I nazionalismi europei dell'800

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I nazionalismi europei e la rivoluzione democratica

La rivoluzione di luglio in Francia.
La Francia, che durante e dopo la Rivoluzione francese era stata il teatro principale delle esperienze politiche e culturali, viveva una situazione di sostanziale arretratezza sul piano della crescita industriale ed economica rispetto ai paesi anglosassoni.
Luigi XVIII, salito al trono nel 1814, era un moderato. Egli cercò di mantenere una posizione di equilibrio nella anomala situazione istituzionale in cui la Camera, dominata dalla destra reazionaria, cercava di costringere il governo a varare misure illiberali e antidemocratiche. I ministri, più liberali della maggioranza parlamentare, tentavano di difendere le libertà fondamentali, ma al contempo negavano ai deputati una prerogativa essenziale: quella di controllare l’esecutivo.
Il confronto politico si esacerbò, nel 1820, con l’assassinio del capo dei legittimisti ed erede al trono: il duca di Berry (1778-1820). Nel 1824, la morte del vecchio re e l’avvento al trono di suo fratello Carlo X (1824-1830), ultimo dei fratelli di Luigi XVI e padre del duca di Berry, fornivano un coronamento dinastico alla svolta reazionaria. Trionfava così la Francia legittimista e bigotta. Il nuovo re limitò la libertà di stampa, rafforzò il monopolio della Chiesa sull’insegnamento e attuò una riforma elettorale volta a favorire i più ricchi, che videro così esteso il loro potere politico.
La svolta si ebbe con la vittoria dei liberali alle elezioni del 1830. In risposta a questo successo elettorale, il governo emanò il 25 luglio alcune direttive per abolire la libertà di stampa, sciogliere la Camera e indire nuove elezioni con un sistema elettorale ulteriormente modificato, che garantiva il predominio della grande aristocrazia legittimista. Mobilitato dalla sinistra liberale, il popolo di Parigi diede il via all’insurrezione delle “Tre gloriose giornate” (27-29 luglio). Gli scontri fra gli insorti e l’esercito furono durissimi, con un migliaio di morti e circa cinquemila feriti, ma alla fine la rivolta ebbe successo. Del resto, dopo la fuga di Carlo X anche gli stessi capi della rivolta, per paura di una nuova ondata rivoluzionaria si affrettarono a dichiararsi monarchici. Al trono fu quindi chiamato Luigi Filippo d’Orleans (1830-1848), cugino del deposto re. Sul piano interno non vi furono sostanziali cambiamenti: venne leggermente ampliato l’elettorato, si avviò una laicizzazione dello Stato e il tricolore tornò ad essere la bandiera francese. Cambiò invece la politica estera, perché la Francia tornò a essere un punto di riferimento per i liberali in Belgio, Italia e Polonia.

I moti del 1831, Mazzini e il nazionalismo democratico.
In Italia, dopo i moti del 1820-1821, si aprì una lunga fase di stasi ideale e politica, espressione di una società civile ancora molto tradizionalista e lontana da uno sviluppo in senso capitalista. I ceti abbienti restavano fondamentalmente ostili al movimento di unità nazionale e tutt’al più pensavano a forme confederative e ad accordi economici e doganali fra i diversi Stati della penisola. I contadini, cioè la grande maggioranza della popolazione italiana, erano completamente ignari dei fermenti nazionalisti che attraversavano il Paese. Solo i ceti medi urbani – artigiani, professionisti, studenti e intellettuali – sembravano coinvolti a vario titolo nella battaglia per l’indipendenza dell’Italia dall’Austria.
I moti italiani seguiti alla rivolta parigina del 1830, più che mirare all’introduzione di carte costituzionali, erano legati alla richiesta di semplici riforme amministrative. Scoppiati durante il 1831 nello Stato pontificio e nei Ducati emiliani, dove la vittima più illustre fu il modenese Ciro Menotti (1798-1831), essi vennero repressi con brutalità. L’intervento degli austriaci in Italia centrale nel corso del 1831-1832, attuato con l’assenso del re di Francia, Luigi Filippo, timoroso di un confronto con l’Austria e di una ripresa del bonapartismo, restaurò il precedente status quo e mise fine a questa fase del Risorgimento italiano.
