di Mussolini, se egli si fosse assunto un ruolo di mediazione fra i Belligeranti. Il papa vanamente scongiurò Mussolini dal precipitare l'Italia nella guerra. Il maresciallo Badoglio inoltre aveva messo in guardia Mussolini sull’impreparazione del nostro esercito, ma Mussolini era esaltato dai grandi successi militari del suo alleato. Quando si profilò il crollo della Francia, temette la rapida conclusione della guerra, che avrebbe lasciato l’Italia a bocca asciutta. La guerra sarebbe durata poco, calcolava Mussolini; “aveva solo bisogno d’alcune migliaia per sedersi al tavolo della pace”. L’idea della guerra breve che era necessario fare per non lasciare Hitler spadroneggiare solo in Europa, fu diffusa, inculcata, spiegata in alto e in basso nel tentativo di piegare l’opinione pubblica ed accettare un minimo di sacrificio per la partecipazione ad un banchetto che si preannunciava dovizioso. Fu così che Mussolini il 10 giugno 1940 poté dichiarare guerra alla Francia e all’Inghilterra senza che succedesse nulla al paese. Hitler aveva messo fuori combattimento la Polonia, piegato la Francia, costretto le truppe inglesi a reimbarcarsi e a tornare in patria. Niente avrebbe potuto ormai contrastare il suo dominio sul continente. Non rimaneva che l’attacco all’Inghilterra. Ma per sbarcare in Inghilterra occorreva avere una netta superiorità aerea, perché solo così era possibile distruggere tutti gli appostamenti militari, le fabbriche, le industrie e il morale inglese. “Operazione leone marino” fu denominato il progetto d’invasione dell’Inghilterra. Incominciarono i massicci bombardamenti tedeschi sulle città industriali e su Londra. Mussolini mandò simbolicamente un gruppo d’aerei italiani a partecipare alle incursioni. Le devastazioni furono gravissime. Puntando su caccia più veloci e maneggevoli, utilizzando il radar, gli aerei inglesi riuscirono ad intercettare i bombardamenti. La battaglia d’Inghilterra era finita in un grosso disastro per la Germania. Un pugno di piloti coraggiosi, inglesi avevano inflitto a Hitler la prima cocente sconfitta. Ora Hitler progettava di colpire l’Inghilterra colpendo i suoi domini. Per realizzare quest’obbiettivo egli batteva due strade: la guerra sottomarina per sconvolgere e rendere sempre più difficile il commercio inglese; l’intervento in Africa per conquistare il dominio sul canale di Suez, per isolare l’Inghilterra. La guerra sottomarina ebbe risultati ma si dovette pagare la morte di moltissime persone. Per il secondo obbiettivo, la guerra nell’Africa del nord, Hitler avrebbe voluto avere l’appoggio della Spagna. Ma Franco rifiutò. Nella Libia intanto combattevano gli italiani, al comando del generale Graziani, dopo una serie di vittorie le truppe italiane dovettero incominciare a poco a poco a cedere; gli inglesi occuparono Addis Abeba. Mussolini intanto si cacciava in un mare di guai con l’improvviso attacco alla Grecia (28 ottobre 1940). Le nostre truppe che partivano dall’Albania furono respinte: anzi le forze greche passarono alla controffensiva sfruttando la mal organizzazione dell’esercito italiano. I nostri soldati mal equipaggiati e mal comandati, affrontarono i disagi di un inverno durissimo, riuscirono a tenere le posizioni, sino a quando intervenne l’esercito tedesco rovesciando la situazione. La guerra intanto si estendeva a macchia d’olio. Nel marzo 1941 la Bulgaria veniva occupata dalle truppe tedesche. Lo stesso anno fu occupata la Iugoslavia. Minacciati dai tedeschi a sud e dagli italiani al nord la Grecia si arrese. Anche in Libia, Hitler spedì un corpo al comando di uno dei generali più geniali e capaci della seconda guerra mondiale Erwin Rommel, soprannominato la “volpe del deserto”. Il 1941 si era annunciato come l’anno tragico per l’Inghilterra. Tre fattori però erano a favore dell’Inghilterra: la potenza della sua flotta navale, che impedì a tedeschi e ad Italiani il dominio sul Mediterraneo; l’arma aerea più moderna e più efficace della Luftwaffe tedesca; gli