Gli Etruschi

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Testo

Gli Etruschi siamo noi

Antica città dell’Etruria, Populonia si impose come importante centro di lavorazione del ferro e vantò una privilegiata e favorevole posizione sul mare. Anomalo primato caratterizzante una civiltà descritta in modo netto e conciso dallo storico e filosofo romano Seneca: “Credono che le cose non abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che avvengano per avere un significato”. Tali parole, esprimenti la necessità di trovare il messaggio celato in ogni avvenimento, sottintendevano un particolare riferimento all’aruspicina, tecnica divinatoria consistente nell’esame del fegato degli animali sacrificati. Questa pratica costituiva un elemento considerevole della cultura etrusca, sviluppatasi anche a livello scultoreo. Gli Etruschi non hanno infatti lasciato documenti scritti di particolare rilevanza; è necessario pertanto effettuare un confronto con la cultura materiale. Le sculture etrusche rappresentano stereotipi e non ricreano quindi fedelmente la realtà. Inoltre, sul piano decorativo, la scultura presenta la raffigurazione di gesti quotidiani e comuni. “Chi non si sarebbe commosso a vedere quelle figure che sembravano vive ed animate?” interroga Seneca circa queste creazioni, i cui soggetti erano i bambini in tenera età. L’analisi della cultura materiale consente di esaminare brevemente l’iconografia etrusca, con particolare attenzione ai volti umani. Lo studio di tali opere risalta la progressiva trasformazione delle espressioni sui volti: si verifica infatti il passaggio dalla manifestazione di felicità allo stato di tristezza. Questa particolarità evidenzia la parabola discendente caratterizzante la storia degli Etruschi. Ad un iniziale periodo di prosperità e sviluppo si alternò un’età in cui l’Etruria fu sottomessa anch’essa al crescente dominio romano, oppressore di libertà e tradizioni; una cartina geografica mostra la vastità dei territori soggiogati dal potere romano: Toscana, Lazio, parte della Campania ed Emilia (in particolare Verucchio e Marzabotto). Inoltre è interessante soffermarsi sulla riproduzione di impronte di mani, la cui disposizione suggerisce una richiesta di aiuto ad una divinità oscura. Il cambiamento dettato dall’invasione dei Romani rinnovò paure e timori: nacquero così nuove considerazioni circa la morte e l’atteggiamento dell’uomo nei confronti dell’ultraterreno. La morte era un importante momento della vita. Dimostrazione di ciò è il “Sarcofago degli Sposi”, ritraente i defunti nella posizione tipica del banchetta, stesi sul triclinio, e suggellante l’affetto che dalla vita si perpetra nella morte. Gli Etruschi consideravano dunque la vita terrena come una preparazione all’esistenza dopo la morte. Tale disposizione per la prova della morte e della vita nell’aldilà si riflette nelle parole di Seneca: “Circondati dai morti, raccolti intorno all’entrata del mondo delle tenebre, così vivevano gli abitanti di questo mondo”. Inoltre la crescente rilevanza del ruolo attribuito alla morte all’interno della società si manifestò nella rinnovata importanza delle necropoli. Situate all’ingresso delle città e lungo le principali vie di comunicazione, erano simbolo del prestigio e della potenza della città. In esse erano riscontrabili due principali modelli di tombe: “a tumulo”, riproducente sotto determinati aspetti le capanne dell’età preistorica, ed “a camera”. Quest’ultima presenta una struttura così articolata: il “dromos”, corridoio solitamente anticipato da una gradinata, lungo il quale si aprono numerosi ambienti, conduce ad una grande camera destinata a racchiudere sarcofagi, vasi canopi (contenenti le ceneri dei defunti) ed eventuali corredi funerari. Malgrado la posizione ipogea (sotterranea), furono soggette a frequenti saccheggi.
