Globalizzazione

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Testo

La crisi della globalizzazione
Crisi economiche, squilibri sociali e disastri ambientali
Primi segnali di scrisi
Intorno alla metà degli anni '90 la globalizzazione marciava inarrestabile e i principi della dottrina neoliberista sembravano essersi trasformati in una sorta di pensiero unico. Anche se i tassi di sviluppo non erano più quelli del trentennio glorioso (negli anni '90 era stato di poco superiore al 2 %, massiccio ritorno della disoccupazione di massa, gli indici di crescita pro-capite erano passati al 2 % circa del periodo 1980-1995), l'economia dei paesi più avanzati sembrava essersi definitivamente lasciata alle spalle le turbolenze della seconda metà degli anni '70, e gli Stati Uniti dell'amministrazione Clinton stavano entrando in una fase espansiva. Eppure si cominciarono ad avvertire acuti segnali di crisi:
➢ Tra il 1994 e il 2001 l'economia internazionale fu scossa da una serie di crolli regionali (Messico, Asia orientale, Russia, Argentina) che sfociarono nella crisi mondiale degli anni 2001-2003;
➢ Nello stesso periodo vennero sempre più alla luce squilibri sociali e disastri ambientali generati dal modello di sviluppo che aveva trionfato nell' era della globalizzazione.
Crisi economiche regionali (1994-2001)
A partire dal 1994 ci furono delle crisi regionali in tutto il mondo:
1. Messico (1994-1995): Nel 1992 era stato firmato il N.A.F.T.A., accordo di liberalizzazione economica tra Messico, Canada, e USA, che aveva abbattuto tutte le barriere doganali. Questo significò la fine per la più debole economia messicana che conobbe una gravissima crisi finanziaria
2. Asia orientale (1997-1998): Il crollo finanziario della Thailandia nel ’97 ebbe un effetto a catena in tutte le economie del Sud-est asiatico (Indonesia e Malesia) e dell’Estremo Oriente (Giappone, Corea del Sud e Taiwan). Questa crisi mise in grave pericolo l’intera economia mondiale.
3. Russia (1998): Quando ancora non si era spenta la crisi in Oriente, anche l’area della federazione russa fu travolta da un crollo finanziario i cui effetti disastrosi si fecero sentire molto a lungo.
4. Argentina (2001): Uno dei Paesi che avevano applicato in maniera più rigorosa le ricette neoliberiste del FMI, fu travolta da una enorme crisi economica, finanziaria e politica, che provocò il fallimento dei ceti medi (e di molti risparmiatori stranieri), un generale impoverimento della popolazione e il crollo delle strutture statali, travolte dalla rabbia popolare dei piqueteros.
La crisi mondiale del 2001-2003
A partire dalla primavera del 2001 si moltiplicarono gravi segnali di crisi economica anche negli Stati Uniti, dove da qualche mese era presidente il repubblicano George W. Bush. L'attentato dell’11 settembre 2001, aggravò le tendenze recessive già in atto, che si estesero anche all'Europa e all'intera economia mondiale, ad eccezione della Cina e pochi altri paesi emergenti.
Provocata, di fatto, dal riflusso della new economy e dai contraccolpi delle speculazioni finanziarie degli anni '90, la crisi si manifestò ovunque con il calo degli scambi nelle Borse, la stasi dei consumi, il ristagno dei salari, il calo della produzione e una crescente disoccupazione; si ebbe anche una forte svalutazione del dollaro e un ulteriore aumento del debito estero.
La ripresa arrivò nel 2004, trainata dal boom economico della Cina e, negli Stati Uniti, dagli investimenti nel settore dell'industria bellica; ma fu, specialmente in Europa, una ripresa molto incerta, subito rallentata dal boom dei prezzi dei prodotti petroliferi che cominciò a registrarsi nel 2004.
Disuguaglianze crescenti
I dati forniti dall’Onu e dalla Banca mondiale mostrarono che si era venuta a creare una crescente polarizzazione nella distribuzione della ricchezza. Nei paesi più sviluppati le politiche neoliberiste avevano innescato un processo di redistribuzione del reddito nazionale in virtù del quale i ricchi erano diventati più ricchi, e i poveri più poveri.
%di bambini poveri
% di lavoratori poveri rispetto alla popolazione attiva
rapporto tra redditi 5% più
ricco e 20 % più povero
Rapporto tra redditi di dirigenti massimo
livello e redditi di operaie impiegati
1960
27%
1973
14%
1969
8,4%
1980
6,8:1
1975
41:1
1993
23%
1994
23,2%
1998
8,2:1
1995
187:1
La polarizzazione fu ancora più marcata nei rapporti tra il Nord sviluppato e il Sud in via di sviluppo. Nel 2003 il Nord del mondo, popolato da appena il 14 % della popolazione terrestre, consumava il 78% dei beni prodotti nel mondo; negli stessi anni gli USA detenevano il 31% della produzione mondiale; l'Unione europea il 26 %; il Giappone il 12 %.
