I Celti

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Testo

I CELTI

ETIMOLOGIA
Celti è il nome con cui queste popolazioni vengono indicate dalle fonti
greche (primo in ordine di tempo il frammento di Ecateo di Mileto che parla dei
Celti di Marsiglia, colonia greca), mentre nella tradizione romana sono
indicate col nome di Galli.

GEOGRAFIA
Erodoto parla dei Celti presso Pyrene, nel cui territorio nasce il
Danubio, ritenendoli un popolo discendente da un Celto, figlio di Ercole e di
Celto, figlia di Britanno.
Si sapeva, già genericamente, che i Celti erano un popolo stanziato
nell’Europa occidentale, a settentrione della Grecia.
Dopo Alessandro Magno, si diffonde il nome di Galati, in conseguenza
dell’invasione che distrusse Delfi e portò alla formazione di una Galazia
nell’Asia Minore.
Alcuni scrittori (Diodoro, Cesare, Livio, Strabone) introducono la
distinzione tra i Galati, settentrionali, e i Celti, meridionali. Invece in
Polibio e in Giuseppe Flavio il nome Celti designa popolazioni germaniche.
L’area celtica, fino al VI sec. a.C. corrispondeva essenzialmente alla
Germania occidentale e alla Gallia settentrionale. Nel periodo della maggior
espansione, oltre alle Isole Britanniche, comprendeva tutta la Gallia, gran
parte della Spagna, l’Italia settentrionale, e, attraverso la penisola
balcanica, arrivava fino all’Asia Minore. Con la conquista romana, però, la
Gallia viene romanizzata e la Britannia, oltre alla sovrapposizione romana,
subisce anhe quella germanica, e l’area celtica si riduce agli avanzi
dell’Irlanda, l’isola di Man, ad alcune regioni della Scozia, e al Galles.

LINGUA
Le ricerche moderne hanno posto fuori contestazione l’unità
linguistica di un gruppo di lingue indoeuropee attestate epigraficamente e
attraverso scrittori stranieri a partire dal sec.VIII, quindi più recentemente
del sanscrito, del greco e del latino. I documenti linguistici si dividono in
tre gruppi: gallici, attestati in autori classici a partire da Giulio Cesare;
gaelici, attestati a partire dal sec.VIII da iscrizioni e brevi componimenti
poetici; britannici, attestati dal sec.XII da monumenti.
Nella grammatica celtica il sistema delle consonanti è ridotto a sorde
e sonore, con l’eliminazione totale di tutte le aspirate. I casi delle
declinazioni sono ridotti a quattro, nominativo, genitivo, dativo, accusativo,
come nelle aree centrali (greca e tedesca). Oggi parlano lingue celtiche più di
tre milioni di persone. Testimonianze lessicali mostrano la corrispondenza tra
la lingua irlandese, di stretta derivazione celtica, e il latino: significa che
si tratta di un patrimonio lessicale molto antico, che è stato conservato là
dove si è mantenuto un ordinamento aristocratico-sacerdotale (druidi, flamini,
brahmani) e che, al contrario, è andato invece perduto dove questo ordinamento è
andato perduto, come presso i Greci.
irlandese latino altre lingue
boi fuit lituano, slavo antico
iasc piscis tedesco fiach
faith vates sanscrito
blath flos blume (tedesco)
sil semen gruppo slavo
rath res sanscrito ras
rix rex sanscrito raj
L’elemento latino fu introdotto nella Britannia con la conquista romana e
riguarda, per lo più, elementi di carattere pagano, ma anche elementi religiosi,
apportati in un momento più recente, connesso con la diffusione del
Cristianesimo.
Un esempio valido di parola latina attinente alla sfera religiosa
trasportata in irlandese è cupa (coppa) che diventa cib.
Le lingue celtiche appaiono per la prima volta con le iscrizioni
ogamiche, così chiamate dal nome dell’alfabeto, documenti di carattere
funerario. L’alfabeto consiste in linee tracciate perpendicolarmente o
obliquamente allo spigolo di una pietra poggiata in senso verticale.
Le sopravvivenze del mondo linguistico celtico più antiche sono quelle
germaniche, ma se ne hanno tracce anche nei dialetti romanzi e in greco: il
celtico gae (spada) appare in greco. L’inglese, contrariamente ad ogni attesa, è
estremamente scarso di avanzi celtici, perché l’inglese, con le immigrazioni
nordiche e soprattutto con quella normanna, ha subito nella lingua una
rivoluzione che può aver eliminato gli ultimi residui lessicali celtici.

