Hitler - "Mein Kampf"

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Testo

Il “MEIN KAMPF”

L’8 novembre 1923, a Monaco, Adolf Hitler tentò il Putsch (colpo di stato), circondando una burger braukeller (una grande birreria), dove si stava tenendo un discorso del capo del governo bavarese. Hitler fece irruzione, arma alla mano, e dichiarò il governo locale e centrale, rispettivamente quello di Monaco e quello di Berlino, caduto. Con il suo alleato Ludendorff tentò la presa di potere ma venne arrestato. Accusato di tentato golpe gli vennero inflitti 5 anni di carcere ridotti successivamente a 9 mesi di reclusione da scontare nella fortezza-prigione di Landsberg. E’ proprio qui che cominciò la stesura del “Mein kampf” (“la mia lotta”), un diario, che conteneva i pensieri, le ideologie e le ispirazioni del futuro fuhrer del terzo reich, che di li a poco diventò la “Bibbia” del popolo nazista: una delirante follia che venne poi attuata con rigida coerenza.
La propaganda nazista, una volta che i nazional-socialisti ebbero preso il potere, collegò queste idee alla cultura tedesca del XIX secolo e le presentò come il suo coerente sviluppo. Certo in qualche senso il legame sussisteva; ma non si può scambiare questa connessione pseudo-storica per la realtà, specialmente quando si voglia collegare alla concezione hitleriana con la filosofia classica della Germania.
Il collegamento va operato con la cultura tedesca del secondo ottocento, con le elucubrazioni antropologiche del mondo universitario, con il nebuloso estetismo pseudo-religioso wagneriano, con gli aspetti più plateali e deteriori del pensiero di Nietzsche, e con le bizzarrie senza fondamento né scientifico né storico di Gobineau.
A questa semplice cornice politica faceva da contorno una concezione dello stato e della società basato sul concetto della razza ariana che, come citò anche Chamberlain ne “le basi del secolo XIX, secondo la visione hitleriana tutta la società era il prodotto
dell’intelligenza dell’uomo ariano che era, proprio per questo motivo l’uomo per antonomasia. Per creare questa società l’ariano doveva soggiogare le altre razze “inferiori”, sotto l’aspetto biologico, tutelando la purezza del suo sangue al fine di preservare la sua forza.
Non si può ignorare che alcuni elementi derivassero dal pensiero di Fichte e di Hegel, ma il delirio razzistico - gravido di tremende applicazioni – era un impasto completamente diverso.
L’affermarsi dell’ideologia nazista in Germania va spiegata con lo stesso sviluppo della storia tedesca: in virtù di questa storia, ci si rende conto che questo stato aveva la “predisposizione” ad accogliere una concezione integralmente autoritaria del potere.
Il lungo persistere di strutture feudali, unificazione sotto il predominio prussiano pervia dei successi militari senza una partecipazione attiva della borghesia, il mancato collegamento del liberalismo con la democrazia, la soddisfatta esaltazione della disciplina e dell’efficienza, della gloria e della potenza economica e militare costituivano, nel loro insieme, il presupposto politico e morale per il trionfo di un’ideologia e d’un sistema politico che esaltavano la Germania e ne sublimavano, assieme alle innegabili virtù, le deficienze più singolari.
Il “mein Kampf” fu diviso da Hitler in venticinque punti; questi sono i quattro fondamentali che li racchiudono:
1) La dottrina della razza: dove il fuhrer delinea le differenze biologiche e aristocratiche della specie ariana ribadendo l’importanza nel preservarla.
2) Il complotto mondiale ebraico: paragonando gli inglesi agli ebrei, Hitler li definisce fautori di una politica volta a distruggere l’economia e la politica della Germania, per questo, spiega, che è necessario eliminare dal suolo tedesco di tutti gli ebrei.(*)
3) Il principio del fuhrer: “il fuhrer è il capo assoluto di tutto il movimento e tutti i comitati sono sottoposti al suo comando. Egli è colui che decide e le sulle sue spalle gravano tutte le responsabilità. “Chi è vigliacco non è adatto a fare il fuhrer: solo l’eroe ne ha la vocazione”.