Nell’immaginario collettivo gli Etruschi erano ritenuti un popolo isolato, diffamato per la sua difformità, credenza in netta contraddizione con le caratteristiche della cultura etrusca, in particolare a livello artistico. “Ecco quanto ci distingue dagli Etruschi: secondo noi i fulmini derivano da un fenomeno atmosferico; secondo loro sono conseguenza dell’incontro di due nuvole, determinato da un volere divino”. Così riferisce Seneca con l’obiettivo di fornire una spiegazione riguardo tale discordanza. Nella sua opera, inoltre, lo storico e filosofo romano evidenzia fortemente lo stupore degli antichi, causato dalla palese diversità psicologica, in primo luogo circa il ruolo della donna nella società, ritenuto troppo libero.
Gli Etruschi erano dunque considerati corrotti, pingui, crudeli e pirati.
Corrotti perché appassionati della vita in ogni sua sfumatura.
Pingui (grassi) in quanto amanti del cibo e della buona vita, contrariamente all’essenzialità ed alla rigorosità dei Romani.
Crudeli perché autori di opere figuranti un mondo popolato di demoni e di esseri mostruosi.
Pirati in quanto dediti ad attività illecite, in particolare la pirateria, in seguito al dominio romano, che aveva soffocato l’economia etrusca, basata sull’imprenditoria e sulla metallurgia.
Sono riscontrabili permanenze nella nostra cultura le quali consentono di supporre la possibilità che gli Etruschi abbiano lasciato un segno indelebile nella nostra tradizione. Da sempre le guerre sono vinte da chi possiede le migliori tecnologie, i metalli più resistenti e le conoscenze più avanzate. In particolare gli Etruschi erano esperti in quest’ultimo campo: eccellevano infatti nell’aruspicina, la scienza preposta all’interpretazione della volontà divina mediante studio del fegato delle vittime sacrificali, osservazione dei fulmini ed indagine del volo degli uccelli. I sacerdoti, gli aruspici, narrano circa un giorno lontano, quando, in un campo di Tarquinia, nacque dalla terra un bambino “divino”, Tages, la cui sapienza fece accorrere tutti i sapienti dell’Etruria. Tages aveva i capelli bianchi; ciò indica come egli fosse nato già vecchio. La sua saggezza era destinata a rivelarsi ad un popolo: la cultura etrusca è quindi “rivelata”.
L’esperienza dell’avvento di Tages ispirò ai sacerdoti i libri alla base della religione etrusca.
I Fulgurales spiegavano come leggere il significato dei fulmini in relazione al settore celeste nel quale erano apparsi. Ad ogni singolo settore è collegato un determinato responso: augurio favorevole o presagio funesto.
Gli Haruspicini riguardano le istruzioni per l’osservazione delle interiora degli animali.
I Rituales contengono normative inerenti la consacrazione dei templi, la definizione dei confini, la divisione delle tribù, la guida dei morti nell’oltretomba e le modalità per conoscere le decisioni del destino.
Come la cultura etrusca, anche la religione cristiana è “rivelata”. Gli Etruschi sono dunque sopravvissuti nella nostra tradizione in precise simbologie.
La svastica, simbolo del nazismo, è presente nell’iconografia etrusca e costituisce un particolare elemento decorativo.
Il fascio, simbolo del fascismo, era portato in spalla da 12 littori che precedevano il re nelle processioni e nei cortei. Costituito da una serie di sbarre riunite intorno ad un manco d’ascia, il fascio fu un’invenzione della città di Vetulonia.
Il mago, strano personaggio con cappello a punta, riproduce nel suo aspetto esteriore la figura di un aruspice.
L’esistenza di persone della zona tosco-romagnola (in particolare S.Piero e Sarsina) che inconsapevolmente invocano le antiche divinità etrusche, in particolare in ambito sentimentale ed agricolo. Esistono, ad esempio, filastrocche dedicate al dio etrusco del vino, Funflus, per favorire la vendemmia oppure poesie in onore di Turan, dea etrusca dell’amore.