Nel corso degli anni Trenta e fino all’inizio degli anni Quaranta, l’idea dell’unificazione politica della penisola appariva ancora come un progetto totalmente irrealistico: una “puerilità da politici di bottega”, secondo il moderato torinese Cesare Balbo (1798-1853). Piuttosto si immaginava una graduale evoluzione verso la concessione di libertà costituzionali, nella prospettiva, come pensava un altro piemontese, Massimo d’Azeglio (1798-1866), di una comunità doganale, o, come auspicava il cattolico Vincenzo Gioberti (1801-1852), torinese anche lui, di una confederazione degli Stati italiani guidata dal papa (neoguelfismo). Il primo a sognare un’Italia unita, repubblicana e democratica fu Giuseppe Mazzini (1805-1872). Figlio di un medico genovese, Mazzini fu al tempo stesso intellettuale, organizzatore e cospiratore: dopo aver aderito alla Carboneria, cominciò a fare propaganda rivoluzionaria. Arrestato, riuscì a riparare in Svizzera, in Francia e in seguito in Inghilterra. Mazzini riteneva che la Rivoluzione del 1789, con il suo fallimento, avesse segnato la fine della spinta propulsiva della Francia, fondata sull’affermazione dei diritti individuali, e l’inizio del ruolo storico di nuovi protagonisti, le nazionalità oppresse dalla Restaurazione: l’Italia, ma anche la Polonia e la Germania. Mazzini era però molto lontano dal considerare positivamente i conflitti sociali. Egli credeva piuttosto nell’alleanza naturale di tutte le forze della società, in una specie di cooperazione fondata sul mutuo soccorso e pervaso da un afflato morale e deista.
Per imprimere una svolta all’attività cospirativa della penisola, che aveva rivelato l’inadeguatezza del modello elitario della Carboneria, Mazzini fondò, nel 1831, l’organizzazione della Giovine Italia. Tre anni dopo egli diede vita anche alla Giovine Europa, con esuli polacchi e tedeschi, per rafforzare i legami internazionalisti tra i popoli oppressi. Il tentativo rivoluzionario più famoso tra quelli ispirati all’ideologia di Mazzini, prima del 1848, fu quello dei fratelli veneziani Attilio (1810-1844) ed Emilio (1819-1844) Bandiera che, sbarcati nel 1844 in Calabria con l’obiettivo di provocare un’insurrezione popolare antiborbonica, furono subito arrestati e fucilati nel vallone di Rovito, presso Cosenza. Al pari di altri cospiratori, essi ritenevano possibile sollevare con la sola forza della loro idealità le masse contadine contro i regimi assolutistici. Un errore analogo fu fatale, tredici anni dopo – quando ormai la maggioranza del movimento risorgimentale aveva accettato di porsi sotto l’egida sabauda – al rivoluzionario napoletano Carlo Pisacane (1818-1857), che sbarcò a Sapri senza riuscire a suscitare attorno a sé alcun seguito.
La rivoluzione parigina di Luglio ebbe importanti riflessi anche in Polonia. Il Paese, da circa cinquant’anni oggetto delle mire espansionistiche dei suoi potenti vicini, Russia, Prussia e Austria, era stato definitivamente spartito e cancellato dalla carta politica dell’Europa nel 1795. La Polonia russa aveva ottenuto dal governo dello zar una modestissima forma di autonomia, che prevedeva una costituzione e forze armate nazionali. Fu proprio l’esercito, nel novembre del 1830, a dare il via, con l’appoggio della Dieta, alla ribellione contro il dominio russo che culminò nella proclamazione dell’indipendenza della Polonia. L’opinione pubblica, soprattutto quella francese, si infervorò per la causa polacca; i governi europei però non si mossero in favore degli insorti, lasciando così ai russi la possibilità di risolvere la crisi: nel settembre 1831 le truppe dello zar rientrarono a Varsavia, soffocando la resistenza e abrogando la Costituzione polacca.