Anno
Reddito del 20 % più ricco
della popolazione mondiale
Reddito del 20 % più povero
della popolazione mondiale
Rapporto tra il reddito del 20 %
più ricco e il 20 % più povero
1960
70,2% del pil mondiale
2,3%
30:1
1991
84,7%
1,4%
61:1
1997
86%
1%
86:1
Nell'arco di poco più di trentacinque anni lo strato più ricco della popolazione mondiale si era impadronita di una fetta di ricchezza mondiale quasi un quarto più grossa (86 %) di quella ottenuta nel 1960 (70,2 %), mentre la fetta concessa allo strato più povero, nel 1997 si era addirittura più che dimezzata (l %).
La tragedia della povertà di massa
Il bilancio complessivo di un ventennio di politiche neoliberiste lasciava molto a desiderare anche sul versante della lotta alla povertà di massa. Nel Sud del mondo, dove viveva l'86 % della popolazione mondiale, i diritti dei lavoratori erano quasi sempre calpestati e i bambini erano oggetto di sfruttamento, tanto che nel 1998 si rilevò che circa 250 milioni di minori lavoravano in situazioni a rischio e circa 300.000 bambini erano utilizzati in conflitti bellici. 1 miliardo di persone non avevano ricevuto nessuna forma d'istruzione. Le cure mediche più elementari erano inaccessibili ai più, tanto che intorno al 1998 circa 12 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni morivano per lo più a causa di malattie infantili. 2 miliardi e mezzo di persone non disponevano di servizi fognari e 1 miliardo di persone non aveva accesso all'acqua potabile. 3 miliardi di persone vivevano con meno di 2 euro al giorno. Il diritto al cibo era ancora sistematicamente calpestato. Secondo il rapporto della Fao del dicembre 2004, all'inizio del nuovo millennio le persone sottoalimentate, erano circa 840 milioni, 18 milioni in più rispetto alle stime del 1996. Ogni anno nascevano 20 milioni di neonati sottopeso. In un mondo in cui la produzione di cibo era sovrabbondante, morivano di fame circa 9 milioni di persone all'anno; di questi, 5 milioni erano bambini sotto i 5 anni.
Il quadro delle normali condizioni di vita di metà della popolazione mondiale era a grandi linee il seguente: «Le persone che vivono con meno di 700 dollari l'anno, non mangiano più di una volta al giorno. Molti di loro bevono acqua di pozzo o di fiume. Vivono in baracche costruite con materiale di recupero o in capanne. Hanno pochi indumenti e un bassissimo livello di scolarità. In caso di malattia non possono curarsi e sono costretti a indebitarsi.»
I fautori della globalizzazione facevano notare che lo sviluppo degli ultimi vent'anni del Novecento aveva permesso alle economie più dinamiche del Sud del mondo di abbattere i tassi di povertà, che erano scesi in Asia e in Europa orientale. Ma la situazione era rimasta stazionaria in Medio Oriente e in Nord Africa, e si era addirittura aggravata in America latina e nell' Africa subsahariana:
Poveri in rapp. alla popolazione
1985
2000
Asia orientale
Asia meridionale
Europa orientale
Medio Oriente e Nord Africa
America latina
Africa subsahariana
13,2 %
51 %
7,1 %
30,6%
22,4%
47,6%
4,2%
36,9%
5,8%
30%
24,9%
49,7%
Totale
30,5%
24%

I protagonisti del boom asiatico come la Cina e l'India erano "potenze" abbastanza indipendenti, che avevano assecondato in modo prudente le correnti della globalizzazione, mentre l'Africa subsahariana aveva dovuto subire passivamente i diktat della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, e l'America latina era stata un vero e proprio laboratorio di politiche neoliberiste. Non va inoltre dimenticato che la violazione dei diritti dei lavoratori e il perdurare della piaga del lavoro infantile erano incoraggiati dalla delocalizzazione delle imprese multinazionali, mentre la liberalizzazione dei commerci promossa dal WTO in molti casi aveva provocato la rovina economica di ampi settori delle popolazioni. Inoltre, l'inadeguatezza dell'impegno dei paesi poveri nei settori della sanità, dell'istruzione e dell'assistenza sociale era dovuto in parte alle politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo Monetario e della Banca mondiale; in parte a quella vera e propria piaga che era il debito estero dei paesi poveri (per decenni il rimborso delle somme prese in prestito non era stato un problema; ma a partire dal 1979 i tassi d'interesse- per una precisa scelta delle banche centrali di Usa e Gran Bretagna – avevano subito una forte impennata, provocando una rapida crescita del debito estero di tutti gli stati. Questo fenomeno era stato letteralmente devastante per le economie più deboli. E quelle somme venivano sottratte alle politiche di sviluppo e all'organizzazione di quei servizi essenziali (sanità, scuola, assistenza) che avrebbero potuto garantire un benessere minimo e in certi casi perfino la sopravvivenza alle popolazioni più povere dei paesi in via di sviluppo).
