Federico II, i comuni e il papato

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Testo

La lotta contro il papato e i comuni italiani
L’impero doveva ora recuperare la piena autorità sul regno d’Italia e acquisire il controllo dei territori della Chiesa. La penisola poteva essere unificata in un solo regno, e il regno diviso in “vicariati” separati ma dotati di un sistema amministrativo comune. Ogni vicariato sarebbe stato presieduto da un personaggio di stretta fiducia dell’imperatore.
L’imperatore convocò a Cremona una dieta dalla quale scaturì un ordine perentorio: i comuni dovevano sottomettersi all’autorità dei vicari dell’imperatore, ma questi non volevano rinunciare a quelle prerogative di libertà che avevano conquistato ai tempi del Barbarossa. Si ricostituì la Lega lombarda.
Nel 1127 il progetto di Federico prese corpo anche contro i territori della Chiesa e gli fruttò una prima scomunica, inflittagli con il pretesto di non aver promosso una crociata. Dopo alcuni anni partì per la Terrasanta nonostante fosse scomunicato. Stabilì la pacifica convivenza tra cristiani e musulmani in Gerusalemme attraverso un patto diplomatico con il sultano d’Egitto, Al-Kamil.
Si disse che l’imperatore era troppo compiacente verso gli infedeli e scettico in materia di fede e che fosse il diavolo in terra, nato da un rapporto della madre Costanza con il Maligno.
Nel 1230 la pace di San Germano tra Federico e il Papa pose fine all’ennesima disputa tra le due massime autorità cristiane (Federico II aveva ottenuto l’accesso a Gerusalemme senza guerre).
La guerra italiana tra guelfi e ghibellini dilagò. Tuttavia, dietro questa lotta palese non c’erano una dottrina o un programma politico altrettanto ben definiti. C’era piuttosto un conflitto di interessi tra le molte città che si dividevano lo spazio della penisola. Nel 1234 Enrico VI, il figlio cui Federico aveva affidato il Regno di Germania, potendo contare sull’appoggio dei comuni della Lega lombarda, affermò che la politica del padre tutta incentrata sulla Sicilia noceva alla stabilità del potere imperiale in Germania, lasciandolo in balia dei baroni. Federico domò con facilità la rivolta del figlio e lo prese prigioniero.
La situazione precipitò nel 1237, quando l’imperatore, dopo un soggiorno in Germania, scese nuovamente in Italia con il suo esercito e, con l’appoggio dello spregiudicato e crudele Ezelino da Roma, sconfisse la Lega lombarda a Cortenuova. Nel 1239 Gregorio IX lo scomunicò, e fu ancora guerra aperta. Federico rispose continuando la sua marcia nei domini pontifici e occupò Spoleto e Ancona.
Nel 1241 spregiudicatamente bloccò tutte le strade per Roma e fece catturare i prelati lì diretti per deporlo e dichiarare al mondo la sua indegnità. I vescovi francesi furono catturati in seguito alla vittoria riportata dalle flotte di Pisa e Sicilia, guidate dal figlio dell’imperatore, Enzo, sulla flotta di Genova alleata del Papa, presso l’Isola del Giglio. Il concilio non si tenne. Il nuovo Papa, Innocenzo IV organizzò la riscossa. Nel 1245 convocò il concilio non più a Roma, divenuta impraticabile, ma a Lione e alla sua conclusione non solo scomunicò ma depose l’imperatore Federico II.
Dal momento che la scomunica e la deposizione scioglievano i vassalli da ogni giuramento di fedeltà all’imperatore, in Germania venne subito eletto un nuovo sovrano.
Nel 1248 i guelfi di Parma batterono l’esercito imperiale.
Nel 1249 Pier Delle Vigne fu accusato di aver complottato per avvelenare Federico, fu arrestato e accecato, infine si suicidò.
Il 13 dicembre 1250, moriva in Puglia Federico II.
Federico aveva lasciato ai principi tedeschi tali libertà e prerogative regali, essendo stato sempre in Italia, che il regno era di fatto divenuto “una confederazione sotto la direzione lontana dell’imperatore”. Si aprì un lungo periodo di anarchia chiamato “grande interregno”.
Il fallimento della politica di Federico ebbe importanti conseguenze. Il sogno di un impero europeo morì definitivamente con lui.

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