Il nazionalismo liberale.
L’orientamento dei vari movimenti nazionali non fu sempre riconducibile alle idee rivoluzionarie di stampo democratico e repubblicano. Gli interessi specifici delle diverse borghesie europee portarono infatti anche alla formazione di un nazionalismo liberale, moderatamente aperto e tollerante ma meno interessato a valori morali di tipo universale. Importanti esempi in tal senso furono rappresentati dalle vicende politiche che dopo il 1830 coinvolsero il Belgio e la Svizzera.
Un mese dopo le giornate parigine del 1830, la frustrazione dei belgi, che avevano visto il loro Paese scomparire nell’annessione all’Olanda decisa dal Congresso di Vienna, sfociò in aperta rivolta. La nazione belga, in parte francofona e profondamente cattolica, aveva compiuto passi importanti sulla strada della rivoluzione industriale e si sentiva schiacciata dall’unione con l’Olanda protestante, che, assai meno sviluppata economicamente, la dominava sul piano politico.
Le truppe olandesi dovettero ritirarsi e dopo pochi mesi le diplomazie europee, appositamente riunitesi a Londra, riconobbero l’indipendenza del Belgio, nei confini ancor oggi vigenti e sotto la sovranità di un principe tedesco, Leopoldo I di Sassonia-Coburgo (1831-1865). IL nuovo Regno veniva regolato da una costituzione liberale e dichiarato perpetuamente neutrale. Quella ottenuta dai belgi era una buona costituzione, che diventò modello per tutti io liberali europei. Prevedeva un parlamento bicamerale eletto dal popolo, una magistratura indipendente, un clero stipendiato dallo Stato ma interamente autonomo dal potere politico e, come in Inghilterra, un governo nominato dal re su indicazione del parlamento.
In Svizzera si verificò un confronto ra i cantoni protestanti, ricchi ed economicamente avanzati, e quelli cattolici, poveri e arretrati, che condusse a una breve guerra civile. La crisi venne superata con la vittoria dei cantoni protestanti, appoggiati dalla Gran Bretagna e con l’adozione nel 1848 di una buona Costituzione federale, tuttora in vigore, ispirata al modello statunitense.
Parallelamente alle aspirazioni universalistiche, democratiche e repubblicane e al nazionalismo di stampo liberale, si iniziò a delineare in alcune aree dell’Europa un atteggiamento politico di segno diametralmente opposto a quello mazziniano e potenzialmente assai pericoloso. Esso si basava su un orientamento particolarista, chiuso e intollerante, rivolto al passato anziché al futuro, arroccato in difesa della tradizione e tendenzialmente aggressivo o addirittura razzista. Alla sua base non vi era infatti solo l’obiettivo di tutelare gli interessi economici della comunità nazionale, ma l’affermazione di un principio di grandezza e di superiorità assoluta rispetto agli altri Stati e alle altre razze. Questa posizione ideologica, che assumerà via via peso all’interno della cultura ottocentesca, trovò fecondi terreni di coltura in alcune aree d’Europa e tra queste in particolare in Germania.
In realtà in Germania non esistevano né un mercato unificato né una politica comune; inoltre dai tempi della Riforma protestante si era determinata al suo interno la divisione tra cattolici e protestanti. Con il Congresso di Vienna si era poi impresso all’area germanica un assetto confederale, con un vincolo assai debole fra i diversi Stati. La guida del mondo tedesco poteva essere assunta da due Stati, diversi e rivali: l’Austria e la Prussia.