RELIGIONE
Dopo uno stadio in cui doveva preoccuparsi di soddisfare i propri
bisogni materiali, l’uomo primitivo del mondo celtico, come ovunque, cominciò ad
avvertire delle presenze, di giorno come di notte, e cercò una spiegazione a
questi sentimenti. In una natura ossianica come quella del mondo celtico, fatta
di grotte, montagne, laghi, isole, c’erano molti luoghi che incutevano timore,
in cui l’uomo non poteva penetrare, abitati da mostri ed esseri sconosciuti. Nel
mondo celtico, dunque, l’immagine di un “altro mondo” è spesso rappresentata da
paesaggi remoti e impervi, un’isola oltre il mare, un fiume o un lago.
L’uomo preistorico si sentiva circondato da pericoli visibili ed
invisibili, il che lo portava a credere nella dottrina animistica e panteistica
che ogni oggetto intorno a lui non fosse meno vivo di lui stesso.
Deducendo dall’esperienza del sogno che egli stesso possedeva la capacità
di staccarsi dalla propria corporeità, attribuiva anche agli elementi naturali
una doppia natura, e così il mondo risultava dominato da entità opposte, buone
e cattive, che, nell’immaginario collettivo, si concretizzavano in spiriti
invisibili, mostri, folletti. La drammatica indeterminatezza di questo mondo
altro rispetto alla realtà concreta e l’impossibilità di dominarlo, portano
l’uomo ad un bisogno di certezze, di punti fermi a cui aggrapparsi e l’uomo
crea, a questo scopo, delle divinità che lo aiutino e lo proteggano nella sua
costante lotta contro il male. Le divinità hanno un nome ed una precisa
individualità, quasi a voler esorcizzare, in tal modo, la paura della doppia
natura sconosciuta del mondo e propria. Nella lotta al male spesso l’uomo
celtico si affida anche al potere di alcuni animali, non solo divinità
antropomorfe. Alcuni animali erano adorati per la forza fisica, altri, come il
serpente, per la loro pericolosità. Quasi a voler impossessarsi delle qualità
degli animali, spesso si credeva l’animale il comune antenato di una stirpe. In
tempi successivi, forse in corrispondenza della diffusione della pratica di
addomesticare gli animali, e della maggiore confidenza che ne deriva tra uomo e
animale, gli animali assumono vero e proprio carattere divino, non più soltanto
totemistico, e compaiono i vari Artio, dea orsa, Moccus, il maiale, Epona, dea
cavalla, Damona, dea pecora. Dall’osservazione dei cicli naturali, l’alternarsi
del giorno e della notte, il susseguirsi delle stagioni, l’uomo derivò il senso
dell’ordine della vita e del mondo. Tutto era controllato e animato dalla dea
madre, la Terra, da cui tutto nasceva e a cui tutto tornava. Cesare stesso, nel
Bellum Gallicum, parla di un dio che, sotto forma di un gigantesco cane,
dilania e inghiotte i morti: si tratta, probabilmente, del figlio della dea
Terra.
Tuttavia, anche in epoche successive allo stadio totemico, si hanno tracce
non dubbie della sopravvivenza di totemismo. E’ infatti costante il
ritrovamento di immagini (veri e propri totem, ma anche monete, incisioni)
raffiguranti il maiale sacro. Questo animale era particolarmente usato come
vittima sacrificale da offrire al dio per la sua pinguedine, ma si carica anche
di valenze simboliche: il maiale si nutre di ghiande, prodotte dalla quercia,
considerata sacra, e si pensava, addirittura, che nell’animale fosse incarnato
lo spirito della quercia. La ghianda rappresentava una prova tangibile
dell’aiuto divino all’uorno, perché in tempi di carestia anche l’uomo poteva
nutrirsi di essa e sopravvivere. Una ulteriore testimonianza è fornita da
Plinio che, nella Naturalis Historia, descrive la rappresentazione di un dio
celtico come una grande quercia.
Ma il totemismo sopravvive e si riscontra anche in tre istituzioni: gli stemmi
dei clan, che rappresentavano generalmente l’animale da cui il clan si faceva
discendere, la caccia ai crani e il potlach, l’affratellamento mediante il
sangue.
E’ già Diodoro a dirci che i Galli tagliavano la testa ai nemici morti, per
impossessarsi della loro forza, ma sono anche stati ritrovati scheletri
decapitati e teschi trafitti da un chiodo (scavi di Puig Castellar, in Spagna).