aiuti americani. Nel 1940 Roosvelt fu per la terza volta eletto alla presidenza degli stati uniti. Gli USA avevano dichiarato la propria neutralità nel conflitto, e si erano impegnati a non concedere prestiti. L’America era troppo lontana dall’Europa perché ad essa potesse far paura la potenza di Hitler. I fautori dell’intervento, invece, sostenevano che la guerra aveva carattere ideologico; che l’America, comunque fossero andate le cose, non avrebbe potuto tenersi in disparte e che pertanto sarebbe stato meglio correre in aiuto agli alleati prima che soccombessero per non correre il rischio di trovarsi soli davanti a Hitler. Nel settembre 1940 cedette al governo di Londra 50 vecchie navi cacciatorpediniere, in cambio dell’affitto di otto basi navali ed aeree. Due mesi dopo egli annunciò che metà della produzione bellica statunitense sarebbe stata ceduta all’Inghilterra. Ma occorreva pagare per comprare il materiale bellico americano, e Londra non aveva molte possibilità. Il congresso americano varò allora una legge che si rivelò importantissima: la legge “Affitti e Prestiti” del marzo 1941.Con questa legge il congresso autorizzava a vendere e trasferire il titolo di proprietà, scambiare, affittare, prestare o in altra maniera disporre di materiali a qualsiasi paese, la cui difesa il presidente giudichi vitale per la difesa degli USA. In questo modo l’Inghilterra, la Cina, la Russia poterono usufruire di questa legge, procurarsi materiale bellico ma anche prodotti agricoli, senza l’assillo dei pagamenti e il peso delle “riparazioni”, che avevano avvelenato i rapporti internazionali del dopoguerra. Il 22 giugno le truppe tedesche misero in atto il piano “Barbarossa”, come fu chiamato il piano per l’invasione della Russia. Hitler scaraventò le sue formidabili divisioni corazzate, la sua aviazione contro le linnee sovietiche, che furono letteralmente travolte. La tattica sovietica passato il momento della sorpresa, fu la stessa adottata contro Napoleone: ritirarsi facendo la terra bruciata. Stalin si appellò all’amore di patria dei cittadini sovietici, al senso di attaccamento alla loro terra. Guerra nazionale, dunque, per cacciare l’invasore, guerra per la quale Stalin chiedeva l’unità del popolo e l’aiuto della Chiesa ortodossa. Invitò i soldati e le popolazioni rurali a lasciare il deserto avanti al nemico e a darsi alla macchia (correre). Così mentre le truppe tedesche avanzavano, ai loro fianchi e alle spalle si formarono reparti di guerriglia partigiana, che tormentavano ed inflissero perdite gravi ai tedeschi. L’esercito tedesco occupò la parte della Polonia che era sotto il dominio sovietico, e passò in Ucraina, giungendo nei pressi di Mosca, Leningrado e Stalingrado. Sopravvenne il “generale inverno” e Hitler annunciò l’8 dicembre 1941 che sospendeva per il momento le operazioni militari. Aveva creduto di poter mettere a terra in pochi mesi l’esercito sovietico: ora era costretto ad affrontare l’incognita di una guerra di logoramento fra le nevi e i disagi di un inverno particolarmente gelido. Mentre l’esercito tedesco dilagava attraverso le pianure russe, il Giappone preparava la guerra contro gli USA. Dal 1937 il Giappone pensava alla sottomissione della Cina. Il governo cinese costruiva la resistenza attraverso la ferrovia francese e la “Strada di Birmania” in mano inglese. Per impadronirsi della Cina il Giappone doveva colpirla nelle zone più deboli cioè le isole del pacifico. Ma per osare tanto, bisognava ammettere una guerra contro l’Inghilterra e gli Usa. Il calcolo dei ministri giapponesi era di sorprendere la flotta americana e di affondarla: ciò avrebbe spezzato la migliore arma degli USA e consentire l’espansione giapponese. Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre 1941 fu sferrato l’attacco degli aerei giapponesi a Pearl Harbor. La sorpresa riuscì in pieno. Le navi erano illuminate e gli equipaggi a terra: furono distrutte otto corazzate, tre cacciatorpediniere, 250 aerei; circa 5000 uomini tra feriti ed uccisi. Il giorno dopo il 7 dicembre 1941 Roosvelt annunciò al congresso lo stato di guerra contro il Giappone. Germania ed Italia dichiararono guerra agli USA. Roosvelt e Churchil si erano incontrati a bordo di una nave da guerra in mezzo all’oceano atlantico, per redigere un documento fondamentale, La carta atlantica,(14 agosto 1941). In questo storico documento venivano stabiliti i seguenti pincipi: USA ed Inghilterra dichiaravano di non mirare ad alcun ingrandimento territoriale; era riconosciuto a tutti i popoli il diritto di conservare i propri confini tradizionali e di darsi la forma di governo desiderata; libero accesso di tutti i popoli ai commerci e alle materie prime necessarie alla loro prosperità economica; dopo la distruzione definitiva della tirannide fascista, i firmatari speravano di veder instaurata una pace che consenta a tutte le nazioni di vivere sicure la loro vita, libera dal timore e dal bisogno; libertà dei mari; disarmo e creazione di un sistema permanente di sicurezza internazionale, che avrebbe dovuto sostituire il ricorso alla forza nei rapporti fra le nazioni. Come Hitler avrebbe organizzato la “Nuova Europa”? nei primi mesi di guerra non emersero da Berlino chiare indicazioni sul futuro dell’Europa. La funzione, riservata agli stati europei sarebbe stata di fungere da serbatoi dell’economia tedesca. Non una parola con grave disappunto di Mussolini sul ruolo dell’alleato Italia. L’URSS sarebbe stata scorporata in tanti protettorati più o meno autonomi, ma comunque asserviti dell’economia tedesca. In realtà la politica tedesca si abbandonò al più esoso e brutale sfruttamento delle risorse dei territori occupati. La pagina più nera della politica hitleriana. Il genocidio, il massacro scientificamente studiato delle minoranze etniche, giudicate biologicamente “inferiori”. Milioni di Ebrei furono uccisi nei campi di sterminio come Auschwitz, Buchenwald, Mathausen, Dachau; furono istituite camere a gas, che consentivano di eliminare in massa le vittime designate; si fecero commerci dei denti d’oro, dei capelli, degli abiti delle vittime. Un errore che a memoria d’uomo non si conobbe: si calcola che dieci milioni di persone morirono in questi campi di sterminio, di cui cinque milioni di Ebrei. L’Europa del 1942 era l’Europa di Hitler: egli controllava, direttamente o indirettamente, tutta l’economia europea. Chi stava male erano le popolazioni dei territori occupati, costrette ad un regime di forti restrizioni. La ricerca del cibo divenne l’attività più importante degli Europei. Si sviluppò in ogni città il “mercato nero”, dove cioè dei generi alimentari che non si vendevano più nei negozi e che si potevano comprare clandestinamente solo con forti somme. Chi aveva un po’ di campagna e chi poteva recarsi ad acquistare generi alimentari nei casolari era fortunato. La campagna in effetti sentì meno il disagio della città dove davanti ai negozi si formavano code di persone, nei giorni in cui potevano acquistare generi alimentari con la carta di razionamento. Anche i trasporti si fecero più rari, perché la benzina difettava e i treni servivano gli eserciti occupanti. L’evasione era costituita dall’ascolto clandestino di “Radio Londra”, dalla quale si apprendevano notizie sulla guerra, che i nazisti nascondevano o mascheravano, e per mezzo della quale si davano ordini o consigli per resistere ai nazisti. Il 19 novembre del 1942 si verificò un fatto che segnò l’inizio della parabola discendente delle fortune militari dell’esercito tedesco; l’offensiva sovietica liberò Stalingrado dall’assedio, liquidando l’armata tedesca. Nella ritirata andò distrutta l’armata italiana in Russia (ARMIR), che pure si era battuta valorosamente sopportando atroci sofferenze a causa del freddo. La rapidità delle vittorie sovietiche si spiega anche col fatto che le truppe tedesche furono duramente impiegate ad affrontare l’offensiva alleata nell’Africa settentrionale. In Africa il generale Rommel