In relazione a Cortona, utile può risultare un’attenta ed approfondita analisi circa la città di Norchia. In particolare, interessante è lo studio della necropoli, disposta su 2 piani e costituita da uno sperone roccioso di tufo. Le tombe sono posizionate in base alla disponibilità di beni di ogni famiglia: le tombe più sfarzose occupano la parte superiore, mentre le sepolture più modeste sono situate nel settore inferiore; i 2 piani erano collegati da un sistema di scale. L’accesso alla tomba era consentito da “false porte”, così definite in quanto si credeva conducessero nell’oltretomba. Inoltre, nella parte bassa, è stata ritrovata una porta che si apre su 2 corridoi, ognuno dei quali conduce a 2 camere funerarie: con grandi probabilità si trattava di una tomba comune a 2 fratelli. La necropoli è anche caratterizzata da alcune statue di tufo, tra le quali di particolare rilevanza è la figura di Cheron, personaggio corrispondente a Caronte (traghettatore dei morti). In relazione alla facilità di costruzione determinata dalla particolare natura del luogo, la struttura presenta tombe “a facciata”. I riti religiosi erano svolti nella parte superiore dello sperone roccioso e la posizione di preminenza aumentava la venerabilità dei sacerdoti.
Alla tombe rupestri di Norchia si contrappone un significato pezzo della Tuscia meridionale: la Grotta Porcina, anch’essa costituita da un tumulo scavato nel tufo. Inizialmente utilizzata come stalla (come il nome conferma), presenta una struttura di grande importanza caratterizzata da 2 porte e da un vano semicircolare circondato da colonne tuscaniche. Malgrado l’elevato valore della composizione, la grotta non sia protetta dalle autorità locali ed è pertanto adoperata come casa dai vagabondi o come luogo di spaccio di merci illegali. Tali sospetti sono confermati da alcuni anomali indizi: in particolare è necessario notare come i cartelli riportanti le indicazioni risultino rovesciato: ne consegue l’impossibilità di raggiungere i siti archeologici da parte dei turisti. Inoltre è importante evidenziare come l’atteggiamento nel passato dei tombaroli sottolinea ulteriormente le conseguenze determinate dall’incuria delle amministrazioni locali. Interessati agli oggetti di maggior importanza (in oro ed in argento), i tombaroli gettavano infatti all’esterno oggetti di uso comune, quali vasi di coccio, che attualmente possiedono grande valore.
Domanda ricorrente circa la civiltà etrusca riguarda la differente cura riservata alle necropoli ed alle altre costruzioni. In primo luogo è necessario ricordare come gli Etruschi riproducessero nelle tombe le strutture delle case e dei luoghi sacri: le capanne, costruite con materiali deperibili (le tombe erano costruite con il tufo), presentavano infatti un tetto spiovente e svettavano verso l’alto (le necropoli erano costruite all’interno di imponenti massicci rocciosi). Le capanne potevano presentare sfarzo e comodità diverse, in quanto costituivano anche le abitazioni dei ricchi. La motivazione principale è tuttavia collegata alla concezione etrusca della morte, in base alla quale la vita era considerata un passaggio verso l’oltretomba, che doveva essere onorata tramite costruzioni monumentali. Inoltre le tombe rupestri risalgono ad un periodo di declino, in cui Roma impone il proprio dominio: tali strutture rappresentano quindi una risposta a questo potere. Una reazione all’autorità romana è anche rappresentata dalla presenza di mura costruite in pietra.
Caratteristico degli Etruschi era inoltre la particolare cura per le infrastrutture: i Romani affidavano infatti ai tecnici etruschi la costruzione di opere pubbliche.
Tuttavia l’interesse dei Romani era dettato anche da altre motivazioni. Cortona, ad esempio, era situata in posizione strategica eccellente, su un colle che domina la valle del Chiani. Attualmente poco rimane della città: tratti della cinta muraria e qualche frammento di muri di edifici. Ardua risulta quindi la ricostruzione della planimetria urbana. Escludendo le leggende, che offrono un limitato numero di elementi attendibili al fine di ricostruire la storia cittadina, è possibile datare le prime fonti storiche a partire dal IV secolo a.C. . Alleata di Perugia e di Arezzo, Cortona subì una sconfitta per opera dei Romani nel 310. Nel suo territorio, presso il Lago Trasimeno, nel 217, ebbe luogo una famosa battaglia fra Romani e Cartaginesi, guidati da Annibale, conclusasi con una pesante vittoria punica. Le iscrizioni etrusche, caratterizzate dalla prevalenza di consonanti e da poche vocali, narrano un particolare episodio, legato agli Etruschi, circa la storia dei Romani: la lotta tra i generali Mario e Silla. Durante le guerre civili, Cortona sembra non fosse sostenitrice di Mario; pertanto non dovette subire la vendetta di Silla, che si esercitò invece aspra verso altre città etrusche. Silla aveva infatti redatto “liste di proscrizione” di tutti gli avversari politici, che vennero uccisi o esiliati ed a cui furono confiscati i beni. In seguito, sotto Augusto, fece parte della “Lega dei 15 popoli”, di cui fu pretore Metello, un suo cittadino. Per l’epoca successiva le fonti storiche tacciono; tuttavia è improbabile che Cortona abbia raggiunto lo sviluppo culturale ed economico di città quali Arezzo, Perugia e Chiusi.