Un ultimo aspetto del problema erano gli aiuti finanziari dei paesi sviluppati alla lotta contro la fame e la povertà di massa, che nei primi anni del nuovo millennio si erano ridotti a percentuali irrisorie del Pil, in quanto la classe dirigente neoliberista era tendenzialmente contraria agli interventi diretti contro la povertà(liberalizzate i commerci, incentivate l'impresa e la miseria sarà spazzata vita dallo sviluppo economico). Ma servivano interventi immediati, che erano alla portata degli stati sviluppati, se si considera che sarebbero bastati in un anno 44 miliardi di dollari(lo 0,1 % del pil mondiale) per «ottenere e mantenere l'accesso universale all'istruzione, le misure fondamentali per la sanità mondiale e per la salute delle donne in età riproduttiva, l'alimentazione sufficiente per tutti, l'acqua pulita per tutti.»
Disastri ambientali
Il modello di sviluppo sostenuto dalla classe dirigente mondiale dell' era della globalizzazione presupponeva la possibilità di una crescita illimitata della produzione di beni materiali. Le ricerche degli scienziati avevano denunciato, però, il processo di deterioramento dell'ecosistema determinato dall'indiscriminata crescita della produzione industriale e agricola, tanto che i governi dei paesi sviluppati avevano ritenuto necessario programmare con il Protocollo di Kyoto del 1997, una graduale riduzione delle emissioni gassose prodotte dal sistema industriale.
L'uomo, oggi non solo domina la natura ma la trasforma cosi radicalmente da far diventare reale il rischio della sua distruzione. La prima grande trasformazione del paesaggio naturale si manifesta nell'imponente dilatazione degli insediamenti umani nel territorio. Nel ventennio 1950-'70 la popolazione mondiale è passata da 2,5 a 3,7 miliardi. Di questi ultimi un miliardo e mezzo di uomini viveva nel 1970 nelle città; ma la popolazione urbana dei paesi sviluppati ha raggiunto nel 1975 il 70% della popolazione totale. Si tratta di uno dei più rilevanti cambiamenti avvenuti nella storia dell'umanità. Se la proliferazione delle megalopoli ha alterato i tradizionali rapporti tra l'uomo e il territorio, l'industrializzazione degli ultimi decenni ha rivelato una capacità di distruzione delle condizioni di vita non certo inferiore a quella che era propria delle guerre del passato.
L'inquinamento dell'atmosfera rischia di provocare alterazioni negli equilibri climatici del Pianeta, nei tassi di umidità dei continenti, e, con gravissime conseguenze, nelle calotte glaciali e, quindi, nei livelli degli oceani e dei mari. Le cause principali dell'inquinamento sono:
• la motorizzazione,
• i residuati tossici dell'industria,
• l'uso ormai universale degli insetticidi e dei pesticidi nell'agricoltura e nella zootecnia.
Negli anni Settanta si è scoperto che i fluotocarburi impoveriscono lo scudo di ozono che avvolge l'atmosfera terrestre. All'inizio degli anni Novanta si appurò l'esistenza in esso di larghi «buchi», e fu confermata la loro influenza deleteria nei confronti del clima. L' «effetto serra», cioè il riscaldamento della temperatura atmosferica, dovuto all'eccessiva emissione di gas prodotti dall'industria, è divenuto fonte di inquietudine. Segnali allarmanti vengono anche da un'altra serie di gravi fenomeni in atto:
• la deforestazione,
• l'avanzata dei deserti,
• l'inquinamento di larghe aree marittime causato dai frequenti incidenti che si verificano durante il trasporto del «greggio».
Non solo rischiano di scomparire molte specie animali, mentre nuove e vecchie malattie aggrediscono la specie umana, ma l'industrializzazione spinta porta con sé il rischio di intaccare la disponibilità nel Pianeta di materie prime. È stato calcolato che se il mondo consumasse materie prime nella misura raggiunta dagli USA negli ultimi anni, il patrimonio energetico, alimentare e merceologico diventerebbe in breve tempo insufficiente al fabbisogno.
Il movimento dei movimenti
Primi squilibri della globalizzazione
All’inizio del nuovo millennio una parte della classe dirigente mondiale cominciò a prendere atto delle crisi e degli squilibri generati dal processo di globalizzazione. Ma le prime denuncie e forme di opposizione si erano già registrate negli anni ’90, nell’ambito del primo movimento progressista sorto dopo la fine delle lotte studentesche degli anni ’60.
Il popolo di Seattle
Il 30 novembre 1999 a Seattle era prevista l’inaugurazione della più importante sessione della storia del WTO: il Millennium round, un ciclo di trattative che avrebbe dovuto attuare un progetto di radicale liberalizzazione del commercio concepito nel 1995 dai governi dell’Ocse.
Si trattava del MAI (Accordo multilaterale sugli investimenti), un patto iperliberista che avrebbe spalancato le porte dei paesi contraenti alle imprese straniere, cancellando le leggi statali considerate “discriminatorie” dalle multinazionali e dagli organismi del WTO. Abbandonato nel 1998, a causa del ritiro della Francia, l’anni seguente è stato riproposto (con lievi modifiche) dal WTO, e messo all’ordine del giorno della riunione di Seattle. Come sostenne l’allora direttore generale del WTO, Renato Ruggiero, “si trattava di scrivere le ultime pagine della costituzione dell’economia globale”.