aveva riportato notevoli successi contro gli inglesi: egli si era spinto fino ad El Alamein, ad 80 Km da Alessandria d’Egitto. Tedeschi ed Italiani si batterono accanitamente: la divisione di paracadutisti Folgore si segnalò per il suo coraggio. La battaglia di El Alamein fu perduta dai tedeschi e dagli italiani per la sproporzione dei mezzi, per l’inferiorità aerea, per la scarsità del carburante. Poche navi italiane riuscivano ad arrivare a causa della vigilanza inglese. Intanto l’8 novembre 1942 gli angloamericani sbarcarono in Marocco e in Algeria: accerchiando gli italotedeschi; ma anche qui la tenace resistenza dell’Asse durò poco e nel maggio 1943 la Tunisia era liberata dagli Alleati. Ormai gli alleati controllavano pienamente il Mediterraneo. Il 9 luglio 1943 essi sbarcarono in Sicilia, occupandola in pochi giorni. Dovunque gli angloamericani furono accolti come liberatori. Era chiaro che ormai gli Italiani combattevano senza convinzione accanto ai tedeschi. “Eravamo intervenuti in guerra credendo che essa si sarebbe conclusa presto e che ci sarebbero bastati solo alcune migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace”. Il nostro soldato, armato ancora del vecchio moschetto 1891 e delle bombe a mano Balilla, nulla poteva di fronte alla potenza tecnica dell’armamento nemico, all’abbondanza di materiale, alla vastità degli impieghi dei mezzi corazzati e degli aerei angloamericani. Nel marzo 1943 scoppiarono nel nord scioperi operai provocati dalle ristrettezze economiche. Fu il primo campanello d’allarme per il regime. Le città dell’Italia settentrionale erano duramente provate dai massicci bombardamenti alleati. Il 15 maggio 1943 il re fece sapere a Mussolini che bisognava pensare molto seriamente alla possibile necessità di sganciare le sorti dell’Italia da quelle della Germania. Il 19 luglio per la prima volta Roma fu bombardata. Il 24 luglio si riunì il gran consiglio del fascismo: fu una seduta tempestosa che durò fino alle 3 del mattino del 25 luglio. Mussolini fu messo in minoranza. Votarono contro di lui anche il genero del duce Ciano, che vanamente aveva tentato da tempo di opporsi alla politica della Germania. Pagò poi con la vita il suo “no” a Mussolini nell’ultima seduta del gran consiglio. Il re comunicò a Mussolini che doveva considerarsi dimissionario e che il suo successore era già designato nella persona del maresciallo Badoglio. All’uscita da villa Savoia Mussolini fu arrestato. Appena si diffuse la notizia della destituzione di Mussolini scene di entusiasmo si verificarono per le vie di Roma. I distintivi fascisti si liquefecero come nebbia al sole. Badoglio fece liberare i prigionieri politici ma non consentì la ricostruzione dei partiti. Annunciò che la guerra continuava e mise in guardia contro ogni turbamento dell’ordine pubblico. Ma era impossibile impedire che la popolazione di tutte le città italiane non associasse la caduta del fascismo con la fine della guerra e con il ritorno alla libertà politica. Il governo Badoglio prese contatti con gli alleati con i quali firmò l’armistizio a Cassabile, il 3 settembre 1943, ma esso fu reso improvvisamente noto l’8 settembre, senza predisporre alcuna protezione dalle truppe tedesche che erano calate dal Brennero sin dalla traballante situazione militare italiana. L’esercito tedesco sapendo la notizia attaccò l’esercito italiano che si difese contrattaccando il nemico. Eroici i soldati italiani in Corsica dove si unirono agli alleati e drammatici ma eroi nello stesso tempo i soldati italiani isolati sull’isola Cefalonia, dove resistettero alla furia tedesca anche se per poco tempo. A Napoli la città insorse contro i tedeschi, cacciandoli definitivamente dal capoluogo campano; in Iugoslavia, Albania e Grecia l’esercito italiano si unì alla resistenza partigiana. A Roma i cittadini bloccarono i tedeschi a Porta S. Paolo. Il re, la sua famiglia ed il governo abbandonarono la capitale e fuggirono a Pescara, da lì poi fino Brindisi dove