In assenza di documentazione attendibili, subentrano le informazioni ricavate dallo studio delle tombe scoperte sulle pendici del colle su cui sorgeva la città. Le sepolture principali risultano cinque: tre fra Camicia e Sodo, due ad Angori e Pitagora.
Il tumulo di Camucia, con un perimetro di circa 200 metri, include 2 sepolcri a camera. La prima tomba , rinvenuta nel 1842, presenta un vestibolo, al quale si accede mediante un “dromos”, su cui si aprono lateralmente 2 celle di piccola dimensione e che conduce a 2 camere di estensione maggiore. Un secondo sepolcro è stato scoperto nel 1964 è costituito da 3 camere affacciantisi su un corridoio. Ricoprono grande importanza gli arredi e le suppellettili in esso ritrovate, collocabili tra il VII ed il IV secolo a.C. . Il reperto più importante è la parte frontale di un letto funebre, databile ai rimi decenni del VI secolo e recante un bassorilievo che rappresenta dolenti inginocchiate.
Nei pressi di Sodo sono stati scoperti altri 2 tumuli abbastanza analoghi al precedente. La copertura è crollata quasi completamente. In particolare è interessante soffermarsi sulla sepoltura più recente. Sull’architrave della porta si legge la seguente iscrizione: Tusrhi thui hupninethi arnt mefanates veliak hapisnei (In questa tomba Arnt Mefanates e Veliak Hapisnei: si tratta dunque di una sepoltura di un uomo e di una donna).
Sono di età ellenistica (IV secolo a.C.) 2 tombe nei pressi di Cortona: la Grotta di Pitagora e la Grotta Angori. La prima prese il nome di Pitagora perché, secondo una tenace leggenda, costui sarebbe vissuto a Cortona: si confondeva infatti Cortona con Crotone, in Calabria, patria vera del filosofo. Un basamento circolare regge il tamburo a blocchi ospitante una camera in cui si aprono 6 loculi per urne cinerarie. La Grotta Angori risulta invece male conservata ed anch’essa contiene una sola camera tombale con loculi alle pareti.
La città è sede della Accademia Etrusca di Cortona, dalla quale dipende un museo. La società, fondata nel 1726, nacque per uno scopo: l’acquisto di “libri di erudizione e di scienze”. I soci, versando un contributo annuo di 3 scudi, avrebbero potuto consultare liberamente il materiale e ne sarebbero stati proprietari. La società si trasformò in accademia “di scienze ed erudizioni”, aumentando il numero dei membri. La Bibliothèque Italique di Ginevra presentava così l’Accademia: “Cortona è una piccola città, tra le più antiche della Toscana. Una società di dilettanti in materia di antichità vi ha stabilita la sua abitazione. Oggetto dei loro studi sono le antichità etrusche. Il loro primo presidente si chiama Lucumone, titolo degli antichi principi dell’Etruria. Uno dei loro statuti è di ascoltare i poeti solo un giorno all’anno; un altro statuto consiste nello stabilire le loro radunanze ed imporre a ciascuno dei loro socil’obbligo di comporre vicendevolmente varie dissertazioni. Per mezzo di queste due leggi si può sperare che questa società produrrà qualche cosa degna di osservazione”.