Ma la seduta inaugurale non ebbe mai luogo, perché il 30 novembre il centro di Seattle fu invaso da tre cortei di protesta che paralizzarono il traffico cittadino, impedendo a molti partecipanti di raggiungere la sede dei lavori. La contestazione costrinse qualche giorno dopo i dirigenti del WTO e i rappresentanti de governi a interrompere le trattative.
La maggior parte dell’opinione pubblica ignorava chi fossero i manifestanti di Seattle e quali fossero i motivi della loro protesta. Gran parte della copertura giornalistica fu riservata agli scontri tra l’ala più dura ( black-block) e la polizia, ma cominciò a passare anche qualche informazione sugli obiettivi delle manifestazioni. Furono coniati diverse espressioni come: popolo di Seattle, movimento antiglobalizzazione o movimento noglobal, movimento dei movimenti o rete delle reti, movimento new global o movimento altromondialista.
Le mille anime del movimento
Il movimento si era formato nella seconda metà degli anni ’90 dall’aggregazione di migliaia di associazioni di tutto il mondo: ONG (organizzazioni non governative), gruppi di pressione, centri di ricerca, sindacati, collettivi politici, comunità religiose e movimenti giovanili. E’ difficile descrivere le articolazioni interne ma possiamo individuare alcuni filoni principali.
Movimenti ambientalisti, pacifisti e terzomondisti)
Si trattava di organizzazioni non governative, centri di ricerca e associazioni di altro tipo, che incentravano la loro attività intorno al volontariato sociale e a campagne di pressione. Essi si raccoglievano all’interno di tre filoni collegati tra loro (in Italia alcune di esse si coordinarono nella Rete Lilliput nata nel 1999su iniziativa di Alex Zanotelli).
1. Ambientalista: attivo fagli anni ’70 con numerose campagne contro i disastri ecologici provocati dalle grandi imprese multinazionali o dalle politiche degli stati nazionali e degli organismi internazionali come la Banca Mondiale: inquinamento industriale, deforestazione, desertificazione ecc. In questo ambito ebbero grande impatto mediatico le campagne dell’associazione inglese Greenpeace (1976), che con la sua imbarcazione, il Rainbow warrior, ostacolò la caccia alle balene, il trasporto di prodotti inquinanti, esperimenti nucleare ecc. In Italia i gruppi più attivi furono il WWF e Legambiente.
2. Pacifista: dopo la fine delle lotte contro la guerra in Vietnam, si era battuto per il disarmo nucleare, il divieto di produzione di armi non convenzionali, la regolamentazione del commercio delle armi e la riconversione ad usi sociali della spesa bellica. Dalla campagna contro la produzione delle mine antiuomo nel 1994 in Italia nacque Emergency.
3. Terzomondista: incentrato sul problema della povertà di massa nel Sud del mondo e sugli squilibri tra Nord e Sud del pianeta. Alcune delle principali iniziative furono:
a) Le reti Nord-Sud: sorte in India, Bangliadesh, Africa e America Latina. Svolgevano un’attività di ricerca e informazione e sollecitavano l’appoggio dei cittadini del Nord a sostegno delle battaglie per i diritti dei popoli del Sud del mondo (Italia-Nicaragua, nata nel 1979, e il Centro nuovo modello di sviluppo di cancellazione del debito estero dei paesi poveri).
b) Le campagne di boicottaggio: rivolte alle multinazionali che devastavano le risorse naturali, ingannavano i consumatori e sfuttavano i lavoratori.
c) Il commercio equo e solidale: reti commerciali con i piccoli produttori di caffè, cacao e altri prodotti.
d) La campagna per la riforma della Banca Mondiale.
e) La campagna per tassare i guadagni delle speculazioni finanziarie mediante la Tobin Tax, destinando il ricavato a progetti di sviluppo per il Sud del mondo.
Movimenti indigeni e contadini
A partire dalla metà degli anni ’90 si moltiplicarono i movimenti di massa di popolazioni indigene e contadine del Sud del mondo. Ecco qualche esempio:
➢ le mobilitazioni popolari in India, Indonesia e Brasile contro la costruzione di grandi dighe e altri progetti finanziati dalla Banca Mondiale;
➢ la sollevazione zapatista degli Indios dell’Ecuador e di quelli boliviano guidati da Evo Morales;
➢ la lotta dei Mapuche della Patagonia argentina contro la Benetton;
➢ la lotta degli Ogon in Nigeria contro l’espropriazione e la distruzione del loro territorio da parte della Shell;
➢ le lotte contro le multinazionali agroalimentari combattute dal sindacato degli agricoltori francesi dai Daniel Bovè.