L’Impero austriaco rappresentava il prototipo dello Stato multinazionale e quindi risultava poco adatto a esercitare un ruolo dominante nell’opera di aggregazione dei popoli germanici. Vienna si era caratterizzata come una capitale sopranazionale, mentre ora si trattava di costruire uno Stato unitario, ben distinto dagli altri. Per la Prussica valeva invece il contrario. Essa rappresentava un territorio linguisticamente piuttosto omogeneo ma spezzato in due tronconi – un’ampia area orientale, con capitale Berlino, e un’area a Ovest, ai confini con la Francia.
Fu quindi la monarchia prussiana ad assumersi il compito di guidare il processo di unificazione nazionale e ciò avvenne sulla base di un’impostazione autoritaria e imperialista, assai distante dal moderatismo che aveva contrassegnato le unificazioni belga e svizzera. Alla classe dirigente prussiana apparve subito chiaro che per attuare il progetto nazionalista era innanzitutto necessaria la realizzazione di un’organizzazione economica efficiente. L’obiettivo divenne pertanto quello di creare un mercato unico, capace di agevolare gli scambi interni e di stimolare un comune sviluppo economico. Nel 1834, con la creazione dell’Unione doganale, che includeva la maggioranza degli Stati tedeschi, ma che escludeva l’Austria, la Prussica riuscì a realizzare un importante passo in questa direzione.
In Russia, soprattutto dopo il fallito moto decabrista del 1825 e l’ascesa al trono di Nicola I, gli intellettuali definiti slavofili cominciarono a elaborare un progetto di tipo nazionalista che guardava fondamentalmente al passato. Essi aspiravano alla creazione di una Russia armoniosa, gerarchica ma senza privilegi, autoritaria ma senza abusi, fondata sulla tradizionale comunità contadina (mir) e su un misticismo politico che esaltava la missione spirituale di Mosca come “terza Roma” (la seconda era considerata Costantinopoli). Tale concezione appariva strettamente collegata alla presunta superiorità della religione ortodossa. Al contrario gli intellettuali “occidentalisti”, che vedevano nel’apertura ai valori del liberalismo l’unica soluzione all’arretratezza russa, gli slavofili giudicavano il capitalismo e l’individualismo moderni come una minaccia per l’originaria unità del popolo russo e il razionalismo della cultura europea come del tutto estraneo allo spirito russo.
Un’altra importante chiusura in senso reazionario si verificò in Spagna. Ferdinando VII, non avendo avuto figli maschi, abolì la legge salica, quella che regola la successione in linea esclusivamente maschile, per lasciare la corona in eredità alla figlia Isabella (1833-1870). Ma le popolazioni del Nord che si consideravano oppresse, i baschi e i catalani, colsero questo momento per appoggiare il pretendente don Carlos, fratello del defunto re, e rivendicare i loro antichissimi privilegi provinciali.
Appoggiati dalla Chiesa tradizionalista locale, attaccati alla loro identità provinciale, accanitamente antiliberali e anticostituzionalisti, contrari a qualsiasi forma di modernizzazione i “carlisti”, cioè i sostenitori di don Carlos, sostennero una lunga guerra civile. Alla prima fase di questo confronto, fra il 1833 e il 1839, in cui i carlisti furono militarmente sconfitti, seguirono una seconda fase alla fine degli anni Quaranta e una terza nel 1872-1876. Il carlismo segnò profondamente la storia della Spagna contemporanea, favorendo la ricorrente salita al potere dei militari e sopravvivendo per decenni, fino a confluire nel fascismo franchista del Novecento.

Il 1848 in Francia.
Protagoniste dei risvegli nazionali, che un po’ dovunque in Europa contrassegnarono questo periodo, furono soprattutto le classi medie: le borghesie delle professioni liberali, gli intellettuali, gli studenti, i militari, i preti ma anche le piccole borghesie degli artigiani e dei commercianti. Parallelamente, la trasformazione in senso industriale e capitalista che stava investendo le principali città europee portava alla formazione della classe operaia, spesso estranea ai processi di nazionalizzazione, ma tendenzialmente internazionalista e socialista.