Tutti i letterati, anche esterni alla Toscana, potevano iscriversi all’Accademia, fornendo libri ed antichità ed inviando al lucumone lezioni e dissertazioni. In cambio fruivano di un prezzo speciale per l’acquisto di opere edite dall’Accademia stessa. Fornita di uno statuto e di un regolamento preciso e vincolante, l’Accademia possedeva un presidente perpetuo ed un principe eletto annualmente che poteva risiedere anche in altre città. Feste annuali terminanti con gare poetiche coinvolgevano la nobiltà locale, anche le donne. Raggiunto un notevole livello di prestigio e di attività e dotata di una ricca biblioteca antiquaria, l’Accademia attribuiva il titolo di lucumone a grandi personaggi, anche a ministri esteri ed a cardinali. In questo modo fu possibile la conoscenza dell’istituzione all’estero. Vi affluivano antichità, manoscritti, opuscoli e disegni. L’ambizione dell’Accademia mirava tuttavia all’inserimento dell’etruscologia in un contesto più vasto.
La visita al Museo etrusco di Cortona, nato nel 1927, consente di ammirare una corposa collezione di lapidi, urne, bronzetti votivi e ceramiche appartenenti ad epoche diverse e di origine incerta. Degne soprattutto di nota una raccolta di monete di emissione locale e 2 statue dedicate a dei etruschi, quali Pulsas e Selvans, quest’ultimo considerato divinità delle porte e rappresentato bifronte. Inoltre di rilevante importanza sono bronzetti di animali, collocati nei templi, finalizzati a richieste di protezione degli allevamenti. Tale attività era una preziosa fonte di ricchezza: i suini, in particolare i maiali, erano più economici e pertanto principale mezzo di sostentamento; i bovini, in particolare la “mucca chianina” (tipica della zona), erano invece adoperati in agricoltura. La carne bovina era servita esclusivamente ai banchetti aristocratici.
Tuttavia simbolo di Cortona è un lampadario in bronzo a sedici beccucci alimentati ad olio, rinvenuto nel 1840 all’esterno della città. Privo di attendibili notizie circa le circostanze del suo ritrovamento, il lampadario presenta una testa di toro a volto umano tra un beccuccio e l’altro; inoltre i beccucci sono ornati alternativamente da figure di sileni che suonano siringhe e doppi flauti e da sirene con code ed ali di uccello che tengono le mani al petto e sono da intendersi in atto di cantare. Ciò racchiude certamente un determinato simbolismo cosmico. E’ presente infatti un motivo ad onde sul quale guizzano delfini, simbolo dell’oceano che circonda il mondo, frequente nella decorazione delle tombe; segue un fregio di 4 gruppi di 2 belve e 2 grifi che assalgono altri animali e, al centro, un volto di Gorgonie circondato da teste di serpente che sporgono a tutto tondo. In questo repertorio si mescolano elementi più arcaici ed rudimenti più recenti: pertanto la datazione è avvicinabile alla metà del V secolo. Inoltre, una targhetta risalente al II secolo a.C. e rinvenuta insieme al lampadario, ma non saldata ad esso, riporta una dedica ad Uni, la dea etrusca assimilata ad Astante o a Giunone. Poiché vari altri bronzi coevi provenienti da Cortona esprimono la dedica alla stessa dea, è possibile presumere la loro provenienza comune da uno stesso santuario.
Per completare la descrizione dell’oggetto, può risultare utile anche un’analisi puramente “pratica”. Rinvenuto forse in un santuario extra-urbano di campagna, il lampadario è dotato da 16 beccucci finalizzati a contenere materiale infiammabile. Tuttavia l’oggetto, ex voto offerto alle divinità, non è mai stato utilizzato. Inoltre è il risultato di un’unica fusione di bronzo: è dunque possibile dedurre che non sia opera di artigiani locali. Tale procedimento può essere suddiviso in 4 fasi:
1) creazione del modello in cera;
2) stesura della camicia in terracotta;
3) cottura dello stampo così ottenuto, con conseguente scioglimento della cera;
4) versamento del bronzo fuso in apposite “canule” e creazione di un modello bronzeo.