4) Lo spazio vitale: Hitler rivendicava per il suo popolo il ripristino dei confini del 1914 dopo il ”torto” subito a Versailles nel 1919, aggiungendo però che quest’ultimi sarebbero stati insufficienti lo stesso per tutte le persone di lingua tedesca (facendo quindi riferimento alla Cecoslovacchia che era in gran parte abitata da persone di ceppo germanico).
Inoltre il fuhrer affronta altri problemi interni alla nazione come la concezione del mondo, lo stato, la lotta contro il fronte rosso, il federalismo come maschera e la politica verso i paesi orientali.
Sulla concezione del mondo (e del partito) Hitler attacca la classe politica: “si pensi di quali pietosi elementi, siano composti i cosiddetti , e come ogni volta vengono presi e rispolverati per essere di nuovo di moda. Non appena a questi politicanti si accorgono che il popolo non è contento e vuole ribellarsi, prima delle elezioni, danno una buona mano di vernice al timone. A questo punto arrivano gli esperti che fiutano il malcontento di massa e, stilando fantomatici paroloni rivedono il vecchio programma e ne foggiano le loro convinzioni come un soldato al fronte cambia la camicia, ormai piena di pidocchi.
Allora promettendo al contadino protezione per la sua terra, all’imprenditore assicurazioni sulla sua industria e via dicendo, ottengono i voti alle elezioni.
Quando questo giorno è passato ed i parlamentari hanno finito il loro comizio, tenutosi per addomesticare la plebe, la commissione di programma si scioglie. La lotta per il nuovo stato di cose riprende le forme della lotta per il pane quotidiano: questo, presso i deputati, si chiama indennità parlamentare.
Per circa cinque anni “servono la patria”, poi quando è di nuovo tempo di elezioni riscendono di nuovo in piazza “dall’amato popolo” per stilare un nuovo programma” .
Hitler focalizza il male radicale che affligge la Germania puntando il dito sul marxismo, che secondo lui, ha plasmato la classe borghese; e finché avrà l’appoggio del mondo intellettuale perpetuerà i suoi fini delittuosi calpestando la democrazia.
Quindi il partito nazista si impegnava a recuperare ciò che i borghesi “nella loro criminale stoltezza” avevano perduto formulando una nuova concezione di stato forte, cercando di allontanare quei funesti mali che delinearono il crollo della Germania, creando un programma che si prefiggeva mete finali nette e recise.
Per quanto riguarda lo stato Hitler ribadiva come la concezione di nazione, razzista, riconosceva il valore dell’umanità nei suoi primordiali elementi di massa, che, in conformità con i suoi principi essa ravvisava nello stato soltanto un mezzo per raggiungere un fine, il fine della conservazione dell’esistenza razzista degli uomini, al contrario del marxismo che, disdegnando questi valori, mirava a mettere il mondo nelle mani del giudaismo.
Con ciò non crede affatto ad un‘uguaglianza delle razze, ma afferma che ce ne sono diverse e quindi hanno un valore maggiore o minore. E così fa una sorte di omaggio alla Natura (che la definisce aristocratica), e crede nel valore di questa legge.
Estrae dalla massa l’individuo di valore, e opera così da organizzatrice, di fronte al marxismo disorganizzatore. Crede nella necessità di idealizzare l’umanità, preservandola da un eventuale “imbastardimento”, che farebbe crollare tutti i concetti dell’umanamente bello e del sublime.
“Il partito nazional-socialista riprende le linee essenziali d’una concezione del mondo genericamente nazionale e, tenendo conto della realtà pratica dei tempi, del materiale umano esistente e delle debolezze umane, foggia con esse una professione di fede politica. Questa, a sua volta, crea, nell’organizzazione rigida di grandi masse umane resa così possibile, le condizioni preliminari per il trionfo di quella concezione”.
