I guerra mondiale: cause e conseguenze

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Testo

LA PRIMA GUERRA MONDIALE
La guerra che scoppiò nel 1914 fu un avvenimento nuovo nella storia dell'umanità, perché fu la prima guerra generale “mondiale” che vide lo scontro di tutti i grandi Stati, i quali impegnarono le capacità produttive dell'industria moderna e le risorse della tecnica per preparare strumenti di offesa e di difesa. Fu una guerra di massa, combattuta per terra, per mare e nell'aria con impiego di armi mai prima usate (carri armati, aerei, sommergibili), e con il ricorso a nuovi mezzi di lotta economica e anche psicologica. Venne combattuta dai belligeranti fino all'esaurimento e al crollo, e, avendo superato rapidamente i calcoli di quegli statisti che si attendevano una guerra particolare, finì con l'apportare radicali sconvolgimenti anche all'economia internazionale, aprendo così la via a ripercussioni e conseguenze che durarono a lungo anche nel dopoguerra.
Le cause politico-economiche
L’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando è sempre stato definito come la causa del primo conflitto mondiale, nonostante questo evento fosse solo un pretesto, la goccia che fece traboccare il vaso.
Infatti, all’inizio del ventesimo secolo, la situazione in Europa era molto agitata.
In GERMANIA, nel 1890, il Kaiser Guglielmo II, insoddisfatto della prudenza dimostrata dal suo cancelliere Bismark, nominato capo del governo nel 1862, lo licenziò, cominciando a circondarsi di uomini più simili a lui e che concordavano con le linee principali della sua politica:
- la prima si basava sul suo desiderio di unire tutte quelle persone di lingua e tradizioni tedesche che vivevano fuori dai confini della Germania, e per contenerle voleva ingrandirsi annettendo a sé alcuni territori vicini costituendo una Grande Germania. Questa sua idea era anche chiamata pangermanesimo (dal greco pan, “tutto”). Questo progetto impensierì soprattutto la Francia, che da sempre temeva la Germania e la sua potenza;
- la seconda era l’aspirazione a diventare la più grande potenza coloniale del mondo. Così le industrie tedesche costruirono una flotta gigantesca che mise in allarme la Gran Bretagna.
La politica del Kaiser ebbe come effetto la divisione dell’Europa in due blocchi: da una parte la Triplice Alleanza, formatasi nel 1882 e costituita da Germania, Austria ed Italia, e dell’altra la Triplice Intesa nata più tardi fra Gran Bretagna, Francia e Russia.
Queste due alleanze si costituirono solo in maniera difensiva, quindi una nazione avrebbe dato il suo aiuto ad un’altra solo se questa fosse stata in pericolo o se fosse stata attaccata.
Per quando riguarda l’ITALIA, essa viveva in una situazione piuttosto ambigua, infatti era legata all’Austria dalla Triplice Alleanza, ma l’Austria possedeva due città dalla lingua e tradizioni italiana, Trento e Trieste, le cosiddette terre “irridente”. Così nacque il movimento irredentista (al quale aderì anche il poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio) che voleva che l’Italia si sciogliesse dall’alleanza con l’Austria, dichiarandole guerra e liberando le due città con le armi.
Ma comunque gli irredentisti erano relativamente pochi e finché fu al governo il liberale Giovanni Giolitti si cercò sempre di risolvere il problema con la diplomazia. Nel 1914, però, Giolitti fu sostituito da Antonio Salandra che si mostrò subito favorevole ad un intervento armato.
Un’altra zona che metteva in pericolo la pace europea era la zona balcanica, che da poco si era liberata dalla dominazione turca. Ora esistevano una serie di stati e staterelli che erano comandati amministrativamente dall’Impero Asburgico. Fra questi emergeva la SERBIA, un paese slavo, che odiava l’Austria, molto legata alla Russia e che voleva unire sotto di sé tutti i paesi balcanici. Così nacque un movimento simile al pangermanesimo, il panslavismo. Per questo motivo si costituì una società segreta, la Mano Nera, protetta dal governo serbo e russo che agiva quotidianamente con attentati, bombe, etc.