Nel 1848 queste diverse componenti – le borghesie nazionaliste e liberali e la classe operaia democratica e socialista – spinte da una violenta crisi economica, diedero vita a un movimento rivoluzionario che attraversò tutta l’Europa occidentale e centrale. Questa ondata insurrezionale fu di vasta portata e, pur mossa da una grande spinta ideale, portò a successi effimeri.
Luigi Filippo d’Orleans era stato un re borghese: aveva invitato i francesi ad arricchirsi e aveva cercato di favorire le iniziative della borghesia limitando l’intervento dello Stato nello sviluppo economico. Egli si era però appoggiato soprattutto alla borghesia finanziaria e bancaria e alla classe dei grandi latifondisti, trascurando il settore imprenditoriale che stentava a decollare. Delusi da tale politica, i liberali erano sempre più propensi a promuovere una soluzione politica in senso repubblicano. Essi chiedevano il suffragio universale maschile, un regime parlamentare in cui il governo rispondesse alle Camere, l’istruzione elementare obbligatoria e l’introduzione dell’imposta sul reddito. Accanto all’opposizione liberale repubblica vie era poi quella più a sinistra del nascente movimento operaio che, attratto dalle nascenti idee socialiste e comuniste, chiedeva la creazione di organizzazioni di lavoro di tipo cooperativo e la nazionalizzazione delle principali industrie.. Si creò così una temporanea ma fragile convergenza tra socialisti e repubblicani.
Dato che il governo francese persisteva a non voler concedere la riforma elettorale, l’opposizione iniziò a organizzare manifestazioni di protesta che assumevano la forma di discorsi pronunciati in occasione di banchetti. Il 22 febbraio 1848 il presidente del consiglio Francois Pierre Guillame Guizot (1787-1874) decise di vietare l’ennesimo banchetto. L’indomani scoppiarono i primi scontri tra l’esercito e la guardia nazionale, cioè la milizia borghese residuo della rivoluzione del 1830, che si rifiutò di obbedire al governo costringendolo alle dimissioni. L’intervento dell’esercito, che causò una ventina di morti, fece inferocire la folla: al grido di “Viva la repubblica” i parigini occuparono l’aula del parlamento, provocando la fuga di Luigi Filippo. Il 24 febbraio si formò un governo provvisorio di repubblicani, a cui si aggiunsero alcuni socialisti.
All’interno di questa seconda repubblica (la prima era stata quella del 1792) erano presenti due contrastanti anime politiche: una moderata, borghese e piccolo-borghese, cioè rappresentativa dell’opinione liberale e repubblicana ma anche di modesti commercianti per la prima volta dopo cinquant’anni chiamati all’esercizio dei diritti politici; l’altra socialista, rappresentativa dei lavoratori poveri e dei disoccupati, a cui la rivoluzione industriale, che in Francia era ancora agli inizi, aveva fatto perdere tutto.
Il principale rappresentante socialista nel nuovo governo repubblicano fu Louis Blanc (1881-1882), assertore di un ruolo primario dello Stato nell’economia. Convinto del fatto che il mercato non solo rovinava gli operai, ma distruggeva anche la piccola e media borghesia a vantaggio esclusivo del grande capitale, egli promosse l’istituzione dei cosiddetti ateliers sociaux (opifici sociali), imprese pubbliche capaci di garantire lavoro ai disoccupati e di contrastare la logica del profitto. Ben presto negli ateliers parigini si contarono più di centomila lavoratori, a cui non si sapeva quali lavori affidare, che costavano carissimi alle casse dello Stato e che, deboli e minacciati, divennero facile veicolo di corruzione e di propaganda estremista.
Il giugno gli Ateliers furono chiusi. Ai centomila disoccupati si offrì l’alternativa di arruolarsi nell’esercito o di andare a fare i braccianti nelle campagne della Sologne a sud di Parigi. Di fronte a tale soluzione gli operai si ribellarono: per alcuni giorni del giugno 1848 divampò a Parigi una vera guerra civile, che lasciò sul terreno cinquemila morti. La rivoluzione in Francia era già finita: si tornò ai governi autoritari, all’applicazione della censura, alla reclusione dei capi socialisti. Alla fine dell’anno le elezioni presidenziali furono così vinte da Luigi Napoleone Bonaparte, figlio di un fratello dell’imperatore. Tre anni dopo Luigi Napoleone avrebbe realizzato il suo colpo di Stato per restaurare l’Impero, il secondo impero.