Badoglio costituì il primo governo nazionale della liberazione. Il 12 settembre 1943 Mussolini veniva liberato, per desiderio di Hitler, da un gruppo di paracadutisti tedeschi discesi dal Gran Sasso d’Italia dove l’ex duce era stato trasferito prigioniero, dopo una breve detenzione nell’isola di Ponza. Dopo un incontro con Hitler, Mussolini tornò in Italia e fondò la Repubblica sociale italiana, detta anche di Salò. Hitler aveva consentito che Mussolini tentasse la restaurazione di uno stato fascista nel nord Italia, contro il parere dell’esercito tedesco, che avrebbe voluto occupare direttamente il territorio italiano. Il Mussolini di Salò fu un governatore patetico, tragico. Nel suo tentativo di restaurare il fascismo egli si fondò su tre convincimenti: che il nuovo stato non avrebbe potuto essere più monarchico, perché la monarchia aveva tradito; che l’errore del fascismo era stato di avere abdicato ai suoi originari principi repubblicani e sociali del 1919 per trasformarsi in una dittatura dall’alto carattere conservatore. Lo sforzo sarebbe stato ora diretto a ripristinare la fede delle origini, la fede del fascismo “sociale” tra le masse. Terzo convincimento: il nuovo stato repubblicano doveva impegnarsi nella ricostruzione di un esercito, che tornasse a combattere a fianco dei tedeschi. Molti giovani credettero al ritorno di Mussolini repubblicano e populista, di un Mussolini rivoluzionario e dagli antichi amori socialisti. Sentirono come un’onda il “tradimento” della monarchia e la rottura dell’alleanza con la Germania. Questo atteggiamento di lealtà non teneva conto di alcune realtà obbiettive: il tentativo di Mussolini nasceva sotto la protezione dei carri armati tedeschi. Hitler richiese che fossero puniti in maniera esemplare coloro che avevano votato in seno al gran consiglio del fascismo contro Mussolini nella seduta del 25 luglio. Fu imbastito un processo a Verona, che faceva parte della repubblica di Salò. Fra i processati era anche il genero di Mussolini, il conte Galeazzo Ciano, fu condannato a morte. Il 1° dicembre 1943 s’incontrarono a Teheran Roosvelt, Churchill e Stalin. In questa conferenza i tre grandi decisero di aprire un secondo fronte, che avrebbe dovuto alleggerire la pressione tedesca sul fronte orientale e portare la guerra nel cuore della Germania. L’apertura del secondo fronte fu realizzata sette mese dopo, con lo sbarco in Normandia il 6 giugno 1944. Esso fu diretto dal generale Eisenhower: fu un’impresa in grande stile, imponente e massiccia. I tedeschi furono colti di sorpresa e alla fine dopo aspre battaglie dovettero ripiegare. Parigi insorse il 19 agosto. Il 26 agosto il generale De Gaulle entrava nella capitale; a metà settembre la Francia era liberata. Ormai la Germania era in ginocchio: ad est i Sovietici minacciavano direttamente Berlino; ad ovest gli eserciti alleati procedevano di vittoria in vittoria. Nel febbraio del 1945, a Yalta, si riunirono di nuovo i tre grandi, Roosvelt, Churchill e Stalin, i quali raggiunsero un accordo sull’attacco finale alla Germania, attacco che doveva colpire il nemico da est, da ovest, da nord, da sud. Fu l’inferno sulla Germania. Le città tedesche furono sottoposti ad atroci bombardamenti: nello stesso mese di febbraio del 1945 a Dresda morirono sotto un bombardamento duecentomila persone. Hitler era a Berlino, chiuso nel Bunker, da dove lanciò l’appello: “mai i russi a Berlino”. Ma i sovietici erano già nella città. Si combatté corpo a corpo tra soldati sovietici e tedeschi. Sulle strade piene di mine i Russi facevano correre i buoi; si combatté nelle case, sotto terra, nelle fogne. Il 30 aprile avvicinandosi i Sovietici al bunker Hitler si uccise. La resa della Germania fu firmata il 7 maggio a Reims e ratificata il giorno dopo a Berlino, la seconda guerra mondiale era finita. Spettacoli orribili e disumani si prestarono alle truppe alleate e a quelle sovietiche man mano che avanzavano in Germania nei luoghi dove erano i campi di sterminio. Al