Questa intricata situazione si verificava proprio al confine con l’Impero austro-ungarico. Francesco Giuseppe, il suo imperatore, avrebbe avuto piacere nell’annettere al suo territorio qualcuno degli stati della zona balcanica, per compensare le perdite territoriali che aveva avuto dopo le guerre del periodo risorgimentale (Italia e Confederazione germanica). Ma ormai l’imperatore era un uomo vecchio e stanco, che aveva avuto parecchi problemi personali, come la perdita del fratello Massimiliano, fucilato in Messico, del figlio Rodolfo, probabilmente suicidatosi, e di sua moglie Elisabetta, la famosa principessa Sissi, uccisa da un anarchico. Come unico erede gli restava Francesco Ferdinando, suo nipote, un uomo malato di tubercolosi, avaro e convinto di poter costituire un terzo regno asburgico tutto slavo e per questo era odiato dalla Serbia.
Come nell’Impero Asburgico, in RUSSIA, la popolazione era differenziata dalla diversità della lingua, della religione, etc. Lo Zar Nicola II pensò di risolvere il problema facendo una massiccia opera di russificazione imponendo religione, lingua e tradizioni russe e compiendo dei massacri quando essa veniva rifiutata.
A questo vanno aggiunte le condizioni di miseria dei contadini, che solo dal 1861 erano stati liberati dalla servitù della gleba, e degli operai che lavoravano nelle fabbriche che da poco stavano nascendo in Russia. Poi c’erano le azioni degli anarchici (cioè quelle persone contro il governo, il potere, a favore dei più deboli, che però non suggerivano una soluzione alternativa) che agivano assassinando granduchi e ministri. Nel 1905, lo Zar Nicola II, che era la persona meno adatta per sostenere una situazione simile, fece sparare su una folla che si era radunata davanti al Palazzo d’inverno, la residenza di San Pietroburgo della famiglia reale (come era successo in Italia). Sull’ondata di questi fatti gruppi di marxisti e socialisti si ribellarono, ma queste ribellioni furono represse nel 1906. In ogni modo questo diede il primo colpo all’impero dello zar.
Le cause culturali
Già tra la fine dell’700 e gli inizi dell’800 tramontavano le idee dell’Illuminismo (con i suoi ideali di cosmopolitismo) e si affacciava in Europa la cultura romantica e il senso di appartenenza ad un unico popolo e di identità nazionale. Si esasperarono questi ideali fino a dargli una connotazione negativa, sostenendo la superiorità di una razza rispetto alle altre.
Ciascuna potenza dei due blocchi cominciò a mirare ad un’espansione territoriale sia in Europa che nei paesi extraeuropei; in ogni parte d’Europa si era diffuso un forte nazionalismo come ideologia di massa, ossia l’aspirazione a fare della propria nazione (qualora già unificata e indipendente) una potenza mondiale volta alla conquista del potere politico, economico e sociale, anche a costo di schiacciare le altre nazioni e ricorrere alla guerra.
L’ideologia nazionalistica fu dunque un’ideologia dura, fatta di spirito di potenza, aggressività, razzismo, (ecco perché ebbe dalla sua parte le potenze militari delle singole nazioni) violenza e fu favorevole alla guerra.
Di lì a poco ogni cosa si sarebbe mobilitata a favore della guerra: governi, monopoli, eserciti, mezzi di propaganda, rendendo la guerra un vero e proprio fenomeno di massa; tutte le attività finanziarie e produttive furono organizzate in vista del sostegno alla guerra e tutte le classi sociali furono costrette a dare il proprio contributo, fossero favorevoli o no, alla guerra.
L’obiettivo delle potenze e dei due blocchi non era soltanto quello militare di conquistare un territorio o vincere una battaglia, ma anche quello di distruggere completamente la potenza politica, economica e militare del nemico.
Le cause sociali
Poiché in ogni nazione sorgevano conflitti sociali, pericolosi per il Paese, tra ricca borghesia e povero proletariato, la guerra sarebbe servita a deviarli in conflitti mondiali tra diverse nazioni e avrebbe tenuto in questo modo a freno popolo e proletariato; perciò fu ben vista dai ceti dominanti e dai governi di quasi tutte le nazioni europee minacciate da tali conflitti sociali interni.
Le cause economiche
L’obiettivo delle potenze e dei due blocchi di potenze non era soltanto quello militare di conquistare un territorio o vincere una battaglia, ma anche quello economico di conquistare i mercati mondiali. Per questo sarebbero state disposte persino a ricorrere alle armi e a fare la guerra; anzi le armi, non solo erano uno strumento militare di conquista, ma anche un ottimo affare economico per i mercati mondiali. Fu così che in varie nazioni si scatenò senza precedenti una vera e propria corsa agli armamenti.