GLI DEI CELTICI
Il testo più esplicito che ci è pervenuto sulle divinità del pantheon
celtico è un noto passo del De bello gallico di Cesare(VI,ì7). Il dio che i
Galli onorano sopra ogni altro è Mercurio, che considerano inventore di tutte le
arti, custode delle vie e guida dei mercanti. Dopo di lui vengono Apollo, dio
risanatore, Marte, dio della guerra, Giove, il gran dio del cielo, e Minerva, la
dea delle arti e dei mestieri. In realtà non è possibile una fusione così
completa tra divinità galliche e divinità greco-romane.
Lucano (Pharsalia I, 44) segnala una triade bramosa di sacrifici
cruenti: Teutates, Taranis e Esus.
I monumenti ci fanno conoscere ancora altre divinità: il dio toro,
Tarvos, il dio dalle corna di cervo, Cernunnos, la dea dell’alveare,
Nantosuelta, e il maggiore dio nazionale, Teutates. Accanto a lui, c’erano due
divinità femminili che gli sono compagne o mogli. Una era la patronessa degli
operai e prendeva parte alle lotte contro i nemici. L’altra sarebbe stata una
dea Terra, talvolta interpretata come Maia o come Vesta. Accanto a questi dei
maggiori, sono rappresentati anche Belenus, dio del sole, e Sirona, dea della
luna.

GLI IEROI
Nelle credenze religiose e nei miti celtici i personaggi appaiono come
esseri che hanno realmente vissuto, e che hanno superato la morte. Sono eroi
sovrumani, non soprannaturali, legati a un dato territorio, abitanti nelle loro
tombe e che hanno subito, per reincarnazione, un processo di ringiovanimento.
Quella celtica è una società con capi e con feste periodiche, a metà
tra l’aggregato tribale e l’organizzazione monarchica. E’ una confederazione di
clan (tuatha), divisi in grandi famiglie e raggruppati in tribù, riunite insieme
in regni che hanno tra loro relazioni più o meno deboli. Le città sono rare e la
popolazione vive dispersa nei oampi. Il solo legame è costituito dalle feste,
che cadono nelle stesse date per tutti i clan.
L’anno celtico si divideva in due grandi periodi di sei mesi ciascuno,
e questi a loro volta in due stagioni di tre mesi l’una, suddivise in due
semistagioni. Nel primo giorno di ogni stagione cade una festa solenne: Samhuin
il I novembre, Belten il I maggio, Lungnasad il I agosto e Imbolc il I febbraio.
Queste feste venivano celebrate con molta solennità da tutti i clan, ciascuno
per proprio conto, ma vi era anche una grande riunione generale.
Patrono di queste feste è l’eroe che è simbolo ed emblema di un gruppo
sociale. Gli eroi sono considerati gli antenati dei gruppi, ecco perché nella
società celtica ha particolare importanza il culto degli antenati.
Con il cristianesimo all’eroe si è sostituito un santo.