Altre componenti
I movimenti ambientalisti, pacifisti e terzomondismi e i movimenti indigeni e contadini furono la matrice originaria e il nucleo permanente della rete delle reti. Ma quest’ultima incluse anche altre organizzazioni e movimenti che parteciparono alle sue iniziative. Queste furono:
1. Organizzazioni sindacali: Negli Stati Uniti l’Afl-Cio (organizzazione sindacale più grande del paese) e i forti settori dei Teamsters (trasportatori) e degli Steel Workers (operai siderurgici) furono tra i protagonisti della protesta di Seattle e di altre manifestazioni contro la globalizzazione. In Italia aderirono alle iniziative, il sindacato autonomo dei Cobas, i metalmeccanici della Fion-CGIL. I sindacati ebbero un ruolo importante anche in molti altri paesi, specialmente nelle aree del Sud del mondo.
2. Movimenti giovanili metropolitani: Quest’area comprendeva:
o I movimenti di interferenza culturale, che organizzavano campagne di boicottaggio dell’industria pubblicitaria;
o I movimenti di riappropriazione degli spazi urbani come Reclain the streets (1995), che organizzava festose occupazioni giovanili delle piazze e delle strade di interi quartieri;
o Critical mass (1992), attivo con variopinti raduni ciclistici nei centri cittadini;
o In Europa ebbero un ruolo importante anche i Centri Sociali giovanili;
o Altro settore era rappresentato dai collettivi anarchici;
o In prossimità di quest’ultimi si sviluppò, tra il 1999 e il 2001, il movimento dei black block, ispirato a esperienze come quella dei casseurs (giovani francesi che compivano azioni teppistiche nel corso delle manifestazioni di massa). Questi erao per lo più giovanissimi e si proclamavano anarchici e combattevano la globalizzazione distruggendo i simboli materiali del potere economico.
3. Chiese e gruppi religiosi: Nel movimento statunitense ebbero un ruolo importante gruppi e comunità che facevano riferimento alla Chiesa cattolica (mobilitarono 15.000 persone a Seatlle). Anche in Europa si registrò un’attiva presenza di comunità parrocchiali, associazioni di volontariato e gruppi missionari cattolici. Il movimento coinvolse anche comunità e associazioni di altre religioni.
4. Partiti politici: In alcuni paesi il movimento ebbe il sostegno di partiti politici come il Partito dei lavoratori di Lula de Silva in Brasile o il partito dei Verdi e Rifondazione comunista in Italia.
Una rete di reti
Il movimento rinnovò radicalmente i linguaggi e i metodi classici della cultura progressista del Novecento. Il movimento dei movimenti non lottava per la conquista del potere, ma si proponeva di condizionare i poteri politici ed economici esistenti (quasi sempre attraverso la lotta nonviolenta).
Esso non era unificato da un’ideologia, ma da una forte spinta di natura morale. Intellettuali, attivisti e alcuni libri diventarono i punti di riferimento di una nuova cultura, caratterizzata dalla condivisione di alcune esigenze etiche fondamentali:
• battersi contro la guerra;
• salvare il patrimonio ambientale del pianeta;
• difendere i diritti umani sacrificati dalla globalizzazione;
• creare o rafforzare modelli di convivenza sociale.
Anche sul piano organizzativo il movimento era innovativo. Era dotato di una dimensione globale e non era strutturato secondo il modello “verticale” delle organizzazioni gerarchiche (partiti, stati), ma in base a quello “orizzontale” della rete.
Le sue componenti erano collegate tra loro in modo permanente da una fitta trama di scambi di informazioni (possibile grazie ad Internet), che permetteva ad ogni gruppo di appoggiare le battaglie degli altri o di riceverne l’appoggio. Era inoltre possibile organizzare mobilitazioni comuni o incontri tra le varie componenti del movimento (i Forum sociali). Questo sistema organizzativo fu chiamato rete delle reti. Si trattava di una struttura dotata di grande “elasticità” e capacità di resistenza perché in caso di crisi esso poteva sciogliersi provvisoriamente e successivamente riallacciare i contatti per iniziative comuni.
Storia del movimento: dal Chiapas a Seattle (1996-1999)
L’aggregazione del movimento cominciò nella seconda metà degli anni ’90. Uno degli episodi cruciali fu, nel 1996, la convocazione in Chiapas, di un Incontro internazionale per l’umanità e contro il neoliberismo. L’incontro fu promosso dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN), che, dal primo gennaio 1994, aveva guidato la sollevazione degli Indios del Chiapas contro il governo messicano. Il movimento zapatista aveva come portavoce il sub-comandante Marcos, che nascondeva ai giornalisti la propria identità coprendosi il volto.
Gli obiettivi del movimento erano
➢ la conquista di una nuova forma di autogoverno delle popolazioni indigene del Chiapas
➢ la lotta contro il N.A.F.T.A. ( accordo di libero commercio tra USA, Canada e Messico), che insieme ad altre misure neoliberiste, stava stravolgendo gli antichi equilibri economici.