Nel terzo punto esamina il problema del fronte rosso. Il partito nazista scelse per le loro effige e per i loro stendardi lo sfondo di colore rosso: se in un primo momento la gente credeva che i nazisti erano una “varietà di marxisti”, dopo aver ascoltato i loro discorsi si accorsero che chi presiedeva il comizio non chiamava i convenuti ma . Il colore venne scelto per incitare a furore i partiti di sinistra , per indurre i loro seguaci ad andare alle loro adunanze, magari con il solo scopo di sabotare: così gli avrebbero dato modo di poter parlare con quella gente!
Hitler riuscì nell’intento: attirò a sé prima molti dubbiosi e molti oppositori che, andavano ai suoi comizi con l’intento di provocare discussioni accese e di diffamare l’ideologia nazista.
Ma a poco a poco quelle masse di operai che s’addensavano ai suoi comizi ne uscivano con la mente perplessa, dubbiosi nei confronti della loro ideologia, il comunismo, e propensi verso quella nuova, quella che propugnava il futuro Fuhrer del III reich.
Le varie manifestazioni, le prese di potere ed i discorsi pubblici fecero tremare i marxisti che in varie circostanze cercarono di mettere a tacere il piccolo partito nazista, che cresceva sempre più velocemente adunando intorno a sé ingenti masse.
Il 4 novembre 1921 nella birreria di Corte a Monaco ci fu la prova di forza di quello sparuto gruppo (erano in 46) di nazisti: in quella sala che era occupata da più di ottocento comunisti, dopo un’ora e mezza di comizio di Hitler, scoppiò il finimondo, ma i fedeli al gerarca riuscirono ad avere la meglio e (cita Hitler) da allora, fino all’autunno del 1923 il giornale non annunziò al partito più i pugni del proletariato.
Il federalismo fu uno degli altri punti che affrontò: durante la prima guerra mondiale e all’indomani della sua fine nella Germania distrutta dal conflitto si scatenò un’intensa campagna volta all’annullamento completo dello stato, voluta dai francesi e dagli inglesi, e da quegli ebrei che volevano creare un loro stato nel distrutto II reich.
Si vennero quindi a formare enormi falle tra il nord e il sud del paese, fra quella parte che si sentiva prussiana e quell’altra che si definiva bavarese. A fare questo gioco ci fu anche l’ebreo Kurt Eisner che mirava a far insorgere la Baviera dandogli un’impronta diversa rispetto al resto del paese. Ma secondo Hitler lui non agiva da bavarese e da patriota ma bensì faceva tutto ciò perché era solamente un incaricato del giudaismo.
La tensione arrivò anche nel Reichstag, tanto che un rappresentante compendiò questa mentalità nel grido:”Meglio morire bavaresi che andare in malora da prussiani”.
Questo conflitto in sostanza era combattuto da due forze entrambi conservatrici.
Hitler scelse di adottare uno stato unitario rispetto ad uno federalista, citando:”Un forte reich nazionale, che protegga e realizzi in alta misura gli interessi dei suoi cittadini di fronte all’estero, può offrire libertà al suo interno senza dover tremare per la saldezza dello stato, […] purché il cittadino riconosca in quei provvedimenti un mezzo per raggiungere la grandezza della propria nazione”.
(*)Riguardo alla fondazione di questo nuovo stato Hitler dice di stare attenti agli ebrei e li definisce come ”gli incitatori alla totale distruzione della Germania. Dunque si scrivano attacchi contro la nostra nazione ne sono autori gli ebrei. Allo stesso modo, in tempo di pace e durante la guerra la stampa ebraica, borsistica e marxistica, attizzava per sistema l’odio contro la Germania, finché uno stato dopo l’altro rinunciò alla neutralità, contro i veri interessi dei popoli, entrò al servizio della coalizione mondiale.
Riguardo la politica verso est Hitler aveva un obbiettivo:
Colonizzare la marca orientale, soprattutto dai Baiuvari;
Conquistare e ripopolare, ad est dell’Elba, tutto il territorio;
Organizzare, (opera degli Hohenzollern), lo stato brandemburgico-prussiano quale modello e nucleo di cristallizzazione di un nuovo Reich;
“E’ QUESTO UN MONITO ISTRUTTIVO PER IL FUTURO!”.

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