Quell’enorme potenziale di armi attendeva soltanto di essere usato e, per questo, viste già le altre cause e visti già le tensioni fra gli stati, sarebbe bastata una piccola scintilla.
Inizio della guerra
Il 28 giugno 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando e la sua consorte Sofia, furono assassinati durante una visita ufficiale a Sarajevo, passata da poco sotto l’amministrazione austriaca, da un giovane slavo, lo studente Gavrìlo Prìncip, affiliato dalla Mano Nera, la società segreta terroristica che aveva sede a Belgrado.
Avvisato da un telegramma dell’accaduto, Francesco Giuseppe ritenne subito il governo serbo responsabile dell’assassinio e dopo avergli dato un assurdo ultimatum, con il consenso del suo principale alleato, il Kaiser Guglielmo II, dichiarò guerra alla Serbia.
Le altre potenze europee rimasero tranquille perché pensavano che tutto si sarebbe risolto con qualche bombardamento dimostrativo su Belgrado, tanto che un quotidiano di Parigi uscì con il titolo “Nessun timore di complicazioni”. Però lo Zar Nicola II fu avvertito che l’Austria intendeva cancellare la Serbia dalla cartina e annetterla al suo territorio. Così il 30 luglio 1914, lo Zar ordinò la mobilitazione generale (chiamata alle armi di tutti i soldati di leva e la preparazione dei piani militari). La stessa cosa fecero Germania e Francia il 1° agosto. Il 2 agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia, il 3 agosto alla Francia e al Belgio neutrale. Il 4 agosto l’Inghilterra, che proclamò che non avrebbe permesso un attacco armato sulla costa francese o sulle città belghe, dichiarò guerra alla Germania. Il 5 agosto 1914 scoppia quindi la prima guerra mondiale fra le nazioni della Triplice Intesa, (chiamate anche Alleati) e le nazioni della Triplice Alleanza (chiamate anche Imperi Centrali). L’Italia per il momento non entra in guerra e rimane neutrale.
Tutti partirono entusiasti per il fronte, convinti che si sarebbe trattato di una guerra-lampo. In questo periodo infatti l’Europa fu travolta da un’ondata di patriottismo che portava tutti a partire con il sorriso sulle labbra e a dare l’arrivederci alle famiglie per Natale.
A Natale, invece, la pace sembrava sempre più lontana. I tedeschi avevano messo in atto il loro piano militare occupando il Belgio neutrale (calpestando tutte le leggi internazionali) per invadere la Francia.
Sul fronte occidentale quindi (che partiva dalle Alpi svizzere al Canale della Manica) i soldati tedeschi erano stati però bloccati dai soldati francesi e inglesi, ai quali si aggiunsero quelli belgi. Dunque i militari tedeschi furono costretti a ripiegare. Così i soldati di entrambi gli schieramenti cominciarono a costruire le trincee, cioè delle fosse scavate nel terreno che inizialmente erano nate in maniera difensiva, per aspettare la battaglia definitiva. Ma la battaglia definitiva non arrivò per quattro anni, cosicché la guerra-lampo immaginata da tutte le potenze in guerra si trasformò in una guerra di trincea, costellata da moltissime battaglie che non dava altro che morti, i quali erano diventati moltissimi. Il numero quotidiano di vittime era altissimo, nessuno aveva mai previsto una strage si simili proporzioni.
Il fronte orientale, che vedeva lo scontro fra le truppe russe e quelle austro-ungariche, potentemente aiutate da quelle tedesche, andava dal Mar Baltico all’Ungheria.
Nel 1915 una immaginabile disgrazia si abbatté sulle truppe russe: infatti lo zar aveva privilegiato la costruzione delle fabbriche leggere (che producevano i beni di consumo più comuni, come le forbici, il sapone, le biciclette, etc.) al posto di quelle pesanti (che costruivano navi, acciaierie, etc. facilmente convertibili in fabbriche belliche). In questo modo l’esercito russo finì ben presto le munizioni e i soldati a volte erano costretti ad aspettare che un compagno morisse per appropriarsi del fucile. Nel 1916, però sia gli alleati che le industrie russe cominciarono a mandare armi all’esercito, ma ormai la Russia aveva perso 9 milioni di uomini fra morti, dispersi, feriti e prigionieri.