I DRUIDI
L’unitarietà dei vari gruppi celtici dipende senz’alto dai Druidi, un
corpo sacerdotale comune a tutti i gruppi, ai quali era affidata la
conservazione délle tradizioni antiche. I Druidi avevano il ruolo di educatori,
profeti, sacerdoti, astronomi, studiosi della natura, ma anche giudici e
legislatori, organizzati in una gerarchia complessa, che aveva al proprio
vertice una figura di sommo druida. Il termine “druido” ha un’etimologia
complessa: attraverso il latino “drus”, “quercia”, albero sacro nel culto
celtico, potrebbe significare “uomini della quercia”, ma il termine è anche
scomponibile in druuid—es, che significa “i grandi sapienti”. noltre questo
vocabolo ha la stessa radice del latino “videre” e del sanscrito “veda”, sapere.
Il termine sopravvive ancora oggi nel gallese “drui”, plurale “druad”, che
significa mago.
I druidi erano prima di tutto sacerdoti: amministravano in esclusiva
il sacrificio e ne tramandavano la tecnica rituale, compito di importanza
cardinale.
“Sacrificio” deriva dal latino “sacrum facere”, rendere sacro e
significava, appunto, rendere sacro qualcosa che in origine non lo è,
restaurando e mantenendo così un contatto con la sfera del sacro. Notoriamente
il sacrificio poteva anche essere umano.
Nei riti sacrificali l’oggetto centrale era il calderone, utensile
principale della cucina celtica, usato per bollire la carne e preparare la
birra. Nelle leggende (celtiche, arturiane) il calderone assume la valenza di
pentola rigeneratrice.
Il rito principale nelle feste e nelle celebrazioni era il sacrificio,
che serviva ad assicurare un buon raccolto, la crescita del bestiame, la nascita
di bambini. In occasione del sacrificio il mondo dei morti si apriva, non a caso
su molti calderoni celtici era rappresentato un essere androfago, generalmente
una lupa, simbolo dell’oltretomba. Maggiore era il numero delle vittime,
maggiore era il numero delle anime che si potevano far uscire dall’oltretomba,
in una sorta di scambio tra vite sacrificate e vite nuove.
Ma il rituale dei Celti non ha solo vittime umane, venivano
sacrificati anche animali, e addirittura il grano, usato per la fabbricazione
della birra, bevanda che procura l’estasi e il contatto profondo con la
divinità.
Oltre ad essere i depositari della scienza sacra e a fare da tramite
tra gli uomini e gli dei, i druidi avevano anche il ruolo di vati, al quale
veniva affidato l’esercizio delle varie arti divinatorie, quali l’oniromanzia
(interpretazione dei sogni), l’ ornitomanzia (osservazione del volo di uccelli)
e il prinni log (l’uso di bacchette di legno che venivano lanciate in aria per
trarne poi auspici). L’arte della profezia era l’unica a cui venissero ammesse
anche le donne. Oltre a cibo, i vati esercitavano funzioni giudiziarie e
pedagogiche e l’arte medica, che tradizionalmente era divisa in tre branche:
magica, dove la cura consisteva in invocazioni, esorcismi; vegetale, simile a
pratiche erboristiche; e cruenta, probabilmente la chirurgia.
Un’altra funzione importante che competeva al druida era quella del bardo,
alla base della gerarchia sacerdotale. Normalmente il bardo era itinerante e
alla sua memoria era affidata la conservazione della tradizione epica e
letteraria celtica: un vero bardo conosceva a memoria centinaia di poemi.
Inoltre i druidi spesso ricoprivano mansioni collaterali: erano
consulenti e guide di sovrani, amministravano la giustizia, spesso
simbolicamente assisi sotto l’albero sacro della quercia, erano ambasciatori e
condottieri d’esercito.
Il potere del druida era immenso, tanto che lo stesso re non poteva
prendere la parola prima di lui, alle assemblee. Infatti il druida aveva anche
il potere di controllare l’uso del potere regale, potendo anche provocare la
decadenza del re e la sua condanna a morte. Al vertice della gerarchia dei
druidi c’era il sommo druida, che veniva eletto durante una riunione
all’interno della foresta dei Carnuti, che era considerata il centro della
Gallia.
Il concetto di centro si ritrova spesso nella religione celtica: si
riteneva che la stessa scienza sacerdotale provenisse dal centro primordiale del
cosmo, e ovviamente non si trattava di un centro geografico, ma spirituale, in
diretta connessione con il simbolismo dell’ origine, anche se questo centro si
concretizzava in un luogo determinato. I Celti hanno infatti avuto molti centri
sacri, luoghi in cui gli uomini entravano in contatto con gli dei, per lo più
nei boschi. Il luogo sacro della tradizione celtica, infatti, non era il tempio,
ma il nemeton, la foresta, già di per sé contesto simbolico, dove alcuni alberi
sacri (la quercia, il tasso, legato al mondo dei morti) costituivano spazi
particolari in cui il divino si manifestava con particolare vigore. La foresta,
in quanto separata dal mondo ordinario, era il luogo dove il druido poneva
dimora.
In collegamento con il simbolismo della foresta, largo spazio aveva
anche quello dell’isola, terra separata dalle acque dalle terre degli uomini.
Sappiamo da Cesare che il centro del druidismo era nell’ isola di Britannia,
dove i candidati al sacerdozio si recavano per dei periodi di studio; inoltre
alcune isole ospitavano i santuari celtici più grandi, come quello dell’isola di
Sena, al largo della Bretagna. L’isola, in quanto tale, possedeva una qualità
spaziale particolare, che ne faceva un centro iniziatico in cui recarsi per
imparare la scienza sacra, o per diventare guerrieri invincibili. Nella
letteratura irlandese si conserva l’elemento dell’Isola di vetro, luogo
meraviglioso ed irraggiungibile che ricorda il magico palazzo costruito da
Merlino per Viviana in mezzo al lago.
Il simbolo dell’isola magica riprendeva anche il tema del Paese
meraviglioso posto al di là del mare, particolarmente frequente nella
letteratura celtica. Queste isole, popolate da esseri soprannaturali mostruosi,
disseminate in mari colmi di mostri e di pericoli, si riconnettono al Ciclo
arturiano: seoondo Goffredo di Monmouth,; Artù ferito fu trasportato al di là
dell’oceano nell’isola mitica di Avalon.
Inoltre, nella mitologia classica, per quanto riguarda la spedizione degli
Argonauti alle isole Esperidi, al di là del mare, si nota che, in latino, quella
terra era chiamata Insula Avalonis.