Pio IX, Carlo Alberto e la Prima guerra d’indipendenza.
A partire dal 1846 la situazione politica italiana sembrò volgere rapidamente verso un’evoluzione in senso unitario e liberale. Nel giugno di quell’anno era stato infatti eletto papa, con il nome di Pio IX (1846-1878), Giovanni Mastai Ferretti, un cardinale poco più che cinquantenne, stimato per il suo equilibrio. Appena salito al soglio pontificio, Pio IX liberò i prigionieri politici, concesse la libertà di stampa, fece entrare per la prima volta nella storia dei laici negli organi di governo dello Stato della Chiesa e istituì inoltre due Camere, per l’attività legislativa e per l’approvazione del bilancio statale. Queste riforme suscitarono l’entusiasmo dei nazionalisti liberali italiani, che subito lo videro a capo di quella confederazione italiana immaginata dal moderato Gioberti.
Sul trono dei Savoia sedeva in quel momento Carlo Alberto (1831-1849), un monarca considerato vicino alle idee liberali. La prima scintilla dei moti del 1848 in Italia scoccò a Palermo il 12 gennaio. L’insurrezione portò in brevissimo tempo alla liberazione della città e di tutta la Sicilia dalle truppe borboniche. Dopo qualche settimana la rivoluzione scoppiò a Vienna, a Praga, a Budapest, a Berlino e a Milano. Nemmeno un mese dopo l’inizio della rivolta nel suo Regno, Ferdinando II concesse una costituzione, seguito a ruota da Carlo Alberto, che promulgò il suo Statuto albertino (8 febbraio), poi ereditato dal Regno d’Italia e rimasto in vigore fino alla Seconda guerra mondiale. Il 17 febbraio l’esempio fu imitato dal granduca di Toscana, Leopoldo II (1824-1859) e il 14 marzo da Pio IX.
A questo punto la presenza austriaca in Italia settentrionale rappresentava il principale ostacolo al compimento del processo di unificazione. Approfittando della rivoluzione da pochi giorni scoppiata a Vienna, il 17 marzo insorse Venia e il 18 Milano, da cui, al termine delle “Cinque giornate”, gli austriaci furono cacciati. I rivoluzionari milanesi fecero allora appello al vicino Regno di Sardegna, premendo su Carlo Alberto affinché prendesse le armi per la liberazione dell’Italia e il 23 marzo scoppiò la Prima guerra d’indipendenza. La situazione iniziò però fin da subito a complicarsi. Pio IX escluse la possibilità di entrare in guerra contro l’Austria, Paese cattolico, e quindi di assumere la guida di una eventuale confederazione italiana e si limitò, come il granduca di Toscana e il re delle Due Sicilie, a inviare qualche limitato contingente o ad autorizzare l’arruolamento di volontari. Da parte sua Carlo Alberto si dimostrò titubante e stretto in mezzo a due fuochi: da un lato le difficoltà connesse a uno scontro diretto con l’Austria e dall’altro, se ciò non fosse avvenuto, il rischio di un’eventuale rivoluzione democratica magari sostenuta dalla Francia rivoluzionaria, una situazione che avrebbe portato all’accerchiamento del Regno sabaudo. D’altra parte i tentativi di Carlo Alberto di coinvolgere fino in fondo gli altri Stati della penisola nella guerra erano visti con sospetto dagli altri sovrani italiani, timorosi che una vittoria sull’Austria avrebbe spianato la strada a un’egemonia piemontese. Così alla fine di aprile Pio IX fu il primo a ritirare ogni tipo di appoggio alla guerra, subito seguito da Leopoldo II e da Ferdinando II.