La situazione in Italia
Nel frattempo l’Italia era rimasta neutrale e fra il suo governo e quelli delle nazioni in guerra si svolsero moltissime trattative, perché ognuno voleva attrarla nel proprio schieramento, e tutti facevano le loro offerte: gli Imperi Centrali garantivano che, se fosse restata neutrale, alla fine della guerra avrebbe avuto il Trentino, l’autonomia municipale per Trento e l’Albania.
Se invece fosse scesa al loro fianco, a quei territori vi si sarebbe aggiunta la Savoia, Nizza, Malta, colonie popolose e altro ancora.
Gli alleati promettevano ancora di più: il Trentino italiano, l’Alto Adige, tutta l’Istria eccetto Fiume, una parte delle Dalmazia e le isole dell’Antartico. In oltre avrebbe avuto il protettorato sull’Albania.
Ma a differenza delle altre nazioni, in Italia i neutralisti (quelli che non volevano la partecipazione al conflitto) rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione. Ne facevano parte i cattolici, con a capo il pontefice Benedetto XV, i socialisti e i giolittiani.
Gli interventisti invece erano un gruppo piccolo, ma attivo e rumoroso. Non ne facevano parte veri e propri partiti politici, ma alcuni singoli individui con i loro sostenitori (come D’Annunzio, e il direttore del “Corriere della Sera” Luigi Albertini). Erano interventisti i nazionalisti di destra (reazionari) e i repubblicani di sinistra. E poi c’erano i futuristi, un gruppo di artisti e intellettuali innamorati della tecnologia moderna e della “guerra purificatrice” che, come pensavano loro, avrebbe spazzato via tutti i deboli. Infatti, il periodo che precedeva l’entrata in guerra dell’Italia, fu caratterizzato da un notevole fervore artistico; i pittori futuristi rappresentavano nei loro quadri l’attesa della guerra.
Nel 1915 l’Italia firmò la dichiarazione dell’entrata in guerra. L’esercito italiano era numeroso ma impreparato. Le armi scarseggiavano e il comandante in capo, il generale Luigi Cadorna, dava ordini insensati.
Sviluppo e fine del conflitto
Intanto, sul fronte orientale qualcosa stava cambiando. Infatti la Russia stava subendo delle rivoluzioni interne: “la Rivoluzione d’Ottobre”. Nel febbraio 1917 lo zar fu costretto ad abdicare e al suo posto si installò un governo provvisorio, guidato da Kerenski, in cui menscevichi e socialrivoluzionari collaboravano insieme con esponenti della borghesia.
Di fronte all’incapacità mostrata da questo governo di operare le riforme attese dal popolo russo, i bolscevichi, organizzati nei soviet e guidati da Lenin, rovesciarono Kerenski e si impadronirono del potere nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917. Questo evento, al quale fu dato il nome di Rivoluzione d’ottobre, segnò la nascita del primo stato socialista del mondo. Dopo questa rivoluzione, il nuovo governo marxista ebbe come primo obbiettivo quello dell’uscita dalla guerra della Russia. Così il 15 dicembre 1917 firmò l’armistizio e diede inizio alle trattative di pace con gli Imperi Centrali, che si conclusero nel 1918 con il trattato di Brest-Litovsk. Con esso i russi ottennero la pace cedendo in cambio Polonia, Estonia, Lettonia e concessero l’indipendenza all’Ucraina.
L’uscita dalla guerra della Russia diede alla Germania l’illusione di avere la vittoria in pugno, che la portò a compiere un gravissimo errore: infatti aveva cominciato ad affondare le navi statunitensi che portavano rifornimenti all’Inghilterra. Vennero coinvolti parecchi cittadini americani e quindi gli U.S.A. il 6 aprile 1917 dichiararono guerra alla Germania. Tra le altre cose, gli U.S.A. avevano concesso dei prestiti alla Gran Bretagna, che non avrebbero più rivisto se questa avesse perso la guerra. Quindi nel gennaio 1918 un milione di soldati americani sbarcò sulle coste europee.
Sul fronte italiano i soldati combattevano molto bene, tanto che erano riusciti a respingere gli austriaci sul fiume Isonzo, erano entrati in Trentino e avevano conquistato Gorizia. Ma nell’ottobre del 1917 subirono un micidiale attacco da tedeschi e austriaci a Caporetto, dove i soldati furono costretti ad indietreggiare fino a fermarsi sulla linea del fiume Piave.