processo di Norimberga, in cui furono condannati i capi del nazismo, la storia di questi orrori fu ricostruita dettagliatamente, dal momento in cui Hitler e i suoi collaboratori decisero lo sterminio degli Ebrei. Fra questi campi il più noto fu quello di Auschwitz in Polonia, che possedeva ben quattro camere a gas e diversi forni crematori. Le vittime provenivano da tutta Europa, esse venivano fatte viaggiare in vagoni merci impiombati dai loro paesi ai campi, dove la maggior parte venivano condotte alle camere a gas. Per colmo di crudeltà, all’entrata delle camere a gas si leggeva la parola bagni, qui i deportati venivano immessi al suono di musiche leggere illusi di trovare sollievo. I loro corpi venivano poi bruciati, i loro denti d’oro venivano raccolti fusi e spediti alla banca centrale. Nei piani delittuosi di Hitler era anche il prelievo con la forza, di manodopera, per lo più giovanile. Uomini donne dei paesi occupati (anche dall’Italia), venivano trasportati con vagoni merci a lavorare nelle fabbriche tedesche. La condizione di questa tragica umanità fu quella di operai schiavi, affamati e sottoposti a crudeli violenze. La scoperta dell’Olocausto degli Ebrei apparve subito di una mostruosità singolare unica alla memoria umana. La domanda più inquietante per lo storico riguarda la questione se i tedeschi sapevano di quello che stava accadendo. Sappiamo che non erano pochi coloro che di questi stermini e crudeltà furono responsabili: dai capi del nazismo, a coloro che erano addetti alla gestione dei campi di concentramento, alle camere a gas, alle esecuzioni di massa, sino ad arrivare alle responsabilità politiche vere e proprie. Resistenza fu chiamato quel movimento di rifiuto, di non collaborazione, di opposizione prima tacita, poi aperta e armata, diffusa in tutte le fasce sociali che incominciò a delinearsi nei paesi occupati dalle forze tedesche a partire dalla metà del 1941. La resistenza si manifestò in varie forme: da quelle blande della non collaborazione con l’occupante a quelle più decise di ostilità e di guerra. Si passava dal sabotaggio dei trasporti all’attività clandestina volta ad aiutare gli alleati, per finire alle formazioni armate che conducevano una spietata guerriglia contro l’esercito tedesco. I Partigiani facevano tutto questo, essi si raccoglievano prevalentemente sulle montagne. Gli alleati presero contatti con le formazioni partigiane per avere informazioni preziose sul nemico. Grande impulso dettero alla resistenza le forze di Sinistra. In Iugoslavia la resistenza si articolò su due movimenti: uno facente capo al generale Mihailovic, che ebbe carattere monarchico - nazionalista; l’alto più massiccio che fece capo al comunista Tito, il quale combatteva non solo i tedeschi ma anche contro le forze di Mihailovic. La resistenza in Italia non ebbe solo carattere patriottico – militare ma anche un movimento politico-sociale. Durante il ventennio mussoliniano partiti e movimenti antifascisti svolsero un’importante lavoro di cospirazione, specialmente nel periodo 1935-1942. La cospirazione antifascista aveva i suoi centri a Parigi e Londra, che erano le città dove si raccoglievano e lavoravano quanti avevano lasciato l’Italia: da Sturzo a Salvemini. Il movimento di giustizia e libertà, di orientamento socialista e radicale, da cui scaturì il partito d’azione, reclutava i suoi aderenti soprattutto fra intellettuali e scrittori. Il Partito Socialista condusse la sua attività clandestina dal 1935 a fianco del Partito Comunista con cui aveva stretto un patto di unità d’azione. L’aiuto ai prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, le forniture alle forze partigiane, la difesa dei raccolti e dei prodotti agricoli, furono tutte manifestazioni della resistenza contadina. Attraverso la resistenza e la lotta all’invasore tedesco, i contadini si trovarono per la prima volta nella storia d’Italia, uniti nel grande movimento democratico e popolare, questa fu la differenza fondamentale fra