I leader zapatisti si erano resi conto che la diffusione delle politiche neoliberiste poteva essere fermata solo a livello globale, e cominciarono a costruire una rete internazionale di solidarietà. Gli eventi caratterizzanti furono:
➢ negli anni 1996-1999 l’intensificazione della rete mondiale dei movimenti antiliberisti grazie alla campagna contro il MAI (accordo di liberalizzazione commerciale concepito dai governi dell’Ocse nel 1995).
➢ Formazione di reti nazionali e internazionali di associazioni impegnate in questa battaglia, tra cui spiccò lo statunitense Direct Action Network (1997).
I successi del movimento furono:
➢ nel 1998 la sospensione delle trattative per il MAI
➢ il 30 novembre 1999, la battaglia decisiva del popolo di Seattle, organizzato dal Direct Action Network, che insorse contro le politiche neoliberiste del WTO.
Da Seattle a Genova (1999-2000)
Dopo Seattle si moltiplicarono i grandi eventi di protesta contro i vertici della Banca Mondiale e del Fmi, dell’Unione Europea, del G8 e dia ltri organismi internazionali. Nelle manifestazioni il movimento cercò di sfruttare il successo politico e mediatico di Seattle, replicando la strategia dell’assedio attuata contro il WTO.
Nella sede del vertice si costituiva una rete delle reti (Direct Action Network a Seattle o il Genoa Social Forum di Genova) che organizzava la protesta articolandola in piazze tematiche e cortei separati per “gruppi di affinità”; l’intento era quello di “assediare i potenti”.
Il momento culminante di questa fase di mobilitazione fu nel luglio 2001, la contestazione della riunione dei capi di stato e di governo del G8 a Genova. Il controvertice avrebbe dovuto essere il momento più “gioioso” della mobilitazione antiliberista. Ma gli avvenimenti assunsero una piega tragica. L’area in cui si sarebbe svolto il vertice fu militarizzata: la zona rossa fu presidiata da molti agenti di polizia e carabinieri in assetto da guerra.
Gli episodi drammatici di questa manifestazione furono:
1. Il 20 luglio, mentre i black block compivano scorribande in diversi quartieri, le forze dell’ordine intrapresero scontri con i manifestanti di un corte che aveva annunciato l’intenzione di violare la zona rossa. Durantei disordini un carabiniere uccise Carlo Giuliani.
2. Le violenze proseguirono anche il giorno dopo, quando un corteo internazionale di 200.000 persone venne investito in più punti da violente cariche della polizia, mentre i black block devastavano indisturbati ciò che trovavano.
3. Nella scuola Diaz, dove le forze dell’ordine penetrarono nella notte tra il 21 e il 22 luglio, massacrando i manifestanti che vi si erano accampati per dormire e nella caserma di Bolzaneto, dove i contestatori fermati, furono sottoposti a violenze fisiche e morali. Queste furono accertate in seguito dai rapporti di Amnesty International e dalle indagini della magistratura.
Dopo Genova (2001-2005)
La “battaglia di Genova” chiuse la stagione degli assedi. L’uccisione di Carlo Giuliani e l’ondata di violenza sembravano dimostrare che i Grandi della Terra avevano deciso di portare il conflitto sul piano dello scontro armato, dove la loro superiorità era indiscutibile. Inoltra la militarizzazione del confronto preparava i mass media ad una rappresentazione di violenza, tutta incentrata sulle devastazioni materiali dei black block e sugli scontri della polizia con i manifestanti (infatti nessun organo di informazione spiegò la composizione ed i reali obiettivi del movimento).
Per qualche tempo il movimento mise da parte le proteste di massa, per concentrarsi sulla definizione delle proposte. Prima di Genova, nel gennaio 2001, si era tenuto il primo Forum sociale mondiale del movimento a Porto Alegre. Migliaia di delegati e visitatori provenienti da tutto il mondo si erano incontrati per confrontare le loro esperienze e i loro progetti.
Questa esperienza si ripeté a Genova nel controvertice organizzato dal Genoa Social Forum. Da quel momento l’esperienza del Forum sociale si riprodusse a molti livelli:
• Il Forum Sociale mondiale si tenne ogni anno a Porto Alegre (tranne nel 2004 che fu a Bombay, in India);
• A Firenze, nel novembre 2001, e a Parigi e Londra, negli anni successivi, si tenero i primi tre Forum sociali europei;
• A Benem e in altre località amazzoniche tra il 2002 e il 2005 si tennero i primi quattro Forum sociali dei popoli dell’Amazzonia;
• Altri Forum sociali furono organizzati anche in altri continenti.
Il rilancio della mobilitazione collettiva
La dimensione delle manifestazioni di protesta non era destinata a scomparire (fu però abbandonata la strategia dell’assedio). Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 e l’invasione dell’Afghanistan (2001-2002), il governo statunitense cominciò i preparativi militari e diplomatici per l’invasione dell’Iraq. Il movimento dei movimenti comprese che il progetto della globalizzazione stava acquistando una nuova veste politico-militare. Da qui il rilancio della mobilitazione collettiva con imponenti e ordinate manifestazioni di massa contro la guerra:
o Quella del 9 novembre 2002 in occasione del Social Forum di Firenze;
o Le manifestazioni che si tennero in tutto il pianeta il 15 febbraio 2003.