Un anno dopo però i soldati italiani, comandati da Armando Diaz, succeduto a Cadorna, riuscirono a ricacciare i tedeschi e gli austriaci oltre le Alpi a Vittorio Veneto il 24 ottobre 1918, facendo crollare l’Impero austro-ungarico. Armando Diaz fu molto bravo nel convincere le truppe dicendo loro che dopo la vittoria il governo italiano avrebbe distribuito le terre dei latifondi ai contadini, e i militari, mossi da questo obbiettivo, combatterono molto bene. Diaz riuscì a stabilire un rapporto di fiducia con essi, ma non mantenne mai la promessa che aveva fatto.
Dopo questa sconfitta tutte le diverse nazionalità che facevano parte dell’Austria chiesero l’indipendenza all’Imperatore Carlo I (succeduto a Francesco Giuseppe e morto durante la guerra) che fu costretto ad abdicare.
In Germania gli operai tedeschi insorsero contro il Kaiser Guglielmo II che perciò fu costretto a fuggire in Olanda, mentre in Germania si proclamava la nascita della Repubblica di Weimar.
L’11 novembre 1918 la Germania firmò la resa.
La prima guerra mondiale era finita.
I trattati di pace
Nel 1919 si svolse a Parigi una conferenza per la pace a cui parteciparono le potenze che avevano vinto la guerra: Inghilterra, Francia, Italia, Stati Uniti. Scopo dell’incontro era impedire lo scoppio di ulteriori guerre e di gettare le basi di nuove relazioni internazionali. Non era presente nessuna delegazione degli stati sconfitti (che furono chiamati in un secondo tempo a sottoscrivere i relativi trattati). Durante la conferenza, un ruolo dominante lo aveva il presidente degli Stati Uniti Thomas Wilson, che presentò un piano articolato in 14 punti. Esso prevedeva l’abolizione della diplomazia segreta e la piena pubblicità degli accordi e delle alleanze internazionali, la libertà commerciale in tutto il mondo, la riduzione degli armamenti, la trattativa pacifica sulla spartizione delle colonie, l’autodeterminazione per tutti i popoli (cioè il diritto delle singole nazionalità a decidere il proprio destino autonomamente) e la creazione di una Società delle Nazioni.
Questo piano suscitò entusiasmo in quanti vi vedevano la proposta di eliminare la violenza e la sopraffazione nei rapporti tra i popoli, sostituendo la guerra con il dialogo e rispettando il desiderio di libertà dei singoli popoli; vi vedevano, insomma, la speranza di una pace duratura. Altri invece si allarmarono: i 14 punti di Wilson, dicevano, miravano a rafforzare la supremazia di quella che era ormai la maggiore potenza mondiale: gli Stati Uniti.
Nel 1919, dopo la conclusione della conferenza di Parigi, furono dettate le condizione di pace alla Germania, sancite nel Trattato di Versailles. La Germania fu dunque costretta a consegnare la flotta militare agli Alleati, a rinunciare all’aviazione militare e a ridurre le forze armate a soli 100.000 uomini, a consegnare tutte le colonie (che furono spartite tra Inghilterra, Francia e Giappone, ignorando del tutto le promesse fatte all’Italia) rinunciando ad acquisirne altre, a fornire grandi quantità di carbone per 10 anni e a pagare ingenti somme come indennità di guerra. Inoltre dovette cedere alla Francia l’Alsazia Lorena, alla Polonia il corridoio di Danzica, e subì l’occupazione francese nei territori della Ruhr. Inoltre firmò una dichiarazione di colpevolezza, in qualità di unica responsabile della guerra.
Erano condizioni troppo pesanti, che umiliavano la Germania e ne strangolavano l’economia. I Tedeschi furono costretti ad accettarle, ma negli anni seguenti avrebbero continuato a covare un rancore che sarebbe stato fonte di nuove sciagure.
Conseguenze politiche
Il numero dei morti dopo la fine del primo conflitto mondiale era veramente alto: 8 milioni di morti solo tra i combattenti, ed un numero infinito di persone condannate a rimanere invalide a vita. la guerra aveva aperto in Europa una crisi enorme, in tutti i settori della vita sociale ed economica. A risolverla non bastavano le manovre di pochi uomini di governo riuniti intorno a un tavolo.