Il lampadario è inoltre caratterizzato da 4 fasce concentriche. Particolare attenzione deve essere rivolta alla fascia centrale, in cui è presente un volto di Gorgone con funzione apotropaica (di protezione): ritenuto idoneo ad allontanare malefici, lo sguardo del mostro, rivolto verso il basso, sancisce la divisione delle divinità dagli uomini.
Grande importanza è inoltre riscontrabile in un parallelepipedo bronzeo cavo, scoperto nell’800. Contenente una dedica ad Uni, moglie di Tinia, esso testimonia il nome etrusco di Cortona.
Il museo dell’Accademia Etrusca è situato all’interno di Palazzo Casali, durante i cui lavori di ristrutturazione sono state rinvenute macerie di un muro di contenimento in pietra arenaria. In particolare il palazzo custodisce i ritrovamenti del tumulo di Camucia, composto da 2 sepolture, annoverante un letto funebre in pietra, su cui sono incise figure di donne piangenti. Tali rappresentazioni dimostrano l’esistenza nel passato di una pratica attualmente adoperata nel Sud Italia: l’ingaggio di donne comuni, le quali, dietro compenso, piangevano ai funerali per commemorare il defunto. Il tumulo di Camucia occupa inoltre una posizione strategica di rilevante importanza. Caratterizzata dal Chiana, fiume navigabile collegante Arezzo ad Orvieto, la Val di Chiana risultava considerevole fonte di ricchezza, come territorio favorevole all’agricoltura e come punto di controllo delle vie di comunicazione lungo il Tirreno. Il completo dominio delle comunicazioni dell’Italia centrale era garantito da Cortona, la cui influenza sulla Valle del Tevere consentiva il raggiungimento del Mar Adriatico. Tuttavia l’importanza del tumulo di Camucia è determinata soprattutto dal ricco corredo funerario, composto da oggetti utilizzati anche in vita. Esso investiva una doppia funzione: simbolo di potere, secondo un’antica credenza era infatti necessario per la vita nell’oltretomba. Composto da una vasta varietà di vasellame, generalmente esibito nel corso dei banchetti, il corredo funebre presenta oggetti femminili, quali orecchini ed anelli, ed annovera il suo pezzo più pregiato i un diadema d’oro.
Di grande rilievo risulta anche la Tomba a fossa del fondo Giuseppe Belei. La sepoltura conteneva oggetti attribuibili ad un guerriero, quali un elmo, spade e pugnali, frammenti di scudo, bardature di cavallo e frammenti in ferro di una ruota, adoperata in un carro da guerra trainato da cavalli (da sempre simbolo degli aristocratici). La scoperta del sepolcro portò inoltre alla luce alcune asce, la cui funzione fu probabilmente cerimoniale, ed alcuni braccialetti, definiti “armille”. Tuttavia la tomba presenta un corredo legato soprattutto al tessuto sociale. Sono stati infatti rinvenuti oggetti per i banchetti, considerati momenti adatti al rinsaldo dei legami familiari. In particolare si ricordano i cosiddetti “collini”, elementi a forma di stambecco, cervo o teste di toro adoperati per la filtrazione del vino; inoltre di rilevante importanza è il “lebete”, calderone per la bollitura delle carni ricoprente anche un’elevata valenza artistica. E’ formato principalmente da 2 parti:
- un treppiede;
- un pentola ornata da protomi di stambecchi, rilevanti una provenienza orientale dell’oggetto.
Le tombe di maggior rilevanza sono il Tumulo I del Sodo ed il Tumulo II del Sodo. La prima sepoltura presenta un numero limitato di oggetti in bronzo, alabastro ed avorio, conseguenza dell’opera dei tombaroli, dimostrata dalla presenza di un bucco nel soffitto della sepolcro.