L’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA
Non si sa molto sulle dottrine dei Druidi, ma è sicuro che credevano
nell’immortalità dell’anima. Dall’esperienza di misteriosi fenomeni come il
sonno, i sogni, l’epilessia, l’ombra, la morte, l’uomo affronta il problema
della sua natura, scoprendo un nuovo se stesso che vive lontano dal corpo, una
vita interiore, a parte dalla dimensione corporale, che quindi sopravvive alla
distruzione del fisico, alla morte. Si pensava che questa “ombra” si
materializzasse in una sorta di creatura alata ed eterea. Se dunque la vita
dell’anima non si interrompeva dopo la morte, essa poteva continuare in due
modi: il primo, in un altro mondo, ben separato da quello dei vivi, con cui
entrava in contatto solo durante la notte di Samain (I novembre), considerata al
di fuori del tempo (un intervallo tra la fine dell’anno vecchio e l’inizio di
quello nuovo); il secondo, invece, sulla terra, con la reincarnazione
dell’anima, che equivale ad una nuova nascita (metempéicosi). Espressione del
primo modo sono le tombe di notabili celti i cui ricchi corredi funebri
permettevano loro di ritrovare nell’altro mondo le prerogative del rango. Il
secondo modo era riservato ad un gruppo di pochi iniziati, come nelle dottrine
analoghe degli orfici e dei pitagorici: il corpo veniva incenerito, con i resti
sepolti direttamente nella terra, senza corredo funebre o con un semplice
oggetto simbolico: una sorta di metaforico ritorno alla madre Terra. Alcune
tombe a forma di barca funeraria attestano ulteriormente la credenza in un altro
mondo verso il quale il morto doveva navigare. Anche il misterioso tempio di
Stonehenge, composto di monoliti, sembra fosse un cimitero: due pietre verticali
e parallele, coperte da una terza pietra orizzontale, sembra avessero dei buchi
per il passaggio delle anime.
Con la graduale conversione al cristianesimo scomparve gradualmente la
tradizione druidica: si interruppe la trasmissione della sapienza sacra
all’interno della classe dei druidi e pertanto terminò la religiosità celtica.
Quanto di vivo e spiritualmente vitale esisteva ancora nella religiosità e nella
cultura celtica si calò e si fuse nel cristianesimo.

BIBLIOGRAFIA

I CELTI, Bompiani

IL MISTERO DEL MAGO MERLINO, Morganti, Il cerchio

ENCICLOPEDIA italiana di scienze, lettere e arti, Treccani

LA CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO NELL’EUROPA DELL’ALTO MEDIO EVO, centro italiano
di studi sull’alto medio evo. CELTIC RELIOJON, Edward Anwyl,Archibald Constable

Esempio