I piemontesi avanzarono rapidamente nel Lombardo-Veneto, sconfiggendo in maggio gli austriaci a Goito e a Peschiera ma tra il 22 e il 25 luglio furono battuti a Custoza e costretti a chiedere un armistizio.

Costituzionalismi liberali e repubbliche democratiche.
Anche a Vienna, il 13 marzo, erano scoppiati violenti scontri e disordini causati dall’ennesimo rifiuto di Metternich di discutere qualsiasi tipo di riforma. Le manifestazioni popolari costrinsero l’imperatore Ferdinando I (1835-1848) a promettere una costituzione e la libertà di stampa. Si aprì una fase prudentemente liberale, che nel corso dell’estate si radicalizzò, fino a provocare la fuga della corte della capitale. Ma già alla fine di ottobre l’esercito interveniva, schiacciando i radicali e gli operai insorti e sottoponendo la città a una durissima repressione.
A Berlino la rivoluzione scoppiò fin dal marzo 1848 e costrinse Federico Guglielmo IV (1840-1861) a concedere una costituzione che prevedeva addirittura, come in Francia e in Svizzera, il suffragio universale. La capitale prussiana era ormai una grande città industriale e qui, più che a Vienna, il movimento operaio cominciava ad avere una certa consistenza. Sorse infatti un “comitato centrale dei lavoratori” che si diede a organizzare congressi sindacali di categoria. Ma anche Berlino rimase isolata e abbandonata alla repressione militare, che in settembre affogò nel sangue la rivoluzione.
Restava in vigore lo Statuto albertino in Piemonte; resisteva all’assedio austriaco Venezia, che aveva ripristinato la repubblica, ora democratica e guidata dal rivoluzionario Daniele Manin (1804-1857); rimaneva l’indipendenza della Sicilia. Dopo la definitiva sconfitta del Piemonte la Sicilia non potè comunque più opporre resistenza al ritorno delle truppe borboniche.
La rivoluzione conobbe però in Italia un improvviso ritorno di fiamma nel novembre 1848, quando il primo ministro dello Stato pontificio, Pellegrino Rossi (1787-1848), un politico di centro troppo reazionario per i liberali e troppo liberale per i reazionari, venne assassinato. Pio IX allora abbandonò Roma, in preda ai disordini provocati dall’antico rancore popolare contro il malgoverno dei cardinali. Gli insorti proclamarono la Repubblica romana che rilanciava la rivoluzione in Italia. Mazzini ne assunse la direzione insieme ad altri due triumviri e Roma divenne il punto di incontro di tutti i repubblicani rivoluzionari italiani, a cui improvvisamente si offriva l’occasione insperata di condizionare politicamente, spostandolo a sinistra, il progetto dell’unità italiana. Anche a Firenze il granduca fu costretto all’esilio, e la Toscana diventò a sua volta una repubblica guidata dal democratico Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873).
Di fronte al pericolo che l’esperienza romana, dominata dalla figura di Mazzini, radicalizzasse in senso repubblicano il processo di unificazione del Paese e incoraggiato dai numerosi focolai di rivolta che si erano aperti all’interno dell’Impero austriaco, Carlo Alberto decise di riprendere le ostilità contro l’Austria. La guerra iniziata nel marzo 1849 vide la sconfitta delle truppe piemontesi sbaragliate dopo soli quattro giorni nella battaglia di Novara. Con l’abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio, Vittorio Emanuela II (1849-1978), futuro re d’Italia, il Regno di Dardegna rinunciava, almeno per il momento, ad assumere un ruolo egemone nella politica italiana.
La rivoluzione democratica non aveva a questo punto più speranze. A Firenze tornò il granduca, mentre alla resistenza di Venezia e Roma restava ormai soltanto un valore di testimonianza ideale: Roma cadde sotto i colpi dei francesi che, con il governo clericale di Luigi Napoleone, si erano schierati a difesa del pontefice; Venezia fu riconquistata dagli austriaci alla fine di agosto.
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