La crisi del governo mondiale dell’economia
Fase di stallo dell’economia
A partire dal 1999 l'iniziativa "globalizzatrice" degli organismi del governo mondiale dell'economia entrò in una fase di stallo. Al verificarsi di questo fenomeno concorsero l'azione del movimento dei movimenti, la nascita di un nuovo fronte di "potenze" del Sud del mondo e, dopo il 2001, la politica unilateralista del Presidente Bush.
Ripensamenti al vertice
Il 17 febbraio 2003, in seguito alle manifestazioni mondiali del 15 febbraio contro l'imminente guerra in Iraq, Tyler, editorialista del New York Times, scrisse: «Le imponenti dimostrazioni contro la guerra dimostrano che ormai ci possono essere solo due superpotenze sul pianeta: gli Stati Uniti e l'opinione pubblica mondiale.» Questo inatteso riconoscimento da parte del più prestigioso quotidiano statunitense, da sempre schierato su posizioni moderate, rivelava che il movimento dei movimenti, dopo aver inceppato (a Seattle) la macchina organizzativa del governo mondiale dell' economia, aveva cominciato ad aprire alcune brecce nelle classi dirigenti dei paesi sviluppati. Un segnale in tal senso era già arrivato nel 2002, quando un ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale, l'economista Stiegliz, aveva pubblicato La globalizzazione e i suoi critici, in cui, partendo da un ripensamento critico della propria esperienza, aveva avanzato obiezioni molto forti contro il "fondamentalismo di mercato" delle grandi istituzioni economiche di Washington. Voci critiche si erano levate anche da esponenti dell' aristocrazia capitalista mondiale come George Soros, uno degli uomini più ricchi della
terra, autore di una serie di opuscoli polemici contro la globalizzazione neoliberista. Ma un riconoscimento delle ragioni del movimento dei movimenti era venuto anche dal cuore delle istituzioni economiche mondiali. Wolfesohn, massimo dirigente della Banca mondiale negli anni 1995-2005, aveva avviato un dialogo a distanza con i movimenti di protesta, ed era sembrato intenzionato a dare una piega più "sociale" ai progetti della istituzione da lui diretta; nelle agende dei grandi vertici economici, inoltre, erano entrate sempre più massicciamente questioni come la fame nel mondo, la povertà di massa, la piaga dell' Aids, l'inquinamento atmosferico, il debito estero dei paesi poveri.
Questa "svolta", a dire il vero, fu importante su un piano culturale, ma non ebbe conseguenze pratiche. Nel luglio 2001 i governi del vertice del G8 di Genova invitarono rappresentanti di paesi in via di sviluppo e di ONG, e intavolarono una trattativa dalla quale scaturì la promessa di costituire un fondo di 1,3 miliardi di dollari per la lotta all'AIDS nei paesi poveri. Era poco ma sarebbe stato un significativo passo in avanti, se negli anni seguenti la promessa non fosse stata in larga misura disattesa. Pochi mesi dopo il G8 di Genova, al vertice della Fao tenuto a Roma nel novembre 2001, i governi dei paesi ricchi riconobbero i limiti del loro contributo finanziario alla lotta contro la fame e la povertà di massa, e decisero di fissare l'obiettivo dell' 1% del Pil per gli aiuti alla cooperazione di ciascuna nazione ricca. Ancora una volta si trattava di una cifra irrisoria, ma era comunque molto più di quanto facessero in quel momento la maggior parte dei paesi sviluppati. Ma negli anni successivi anche quell'impegno fu in buona misura disatteso, in parte a causa delle difficoltà sopravvenute con la crisi del 2001-2003, in parte a causa dell'aumento della spesa militare dei paesi della Coalizione dei volenterosi (USA, Gran Bretagna e Italia) coinvolti nella guerra in Iraq.
Nuovi equilibri Nord-Sud
Nei primi anni del nuovo millennio si determinarono importanti cambiamenti degli equilibri Nord-Sud del mondo, che misero in crisi la strategia "nordista" (cioè incentrata sugli interessi delle multinazionali del Nord del mondo) adottata dai grandi poteri mondiali negli anni '80 e '90.
Il primo fu provocato dall'impetuosa ascesa economica della Cina, che aveva cominciato a scalare il vertice della piramide economica mondiale, in virtù di un tasso di crescita annuale che continuava ad aggirarsi intorno a una media di circa il 9 % del pil. Grazie al ritardo e alla cautela con cui si inserì nel processo di globalizzazione (entrò a far parte del WTO nel 2001), rimase immune dalle crisi economiche-finanziarie del decennio 1994-2004. Nel nuovo millennio aprì nuovi sbocchi alle merci e ai capitali del Nord del mondo, ma nello stesso tempo cominciò a espandersi rapidamente con le sue esportazioni nei mercati dei paesi più avanzati, ribaltando i tradizionali rapporti di sudditanza tra Nord e Sud del mondo.