il Risorgimento e la Resistenza. Per capire meglio però gli anni della guerra che vanno dal 1943 anno del crollo del regime fascista al 1945 anno della liberazione d’Italia, occorre rendersi conto della dimensione della catastrofe. Dall’8 settembre 1943, allorché si seppe della resa dell’Italia agli alleati, seguita dalla fuga del re a Pescara, il paese si trovò all’improvviso senza uno stato, senza un comando, né militare, né politico. La caduta di Mussolini e il suo arresto avevano fatto sperare che presto si sarebbe arrivati alla smobilitazione e alla pace. Il sogno di un possibile ritorno alla normalità, fu subito infranto dalla reazione tedesca, che prese alla sprovvista il nostro esercito, riuscendo ad occupare in poco tempo le nostre città. Un nuovo sentimento nacque allora negli italiani e proprio a Roma si ebbe il primo segnale di una resistenza, a Porta S. Paolo, dove granatieri, cavalleggeri e carristi ai quali si unirono i cittadini della capitale, combatterono fino a che fu possibile. Dovunque ci fu resistenza, i tedeschi intervennero con grandi forze ignorando ogni codice militare: così non esitarono a massacrare in massa a Corfù i reparti italiani della divisione Aqui. Molti soldati delle guarnigioni italiane in Italia e all‘estero furono fatti prigionieri e deportati in Germania.Ci fu anche una resistenza non armata, non combattente, molto variegata, che a poco a poco creò il vuoto attorno alla repubblica di Salò. Non si combatteva solo contro l’esercito occupante, ma anche fra italiani, fra quanti in qualche modo, per un insieme di fattori emotivi, di scelta ideale, si riconoscevano nelle ragioni della resistenza, soprattutto i giovani che avevano visto nella resa, negoziata in gran segreto con gli alleati, il tradimento della monarchia, la violazione dell’onore nazionale. La guerra partigiana sorta come movimento spontaneo di massa all’indomani dell’occupazione tedesca, trovò il suo centro coordinatore nel Comitato di liberazione nazionale (CLN). In esso confluirono tutti i partiti antifascisti: comunisti, liberali, repubblicani, democratici-cristiani. I capi della resistenza furono Ferruccio Parri, Luigi Longo e Raffaele Cadorna. La lotta partigiana si sviluppò soprattutto nell’Italia settentrionale, per effetto delle operazioni belliche. Difatti, dopo la liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944 la guerra ristagnò ancora per un anno circa a quella che si chiamò linea gotica, che attraversava l’Appennino tosco-emiliano. E in quell’anno 1944, la guerra sul suolo italiano fu particolarmente aspra e sentò il rischio di una vera e propria guerra civile. I rapporti fra i partiti del CLN non furono tranquilli. Mentre essi si trovavano uniti nello scopo della lotta contro le forze tedesche, si scoprivano divisi al problema della monarchia. Le Sinistre volevano l’abdicazione del re, gli alleati non se ne davano per inteso. Palmino Togliatti leader del Partito Comunista, propose di accantonare la questione sulla sorte della monarchia, per realizzare un’unità di tutte le forze politiche antifasciste, contro il nemico che ancora occupava la maggior parte dell’Italia. Si formò così il primo governo con i partiti del CLN. Il nuovo governo fissò la sua sede a Salerno(la famosa svolta di Salerno). Intanto il re Vittorio Emanuele III annunziava di ritirarsi dalla vita pubblica nominando Umberto principe ereditario. Ciò avvenne in concomitanza con la liberazione di Roma. Dopo la liberazione della città, venne alla luce uno dei massacri più impressionanti della guerra in Italia. Si scoprì che il 23 marzo 1944 erano stati fucilati delle SS alle fosse Ardeatine 335 ostaggi, per rappresaglia in seguito a un’azione di guerriglia partigiana in via Rasella, che aveva provocato la morte di 32 militari tedeschi. Solo nel 1995 il governo ha ottenuto l’estradizione dall’Argentina del comandante tedesco che prese parte alla fucilazione, Erich Priebke, sottoposto a processo. Nel giugno 1944 il governo Badoglio