Il Tumulo II del Sodo contiene invece un corredo funerario più ricco. In particolare si ricorda il ritrovamento di urne cinerarie e di frammenti di un sarcofago. Inoltre può risultare utile evidenziare un’interessante particolarità. Nel soffitto della tomba si è infatti notata la presenza di un buco, probabilmente opera dei tombaroli. Tuttavia uno spesso strato di fango, conseguenza della vicinanza alle falde della Val di Chiana, nascose alla vista dei tombaroli materiali preziosi, quali monili in oro ed in cristallo. L’analisi di tali scoperte ha risaltato le avanzate tecniche orafe degli Etruschi. Erano infatti specializzati nella granulazione e nella filigrana. La granulazione, realizzabile esclusivamente ad alte temperature, consiste nell’atomizzazione (divisione in piccoli elementi) dell’oro; la filigrana costituisce una lavoro di oreficeria formata da fogliami composti e saldati insieme mediante utilizzo del piombo. Tuttavia, al momento della scoperta, il sepolcro presentò anche numerosi oggetti simbolo di prestigio sociale. In particolare si ricordano:
- i “dufroi”, sgabelli pieghevoli emblema del potere;
- uno stilo in bronzo, utilizzato per incidere tavolette di argilla, e le “cerate”, simboli di dominio della scrittura e, quindi, indicazione di appartenenza ad un ceto elevato;
- uno “strigile”, raschietto adatto a detergere la pelle dal sudore in eccesso, adoperato in palestra dalla classe aristocratica;
- frammenti di ceramica attica, attribuiti ad importanti pittori greci;
- una fibula d’oro, configurata ad arco, risalente al secondo quarto del VI secolo a.C.).
Circa l’Accademia Etrusca di Cortona è inoltre interessante studiare l’unica porta etrusca integra, definita “bifora” o “ghibellina” in quanto avente una struttura a 2 forbici. Connessa a tale costruzione è una leggenda, diffusasi negli anni Ottanta, secondo cui attraverso questa porta erano passati gli Aretini, i quali in seguito avevano incendiato Cortona: la leggenda ha alimentato la credenza relativa la maledizione della struttura stessa, che sarebbe perciò stata chiusa. In realtà la porta fu utilizzata ininterrottamente sino in epoca medievale, in quanto legata a particolari rituali della religione etrusca.
In tale ambito, è necessario considerare la frazione di Camucia, sede di 3 templi. Il tempio etrusco è generalmente caratterizzato da un alto podio, da un tetto spiovente e da grandi gradinate ed è adornato da opere, in origine colorate, costruite con materiali deperibili, quali legno ricoperto da terracotta. In particolare, degna di analisi è una tabula bronzea, spezzata in 8 pezzi, definita “Nomei Tabula Cortonensis”, ricoprente rilevante importanza in quanto inerente la vita quotidiana, contrariamente ad altre 10.000 iscrizioni. Classificato fra i testi più lunghi mai scoperti, data l’assenza di una letteratura etrusca, la tavola è risultata opera di 2 scribi e presenta 40 righe, scritte su 2 facce. Considerata un contratto di compravendita di terreni, essa descrive la struttura sociale in epoca ellenistica e traccia una società stratificata, in cui riscontrabile è una massiccia classe media liberatasi dalla schiavitù. Collegata a tale iscrizione è inoltre una curiosa particolarità. Un uomo, consegnata la tabula allo Stato, richiedeva infatti un premio di rinvenimento; tuttavia verifiche scientifiche hanno smentito la sua versione.
Per concludere, è utile analizzare la Villa romana di Ossia, in prossimità del Lago Trasimeno. Appartenente al sito de “La Tufa”, la costruzione presenta una struttura divisa in 2 aree (area residenziale ed area produttiva) ed è organizzata in padiglioni. Degne di nota sono inoltre un portico colonnato, una camera da letto dipinta in rosso pompeiano e vasi in ceramica aventi una doppia funzione produttiva: contenere l’olio ed allevare i ghiri. Tuttavia opere di maggiore importanza risultano un mosaico ed un tappeto, risalenti al IV secolo d.C. .
Il mosaico è caratterizzato da tessere di dimensione crescente: nel dettaglio si tratta di quadrelle rosse di elaborata policromia riproducenti un effetto a “pelle di leopardo”.
Il tappeto musivo a disegno geometrico presenta un emblema sul quale è raffigurato un motivo a pelte incrociate racchiuso da 2 ovali determinati dall’intersecarsi di una treccia a 2 capi.

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