Un altro fattore di riequilibrio si realizzò in America latina. Intorno al 2003-2004 alcuni importanti paesi dell'America latina, investiti dalle recenti crisi economico-finanziarie, si trovarono ad essere governati da leader politici sostenuti anche dal consenso degli strati più poveri della popolazione. I loro governi abbandonarono in varia misura la linea radicalmente neoliberista dei loro predecessori e tentarono di bilanciare il peso del colosso statunitense nelle trattative per l'allargamento dell'Area di libero commercio delle Americhe (Alca).
Un altro importantissimo segnale della formazione di nuovi equilibri fu il fallimento delle trattative al vertice del WTO di Cancùn (Messico) nel settembre 2003. In quell'occasione si formò il Gruppo dei 21 (G21), un'alleanza di. paesi del Sud del mondo guidata da Brasile, Cina, India e Sud Africa. Il nuovo fronte si oppose all'iniziativa del commissario europeo per il commercio Pascal Lamy, che proponeva allargamenti delle aree di libero scambio vantaggiosi per USA e Unione europea, senza però venire incontro alla richiesta, da parte del G21, di abolire i sussidi statali che proteggevano l'agricoltura statunitense ed europea dalla concorrenza di quelle meridionali.
L'unilateralismo dell'amministrazione Bush
Dopo l'attentato alle Twin Towers di New York dell'11 settembre 2001, il presidente americano Bush e i suoi ministri Cheney e Rurnsfeld - i veri artefici, insieme al consigliere Wolfowitz, della politica estera USA – cominciarono ad attuare una strategia politico-militare, che era caratterizzata da due elementi fondamentali:
➢ l'unilateralismo, cioè il rifiuto delle mediazioni multilaterali dell'ONU, la formazione di nuove alleanze politico-militari dirette dagli Usa e l'affermazione del primato degli interessi politici ed economici degli Stati Uniti, in quanto superpotenza garante della democrazia e dell'ordine mondiale;
➢ la militarizzazione della politica estera, sempre più incentrata sugli interventi bellici e sull'espansione delle basi militari USA nelle aree del pianeta più importanti dal punto di vista geopolitico e per il controllo di risorse strategiche come il petrolio.
La nuova linea della politica estera ebbe significativi contraccolpi sulla globalizzazione. Per qualche tempo si allentò la pressione dell' amministrazione USA sugli organi del governo mondiale a favore di nuovi passi in avanti della globalizzazione. Anche in questo campo prevalse una tendenza all'unilateralismo, espressa dalla mancata ratifica, del Protocollo di Kyoto del 1997 e dalla priorità assegnata alle trattative gestite direttamente dagli USA, come quelle per l'Area del libero commercio delle Americhe (Alca).
Dopo la rielezione di Bush (novembre 2004) la linea dell'amministrazione statunitense sembrò subire una svolta. Nel marzo del 2005 fu deciso l'invio del consigliere neocon Wolfowitz a dirigere la Banca Mondiale dopo la scadenza del mandato di Wolfensohn. Ma molti commentatori interpretarono questa nomina non come un abbandona della linea dell'unilateralismo, ma come un tentativo di utilizzare anche gli organi del governo mondiale dell'economia per imporre il primato degli Stati Uniti. L'unilaterismo militare del primo mandato di Bush sembrava dunque evolvere in quello che fu subito definito multilateralismo di comando: una linea che avrebbe dovuto rafforzare il primato mondiale degli Stati Uniti non solo mediante le iniziative militari unilaterali, ma anche con i mezzi economico-finanziari a disposizione degli organi del governo mondiale dell' economia.
Che cosa stava cambiando nel mondo
Alla fine del marzo 2005 il governo mondiale dell' economia si trovava ancora in una situazione di stallo, mentre il processo di globalizzazione era entrato nella fase culminante della sua crisi, trascinato da cinque forze:
1. Le imprese multinazionali continuavano a esercitare, con le loro azioni di lobbying e con la delocalizzazione degli investimenti, una fortissima pressione a favore delle politiche neoliberiste.
2. L'Unione europea continuava a sostenere il processo di globalizzazione neoliberista, che nella primavera 2005 avrebbe fatto un ulteriore passo in avanti, in Europa, con la ratifica della cosiddetta direttiva Bolkestein (accesso senza vincoli delle imprese private europee al settore dei servizi di ogni paese membro). La linea europea era sostanzialmente "nordista.
3. L'amministrazione Bush perseguiva la linea dell'unilateralismo,. orientata a massimizzare il primato economico-politico degli Stati Uniti.
4. Il Gruppo dei 21 (divenuto G23 nel corso del 2004) stava sviluppando una politica "sudista", orientata a cambiare gli equilibri internazionali a vantaggio delle economie più dinamiche del Sud del mondo.
5. Il movimento dei movimenti continuava a mobilitarsi a favore di un riequilibrio tra paesi poveri e paesi ricchi, nel quadro di una globalizzazione fondata sulla pace, sui diritti umani e sulla salvaguardia dell'ecosistema planetario.

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