si dimise, lasciando il posto a Ivanoe Bonomi. Mentre il governo di Bonomi incominciava a Roma l’opera di ricostruzione l’alta Italia conosceva un altro anno particolarmente aspro di guerra. L’esercito tedesco incalzato dagli alleati insidiato dalla guerriglia sulle montagne e in campagna si abbandonava a crudeli massacri, ricordiamo quella di Marzabotto, i cui abitanti furono massacrati senza alcuna distinzione. Altri eccidi furono commessi dalla polizia partigiana nella Venezia Giulia. Civili, ma anche sacerdoti e carabinieri, furono precipitati nelle foibe, profonde spaccature della roccia carsica che difficilmente consentivano il recupero delle salme. Il ricorso alle sevizie, alle torture, al massacro era stato frequente nel corso della guerra. Nel caso delle foibe istriane si trattò di una feroce operazione di polizia partigiana di stile stalinista, per annientare gli Italiani definiti fascisti. Che sulle foibe non si sia mai fatta un0inchiesta ad alto livello per un accertamento dei fatti e delle responsabilità, dipese dalle circostanze della guerra. Nell’aprile 1945 anche per il nord venne la liberazione. Infranta la linea gotica le forze alleate dilagarono. Il 25 aprile Milano e Genova erano liberate. Il 27 aprile Mussolini veniva catturato a Dongo sul lago di Como, mentre cercava di fuggire in Svizzera. Su ordine del Comitato di liberazione nazionale egli veniva fucilato, e il suo corpo straziato veniva esposto nel piazzale Loreto a Milano, dove i fascisti il 4 agosto 1944 avevano fucilato 15 patrioti. Nello strazio delle vendette che per un anno si scatenarono nelle regioni del nord, la principale vittima fu la pietà. Gli alleati avevano dato la priorità allo sforzo bellico in Europa fino a quando si fosse verificata la resa della Germania. La potenza nipponica approfittò di questa situazione per aggredire i possedimenti inglesi e francesi nell’Asia sud orientale. Le truppe nipponiche s’impadronirono dell’Indocina, Hong Kong, Manila e le Filippine, e della “strada di Birmania”, attraverso la quale gli alleati davano aiuti alla Cina, oltre a Bali Timor e il Borneo. La rapidità della conquista nipponica non si spiega solo con la strategia militare, ma anche con il favore con cui i popolo indigene vedevano i Giapponesi liberatori dalla dominazione occidentale. Le cose incominciarono a mutare dal maggio–giugno 1942 quando i Giapponesi giunti a minacciare l’Australia, subirono le prime due gravi sconfitte da parte della flotta statunitense. Gli americani partirono nelle loro controffensiva dalla barriera di isolotti che come un grande arco racchiudevano i possedimenti nipponici. Terribili e sanguinosi combattimenti costarono agli USA lo sbarco in queste isole. Un aspetto importante dell’esercito nipponico era la formazione di reparti Kamikaze, soprattutto piloti che si lanciavano col loro aereo sulle navi nemiche causando gravi danni. Nel luglio 1945 i tre grandi si riunirono ancora una volta in conferenza a Potsdam (Germania). Nell’aprile dello stesso anno morì Roosevelt, al quale gli succedette Harry Truman che dovette assumersi un'importante decisione per la storia mondiale. Il primo giorno della conferenza il 17 luglio 1945 arrivò a Truman, un dispaccio dove gli veniva riferita la buona riuscita dell’esperimento con la bomba atomica. Egli decise di sperimentare la bomba sul Giappone. Gli USA credevano che una volta utilizzata la bomba atomica il Giappone si sarebbe arreso senza che gli USA avrebbero perso altri uomini in combattimento. Il fisico Einstein aveva posto di dare solo dimostrazione e in un secondo momento di utilizzare la bomba. Il 6 agosto 1945 un bombardiere B 29 sganciò la bomba su Hiroshima: in pochi secondi la città scomparve quasi del tutto. Tre giorni dopo il 9 agosto 1945 fece la stessa fine Nagasaki. Il 14 agosto il Giappone si arrendeva. La seconda guerra mondiale era finita del tutto ora si aveva paura di una futura guerra atomica.

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