Per valutare la gravità della ferita apertasi in Europa bastava cominciare col fare un calcolo drammatico ma non troppo difficile: quello dei morti, dei feriti e dei mutilati.
Francia: 1.400.000 morti, 4 milioni di feriti, invalidi e mutilati; Germania: 1.800.000 morti, 5 milioni di feriti, invalidi, mutilati; Austria-Ungheria: 1.400.000 morti; Russia: 1.700.000 morti; Gran Bretagna: 750.000 morti (un milione se si contano i soldati reclutati nell’Impero); Italia: 750.000 morti; Serbia: 365.000; Stati Uniti: 115.000. Totale: più di otto milioni di morti.
Se ai decessi provocati dalle battaglie aggiungiamo quelli provocati dalle malattie e dagli stenti, queste cifre diventano ancore più spaventose. Basta pensare che nel solo anno 1918 un’epidemia d’influenza chiamata “spagnola” fu la causa della morte di 187.000 persone in Germania, 112.000 in Gran Bretagna, 91.000 in Francia, 270.000 in Italia. La pericolosità del contagio era enormemente accresciuta dalle condizioni miserevoli delle popolazioni, denutrite e logorate da anni di sofferenze e di stenti.
Il crollo della popolazione fu accentuato dal fatto che i caduti in guerra erano quasi esclusivamente uomini tra 20 e 40 anni: individui nel pieno delle loro energie fisiche, che si sarebbero sposati e avrebbero messo al mondo dei figli. Nei calcoli del danno demografico inferto dalla guerra all’Europa non bisogna quindi tener conto solo dei morti, ma anche dei bambini non nati.
Conseguenze economiche
Accanto alle perdite umane, quelle economiche. Le regioni dove effettivamente si era svolta la guerra avevano subito distruzioni spaventose. Nella Francia settentrionale e orientale, nel Belgio, nell’Italia nord-orientale, in Russia e in tante altre zone, centinaia di migliaia di case erano andate distrutte, milioni di ettari di terra coltivata erano stati devastati e sconvolti, il bestiame era stato decimato. Ferrovie, strade, ponti, canali, avevano patito la stessa sorte. Le flotte mercantili (soprattutto quella tedesca e inglese) avevano perso una parte considerevole delle loro imbarcazioni. Per far fronte allo smisurato impegno militare, gli Alleati erano stati costretti a contrarre debiti ingentissimi, soprattutto con gli Stati Uniti. Negli anni seguenti la guerra si trovarono nell’angoscioso obbligo di pagare quei debiti e, contemporaneamente, furono costretti, per finanziare la ricostruzione interna, a contrarre nuovi prestiti. Inoltre essi avevano fatto anche ricorso al debito pubblico, chiedendo prestiti ai cittadini. La restituzione di queste somme provocò gravi problemi. Per pagarle, i governi europei non riuscirono a fare altro che stampare carta moneta, provocando in questo modo una violenta inflazione e un forte aumento dei prezzi.
Il declino dell’Europa
L’Europa impoverì se stessa, ma arricchì gli altri. Nel 1914 il Vecchio continente dominava il mondo economicamente, politicamente, culturalmente. Nel 1919, conclusa la Prima guerra mondiale, questa situazione risultava completamente modificata. Non erano più le banche europee a finanziare il mondo, ma erano le banche americane a finanziare l’Europa.
Gli Stati Uniti e il Giappone trassero enormi vantaggi dalla guerra: le loro industrie avevano lavorato a pieno ritmo per rifornire gli Alleati, si erano rammodernate, erano penetrate su nuovi mercati. Mentre le potenze europee si combattevano all’ultimo sangue, gli Stati Uniti intensificavano la loro penetrazione commerciale nell’America del Sud, sbaragliando la concorrenza europea, e lo stesso faceva il Giappone in Estremo Oriente (soprattutto nel settore tessile). Sia gli Stati Uniti sia il Giappone, inoltre, non avevano subito alcuna distruzione: sui loro territori non era caduta nemmeno una bomba. L’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1917 segnò una svolta nella storia. Il peso decisivo che la loro superiorità industriale ebbe sulle sorti del conflitto dimostrò che l’Europa non era più l’unico centro del mondo, né dal punto di vista economico né da quello politico, e che anzi essa non era più nemmeno in grado di risolvere da sola i suoi problemi.

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