Giolitti

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Testo

L’ETà GIOLITTIANA
Giovanni Giolitti, uomo politico italiano, fu nominato per la prima volta presidente del consiglio nel 1892, ma il suo incarico fu breve sia per l’opposizione condotta da Crispi, sia per lo scandalo della banca romana in cui fu coinvolto, sia per l’atteggiamento non repressivo da lui mostrato verso i fasci siciliani che gli inimicò le forze conservatrici. Nel 1893 dilagò in Sicilia un moto di rivolta promosso da varie organizzazioni locali (fasci) per protestare contro l’insensibilità dei governi verso la questione meridionale. Giolitti, che era allora capo del governo, non volle procedere con lo stato d’assedio e la repressione “manu militari”, poiché stava sperimentando una nuova tattica di governo. I suoi avversari ne trassero pretesto per accusarlo di scarsa determinazione. Il successore Crispi, nel dicembre 1893, inviò in Sicilia un commissario straordinario con pieni poteri che sciolse i fasci, condannandone i capi a pene assai gravi. Chiamato da Zanardelli nel 1901 come ministro dell’interno, nel 1903 lo sostituì come capo del governo, rimanendo alla guida del paese quasi interrottamente fino al 1914. fu l’antitesi di Crispi nella condotta politica, pur condividendone la fiducia dell’ordine costituito e la fiducia nella monarchia. Cosciente della trasformazione della società italiana per effetto della rivoluzione industriale, ritenne che il ruolo dello stato non fosse quello di reprimere le nuove forze sociali, ma di incanalarle nel rispetto delle istituzioni monarchico parlamentari. Per questo cercò un’intesa con il partito socialista, soprattutto con le sue correnti moderate e riformiste, in modo da isolare quelle “massimaliste”. Questo avrebbe permesso la formazione di una larga maggioranza parlamentare, favorevole ad una politica di riforme. Era convinto che lo stato non dovesse intervenire nei conflitti tra capitale e lavoro, ma che dovesse limitarsi a garantire l’ordine pubblico e il regolare svolgimento dei servizi. Il suo disegno politico fu quello di favorire, sfruttando la positiva congiuntura economica, il decollo industriale italiano, stimolando la produzione con commesse statali e invitando gli imprenditori a concedere aumenti salariali così da aumentare la domanda interna e, contemporaneamente, le entrate fiscali necessarie alle riforme. Rinnovò i trattati commerciali con Austria e Germania per incrementare le esportazioni italiane, protesse con dazi doganali il settore meccanico e chimico, promosse una migliore legislazione sociale e realizzò con successo la conversione della rendita dei titoli di stato. Nel 1904, in un periodo di forti tensioni sociali, resistette alle pressioni dei conservatori che volevano una pura azione di forza; sciolse la camera, indicendo nuove elezioni, alle quali parteciparono per la prima volta i cattolici nelle liste liberali, grazie all’attenuazione del non “expedit” concessa da Pio X. Il successo elettorale gli permise di proseguire nell’attività riformatrice. La politica economica e sociale giolittiana favorì però esclusivamente il Nord industrializzato, mentre la “questione meridionale” si aggravò e il fenomeno dell’emigrazione raggiunse i livelli più alti. L’incipiente crisi del suo sistema di potere fu rivelata dai risultati delle elezioni del 1909, da cui la maggioranza giolittiana uscì indebolita. Egli allora si avvicinò alle correnti nazionaliste, assecondandone le mire coloniali. Il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia per la conquista della Libia: le spese del conflitto crearono un forte passivo nel bilancio dello stato. Una squadra navale italiana sbarcò a Tripoli (5-10-1911), mentre l’esercito, agli ordini del generale Caneva, si impossessò in breve tempo delle principali località della costa; ma meno facile si presentò l’occupazione dell’interno, dove le truppe turco-arabe opposero una lunga resistenza, e, per quanto sconfitte nella battaglia delle due Palme da parte del generale Ameglio, non si piegarono in alcun modo alla resa. Fu allora deciso di portare la guerra nell’Egeo, dove fu occupata l’isola di Rodi (17-5-1912), e le altre isole circostanti, costituenti il cosiddetto Dodecaneso; mentre 5 nostre torpediniere, agli ordini del capitano Millo, penetravano nello stretto del Dardanelli per tentare di silurare le navi turche (18/19-7). Infine dopo più di un anno di operazioni militari, la Turchia firmò la pace di Losanna (18-10-1912), per la quale riconosceva all’Italia il dominio della Tripolitania e della Cirenaica (le quali furono chiamate Libia), mentre l’Italia si impegnava a sgomberare il Dodecaneso, quando le truppe turche avessero abbandonato i territori ceduti. Poiché le truppe turco-arabe continuarono ancora per anni la guerriglia, il Dodecaneso rimase in nostro possesso. Nel 1913 la crisi del capitalismo mondiale, provocando la chiusura dei mercati, aggravò la situazione della già fragile economia italiana. Ne nacquero agitazioni sociali violentissime. Giolitti, che l’anno precedente aveva ottenuto l’approvazione della legge di riforma elettorale, con cui introduceva il suffragio universale maschile, pensò di ricorrere al consueto sistema dello scioglimento della camera, sperando nel consolidamento della maggioranza. Ma le elezioni dell’ottobre 1913 rafforzarono le opposizioni socialista e nazionalista. Nel marzo 1914 Giolitti si dimise, lasciando la guida del governo a Salandra. Tornò al potere nel giugno 1920, nel difficile momento del primo dopo guerra, con la crisi economica, l’ascesa dei fasci di combattimento, la delusione per la “pace mutilata” che aveva provocato l’impresa fiumana di D’Annunzio. Propose energiche riforme fiscali contro i “pescecani di guerra” e promosse la nominatività dei titoli azionari, la riforma agraria, la pubblicità dei trattati internazionali, ottenendo così la collaborazione del partito popolare. Nel 1920, di fronte all’occupazione delle fabbriche, si rifiutò di intervenire con mezzi repressivi, scontentando industriali e conservatori, e si fece promotore di una legge che istituiva un comitato di controllo operaio nelle fabbriche. In politica estera il suo ministro degli esteri, Carlo Sforza, stipulò il trattato di Rapallo con la Jugoslavia, in seguito al quale fu liquidata la “reggenza del Carnaro”. Il governo Giolitti cadde nel luglio 1921, dopo che nelle elezioni per la camera i liberali si erano accordati con i fascisti nel presentare una lista unica. Giolitti infatti non ritenne inizialmente il fascismo un fenomeno eversivo e pericoloso per lo stato, illudendosi di subordinarlo, nella prassi parlamentare, ai gruppi liberali. Dopo il delitto Matteotti, considerando solo velleitari gli “aventiniani”, non partecipò alla secessione, ma alla riapertura della camera votò contro la fiducia a Mussolini comprendendo l’impossibilità di un assorbimento del fascismo nelle istituzioni liberal-democratiche.

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